Genova, poche code al rientro ma si teme per riapertura scuole

Doveva essere un lunedì nero per la viabilità di Genova, il primo vero di rientro dalle vacanze dopo il crollo del ponte Morandi, ma è stato meno problematico del previsto. Qualche disagio però c’è stato e potrebbe crescere con la riapertura delle scuole. ”Il bilancio di questo lunedì 27 agosto – ha affermato il vicesindaco e assessore al traffico Stefano Balleari – è, dal punto di vista della mobilità positivo. La città non è bloccata. È ovvio che ci sia traffico più sostenuto nel Ponente. Il numero di veicoli lungo le strade urbane della zona è raddoppiato ma la città sta rispondendo bene”. I disagi al traffico si sono riflessi ieri anche sulle autostrade A7 da Milano, A10 dalla Francia e A12 da Livorno, con rallentamenti. Genova intanto lavora per riuscire ad assorbire più traffico: “Stiamo intervenendo anche sulle tempistiche dei semafori per scongiurare la formazione di code e aiutare lo scorrimento delle auto. Chiediamo ai genovesi – conclude Balleari – di servirsi per quanto possibile dei mezzi pubblici.” “Procediamo per tentativi – ha detto il sindaco Marco Bucci -, e stiamo lavorando per riaprire corso Perrone e via 30 Giugno”. In attesa che, il 15 settembre sia pronta la nuova viabilità portuale per i mezzi pesanti.

“I Benetton saranno fuori in ogni caso”

Il centro dell’audizione di Danilo Toninelli davanti alle commissioni Trasporti di Camera e Senato è, alla fine, quel che manca. Il ministro 5Stelle dice, in sostanza, quanto sostenuto finora: 1) il sistema delle concessioni autostradali è stato un enorme regalo ai privati (in particolare a Benetton e Gavio, che hanno in gestione il 70% della rete) e per questo “sarà rivisto integralmente” affinché non sia più “sproporzionato a vantaggio del concessionario”; 2) la revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia “è un percorso dovuto” dopo “la gravissima inadempienza” del crollo del ponte Morandi e riguarderà l’intera concessione, non solo la A10; 3) anche la gestione statale di quella rete è “dovuta”; 4) il nuovo ponte sul Polcevera dovrà essere pagato da Autostrade (“è una piccola parte del risarcimento che devono ai cittadini”) ma non sarà lei a farlo (“il ponte non lo ricostruirà chi lo ha fatto crollare”); 5) il compito spetterà a Fincantieri e Cdp e “dovrà avere il timbro dello Stato”; 6) per il futuro “se l’interesse pubblico preminente va verso la nazionalizzazione, questo governo nazionalizzerà; nel caso in cui si dovrà costruire un’opera importante e investire soldi che il governo deciderà di non impegnare, con convenzioni serie e scrupolose in cui ci guadagnano tutti, lì si valuteranno altre strade”.

All’ingrosso è il percorso (“dovuto”) disegnato finora, almeno dai ministri grillini, anche se continuano a mancare molti particolari su come verrà realizzato: un po’ è fatale visto che dal crollo sono passate solo due settimane, un po’ è frutto della tensione finora non esplosa con la Lega, assai meno barricadera sull’estromissione della società controllata dai Benetton e la gestione pubblica della rete, oltreché sulla valutazione del passato, visto che non è estranea ai “favori” fatti ai concessionari.

E poi c’è quel che Toninelli non ha detto: ci sarà una legge speciale per Genova? Verrà nominato un commissario alla ricostruzione? Sarà il presidente ligure un po’ berlusconiano e un po’ leghista Giovanni Toti? L’ex volto Mediaset è particolarmente attivo in questi giorni e in una direzione che non piace ai Cinque Stelle: ieri prima ha “affidato”, per così dire, i lavori di ricostruzione ad Autostrade (beccandosi una rispostaccia da Di Maio) e poi l’ha persino invitata a darsi da fare con la costruzione della Gronda, un’opera che dovrebbe – nel 2030 – sgravare il traffico cittadino della A10 e non è mai piaciuta a Grillo, grillini e ambientalisti (come ricordato dall’ex Legambiente Rossella Muroni, oggi deputata per LeU, ieri alla Camera). Traducendo, nominare Toti commissario – come pure vorrebbe la Lega – è indicare una via per il futuro che passa per l’appeasement con Autostrade: per questo della legge per Genova non si parla, prima va trovato un accordo nel governo.

