Il libro del potere è diventato come quello della giungla

Credo che il pensiero guida del libro di cui sto per parlare (Le 48 leggi del potere di Robert Greene e Joost Eiffers) sia stato di offrire un manuale di competenza e di guida a coloro che si occupano di potere, cioè tutti. Il potere, infatti, esercizio o tentato esercizio di esso, compiacimento, meta o progetto di vita, opposizione o tentata resistenza, è infatti divenuto, come un tempo l’amore, la forza, la saggezza, la preveggenza, il punto di riferimento nei tre stadi fondamentali: cercare il potere, avere il potere, combattere il potere.

L’autore non sa di avere Italia, un Paese che è la casa madre del suo testo, una sorta di palestra esemplare per questa versione (come avere e come esercitare il potere) di questa sua palestra di arti marziali. Fin dalla copertina, il libro di Greene avverte che l’acquisizione del potere non è come un titolo nobiliare o accademico, che si realizza nel momento in cui viene conferito. Piuttosto avere potere è sempre soltanto un inizio.

Il potere richiede di essere controllato e ricreato in ogni istante. Fin dalla copertina il libro avverte che “il punto uno” è “non porre mai in ombra il capo”. E infatti giornali e telegiornali italiani, da quando l’Italia ha un governo gialloverde (due vice-consoli sempre all’attacco e un primo ministro di buone maniere) hanno prontamente calibrato i tempi e gli spazi, in modo che ciascuno dei due contitolari del potere abbiano molta visibilità quotidiana, con particolare attenzione per lo stile rabbioso di uno dei due, e a quello para-religioso dell’altro. Ma tengono conto anche della regola due che dice: “Imparate ad approfittare dei nemici”. La nuova scuola italiana del potere a doppia guida non fa altro. Il potere di prima, si capisce fin d’ora, è perennemente presente (e colpevole), e si capisce che non uscirà mai di scena, per rispondere di tutto, da adesso a dopodomani. Greene, se passasse dall’Italia, dovrebbe comunque aggiungere al suo utilissimo vademecum del potere, una regola o una nota in più: non dimenticatevi di esaltare (notandone la gravità e il pericolo) i “poteri forti”, una lista che cambia sempre a seconda di chi dà torto ai nostri neo potenti, o della misteriosa immaginazione del sacro verbo della rete. Ma il libro del potere è come il libro della giungla. Ogni giorno nuovi animali. E, se non sono venuti per dare una mano al potere, dovremo imparare a combatterli.

“La violenza sessuale e quelle foto mi hanno devastato vita e carriera”

La sua casa è piena di luce, il suo cuore di ombre. A 84 anni Miranda Martino ha sentito il bisogno di scrivere un libro autobiografico. Non l’ha fatto per raccontare se stessa ma per scacciare i fantasmi che ne hanno accompagnato la carriera di cantante, attrice e showgirl e che, fino all’uscita del libro, la divoravano nel profondo. Più è angusto lo spazio di manovra, più i contorni del male sembrano infiniti. C’era solo un modo per ridurre il peso malvagio dei ricordi, condividere con altri il passato balordo. Rivivere la violenza per tentare di depotenziarne l’eco ben sapendo che il prezzo da pagare è molto alto. Molte le analogie con la cronaca e l’attualità in una sorta di #MeToo rilanciato ora, ma sofferto 60 anni fa quando non c’erano né telefonini né social. Miranda ha vissuto per certi versi le stesse angosce di molte ragazze e donne di oggi, vittime di ricatti e soprusi amplificati dalla Rete e dalla tecnologia.

Il libro si intitola Caduta in un gorgo di torbide passioni – L’autobiografia di una diva della canzone italiana. Leggerlo non può lasciare indifferenti, perché nel racconto che va dall’infanzia in una famiglia tradizionale, passata a girovagare per l’Italia cercando oasi di pace in un periodo in cui cadevano le bombe del secondo conflitto mondiale, fino agli inizi della carriera e poi ancora con l’affermazione e l’evoluzione di un’attività artistica che spazia dalla musica leggera alla prosa impegnata, dalla radio alla tv, dagli spettacoli alle canzoni napoletane, dalla scrittura di testi per libri e inchieste fino alla direzione di un teatro a Roma. Una curiosa alternanza tra la donna forte e risoluta che si ribella al sistema e l’altra più debole, malinconica e inquieta. Spesso sola. “La mia voglia è fare i conti con me stessa – racconta la Martino – e far partecipi gli altri dei miei errori, vizi e lati oscuri”. E poi: “Le rabbie, le vergogne, ora che sono matura, sono mature anch’esse e le voglio analizzare anche a costo di farmi male”.

Nel racconto dell’Italia che tenta di rialzarsi dopo la devastazione di una guerra (subita e non compresa) a un tratto appare la violenza. La più abietta: quella sessuale. Due momenti distinti, accomunati dal dolore e dalla rabbia. Dall’umiliazione e dalla vergogna. Nella prima circostanza, poco più di una ragazzina, va incontro al martirio senza accorgersene. Un giovane incontrato sul tram numero 28 a Piazza Cavour si offre di riaccompagnarla a casa e… “Il ragazzo che avevo appena conosciuto diventò un’altra persona, cambiò completamente faccia, sembrava una bestia, il viso contratto, gli occhi fissi su di me, minacciosi. Io non riuscivo a reagire, dalla gola non mi usciva alcun suono, mi sentivo impotente e senza scampo, e il ballatoio di quel quarto piano divenne il palcoscenico di uno stupro”. Dopo pochi minuti, nel raccontare la violenza ai genitori, ecco l’altra tragedia. “Avrei avuto bisogno di conforto e invece non dissero una parola, nel loro sguardo c’erano solo durezza e rimproveri, e io mi sentii infelice e colpevole”.

