Gli inviati italiani nella Primavera delle illusioni

“Cara Valeria, approfitto della gentilezza del collega Ochetto della tv per scriverti. Qui la faccenda continua e spero di poter rientrare giovedì: ma non lo so. Sto vedendo se posso avere il visto della Polonia che, per fortuna, viene negato anche ai colleghi comunisti”. È il 9 aprile del 1968 quando la signora Valeria, moglie di Piero Novelli (1929-1983), inviato speciale della Gazzetta del Popolo di Torino, riceve la lettera del marito dalla Cecoslovacchia. Sono i giorni in cui la Primavera di Praga, il tentativo di un “socialismo dal volto umano” intrapreso da Alexander Dubcek e dagli altri riformatori, fa precipitare i rapporti con Mosca. In quelle ore Davide Lajolo, il comandante “Ulisse” della Resistenza e il biografo di Cesare Pavese, comunista non ortodosso e già redattore capo di Novelli a l’Unità, annota sul diario (pubblicato in Ventiquattro anni): “I commentatori dei giornali sovietici, di solito tardivi a pronunciarsi su fatti sgradevoli, cominciamo a schierarsi apertamente contro i rinnovatori” di Praga. Mancano più di 4 mesi all’invasione russa del 21 agosto, che nessuno, salvo forse i sovietici, ha messo in conto. Pure il segretario del Pci Luigi Longo, narra Lajolo, è andato a Praga e ritorna “convinto che la strada intrapresa dai rinnovatori è giusta”.

Insieme a Enzo Bettiza, Giorgio Bocca, Igor Man, Valerio Ochetto (che sarà arrestato a Praga nel 1972), e a Gianfranco Piazzesi, Bernardo Valli e Giuseppe Boffa (de l’Unità), anche Piero Novelli detto Pierino, ma il suo vero nome era Dario, va su e giù dalla Cecoslovacchia. La possibilità di riformare il socialismo in senso democratico, come sta facendo Dubcek, emoziona chi, come Novelli, era stato comunista e poi aveva abbandonato il Pci dopo i fatti d’Ungheria del 1956. In una corrispondenza del 14 agosto 1968, a una settimana dall’arrivo dei carri armati del Patto di Varsavia, Novelli incontra i redattori del settimanale Literàrni listy, che aveva contribuito a demolire il regime di Novotny, favorendo l’avvento di Dubcek alla guida del Partito comunista. Scrive che gli raccontano che “le copie si esauriscono in un baleno e pensano a un rinnovo e ampliamento sia nella veste editoriale che nella tiratura. Sono tutti al fianco di Dubcek e sanno che il loro destino è legato al segretario”.

L’occupazione sovietica, l’arresto di Dubcek, la repressione (circa 200mila esuli, 500mila espulsi dal partito), coglie Novelli in Italia. Nel giro di pochi giorni, passando dalla frontiera con l’Austria grazie a un capitano dell’esercito ceco che simpatizza con i rinnovatori della Primavera, è di nuovo in Cecoslovacchia.

In un’altra lettera inedita dell’Archivio Famiglia Novelli, un diplomatico italiano, Gino Tozzo, rievocherà da Helsinki a Piero, nel ’72, quei giorni, così come la crisi di Cipro. Di questa dice: “È ancora viva in me l’avventurosa serata di Nicosia di tanti anni fa”, nel “campo dei soldati greco-ciprioti a bere metaxa”. E aggiunge: “Pure nel famoso agosto ’68 mi trovavo a Praga, e lei, sono quasi certo, alloggiava al mio stesso albergo, il Park Hotel. Ho vissuto tutta la vicenda del popolo cecoslovacco, e anche da lì ho seguito con interesse i suoi articoli”.

Quando Ochetto verrà arrestato a Praga per aver introdotto un manoscritto giudicato ostile al regime, Tozzo si diede da fare per la scarcerazione. “Quanto lavoro! – scrive – Quante ore alla cifra e alla telescrivente!”. Era il ’72, la Primavera un lacerato ricordo. Piero Novelli (che era mio padre) aderì a molte iniziative per far liberare Ochetto. Non tutti i suoi colleghi dell’agosto 1968 risposero all’appello.

A metà tra Nato e Putin. Praga oggi ha due facce

La loro bandiera non può fermare l’invasione, ma ai ragazzi non importa: decidono comunque di arrampicarsi sul carro armato sovietico per sventolare il tricolore del loro Paese. Quei giovani cechi rimangono lì immobili da 50 anni nella stessa, celebre foto in bianco e nero. Uno scatto che fece il giro del mondo per raccontare l’agosto di Praga del 1968. Esattamente 50 anni dopo, i nipoti di quegli uomini che scesero per strada contro le truppe del Patto di Varsavia, hanno messo la memoria della loro Primavera nel Muzeum Komunismu, nel centro della Capitale, fermata della metro Mustek. All’ingresso dell’edificio ci sono tre parole tra un’enorme stella rossa e la statua di Marx: “sogno, realtà, incubo”. Ma che cosa sia stato quel pezzo di storia i cechi sembrano non averlo ancora deciso. È passato mezzo secolo da quell’agosto a questo, da quei lunghi mesi di rivolta a questi giorni di breve protesta, alternati da lunghi silenzi e fischi. Tra est ed ovest, tra Mosca e Washington, tra ieri e oggi: in biperenne bilico rimane la memoria e l’oblio di Praga.