Notevoli, infine, i dati presentati da Toninelli sul sistema dei controlli ministeriali sui 6 mila chilometri di strade in concessione. Sono i numeri di un tracollo seguito all’estromissione di Anas e al depotenziamento della nascente Autorità dei Trasporti (2011-2012): stanziamenti passati in dieci anni da 16,6 a 7 milioni; una pianta organica prevista in 250 unità con 110 persone in servizio (non tutte qualificate); poteri solo su aspetti secondari della gestione; numero dei controlli in calo dal 2011. “Ho l’impressione – è la conclusione del ministro – che il sistema dei controlli sia stato indebolito ad arte per favorire i concessionari”.

Il “punto zero”. Non è stato solo lo strallo ad aver causato il crollo

Si corre, ma con cautela. L’inchiesta della Procura di Genova sul crollo del ponte Morandi ha davanti un obiettivo decisivo: l’incidente probatorio. Per questo bisogna chiarire le cause reali che hanno prodotto la caduta della pila 9 e parte dell’impalcato (la strada) sul fiume Polcevera. Centrale un video tratto da alcune telecamere di sorveglianza. La novità è che il cedimento iniziale non sarebbe da imputare integralmente al tirante (o strallo) rivestito da calcestruzzo compresso. Il “punto zero”, secondo le ultime ricostruzioni, che dovranno essere analizzate dai periti, è da collocare poco sopra l’estremità del pilone. Ad avvalorare questa ipotesi lavorativa, il fatto che il pilone sia crollato in modo perpendicolare. Un primo cedimento che potrebbe aver prodotto una lesione interna allo strallo. Questa dinamica non contrasta con la torsione effettuata dall’impalcato e prodotta dal cedimento del tirante. Ieri, l’attività investigativa si è concentrata sull’analisi dei documenti. Si stanno analizzando anche i cosiddetti “tavoli informali” interni ad Autostrade, concessionaria del tratto crollato. In particolare comunicazioni intranet, email interne e verbali. Obiettivo: individuare un alert inascoltato nella catena di comando. Il procuratore Francesco Cozzi, dopo aver incontrato la Commissione ministeriale con il nuovo presidente Alfredo Mortellaro, stabilendo “ruoli e competenze”, ha smentito qualsiasi scontro istituzionale. Sul punto nodale del dissequestro ha però precisato che ogni richiesta del Comune o del commissario Giovanni Toti per essere approvata deve essere subito eseguibile per evitare “situazioni di limbo temporale”. Tutto potrà avvenire dopo l’incidente probatorio, la cui fissazione dipende dai prossimi avvisi di garanzia che si annunciano più numerosi del previsto. Proprio ieri sono stati acquisiti altri carteggi tra Autostrade e il ministero delle Infrastrutture.

Figuraccia di Autostrade: la trasparenza è col buco

Bisognava che crollasse un ponte e morissero 43 persone per convincere Autostrade per l’Italia (Aspi) e i Benetton a considerare doverosa la pubblicazione dei documenti relativi alla concessione che li lega allo Stato italiano. Sommersi dal biasimo generale e sotto scacco da parte del governo che ha avviato le procedure per un’eventuale revoca del contratto, i dirigenti Aspi hanno provato a giocare d’anticipo e dopo aver diffidato in un primo tempo il governo a pubblicare gli atti della concessione, hanno improvvisamente deciso di rendere di dominio pubblico le carte tenute segrete per decenni con scrupolo maniacale. Ma non tutte: fino all’ultimo hanno provato a conservare una zona grigia preservandola dalla pubblicazione e c’è voluto l’intervento del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, perché gli atti fossero tutti quanti finalmente desecretati. Da ieri sono online tutti gli atti con i 25 concessionari autostradali.

