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Anche cambiasse il nome, il Pd non si salverebbe

Concordo in parte con la risposta di Andrea Scanzi alla lettera pubblicata ieri di Raffaele Pisani. Condivido pienamente l’affermazione relativa all’autoestinzione del Pd.

In quel partito oggi non c’è nessuno da poter salvare, dato che tutti, chi più e chi meno platealmente, si sono piegati al Renzismo, e non sarà l’ennesimo cambio di nome che riuscirà ad illudere ancora una volta quelli che erano i loro elettori. Il Pd (oramai il Partito Delle lobby) ha tradito il suo progetto politico originario, è stato sorpassato in tutto da altre forze diventando un niente e dal niente non può nascere più nulla. Non condivido quindi quando suggerisci o auspichi la creazione di un nuovo soggetto politico con persone nuove e ti chiedo: quale progetto politico dovrebbe inventarsi questa nuova formazione? Quali propositi e intendimenti che non siano rappresentati e proposti da forze già esistenti? La storia va avanti, indietro non si torna. I dinosauri non sono più ricomparsi, bisogna farsene una ragione.

Alessando Capasso

 

I profughi e quel che resta dell’idea di Unione europea

La vicenda della nave Diciotti, attraccata al molo di Catania, dopo lo sbarco di bambini e malati e senza che l’Ue sia intervenuta per stabilire in quale porto europeo possano sbarcare gli altri migranti, conferma senza più alcun dubbio che l’Europa dei 28 Paesi non c’è più. Essa è solo ridotta ad un manipolo di burocrati, intenti a fare i propri interessi. E, allora, che Salvini e Di Maio abbiano alzato la voce non ubbidendo ancora una volta al diktat, o all’assenza di qualsiasi diktat, non può essere considerata una minaccia o un ricatto, bensì una presa di posizione una volta tanto non servile. È ora che i responsabili dell’Ue si rendano conto che l’Italia non intende più fare il vaso di terra cotta fra quelli di ferro.

Se l’Ue ha la forza di espellere il nostro Paese dall’Unione, realizzata soprattutto grazie alla presenza italiana, si accomodi pure.

E, quindi, la critica severa del segretario del Pd a termine, cioè Martina, nei confronti del governo Lega-M5S, reo di non sapere governare lascia come sempre il tempo che trova , anzi, spiega bene la continua perdita di consensi dello stesso Pd.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Orban e la Lega uniti per far fronte comune

Due giorni fa mi ha scritto una conoscente ungherese che segue il da me poco frequentato Facebook per chiedermi cosa ne sapessi sul loro Presidente dato che leggeva le mie preoccupazioni per l’atteggiamento di Salvini che da sempre considera Orban suo amico e che a ottobre lo vuol incontrare per far fronte comune contro l’Europa. Mi scrive dall’Italia via sms con un cellulare probabilmente comperato qui, evitando Facebook da cui può essere controllata.

Le dico ciò che so del loro Orban e lei sottoscrive e rilancia: “Orban è un dittatore, si sa. È un maestro a manipolare le masse con il suo populismo.

Il discorso di difendere l’Ungheria dai migranti è il suo “business”. I soldi che prende dalla UE li spende in armi, in muri alzati, polizia; non per scuole e ospedali. A Budapest non ho sentito una persona che l’abbia votato; l’hanno fatto gli ignoranti della campagna, ma soprattutto per paura.

Orban controlla i mass media e i canali televisivi non solo pubblici ma privati venduti o comprati da “amici”.

Ha vinto le elezioni facendo leva sulle paure immotivate della gente. Il governo ungherese dice che non c’è disoccupazione: certo! I giovani sono andati tutti via, in Austria, Germania, Londra; io ho un esercizio pubblico e lo gestisco autonomamente perché non trovo personale. Il governo paga i pochi giovani che non studiano perché diventino poliziotti al soldo del loro potere corrotto. Aumenta la povertà, ma i politici al governo si arricchiscono con i fondi europei”. Questo è Orban, l’amico di Salvini, quello con cui Salvini vuol far fronte comune in Europa. Perché poi? La coalizione di Visegrad capeggiata dall’Ungheria non vuole alcun migrante e, dunque, non fanno gli interessi italiani! Proprio per chiudere ogni frontiera e portarci ad essere come l’Ungheria, probabilmente: un Paese che acclama il presunto salvatore della patria cedendogli, ignorantemente, le chiavi della propria libertà.