Ieri, 1968. Dopo le dimissioni di Antonin Novotny dalla Presidenza della Repubblica, si rafforzò la nova vlna, la nuova onda ceca, che richiedeva democrazia e libertà al regime socialista. Fu battezzata Primavera. Seguirono mesi di tentativi di liberalizzazione e riforme nel Paese, ma l’esito di quella stagione fu l’intervento delle truppe del blocco di Mosca. I carri armati sovietici finirono per le strade di Praga, la firma di Aleksander Dubecek, che aveva preso il posto di Novotny, invece finì sul protocollo d’intesa con il Cremlino per “normalizzare” la situazione politica. Il ’68 praghese fu silenziato dai cingolati. Dubecek, rappresentante del “socialismo dal volto umano”, poi fu espulso dal partito e finì i suoi giorni da manovale in un’impresa forestale. Oggi, 50 anni dopo, il premier filoeuropeista di Praga è un tycoon milionario, fischiato dai giovani praghesi quando si è presentato cinque giorni fa alla commemorazione per le vittime di allora.

Perché dalle porte girevoli da quell’epoca a questa sono passati in molti, ma soprattutto il premier stesso. Andrej Babis, slovacco di nascita, 63 anni, il “Berlusconi di Praga” è figlio di un ufficiale della nomenklatura comunista. Diventò membro del partito della falce e martello nel 1980, in seguito informatore della sua polizia segreta, anche se ha più svolte smentito questa notizia dopo le indagini a suo carico alla corte di Bratislava. “Booh” urlarono ai sovietici i giovani cechi nell’agosto 1968 e “booh” nel 2018 i ragazzi di Praga hanno urlato a lui quest’estate.

Praga oggi rimane una città a due teste: una è quella filo-NATO di Babis, l’altra è quella del presidente filorusso Zeman, alleato fedele di Putin, che ha deciso di sottrarsi del tutto alle commemorazioni dell’invasione russa. Secondo il suo portavoce, Zeman si è già opposto nel 1968, “quando per le sue critiche ai sovietici perse il lavoro da insegnante universitario”. Per riempire la sagoma dell’assenza del presidente del loro Paese, non sapendo bene cosa fare, le tv ceche hanno deciso di mandare in onda il discorso di commemorazione del suo omologo slovacco, Andrej Kiska.

Musei e memorie. Dal Muzeum a Mustek, dopo un paio di minuti sottoterra, si arriva alla metro Staromesto, Città Vecchia. Alla facoltà di Filosofia, il memoriale di Jan Palach – lo studente di 21 anni che per protesta agli invasori decise di cospargersi di benzina e darsi fuoco nel gennaio 1969 – è coperto da una protezione in legno. Chi vuole lasciargli fiori rossi si rammarica, rinuncia e torna indietro. A ricordare Jan, simbolo della resistenza ai sovietici, ci sono nel parco di fronte due sculture e una poesia su una lapide di bronzo. L’intero edificio dell’Università Carlo IV dove studiava Palach, nella piazza oggi ribattezzata in suo onore, è coperto da un enorme telo blu: è in perestroika, ricostruzione. Intorno vagano visitatori ignari, con cani al guinzaglio e bastoni da selfie. Poi picnic di visitatori distratti al sole. Ieri erano invasori: oggi i russi sono turisti – decine di migliaia all’anno -, ma soprattutto imprenditori e, in politica, fraterni alleati di ritorno.

Secondo l’ultimo sondaggio fatto a Mosca, per un terzo dei russi, le truppe del Patto di Varsavia fecero bene ad “intervenire” in questa città, ma secondo più della metà “boh”: perché i russi di oggi non sanno nemmeno cosa è successo allora e qui, nel 1968 a Praga.

Dal 1968 al 2018. Da un Jan all’altro: se ieri era Palach, oggi è Kuciak. Migliaia di persone anche in Repubblica Ceca continuano a ricordare il reporter slovacco ammazzato, Jan Kuciak, ucciso sei mesi fa nella sua casa insieme alla fidanzata, perché indagava sulle connessioni della ’ndragheta calabrese e gli esponenti politici corrotti del suo Paese, che fino al 1993, era parte di questo: la Cecoslovacchia.

Quando il presidente Zeman è tornato a insultare la stampa nazionale, suo bersaglio preferito, il 15 marzo scorso, i giovani cechi di piazza Venceslao hanno invaso le strade urlando “vergogna” e hanno agitato in aria i cellulari. Quei led contro il buio erano contro il loro governo e per la memoria di Jan, che a differenza del primo, Palach, è divenuto martire senza volerlo, ultimo simbolo di quest’epoca nuova. Per lui in Repubblica Ceca in migliaia più volte sono scesi strada, in Slovacchia invece ci sono state le più grandi proteste mai viste dal 1989: marce che hanno portato alle dimissioni del premier slovacco Robert Fico, quello che chiamava i giornalisti “sporche prostitute” e che ha dominato la scena politica per una decade. Mentre gli slovacchi pianificano altre manifestazioni, i cechi silenziosi dai ponti della loro città attentamente osservano i fratelli slavi. E chi è venuto qui cinquant’anni dopo a cercare scintille di quella Primavera a Praga, deve andare a Bratislava.