Per rendersi conto di quanto lontano fosse per i dirigenti della società Benetton l’obiettivo della vera trasparenza sul rapporto concessorio, basta guardare il frontespizio di ciò che hanno reso pubblico. Gli atti aggiuntivi messi sul sito, quelli che regolano nel concreto il rapporto di concessione, sono solo quelli vigenti. Che dicono molto, ma non tutto e in particolare non aiutano a capire come sia cambiato nel tempo e come sia di nuovo in procinto di cambiare il contenuto della concessione. Manca la serie storica degli atti (per esempio il piano finanziario del 2007) e mancano pure gli atti trasmessi alcuni mesi fa dal governo italiano all’Europa per la Gronda di Genova, grande opera che oggi è il cuore vero del business autostradale Benetton alla quale è legata pure la durata della concessione. Stando ai documenti pubblicati da Aspi, la fine della concessione sarebbe nel 2038, mentre ormai molti sanno che non è così perché il precedente ministro dei Trasporti Graziano Delrio aveva concordato con i Benetton una nuova scadenza nel 2042 e inoltrato il tutto all’Unione europea sollecitando il suo assenso all’operazione.

Tanto per fare un altro esempio molto concreto, dai documenti resi pubblici da Autostrade per l’Italia non si può capire perché i costi della stessa Gronda siano lievitati così tanto e così in fretta dal 2007 al 2018, da 1,8 miliardi di euro iniziali a 3,1 e infine a 4,3. Il costo di 1,8 miliardi di euro era quello comunicato a suo tempo da Autostrade per l’Italia e inserito nella parte della convenzione 2007 non pubblicata. Il costo di 3,1 miliardi è quello indicato dall’allegato K appena pubblicato, mentre infine il costo di 4,3 miliardi è quello contenuto in altri atti aggiuntivi che restano ufficialmente segreti, anche se sono stati pubblicati alcuni mesi fa dal Fatto Quotidiano.

Sulla base della documentazione consegnata dal passato governo all’Europa, Autostrade dovrebbe costruire la Gronda ed effettuare inoltre un’altra serie di interventi minori sfarinati per l’Italia per un valore di meno di 8 miliardi di euro. In cambio sta ottenendo il prolungamento della concessione e un diritto di subentro della bellezza di 6 miliardi di euro. Cioè, nel 2042, chiunque, Stato o privato, volesse prendere il posto di Autostrade nella gestione dei 3 mila chilometri della rete, dovrebbe sganciare ai Benetton o ai loro eredi una somma così elevata da scoraggiare qualsiasi velleità di cambiamento.

Negli atti aggiuntivi consegnati dall’Italia all’Europa c’è un cambiamento di rilievo anche per quel che riguarda il tasso di remunerazione dei capitali investiti dal concessionario (il Wacc, costo medio ponderato del capitale). Negli atti pubblicati, quel tasso è fissato al 6,85 per cento dopo le tasse (10,2 lordo), negli atti a base della concessione futura quel valore sale al 7,98 per cento. Un incremento che appare ingiustificato in un periodo di tassi sostanzialmente fermi. Così come ingiustificati appaiono gli aumenti annuali al casello, superiori all’inflazione programmata.

Il vaticanista scopre “l’accollo”

“Accollare” sta per “mettere al collo” (Treccani), “avvezzare gli animali al giogo” o anche “porre il carico sulla parte anteriore del carro in modo che il peso maggiore venga a gravare sulle spalle della bestia che lo tira” (Hoepli). In senso figurato “addossare un peso, un incarico, un obbligo e simili” e “ accollarsi” significa “assumersi un incarico, un obbligo” (Treccani). Nel caso dei migranti sbarcati dopo dieci giorni dalla nave Diciotti si puo dire “accogliere”, “ospitare” e mille altre cose, specie parlando con un sacerdote. Perciò ha stupito molti , sui social network e non solo, che l’autorevole vaticanista del Corriere della Sera, Luigi Accattoli, abbia chiesto senza mezzi termini al cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, in relazione ai migranti scesi sabato sera nel porto di Catania: “Ora dove li metterete questi cento che vi siete accollati?” (pagina 8 dell’edizione di ieri). Si fa strada, anche dove non te l’aspetti, il lessico della “pacchia”, dell’”invasione” e della speculare “lotta all’invasione”, quello che trasforma le persone in numeri, i naufraghi in prigionieri di guerra.

