Salvini e B. contro i magistrati. Di Maio stoppa l’alleato

Il governo prova a fare quadrato intorno a Matteo Salvini ma le crepe aperte dal braccio di forza sui 177 migranti bloccati per giorni a bordo della nave Diciotti iniziano a vedersi, a partire dallo scontro sui giudici su cui si rinsalda quella che fu la coalizione di centrodestra. “Il governo è compatto”, spiega Luigi Di Maio su Facebook, aprendo l’ennesima giornata di rincorsa mediatica dell’alleato, da venerdì indagato col suo capo di gabinetto, il prefetto Matteo Piantedosi, per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio dalla procura di Agrigento.

È proprio sull’indagine che si registrano imbarazzi e distinguo, acuiti dall’intervento di Silvio Berlusconi in difesa del vecchio alleato: “Gli esprimo la mia vicinanza, l’assurda e inconsistente vicenda giudiziaria non potrà che avere un esito a Lui favorevole. Ancora una volta l’autorità giudiziaria è intervenuta su una vicenda politica su cui non dovrebbe interferire”, spiega l’ex Cavaliere. I big di Forza Italia lo seguono a ruota con una raffica di dichiarazioni anti-pm. Di Maio è costretto subito a un distinguo rispetto a quando, febbraio 2016, chiese le dimissioni dell’allora ministro degli Interni, Angelino Alfano, indagato per abuso d’ufficio per presunte irregolarità nel trasferimento ad Isernia del prefetto di Enna (finirà archiviato quattro mesi dopo). Matteo Renzi gli rinfaccia la doppia morale. “Mica c’è bisogno di un’indagine a carico di Alfano per chiederne le dimissioni, si deve dimettere in quanto tale, ne aveva fatte abbastanza…”, spiega, facendosi scudo col nuovo codice etico del M5S approvato a fine 2017, dove non è previsto l’obbligo per l’eletto di dimettersi se indagato, ma solo “nel caso in cui, avuta notizia del procedimento penale, emergano elementi idonei a far ritenere la condotta lesiva di valori o immagine del M5s”. Pure il contratto di governo non impone le dimissioni dei ministri indagati.

Poco dopo, a SkyTg24, detta la linea: “Salvini resta al suo posto. L’indagine è un atto dovuto, come accaduto a molti nostri sindaci. Non cambiamo linea: abbiamo chiesto le dimissioni anche di gente non indagata, perché faceva cose sconcertanti. Ma la decisione di non far sbarcare i migranti dalla Diciotti è stata di tutto il governo”. Tradotto: nessuno scontro, nonostante i malumori del presidente della Camera Roberto Fico. La presa di distanza è invece netta sui magistrati, attaccati sabato da Salvini (“è una vergogna essere indagati per aver difeso gli italiani”): “Chiedo rispetto per la magistratura. Non ritorniamo alla guerra tra governo e giudici”, spiega il leader 5Stelle. “Può essere criticata, mai offesa: ventilare un movente politico dietro l’azione dei magistrati appartiene a una stagione politica tramontata”, rincara un altro 5Stelle di peso, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Un segnale anche ai molti malpancisti grillini. Non a caso Di Maio prova almeno a smarcarsi dal collega, che vuole “rimandare indietro” le navi dei migranti: “Non facciamo politica sulla loro pelle. Quando arriverà un’altra nave, come sempre li aiuteremo, ma altri Paesi dovranno darci aiuto”. Salvini, però, non molla e attacca il procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio per nascondere il flop: “Diceva che il rischio di terroristi sui barconi è alto. Ha cambiato idea?”. Mercoledì i pm trasmetteranno il fascicolo alla Procura di Agrigento, che lo “girerà” al Tribunale dei ministri, composto dai Gip Fabio Pilato e Filippo Serio e dal giudice del tribunale fallimentare Giuseppe Sidoti. Avranno 90 giorni, dopo le indagini, per archiviare o trasmettere gli atti alla Procura perché chieda l’autorizzazione a procedere al Senato (Salvini è senatore), mentre sulla Diciotti sono stati fermati 4 presunti scafisti.

La sintonia nel governo è invece totale sullo scontro con l’Europa dopo il fallito vertice di venerdì sulla condivisione dei migranti, pure auspicata al Consiglio Ue di giugno. Come già fece Renzi, Di Maio minaccia il veto al prossimo bilancio europeo e lo stop immediato alla ratifica del Ceta, il trattato commerciale Ue-Canada. Annuncia poi un “autunno caldissimo”. Lo scontro si sta già spostando sulla legge di bilancio. “Se l’Ue ci aiuta sui migranti, ma anche su reddito di cittadinanza, flat tax e riforma Fornero, potremmo ravvederci”. C’è spazio anche per ribadire l’intenzione di “riportare in mano pubblica le autostrade”, dopo la tragedia di Genova. Un’altra battaglia oscurata dall’alleato. “La politica non deve esser fatta sulla pelle dei poveri”, attacca invece la Conferenza episcopale, che prenderà in carico un centinaio di migranti (altri 40 andranno in Irlanda e Albania). Domani Salvini incontrerà a Milano il premier ungherese Viktor Orban. I 5stelle lo hanno già bollato come incontro personale. Si vedrà se l’asse di governo reggerà ancora.

L’indagato volontario

L’iscrizione del vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini sul registro degli indagati della Procura di Agrigento per le ipotesi di reato di sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale sul caso della nave Diciotti e dei 177 migranti bloccati a bordo per dieci giorni, è una buona notizia per tre motivi. 1) Dimostra che in Italia esiste ancora una magistratura indipendente che fa rispettare le leggi senza farsi intimidire da minacce e insulti né guardare in faccia nessuno, nemmeno uno dei leader politici più potenti e popolari del momento. 2) Traccia attorno al governo un perimetro ben preciso, quello della legalità, che non può essere valicato da nessuno, tantomeno da chi le leggi le fa e dev’essere il primo a osservarle. 3) Avverte i nuovi governanti, casomai qualcuno se ne fosse scordato, che l’Italia è uno Stato di diritto e raccogliere tanti voti nelle urne e tanti consensi nei sondaggi non li esime dal rispetto della Costituzione, su cui peraltro hanno solennemente giurato non più tardi di 85 giorni fa.