Sparatoria al torneo di videogames, quattro i deceduti

È di almeno quattro morti e undici feriti il bilancio della sparatoria avvenuta ieri pomeriggio a Jacksonville (nel nord della Florida) durante un torneo di Madden, videogioco della Electronics Art (EA) dedicato al football americano. Tra i deceduti anche l’autore della sparatoria: “Un sospetto è morto”, ha twittato l’Ufficio dello sceriffo della città chiedendo alle persone all’interno del centro di rimanere nascoste mentre gli agenti conducevano le ricerche. Uno dei concorrenti, Steven ‘Stevevj’ Javaruski, ha riferito al Los Angeles Times che l’aggressore è un partecipante che aveva perso. La polizia ha poi affermato che non c’erano complici.

In un video diffuso su Twitter e rilanciato dai media Usa si sentono gli spari. Poco prima la telecamera inquadra due dei giocatori professionisti del videogioco. Su uno dei due compare il puntino rosso, forse quello di un puntatore laser. La “CompLexity Gaming”, una squadra di giocatori professionisti, ha affermato che uno dei suoi componenti è stato lievemente ferito alla mano da un proiettile. “È una situazione orribile”, ha twittato la EA.

Addio al campione dell’altra America

L’America pre-trumpiana era così affettuosamente devota al senatore John McCain, scomparso dopo una battaglia col cancro durata un anno, perché si rispecchiava in lui e, nel farlo, si riconosceva perfettamente.

Adesso le cose stanno in modo più complicato, ma ciò non toglie che l’omaggio al vecchio maverick, l’anticonformista (come gli piaceva essere soprannominato), sarà sentito e aprirà la strada a dei “come eravamo” che, in questi tempi politici, disturberanno il traballante presidente in carica (“Tanto morirà lo stesso” lo ha spietatamente liquidato recentemente Kelly Sadler, assistente di Trump). Perché McCain ha incarnato, in mezzo secolo di vita pubblica, l’americano ideale, il modello dell’uomo da sposare, del padre da avere, dell’interprete dello spirito di altruismo ed empatia che oltreoceano, a prescindere dalle appartenenze, è considerato il sentimento fondante della nazione, il valore originale coltivando il quale si è arrivati fin qui.

John McCain era la sintesi di alcune prerogative venerate dalla maggioranza dei connazionali – tanto più se si parla di “Buona Vecchia America” bianca, middle class, volitiva e patriottica – a cominciare dall’inestinguibile slancio a battersi per le “buone cause” (svarioni inclusi. Uno per tutti: la legittimità del vessillo confederato). McCain è stato prima di tutto un combattente, salito alla ribalta con l’etichetta di eroe di guerra, come pilota di un jet abbattuto nel ‘67 durante una missione in Vietnam e quindi costretto a una prigionia di cinque anni, costellata di torture e sofferenze. Rientrato in patria, da subito McCain ha personificato la propria storia, sistemandosi stabilmente a Washington in rappresentanza della sua Arizona e continuando a fare ciò per cui sembrava essere nato: dare battaglia. Peraltro, dimostrandosi alla lunga tutt’altro che un vincente: anche questa una caratteristica percepita emotivamente dagli americani, abituati a convivere con l’ansia da prestazione e coi fantasmi dei possibili fallimenti. Di fatto, molte sfide affrontate da McCain nella sua lunga carriera politica, si sono risolte con un insuccesso: ma agli americani questo piaceva lo stesso, perché va rispettato chi si batte con convinzione e in ogni caso perché pesava di più il candore individualistico col quale il biondo senatore si proiettava nella contesa, che l’effetto conclusivo delle sue battaglie. Così, forse perfino sfidando il cliché o in alcuni casi inseguendo il proprio personaggio, McCain col passare del tempo si è trasformato in un prototipo inossidabile dell’immaginario americano: quello del conservatore indipendente e romantico, il tradizionalista colto e spiritoso, animato dal gusto di sorprendere i prevedibili compagni di partito con le proprie sortite bipartisan e con le sue amicizie pericolose coi progressisti dell’altra sponda. Titolare, soprattutto, di posizioni improntate a un populismo “naturale”, ben diverso da quello strillato degli ultimi tempi, ispirato a un culto del buonsenso e ai principi del buon vicinato, del mutuo soccorso, del reciproco sorvegliarsi, che hanno cresciuto e fatto prosperare l’America suburbana del Novecento. È in questo solco che McCain ha vissuto le due principali spedizioni della sua vita politica, entrambe concluse con un verdetto di onorevole sconfitta. È successo nel 2000, quando fronteggiò George W. Bush nelle primarie repubblicane, venendone battuto con onore al punto da diventare naturale aspirante alla Casa Bianca 2008, salvo venir di nuovo travolto dall’onda montante della novità-Obama. Anche in quella occasione McCain piacque agli americani, per la cavalleria e l’eleganza con cui affrontò l’inatteso contendente, stuzzicandolo ma rispettandolo, e addirittura prendendone le difese di fronte ai connazionali che rabbrividivano all’idea di un nero nelle sacre stanze: “È un uomo dignitoso e un buon cittadino, del quale purtroppo non condivido molti punti di vista su questioni fondamentali” disse durante un dibattito, suscitando un’ammirazione bipartisan che oggi somiglia a un reperto archeologico di un mondo politico che non esiste più. Eppure, ancora una volta, McCain perse, perché si trovò a indossare contro Obama i panni del “vecchio che avanza”, a cui credette avventatamente di ovviare scegliendo, per il ticket elettorale, non un abile manovratore politico come Joe Lieberman (che gli avrebbe garantito un buon controllo strategico della campagna), bensì quel fenomeno da baraccone mediatico chiamato Sarah Palin. La maggioranza americana non apprezzò, scelse Obama e costrinse di nuovo McCain ad accettare la sconfitta – per quanto, vista dal nostro presente, quella scelta-Palin sembra meno peregrina che all’epoca, per come tentava di sparigliare le carte della tradizione, puntando su una postpolitica istantanea di cui adesso ci pasciamo giornalmente. Ma, come detto, McCain sapeva perdere e andare avanti. Continuando a combattere per le sue cause, sovente a braccetto con avversari di campo, accomunati a lui dal gusto american-chic per la buona vita: Ted Kennedy e Joe Biden, ad esempio, suoi allegri compari di sigari e cognac, mentre l’inaccettabile per lui aveva le fattezze di quel Donald Trump capace di trasformare in moneta politica la propria guasconeria affaristica. Presto McCain è divenuto il capofila dei repubblicani indisponibili a sottoscrivere l’avvento del deprecabile e rumoroso stile del miliardario palazzinaro: nel 2016 McCain accorda un iniziale, titubante supporto alla candidatura di Trump, ma allorché emergono le prime indiscrezioni sulle sue bravate sessuali, l’appoggio viene ritirato, per essere sostituito con critiche sempre più roventi. Trump ricambia l’antipatia: “McCain non è un eroe di guerra solo perché è stato fatto prigioniero. A me piace chi non si fa catturare”. Da quel momento gli scambi tra i due sono diventati torridi, fino all’imbarazzante epilogo: a fronte delle condoglianze formali inviate dal presidente alla famiglia McCain, Trump non è stato invitato ai funerali del Maverick e la Casa Bianca sarà rappresentata dal suo vice Mike Pence.