Passano alcuni anni e Miranda non è più una sconosciuta. Comincia a farsi apprezzare nel mondo dello spettacolo e, dopo alcuni provini, firma un contratto con la Rai. Per motivi di lavoro entra in contatto con il maestro Bruno Canfora, in quegli anni uomo molto potente della Rai nonché direttore d’orchestra, compositore, arrangiatore e autore di molte canzoni di successo. “Fu un colpo di fulmine, ma un colpo a tradimento, una violenza sconvolgente, per quanto squallida, si abbatté su di me. Amavo il maestro che mi aveva insegnato a cantare, a muovermi in mezzo a tutti gli ostacoli, che nell’amore mi aveva fatto conoscere l’estasi, ma lui, proprio lui, mi inflisse una pugnalata”.

Quello che segue è il racconto di un incontro di corpi, troppi. Il preludio alla beatitudine si trasforma nel tormento. Un whisky bevuto tutto d’un fiato stordisce Miranda che lascia che il partner la spogli e la distende sul letto. “Chiudo gli occhi, sono completamente abbandonata, ma lui non è vicino a me. Vagamente sento che traffica con qualcosa. Lo cervo, voglio il suo corpo, la sua pelle. Mi penetra subito subito senza troppi preliminari, e nello stesso tempo sento un clic, poi mi cambia posizione, un altro clic”. Forse sarebbe il momento di aprire gli occhi, invece continua il buio. “Sono completamente in suo potere, gli appartengo, può fare di me quello che vuole, non potrei oppormi. Tutto il mio essere è un paradiso di fuoco, di perversione, sono pronta anche ad altro”.

E l’altro entra. Miranda continua: “Mi accarezza, mi penetra e ancora quel clic; mentre lui mi bacia sulla bocca e l’estasi diviene sublime, il clic è sempre là. Quando riapro gli occhi vicino a me non c’è più nessuno”.

Fosse un film diremmo “stacco”. Passano gli anni. Miranda è data tra i cantanti che si sfideranno al Festival di Sanremo del 1959 ma un dirigente della Rca le dice, con imbarazzo, che la casa discografica è contraria alla sua partecipazione: condotta morale dubbia, si dice in giro partecipi alle orge.

“Ne venni a conoscenza tardi, anche se il linciaggio morale era cominciato presto e io non me ne ero accorta. Lo seppi da un amico molto stretto del ‘maestro’ che tempo dopo ebbe pietà di me e mi raccontò che nell’ambiente giravano alcune mie fotografie molto compromettenti, che il ‘maestro’ aveva avuto il coraggio di stampare e di consegnare a due cantanti famosi che io conoscevo bene, erano stati due banali flirt e il maestro lo sapeva, anzi per eccitarsi voleva che gli raccontassi cosa avevo fatto con loro. E io, plagiata fino all’inverosimile”.

Miranda bruciò i negativi che le furono consegnati ma questo non l’aiutò più di tanto, era sicura che circolassero copie delle immagini di quella maledetta sera. Il terrore di vederle di nuovo l’atterriva e l’atterrisce tuttora. Un incubo che l’ha costretta a una carriera meno luminosa delle altre dive di quegli anni e che l’ha obbligata a sperimentare altre forme d’arte oltre al canto. “Nel 2005 al Bagaglino, dove ero in scena con una commedia in cui impersonavo una gattara, mi arrivò una cartolina: ‘Abbiamo le tue luride foto le metteremo su Internet’. La persecuzione continua, devo ancora pagare il mio peccato!”.

Nel libro c’è molto altro: lo slancio artistico, l’impegno civile (per i detenuti) e quello politico (per Pci/Pds prima e i Radicali dopo); la quotidiana battaglia per far tornare i conti e il braccio di ferro con le banche; i rapporti con la famiglia, le relazioni con mariti e compagni e il legame con il figlio (“Mi hanno accusata di essere una madre snaturata perché l’ho fatto studiare lontano da Roma e lontano da me”). Ma il molto altro non può prescindere dalle “torbide passioni”.

Un altro festival si può: la finestra sul cinema indipendente di Militello

La Mostra del Cinema è a Venezia ma negli stessi giorni – dal 31 agosto al 3 settembre – a Militello, in Sicilia, apre il Mif, ovvero l’Independent Film Fest, il festival delle chicche e delle rarità cinematografiche negate dal circuito ufficiale. Se in Laguna si va da spettatori, tra i fichi d’India di Militello – uno dei centri in assoluto più belli del barocco nel Val di Noto – si coglie invece un’occasione unica: con una macchina da presa in mano, a ognuno, è data la possibilità di fare cinema in prima persona.