Spesso, in casi simili, si parla di “atto dovuto” della magistratura, giocando con le parole. Ma le iscrizioni di indagati sono atti dovuti in presenza di denunce contro qualcuno, che i pm sono obbligati a verificare. In questo caso, il pm Patronaggio non s’è mosso su alcuna denuncia contro Salvini: ha proceduto d’ufficio, sua sponte, come la legge gli imponeva dinanzi a un caso eclatante dettato dalla cronaca che aveva sollevato durissime critiche dal mondo del diritto. Era già accaduto – come abbiamo raccontato ieri – quando altri ministri dell’Interno, prima Roberto Maroni e poi Beppe Pisanu, ordinarono di fatto dei respingimenti collettivi di migranti in mare, senza consentire loro di chiedere asilo e poi di ricorrere contro l’eventuale diniego, e furono denunciati da esponenti della sinistra. Trattandosi di decisioni assunte da membri di governo nell’esercizio delle loro funzioni, il fascicolo passò al Tribunale dei ministri, che archiviò entrambi i casi perchè li ritenne scriminati dalla loro natura di scelte politiche, discutibili finchè si voleva, ma “discrezionali” e “insindacabili”, oltrechè prive di dolo, cioè dell’intenzione di danneggiare i migranti (i ministri – si ritenne – volevano invece combattere il traffico di esseri umani e l’immigrazione clandestina). Ma quelle condotte, penalmente irrilevanti a carico di singoli, finirono alla Corte europea per i diritti dell’uomo: questa condannò l’Italia a risarcire con 15mila euro ogni migrante respinto, per aver violato le convenzioni e i trattati europei che proibiscono i respingimenti di massa.

Ora è probabile, oltrechè ragionevole, che l’inchiesta su Salvini faccia la stessa fine: archiviazione (rapida) per il ministro e il suo capo di gabinetto e (lungo) “processo” a Strasburgo contro l’Italia.

Perciò chi s’illude di lucrare vantaggi politici cavalcando l’indagine su Salvini resterà presto deluso: sia il pregiudicato B. che gli dà la sua solidarietà pelosa, sia il centrosinistra che chiede le dimissioni. Un politico indagato per mafia, tangenti, frodi fiscali, appalti truccati, favoritismi, nepotismi, prostituzione minorile (non ci siamo fatti mancare niente), paga pegno dinanzi agli elettori. Ma Salvini “indagato volontario” per aver fatto quel che aveva sempre promesso (anzi minacciato) contro i migranti, non perde un voto, anzi rischia di guadagnarne qualcuno indossando l’aureola del martire. Anche nel caso improbabile che venga rinviato a giudizio e condannato. Infatti Salvini ha fatto di tutto per farsi indagare, rivendicando spavaldamente e spudoratamente i suoi ordini illegittimi sulla nave Diciotti per fare la vittima e illudere la gente di aver fatto ciò che non potrà mai fare: chiudere i porti, che invece restano fortunatamente aperti (mentre lui teneva in ostaggio i 177 migranti nel porto di Catania, ne sbarcavano altrettanti in altri scali italiani all’insaputa dei più).

Ben altre sono le indagini che potrebbero preoccuparlo: tipo quella sui 49 milioni di fondi pubblici rubati dalla Lega bossiana e fatti sparire anche in seguito. E ben altri sono i fatti che potrebbero fermare il suo “sfondamento” oltre lo zoccolo duro leghista toccato il 4 marzo: quelli che, come il disastro di Genova, evidenziano le vere emergenze dell’Italia, ridimensionando quella dei migranti che – grazie al crollo degli sbarchi (merito di Minniti e del governo Conte) – è per ora un non-problema. Senza contare la stanchezza che comincia a serpeggiare in una parte dell’opinione pubblica: quella che continua a simpatizzare per i giallo-verdi, ma si sta stufando della strategia della tensione quotidiana del Cazzaro Verde, sempre a caccia di pretesti per litigare con qualcuno, come i bulli di periferia. E apprezza sempre di più lo stile tranquillo di chi, come il premier Conte e altri suoi ministri, lavorano per cambiare le cose senza urli né strappi. Riuscendo persino a rispettare la Costituzione.

Allegri mangia la Lazio, CR7 a bocca asciutta

In attesa che venga quel giorno (il giorno del primo gol), Cristiano Ronaldo è passato dal battesimo ufficiale di Verona, con il Chievo, all’esordio casalingo, che i sentimenti e i risentimenti del mercato hanno abbinato al ritorno di Bonucci: 2-0 alla Lazio. Si parla di Ronaldo, ma sarebbe più corretto scrivere della Juventus “con” Cristiano e non ancora “di” Cristiano. Il risultato l’hanno scavato le reti di Pjanic e Mandzukic, il mutuo soccorso, gli occhi di tigre. Non l’extraterrestre.

Non dire gatto se non l’hai nel sacco, ammoniva il buon vecchio Trap. E difatti, Cristiano o non Cristiano, la Lazio non arretra di una zolla: la spinga indietro Madama, se ci tiene e se ci riesce. Inzaghi ha recuperato Lulic e Lucas Leiva; Allegri, lui, trasloca dal 4-2-3-1 al 4-3-3 con Mandzukic e Bernardeschi titolari, Dybala e Douglas Costa in panca. C’è chi può.

È una partita che frulla le azioni, con un arbitro, Irrati, che fischia poco. Cristiano parte da sinistra, atteso al varco dalle catene di Wallace e dalle manette di Acerbi. Il centrocampo laziale dispiega Milinkovic-Savic, Parolo e Leiva, più Marusic e Lulic sulle fasce. Attorno a Pjanic, ecco il regolarista Khedira e il tremendista Matuidi. Da un errore della bussola bosniaca nasce una raffica di Lulic che Szczesny smorza in angolo. Poi c’è un palo di Khedira, e una Juventus, più in generale, che vive di momenti, di pulsioni, di caccia al tesoro: sappiamo chi è.