Barbara Cinel

 

Salvini è il meno adatto per il ministero dell’Interno

È stato un grosso errore nominare Salvini Ministro dell’Interno. Si tratta di uno dei ministeri più importanti di un governo, che richiede doti di equilibrio, riservatezza e quel minimo di distacco dalla dialettica politica corrente che dia autorevolezza a chi riveste quel ruolo.

Tutto ciò che difetta all’attuale ministro il quale, privo anche di un minimo di preparazione giuridica, deve la sua ascesa politica sull’onda di tutte le intolleranze (ricordiamo dapprima “via i terroni”, poi “Roma ladrona”, il federalismo, la secessione del nord e così via) su cui la Lega ha costruito il proprio elettorato, che non hanno peraltro evitato che il partito scendesse al cinque per cento, per poi risalire vertiginosamente proprio grazie al problema dei migranti.

Un problema che Salvini continua a trattare, nonostante il suo ruolo, come cavallo di battaglia del suo partito.

Quel che sta succedendo con la nave Diciotti è semplicemente vergognoso.

Loris Parpinel

Il partito delle “opinioni personali” sta crescendo

“Io i porti non li chiuderei.Dell’immigrazione bisogna parlare con intelligenza e cuore”. Roberto Fico, 5stelle, presidente della Camera (In risposta al divieto di sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti ordinato da Matteo Salvini)

“Sono d’accordissimo con Salvini“.

Danilo Toninelli, 5stelle, ministro delle Infrastrutture

 

I lettori più anziani ricorderanno certamente la vecchia Dc, un agglomerato di correnti, l’una contro l’altre armate ma pronte a ritrovare l’unità al momento della formazione dei governi e delle conseguenti spartizioni. C’erano i morotei e la sinistra di Base, costantemente alla ricerca di “nuovi equilibri” con il Pci. C’erano quelli di Forze Nuove, attenti al dialogo con i sindacati. Sparsi qua e là c’erano gli amici della Confindustria. C’era infine il corpaccione doroteo che saldamente piazzato al centro del partito dirigeva le operazioni. Non sempre le cose andavano lisce e allora i capataz si riunivano in una villa alla Camilluccia da cui, in genere, uscivano a notte inoltrata con l’aria stremata ma soddisfatta del gatto col sorcio in bocca. Venendo ai giorni nostri e immaginando una qualche analogia tra il vecchio agglomerato democristiano e il nuovo condominio M5S è lecito chiedersi in quale Camilluccia modello Rousseau troveranno la loro sintesi i grillini di lotta e di governo. Posto che, per esempio sull’immigrazione l’antitesi tra Fico e Toninelli più che sulla Rete appare scolpita sulla pietra. Si dirà che Toninelli non è un ministro bensì l’eco Cinquestelle di Salvini. Con il quale infatti gli capita di non trovarsi d’accordo (anzi d’accordissimo) solo quando dal Viminale si scordano di avvertirlo. Per il resto, l’accorgimento escogitato da Luigi Di Maio per sopire e troncare i contrasti di vedute nel MoVimento consiste in due parole magiche (e molto dc): “opinioni personali”. Lo ha perfino detto di Beppe Grillo quando l’Elevato rispolverò l’ipotesi di un referendum sull’euro. Non è quindi uno scandalo che la medesima sorte possa capitare a Fico. Di questo passo, e annunciandosi una ripresa autunnale densa di incognite, la corrente pentastellata delle opinioni personali potrebbe ingrossarsi senza per questo danneggiare troppo le decisioni del governo guidato da Giuseppe Conte. Il quale, le sue opinioni personali evita persino di pensarle, nel timore di disturbare Salvini.

PS. Apprendiamo che, sempre sul caso della Diciotti, Gianfranco Micciché, presidente forzista dell’Assemblea regionale siciliana ha inviato il seguente tweet a Salvini: “Non sei razzista: sei solo stronzo”. Ecco un esempio di come un’opinione personale possa diventare una coalizione.

I lavoratori in nero sono 1,5 milioni e ci costano 20 miliardi

L’esercito dei lavoratori in nero conta un milione e 538 mila persone e allo Stato costa 20 miliardi e 60 milioni di euro di mancato gettito fiscale. A fare i conti è la Fondazione studi dei consulenti del lavoro che ha rielaborato le cifre dell’Ispettorato. Dai dati emerge come l’occupazione sommersa nel nostro Paese sia sì cospicua – con un lavoratore in nero in media ogni tre aziende controllate, e “con un tasso fra i più elevati d’Europa” – ma in discesa nel periodo 2015-2016 di circa 200.000 unità. Nello scorso anno 160.347 aziende hanno subito verifiche, e quelle che presentavano forme di irregolarità riguardanti almeno un addetto sono state 103.498 (il 64,54%). I nei riscontrati possono riguardare “forme di elusione previdenziale, assicurativa e fiscale (come il mancato assoggettamento a Inps, Inail e Irpef di parte della retribuzione corrisposta), il lavoro parzialmente sommerso (come i rapporti in part-time che, invece, risultano a tempo pieno) e il lavoro completamente in nero. Il sommerso, denuncia il presidente della Fondazione Rosario De Luca, è “in forte aumento soprattutto dopo la depenalizzazione, avvenuta col Jobs Act, del reato di intermediazione fraudolenta di manodopera”.

