Lezioni da Berna e Berlino per evitare il crollo dei ponti

Dopo 4 giorni dalla tragedia del crollo del ponte Morandi l’Ustra, l’Ufficio federale svizzero delle strade che gestisce le infrastrutture, tra cui migliaia di viadotti, ha rassicurato l’opinione pubblica svizzera sulla sicurezza dei loro ponti. A due giorni dal disastro invece, il ministro dei Trasporti tedesco Andreas Scheuer ha detto che è già pronto il Bundesverkehrswegeplan il piano delle infrastrutture dei trasporti federale con 2,9 miliardi per la manutenzione dei ponti e delle strade.

In un’intervista a Sef News (portale web della televisione svizzera tedesca) Thomas Rohrbach, portavoce dell’Ustra, ha ricordato che la Svizzera conta circa 1.500 ponti e 1.600 cavalcavia e di questi solo una quarantina sarebbe in stato critico: “Il nostro compito è di garantire che i ponti autostradali possano essere sempre percorribili in modo sicuro, un crollo di un ponte è semplicemente impossibile, anche quando le condizioni sono un po’ inconsuete”.

Rohrbach afferma che tutti i ponti autostradali svizzeri sono ispezionati con controlli visivi continui e con ispezioni accurate ogni cinque anni: “È un lavoro perpetuo. Non si finisce mai di esaminare i ponti”. Per controllare quelli più alti, l’Ufficio federale usa anche i droni.

Per quanto riguarda la situazione tedesca, il ministro dei trasporti Scheuer ha ricordato di avere pronto un piano delle infrastrutture dei trasporti federale che indica risorse e metodi di controllo dei ponti della rete tedesca: 40.000 sono di competenza dello stato, di cui 2.500 hanno bisogno di un risanamento urgente, di cui 1.500 sulle autostrade (che non sono private) e 1.000 sulle strade statali. Sono a disposizione 1,3 miliardi per il 2018, ma l’importo dovrebbe salire a 1,6 miliardi l’anno nel 2022. Il principio utilizzato per ogni ponte è un controllo dettagliato di primo livello ogni 3 anni e di secondo livello ogni 6 anni. Ci sono poi le ispezioni visive ogni 6 mesi. Su tanti ponti autostradali la velocità è ridotta a 80 km/h o anche 60 km/h per i camion (spesso accompagnato da un autovelox prima del ponte) e che in alcuni casi le due corsie per senso di marcia sul ponte sono ridotte ad una sola. C’è qualche coda, ma si va piano e non si corrono rischi.

In questi giorni in Italia si è assistito alle più svariate forme di denuncia dei ponti insicuri e ammalorati. Sembrata quasi una caccia ai fondi: il primo Comune, Provincia o Regione che individua l’infrastruttura malata spera di farsi finanziare l’intervento necessario. Questo è il caos, frutto di una gestione disastrosa della rete autostradale e della rete statale e provinciale italiana. Le autostrade hanno i soldi ma non li spendono, l’Anas ha contenziosi per 9 miliardi e una gestione da riformare e le Province, dopo la legge Delrio, hanno lasciato in fondo alle loro priorità le strade. A gennaio scorso, l’ex ministro dei trasporti Graziano Delrio ha annunciato un mega-piano da 123 miliardi per trasporti più sostenibili, “Connettere l’Italia”. Tante le buone intenzioni, tra cui il rilancio del ferro e la ristrutturazione dell’autotrasporto, destinate purtroppo a restare lettera morta, mentre le lobby delle strade godevano delle proroghe delle concessioni.

Il paradosso è che tra i Paesi che puntano sul trasporto ferroviario come la Svizzera e la Germania (la cui quota modale è rispettivamente del 48 per cento e del 24 per cento) tengono in massima efficienza e sicurezza le strade e le autostrade, mentre l’Italia che detiene una quota modale dell’8 per cento su ferro ed è squilibrata verso il trasporto su strada ha una rete colabrodo e pericolosa a cui si aggiunge, dopo il disastro di Pioltello, anche quella ferroviaria.

Licenziamenti, senza tetto, inchieste: è tornato lo spettro del crac 2001

Secondo l’ultimo censimento condotto da associazioni che lavorano nel settore dell’assistenza ai senzatetto, il numero delle persone costrette a vivere in strada a Buenos Aires è aumentato, nel corso dell’ultimo anno, di circa il 30%, passando da poco meno di 5900 a più di 7.500 persone. La cifra triplica addirittura, arrivando a circa 20.000, se si fa riferimento a chi nella morsa dell’indigenza non è ancora caduto, ma vi si trova molto vicino.

Pochi forse sui 20 milioni di abitanti della regione di Buenos Aires, i senzatetto pur in aumento, ma il segnale di una fase di grande difficoltà per tutto il Paese, alla cui presidenza da quasi due anni è il liberista Mauricio Macri. Dopo 12 anni di politiche sociali della presidente Cristina Kirchner – proprio in questi giorni alle prese con un grande scandalo legato a casi di corruzione, la polizia ha perquisito tre sue residenze – Macri ha imposto dall’inizio del 2016 una serie di tagli alla spesa pubblica e ai sussidi, da lui considerati misure assistenziali, nell’intento di liberare le energie dell’impresa privata. Senza però fare i conti con gli alti e bassi di un’economia nazionale sempre fragile.

