L’avevano pestato a sangue solo perché nero. In cinque sono stati arrestati dal gip di Lamezia Terme su richiesta del pm Marta Agostini secondo cui l’aggressione è avvenuta per “motivi abietti e futili e per finalità di discriminazione e odio razziale”. Ad avere la peggio è stato un dominicano, residente a Milano, che si trovava a Falerna il giorno di Ferragosto assieme alla sua compagna di Lamezia Terme, incinta, e alla suocera. Anche quest’ultima è stata aggredita e ha riportato la frattura di una spalla. L’aggressione si è verificata all’interno e all’esterno di un ristorante. Ai domiciliari sono finiti il cameriere Massimo Campisano, i due addetti alla sicurezza, Fabrizio Francesco Perri e Angelo Tolone, e due cittadini marocchini. Il dominicano non aveva gradito le pietanze che gli erano state servite. “Negro di merda – sono state le frasi che hanno anticipato il pestaggio –, risali in macchina e vai via che qui in Calabria i negri non sono accettati”. E poi botte e sprangate fino a mandarlo in ospedale. Per il pm, i cinque arrestati hanno agito per odio razziale.
“La fiducia riposta nel M5S è già a rischio”
“La novità, se possiamo definirla così, è che i Cinquestelle si stanno svergognando già sul breve periodo. Non era detto, ma è accaduto e questo a mio avviso è un bene”.
Di Luciano Canfora si ammira la spigolosa nettezza dei suoi giudizi, e un’analisi asciutta, attenta e spesso definitiva. “Non è preveggenza. Le previsioni hanno sempre un che di infondato. Mi sembra piuttosto che la caratteristica genetica del Movimento 5 Stelle, aver raccolto un consenso così largo anche nelle opzioni politiche, quel grande fritto misto di un po’ di destra, di sinistra e di centro, lo abbiano messo nella condizione di essere sussunti”.
Leghistizzati.
Il povero Roberto Fico avanza continuamente riserve. Ma le sue parole cadono nel disinteresse. Uno come lui, che è di sinistra, è stato messo nel ruolo politicamente inconsistente di presidente della Camera. Mentre Luigi Di Maio, che credo provenga dai commerci, detta la linea. Anzi, se la fa dettare.
È Salvini l’asso pigliatutto.
Le pulsioni di tipo fascistico erano chiare ed evidenti a tutti già prima. E nemmeno l’Italia è un caso isolato. La Francia, che ha conosciuto Vichy, ha leader di simile caratura, e anche in Germania idee di uguale tono sono vive. La questione, non totalmente nuova, è questo spirito da Cavalier servente del Di Maio.
Non sembra avere la personalità.
Dico proprio di no. E non so se a Casaleggio, che a quel che leggo è il proprietario del Movimento, questa personalità così modesta sarà gradita ancora per molto.
Siamo all’epurazione?
Non lo so proprio. Dico che i proprietari sono per natura capricciosi. E quando non hanno soddisfazione dai dipendenti, li cacciano.
Perché è così duro il suo giudizio sui Cinquestelle?
Perché fanno di tutto per meritarselo. Hanno goduto di un tale consenso, e tanti sono stati gli elettori che hanno riposto, attraverso il voto, fiducia in loro.
Fiducia in loro o piuttosto sfiducia negli altri?
Ambedue le cose. Gli altri, in questo caso la sinistra, nella fattispecie il Pd, non potrà far altro che arretrare. È un partito morto, se non rimuove la sua classe dirigente, quel cenacolo renziano, non ha alcuna speranza non solo di tornare al governo, ma di essere soggetto minimamente credibile.
I grillini sembrano aver consumato il vantaggio competitivo sul resto della classe politica.
Assolutamente sì. Intravedo in Luigi Di Maio l’ossessione della poltrona. La parte inferiore del suo corpo fa oramai tutt’uno con la seggiola ministeriale. E questa ossessione, unita alla incapacità di tracciare il solco di una linea politica autonoma e originale, offre la cifra di una debolezza così grande, ma così grande.
La Lega accentuerà i suoi caratteri di destra?