In sostanza, il lungo addio che la nazione ha consumato con questa leggenda vivente – su di lui sono appena usciti un documentario agiografico Hbo, intitolato “Per chi suona la campana” come il romanzo del suo amato Hemingway e “The restless wave”, volume autobiografico redatto a quattro mani col suo speechwriter Mark Salter – segna un altro passo nella direzione del distacco sentimentale dell’America da un’idea di se stessa per decenni coltivata con cura. Esce di scena il testimone dei valori nazionali, il “believer in the West”, una potente figura letteraria che di colpo sembra appartenere al passato, o a una minoranza o, peggio ancora, ai noiosi fautori della nostalgia canaglia. Lui era quello de “l’onore prima di tutto” e de “il mondo è un bel posto per cui vale la pena di battersi”. Oggi l’atmosfera è quella di un altro pessimismo, di un perenne sospetto, del guardingo egoismo. Tempi che cambiano. A sorpresa però, McCain stavolta potrebbe vincere, proprio congedandosi e, così facendo, storicizzandosi. Ovvero diventando un monumento stabile a qualcosa che non c’è più. E di cui, presto o tardi, da quelle parti si potrebbe cominciare a sentire una grandissima mancanza.

Pochi e precari: l’emergenza continua dei vigili del fuoco

Il crollo del ponte Morandi a Genova è solo l’ultimo degli episodi che ricordano, se mai ce ne fosse bisogno, che in Italia i vigili del fuoco sono troppo pochi. Se ci limitiamo a prendere come riferimento il numero stabilito dalla legge, mancano ben 1.500 addetti alle emergenze. Se però consideriamo le reali necessità di un Paese come il nostro, con frequenti catastrofi naturali (e soprattutto artificiali), le stime di esperti e sindacati sostengono che la carenza di agenti si aggiri tra le 5 e le 8 mila.

Il problema del Corpo sotto organico torna in cima all’agenda politica sempre quando siamo in presenza di un disastro che ha provocato morti e macerie. Ma ogni volta, facendo i dovuti calcoli, si nota come la situazione non sia cambiata rispetto all’ultimo episodio simile: le falle restano, nonostante le tante promesse. Basti pensare che stiamo ancora arruolando persone in graduatoria da dieci anni, e che il sistema si regge anche su migliaia di super precari chiamati solo all’occorrenza con contratti molto brevi.

Quando è crollato il ponte di Genova, la mattina del 14 agosto, in quel momento la Liguria non era in grado da sola di affrontare un evento di quelle dimensioni. Così è subito partito l’ordine di mandare squadre di vigili del fuoco da altre sei Regioni. Dal Piemonte si sono mossi in 95, 46 sono partiti dalla Lombardia, 31 dalla Toscana, 15 dall’Emilia Romagna e due dal Veneto. In casi come questi, è fisiologico che si chiamino rinforzi da altri territori. “Se però il terremoto nel Centro-Sud, avvenuto lo stesso giorno, fosse stato più grave – sostiene Mauro Giulianella della Funzione pubblica Cgil – saremmo andati in affanno dovendo gestire due emergenze contemporaneamente”. E poi vanno considerati i tempi di reazione: più agenti sono presenti sul territorio, prima si riesce a intervenire con un numero sufficiente di uomini. Se la carenza in una Regione impone l’invio di gruppi che vengono da più lontano, naturalmente, i tempi di viaggio rallentano l’intervento. Secondo il prefetto Saverio Ordine, capo della direzione centrale Risorse umane, “è solo grazie all’abnegazione dei nostri vigili, specialmente di chi ha voluto rinunciare alle ferie, che siamo riusciti a prestare un soccorso immediato”. “Sarebbe meglio – ha aggiunto parlando con il Fatto – che per certe cose non si rendesse necessario l’eroismo affrontando il problema della carenza di organico”.