“Le misure del nuovo corso hanno provocato da subito un’ondata di licenziamenti, prima nel settore pubblico, successivamente anche in quello privato. In questo modo, il tasso di disoccupazione è sensibilmente aumentato”, commenta Elena Llorente Ruiz, giornalista del quotidiano di Buenos Aires Pagina 12, ricordando il costo sociale pagato dai suoi concittadini al nuovo corso politico.

La crisi è precipitata quest’anno, quando il peso è stato messo sotto pressione sui mercati internazionali, perdendo da maggio a oggi il 40% del suo valore sul dollaro, il peggior caso di svalutazione recente (Venezuela a parte) insieme a quello della lira turca. Moneta debole e tassi d’interesse alle stelle, è poi l’inflazione al 31% a colpire salari e risparmi. Per aggirare la crisi di fiducia degli investitori stranieri, Macri ha pensato di chiedere un prestito da 50 miliardi di dollari al Fondo Monetario Internazionale, ma molti economisti concordano che una nuova recessione è alle porte.

“Nel 2001 la gente faceva la fila fuori dai ristoranti. Non per sedersi e pagare, ma dalla porta di dietro, quella di servizio, per aspettare i resti di chi aveva finito di mangiare”, ricorda la giornalista di Pagina 12. Gli argentini hanno sperato di non rivedere più quelle scene, oggi hanno di nuovo paura.

“Catastrofe Maduro, il Venezuela si salva anche con la violenza”

Dinanzi alle violenze nelle strade e la crisi economica che dura da cinque anni e non lascia scampo, per molti venezuelani l’unica alternativa è la fuga. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. dal 2015 a oggi, 1,6 milioni di venezuelani sono scappati, il 90% dei quali in altri Stati del Sud America. “Si sta determinando una crisi che abbiamo già visto in altre parti del mondo, in particolare nel Mediterraneo”, sostiene l’Oim.

Antonio Ledezma, ex sindaco di Caracas e leader del partito Accion Democratica, aveva lasciato il Venezuela quasi un anno fa, il 17 novembre scorso, poche settimane dopo essere uscito dal carcere avendo ottenuto i domiciliari. Coperto da una rete di collaboratori, è andato prima in Colombia e da lì in Spagna, a Madrid.

“In realtà, in questi otto mesi dalla Spagna ho viaggiato in più di venti Paesi per incontrare i venezuelani fuori dal nostro Paese, per organizzarci e non perdere l’auto-stima, per continuare nella lotta. In questo percorso ho ricevuto tanti attestati di solidarietà”.

Cosa sta accadendo oggi in Venezuela?

Una catastrofe, senza paragoni con altri scenari attuali. Il Paese è in bancarotta e col passare del tempo il baratro si avvicina ed è senza ritorno. A tenerlo paradossalmente in vita è il popolo che resiste, con le unghie e con i denti.

Rispetto agli scontri nelle strade tra esercito e manifestanti, alle vittime dell’estate scorsa, ora le cose sono peggiorate?

Senza alcun dubbio. Chi si sveglia al mattino in Venezuela oggi sa che potrà andare solo peggio. Gli scontri sono diminuiti, ma l’inflazione ha raggiunto picchi incredibili e la svalutazione della moneta è al 4-5mila per cento.

A proposito di moneta, cosa pensa dell’introduzione del Petro?

Maduro ha introdotto una moneta illegale. È nello stile autoritario del dittatore, capace di giocare con la politica monetaria, di convertire la banca centrale venezuelana in un’impresa buona solo per stampare denaro e aumentare l’iperinflazione.

Sul presunto attacco terroristico al presidente con i droni del 5 agosto, quale idea si è fatto?

Considerate chiuse tutte le strade del dialogo col regime, ad ogni livello, compreso quello elettorale, le uniche alternative sono soluzioni radicali, quindi violente.

Anche questa è opposizione?

Mai appoggiato la violenza, neppure adesso. Tuttavia, lo scenario prevede al momento una lotta intestina nel Paese, una resistenza il cui scopo è condurre ad un processo civile di rivoluzione popolare contro la tirannia. L’obiettivo sono elezioni davvero libere. Esiste un’agenda politica combinata, tra i movimenti interni e la diaspora. Noi facciamo pressione affinché l’Unione Europea, gli Stati Uniti, il Canada e così via aumentino le sanzioni verso il regime di Maduro. Al tempo stesso è urgente attivare il settore umanitario per far fronte alla crisi quotidiana.

Sarebbe pronto a rientrare?

Ora è un sogno, per me e i milioni di connazionali sparsi in tutto il mondo. La diaspora ha raggiunto il 12% della popolazione, milioni di persone, la più grande migrazione del pianeta degli ultimi decenni. La crisi in Venezuela uccide per fame, per disoccupazione, per mancanza di medicina. Tra chi scappa c’è la parte buona della società, i migliori talenti.