Via da Fincantieri. Fiom: era scomodo

In molti ricorderanno il lavoratore di Fincantieri che, a novembre 2016, parlò in lacrime ai microfoni di Piazza Pulita (La7) raccontando di quanto la classe operaia si senta tradita dall’attuale sinistra. Quell’uomo si chiama Gianpaolo Andrian ed è appena stato licenziato perché l’azienda pubblica, leader nella progettazione e costruzione di navi, lo accusa di aver usato per finalità diverse i permessi sindacali (è un delegato della Fiom Cgil) e quelli relativi alla legge 104 (che permettono di assistere i parenti con disabilità). Come lui, altri 15 colleghi sono stati di recente messi alla porta con una serie di contestazioni disciplinari. Il suo caso, però, è quello che ha suscitato più clamore perché si tratta di una figura molto esposta nello stabilimento di Monfalcone (Gorizia). Secondo la Fiom, che comunque sta gestendo la situazione con una certa prudenza, c’è il rischio che si tratti di un licenziamento per colpire un sindacato scomodo, in prima linea nel denunciare i problemi della mancanza di sicurezza in tutta la galassia di ditte che lavorano in appalto o subappalto per la committente Fincantieri.

Ricapitoliamo: a partire da aprile di quest’anno, l’azienda ha fatto pedinare Andrian da un investigatore privato. Controlli avviati, dicono da Fincantieri, dopo che alcuni colleghi avevano segnalato un uso improprio dei permessi da parte del sindacalista. In quattro mesi sono stati raccolti una serie di episodi che per l’impresa confermerebbero i sospetti. Ventisei pagine di contestazioni sono state allegate alla lettera di licenziamento che Andrian ha ricevuto il 6 agosto e della quale la Fiom nazionale era già stata informata da fine luglio. L’azienda parla di un “reiterato abuso dei permessi ex legge 104/1992 e dei permessi sindacali esterni”. “Il dipendente – aggiungono – durante la fruizione dei permessi svolgeva attività che non avevano alcuna attinenza con le finalità di assistenza”. Andrian si difende sostenendo di aver sempre utilizzato quei permessi “secondo le necessità legate a mia madre” e di poter rispondere a tutte le accuse. Il lavoratore ha impugnato il licenziamento chiedendo ai giudici di essere reintegrato. La Fiom, inoltre, è orientata ad avviare una causa contro Fincantieri per condotta antisindacale. “Alcune contestazioni – afferma Fabrizio Potetti della Fiom – sembrano surreali. C’è un episodio in cui lo si accusa di aver passato tre ore con sua madre anziché quattro. Chi fa assistenza non è detto che debba passare tutto il tempo con la persona disabile: può anche allontanarsi, ad esempio per andare a comprare qualcosa che serve al parente che viene assistito. Resta il fatto che in Fincantieri ci sono molte situazioni gravi, relative all’inquinamento e alla filiera degli appalti. Andrian, come tutta la Fiom, era in prima linea nel denunciarle e questo lo rendeva scomodo, come scomodo è tutto il nostro sindacato”. Il segretario della Fiom di Gorizia, Livio Menon, difende l’operaio dicendo che all’organizzazione non risulta un uso improprio dei permessi sindacali.

La Fiom ricorda anche che recentemente il giudice del lavoro ha ribaltato un licenziamento disciplinare di Fincantieri: quello deciso contro due dipendenti accusati di aver dormito durante il turno di notte. Per i magistrati, l’allontanamento di quegli operai è stato illegittimo perché il contratto nazionale prevedeva sanzioni meno gravi per quel tipo di violazioni.