Il direttore artistico, Daniele Gangemi, offre ai visitatori – con le indicazioni di massima, e i tempi di realizzazione – l’intero centro storico della città per farne un set a disposizione dei visitatori e realizzare così lungometraggi, cortometraggi, documentari e videoclip. Il ciak che dà avvio alle riprese in piazza Santa Maria della stella – previa selezione – trova conclusione nelle proiezioni diurne al Teatro Tempio. Un’opera-paese, dunque, il Mif. Un trionfo del casting – “profilo destro, profilo sinistro, profilo centro”, per dirla con L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore – immune dal dilettantismo, non fosse altro per via della giuria, tutta di fuoriclasse. Con Ottavio Cappellani, scrittore amato (anche dal pubblico internazionale), c’è Daniele Ciprì, di cui resta fondamentale, oltre al sontuoso capitolo di cinema scritto in coppia con Franco Maresco, il film È stato il figlio.

C’è il produttore Paolo Saviolo, quindi Cinzia Castania, Fioretta Mari e, infine, il maestro Paolo Bonvino, l’autore, tra le altre sue colonne sonore composte per il cinema, della celeberrima Marcia dei Pizzini ne La Matassa di Ficarra & Picone.

C’è la Mostra a Venezia, certo, ma il cinema – quello che nasce sul campo – è in Sicilia. Non più, ahinoi, a Taormina, dove non traccia delle star un tempo alloggiate al San Domenico, ma nei tre giorni di Militello – pur sempre la città di una star dell’immaginario qual è Pippo Baudo – chiamati a spegnere il virtuale del web per accendere di fantasia, per tramite del grande schermo, il reale.

A proposito di reale: Mililtello è anche il luogo dell’Italienische Reise, la prima tappa nientemeno, di Michelle Hunzinker che vi arrivò un’estate consumando un giovanile amore; è anche, oltre che culla di Baudo, il paese di Nello Musumeci, il presidente della Regione siciliana ma, soprattutto, al municipio, c’è Giovanni Burtone, il sindaco, un galantuomo di rara schiatta, alunno di un grande maestro – Rino Nicolosi, un gigante della Dc che fu – nonché antico amico di Sergio Mattarella che i suoi corazzieri, invece che al Lido, dovrebbe spedirli a far cornice alla presentatrice del Mif, Simona Pulvirenti, la nuova Baudo.

Certo, tutto il mondo è paese ma Militello – nessuno si offenda – è il primo dei paesi (indipendenti!).

Mark, il re africano che vigila sul suo regno tra bagnanti e turisti

Questa è una storia strepitosa. Ho conosciuto un re africano. Ma non chiedetemi quale sia il suo Paese, è senz’altro l’Africa nera, di più non saprei dirvi. So solo il suo nome, Mark. L’ho conosciuto sulla riviera adriatica, mentre vegliava sul suo regno: un grande posteggio, dall’altra parte della ferrovia rispetto al lido frequentato dai proprietari delle auto affidate alla sua giurisdizione. Lui se ne sta assiso, alto e tornito, su una poltroncina, in un punto strategico per controllare in lungo e in largo il proprio territorio. Indossa uno strano abito regale: una casacca verde di plastica, senza maniche, di quelle fosforescenti, sopra una maglietta e un paio di jeans. E sandali marroni, che indossa solo quando si alza in piedi. E un copricapo beige. I bagnanti non abituali lo scambiano spesso per un posteggiatore abusivo, talora elargendogli un saluto amichevole e beneficandolo di una o più monete, che lui non rifiuta ma neppure pretende. Non è il posteggiatore, però. Re Mark è il garante dell’ordine pubblico. Il difensore della legge.

“Gliel’abbiamo chiesto noi”, spiega il suo omonimo italiano, Marco, un simpatico e pragmatico gestore di lido. Che racconta qualcosa che non sta negli annali e nemmeno nelle nostre fantasie. Capitava che soprattutto la sera, o di notte, durante le cene che si tengono nel ristorantino a ridosso degli ombrelloni, le auto dei clienti venissero sfregiate o saccheggiate. Le condizioni infatti erano ideali. Dalla spiaggia nessuno può vedere persone e movimenti dall’altra parte dei binari. E anche dalla strada nessuno ha modo di scorgere che cosa avvenga nel grande spazio oblungo. La polizia, più volte chiamata, non ha mezzi per un controllo continuativo. Da qui l’idea. “Vedevo Mark passare sopra la battigia, avanti e indietro con le sue mercanzie. Sì, faceva il vucumprà. E allora gli ho proposto di lavorare per noi: perché non ci guardi le macchine? Devi impedire i furti e i danneggiamenti”.

Ma ci si può fidare di un vucumprà così sui due piedi? Marco, che è sveglio e ha le relazioni giuste, si è rivolto allora a un amico poliziotto. Gli ha dato le generalità del candidato e ha avuto il responso: nessuna denuncia a suo carico, tutto in ordine; ha pure tre figli piccoli. Restava da appurare un’altra cosa, importante. Sta forse in qualche filiera, lavora cioè al servizio di qualcuno che gli dà le merci? È Mark stesso a tranquillizzare il futuro datore di lavoro: non lavoro per nessuno, mi procuro le merci e le vendo per i fatti miei. A quel punto affare fatto.