Minacce xenofobe all’allevatrice etiope: “Vivo in un incubo”

Insultata, minacciata e aggredita da un vicino di casa per il colore della pelle. Non solo: ruote bucate, macchinari danneggiati e un capretto ammazzato barbaramente. È il caso di razzismo denunciato da Agitu Ideo Gudeta, 40 anni, allevatrice scappata dall’Etiopia per sfuggire a un mandato d’arresto e arrivata nel 2010 in Trentino, dove ha avviato un’attività agricola, “La Capra Felice”. Sul caso indagano i carabinieri di Borgo Valsugana. La donna ha raccontato di essere stata avvicinata dall’uomo che abita non lontano dalla stalla da lei acquistata un anno fa e di essere stata aggredita alle spalle mentre era sola e stava pulendo la mungitrice. “Ti uccido, te ne devi andare brutta negra, questo non è il tuo posto”, le avrebbe detto. Già nel giugno dell’anno scorso – ha raccontato la donna ai giornali locali – l’uomo avrebbe dato alcuni segnali di intolleranza nei confronti suoi, del suo dipendente e di un richiedente asilo che lavora in azienda come tirocinante: “Loro sono di colore come me, e quell’uomo si è messo in testa che dobbiamo andarcene. Da un momento all’altro abbiamo perso la nostra libertà, non sappiamo come uscire da questo incubo”.

Pedofilia, il prete condannato non paga i danni

Il Papa chiede perdono per i preti pedofili ma chissà se muoverà un dito per i ragazzi violentati dal sacerdote protagonista del più clamoroso caso di abusi sessuali in Italia. L’ex parroco della borgata romana di Selva Candida, don Ruggero Conti, 63 anni, all’epoca dei fatti anche economo della Curia di Santa Rufina è stato condannato nel 2015 in via definitiva a 14 anni e due mesi di carcere per aver violentato 7 minorenni (esclusi altri casi prescritti). I poveretti non hanno ottenuto neppure un euro di risarcimento, né dal sacerdote né dalla Curia. E il loro carnefice non è mai stato in galera escluso un periodo durante le indagini preliminari. Il pedofilo in questione infatti, già delegato alle politiche della famiglia dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, dopo essere stato arrestato una prima volta, nel 2008, si è visto ripetutamente concedere dal tribunale di Sorveglianza di Milano gli arresti domiciliari per motivi di salute. “Depressione”, è la diagnosi. Fatti i conti, nonostante lo scandalo sia scoppiato dieci anni fa, il prete ha vissuto dietro le sbarre per meno di due anni. Poi sempre in convento o in clinica.

Nel settembre scorso il Tribunale di sorveglianza di Roma, quando don Conti era in una casa di cura nei pressi della Capitale, aveva deciso che le sue condizioni fossero compatibili con il carcere e aveva mandato i carabinieri in clinica per arrestarlo. Don Ruggero però nottetempo era evaso, salendo a bordo di un taxi con destinazione Milano. Giunto nel capoluogo lombardo, il prete si era presentato al pronto soccorso del San Raffaele accusando un malore. Così era entrato nella giurissidizione del tribunale di Milano a esprimersi in merito alla sua salute ed è di nuovo ai domiciliari in una clinica lombarda, peraltro vicino ai suoi familiari dal momento che il prete è di Legnano.

Don Conti, secondo sentenza, è tenuto a risarcire i ragazzini che violentò, all’epoca fra i 13 e i 17 anni, per complessivi 230.000 euro. Le altre parti civili (le famiglie degli abusati e l’associazione antipedofilia “Caramella Buona”, che ha assunto la difesa di due vittime) attendono 57.000 euro. Il prete si è dichiarato nullatenente. Muro di gomma anche dalla Diocesi di Roma, a cui gli avvocati di uno dei ragazzi violentati si erano rivolti in via bonaria con una lettera all’allora vicario di Sua Santità, cardinale Agostino Vallini. L’arcivescovo aveva risposto che l’affare era di competenza della Curia di Santa Rufina di cui era economo lo stesso don Ruggero e a capo della quale è rimasto lo stesso vescovo indagato e poi prosciolto dall’accusa di aver coperto il prete pedofilo: monsignor Gino Reali, che ricevette più volte segnalazioni e persino la denuncia scritta a mano da parte di un ragazzo ma non denunciò don Ruggero, anzi lo riconfermò parroco.