 

“I condannati per peculato adesso tornano in Regione”

“In Sardegna ci sono politici condannati per peculato aggravato che torneranno a legiferare per conto della collettività, e c’è chi, condannato per lo stesso reato in via definitiva a 5 anni godrà dell’indulto grazie a un escamotage di legge. Come mi sento? Provo grande amarezza per una sconfitta che non riguarda solo i sardi. Serve mettere mano alle leggi per evitare che accada ancora”. Si sfoga così Ornella Piredda, supertestimone dell’inchiesta sui fondi ai gruppi del Consiglio Regionale della Sardegna, dopo il reintegro dei tre consiglieri Oscar Cherchi, Alberto Randazzo e Mariolino Floris per sopraggiunti termini della sospensione di 18 mesi prevista dalla Severino. Un altro ex consigliere, Silvestro Ladu, eviterà il carcere grazie alla legge Mastella del 2006.

Ornella Piredda è stata la funzionaria dell’Assemblea regionale dalle cui denunce nel 2009 partì la maxi inchiesta in tre filoni -la prima nel suo genere in Italia – che in sette anni ha scoperchiato il “sistema” di uso illecito dei plafond assegnati per scopi istituzionali ai gruppi del Consiglio Regionale ed impiegati in tutt’altro modo dagli onorevoli: 24 milioni di euro spesi in due legislature (dal 2004 al 2014) con cui si comprava di tutto, dai viaggi alle auto, dai Rolex alle Mont-Blanc, fino al conto di un matrimonio di lusso. Sono circa 100 i politici di tutti gli schieramenti coinvolti dagli esposti della Piredda, che in seguito alla vicenda sporse denuncia per mobbing ed è poi andata in prepensionamento nel 2014. “Se lo rifarei? Certamente. In quel momento ho risposto alla mia coscienza. Non avevo idea di quello che sarebbe successo né delle dimensioni del fenomeno. Sapevo sicuramente che l’avrei pagata, speravo magari in misura minore. Il consiglio regionale è un’isola nell’isola. Ci sono rapporti fiduciari stretti. Nessuno mi voleva più nei gruppi, avevano paura che potessi denunciare ciò che vedevo. Tutti avevano cose da nascondere”.

“Quando ho appreso la notizia la prima sensazione è stata di impotenza. Non mi vergogno a dire che ho pianto. Ho visto vanificato in parte il lavoro fatto dai pm, in cui mi sono messa in gioco, in dieci anni di vita. Come se la grande ventata di pulizia e di trasparenza dell’inchiesta si fosse tradotta in nulla. Poi però ha prevalso l’indignazione e la voglia di lottare, ancora”. È il 20 febbraio del 2017 quando la prima sezione del tribunale di Cagliari condanna per peculato aggravato 13 consiglieri della tredicesima legislatura (2004-2009), con pene fino 5 anni e sei mesi. Fra questi anche tre consiglieri regionali in carica: l’ex presidente della Regione Mariolino Floris (4 anni e 6 mesi), l’ex assessore forzista della giunta Cappellacci, Oscar Cherchi (4 anni) ed il consigliere di FI Alberto Randazzo (3 anni). Decorsi i termini della sospensione, dal 21 di agosto riprenderanno le loro funzioni consiliari in attesa dell’appello nel mese di ottobre.

“Con questo reintegro si certifica la disfunzionalità dei tempi del giudizio e dei meccanismi della sospensiva, che dovrebbe valere fino al terzo grado di giudizio, per questioni banalmente prudenziali. Invece assistiamo al paradosso di legislatori che si occupano della cosa pubblica mentre sono imputati. La cosa che più mi ha deluso- prosegue la Piredda- è la mancanza di un dibattito politico su questi temi. Nell’inerzia generalizzata dei partiti e dei movimenti, occorre una grande mobilitazione civile nazionale, per chiedere che si intervenga su alcuni punti cruciali: candidabilità, legge Severino, prescrizione, revisione dei 3 gradi di giudizio. Ho scritto al ministro della Giustizia Bonafede, per mettere a disposizione la mia esperienza nell’ambito di quello che dovrebbe essere un grande lavoro di correzione dell’attuale normativa. I tre gradi di giudizio ad esempio, sono un unicum tutto italiano che incentiva il meccanismo dei ricorsi con l’obbiettivo di arrivare alla prescrizione, che deve essere sospesa sin dal primo grado. È molto importante anche rivedere la normativa sulla protezione dei testimoni, la cosiddetta legge sui whistleblower, per far si che non si sentano più soli come è successo a me. Oggi il sistema scoraggia chi ha intenzione di denunciare, non deve più essere così”.