Lei ha vissuto tutto il periodo di Chávez e la transizione con Maduro: quali le differenze ritiene vi siano tra i due leader?

Chávez era un impostore carismatico, un populista che ha fatto dell’antipolitica lo strumento per salire al potere. Maduro è un politico con molti limiti, ma più sanguinario del suo predecessore.

L’ultima battaglia del conservatore illuminato

Nel ranch di Sedona, in Arizona, con la sua famiglia, John McCain aspetta la fine: ha interrotto le cure mediche, ma non ha smesso di lottare contro il male, un tumore al cervello, cui è già sopravvissuto più di quanto i medici, un anno fa circa, gli avevano pronosticato. La forza di volontà e la resistenza al dolore non sono mai mancate a quest’uomo che, quando nel dicembre del 1967 due suoi commilitoni se lo videro sbattere nella loro cella in un campo di prigionia vicino ad Hanoi, pensarono non sarebbe sopravvissuto una settimana.

Il 26 ottobre, McCain era stato colpito durante la missione numero 23 nei cieli vietnamiti: si eiettò, finì con il paracadute in un lago, le braccia e una gamba rotte. Ferito, pestato e torturato, non avrebbe più recuperato a pieno l’uso degli arti. Ma sopravvisse a cinque anni e mezzo di prigionia: alla fine della guerra, tornò a casa e a fare l’ufficiale della Marina, pluridecorato ma fisicamente impossibilitato a diventare ammiraglio, come il padre e il nonno, finché non si scoprì la vocazione alla politica. Cinquant’anni dopo essere stato abbattuto, il pilota della US Navy, eletto senatore in sei successive elezioni, è ancora in prima linea ma non tornerà più al suo scranno nel Senato degli Stati Uniti, tenuto ininterrottamente dal 1986, quando la gente dell’Arizona lo scelse per sostituire l’ultra-conservatore segregazionista Barry Goldwater, candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 1964.

Vittima di quella maledizione americana per cui i reduci del Vietnam, marchiati dalla sconfitta, arrivano alla Casa Bianca solo nei film – da Independence Day ad AirForceOne -, mentre nella realtà ci vanno gli imboscati di quella guerra, come Bill Clinton e George W. Bush, McCain fallì due volte l’attacco alla presidenza: nel 2000, fu ‘fatto fuori’ nelle primarie repubblicane da Bush; nel 2008, ottenne la nomination, ma fu battuto nel voto dal candidato democratico Barack Obama. Nella campagna presidenziale, il Secret Service gli diede il nomignolo, azzeccato, di Maverick, cane sciolto, che gli sarebbe rimasto addosso.

Mentre combatteva, sapendo di perderla, la battaglia contro il cancro, McCain è riuscito a fare sentire la sua voce nella politica americana: a fine 2017, il suo ‘no’ fu decisivo per evitare l’affossamento della riforma sanitaria di Barack Obama; in primavera, s’era opposto alla nomina a capo della Cia di Gina Haspel, non ostile al ricorso alla tortura con i terroristi; a luglio è stato critico verso il presidente Trump dopo il Vertice di Helsinki con Vladimir Putin, mentre accoglieva con favore la designazione del giudice Brett Kavanaugh alla Corte Suprema.

L’autorità morale del senatore di 81 anni, esperto di difesa e sicurezza, è sempre andata crescendo, fino a farne, nell’America di Trump, la figura di riferimento dei conservatori illuminati, che detestano l’isolazionismo internazionale e la rozzezza personale del magnate presidente. Con Trump, non c’è mai stato feeling: il senatore è stato fin dall’inizio molto diffidente sull’ascesa al potere del magnate. Nella campagna, Trump mise persino in dubbio che McCain fosse un eroe: “A me piacciono quelli che non si fanno prendere”, ironizzò.

Prima d’interrompere le cure, McCain ha finito di girare un documentario della Hbo e ha pubblicato l’ultimo suo libro, The Restless Wave, dove ribadisce la sua visione repubblicana pro-libero scambio e pro-immigrazione. Di Trump, scrive: “L’apparenza di durezza, o un fac-simile di durezza da reality show, sembra essere più importante dei nostri valori”.

Idlib, incubo della strage col gas Mosca: “Daranno la colpa a noi”

Dopo otto anni di guerra, la vasta provincia di Idlib, nel nord ovest della Siria, è l’ultimo baluardo degli oppositori del regime divisi in varie fazioni, alcune delle quali in aperto contrasto. Mentre il milione e mezzo di profughi interni (metà della popolazione che attualmente risiede nella provincia) si arrabatta per sopravvivere in campi dove manca quasi tutto, sia i soldati dell’esercito libero siriano, sostenuti dalla Turchia, sia i gruppi di jihadisti islamici sono occupati a scavare trincee, ad ammassare artiglieria e uomini per quella che le impotenti Nazioni Unite temono sarà “il più grande bagno di sangue” di questo conflitto costato la vita a più di mezzo milione di persone.