Fa sorridere un “dittatore” che mendichi munizioni. Cristiano fiuta l’aria e l’area, ma i primi applausi li strappa arretrando in difesa, a smistare il traffico: la scuola Allegri non fa prigionieri. L’ordalia si snoda su un equilibrio gradevole che Pjanic spacca, d’improvviso, con un drop dalla lunetta.

Siamo alla mezz’ora, Juventus e Lazio continuano a rincorrersi e graffiarsi nel tentativo di rubarsi il contropiede, cosa che riesce a Parolo al 35’, su lancio calibrato di Luis Alberto: non c’è Bonucci, e non c’è neppure Chiellini, rimedia Szczesny. Tiri di Cristiano? Una telefonatina a Strakosha, per ora. E anche una gelida manina, a correggere una sventola di Bernardeschi, che a un comune mortale sarebbe costato il giallo. Abbiate fede.

Alla ripresa, succede una cosa che succede spesso: i campioni rinculano, gli sfidanti occupano il centro del ring. Luis Alberto da lontano, Immobile in mischia: non saranno ancora prove, ma sono tracce. Allegri richiama Bernardeschi, calato, e sguinzaglia Douglas Costa. Il marziano va di punizione (barriera, facile) e di testa (alto, sospiri). Briciole d’autore. Venti di riscossa.

Simone avvicenda Parolo e Luis Alberto, altalenanti, con Badelj e Correa. I cross di Cancelo e Alex Sandro sono parabole sbiadite, ogni tanto la Juventus torna la cassa di risparmio che il popolo non sempre apprezza. Fino a quando, almeno, Cristiano non esplode un razzo che catapulta Strakosha in copertina.

Di Pjanic ricorderemo il gol, non altro. Lo rileva Emre Can. Si procede per sentieri intasati, per episodi. Sconta, la Lazio, il mestiere dei rivali. Il raddoppio piomba sulla gara al 75’. Lo fabbrica il rasoio di Cancelo, lo sfiora (di carambola e di tacco) Cristiano in persona, lo stampa Mandzukic.

Durmisi dà il cambio a un Milinkovic minore, Bentancur a un generoso Khedira. La Lazio, a cominciare da Immobile, issa segnali di resa: non è più la combriccola spavalda che la scorsa stagione vinse sia in Supercoppa sia a Torino.

Gira e rigira, resta la grande domanda marzulliana: se la Juventus che vince non è più una notizia, Cristiano che non ha ancora segnato cos’è?

“Il suo tratto unico era la leggerezza della profondità”

“Era un maestro di vita”. Così Virgilio Sieni – coreografo e danzatore toscano tra i più importanti rappresentanti internazionali della danza contemporanea – ricorda Lindsay Kemp.

Quando il vostro primo incontro?

Vidi Flowers (lo spettacolo ispirato allo scrittore Jean Genet) per la prima volta in Olanda, negli anni ’70 e ne rimasi colpito immediatamente. Pur essendo distante dalla ricerca che perseguivo, di Flowers mi colpì la leggerezza trascinante e visionaria, come anche Peter Gabriel. Negli anni a venire ci siamo incontrati molte volte: nel 2010, a Roma al Teatro dell’Opera condividemmo una serata ciascuno con i rispettivi spettacoli. E poi, anche negli ultimi anni a Livorno, dove Lindsay ha trovato degli amici che lo hanno saggiamente accompagnato in questo ultimo periodo.

Qual è la traccia che ha lasciato Kemp nel panorama della danza mondiale?

Ha dato un contributo che ha a che vedere con l’istinto, con l’immediatezza, un segno capace di andare oltre il senso strutturale del gesto e del corpo, del movimento inteso di per sé. Ha introdotto e sviluppato un suo attaccamento a un immaginario riconoscibile, unicamente suo.

Rimarranno unici anche i suoi personaggi: Jean Genet, Picasso, Pierrot, la Regina Elisabetta per citarne solo alcuni?

Per quanto allegorici ed estremi fossero, non erano mai sganciati dal proprio vissuto, proprio perché nel ‘far apparire’ Kemp operava una trasfigurazione dell’essere umano attraverso delle figure primarie, che quindi appartengono a lui come all’intero genere umano. E per fare questo bisogna avere un atteggiamento leggero e profondo insieme.

Di nuovo la leggerezza, quindi.

Era la sua firma, una leggerezza impareggiabile perché ispirata da una profonda malinconia. I suoi personaggi erano intimamente umani e malinconici. Così la sua danza diventava primordiale, ab origine, ed era capace di dialogare con gli idoli.

“Sollevo gli animi” Così Lindsay Kemp è morto danzando

“Venerdì scorso il Maestro era con i suoi più stretti collaboratori e amici. Abbiamo fatto le cose di tutti i giorni: la spesa al supermercato, le prove per la danza ballando tutti insieme. Poco dopo si è seduto sul divano e ha acceso il suo computer; in pochi minuti si è spento senza soffrire. Ci ha lasciato danzando, come ha fatto per tutta la sua vita, col sorriso sulle labbra”. Sono le parole di Daniela Maccari, stretta collaboratrice del coreografo, mimo e danzatore Lindsay Kemp, deceduto la notte di venerdì a 80 anni per un infarto nella sua casa di Livorno. Proprio nella città toscana il Maestro dirigeva un corso di danza e preparava uno spettacolo di teatro che avrebbe dovuto presentare a Como il prossimo mese.