Dopo lo sconforto, Ornella Piredda è pronta a combattere ancora: “Valuterò alle prossime regionali di primavera. Sono anni che non voto ma forse stavolta mi metterò in gioco per l’ultima volta per favorire un’alternativa, in prima persona o appoggiando una formazione che dia battaglia nella difesa della legalità e della trasparenza: se qualcuno ha ricevuto una condanna non può sedere nei ruoli della rappresentanza politica, non può più manovrare soldi pubblici né decidere per la vita della collettività”

Saranno abbattuti i monconi; primi aiuti versati agli sfollati

Ancora una manciata di giorni e quei due monconi troncati a metà nel cielo della Val Polcevera verranno abbattuti. Che debbano essere distrutti non si discute: il moncone ovest è infiltrato d’acqua e quello est, secondo l’assessore alla protezione civile Giacomo Giampedrone “ha un grado di ammalamento di 4 su una scala di 5”. Possono essere pericolosi, soprattutto in giornate di maltempo e anche per questo Genova deve dire addio al viadotto Morandi. La procura, che guida le indagini per omicidio colposo plurimo aggravato, disastro colposo e attentato colposo alla sicurezza dei trasporti attende che la Protezione civile relazioni sulla sicurezza dell’incolumità pubblica perché, vista la necessità di preservare il luogo dei fatti, si deve prima pensare alle persone. Autostrade, che ha versato finora 714 mila euro di contributi alle prime 74 famiglie sfollate ha annunciato che “questa cifra salirà a circa 1,5 milioni lunedì quando andranno in pagamento ulteriori 90 nuovi bonifici”. La società si è anche impegnata a presentare entro venerdì prossimo alla struttura commissariale e al Comune di Genova i progetti di demolizione e di ricostruzione che saranno sottoposti anche alla procura.

L’azionista di Autostrade è anche controllore

“Serve prudenza nelle dichiarazioni del governo e vanno capite le cause e i responsabili prima di trarre conclusioni”. L’oggetto è il collo del ponte Morandi, con le sue 43 vittime. L’intervistato dalla Stampa, edizione di Cuneo, è il commercialista Giandomenico Genta, personaggio che occupa decine e decine di poltrone (27 per l’esattezza). Fra queste quella di presidente del collegio sindacale di Autostrade per l’Italia (dopo anni passati come sindaco). Ma è anche presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo (Crc) che gestisce un bilancio di 1,5 miliardi di euro. Fra gli investimenti in portafoglio della Fondazione c’è anche Atlantia, l’azionista di maggioranza di Autostrade per l’Italia. La Crc detiene una quota dello 0,27% del capitale che significa 50 milioni di euro di investimento. Non proprio una cifra di poco conto.

Nulla di illegale sia chiaro ma in un Paese “Meraviglioso”, come recita lo slogan di Autostrade per l’Italia, non è proprio bello che il presidente del collegio sindacale di una società quotata sia anche presidente di una Fondazione azionista non solo simbolico.

Nei giorni successivi al disastro del ponte sull’A10, le azioni di Atlantia sono crollate e sull’edizione di Cuneo della Stampa l’intervistatore fa notare a Genta che per la Fondazione significa 10 milioni di euro di minore valutazione. Il presidente della Crc (che è anche il maggior azionista di Ubi Banca con quasi il 6%) cerca di sminuire evidenziando che comunque per quanto il titolo sia sceso “siamo vicini ai livelli di ingresso” della prima tranche di azioni. In realtà se si guardano i bilanci della Fondazione Crc non risulta: nel 2016 1,245 milioni di azioni furono acquistate con un valore indicato in bilancio di 21,95 euro, mentre nel 2017 sono proseguiti gli acquisti e ora il prezzo medio di carico è di 22,69 euro. E venerdì il titolo Atlantia ha chiuso a Piazza Affari a 18,58 euro dopo aver raggiunto il minimo a 17,54 (il 13 agosto ne valeva 24,88).

Nel portale di Atlantia si spiega che “il Collegio Sindacale vigila sull’osservanza della legge e dello Statuto, sul rispetto dei principi di corretta amministrazione e, in particolare, sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla Società, nonché sul corretto funzionamento” di una società che richiama fra i Pilastri della strategia di Sostenibilità di Autostrade i principi di imparzialità, trasparenza e correttezza e naturalmente “la sicurezza delle infrastrutture, il miglioramento continuo della qualità dei servizi, l’eccellenza operativa attraverso lo sviluppo di tecnologie innovative, la tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, il rispetto dell’ambiente, il dialogo con le comunità e la valorizzazione dei territori attraversati dalla rete”.

Sui collegi sindacali ci sarebbe da discutere sulla loro reale utilità oltre che sulla cause di incompatibilità.