Noto che Salvini usa il meglio del vocabolario mussoliniano. Le frasi più espressive del ventennio sono nel suo cuor: ‘Molti nemici molto onore’, la prima. Oggi ho letto un’altra sua perla: ‘Mi prendo l’Italia’.
Lei pensa che Salvini abbia in mano l’Italia?
Devo ricordarle Giolitti? Il fascismo è l’autobiografia dell’Italia. E certamente oggi c’è un consenso elevato, un leader scaltro che conosce gli italiani. Con Bossi la Lega aveva un odore campagnolo, gregaria di Berlusconi. Con Salvini la storia si capovolge: Forza Italia è al lumicino e tenterà di intrufolarsi nella festa. Le farà compagnia Giorgia Meloni che perlomeno è fascista per davvero. Il colpo può riuscire.
Ma se i Cinquestelle sono già ammaccati, a sinistra regna il deserto.
Riporto qui un giudizio abbastanza definitivo di Guglielmo Epifani: Matteo Renzi non riuscirà mai più a far vincere il Partito democratico, ma certo è fondamentale per continuare a farlo perdere.
Tweet molesti e lagna continua. Salvini sembra l’altro Matteo
La domanda è questa: fino a che punto Matteo Salvini potrà continuare a sequestrare navi (anche della Guardia costiera italiana) e a usare i funzionari del Viminale come personale di servizio? Ma anche “a privare persone della libertà senza base legale e su imposizione ai suoi gregari alleati, a minacciare i magistrati, a insultare gli avversari, a sbeffeggiare il presidente della Camera, a sfidare il capo dello Stato, a scavalcare il premier” (Corriere della Sera). Insomma, a sostituirsi al governo come se ne fosse l’unico proprietario? E a ogni ora del giorno e della notte, continuare a fare la vittima e a frignare su Facebook, oddio mi vogliono arrestare, venite a prendermi, non vi temo perché rispondo soltanto a sessanta milioni di italiani (bum)? Mentre tra un tweet e l’altro apparirà in ogni dove, come Madonna pellegrina con microfono incorporato per somministrarci l’ennesimo pippone, con labbro tumido e occhio umido? Ci chiediamo fino a che punto, non per lanciare i soliti allarmi sulla democrazia in pericolo o sul fascismo alle porte, ma per segnalare, da semplici cronisti, l’alluvione molesta del salvinismo (nel senso di Salvini) sproloquiante e dunque la sua rapida renzizzazione (nel senso di Renzi). Con gli esiti infausti facili da ricordare.
Le analogie tra i due Matteo sono del resto impressionanti. Anche Matteo Uno pensava di avere l’Italia ai suoi piedi: il famoso 40% e rotti alle Europee di quattro anni fa, che è un po’ più reale dell’ipotetico 40% vagheggiato da Matteo Due e fermo per ora al pur notevole 32% dei sondaggi. Anche il Matteo di Rignano amava insultare gli avversari (o semplicemente chi non si genufletteva) chiamandoli rosiconi. Gli stessi “rosiconi” a cui il Matteo di Milano manda “tre milioni di baci”. Se l’uno fa il martire perché indagato dalla Procura di Catania, l’altro ebbe molto a lamentarsi del “fango” piovutogli addosso dall’inchiesta Consip. Anche Renzi polemizzò spesso con il Quirinale, e in modo brusco sulla conferma di Ignazio Visco al vertice di Bankitalia (“non condivido la scelta”). Quanto ad arroganza e supponenza da parte di Renzi nei confronti di chiunque non fosse Renzi, Salvini ha molto da imparare ma è sulla buona strada. Ad accomunarli è soprattutto l’uso ossessivo e compulsivo dei social, la presenza permanente sui teleschermi, il piagnisteo davanti a qualsiasi critica di giornalisti e osservatori indipendenti sentendosi entrambi depositari di una non meglio verità rivelata. Non è un mistero che alla base del disastro del referendum del 4 dicembre 2016 ci fu l’insopportabile prosopopea con cui l’allora premier pidino trattò nei dibattiti in tv Gustavo Zagrebelsky e Ciriaco De Mita, che ne uscirono da trionfatori. Per dirla in modo forse crudo, da quel momento Renzi cominciò a stare sulle palle agli italiani e non ha smesso più. Come ha scritto Tomaso Montanari: “Se si cerca la ragione della diffusa insofferenza verso Matteo Renzi la risposta è: Matteo Renzi. Lungo tutta la sua carriera politica, Renzi non ha lavorato a costruire una comunità, ma a drammatizzare il rapporto tra un capo e la folla”. Chi vi ricorda? “Un rullo compressore lanciato su società e politica per spianare qualsiasi ostacolo”: sempre Renzi secondo la definizione di Stefano Rodotà, anch’essa sovrapponibile al duce leghista.