Per riprendere il controllo di questa zona cruciale per i collegamenti via terra con la Turchia e la Giordania, confinante con l’unica base navale russa sul Mediterraneo (nella provincia di Latakia, roccaforte della famiglia del presidente Assad), i soldati del regime appoggiati dall’alleata aviazione militare russa, potrebbero fare nuovamente ricorso alle armi chimiche, anche se alcuni osservatori continuano a insinuare che gli scorsi attacchi con i gas letali siano stati perpetrati dai jihadisti.

Le accuse sono reciproche e non vi sono mai state prove esaustive. I russi, in vista di quella che dovrebbe essere la battaglia per la riconquista dell’area dove hanno più interessi, accusano già apertis verbis i jihadisti di essere pronti a sferrare un attacco con razzi armati di sostanze chimiche mortali.

Il ministero della Difesa russo sostiene che i qaedisti dell’ex Al Nusra stiano preparando un attacco con armi chimiche per incolpare ingiustamente il governo di Damasco e fornire un pretesto a Usa, Gran Bretagna e Francia per attaccare obiettivi siriani con raid aerei. Il generale Igor Konashenkov, portavoce del ministero della Difesa russo, ha detto ai microfoni della tv del Cremlino Russia Today, che il cacciatorpediniere americano The Sullivans, dotato di 56 missili da crociera, è già schierato nel Golfo Persico.

Da alcuni giorni bombardieri sono stati trasferiti nella base aerea di Al Udeid, in Qatar. Stando al ministero della Difesa russo, otto barili di cloro sarebbero stati portati nei pressi di Jisr al Shughur per mettere in scena l’attacco, e un gruppo di miliziani addestrati dalla società di sicurezza privata britannica Olive sarebbe anche giunto nella zona. I miliziani islamisti, secondo l’emittente, sarebbero pronti a camuffarsi da volontari dei Caschi Bianchi e a simulare un’operazione di soccorso.

La conquista di Idlib da parte del regime segnerebbe di fatto la fine della guerra ma, proprio per questo, gli attori internazionali coinvolti venderanno cara la pelle. Alcuni analisti ritengono tuttavia che la presenza dell’esercito turco a nord della provincia stia frenando il redde rationem.

La Turchia – nemica di Assad, ma partner dei suoi alleati Mosca e Teheran nei negoziati di Astana – con il pretesto di combattere a fianco dell’esercito libero siriano contro i curdi del Rojava, è riuscita ad attestarsi ormai saldamente in Siria. Ma non è solo per accrescere la propria importanza in ambito geopolitico e impedire ad Assad di riprendersi tutto il paese dando la promessa autonomia ai curdi, considerati da Erdogan peggio dell’Isis, che Ankara farà di tutto per evitare una carneficina.

A pesare è anche la questione profughi. La provincia di Idlib è vicina al confine turco e il Sultano non vuole un’altra ondata di profughi ed estremisti islamici visto che a Idlib è confluita la maggior parte dei gruppi islamisti cacciati dalle altre zone della Siria.

L’invidia è brutta, signora mia: ovvero i Benetton odiati a Cortina

No, ma quale sudditanza dei media per l’azionista? Come vi viene in mente? Repubblica, per dire, ieri ci ha raccontato con coraggio le sofferenze dei magliari. Si poteva immaginare infatti che a Cortina “la famiglia Benetton trovasse riparo e persino ristoro, dall’onda rancorosa dopo il disastro di Genova, e l’immediato crucifige sui social”. E “invece è piuttosto sorprendente scoprire che l’onda è arrivata fin qui”. “Del resto (signora mia, ndr) questa è la moda corrente in Italia, lo spirito dei tempi avvelenati che cerca il castigo pubblico, anche in un posto di vacanze splendente come è Cortina”. Inaudito. I Benetton “pagano la fama, la gloria di imprenditori del primo Made in Italy”, “i successi internazionali” e “le campagne etiche, e di sinistra”: “Il bersaglio ideale, vien da dire”. Quelli che li criticano, però, pare siano “per lo più romani e ciociari”, gente che dice che per Genova dovevano prendersi “li fischi al funerale” o altri che “pagano in contanti alberghi e cene” (rectius: evasori). Seguono aneddoti per dire nemo propheta in patria. Ecco, un’informazione che mancava nel pezzo, pur pregevole, è che a Genova sono morte 43 persone per il crollo di un ponte in gestione a un’azienda controllata da una società controllata dai Benetton, ma son dettagli. Non ci resta, dunque, che ringraziare Salvini per aver dirottato il dibattito che si era aperto sul ruolo dello Stato in economia e le privatizzazioni verso una guerra finta attorno a 150 persone chiuse su una nave e che alla fine, com’era ovvio, sono sbarcate. Avrà avuto i suoi motivi.

Ammazzatemi ma l’agnello no

“No! Io l’agnello non glielo porto, a quello lì!”.
“Come sarebbe a dire? Tuo babbo t’ammazza! Non farmi questo, per favore”.
“E che mi ammazzi. A parte che babbo uscirà di galera tra dieci anni, ma siamo già morti, comunque”.