L’amore per la città italiana nacque durante la tappa del suo spettacolo Flowers tanti anni fa al Teatro Goldoni. Lo racconta lui stesso in una recente intervista al Fatto quotidiano: “Mi piacciono le persone di Livorno, la loro umanità. Anche io sono nato in una contea inglese del Cheshire, nella quale al centro c’era il porto, proprio come a Livorno”. Nella sua vita ha collaborato con molti artisti della scena rock inglese ed è stato il pigmalione di David Bowie. “All’inizio della sua carriera venne a vedere un mio spettacolo e rimase molto impressionato: mi disse che avrebbe voluto diventare mio studente e così è stato. Aveva diciannove anni quando abbiamo fatto uno spettacolo insieme, Pierrot in Turquoise, per il quale David scrisse la musica. Qualche anno dopo ci siamo ritrovati per mettere in scena Ziggy Stardust. Canzoni quali Queen Bitch, Starman, Jean Genet sono il frutto di quel periodo”. L’artista non ha mai smentito il suo sentimento verso il cantante inglese: “Più che per le ristrettezze economiche, nella mia esistenza ho sofferto per il cuore spezzato”. Si narra di una sera nella quale avrebbe trovato Bowie a letto con l’amante Natasha Korniloff e, pochi minuti dopo, ruppe una bottiglia di whisky e cercò di tagliarsi le vene. Oltre a Bowie Lindsay ha collaborato a lungo con i Pink Floyd, Peter Gabriel e Kate Bush: “È un genio. Credo fermamente che Kate abbia contribuito a liberare le persone. È uno degli scopi di ogni artista: aiutarle a trovare la propria libertà. È un lavoro durissimo quello di cercare di liberare le persone dalle proprie oppressioni”. È un concetto fondamentale per Kemp, un punto fermo della sua carriera: “Lo scopo della mia danza è quello di intrattenere e di sollevare lo spirito dello spettatore. Sono nato danzando e ho continuato sino a oggi. Sapevo esattamente cosa volevo fare; ho dovuto combattere molto per realizzare i miei sogni. A Londra ho frequentato la scuola di danza classica del Ballet Lambert e, in seguito, ho studiato mimo con Marcel Marceau. Mia madre era vedova, mio padre era un marinaio deceduto durante la prima guerra mondiale su un’imbarcazione. Lei avrebbe preferito che seguissi le orme di mio padre ma quando ha capito che avevo talento e determinazione mi ha aiutato e sostenuto, lavorando duramente per pagarmi la retta”.

Il suo rimpianto era quello di non essere riuscito a lavorare con Federico Fellini: “Lui mi voleva a tutti i costi per il film Casanova ma – in quel periodo – mi trovavo in Australia con la mia compagnia di danza. Ho, invece, collaborato con Ken Russell, Derek Jarman e Memè Perlini. Ammiro Wim Wenders per il suo film su Pina Bausch, mia grande fonte d’ispirazione: stesse radici e stesso rigore”, confessava. Il suo pubblico è ciò che lo ha emozionato di più: “Sono felice quando riesco ad elevare lo spirito delle persone”.

“Quante botte con Ferrara, figuracce con Confalonieri e le (tante) canne nel ’68”

“Guardo le mie foto di un tempo e dico: ‘Ero proprio bella’. Mica me ne rendevo conto, ero una cretina, condizionata da un’educazione molto severa, e con la mano di mamma sulla testa pronta a tenermi in basso”. E così “pensavo sempre di essere l’ultima, sempre a disagio, non giusta”. Da non giusta Enrica Bonaccorti ha vinto tre Telegatti, ha recitato a teatro e al cinema, successi e premi alla radio, due romanzi con Marsilio, ha scritto i testi de La lontananza e di Amara terra mia; e poi milioni e milioni di telespettatori, il nazional-popolare, quello vero, ai massimi livelli, ha aperto la stagione dell’informazione nel pomeriggio televisivo e solleticato i sogni dei teenager con Non è la Rai. Quando parla sorride, spesso si alza, si sposta, tiene l’iPad fisso in mano, la tv perennemente accesa (“guardo tantissima tv”), difficilmente non va diritta nelle risposte, e a volte se ne pente (“Non è che ho esagerato?”).

Si sentiva inadeguata.

Se ci penso, mi stupisco della mia non capacità di giudizio. Mi ritenevo passabile.

Però corteggiata.

Tantissimo, ma credevo solo per le mie forme abbondanti, per un seno evidente, tanto è vero che appena ho potuto mi sono operata per ridurlo.

Un errore.

Nella mia vita ho spesso peccato di superficialità.

Si condanna.

Tanto.

Quando l’operazione?

Nel 1981. E avevo appena passato la terza selezione per il ruolo di co-protagonista nell’Amadeus di Shaffer, con la regia di Pressburger. Io felicissima. Solo che Giorgio voleva che a un certo punto del dramma, mi aprissi la camicetta e mostrassi il seno.

Prorompente.

Ecco, troppo. Una sera vado a cena con una collega e il suo compagno, famoso chirurgo plastico. Lui mi dice: “Che problema c’è? Oggi è semplice: riduciamolo”. Due giorni dopo ero in clinica.

Due giorni?

Davvero, è incredibile: mi sentivo realmente inadeguata, vedevo tutte le altre colleghe più belle di me.

Allora, sotto i ferri.

Oltre cinque ore e mezzo di sala operatoria, sono tornata in stanza con la lingua schiacciata di lato, poi il braccio sinistro completamente morto; neanche riuscivo a deglutire.

Massacrata.

La lingua è tornata normale dopo venti giorni, il braccio non ne parliamo. Risultato? Ho mandato un certificato medico alla compagnia e rinunciato al palco dell’Argentina di Roma.

Ha posato per “Playboy”.

Che s’ha da fa’ pe’ magnà. Però così ho anche tirato su, da sola, mia figlia.

Sua mamma non l’ha trovata bella neanche dopo “Playboy”?

Quando mi hanno eletto come la più elegante della tv, si è messa le mani in faccia: ‘Se sapessero… se sapessero che in realtà sei una zingara’.

Senza tregua.

Aveva ragione. Non sono precisina.