È finita come è finita, perché gli Italiani si stufano quando meno te lo aspetti. Questo intendeva il saggio (e forse preveggente) sottosegretario Giancarlo Giorgetti quando il giorno del giuramento del governo disse di aver spedito a Salvini una foto di Renzi a perenne monito sulla vanità delle umane ambizioni. Invano, a quanto sembra.
Tria: “In Cina non per vendere il debito”. Lo spread cala
La missione del governo italiano in Cina ha lo scopo di rafforzare i rapporti economici tra i due Paesi, “non certo quello di cercare compratori per i titoli del debito pubblico”. Lo ha detto ieri il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nel primo giorno della sua visita, in un’intervista al quotidiano cinese Guangming dopo una settimana di indiscrezioni, alcune per la verità assai curiose (secondo La Stampa, per dire, il ministro Paolo Savona ha un piano per rivolgersi a investitori russi) apparse sui giornali. La tesi che la Cina potrebbe diventare il nuovo investitore del debito pubblico al posto della Bce, dopo la fine del programma di acquisti (il Quantitative easing) “non corrisponde al mio pensiero”, dice Tria, che chiarisce: “Non abbiamo questo problema. Gli investitori cinesi valuteranno se acquistare i titoli italiani, esattamente come faranno gli investitori di altri Paesi o gli investitori italiani. Fino a oggi chi lo ha fatto non si è pentito”. Ieri lo spread tra Btp e Bund decennali ha chiuso in calo a 277 punti. “Tornerà a scendere” assicura Tria. Il banco di prova sarà la legge di Bilancio, attesa entro il 20 ottobre. Prima di allora, però, il governo deve aggiornare stime di crescita e obiettivi di finanza pubblica.
“Subito il reddito per tutti. Il 3 per cento si può sforare”
“La revoca della concessione ad Autostrade procede ottimamente, ci sta lavorando il presidente Conte che è un eccellente avvocato. Certo, mi aspetto che ci facciano causa: cosa puoi aspettarti da persone che come prima dichiarazione sulla tragedia di Genova hanno negato di avere colpe?”. Il vicepremier Luigi Di Maio ostenta fiducia: “Ci sono tutti i presupposti per la revoca, poi realizzeremo la nazionalizzazione”.
E come? Non è affatto semplice da realizzare.
Pensiamo a un nuovo soggetto ad hoc che gestisca quelle strade. Bisogna scegliere tra un modello statale o un altro composto da più soggetti regionali. Ci stiamo lavorando.
Ci sarà anche un commissario per la ricostruzione?
L’auspicio è che ci sia. Sceglierà il presidente Conte.
Lei insiste sulla nazionalizzazione. Ma questa enfasi può scoraggiare gli investitori esteri, non crede?
Gli investitori vengono scoraggiati da contratti come quello fatto per Autostrade, colmo di privilegi. Loro chiedono concorrenza vera. E comunque per me la nazionalizzazione non è una religione: per altri settori valuteremo. In questo caso era una scelta obbligata: non potevamo riaffidarci a uno dei tre soggetti privati, Toto, Gavio o Benetton, perché avrebbe prevalso ancora la logica del profitto.
E delle migliaia di lavoratori di Autostrade che ne sarà?
Quello non è un problema, per loro esiste la normativa sui passaggi di cantiere. Verranno tutelati.
Sarà. Intanto dall’Italia fuggono capitali per miliardi, e lo spread preoccupa. C’è grande sfiducia verso il vostro governo.