Da quando Biante Fonissa era tornato a Telévras, altro non s’era fatto, in quella piccola enclave, che fare a gara per onorare il rito pagano de “Sa Paradura”. Gli si doveva dare un’altra possibilità, dopo 15 anni di carcere, perché potesse ricominciare a fare il pastore, dato che aveva dovuto vendere tutto per pagarsi gli avvocati e risarcire le vittime delle sue imprese sciagurate. Quindi, in base al proprio censo e alle proprie possibilità, ognuno avrebbe dovuto donare un agnello, al limite anche una capretta o una pecora, per consentirgli la sua palingenesi agropastorale. Il tutto, come regola comanda, senza clamori mediatici, possibilmente in silenzio e in forma privatissima.

“Dobbiamo farlo, figlio mio. Fallo per tua mamma. Lascia perdere quello che è stato… Sono cose da grandi. Se la vedranno tra di loro”.

“No! Quello li scanna, gli agnelli”.

“E cosa vuol dire? Certo che li uccide. Fa il pastore, che deve fare?”.

Che Marcellino Chilone fosse un ragazzino “strano”, lo si poteva intuire dal fatto che camminasse per le stradine del paese sempre da solo, senza nessun amico e, soprattutto, senza il conforto dei suoi 134 cugini che, a vario titolo, s’erano miscelati con lui per via delle imprevedibili peripezie genetiche della Sardegna.

Tutto era cominciato due anni prima, quando si era rifiutato di cantare nel coro della chiesetta campestre. Fu un vero scandalo e suo padre ne soffrì moltissimo. Aveva una voce bianca davvero notevole e lo immaginava, estraniarsi da solista, a cantare almeno uno strofa di No potho reposare. Taluni ricordano ancora la discussione che ne seguì, tra lui e il suo babbo, nel sagrato.

“Io non la canto, quella canzone”.

“Cosaaa? Tu invece la canti e la impari tutta a memoria”.

“No”.

“Sì”.

“No”.

“Sì”.

“Nooo!”.

E non la cantò. No potho reposare non conobbe mai la meravigliosa ugola di Marcellino Chilone.

Sentenziò: “È la canzone più triste dell’umanità”.

Controbatté, suo padre: “È la più bella canzone d’amore mai scritta”.

Insisté Marcellino: “Dedicala alla mamma, così ti lascia subito!”.

Ma il vero scandalo fu il “gran rifiuto” nella notte di Natale. La messa di mezzanotte era la funzione religiosa alla quale nessuno poteva mancare, a meno di non essere morti o in galera.

“Allora Marcellino. Tu intoni da solo l’Ave Maria in sardo e tutti noi ti seguiamo quando sali di un’ottava, come faceva Maria Carta” gli disse trionfante il parroco.

“Manco morto”.

“Cosa dici, Marcellino? Questa non la posso sentire. E perché?”.

“È orrenda”. Altro non disse.

Il parroco stette molto male, quasi si scinigò, svenne, per la delusione. L’Ave Maria in limba non si tocca, non si discute. La impari già nella culla. Nessuno s’era mai permesso di definirla “orrenda”. Ma la naturale bellezza dell’assurdo ha i suoi postulati e le peripezie giudiziarie di suo padre cominciarono, esattamente, il giorno di santo Stefano, quasi come se Némesis, refrattaria a qualsiasi tipo di rito apotropaico, fosse ridiscesa in terra per punire quel ragazzino saccente e presuntuoso, che aveva osato denigrare gli dei. Sa giustissia, sotto forma di due camionette stracolme di carabinieri, venne a prendere il suo babbo. Dicevano che qualcuno, forse lo stesso Biante Fonissa, l’avesse accusato di complicità in una serie di furti di bestiame e, addirittura, d’aver coperto la sua latitanza, dopo che Biante fu accusato del sequestro di un ricco possidente della zona. Ma non era questo che importava a Marcellino. Fu come se, quell’arresto, l’avesse reso adulto e balènte, simultaneamente e in una sola notte. Si sentì l’unico uomo di casa e, nonostante non fosse ancora adolescente, come tale cominciò a comportarsi. Si fece carico delle incombenze quotidiane, della vendita del latte e della lana, cercando di risparmiare il suo gregge dalla mattanza di Pasqua. Smise d’andare a scuola, dopo la terza media, perché era figlio unico e sua mamma, sui monti a governare il gregge, non ci poteva andare. Sua madre, però, notò che smise di vendere le bestie, accontentandosi degli scarsi proventi del latte e della lana, tentando di vendere il pecorino che, nel frattempo, aveva imparato a fare benissimo. E glielo disse: “Il prezzo è troppo basso. Il latte o lo trasformi tutto in formaggio o non serve venderlo. La lana non la vuole più nessuno. Abbiamo da pagare ancora l’avvocato. Vendi gli agnelli. In due anni non l’hai mai fatto”.

“Dobbiamo aumentare il gregge. Abbiamo poche bestie. A noi dovrebbero farla, ‘Sa paradura’. Quando ne avremo almeno un centinaio, comincerò a vendere” le rispose, senza molta convinzione.