“È una vergogna. Il Papa non potrà affrontare il problema della pedofilia nella Chiesa fin quando non avrà il coraggio o la forza di affrontarlo in Italia – dichiara Roberto Mirabile, presidente e fondatore di Caramella Buona –. Sono convinto che il Papa subisca fortissime pressioni in Vaticano affinché in Italia non si apra il Vaso di Pandora, perché scoppierebbe il pandemonio”.

La priorità era colpire gli scafisti

Gentile direttore, il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio è salito a bordo della Diciotti, secondo notizie di stampa, ma non risulta che abbia interrogato tutti i soggetti stranieri presenti – minori compresi – per accertare le seguenti circostanze:

– perché hanno abbandonato il loro paese;

– come e da chi hanno appreso che era possibile imbarcarsi su quel barcone per recarsi in Italia;

– se e quanto e come hanno pagato, e a chi, per potersi imbarcare;

– chi conduceva il barcone;

– se tale persona era tuttora presente sulla Diciotti

– se al momento dell’incontro con la Diciotti v’era pericolo di naufragio;

– se detto natante sia stato sequestrato come prescrive il comma 9 bis dell’articolo 12 del d. lvo n. 286/98 aggiunto dalla legge 30 luglio 2002 n. 189.

Se ricorrano le condizioni previste dall’articolo 1 comma 4 lettere a) e b) seconda ipotesi del D.L. 416/1989 che non consentono l’espulsione dal territorio nei casi indicati da tali disposizioni.

Si è ipotizzato – si legge sui quotidiani – che il divieto di sbarco stabilito dal ministro Salvini realizzerebbe l’ipotesi di sequestro di persona; vietare l’accesso al suolo italiano di uno straniero, ospite di una imbarcazione – italiana o straniera – così da costringerlo a rimanere sulla stessa imbarcazione, configurerebbe il delitto punito dall’articolo 605 cpv n. 2 codice penale..

Si tratta a mio avviso di ipotesi assai azzardata. Sia perché il divieto di sbarco sul territorio italiano non può considerarsi equivalente alla “privazione della libertà personale”, posto che il migrante può recarsi dovunque liberamente senza alcun limite alla propria libertà di movimento (magari chiedendo di trasferirlo altrove a una Ong) con la sola eccezione dell’ingresso nel territorio dello Stato italiano, in assenza delle condizioni che per legge richiedono il permesso preventivo di entrarvi (ossia il visto di ingresso previsto dall’articolo 4 del decreto legislativo n. 286/ 1998). E che comporterebbero altrimenti il provvedimento di espulsione.

Salvini, sia pure in modo assai rozzo, ha dato attuazione alle norme che regolano l’ingresso illegale di stranieri in Italia.

Singolare poi è che solo in l’Italia si risponderebbe di illeciti di carattere penale per il divieto di ingresso, laddove tutti gli Stati europei rifiutano l’accoglienza di stranieri in difetto delle condizioni di legge (vedi la Francia i cui agenti ricondussero manu militari nel territorio italiano una donna incinta entrata abusivamente in quel paese) senza che alcuno si scandalizzi di ciò che gli altri Stati abitualmente fanno.

 

Niente pace per i cento: proteste a Rocca di Papa

Non c’è pace per i passeggeri della “Diciotti”. Dopo il divieto da parte di Matteo Salvini, che ha impedito il loro sbarco a Catania, e nonostante l’intervento della Cei che ha permesso di scendere dal pattugliatore, adesso devono affrontare la rabbia degli abitanti di Rocca di Papa, paese di 17 mila anime nella zona dei Castelli Romani, a pochi chilometri da Ciampino.