Peraltro nel collegio sindacale di Autostrade per l’Italia, come quello di numerose società (quotate e non), è facile vedere come i componenti (Giandomenico Genta, Roberto Colussi, Giulia De Martino, Alberto De Nigro e Antonio Parente i sindaci di Autostrade per l’Italia) siano dei veri Stakhanov, presenti contemporaneamente in decine di società come revisori o con cariche importanti, oltre che titolari di studi da commercialista o di consulenza. Sul piano formale e dei controlli in Italia tutto è scrupolosamente regolamentato e pazienza se la sostanza può essere un’altra cosa e se il conflitto d’interessi si alligna dappertutto, soprattutto quando a dettare le regole sono i poteri forti. Come insegna non solo il caso Atlantia/Autostrade, se si guarda alla carneficina dei risparmi fatta in questi anni (e che continuano a essere fatte) da banche e società di gestione del risparmio grazie a una legislazione “amica”. Sì, l’Italia è un Paese Meraviglioso.

Prima indaga sui Benetton, poi diventa un loro manager

C’è un fatto importante che lega da anni il gruppo Benetton ad Attilio Befera, per un decennio e fino al 2014 il signore del fisco italiano come capo dell’Agenzia delle Entrate ed Equitalia. E che poi, abbandonate le tasse, è diventato uno dei dirigenti più alti in grado di Atlantia, holding del gruppo Benetton da cui dipende Autostrade per l’Italia. Il fatto in questione è del 2012, riguarda proprio faccende tributarie ed è stato rivelato dall’Espresso: Benetton pagò 12 milioni di euro al fisco e rimpatriò Sintonia, la holding della famiglia che aveva sede in Lussemburgo per evitare ulteriori indagini sulla holding stessa. I Benetton finora avevano fatto credere che quel rimpatrio era dovuto a ragioni prettamente economiche.

La storia parte da un’indagine della Guardia di Finanza di Milano che spulciando i conti Benetton aveva scoperto un caso di estero vestizione, cioè che la holding lussemburghese della famiglia “era una società di comodo creata per minimizzare le tasse sugli utili prodotti in Italia attraverso i pedaggi autostradali”. Per chiudere la partita e forse per evitare ulteriori guai, il gruppo Benetton patteggiò un pagamento con l’Agenzia delle Entrate. Befera a quei tempi era contemporaneamente capo di Equitalia (la riscossione) e dell’Agenzia (gli accertamenti fiscali) e c’è da presumere abbia trattato direttamente lui tutta la partita considerato che di mezzo c’era una faccenda assai delicata, con cifre di rilievo e con implicato uno dei più influenti gruppi economici nazionali. La chiusura di contenzioni così pesanti prevede di solito una dose di discrezionalità da parte del fisco al momento del confronto con il contribuente ritenuto infedele o comunque fuori dalle regole. Dopo essersi dimesso due anni dopo dalle Agenzie fiscali, Befera è passato con i Benetton acquisendo un incarico di fiducia: coordinatore dell’Organismo di vigilanza di Atlantia, ufficio che “vigila sul funzionamento, l’efficacia e l’osservanza del modello di organizzazione, gestione e controllo in riferimento al modello 231”, cioè il Codice etico.

Befera era legato da mille fili al centrosinistra e nel gruppo Benetton ora emerge per importanza nel drappello di manager pescati dagli imprenditori veneti in quell’area, da Francesco Delzio capo delle Relazioni esterne a Simonetta Giordani, entrambi cresciuti intorno a Enrico Letta, la seconda diventata sottosegretario ai Beni culturali nel suo governo. Befera proviene dall’area comunista del centrosinistra che nelle faccende fiscali aveva come nume tutelare Vincenzo Visco. Nel suo ufficio di direttore dell’Agenzia delle entrate al settimo piano del palazzo sulla via Cristoforo Colombo a Roma Befera intratteneva gli interlocutori con alle spalle bene in vista una foto che lo ritrae in compagnia di Ugo Sposetti, dirigente storico del Pci e tesoriere del partito. Quando era ancora un semplice bancario di Efibanca, tentò pure la carriera di dirigente nel sindacato Cgil allora diretto da Angelo De Mattia, il quale sarebbe poi diventato direttore alla Banca d’Italia e braccio destro del governatore Antonio Fazio.

A metà degli anni Novanta del secolo passato entrò nella agguerrita pattuglia del Secit, gli ispettori del fisco tra cui spiccava Salvatore Tutino per un breve periodo assessore comunale a Roma con la sindaca Raggi. Una volta diventato il deus ex machina del fisco, Befera cominciò a strizzare l’occhio pure al centrodestra, versione Gianni Letta, frequentando da vicino il lettiano Antonio Mastrapasqua, il presidente Inps poi costretto alle dimissioni per una scandalo collegato alla sanità laziale.