Anche allora le avranno rivolto dei complimenti.

Ammazza, complimentissimi. Mi invitavano a cena, mi sparavano le frasette del caso, e spesso citavo Ungaretti: ‘Vorrei essere scabra ed essenziale come una pietra del Carso’.

Appassionata di Ungaretti?

Tanto; l’ho conosciuto, portato a casa, e nonostante l’età in macchina ha allungato la mano. Che imbarazzo.

Il suo ideale di bellezza.

La mia immagine ideale era quella di poter uscire dal mare, vestita solo di una maglietta bianca, con appena due puntine sotto, e i capelli dritti e lisci con la frangetta.

(Mentre cerca foto sull’iPad, ne compare una con Mino Damato)

Lui…

Gli devo molto, perché dopo l’operazione sono rimasta a casa un paio di mesi, e non sapevo come organizzare la vita. Una mattina mi chiama la Rai: ‘Sappiamo che ha annullato la stagione teatrale, l’aspettiamo da noi’. Vado. E mi trovo davanti Piero Badaloni e Mino, per un programma pomeridiano.

E poi?

Badaloni lascia, restiamo in due, per me aumenta lo spazio, e Mino mi insegna le tecniche del mestiere: come si approfondisce la notizia, la tigna, oppure come si cercano gli ospiti. Quanto ho studiato… e il nome Italia Sera l’ho inventato io.

Lei a scuola.

Andavo bene, riuscivo anche a bluffare quando qualcosa non la sapevo, sono stata rimandata solo l’ultimo anno perché ho mandato a quel paese un professore in commissione d’esame; ma eravamo alla vigilia del ‘68…

Ha partecipato alle proteste?

Vuole sapere quante botte ho preso?

Sì.

Tante, anche insieme a Giuliano Ferrara. E sono stata arrestata.

Eravate a scuola insieme?

Non subito. Appena arrivata a Roma sono finita al Mamiani, allora il Ginnasio più prestigioso della città, ma ho discusso con gran parte dei docenti e dei compagni, tanto da finire in un angolo.

E poi?

Sono caduta in una crisi esistenziale, chiusa in casa per due mesi, con i miei che a un certo punto volevano darmi dei ricostituenti. Fino a quando mamma mi cambia scuola, e lì trovo Giuliano.

Allora di sinistra.

Insieme ci hanno mazzolato dopo una manifestazione a piazza Cavour, con me presa per i capelli dai celerini e trascinata per decine di metri sul marciapiede. E poi giù calci e manganellate.

Suo padre colonnello della polizia.

Appena sono tornata a casa vedo sul mobile d’ingresso il suo berretto e sopra i guanti: li prendo e butto per terra. Avvelenata. Così il giorno dopo decidiamo l’occupazione della scuola. Giuliano il nostro leader.

Lei protagonista.

Per forza, ma dopo poco sono arrivati i celerini, con mia mare fuori dall’istituto ad urlare: ‘Chicca… Chicca vieni via! Scendi!’

Se n’è infischiata.

Ovvio! Arrivano gli agenti e ci portano via, ci obbligano a salire dentro una camionetta, e nel tragitto ci riempono di botte, ma botte vere! Arrivati alla centrale mi convoca il commissario: ‘Bonaccorti, lei è una ragazza intelligente’. E che ne sa? ‘È la figlia del colonnello, sono stupito del suo comportamento’. Gelida replico: ‘Lo stupore è il mio, sono nata e cresciuta in una caserma, con questa divisa sono stata allevata e un tempo mi sentivo sicura, tra fratelli; venir picchiata così…’. Picchiata? per carità. ‘Al mio compagno hanno rotto il naso dentro il cellulare’. E qui la sua risposta è stata un gioiello…

Avrà farfugliato.

Parole sue: ‘Forse inavvertitamente vi sarete urtati tra di voi’.

Suo padre.

Ho avuto più rapporti con mia madre. E sottolineo purtroppo, perché è morto a soli 48 anni. E io ne avevo 19.

Sensi di colpa?

Sono arrivati adesso.

Come mai, ora?

Un po’ perché a suo tempo non ho sofferto abbastanza, sono stata travolta da una morte improvvisa, e poi ho il rammarico di non avergli rivolto le domande necessarie, ed è un errore imperdonabile. Ah, mio padre era bellissimo, sembrava David Niven… Comunque mi ha salvato il teatro.

Benedetto palco.

Fondamentale, ha cambiato la mia vita e nei momenti difficili mi ha sempre cullato. Su quelle assi di legno conta solo quello che accade lì, tutto il resto sfuma alle spalle.

È una fuga…

Vivo sempre in fuga: ovunque sono vorrei essere altrove.

Quindi suo padre era fascinoso.

Si è tolto molti più piaceri di mia madre.

Sua mamma gelosa?

Quando alcune amiche provavano a metterla in guardia con la frese ‘stai attenta, tutte corteggiano tuo marito’, lei rispondeva: ‘Vuol dire che ho scelto bene’.

Benedicta Boccoli sostiene: “A Enrica l’ha fregata il carattere: troppo buono”.

Più di una persona mi ha rivolto la stessa bonaria accusa; la mia presunta bonta è anche reale scemaggine.

Senza retorica.

Su certi aspetti sono più intelligente della media, su altri proprio non capisco: da come si avvia la lavastoviglie, a una ipocrisia palese.

È nel pantheon del nazional-popolare.

Anche in questo caso me ne sono resa conto dopo, in quel periodo uscivo solo per lavorare, poi tornavo a casa e studiavo la puntata del giorno dopo o guardavo la televisione. In quegli anni mica c’erano i social, il contatto con il mondo lo dovevi cercare. A me il successo è successo.

Non lo ha cercato a tutti i costi?

Ricordo un’intervista quando avevo 23 anni, e interpretavo la sorella della Masina in Eleonora. Alla fine la giornalista mi domanda: ‘Dove vuole arrivare?’. E io: ‘Sono già arrivata’.