Per 50 euro al giorno Mark tutelerà l’ordine dalle 11 del mattino alle 2-3 di notte. E arrotonderà con le mance di chi lo scambierà per un posteggiatore abusivo. E anche con i regali di chi verrà a sapere la sua vera storia, compresi i giocattoli o i vestiti per i tre bambini. Può sembrare poco, come salario, a un italiano. Ma non alla famiglia di Mark, evidentemente. Che è famiglia onesta. Tanto che la sorella, vedendo la regolarità delle nuove entrate, si insospettisce e telefona al lido. Per sapere se il fratello lavori davvero con loro. Ma come fa il giovane africano a scoraggiare ladri e malviventi locali? Ha per caso un porto d’armi? Marco sorride, orgoglioso di avere contribuito a costruire questa bella storia. “Non ce n’è bisogno. I furti li fanno dei ladruncoli, molte volte zingari. Basta che Mark si avvicini con la sua altezza imponente, con in mano la grande torcia che gli abbiamo dato, e si danno alla fuga”. I bagnanti finiscono per guardarlo anche con una punta di ammirazione. Quella del vucumprà diventato re di un fazzoletto di terra, con una sua divisa speciale, è storia che passa di bocca in bocca.

Così come passano sulla spiaggia, ignari o noncuranti delle grida di governo, decine di altri vucumprà. Vestono in ogni foggia, dai pantaloni leggeri a mezza gamba a solenni completi bianchi. Enormi borsoni neri, o sacchi di plastica azzurra. Camminano veloci, poco insistenti. Portano occhiali, braccialetti, teli dalle fantasie bellissime, giocattoli, ventagli, grappoli di camicette. Rifiatano talora sotto gli ombrelloni. Uno sta allungato su una sdraio vuota all’ombra. Ha un fisico robusto, chissà se diventerà anche lui un difensore della legge. Non sono spariti, sono molti più di quel che si narra. Una signora bionda compra una tunica e chiede al venditore come va, alludendo ai rigori di Salvini. Lui risponde che va male, perché sulle spiagge ci sono pochi italiani. Ecco come il mondo si può guardare da tanti punti di vista…

Le uniche candidabili sono Mara Maionchi e Maria De Filippi

La vorremmo eccome una Salvina, esibizionista e impudente, carismaticamente sovrappeso e impermeabile alle critiche, calda nella comunicazione quanto fredda e cinica nelle strategie. Ma ci sarà un motivo per cui la politica italiana, sia a destra che a sinistra, non riesce a tirare fuori uno straccio di donna, a torso nudo o in tailleur, in grado di rubare la scena ai maschi. Una Marine Le Pen, una Beata Szydlo, una Nicola Sturdeon, una Yuriko Koike, una Renho (sì, perfino nell’ultra tradizionalista Giappone ci sono più donne a capo di un partito che da noi). Ne abbiamo di più o meno brave, più o meno preparate, più o meno oneste, ma non una capace di far sognare almeno quanto fa arrabbiare, e che ne sia consapevole, e ci marci, sostenuta da un cocktail invincibile di ideali (giusti o sbagliati) e di ego. Una della razza che in passato si è declinata in nobilissime badass come Emma Bonino e Oriana Fallaci, disobbedienti e impavide, fisiologicamente incapaci di fare il “passo indietro” che in Italia si chiede sempre alle donne, anche alle migliori. E che le donne, specie le migliori, fanno, sempre – perché desiderare il potere effettivo, non quello manipolatorio della camera da letto, della culla e della cucina, è il vero peccato mortale, che non viene perdonato né dagli uomini né dalle altre donne.

Soprattutto a sinistra, dove è ammesso solo il profilo alla Hermione Granger – la sgobbona collaborativa di aspetto gradevole che affianca i protagonisti maschi e ne espone correttamente il pensiero nei talk show della mattina. Ma anche a destra le “toste” Meloni e Santanché, per non parlare della Mussolini, hanno dovuto ripiegare sulla grinta puramente decorativa delle pupe da saloon. La triste verità è che fino a quando Mara Maionchi e Maria De Filippi non si daranno alla politica, le possibilità di una leadership al femminile vicina al popolo sono pari a zero.

Servirebbe un Salvini donna che vada in giro smutandata

Due ex mariti, svariati figli, più un bel fidanzato più giovane di lei: se Matteo Salvini fosse femmina, già sarebbe inchiodato alla sua biografia sentimentale. Perché a una donna non si perdonerebbe di fare una vacanzina con la figlia piccola, salvo andarsene a “selfare” selvaggiamente col nuovo amore su un motoscafo: minimo minimo sarebbe considerata una sciagurata che abbandona i suoi figli, mentre pubblicamente si dà gran da fare a difendere la famiglia naturale. Ma a un’eventuale Matteo Salvini donna non si perdonerebbe neanche lo stile torsonudista accanito, quell’andarsene in giro col look da spiaggia anche quando non c’è traccia di mare.