E ora, erano lì, in quella piccola casa in pietra grezza, a ridosso delle montagne, con il giornale sul tavolo che si occupava, incredibilmente, della loro piccola comunità. Fu sua madre a rompere gli indugi, indicando l’articolo in prima pagina.

“È per questo che non vai a dargli l’agnello? Per la pubblicità? O perché pensi che sia stato lui a fare il nome di tuo padre?”.

“Anche… ”.

“Non credere a quello che si dice. Non è stato lui a incastrarlo. Non è stupido Biante. E, comunque, anche tuo padre non è un santo. Le cose le ha fatte. Il denaro, sempre il denaro… D’altro non parlavano, quei due”.

“Non solo loro due. Tutti parlano solo di quello. Ma non m’importa… ”.

“E tu? Pensi davvero che tuo padre lo facesse per fini politici? Per finanziare l’indipendenza? Sul serio lo credi? Quelli che ho conosciuto, dei suoi amici, si compravano la casa al mare, si rifacevano i denti nuovi… tutti col Suv giravano. Noi manco la Panda c’abbiamo. Sai quanto gliene fregava della loro Terra libera. Tuo padre era solo un manovale ignorante. Gli architetti sono al sicuro… ”.

“Non è per quello, mamma”.

“E allora, perché? Perché mi metti in imbarazzo? Lo capisci che se non vai anche tu, penserà che l’abbiamo condannato ‘per sentito dire’? Ha pagato i sui debiti. E accadrà anche con tuo padre, quando uscirà. Ricomincerà, anche con l’aiuto della comunità”.

“Non lo voglio il loro aiuto. Fosse semplice dirtelo… ”.

“Ma cosa non è semplice? Cosa? Stai per compiere 14 anni. Hai tutta la vita davanti. Non puoi vivere isolato dal resto dell’umanità. Mangi solo due pomodorini e una foglia di lattuga. L’anno prossimo tornerai a scuola. Basta! Ora decido io. Ti aiuterò al mattino, dovessi massacrarmi di spine le caviglie. Andremo avanti lo stesso e venderemo gli agnelli, per guadagnare di più”.

“Noo, mamma, quello no! Non venderemo mai. Ascoltami”.

“Dimmi figlio mio. Qualunque sia il motivo. Però vai anche tu a donargli l’agnello. Me lo prometti, vero? Voglio vivere in pace, per i prossimi anni”.

“Mamma… è dura dirtelo. Io sono diventato… ”.

“Cosa, figlio mio? Cosa sei diventato?”.

“Mamma, perdonami”.

“Ma perché devo perdonarti? Cosa sei diventato? Cosa sei? Dimmelooo!”.

“Mammaaa… Sono veganoooo!”.

La vicenda

Matteo Boe è tornato libero l’anno scorso dopo averne scontati 25 per
il sequestro del piccolo Farouk Kassam, cui tagliò un pezzo d’orecchio.
A Boe a inizio mese il cantante degli Istentales Gigi Sanna voleva dare 15 pecore per ricominciare una ‘nuova vita’, secondo l’antico rito de “Sa paradura” con cui il mondo pastorale sardo si mobilita quando un collega,
per calamità, morie o furti, perde il gregge. Un gesto che non ha considerato il caso diversissimo di Boe e che ha suscitato aspre polemiche – anche social – fino alla marcia indietro