Ed è stata tacciata di presunzione.

Per me significava aver raggiunto il mio obiettivo e mantenermi da sola.

Lei talmente nazional-popolare da finire da Berlusconi.

Dopo anni di corteggiamenti professionali, partiti nel 1983: ‘Mi piacerebbe conoscerla’. Va bene. ‘L’aspetto nel mio ufficio a viale Mazzini’. Chiaro? Aveva preso delle stanze nella stessa via della Rai. Geniale.

Anni dopo con lui ha firmato il contratto delle vita.

Una cifra incredibile, mi sconvolse, già allora la trovai vergognosa. Però in Rai avevo le porte chiuse e senza alcun motivo.

Cosa ha votato?

Sempre a sinistra. E ringrazio mia madre per avermi impedito, fisicamente, di andare a Trento a studiare Sociologia.

E perché “grazie”?

Con la testa che avevo nel 1969, certamente mi sarei fidanzata con Curcio o con altri simili a lui, avrei combinato casini, e oggi o non c’ero o sarei finita in galera, poi pentita e disgraziata.

Solo botte a Roma.

Sono anche entrata nel Gruppo degli Uccelli con Liguori, io unica donna, il mio nome da battaglia era Clementina ‘perché avevo il sorriso fresco come la mentina’, mentre Paolo era ‘Straccio’.

Non si è fatta mancare nulla.

Con il gruppo siamo anche partiti per una settimana e in autostop, cinque uomini, più io: ero l’esca per gli automobilisti.

Un classico.

Non avevamo una lira, rubavamo il pane per mangiare, e una notte il nostro giaciglio è diventato il tavolo da biliardo di un circolo Pci di Fucecchio. Un freddo assurdo. Per riscaldarci ci siamo divisi il contenuto della mia valigia da brava ragazza, preparata da mamma completamente ignara, con dentro sottane e camicie da notte.

Qualche canna per la notte.

Più di una, ma all’epoca era normale, e comunque per me lo spinello è meno dannoso dell’alcol.

Niente vino.

Sono astemia, e non per scelta, per necessità: mi sbronzo subito e poi vomito.

Sempre.

In compagnia posso assaggiare qualcosa, non vado oltre; vent’anni fa questa mia riluttanza mi ha salvato da una situazione strana: qualcuno mi deve aver versato della droga in un cocktail, per fortuna ho ceduto a un solo sorso; poco dopo ero rintronata.

Quanto?

Da non riuscire a guidare bene, ho scheggiato anche il vetro dell’auto.

Lei però usciva poco.

Sì, e poi ho lo stesso problema di Luciano de Crescenzo: soffro di prosopagnosia.

Cos’è?

Non riconosco le persone, non associo visi e nomi: posso parlare con un tipo tutta la sera, e l’indomani non riconoscerlo. A causa di ciò sono caduta in gaffe colossali.

Tipo?

Avevo 25 ani e incontro a una festa Gino Paoli. Lo guardo e gli dico: ‘Aspetta, aspetta… chi sei?’

Ha ucciso il suo ego.

Intorno a noi ridevano tutti, e non è la mia peggiore…

Proseguiamo.

Riunione a Mediaset, mi fermo un quarto d’ora a colloquiare con una persona, anche piacevole nella conversazione. Ovviamente ero all’oscuro della sua identità. Quindi decido di attingere al mio repertorio di frasi strategiche, affinato in anni di imbarazzi: ‘Di cosa ti occupi adesso?’. E lui: ‘Sono sempre il presidente di Mediaset, Enrica…’ Era Confalonieri.

Chissà quante volte l’hanno giudicata stronza.

Un’altra sera accetto un invito a cena, con vari ospiti. Arrivo. Fermo la padrona di casa: ‘Per favore indicami i presenti in salotto e svelami i loro nomi’. Lei mi asseconda. Al quarto cognome inizio a sudare freddo, entro in crisi: avevo dimenticato l’identità di chi mi parlava.

De Andrè lo ha conosciuto?

Mi hanno detto di sì, ma non lo ricordo, forse perché ero troppo emozionata, e l’emozione aggrava la patologia.

Terribile.

Mi salvo con le foto sul computer. (Questa volta ne compare una con Modugno)

È l’autrice de “La lontananza”.

Scritta di getto. L’incipit della canzone è un mio pensiero da quattordicenne, ritrovato sul diario di allora, chiuso lì; poi una sera confido a Mimmo la mia passione per la poesia: ‘Prova con una canzone’.

E…

Qualche giorno dopo mi incalza: ‘Ho una melodia bellissima, ma non amo le parole che già ci sono. Mi aiuti?’. In poche ore butto giù La lontananza, lui la legge, impazzisce e mi avvolge di entusiasmo.

Con la sua patologia, come gestisce il lavoro?

Sul palco o in televisione ricordo tutto.

Adrenalina.

Forse, è una magia.

Palco e tv sono una droga?

Totale. E non lo credevo, tanto da averla mollata per tre anni, e quando ero al top, con Costanzo che mi rimproverava: ‘Non fare questa cazzata’. Aveva ragione Maurizio.

I suoi più bei ricordi legati alla tv?

Il periodo di Italia Sera, un programma pionieristico.

E “Non è la Rai”?

Primi tre mesi stupendi, culminati con la pessima vicenda del Quizzone, quando un concorrente ha offerto la risposta giusta prima delle mia domanda, e imbufalita ho urlato “datemi una mitraglietta”; poi qualcosa si è incrinato e hanno iniziato a non inquadrarmi e a tagliare i miei spazi. A giugno sono andata via. Ho seguito l’amore.

Non ha dato retta a Costanzo.

E ho vissuto i tre anni più belli della mia vita; tre anni di sintonia mentale e sessuale; con lui camminavo su un pulviscolo dorato.

Finito, perché?

È nobile e ha 13 anni meno di me. La famiglia lo ha richiamato all’ordine.

Quante delusioni ha vissuto?