È frutto di una narrazione, che ci dipinge come barbari. È la stessa descrizione che davano dell’Amministrazione Trump, che però poi negli Stati Uniti ha fatto crescere il Pil del 4 per cento.
L’Italia non è l’America. Come proverete a rimediare?
Con il contatto diretto con gli investitori.
Magari aiuterebbe a fare chiarezza sulla politica economica. Secondo il leghista Giancarlo Giorgetti, è possibile lo sforamento del tetto del 3 per cento del rapporto tra deficit e Pil. Per lei?
Non lo escludo, tutto può essere. Ma non possiamo dirlo ora, stiamo lavorando alla legge di Bilancio. Se per raggiungere i nostri obiettivi servirà, accederemo agli investimenti in deficit.
Un’altra sfida all’Europa.
Nessuna sfida. Vogliamo solo fare il bene dei cittadini. E la regola del 3 per cento l’ha definita sbagliata il suo stesso inventore (un funzionario del governo francese, ndr).
Nel M5S dicono che potreste varare subito una versione ridotta del reddito di cittadinanza, da 7-8 miliardi.
Io voglio realizzare subito le tre misure principali del contratto di governo: superamento della legge Fornero, reddito di cittadinanza e flat tax.
Quindi, reddito subito? Volevate prima riformare i centri per l’impiego…
La riforma si può avviare assieme alla distribuzione del reddito di cittadinanza.
In quale misura?
Io voglio una forma di reddito più ampia possibile, non procedo in modo timido.
E il ministro dell’Economia Tria che ne pensa? Siete in guerra, tanto che non ha ancora dato le deleghe ai sottosegretari.
Lavoriamo bene assieme. Quanto alle deleghe, abbiamo deciso di non perdere i primi due mesi in scartoffie.
Le deleghe non sono scartoffie, ma potere.
Tria sta già delegando ai sottosegretari, mi creda.
Oggi Salvini incontra a Milano il premier ungherese Orbán. Voi avete precisato che non lo incontrerà a nome del governo, ma si vedranno in prefettura.
E dove lo si riceve un premier?
Appunto…
Con Orbán non vogliamo avere niente a che fare. Ma la sua posizione esplicitamente contraria alla revisione del Trattato di Dublino di fatto è la stessa di Germania e Francia.
La Merkel non mette il filo spinato alle frontiere.
Lei e Orbán sono nello stesso partito in Europa.
Molti nel Movimento sono stufi delle dichiarazioni di Salvini. Le frasi di Roberto Fico hanno portato a galla un enorme malumore.
Roberto ha il pieno diritto di esprimersi da presidente della Camera, ma io ricordo a tutti che Salvini lo conoscevamo bene già prima. È ovvio che su alcune cose non siamo d’accordo, ma il contratto di governo l’ha votato il 94 per cento. C’è una dialettica di governo aperta, perché noi siamo un esecutivo sincero.
Questo giustifica il tenere sequestrati esseri umani al largo di Catania?
Per me il governo non ha sequestrato nessuno. La nostra posizione è sempre stata per i ricollocamenti dei migranti, e non puoi portarla avanti con modi gentili.
A bordo c’erano donne stuprate, tanti con la scabbia.
Abbiamo fatto scendere i minori. E appena i medici ci hanno segnalato i casi abbiamo fatto scendere i malati.
Dopo giorni.
Appena è arrivato l’ordine dei medici.
Salvini ha dato la linea, e tutti vi siete accodati. Compreso Conte, subalterno.
Falso. Il governo ha lavorato compatto, con Conte in prima fila. E la decisione di non far sbarcare subito i migranti è stata presa da tutti noi.