Quel “pericolo Grecia” che grava sulla manovra

Sta per uscire in italiano Adulti nella stanza (La Nave di Teseo), il libro che Yanis Varoufakis ha scritto nel 2017 per raccontare, con i suoi diari e registrazioni segrete, le sue trattative da ministro delle Finanze greco con l’Ue, Bce e Fondo monetario, la “troika” nel 2015: una lettura che potrebbe diventare indispensabile per i membri del governo Conte nelle prossime settimane. La Grecia, infatti, è appena uscita dal programma di assistenza finanziaria in cambio di austerità durato otto anni, in tanti sui mercati si chiedono se l’Italia non stia per entrarci. I segnali che si sono accumulati in questa estate sono preoccupanti e quando chiedi a investitori e funzionari europei qual è lo scenario peggiore per cui si stanno attrezzando per l’autunno rispondono tutti: “Il rischio Grecia”.

La situazione è questa: come si legge nell’ultimo bollettino della Bce, gli asset italiani in mani straniere sono scesi di 34 miliardi a maggio e di altri 38 a giugno. È in corso una fuga di capitali che non ha spiegazioni tanto nei fondamentali dell’economia italiana – il Pil crescerà nel 2018 intorno all’1,1 per cento invece che l’1,5, colpa della frenata dell’economia mondiale – quanto nella situazione politica e nell’incertezza che determina. Lo ha reso esplicito Moody’s, una delle grandi agenzie di rating, il 20 agosto quando ha comunicato che rinvia la decisione di tagliare il giudizio sul debito pubblico italiano a dopo la presentazione della Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza: aspetta di vedere i primi numeri di politica economica del governo Lega-M5S, “così da fare chiarezza sulle politiche economiche dell’esecutivo, i suoi piani sul fisco e i modi in cui intende finanziare le proprie promesse”. La lista è nota: reddito di cittadinanza, flat tax, riforma della legge Fornero sulle pensioni, assunzioni di statali e, soprattutto dopo il crollo del viadotto a Genova, investimenti pubblici, oltre alle clausole di salvaguardia sull’Iva (12,5 miliardi), per non parlare della manovra che sarebbe necessaria per rispettare i parametri europei sul debito (10 miliardi). Il deficit previsto per il 2019 dal governo Gentiloni lo scorso aprile era lo 0,9 per cento del Pil, ma perfino il più istituzionale tra i leghisti di governo, il sottosegretario a palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, non esclude si possa superare la soglia del 3 per cento.

Le rassicurazioni del premier Giuseppe Conte, del ministro del Tesoro Giovanni Tria o del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi non bastano. “Il governo può anche proporre una legge di Bilancio equilibrata, ma cosa ne sarà in Parlamento dove le commissioni economiche sono in mano a gente come i leghisti Claudio Borghi e Alberto Bagnai?”, commenta un alto funzionario europeo. Bisogna vedere i numeri, le parole non valgono più. Il presidente di Société Générale ed ex membro del board Bce, Lorenzo Bini Smaghi, ha proposto un consiglio dei ministri che approvi già a inizio settembre il primo articolo della legge di Bilancio, con il dato sull’indebitamento, per calmare tutti.

Il Corriere della Sera ha rilanciato un’indiscrezione che circola da settimane tra i Cinque Stelle: nell’incontro a Washington del 30 luglio Conte ha chiesto al presidente Usa Donald Trump di comprare Btp italiani, per sostenerne la domanda. Ma Conte ha spiegato in privato come stanno le cose: ha chiesto a Trump di dare messaggi rassicuranti sullo stato dell’economia italiana, per influenzare le banche americane. A giudicare dai movimenti di questi giorni non sembra aver avuto grandi effetti.

Il ministro Tria parte domani per la Cina, Paese con cui i rapporti finanziari sono ottimi. Ma fonti del Tesoro avvertono: “Anche i cinesi aspetteranno di vedere la legge di bilancio, prima di comprare”. E il presidente Xi Jinping non sarà felice del calo di oltre il 30 per cento subito dalle azioni di Atlantia, la controllante di Autostrade per l’Italia, da quando il fondo sovrano cinese Silk and Road è entrato nel capitale con il 5 per cento nell’aprile 2017.