Immaginate una lei mezza nuda che va in giro per sagre e feste leghiste, canottiera e coscia di fuori: sarebbe un’apoteosi di critiche, dal più leggero “fuori luogo” al più diretto “mignotta”. Mentre lui, il Salvini maschio, vestito così sembra uno del popolo, uno come noi. Per non parlare dei selfie fatti compulsivamente con donne: l’equivalente Salvini-donna in posa con più uomini riceverebbe senz’altro dai social l’appellativo di ninfomane. Ma soprattutto la plateale xenofobia non si addice a una signora: che per sua natura deve essere empatica e piena di buoni sentimenti – e all’ambulante sulla spiaggia rivolgere un sorriso – mentre al maschio un po’ di stronzaggine si addice pure, e pazienza per chi ne fa le spese. Infine mai sarebbe perdonata a una ministra donna il delirio permanente di dichiarazioni, dall’inneggiare al ritorno della naja, alle foto ai funerali, alla condivisione eccitata della bufala dei migranti che volevano Sky. Perché si sa, la donna deve essere prudente, coerente, schiva, ragionevole, mai impulsiva. Per questo quando ci sarà una Salvini femmina, che va in giro smutandata a dichiarare di pancia fregandosene dei giudizi, allora la parità avrà fatto senz’altro un gigantesco passo in avanti.

Le fake news del cardinale Scola, il papabile che nessuno volle Papa

Il racconto della storia travestito da autobiografia risulta spesso parziale. Soprattutto quando lo scorrere del tempo stinge i fatti e contribuisce alla rimozione della realtà. È quanto capitato al cardinale Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano dal 2017 e oggi “pensionato” nella sua terra, il Lecchese, in Lombardia.

In questi giorni riminesi del Meeting ciellino, i quotidiani sono stati inondati da interviste del cardinale – da sempre “organico” a Comunione e Liberazione – sulla sua autobiografia vergata da un giornalista di Avvenire, Luigi Geninazzi, per l’editore Solferino: Ho scommesso sulla libertà. E così Scola ritorna sul Conclave del 2013, quando fu eletto papa l’argentino Bergoglio dopo la clamorosa rinuncia di Ratzinger. In più di una conversazione, l’arcivescovo emerito di Milano bolla come fake news la notizia della sua candidatura a pontefice, “costruita dai media” e poi usata successivamente per “metterlo ai margini” della Chiesa di Francesco.

Bene. La cosiddetta fake news di Scola candidato al soglio pontificio ha generato più di duecento articoli nel mese e passa che va dalle dimissioni di Benedetto XVI alla fumata bianca per Bergoglio, compresi quelli della versione americana del Wall Street Journal.

Non solo. Secondo le ricostruzioni di autorevoli vaticanisti, perlopiù di matrice ciellina, Scola si ritirò dopo il terzo scrutinio (aveva preso 50 voti) per l’ostilità di entrambi i “partiti” che si fronteggiavano in quel Conclave: il clan dei “curiali” italiani (Bertone e Sodano, in primis) e il “movimento” dei riformatori americani. A quel punto l’allora arcivescovo milanese ritirò la candidatura e Bergoglio sfiorò l’elezione al quarto scrutinio. Venne eletto alla sesta votazione perché la quinta fu annullata per un problema di conteggi.

Ma la prova regina che smentisce Scola è proprio una gaffe (se volete, una fake news) che lo riguarda e fece il giro del mondo. Appena si levò il fumo bianco dal comignolo della Cappella Sistina, la segreteria generale della Cei, la Conferenza dei vescovi italiani, mandò in rete un messaggio di gioia per l’elezione di Scola a papa. La Cei, non un quotidiano.

Champions, dove impera la Cuccagna

Immaginate i presidenti dei 32 club che dal 18 settembre prenderanno parte alla Champions League in fila indiana davanti all’ingresso della sede Uefa a Nyon. Beh, una cosa è certa: a loro andrà meglio che a Benigni e Troisi alle prese coi doganieri in Non ci resta che piangere. Invece di sentirsi dire: “Chi siete? Cosa portate? Sì, ma quanti siete? Un fiorino!”, non dovranno fare altro che sfilare davanti al presidente Uefa Ceferin, dire il nome del club e passare all’incasso. “Andrea Agnelli, Juventus”: 58,4 milioni. “Aurelio De Laurentiis, Napoli”: 39,5 milioni. “James Pallotta, Roma”: 35,9 milioni. “Zhang Jindong, Inter”: 38,9 milioni. Cash. Solo come primo acconto e prim’ancora del pronti-via. Sta davvero diventando il Paese della Cuccagna la Champions League Uefa che per aumentare il suo appeal, e quindi il suo valore commerciale, ha deciso di cambiare format aprendo ai grandi (4 club garantiti a Inghilterra, Spagna, Germania e Italia) e chiudendo ai piccoli. Gli incassi Uefa per la commercializzazione del torneo sono così schizzati da 2,3 miliardi ai 3,4 del triennio che va ad incominciare. Di questi, l’Uefa ne destina al montepremi quasi 2, per l’esattezza 1.950 milioni, quasi 500 in più rispetto ai 1.400 del triennio 2015-18. Dopodiché, seguiteci e tuffatevi anche voi nella piscina colma d’oro di zio Paperone Uefa.

Presenza. Il 25% del montepremi (488 milioni) viene distribuito in parti uguali ai 32 club partecipanti che ricevono quindi, solo per esserci, 15,25 milioni a testa.

Risultati. Il 30% (585 milioni) viene distribuito in base ai risultati ottenuti sul campo. Nei gironi una vittoria vale 2,7 milioni, un pari 900 mila euro. Chi va agli ottavi viene premiato con 9,5 milioni, ai quarti con 10,5 milioni, in semifinale con 12 milioni e chi arriva in finale con 15 milioni (4 in più se la vince). Per capirci: un club che vincesse le 6 partite del girone e poi il trofeo guadagnerebbe di soli “premi-partita” 67,2 milioni.