L’Europa e Berlino contro il governo: “L’Italia paghi l’Ue”
La replicaa Luigi Di Maio, che nei giorni scorsi aveva minacciato di tagliare i contributi all’Unione europea in caso di mancata collaborazione nella gestione dei migranti, arriva da Berlino e da Bruxelles. Ieri il primo a parlare è stato Steffen Seibert, portavoce di Angela Merkel, che ha ammonito l’Italia: “Il finanziamento del bilancio europeo è stato ratificato nei Trattati europei. E vale per tutti”. Contro il governo si è espresso poi un altro tedesco, il commissario europeo al bilancio Günther Oettinger: “L’Italia non dà 20 miliardi di euro l’anno all’Ue – come invece aveva sostenuto il vicepremier Di Maio – bensì 14, 15, 16 l’anno. Se si sottrae quello che riceve dal bilancio dell’Unione, resta un contributo netto di 3 miliardi di euro l’anno”. Pur ammettendo che negli scorsi anni l’Europa ha dato “scarso sostegno” all’Italia nel gestire la crisi migratoria, Oettinger ha però respinto le ultime accuse del governo, rivendicando di aver coordinato l’accoglienza dopo l’ultimo Consiglio europeo “arrivando a soluzioni su base volontaria”. Le stesse di cui il governo italiano non si accontenta più.
L’incontro con Orbán fa tremare Conte
Il copione della vigilia è quello dell’attesa: tutto dipenderà da quello che il ministro Matteo Salvini dirà in conferenza stampa al termine del suo incontro – oggi alle 17 – con il primo ministro ungherese Viktor Orbán. Così, a Palazzo Chigi, tendono a minimizzare e sottolineano che i colloqui con “quelli di Visegrad” li portano avanti tutti, compreso il presidente Giuseppe Conte, che questa mattina incontra il presidente ceco Andrej Babis. Eppure, al di là delle dichiarazioni ufficiali, il “bilaterale” convocato di sua sponte dal ministro dell’Interno tutto è stato tranne che gradito.
Nei giorni scorsi, attraverso un comunicato firmato dai capigruppo di Camera e Senato, il Movimento 5 Stelle ha pubblicamente espresso la sua perplessità, precisando che l’incontro non avveniva in rappresentanza del governo. Difficile sostenere la tesi nel momento in cui Matteo Salvini ha deciso di accogliere il leader ungherese nella sede della prefettura di Milano.
L’appuntamento, tra l’altro, arriva a nemmeno una settimana di distanza dal vertice tra il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e il suo omologo di Budapest Peter Szijjarto: un incontro avvenuto nel pieno della crisi umanitaria della nave Diciotti e che si è conclusa con il rifiuto dell’Ungheria di aiutare l’Italia nell’accoglienza dei 177 migranti.
D’altronde, il governo Orbán è quello che ha recintato i confini nazionali con il filo spinato e che sta combattendo la battaglia “in difesa della cristianità”, lo stesso che conta quota zero nel bilancio dei ricollocamenti europei e che è contrario alla riforma del Trattato di Dublino. E se per Moavero il dialogo con Budapest continua a essere all’insegna delle “dissonanze”, il suo collega ungherese ha apprezzato le ultime mosse del governo italiano: “L’Ungheria ha già dimostrato che i confini di terra ferma possono essere difesi – ha detto Szijjarto la settimana scorsa –. L’Australia e l’Italia hanno dimostrato che anche i confini marittimi possono esserlo”. Proprio quello australiano è il modello a cui il titolare del Viminale ha detto di voler arrivare: “Evviva la civile e seria Australia”, ha twittato ieri, commentando la notizia che in Australia è arrivato il primo barcone in quattro anni e i migranti sono stati tutti arrestati.
In contemporanea con il vertice Salvini-Orbán, oggi pomeriggio, le associazioni Insieme senza muri e I sentinelli di Milano hanno promosso una manifestazione di protesta a San Babila: all’appello hanno aderito numerose Ong e sigle come Anpi, Arci, Cgil e Acli. In piazza ci sarà anche LeU, Possibile e alcuni esponenti del Pd.