A stabilire di quanti vigili del fuoco deve disporre il nostro Paese è la legge. Il numero indicato è 33.826: significa che ne avremmo (condizionale d’obbligo) 0,5 ogni mille abitanti. Una quantità già di per sé definita da molti del tutto insufficiente. Il vecchio progetto “Soccorso Italia in 20 minuti”, risalente al lontano 2002, diceva che per creare una rete in grado di raggiungere ogni punto dello stivale con quelle tempistiche servirebbero almeno altri 3.500 agenti. Ma il problema è un altro ed è ancora più grave: quel numero (33.826) è solo scritto sulla carta; in realtà il totale dei vigili del fuoco effettivamente in servizio si aggira attorno ai 32 mila. Come spiega il prefetto Ordine, “se consideriamo i capi reparto, i capi squadra e i vigili, cioè il personale operativo, la carenza è di 1.450 agenti”. Insomma, se anche volessimo accontentarci di quello che dice la legge, comunque dovremmo assumerne quasi 2 mila per metterla in pratica. Se invece volessimo raggiungere una quota ideale, riportata in diversi studi tecnici, oltre alla dotazione di legge dovremmo aggiungerne tra i 3 e i 5 mila. Stando all’opinione della Funzione pubblica Cgil, bisognerebbe rinforzare il Corpo con 8 mila ingressi e arrivare a un organico da 40 mila vigili. Qualunque sia la stima che vogliamo prendere come riferimento, più che di un buco dovremmo parlare di una voragine.

La politica finora ha fatto tanti proclami, ma alla fine è intervenuta solo con un po’ di stucco. L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti, per esempio, ha provato a mettere una pezza. Con la legge di Stabilità 2018, infatti, il precedente governo ha aumentato di sole 300 unità la dotazione organica. Questo ritocco, connesso alla sostituzione di quelli che sono andati in pensione, ha permesso da inizio anno l’assunzione di 700 nuovi vigili del fuoco. I nuovi entrati sono presi dalla graduatoria di un concorso svolto nel lontano 2008. Entro fine anno giureranno altri 400. Ora che al Viminale è di casa un professionista della propaganda sulla sicurezza, non potevano mancare nuove promesse. Dopo il crollo di Genova, Matteo Salvini ha annunciato 1.500 nuove assunzioni. Non è chiaro però se queste vadano considerate in aggiunta o solo in integrazione alle 612 già previste (sempre dal precedente governo) nell’ambito degli 8 mila ingressi in tutte le Forze dell’ordine, ma ancora fermi per problemi di copertura finanziaria.

Quel concorso, però, non è l’unico canale di reclutamento. C’è anche l’infinita galassia di super precari definiti “discontinui”. Sono volontari, iscritti in un elenco, che vengono chiamati – a seconda delle esigenze – e assunti ogni volta per soli 14 giorni. Sempre la manovra 2018 ha previsto un piano di stabilizzazione. Al momento, ci sono ben 12.700 in quel registro, ma solo 7.800 sarebbero idonei per l’assunzione permanente. Anche qui, gli ingressi sono previsti con il contagocce: per quest’anno potranno entrare solo in 105. È però ancora tutto fermo: “Sulla situazione di questi precari – dice Costantino Saporito dell’Usb – abbiamo aperto un tavolo con il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio. Per noi devono essere assunti, sia perché ne hanno diritto sia perché il Corpo ha bisogno di loro”.

Anche ammettendo il perfetto rispetto del piano di assunzioni, e il mantenimento della promessa di Salvini, saremmo comunque lontani dall’organico ideale. E mentre in Italia si fronteggiano le emergenze con l’acqua alla gola, negli altri Paesi europei si può contare su ben altre quantità, anche grazie a enormi schiere di volontari. Una tradizione, quella del pompiere non professionista, presente in Francia, Germania e Usa, tra gli altri. Non c’è un confronto ufficiale internazionale, ma un report del centro ricerche Ecorys – presentato a Rotterdam nel 2015 – fa notare come in Italia prevalgano in percentuale le forze di polizia che si occupano di lotta al crimine, mentre rispetto alle altre nazioni scarseggino quelle che si occupano di disastri causati dalla natura o dall’uomo.

“Il tetto del deficit al 3% del Pil è senza basi scientifiche”

Alberto Bagnai è stato a lungo un economista, blogger (Goofynomics), editorialista (del Fatto Quotidiano), clavicembalista e capofila di uno schieramento di euro-critici radicali. Ora è senatore della Lega, presidente della commissione Finanze del Senato. Investitori, trader, banchieri: è cominciato il negoziato sulla legge di Bilancio e sui mercati tutti osservano le mosse di Bagnai, e del suo collega Claudio Borghi, per capire quanto il governo Conte sarà influenzato dalle sue idee.

Senatore Alberto Bagnai, come ci si sente a essere il più osservato, insieme a Claudio Borghi, dagli investitori? Ogni vostra parola muove lo spread.