Ranking storico. Un altro 30% (585 milioni) viene distribuito in base al “ranking storico”. L’Uefa ha stilato una classifica che tiene conto del rendimento in Europa negli ultimi 10 anni concedendo bonus ai club più blasonati, come quelli che hanno vinto più Coppe. L’ultima delle partecipanti (la 32^) riceve una quota di 1.108 milioni, la penultima una quota doppia (2.216), su su fino ad arrivare al Real Madrid, primo, che riceve 35,46 milioni (32 quote) solo per la sua gloria. La Juventus, sesta, incassa 29,9, l’Inter circa 19, il Napoli 15, la Roma 13 (il loro posto esatto in graduatoria dipende dalla qualificazione o meno di Benfica e/o Ajax che potrebbero scavalcarli).

Market pool. Un ultimo 15% (292 milioni) viene distribuito infine in base al valore dei diritti-tv paese per paese. All’Italia spettano 50 milioni, metà assegnati in base alla classifica di serie A (alla Juve va il 40%, cioè 10 milioni, al Napoli il 30%, alla Roma il 20%, all’Inter il 10%), metà in base al numero di partite che riusciranno a giocare nel torneo.

Concludendo, sapete perchè Lotito in questi giorni ce l’ha tanto col suo allenatore Simone Inzaghi? Ve lo diciamo noi: all’ultima partita la Lazio era quarta, l’ha persa ed è arrivata quinta. Così farà l’Europa League, montepremi complessivo 500 milioni da dividere tre 48 (quarantotto) partecipanti. Sigh!

I cellulari compromettono la qualità dell’insegnamento

Ho raccontato a ottimi colleghi italiani che da qualche anno proibisco l’uso di cellulari, tablet e computer agli studenti che seguono le mie lezioni. Io stesso non utilizzo strumenti elettronici in aula se non per proiettare immagini indispensabili alla lezione. Ovviamente accade che ci siano casi eccezionali, ma eccezionali, appunto. Se uno studente trasgredisce la regola, tolgo un punto nella valutazione finale; se trasgredisce una seconda volta lo espello dall’aula. Naturalmente spiego bene le regole e le ragioni delle regole durante la prima lezione e tutto è scritto nella descrizione del corso. Nessun comportamento arbitrario da parte mia, ma inflessibilità. Una cara collega, docente di letteratura italiana, ha sostenuto che, invece, a suo giudizio i supporti elettronici aiutano a migliorare la qualità della lezione. Mi ha spiegato che così gli studenti possono verificare all’istante se le interpretazioni del docente sono corrette, possono arricchire le analisi con altri riferimenti testuali, possono criticare le idee citando testi diversi.

Le sue parole mi hanno indotto a riflettere, ma resto fermo nella mia convinzione che gli strumenti elettronici compromettono seriamente la qualità dell’insegnamento e danneggiano gli studenti. La lezione universitaria, almeno nelle mie materie (filosofia politica, ma credo che il discorso valga per tutte le discipline umanistiche) è un’arte molto semplice: una persona parla e gli altri ascoltano. Quando parla il professore gli studenti ascoltano; quando parla uno studente il professore e gli altri studenti ascoltano. Ascoltare, ci ha insegnato Guido Calogero nell’aureo libretto L’abbiccì della democrazia (1946), esige il rispetto di chi parla (non ascoltiamo persone che disprezziamo), convinzione di avere qualcosa da imparare (se fossimo certi di sapere tutto non ci sarebbe ragione di ascoltare gli altri) e soprattutto un atteggiamento attivo e una partecipazione attenta. Ascoltiamo davvero quando siamo presenti non solo con il corpo ma anche con la mente e con lo spirito e quando nulla ci distrae. Tutti i sensi devono partecipare all’ascolto e aiutare la comprensione dell’argomento trattato.

Orbene, quando gli studenti con i loro iPhone sono collegati a tutto il mondo non sono ‘lì’; sono ovunque, ma non lì. Quella particolare e fragile comunità che è l’aula universitaria non esiste più. Al suo posto c’è una stanza con una persona che siede in cattedra e parla a persone che siedono dietro a banchi. Aggiungo a questa anche un’altra riflessione. Poiché nelle mie aule le regole sono chiare e note a tutti, considero grave mancanza di rispetto trasgredirle sia nei miei confronti sia nei confronti dei compagni che si attengono a quelle regole. Là dove non c’è rispetto per il docente e per gli studenti, ancora una volta, non c’è aula universitaria. Meglio sarebbe, per tutti, sospendere le lezioni e andare a impiegare il proprio tempo in altro modo.

I risultati della mia severità sono, però, confortanti. Senza iPhone e computer l’attenzione degli studenti è intensa e continua. Posso guardarli negli occhi e capire quando riesco a suscitare la loro curiosità, o addirittura, il loro stupore. Vedo che si commuovono quando spiego Se questo è un uomo di Primo Levi o i discorsi di Martin Luther King. Posso adattare la lezione alle sensibilità degli studenti. Non paia autocelebrazione ma, con mia sorpresa, le valutazioni di fine corso sono sempre molto positive.