“Ci ha delusi”: la luna di miele interrotta tra toghe e Bonafede
Potrebbe essere la fine della luna di miele tra i magistrati e il ministro della Giustizia. Alfonso Bonafede, il Guardasigilli espresso dal Movimento 5 Stelle, è accusato di non aver difeso con sufficiente forza i magistrati attaccati da Matteo Salvini, ministro dell’Interno e leader della Lega. “Doveva intervenire subito. E far sentire forte e chiara la sua voce”: questo è l’umore diffuso, il sentimento comune che si raccoglie tra le toghe. A metterci la faccia, per tutti, è il presidente dell’Associazione nazionale magistrati Francesco Minisci, con le sue dichiarazioni a Repubblica: “Tutti coloro che ricoprono incarichi istituzionali, anche i membri del governo, in particolare il ministro della Giustizia, debbono avere a cuore e difendere le prerogative costituzionali della magistratura”. Opinione condivisa da chi ricorda come Bonafede si fosse presentato come il primo ministro della Giustizia con un programma netto di difesa dell’autonomia e indipendenza della magistratura, senza interferenze della politica e in sintonia sui temi in discussione, dalle intercettazioni telefoniche alle misure contro la corruzione. C’è chi ricorda anche che aveva avviato un confronto positivo con la magistratura associata, incontrando una delegazione dell’Anm e poi i rappresentanti dei quattro gruppi associativi, che si erano detti tutti soddisfatti del dialogo aperto e del clima di collaborazione instaurato. “Ora però non è stato abbastanza deciso a intervenire. Per qualcuno di noi è stata una delusione”, mormora un pm. Altri sono più cauti e restano in attesa.
Salvini aveva attaccato il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, dopo che questi aveva ispezionato personalmente l’imbarcazione Diciotti con a bordo 177 migranti bloccati in porto dal ministro dell’Interno e dopo che aveva deciso di iscrivere Salvini nel registro degli indagati, per i reati di sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio. “Se i magistrati pensano di intimorire qualcuno si sbagliano”, ha reagito ieri il leader della Lega, in un’intervista al Messaggero in cui ha poi annunciato che il governo gialloverde intende mettere mano alla riforma della giustizia, “non per l’inchiesta su Salvini ma perché abbiamo milioni di processi arretrati e questo è uno dei problemi che frenano gli investimenti in Italia. Una riforma dei tempi della giustizia serve. Poi affronteremo la separazione delle carriere e il correntismo della magistratura”. Parole che risuonano come una minaccia ai magistrati e che lo hanno fatto tornare in sintonia con Silvio Berlusconi, grande habitué dell’attacco alle toghe. Parole che, in più, confermano la tendenza del leader della Lega a intervenire su tutto, a uscire dalle competenze del suo ministero e a scavalcare il Consiglio dei ministri.
La prima reazione del ministro Bonafede alle parole di Salvini era arrivata domenica: “Il governo – aveva scritto sulla sua pagina Facebook – fa le sue scelte e le porta avanti compatto e a testa alta nel rispetto dei cardini fondamentali della democrazia. Tra questi c’è la separazione dei poteri e il rispetto della magistratura che può chiaramente essere criticata, ma mai offesa. Ventilare un movente politico dietro l’azione dei magistrati appartiene a una stagione politica ormai tramontata con l’arrivo della Terza Repubblica e del governo del cambiamento”.
Ieri il Guardasigilli ha ribadito il concetto, sostenendo che la magistratura va rispettata, che il ministro non fa il sindacalista dei magistrati, però tutela al massimo l’autonomia dell’azione giudiziaria e l’indipendenza della magistratura: “Parlare di pm politicizzati, oggi, è totalmente fuori tempo. Uno degli obiettivi che il Guardasigilli si è posto sin dal suo insediamento è quello di tirare fuori la giustizia dal pantano in cui la politica l’ha costretta negli ultimi decenni. E su questo non arretrerà di un millimetro”.