Non ci saranno aiuti dall’esterno. E i troppi tavoli su cui il governo sta sfidando i partner internazionali e la Commissione Ue, dall’Alitalia ai migranti, lasciano l’Italia isolata: “Ci stiamo facendo terra bruciata intorno nel momento più sbagliato, è peggio che nel 2011 perché allora la crisi era dell’euro, ora soltanto dell’Italia”, è la diagnosi che filtra dal Tesoro. Lo spread, la differenza di rendimento tra titoli italiani e tedeschi a 10 anni, continua a stare su livelli alti, 280 punti e continua a salire.

Paolo Savona, il temuto ministro degli Affari europei, ha incontrato il presidente della Bce Mario Draghi a luglio e ora ha parecchio smussato il suo messaggio: invece che un ambizioso piano da 50 miliardi di investimenti pubblici o privati, propone soltanto che le aziende controllate dello Stato anticipino al 2019 i loro piani pluriennali di investimento. Difficile che succeda. Col resto del governo le interlocuzioni sono al minimo: Draghi ha incontrato varie volte Tria, ma non ha mai avuto un vero confronto con i il premier Conte o con il capo politico dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio.

Domani è atteso il giudizio dell’agenzia di rating Fitch sul debito italiano, quasi certamente rinvierà come Moody’s, così l’Italia non scenderà sotto la soglia attuale di Bbb. Ma lo scenario cui tutti si stanno preparando è quello in cui, come una legge di Bilancio aggressiva su deficit e spese, l’Italia viene declassata al punto da perdere il cosiddetto “investment grade”. I titoli di Stato italiani non potranno più essere accettati in garanzia presso la Bce. E così si rischia di ritrovarsi nelle condizioni della Grecia tre anni fa: lo Stato e le banche non riescono a finanziarsi sul mercato a costi sostenibili, le banche italiane possono avere liquidità soltanto dalla linea di emergenza Ela della Bce.

In un discorso del 5 novembre 2015 alla Cattolica di Milano, Draghi ha spiegato la logica con cui la Bce ha gestito quella situazione per la Grecia: la Bce continua a erogare la liquidità sufficiente a tenere in vita il sistema bancario, ma vincola quel sostegno ai negoziati in corso tra governo di Atene (Alexis Tsipras) e Commissione Ue. “Se fossero falliti il valore dei titoli pubblici greci sarebbe caduto compromettendo la solvibilità delle banche e la qualità del loro collaterale, escludendole da finanziamento dato fino ad allora”, spiega Draghi nel 2015. E poi ancora più esplicito: “L’estensione dell’Ela continuò finché si giudicò che vi fossero le condizioni favorevoli a una conclusione positiva del negoziato”.

La morale per il governo Conte è la seguente: nel giro di poche settimane l’Italia rischia di trovarsi dipendente dal finanziamento diretto della Bce, il quale però verrebbe vincolato all’esito dei negoziati tra il governo stesso e la Commissione, cioè in pratica all’abiura del programma economico alla base dei problemi. Sarà un autunno intenso, soprattutto per il ministro dell’Economia Tria, ammesso che resista, visto che dai Cinque Stelle e non solo continuano a filtrare voci su sue possibili dimissioni: non c’è ancora alcun accordo politico su quali debbano essere i saldi della legge di Bilancio. E Tria non è disposto ad avallare scelte che non condivide.

Melegatti, dipendenti in protesta: “L’azienda non deve chiudere”

“Melegatti lavoro, diritti e dignità”. Con questo striscione davanti al municipio di San Giovanni Lupatoto (Verona) ieri mattina i lavoratori dell’azienda dolciaria hanno partecipato a una manifestazione organizzata da un gruppo di consiglieri comunali d’opposizione a sostegno dei dipendenti dell’azienda dichiarata fallita lo scorso 29 maggio e al centro di una tormentata vicenda per il suo salvataggio. “La seconda procedura per la vendita all’asta – ha spiegato Massimo Giarola, consigliere comunale d’opposizione e promotore dell’iniziativa – ha fatto scendere a 13 milioni e mezzo di euro la base d’asta e viene espressamente indicato che saranno avviate le procedure di licenziamento collettivo dei dipendenti, attualmente in cassa integrazione”. “Questa iniziativa – ha aggiunto – vuole tenere alta l’attenzione perché ci sono 50 famiglie che vivono giornate drammatiche, oltre a quelle dei lavoratori dell’indotto, che non sono pochi”. “Il problema dei lavoratori di Melegatti – ha detto il sindaco Attilio Gastaldello – è molto sentito, ma c’è preoccupazione anche per l’azienda, perché non ci sia uno smembramento e un mero interessamento al marchio”.