Gli esseri umani, ci insegnano i classici, sono fatti per contemplare il cielo, vale a dire cercare il divino e l’ideale. Tratto caratteristico della persona libera è saper guardare gli altri negli occhi; segno certo del vero vivere civile sono uomini e donne che dialogano guardandosi. La libertà morale che consiste nell’avere principi propri, cercati e capiti esige l’abito di guardare dentro di sé e interrogare in silenzio la propria coscienza. Mi auguro di sbagliare, ma a me pare che stiamo assistendo a una vera e propria trasformazione antropologica: al posto degli esseri umani che guardano al divino e all’ideale, agli altri e in se stessi, cresce attorno a noi il numero di persone, giovani e vecchi, con gli occhi sempre volti in basso sull’ iPhone, incapaci di conversazione civile, che non sanno neppure cosa voglia dire raccoglimento interiore o porsi una domanda morale.

La scuola in generale, e l’università in particolare, non deve in alcun modo assecondare questa tendenza ma combatterla con il massimo impegno. Prima ancora di insegnare nozioni, metodi d’indagine e tecniche di varia guisa, deve cercare di ispirare l’amore per la libertà morale, per la profondità del pensiero, per la vera conversazione civile.

Dopo Expo, il peccato originale dei terreni

È una storia infinita, quella dei terreni Expo. Negli anni sono stati dichiarati: puliti, inquinati, bonificati, ripuliti ma non abbastanza. Ora che su quell’area, per il progetto Mind (Milano innovation district), stanno arrivando investimenti per 4 miliardi di euro, 2 pubblici e 2 privati, i nodi vengono al pettine. Impossibile procedere con la costruzione di un grande ospedale (il nuovo Galeazzi), di un campus universitario (quello della Statale di Milano), di laboratori di ricerca (per Human Technopole), impossibile vendere a privati, a grandi aziende e multinazionali (tra cui Novartis, Bayer, Glaxo, Bosch, Abb, Celgene, Ibm), senza prima convincere tutti che i terreni sono stati bonificati e che la falda acquifera sotterranea non è inquinata.

Ebbene: alcuni dati e documenti raccolti dal Fatto Quotidiano mettono in dubbio entrambe la cose. Tanto che in una riunione di appena tre mesi fa i rappresentanti di Regione Lombardia, Città metropolitana (la ex Provincia) e Arexpo (la società pubblica proprietaria dei terreni) arrivano addirittura a ipotizzare, come si legge nel verbale, “l’adozione di ordinanze sanitarie, contingibili e urgenti”.

 

Terra / L’area Mind è ancora “sporca”

I terreni su cui è stata impiantata l’esposizione universale del 2015 sono stati bonificati dalla società Expo, guidata dal commissario e amministratore delegato Giuseppe Sala (ora sindaco di Milano). La bonifica però non è stata completa, fino a portare le terre a una pulizia secondo i valori imposti dalla tabella A, la più rigorosa. Non c’era abbastanza tempo ed Expo era una iniziativa temporanea: dunque era sufficiente rientrare nella tabella B.

Ora, però, per realizzare Mind, l’ospedale, il campus, il polo di ricerca, le aziende e le residenze definitive previste, è necessario adeguare i terreni alla tabella A. Potrebbe essere necessario portate via 36 mila tonnellate di terra “sporca” che contiene anche arsenico e solfati e che dovranno essere smaltite in discarica (dove?) come rifiuti. Quando costerà la nuova bonifica? Un milione e mezzo di euro, secondo le previsioni di Arexpo. “Ma è una cifra massima, nella peggiore delle ipotesi”, spiegano. “In realtà la situazione è meno compromessa del previsto, tanto che abbiamo appena ripulito 5 mila metri quadrati dell’area comprata dal Galeazzi per l’ospedale e abbiamo speso soltanto 28 mila euro”.

La società Expo Milano 2015 sostiene di avere speso, per le bonifiche già realizzate in passato e per la rimozione di terre inquinate e amianto, 37 milioni di euro invece dei 6 previsti all’inizio. Ora Arexpo sta realizzando le nuove bonifiche aggiuntive per portare i terreni a Tabella A. Alla fine, potrà rivalersi sui privati che le hanno venduto le aree (tra questi, il gruppo Cabassi e Fondazione Fiera). Un bel problema, perché i vecchi proprietari pur di non pagare sono pronti a fare cause. Cabassi ne ha già aperta una e Fondazione Fiera, che è creditrice di 47 milioni già messi a bilancio per i suoi terreni venduti ad Arexpo, trema al pensiero di veder assottigliare il suo credito a causa delle bonifiche. È un intreccio inestricabile di dare e avere, perché Fondazione Fiera è sì un ente formalmente privato, ma è controllato dalla Regione Lombardia, che di suo ha già messo 50 milioni per Experience, cioè le iniziative e i concerti che tengono viva e non abbandonata l’area in questi anni di passaggio tra Expo e Mind. Quei soldi servono, più che per i concerti, per appianare le perdite d’esercizio di Arexpo (38 milioni nel 2016, 12 milioni nel 2017)? No, risponde Arexpo: “Per far quadrare i bilanci 2016 e 2017 abbiamo utilizzato le nostre riserve, derivanti dall’aumento di capitale di 50 milioni sottoscritto dal nuovo socio, il ministero dell’Economia. Per il 2018 prevediamo invece di chiudere l’esercizio in leggero utile. Per i bilanci 2016 e 2017 non abbiamo in alcun modo utilizzato i finanziamenti regionali Experience”. L’affermazione sembra essere contraddetta però dai bilanci 2016 e 2017 della stessa Arexpo, dove si dice che la perdite d’esercizio (46 milioni nel 2016 e 22 nel 2017) saranno coperte – “sostanzialmente” nel 2016 e “parzialmente” nel 2017 – “utilizzando il versamento in conto capitale concesso da Regione Lombardia per la realizzazione del progetto Fast Post Expo”, cioè Experience. Comunque sia, almeno i 50 milioni del ministero vanno aggiunti al buco nero di Expo: già più di 2 miliardi di uscite complessive, con soltanto 700 milioni di entrate.