Se fosse vero, dovremmo concludere che la costruzione europea è veramente molto fragile. Aggiungo che se io, o l’onorevole Borghi, fossimo degli squilibrati, avremmo già approfittato dei superpoteri che ci vengono attribuiti per far saltare il banco, così come, d’alta parte, se i mercati fossero onnipotenti e nemici di questo governo, non avrebbero fatto passare agosto senza attaccarci. Forse la realtà è più complessa. Proporrei di abbandonare i cliché semplicistici diffusi da certa stampa per meri fini di polemica politica interna, e di concentrarci sui fatti.

La diffidenza di molti investitori è questa: il governo può rassicurare con Tria, Moavero e Conte, ma poi in Parlamento la legge di Bilancio sarà nelle mani delle commissioni, dove ogni impegno alla cautela può essere spazzato via. Lei presiede quella Finanze del Senato, Borghi quella Bilancio alla Camera. É fondato questo timore?

No, anche se vedo che viene fatto un grande sforzo per diffonderlo. I fatti sono che la Commissione che presiedo viene coinvolta nella legge di bilancio solo in sede consultiva e che comunque un presidente non ha alcun potere di alterare i testi sottoposti all’esame della sua Commissione. Evidentemente c’è molta ignoranza sui meccanismi di una democrazia parlamentare, scusabile all’estero, sospetta in Italia. Per quel che mi riguarda, ho chiarito fin dall’inizio che il mio compito in Commissione sarebbe stato garantire che l’opposizione potesse parlare, visto che ora può fare soltanto quello. Se poi qualcuno è contrario al principio che in democrazia si decide a maggioranza, può dirlo: in democrazia tutte le opinioni sono lecite. Ma Bagnai o Borghi con queste latenti nostalgie di fascismo non c’entrano.

C’è una fuga di capitali in corso dall’Italia? La considera un voto negativo sul governo e un problema da affrontare?

Da testimonianze raccolte ho concluso che i flussi netti in uscita a maggio e giugno siano stati un voto negativo non sul governo, ma sul modo confuso col quale si è giunti ad esso, rasentando una crisi istituzionale. I dati sui saldi Target2 (il sistema dei pagamenti interbancario nell’eurozona, ndr) di luglio però indicano che la direzione sta cambiando.

Le ultime dichiarazioni del sottosegretario Giorgetti, considerato il lato moderato della Lega, hanno turbato molti: dice che si aspetta un attacco speculativo all’Italia a breve e che non esclude che il deficit possa superare il 3 per cento del Pil. Lei è d’accordo con questi due punti? E Giorgetti si è allineato con le posizioni sua e di Borghi?

Sarei onorato di scoprire che io, schieratomi con la Lega il 23 gennaio scorso, detto la linea a un parlamentare di grande esperienza e peso politico come Giorgetti! Non è educato rispondere a una domanda con un’altra domanda, ma a lei sembra plausibile? Le osservazioni di Giorgetti sono di puro buon senso. Vorrei ricordare che il disastro di Genova, sul quale mi sembra che le indagini stentino a decollare, ha evidenziato le gravissime carenze infrastrutturali del Paese. Il limite del 3 per cento, peraltro, non ha alcun fondamento scientifico, com’è ampiamente noto. Sta al governo, nella sua collegialità, decidere in che conto tenerlo.

Sui migranti l’Italia è sempre più isolata. Che ripercussioni può avere questo sul negoziato per la legge di stabilità? Lei è d’accordo con la proposta di Luigi Di Maio di rimettere in discussione perfino i contributi italiani al bilancio comunitario?

A me sembra invece che l’Italia abbia isolato l’Unione europea, mettendone in luce l’ipocrisia. Ma quello che penso io conta il giusto: vedremo presto, alle prossime elezioni europee, cosa ne pensano gli italiani. Il budget comunitario, gestito da una catena di comando interamente tedesca dopo il siluramento mascherato della commissaria Kristalina Georgieva, risente ancora della precedente impostazione tedesca in tema migratorio: sostanzialmente, quella di gestire i flussi in base ai problemi demografici tedeschi, ignorando i problemi creati agli altri partner europei. Nel frattempo, la cancelliera tedesca Angela Merkel su questa gestione scellerata si avvia a perdere in Baviera, e poi nell’intero Paese. Paradossalmente, mettendo il veto a un budget simile, il nostro governo risolverebbe ai tedeschi un grosso problema.

Il piano del ministro degli Affari europei Paolo Savona sembra già molto ridimensionato: i 50 miliardi di investimenti annunciati ora contemplano anche quelli privati di società come Eni, Leonardo ed Enel cui viene richiesto di anticipare al 2019 investimenti già previsti. La convince questo approccio?

Trovo positivo che al governo ci siano economisti in grado di ragionare in termini di fondamentali macroeconomici, e in particolare di capire che un Paese con un surplus estero ha uno spazio fiscale che non si esaurisce nelle regolette imposte da Berlino senza rispettarle. Per il resto, ribadisco l’ovvio: il governo è un organo collegiale. Vedremo quale sarà la sintesi.

Ormai è dentro le istituzioni da qualche mese: in cosa è cambiato il suo modo di vedere la politica economica ora che è parte del processo decisionale?

L’esperienza parlamentare mi ha ulteriormente convinto dell’irrazionalità del processo di integrazione europea. Faccio solo un esempio concreto. Se il processo di elaborazione della legge di bilancio non fosse rigidamente calendarizzato dall’Unione, col cosiddetto “semestre europeo”, ci saremmo risparmiati pantomime inutili come la discussione in aula di un Documento di economia e finanza sostanzialmente vuoto, e ora, magari, staremmo già parlando di concrete misure di intervento. La pervasività delle regolette europee nel processo normativo ed esecutivo è deleteria per la dialettica democratica, e a valle per l’economia. L’economista Daron Acemoglu e i suoi coautori insistono da anni sulla relazione positiva fra democrazia e crescita. Partecipando al processo decisionale si percepisce come il deficit di crescita dell’Eurozona sia strettamente correlato al suo deficit di democrazia.