I Senza Vergogna
Ma chi scrive i testi ai Benetton&Autostrade per l’Italia? Non contenti del tragicomico comunicato sul crollo del ponte Morandi, dei due festini a Cortina a poche ore dalla tragedia, della conferenza stampa-farsa dopo i funerali e della richiesta di danni al governo per le critiche alla loro malagestione, questi professionisti della catastrofe se ne sono inventata un’altra: per dimostrare di non aver nulla da nascondere, hanno pubblicato online una serie di documenti che tenevano segreti da anni sulle concessioni gentilmente ottenute dal 1999 al 4 marzo 2018. E hanno spacciato il tutto per una desecretazione totale. Purtroppo – come spiega Daniele Martini a pag. 8 – si sono scordati un paio di dettagliucci: le carte sullo scandaloso aggiornamento della concessione nel 2007 (governo B.&Lega) e sulla Gronda di Genova usata come scusa da Gentiloni&Delrio per prorogare il contratto senza gara e riaumentare i pedaggi. È il progetto che, in barba ai suoi documenti ufficiali, Autostrade gabella per sostitutivo del ponte Morandi (mentre avrebbe consentito ai Benetton di lucrare sia sulla Gronda da 5 miliardi sia sul ponte pericolante). Poche ore dopo il ministero dei Trasporti ha pubblicato tutto, ma proprio tutto online, sbugiardando la finta trasparenza di Autostrade. Così Benetton e i loro compari politici si son dati non una, ma due zappe sui piedi. 1) Hanno ammesso che i segreti di Stato sulla concessione non avevano ragion d’essere, se non per coprire le vergogne di concessionario e mandanti. 2) Hanno confessato di essere perfettamente consapevoli dei privilegi indebiti ricevuti e di aver tentato di occultarne i dettagli più imbarazzanti fino all’ultimo, pur sapendo che il governo stava per smascherarli.
Ora Pd, FI, Lega & C. dovranno spiegarci perché garantirono quei privilegi indebiti, tenendo i cittadini (e persino l’Autorità che dovrebbe vigilare sui trasporti) all’oscuro non dei continui aumenti dei pedaggi (quelli sono pubblici), ma delle loro motivazioni. E d’ora in poi nessun bene pubblico – tv, acqua, spiagge – dovrà più restare o finire a privati con patti segreti. I cittadini hanno il sacrosanto diritto di sapere tutto della gestione dei beni pubblici, specie quando sono monopoli naturali. Non sappiamo quanto durerà la strana coppia M5S-Lega, ma bastano pochi mesi per restituire fiducia nella democrazia con una mossa semplice e a costo zero: applicare il principio di trasparenza inaugurato da Conte e Toninelli su Autostrade a tutti i settori che nascondono rendite di lobby. E restituirci almeno l’idea platonica di un Ufo ormai disperso nell’iperuranio: lo Stato.
Tutti al mare. Ed è subito effetto triglia
Qualcuno ci prova gusto a spiaggiarsi sulla sabbia rovente, nel grande caldo d’agosto, coi piedi bagnati dalla risacca lenta e ripetitiva. Da quando sono bambina osservo distaccata quest’umanità di tutti al mare a “mostrar le chiappe chiare” e non la capisco. Mi sento un po’ come il visitatore della meravigliosa canzone di Paolo Conte, Una giornata al mare: “Sono venuto a vedere quest’acqua e la gente che c’è”, e me lo immagino coi lembi della camicia e dei pantaloni arrotolati, coi calzini nelle scarpe tenute con due dita, a passeggiare tra gli asciugamani e gli ombrelloni, estraneo, con la voglia di rifugiarsi all’ombra di uno chalet a bersi una gazzosa ghiacciata. Sì, io sono un po’ come quel signore, però diversamente da lui che va al mare solo per “…vedere la gente che c’è” ed evadere per poche ore dalla monotonia di una casa in campagna, con solo un geranio sul balcone, io il mare, quello vero lo amo. Scivolo nel blu e divento mare, mi piace nuotare, mischiarmi a questo mondo subacqueo tra sgombri, orate, branzini e soprattutto triglie. Il problema è che i suddetti pesci, mitici abitatori del mare non ci sono più, sono diventati come le sirene, se ne parla tanto dai tempi del povero Ulisse, ma chi le ha viste mai! E allora mi rifugio nella fantasia e per un attimo mi sento triglia, ovviamente di scoglio, con i miei bei barbigli rossastri e l’andatura fluttuante come una ballerina classica. Forse è per questo che ho deciso di studiare danza. La sala prove per me diventa il mare, svolazzo e piroetto davanti allo specchio, come se fossi immersa nell’immenso blu marino. Io in quel momento sono triglia a tutti gli effetti! Nessuno se ne accorge, solo Manolita ha qualche sospetto. Meno male che i pescatori in sala prove non sono ammessi.
(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)