 

Acqua / La falda è avvelenata

Non c’è solo la terra di Expo, da riportare in tabella A. C’è anche la falda acquifera, inquinata per anni, forse decenni, dalle aziende a Nord dell’area. Soprattutto la Brenntag, ex Weiss, che aveva sede a un passo dall’esposizione universale e che per anni ha disperso nel terreno inquinanti pericolosi e cancerogeni come il tetracloroetilene e il cloruro di vinile. Sulla vicenda è in corso un’inchiesta della Procura di Milano. Arexpo, che ora (insieme a LandLease) deve vendere i terreni ai privati e dare forma al progetto Mind, cerca di rassicurare sostenendo che la falda è stata messa in sicurezza da un Mise (Messa in sicurezza di emergenza), una barriera idraulica che pompa e ripulisce le acque di falda. Ci sono però due problemi. Il primo è che il Mise, che dal 2015 è ben visibile appena fuori dal recinto di Expo, proprio a pochi metri dall’Albero della vita, è pagato con soldi pubblici (prima da Expo spa, ora da Arexpo spa): dovrebbe essere invece la Brenntag a pagare l’inquinamento procurato negli anni. Il secondo problema è che quel Mise pulisce l’area del “piezometro 12”, mentre lì vicino c’è un altro rilevatore di falda, il “piezometro 5”, che fin dalla prima metà del 2013 rileva la presenza, seppure non costante, di cromo esavalente e altri inquinanti. Già prima dell’esposizione universale l’Arpa (l’agenzia regionale del territorio) aveva chiesto di intervenire per sanare la situazione: le concentrazioni di 1.780 microgrammi per litro di cromo esavalente rilevate nel dicembre 2014 “comporterebbero l’adozione di immediate misure di messa in sicurezza d’emergenza delle acque di falda”. Nel 2015, l’anno di Expo, vengono segnalati picchi di cromo di 1.700 microgrammi per litro a maggio e di 850 ad agosto e settembre. La Asl di Milano segnala che le sostanze inquinanti vanno “in transito al di sotto della piastra espositiva”. Chiede interventi per “contenere la contaminazione”, “in relazione all’aumento delle concentrazioni di solventi clorurati nei pozzi di approvvigionamento del sito Expo”. I visitatori dell’esposizione universale hanno dunque bevuto acqua inquinata, con la quale sono stati pure cucinati i pasti dell’Expo dedicato al cibo? L’Asl, contattata da il Fatto Quotidiano, risponde di no: “Da quei pozzi non era prelevata l’acqua potabile, ma quella destinata a impianti antincendio, impianti di recupero energetico e irrigazione di aree verdi, escluse le colture edibili e impianti igienico-sanitari”. Quanto al vecchio inquinamento provocato dalla Brenntag, Arexpo ha fatto causa all’azienda, chiedendo il risarcimento del danno. “Se Città Metropolitana ci indicherà altre società inquinanti, apriremo cause anche contro di loro”.

 

Regione / L’ammissione: c’è “contaminazione”

In una riunione del 28 ottobre 2015, pochi giorni prima dalla chiusura di Expo, Città Metropolitana sostenne che il responsabile della contaminazione da solventi clorurati era il gestore della fognatura, cioè i diversi Comuni della zona. Nel maggio 2018, dopo anni di silenzio e nessuna iniziativa intrapresa, si torna a parlare di cromo esavalente: un documento della Regione Lombardia ammette che in corrispondenza del “piezometro 5” vi sono “focolai di contaminazione, individuati nell’area a monte idrogeologico del sito Arexpo” e che “non sono in corso azioni di bonifica delle acque di falda, in quanto non è mai stato rilevato il nesso di causalità tra gli inquinanti rilevati nelle acqua di falda e quelli presenti nei terreni insaturi”. Gli inquinanti, comunque, sono “rilevati”. Sono individuate anche due aziende che potrebbero essere la causa dell’inquinamento: la Waste Mag srl e la Ctv Automatismi Vigilante srl. Arexpo garantisce al Fatto “un monitoraggio continuo di ogni presenza d’inquinanti, che finora non ha mai rilevato valori anomali”.

Qualora l’intervento sulle due società non portasse a una soluzione, secondo Città Metropolitana per il futuro resta in campo una sola ipotesi: la necessità di varare quelle ventilate “ordinanze sanitarie, contingibili e urgenti”.