Stadio Napoli, De Laurentiis compra pagine per bastonare De Magistris

Svegliarsi sotto paginate di giornali con il logo della “SSC Napoli” che ti accusano di essere “un sindaco inadeguato, stucchevole, inutile, disastroso”, e poi rimanere in silenzio: deve essere stata dura per il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, caratterino fumante e dal tweet debordante. Ma da Palazzo San Giacomo ieri non è arrivata replica all’iniziativa del presidente Aurelio De Laurentiis. Da Palazzo San Giacomo si studiano altre forme di risposta. Ovvero, intimare a De Laurentiis di cacciare i soldi: il 10% degli incassi delle partite al San Paolo. Lo stadio che secondo il patron della Filmauro è “un cesso”. Ma che in incontri clou (la Juve, la Champion’s) assicura incassi milionari.

Lontanissimi i tempi in cui DeMa e DeLa flirtavano e il primo scroccava al secondo un passaggio in aereo approfittando della trasferta di Champion’s a Manchester, per andare a chiudere un accordo sull’America’s Cup. Era il 2011 e molte cose sono cambiate. Fino allo scontro totale di quest’estate. Consumato sulle pessime condizioni del San Paolo e sul mancato rinnovo della convenzione tra la società sportiva e l’amministrazione comunale. Quella scaduta prevedeva che il Napoli pagasse 750.000 euro l’anno per il 2016 e il 2017. Mai visti. La società sportiva, infatti, ricorda di aver speso 2 milioni e mezzo per i tornelli. Poi si sono messi in mezzo i lavori per adeguare l’impianto alle norme Uefa e alle Universiadi 2019, la paura di De Laurentiis di ritrovarsi con i cantieri aperti durante la Champion’s e la sua decisione di non avviare la campagna abbonamenti scaricando la colpa sul Comune incapace, a suo dire, di dare certezze sul cronoprogramma degli interventi. Ed è saltata una bozza di intesa che prevedeva l’azzeramento di ogni pendenza e un incremento del 20% della quota pro Comune. De Magistris ha così annunciato che la partita non la vedrà più affianco a De Laurentiis ma in curva B. E l’assessore Borriello ha aggiunto: “Con questo presidente, il Napoli arriverà sempre secondo”. De Laurentiis ha reagito con il comunicato durissimo. E l’ha fatto pubblicare a pagamento. Non è sfuggito il passaggio in cui ringrazia il Governatore De Luca di aver finanziato i nuovi seggiolini. Un modo per provare ad allargare un altro scontro: quello in atto tra Comune e Regione.

Viganò “scomunica” il Papa: “Coprì il pedofilo McCarrick”

“Papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro”. La richiesta, durissima e senza precedenti, arriva da monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Usa, in una lunga lettera pubblicata su La Verità. Il diplomatico attacca Bergoglio accusandolo di aver coperto per 5 anni, ovvero dall’inizio del suo pontificato, gli abusi sessuali dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick, al quale recentemente Francesco ha tolto la porpora. Secondo Viganò il Papa non poteva non sapere quello che l’ex porporato statunitense aveva commesso, anche perché era stato lui stesso, appena 3 mesi dopo l’elezione, a comunicarglielo in un colloquio privato. Nel suo atto di accusa il diplomatico rivela che già “Papa Benedetto aveva comminato al cardinale McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da Papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi ad una vita di preghiera e di penitenza”. Sanzioni, però, che, come l’ex nunzio negli Usa riporta di aver costatato personalmente, non erano state minimamente rispettate. “Papa Francesco – scrive Viganò – ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso – l’affondo – il Papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 ed ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto Papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere”.

Un attacco che, non a caso, è arrivato proprio mentre Francesco era in Irlanda, un Paese duramente segnato dallo scandalo della pedofilia del clero, dove per 4 anni è stata perfino chiusa l’ambasciata della Santa Sede, poi riaperta nel 2014. Nell’isola il Papa ha più volte chiesto perdono per gli abusi sessuali su minori commessi dal clero e ha incontrato 8 vittime, tra cui Marie Collins che lui stesso aveva nominato nella Pontificia Commissione per la tutela dei minori e che si è poi dimessa accusando la Curia romana di ostacolare il lavoro di contrasto della pedofilia. Proprio su questo tema il Papa ha recentemente scritto una lettera ai fedeli di tutto il mondo condannando duramente gli abusi. Gesti e parole, però, che non gli hanno risparmiato la durissima accusa rivoltogli da Viganò: “Nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo”. Ma il diplomatico è andato ben oltre mettendo nero su bianco i nomi di tutti i cardinali e i vescovi che, a suo giudizio, si sono resi complici coprendo la pedofilia di McCarrick, indicando anche coloro che farebbero parte della lobby gay.