Arriveranno oggi dall’hotspot di Messina e rimarranno alcuni giorni nel centro “Mondo migliore” gestito dell’Auxilium, cooperativa cattolica fondata da Angelo Chiorazzo, ex vicepresidente di un’ altra coop bianca, La Cascina (vicina a Comunione e liberazione) coinvolta in molte inchieste su appalti per la gestione dell’accoglienza, tra cui quella su Gianni Letta e sul prefetto Mario Morcone, inchiesta poi archiviata. Per i contatti con un concorrente (Salvatore Buzzi), fu citato senza essere indagato nell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Mafia Capitale”. Chiorazzo è un imprenditore molto ben inserito che nei suoi centri riceve le visite di cardinali e vescovi, politici e prefetti. Uno sul cui profilo Facebook pubblica una foto in compagnia di papa Francesco, che avrebbe indirizzato i migranti verso il centro gestito da Auxilium: “Ma è stata la società a farsi avanti”, si apprende.

I cento migranti della Diciotti, soprattutto eritrei, si fermeranno nel centro “Mondo migliore” per poco, una settimana o poco più. I cittadini protestano sui social. “Io non li voglio”, scrivono da Rocca di Papa. “Se li tenesse il Vaticano”. È un diluvio di polemiche. “Non abbiamo ricevuto comunicazioni ufficiali del ministero degli Interni o della Prefettura, ma la decisione di ospitare i migranti a ‘Mondo migliore’ è una precisa indicazione personale di Papa Francesco”, ha scritto su Facebook il sindaco Emanuele Crestini. “Ci stiamo già attivando, in coordinamento con la prefettura e la cooperativa per continuare a garantire il massimo controllo sul territorio, per evitare eventuali disagi alla cittadinanza”.

Non è bastato a calmare gli abitanti. “Non saranno parcheggiati lì – garantisce il portavoce della Cei, don Ivan Maffeis –, hanno bisogno di pochi giorni per riprendersi dai problemi di salute”. Poi ci sono i tempi burocratici per l’accordo di Cei e Caritas con il ministero dell’Interno. Dopo l’incontro di sabato tra don Maffeis e Salvini, ieri il responsabile migrazione della Caritas, Oliviero Forti, e don Aldo Bonaiuto della Comunità Papa Giovanni XXIII (fondata da don Oreste Benzi per accogliere le donne ridotte in schiavitù) hanno incontrato i funzionari del Viminale e in serata è partita la lettera formale con cui la Cei assicura allo Stato la disponibilità di accogliere i cento migranti a spese dei vescovi: “La Cei darà alle diocesi dei contributi, ma in passato nessuna ha chiesto fondi per l’accoglienza avviata”, dice don Maffeis.

Molte sedi episcopali si sono fatte avanti: “Mi sta commuovendo il fatto che da tutte le chiese d’Italia mi giungano telefonate e messaggi di vescovi che dicono ‘Io 20, io 30’ – ha detto ieri il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della conferenza episcopale –: questa è la disponibilità della nostra gente e delle nostre Chiese”. Tra queste ci sono Milano, Torino, Brescia, Bologna, Agrigento, Cassano all’Jonio e Rossano Calabro. Spetterà alla Caritas stabilire quali progetti siano più adatti anche alle esigenze di mantenere dei legami tra i migranti: tra di loro ci sono tre coppie e molti fratelli che non devono essere separati. “Altrimenti è una spedizione di pacchi”, conclude don Maffeis. Il modello è quello dell’accoglienza diffusa nelle parrocchie e coordinata dalla Caritas con cui sono stati accolti circa 27 mila migranti.

Un’aggravante per Salvini: “Sequestrati anche minori”

C’è un’aggravante nel fascicolo sul ministro dell’Interno Matteo Salvini e sul suo capo di gabinetto, Matteo Piantedosi, che tra oggi e domani potrebbe già essere trasmesso al Tribunale dei ministri di Palermo. Il procuratore capo di Agrigento, Luigi Patronaggio, ieri stava ultimando la relazione che sarà trasmessa ai colleghi palermitani e che spiega per quali motivi Salvini e Piantedosi sono accusati di sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio. E per il reato più grave, il sequestro di persona, la Procura di Agrigento sta contestando anche l’aggravante di averlo commesso in danno di minori.