È una vendetta: Asia la “strega” ora deve pagare

Era immaginabile, per certi casi della storia occidentale dalla cosiddetta liberazione sessuale in poi, che il movimento #MeToo potesse trasformarsi attraverso impercettibili smottamenti nel suo esatto contrario. Che la sacrosanta denuncia pubblica di comportamenti ignobili tenuti da omoni talmente impotenti da dover ricattare una donna (o moltissime donne, come Harvey Weinstein) per fare sesso, slittasse con la grancassa della stampa benpensante verso una sessuofobia maschilista a scapito di molestati e ricattati, che incidentalmente sono per lo più donne. Infallibile e precisa come un orologio svizzero, la vendetta fallocratica ha colpito Asia Argento. Al di là di ogni opinione sulla sua persona e sulla sua credibilità, solo gli ingenui possono credere che la decisione di Sky di “licenziarla” da X-Factor dipenda da “questioni etiche contrarie alla linea” della Tv. Secondo noi, Sky ha prima tentato di cavalcare la popolarità acquisita da Argento dopo lo scandalo Weinstein (pare che lo showbiz funzioni proprio secondo questo cinismo mascherato da giusta causa), e poi, dopo le recenti rivelazioni di un attorino che si è sentito violentato da Argento alla tenera età di 17 anni, ha deciso di posizionarsi dalla parte del più forte, cioè del moralismo repressivo. Non ci raccontino storie: Argento non è stata scelta “per le sue competenze musicali”, come recita il comunicato un po’ troppo impiegatizio per un programma che si vanta di aver rivoluzionato i codici dell’intrattenimento; ma perché i sapienti autori hanno intravisto nella controversa giudice e nella sua vicenda di squallore e rinascita, di irruenza e ambiguità non addomesticata, la possibilità di fare più ascolti. Poi, assecondando di fatto i maramaldi del web che non stavano aspettando altro che il suo sputtanamento, si sono fatti risucchiare dalla sessuofobia puritana che pretende la punizione della donna-strega, la stessa reazione demente che ha rovinato la carriera a un grandissimo attore come Kevin Spacey, che si è visto annullare tutti i contratti per i presunti “assalti sessuali” denunciati da giovanotti sensibili in pieno #MeToo. Dopotutto si è sempre fatto così: a un passo avanti (donne che si difendono dal ricatto sessuale con la propria voce non potendo scaraventare un maschio addosso a un muro, o che capiscono solo in seguito di essere state manipolate in uno dei tanti modi in cui un potente manipola un debole), seguono due passi indietro. Si abbraccia una “rivoluzione”, di fatto autorizzando una liberazione altrui, qualche furbo ci marcia dicendosi vittima, violenza e avance vengono equiparate, le vittime vere, venuta meno la veridicità generale delle accuse, ricominciano a tacere, e la regia generale torna nelle mani del potere costituito (Marcuse chiamava questa slavina “desublimazione repressiva”, vabbè). Ed eccoci a oggi, con Asia che perde il lavoro e la stampa che dopo aver contribuito a montare il caso delle molestie sessuali in tutti i campi dell’arte umana si getta famelica sulle rivelazioni anonime di personaggi viscidi tese a disonorarla: ex amici che pubblicano chat private; maschi ancora turbatissimi, povere stelle, dall’aver ricevuto video di Asia senza reggiseno; avvocatucoli, già fan sfegatati dello chef Anthony Bourdain (compagno di Argento morto suicida) che si rivelano avvoltoi pronti a spolpare la coppia con richieste di milioni e la minaccia implicita di screditare l’intera battaglia contro i molestatori gettando fango sulla “moralità” della donna (ciò che da sempre fanno i tribunali dell’Inquisizione nelle loro varie incarnazioni). Il tutto svelato con stile da feuilleton, e non solo dal famigerato Daily Mail, ma anche dal New York Times, che ha vinto il Pulitzer per gli articoli sul caso Weinstein, col piacere sadico amplificato dai social di smascherare e punire la donna, e con essa tutte le donne, che s’è permessa di alzare la testa.

Il mistero dell’incredulità che si annida anche tra i più vicini a Gesù

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”. Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono”. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre”.

Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Giovanni 6,60-69).

La scorsa domenica ci siamo soffermati sulla promessa di Gesù Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna. La folla ascoltava perplessa perché sembrava animata dal desiderio di avere cibo in abbondanza mediante un’opera portentosa! Magari e che fortuna ci tocca! I giudei discutevano tra loro tutt’altro che disposti a credere in Gesù. L’invisibile e resistente barriera dell’incredulità sta accerchiando il Maestro: è la cronaca di un Suo insuccesso e proprio tra i suoi. Oggi la crisi di fede investe il gruppo stesso dei più intimi, i suoi discepoli. Essi fanno fatica a riconoscere il segreto della Persona di Gesù e quindi diventa problematico comprendere che cosa significa seguire Gesù! Come intenderlo? Come dargli credito? Come comprendere (akoùein), accettare, obbedire, aderire a questo disegno di grazia? Distinguendo tra carne e spirito, Gesù conclude chiaramente nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre. L’azione del Padre non è un dare o un concedere (dìdomi) come qui, ma un’ineffabile, positiva, dolce azione nei riguardi del discepolo che viene attirato e lo risusciterà nell’ultimo giorno. È vivace la reazione scandalizzata di tutti coloro che odono le parole del Messia che non demorde dal continuare ad offrire il Suo sangue come bevanda di salvezza perché le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita!.

Il discorso si sta facendo duro, ma bisogna che i Dodici prendano posizione: debbono confessare la loro fede o andarsene. Molti abbandonano questo Maestro di libertà dalla cui potenza, poco prima, (non dimentichiamolo!), avevano gustato entusiasti pani e pesci moltiplicati. Ma Gesù non va in cerca di reclute; la Sua libertà è audace ed esigente, pronta a provocare una scelta ancora più chiara, definitiva e ancora più piena di vita: Volete andarvene anche voi? Le parole di vita eterna fanno crescere la vera libertà, invitano a creare cose che non muoiono, allenano a non trattenere presso di sé l’amore, mettono in gioco me stesso, come Pietro, liberato da ogni paura.

È proprio Pietro che, dopo l’incontro vivo con Cristo che lo ha trasformato in pescatore di uomini, risponde a nome di tutti noi, professa la sua fede con la forza che lo Spirito concede a chi si apre alla Sua azione: Signore, da chi andremo? Verrà anche il tempo del tradimento, del rinnegamento, della paura ma, adesso, questo semplice uomo, nudo della sua poca fede ma rivestito dalla Parola di salvezza del Maestro, può proclamare la verità più profonda che abita il cuore dell’uomo e che il salmista celebra con versi indimenticabili: “Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza?” (Sal 139,7). Signore, anch’io, con Pietro, scelgo di stare con Te, mangiare il Tuo pane che è per tutti, so che non cacci nessuno e Ti offri su di una tavola alla quale sono invitati tutti gli affamati di vita.