Nelle parole di Viganò riemergono con forza anche i tanti veleni curiali che hanno logorato il pontificato di Benedetto XVI e che da tempo stanno tentando di incrinare quello di Francesco. La lettera del diplomatico, infatti, è intrisa dal suo forte risentimento per essere stato allontanato da Roma da Ratzinger per volontà del cardinale Tarcisio Bertone con il quale era entrato in forte contrasto. Viganò, come è emerso quando furono pubblicati alcuni documenti riservati del Papa tedesco nello scandalo Vatileaks 1, nutriva la certezza che sarebbe diventato cardinale, presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Un desiderio che neanche Francesco ha esaudito limitandosi a mandarlo in pensione nel 2016 al compimento dell’età canonica delle dimissioni.

Il vice premier M5S: “Il ponte sarà rifatto da un’azienda statale”

Il ponte di Genova sarà ricostruito “da un’azienda di Stato con manager di Stato, Autostrade deve al massimo metterci i soldi”. Lo vuole il vicepremier e ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, che esclude l’ipotesi per la quale la controllata di Atlantia possa avere un ruolo operativo nella realizzazione del nuovo viadotto. L’attenzione si sposta su Fincantieri che nei giorni scorsi si era fatta avanti. A Sky Tg24 Di Maio ha anche confermato la revoca della concessione e annunciato che il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli “nei prossimi giorni pubblicherà i contratti di Autostrade e là ne vedremo delle belle”.

Dopo la pausa di 24 ore per il nubifragio di sabato, ieri a Genova sono tornati all’opera i mezzi impegnati nella rimozione delle macerie di ponte Morandi nell’alveo del Polcevera, mentre si accende la contrapposizione tra Governo e Procura sui tempi di rimozione dei monconi. Per il sottosegretario alle Infrastrutture Edoardo Rixi devono cominciare ai primi di settembre e il procuratore Francesco Cozzi ribadisce che se c’è un rischio per l’incolumità pubblica non ostacolerà la demolizione, ma resta prioritaria la conservazione della prova.

Occhi su Catania, sbarchi nello Ionio

Partono da altri lidi, dalla Tunisia e dalla Turchia. Non usano gommoni, ma barche a motore e velieri, i migranti sbarcati in Italia, soprattutto nella zona ionica. Mentre l’attenzione era tutta focalizzata sulla Diciotti, il pattugliatore della Guardia costiere su cui sono stati imbarcati i 190 migranti recuperati da due motovedette italiane, e mentre il ministro dell’Interno e segretario della Lega Matteo Salvini conduceva la sua battaglia, politica e mediatica, in Italia arrivavano altre barche.

Stando ai dati del Viminale aggiornati a venerdì, sono state 980 le persone sbarcate contro i 3.920 dell’agosto 2017 e i 21.294 dell’agosto 2016. “L’anno scorso, al 18 agosto erano sbarcati in Italia solo via mare, 97.800 immigrati, quest’anno ne sono sbarcati 19.356. 80mila meno”, annunciava trionfante Salvini il 19 agosto a Lucca. Il calo, però, non è un risultato ottenuto da lui: i dati diminostrano che la riduzione comincia alla metà del luglio 2017, forse risultato del cambio della strategia delle milizie libiche che gestivano le partenze, al potenziamento dei controlli della “guardia costiera” libica e alla strategia del predecessore di Salvini, Marco Minniti, promotore del codice di comportamento per le navi delle Ong e, soprattutto, del “Memorandum of Understanding”.

Se dalla Libia, quindi, le partenze sono diminuite (e non tanto per effetto delle politiche di Salvini), altre vie vengono percorse e altri approdi vengono trovati, soprattutto nella zona ionica, tra Puglia e Calabria, ma anche al sud della Sardegna.

Da Ferragosto, giorno in cui al largo di Malta comincia l’Odissea dei 190 della “Diciotti”, a venerdì sono stati quasi 150 i migranti sbarcati in Italia nel silenzio. Proprio quel giorno vicino al tacco dell’Italia, vengono segnalate tre imbarcazioni. Una nei pressi di Gallipoli (Lecce), viene trovata vuota: forse era stata già abbandonata. Le altre, invece, sono al largo di Santa Maria di Leuca. La Guardia di finanza arresta due skipper georgiani e uno scafista greco che, su un veliero e un’imbarcazione a motore, trasportavano 24 migranti iracheni e iraniani. Il 21 agosto a Crotone sbarcano 56 uomini, quasi tutti pachistani. Raccontavano di essere partiti dalla Cirenaica, nella zone est della Libia guidata dal generale Aftar da dove, però, le partenze sono nettamente calate sia per il cambio della strategia dei trafficanti legati alle milizie, sia perché ci sono più controlli delle motovedette libiche, sia perché da lì la traversata del Mediterraneo è più dura. È invece più probabile che i pachistani siano partiti da Est, forse dalla Turchia, dove con 5mila euro si può ottenere un viaggio a bordo di velieri. A gestirli sono ucraini, georgiani o lettoni, come i due giovani fermati e poi denunciati a piede libero dalla Squadra mobile di Crotone e dell’Unità navale della sezione operativa della Guardia di finanza. E il 23, di nuovo al largo di Leuca, la Guardia costiera intercetta una barca a vela di nove metri che a bordo aveva 34 migranti di nazionalità iraniana e irachena. A questi sbarchi, poi, ad agosto se ne aggiungono altri avvenuti nel Sulcis della Sardegna e nel sud della Sicilia, quelli di barche partite dalla Tunisia o dall’Algeria, alcuni dei quali sono definiti “sbarchi fantasma”.