Tutto inizia la notte tra il 15 agosto e il 16 agosto, quando il pattugliatore Diciotti della Guardia costiera interviene in acque maltesi per soccorrere un barcone con 177 persone a bordo. Da quel momento i migranti – salendo sulla Diciotti – entrano ufficialmente nel territorio italiano. Ma restano in mare. Il 17 agosto sono fermi in rada al largo di Lampedusa. Passano altri tre giorni prima che il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli indichi un porto per l’attracco: il 20 agosto la Diciotti viene indirizzato verso Catania. Ma Salvini continua a non autorizzare lo sbarco. Le direttive varate nel 2015 prevedono infatti che sia il Viminale e non più il ministero delle Infrastrutture – che in questo caso ha quindi una competenza generica – ad autorizzare lo sbarco predisponendo tutto il necessario per le questioni di ordine pubblico, sicurezza e accoglienza. Autorizzazione che viene ripetutamente richiesta dal comandante della Diciotti. Ma senza alcun risultato. Il tutto – ha verificato il procuratore di Agrigento con le audizioni di tre giorni fa – avviene per telefono. Salvini comunica al suo capo di gabinetto, Matteo Piantedosi, che gli uffici competenti del Viminale non devono autorizzare alcuno sbarco. A sua volta Piantedosi lo comunica, sempre per telefono, al vicecapo dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, Bruno Corda, che in quei giorni sostituisce il capo dipartimento Gerarda Pantalone.

Questa sequenza di ordini telefonici – quindi non scritti – è al centro della contestazione che il procuratore Patronaggio muove ai primi due anelli della catena di comando: Salvini e il suo capo di gabinetto Piantedosi. Da quando, per la prima volta, viene rifiutata al comandante del Diciotti l’indicazione del porto dove sbarcare, Salvini e Piantedosi iniziano a commettere in sequenza i reati di abuso d’ufficio, arresto illegale e sequestro di persona. Reati che prevedono pene piuttosto alte: fino a otto anni per il sequestro di persona, che possono salire a 10 se “il fatto è commesso da un pubblico ufficiale con abuso dei poteri inerenti alle sue funzioni” e a 12 “se è commesso in danno di un minore”. Aggravanti entrambe contestate agli indagati. Il 22 agosto, quando il procuratore di Agrigento sale sulla Diciotti per verificare la situazione a bordo, scopre un numero di minori elevato. Patronaggio sta effettuando un’ispezione, corredata da fotografie, che viene allegata al fascicolo in transito verso il tribunale dei ministri. E tra le fotografie della “situazione critica” trovata a bordo, ci sono anche quelle dei minori presenti. È solo il giorno dopo, il 23 agosto, quindi ben 5 giorni dopo il soccorso, che scenderanno dal pattugliatore: di minori non accompagnati dalla Diciotti ne sbarcano ben 27. Parliamo di 25 ragazzi e due ragazze, tra i 14 e i 17 anni, tutti di cittadinanza eritrea fatta eccezione per una cittadina somala.

Per loro, come per gran parte degli altri migranti delle stesse nazionalità, c’è un’altissima probabilità di avere una risposta positiva alla richiesta di asilo. Ma dalla notte del 16 fino allo sbarco iniziato la sera del 25 agosto, chi poteva informarli sulla “procedura di protezione internazionale” che deve essere assicurata – immediatamente dopo i primi interventi di assistenza – a chi scappa da un paese in guerra? Per questo motivo la Procura di Agrigento contesta anche l’abuso d’ufficio. Il motivo: non aver rispettato le norme previste dal Testo unico sull’immigrazione. Norme applicate soltanto dal 25 agosto in poi. Ora spetterà al Tribunale dei ministri valutare se Salvini e Piantedosi, per le condotte contestate dalla Procura di Agrigento, meritano una richiesta di rinvio a giudizio, un’archiviazione oppure – nell’attesa – un supplemento d’indagine.