Continue.

Porta rancore?

No, perché dimentico.

Lei oggi rispetto a ieri.

Invecchio senza crescere: ho gli stessi difetti e gli stessi pregi di un tempo.

Cosa la offende?

Solo quando non mi credono, basta un ‘ma figurati se…’ e ci resto male.

E professionalmente…

Non avere più un programma radiofonico. (Sfoglia ancora, ecco Lucio Dalla).

Ospite in trasmissione.

Uno dei più intensi incontri della mia vita, lui è nel mio cuore, non solo come persona, anche per le sue canzoni.

La preferita?

Futura.

(E allora: “Aspettiamo senza avere paura, domani”)

 

Le “Brambille” alla crociata (errata) sulla macellazione

L’animalismo è la malattia infantile dell’ecologismo. La deputata di Forza Italia Michela Vittoria Brambilla ha depositato un progetto di legge perché la macellazione rituale di mucche e agnelli tipica della “Festa islamica del Sacrificio”, Eid Al Adha, che si è celebrata proprio in questi giorni anche in Italia si svolga in modo meno cruento. Prima del taglio rituale della trachea le bestie dovrebbero essere narcotizzate in modo che non soffrano. Il progetto ha avuto l’approvazione delle ‘anime belle’ di tutti i partiti, Forza Italia, Lega, 5stelle, Pd, FdI, Leu, Svp.

Non ne faccio qui una questione religiosa anche se rituali più o meno sanguinosi, che non riguardano gli animali ma gli esseri umani, come quello dei ‘flagellanti’ praticato soprattutto nel nostro Sud o quell’altro di salire ginocchioni al Santuario di Santiago di Compostela sono presenti pure nella confessione cristiana. Il progetto di Brambilla è all’apparenza ragionevole ma si inserisce nella concezione illuminista di eliminare completamente l’aggressività dalla nostra esistenza. Ma l’aggressività è una componente essenziale della vitalità. Lo sapevano bene tutte le culture che hanno preceduto la nostra, che non hanno cercato di eliminare completamente l’aggressività ma di canalizzarla in modo da mantenerla entro limiti accettabili. Facciamo alcuni esempi random. “Presso gli aborigeni australiani quasi tutte le guerre si fanno attraverso una serie di duelli uomo contro uomo: ciascuno a turno sferra un colpo, finché uno dei due, troppo stanco per continuare, si dichiara vinto, oppure finisce con lo scudo spezzato per cui è dichiarato fuori combattimento… I Murgin, altri australiani, combattono dopo aver tolto dalle loro zagaglie la punta di pietra, mentre i Tsembaga, della Nuova Guinea, usano frecce sprovviste di penne direzionali in modo che il tiro non sia troppo preciso… Fra gli eschimesi se una delle parti è esausta issa su una pertica una giacca di pelliccia. Fra gli Hadzapi la guerra inizia con un duello tra combattenti armati con verghe di legno, solo se nessuno ha la meglio la mischia diventa generale e ci si dà battaglia a colpi di freccia e di zagaglia” (Massimo Fini, Elogio della guerra). Ma veniamo a tempi più recenti. Fra i Bambara, vasta tribù del Mali, era uso fare una guerra finta chiamata rotana, quella vera (diembi) era molto più rara.

È un fatto che prima che intervenissimo noi con le nostre buone intenzioni la guerra in Africa Nera fu un fatto abbastanza eccezionale. “Fra le mille etnie che la compongono o la componevano prevaleva la composizione pacifica dei potenziali conflitti” (Africa, John Reader, 1997). Nel 1970 partecipai a Nairobi a una grande Convention sulla guerra in Africa e ciò che ne veniva fuori è che, pur con le inevitabili eccezioni di una storia millenaria, l’Africa era stata sostanzialmente pacifica. Mi ricordo che a un certo punto intervenne il capo di una piccola tribù di cui purtroppo non ricordo il nome. Raccontò: “Anche da noi una volta c’è stata una guerra, una cosa veramente terribile, tremenda. Poi, un pomeriggio, vicino a un pozzo ci scappò il morto. E tutto finì”. È un esempio estremo ma che la dice lunga. Oggi l’Africa, da noi ‘civilizzata’, è attraversata da guerre sanguinarie che sono, insieme alla fame, alle origini di quelle migrazioni che tanto ci spaventano.

Canalizzare l’aggressività senza volerla eliminare del tutto, ecco ciò di cui dovremmo occuparci. Se di fronte agli immigrati, neri, mediorientali, ma anche balcanici, che l’aggressività l’hanno conservata, sia in senso negativo ma anche positivo, siamo così tremebondi è perché abbiamo perso la nostra vitalità naturale. Qualche mese fa passeggiavo per Corso Buenos Aires. Incontro veniva una coppia di giovani italiani, sulla trentina. Un immigrato, mi pare un albanese, guardò la ragazza in modo così insistente e fastidioso da risultare oggettivamente offensivo (diciamo una ‘molestia sessuale’ en plein air). Il ragazzo italiano si risentì e disse qualcosa all’albanese. Costui gli diede un gran ceffone. E l’italiano: “Ma no, parliamone”. Parliamone? Dargli un sacco di botte, ecco quello che avrebbe dovuto fare.

Questo discorso sull’aggressività/vitalità si lega, singolarmente, al gioco infantile. Gli scienziati dell’American Academy of Pediatrics hanno scoperto, genialmente, che i bambini hanno bisogno di giocare. Ma guarda un po’. Il gioco è un’occasione per sfogarsi e non solo. Scriveva il notissimo psichiatra infantile Bruno Bettelheim: “La vita rurale prima che la coltivazione fosse meccanizzata offriva ai bambini almeno una possibilità di scarica alternativa alla violenza. Nel mio paese natale, in Austria, macellare il maiale era una grande occasione nella vita dei bimbi contadini… E permetteva almeno una scarica socialmente utile”. Questo discorso sui bambini vale anche per gli adulti. Certamente i contadini non si facevano il problema di anestetizzare e narcotizzare il maiale.