E il mistero dell’incredulità e la fragilità del tradimento, che s’annidano anche tra noi, saranno vinti dalle Tue Parole di vita, Signore Risorto.

*Amministratore Apostolico di Camerino-San Severino Marche

Caso diciotti: l’Italia contro l’Italia

Quando il capo di metà del governo italiano (vincolato da un contratto ma da nessun principio comune con l’altra metà) ha detto “Non arretrerò di un millimetro”, si è capito che tutto avveniva fuori dalla politica. E dipendeva non da progetti di governo ma da trasalimenti di furore caratteriale non controllabile, di una persona isolata dalla media conoscenza del suo tempo e dei fatti umani.

Gli ingredienti sono: insulti per tutti; una serie di scenate in pubblico del tutto sconnesse con il ruolo istituzionale ma anche con la realtà.

Sta accadendo che da più di una settimana una nave della Marina militare italiana (Guardia Costiera) non può sbarcare il suo carico umano in un porto italiano (nel caso, prima Lampedusa, poi Catania) perché ha compiuto il gesto di raccogliere in mare e salvare dall’annegamento 177 naufraghi in fuga da guerre in terre come Somalia, Eritrea, Sud Sudan, dunque evidenti titolari del diritto di asilo. I naufraghi, accolti su nave italiana, sono già su Territorio italiano, lo sono dal momento in cui la marina italiana ha impedito che finissero di nuovo in mano ai libici (ci sono parecchie vittime del trattamento nelle prigioni libiche, a bordo). Lo sono dal momento in cui la marina italiana non è andata a scaricare i naufraghi a Malta (nonostante gli illogici ordini ricevuti) perché sono persone protette dalla nostra bandiera. Ma quando la metà leghista del governo ha detto ai profughi già accolti dall’Italia: “Non mi ubbidite? E io, che posso, vi faccio restare in mare”, ai profughi e alla Guardia Costiera italiana, quel mezzo governo ha violato di colpo leggi, trattati, consuetudini e Costituzione. Ed è incorso nel reato di sequestro di persona e lo ha fatto con la rabbia incontenibile con cui avviene un pestaggio fuori da una discoteca. La disputa esiste, ma il furore acceca e porta a volte a conseguenze tragiche molto al di là del previsto. A meno che qualcuno si intrometta e cerchi di fermare chi ha perso la testa. Quando il capo del mezzo governo leghista (titolare però di un terzo dei voti) ha preso a insultare, senza potersi fermare, il presidente della Camera, che rappresenta l’altro partito del contratto, si è capito che, in preda a una incontrollabile euforia del potere, il leader che stiamo discutendo, andava separato dalla preda e tenuto a distanza non “benché titolare di una simile carica” ma “perché titolare di una simile carica”.

È quello che forse stanno facendo i procuratori della Repubblica di tre città siciliane, anche a nome del presidente della Repubblica, che difficilmente può tollerare la chiusura dei porti italiani alla Marina italiana, per qualunque ragione al mondo. A meno che si tratti di ammutinamento e che dunque tutti noi, inconsapevoli tranne il ministro, stiamo assistendo al caso della corazzata “Diciotti” che, come la Potiomkin, dell’Ottobre russo, sta dando il segnale di una rivoluzione. Ma chi si ribella a chi, se il presidente della Repubblica e le Procure dello Stato danno ragione ai marinai? Fin dall’inizio della sua cacciata in mare dei reietti, il capo del mezzo governo leghista si era vantato di incredibili sondaggi (80 per cento a favore, fonte Sky) che lo sostenevano.

Mai dimenticare che certe cose (dalla Notte dei Cristalli al Ku Klux Klan) non possono accadere se non c’è una stragrande maggioranza di gente favorevole intorno.

La folla leghista ha sentito l’odore del sangue o è improvvisamente ansiosa di battersi per i confini della Patria. Tutto ciò dopo avere lavorato alla secessione, e mentre prepara i referendum di Lombardia e Veneto per l’autonomia. Ora appare ansiosa di partecipare allo scontro Italia contro Italia, così affine alla natura della Lega di Borghezio, Gentilini, Calderoli.

La folla leghista sembra aver capito la trovata crudele: tenere in ostaggio centinaia di salvati, segnati dalle torture nelle carceri libiche e dalla tensione dell’attesa insensata e dunque inspiegabile, umiliare la Guardia Costiera (non si è sentita mai la voce della titolare della Difesa) e profittare del caldo eccessivo del sole di agosto per far capire ai “negri” di questo esemplare episodio del governare con mano ferma, che “la pacchia è finita”. E che, come ha detto il capo dell’altro mezzo governo, ricordando i caduti di Marcinelle, l’importante è non emigrare.

Il nostro uomo però non si placa. Dice che sta adottando il metodo australiano, (abbandono di profughi in isole deserte) considerato disumano persino da Putin.