Gli animalisti alla Michela Vittoria Brambilla dovrebbero piuttosto occuparsi di più di come alleviamo gli animali necessari alla nostra nutrizione, in particolare mucche, polli e galline: stabulati, sotto i riflettori 24 ore su 24, perché crescano più rapidamente, sviluppano malattie tipicamente umane, depressione, nevrosi, disturbi cardiovascolari, infarto, ictus, diabete. Ma su questo la Brambilla, e tutte le Brambille, tacciono perché disturberebbe il manovratore, cioè la Produzione, grande totem, insieme al consumo, del nostro mondo. Sgozzare gli animali non ‘Istà bene, torturarli invece sì’.

Ottiene il posto fisso a 65 anni e rinuncia: “Datelo a un giovane”

Una vita passata nella scuola ad aspettare di ottenere il meritato posto fisso. Poi finalmente arriva, alla veneranda età di 65 anni suonati. Alla proposta di entrare in ruolo, Rosella Bertuccelli ha risposto con un gesto di grande altruismo generazionale: “Io rinuncio – ha detto – date il mio posto a un giovane”. La storia è stata raccontata dal quotidiano locale Il Tirreno. La decisione di questa insegnante è stata molto penalizzante. “La sua rinuncia è stata un grande gesto di solidarietà – ha commentato Antonio Mercuri, della Flc-Cgil di Lucca e Massa Carrara –: se avesse accettato avrebbe avuto diritto a una rivalutazione della pensione. Ora andrà in pensione con la minima: anche se avesse lavorato solo un anno, invece, avrebbe potuto agganciarsi a un’altra fascia e la sua pensione sarebbe stata leggermente più alta. Di poco, ma più alta. Potrà comunque accettare una supplenza annuale, ma dovrà aspettare le nomine di settembre”. Il Tirreno ha anche ricordato che in provincia di Lucca media è stata di 48,5 anni. Solo il 4% dei nuovi assunti aveva età compresa tra i 19 e i 30 anni, il 20 per cento aveva tra i 31 e i 40 anni, il 29 per cento tra i 41 e i 50, il 33 % tra i 51 e i 60, e ben il 14 per cento over 60.

Qui! Group è a un passo dal fallimento

Si fa sempre più nero il futuro dei lavoratori della Qui! Group e delle imprese che sono in attesa di recuperare dalla società genovese che distribuisce i buoni pasto cifre che arrivano a superare 50mila euro per un totale di almeno 32 milioni di euro. Durante l’udienza davanti al tribunale civile di Genova, la Procura – che indaga sulle pesanti difficoltà economiche dell’azienda guidata da Gregorio Fogliani – ha presentato istanza di fallimento dopo che Qui! Group lo scorso 8 agosto aveva invece richiesto l’ammissione all’amministrazione straordinaria ai sensi della legge Prodi-bis. Ora il giudice Daniele Bianchi dovrà valutare il piano di ristrutturazione della società e decidere se concedere o respingere la richiesta dell’amministrazione controllata con la nomina di un commissario straordinario che dovrà gestire la vertenza per evitare il fallimento, salvaguardare oltre 600 posti di lavoro e tentare in qualche modo di pagare migliaia di bar e ristoranti in tutta Italia. Nel caso, invece, il giudice accogliesse la richiesta dei pm scatterebbe la procedura fallimentare motivata dal grave stato di insolvenza.

Il bubbone dei buoni pasto Qui! Ticket è esploso il 13 luglio quando la Consip (la centrale acquisti del Tesoro) ha revocato la convenzione che legava 5 Regioni (Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta, Lombardia e Lazio) alla società per “reiterato, grave e rilevante inadempimento delle obbligazioni contrattuali” rendendo carta straccia i ticket in possesso di quasi un milione di dipendenti pubblici, forze dell’ordine e ministeriali compresi.

Dal 6 agosto, a subentrare nella gestione dei due lotti del bando Consip da 388 milioni di euro vinto da Qui! Group nel 2016 con un’offerta inferiore di quasi il 20%, è la multinazionale francese Sodexo che, complice il mese di agosto, comincerà a emettere i ticket solo dalla prossima settimana; buoni che quindi, tecnicamente, arriveranno ai lavoratori dal prossimo mese. Poi a dicembre si chiuderà la nuova gara “Buoni Pasto 8” della Consip che assegnerà un miliardo di euro per i nuovi buoni cartacei ed elettronici della Pubblica amministrazione.

La Qui!Group, che ha sempre negato di avere problemi di solvibilità, ha smesso di rimborsare gli esercenti già da fine 2017 sostenendo di essere a sua volta in attesa di arretrati milionari da parte dello Stato. Eppure il gruppo, che ha chiuso il 2017 con 560 milioni di euro di ricavi consolidati, nel 2016 aveva già registrato debiti per 191 milioni di euro (di cui 68 milioni verso i fornitori e 105 milioni verso le banche). Tanto che la sottoscrizione di un bond da 50 milioni di euro con un fondo americano, secondo gli addetti ai lavori, sarebbe servito solo per arginare una crisi sistemica che, tuttavia, non gli ha impedito di partecipare al più importante bando Consip per la fornitura di ticket. La società genovese è l’unica italiana delle 7 sorelle dei buoni pasto a dividersi un mercato da circa 3 miliardi di euro.

Ora, ad essere sull’orlo del fallimenti ci sono anche centinaia di esercenti, titolari di bar, ristoranti e pizzerie “che potrebbero abbassare la serranda e non riaprirla più a causa dei mancati rimborsi della Qui!Group”, denuncia la Fipe (la Federazione dei pubblici esercizi). Mentre dai sindacati arriva un appello al giudice: “Valuti con l’istanza di fallimento, perché significherebbe l’immediata perdita di posti di lavoro per tutti i dipendenti della Qui!Group”, chiede Silvia Avanzino della Fisascat Cisl Liguria.