Gad Lerner e la fine di un’epoca

“Reputo la mia biografia compromessa. Io da giornalista mi sono occupato a lungo dei lavoratori e dei loro diritti perché ritenevo giusto farlo. Ma sono un borghese benestante, un radical chic, l’amico di Carlo De Benedetti. Sono tutte cose vere. Per questo la nuova classe dirigente del centrosinistra non partirà certo da quelli come me”, ha detto Gad Lerner in un’intervista al Fatto dopo la tragedia di Genova. Il giornalista sostiene che la sinistra è rimasta vittima di una “subalternità al capitalismo”, iniziata negli anni Novanda “quando i post-comunisti potevano ambire al governo nazionale e in loro si è determinata un’ansia da legittimazione”. Anche il modo in cui i giornali hanno trattato i Benetton, primi azionisti di Autostrade per l’Italia, “ha confermato un riflesso automatico dei media a difesa dei grandi imprenditori”. Il Pd deve liberarsi di questi legami, se vuole ripartire: “Sarà una lunga traversata nel deserto, faranno la loro parte sindacalisti, militanti della cooperazione, del volontariato sociale, ma non gli stessi che volevano essere uomini di fiducia dei grandi capitalisti e allo stesso tempo riferimento del popolo di sinistra”

“La sinistra deve rassegnarsi: la lotta di classe non c’è più”

Oscar Farinetti, è d’accordo con Gad Lerner? Dice che per ripartire il Pd deve fare a meno di quelli come lui, di sinistra ma amici di finanzieri e industriali, ora tocca ad altri, sindacalisti e cooperanti.

Ho sempre apprezzato Lerner ma non mi ritrovo nella sua analisi che divide il mondo tra capitalisti, lavoratori, volontari, media, eccetera. Ha elementi di verità, ma non è attuale. La rivoluzione tecnologica ha cambiato i rapporti tra gli umani e i vecchi paradigmi sulla divisione in categorie economiche.

In che senso?

È più sensato parlare di categorie di sentimenti (che generano parole e comportamenti), trasversali a quelle economiche. Finché non cambieremo il nostro modello socio-economico, la società dei consumi, resteranno in vita queste categorie economiche. Il punto è permettere alle persone, in base al merito, di poterle attraversare. Ciò dipende dai sentimenti: sono diventati molto più discriminanti della posizione economica. Mi riferisco in particolare a tre. Il primo è la propensione a comprendere l’imperfezione umana e saperla gestire rispetto alla pretesa di perfezione. Il secondo è la propensione alla fiducia rispetto alla sfiducia. Il terzo è l’altruismo rispetto all’egoismo.

Che c’entra con Genova e la sudditanza della sinistra alle imprese?

Siamo esseri imperfetti, non possiamo che creare progetti imperfetti. Leggi imperfette, riforme imperfette, purtroppo anche ponti imperfetti. Riconoscere la nostra imperfezione ci aiuta a essere il meno imperfetti possibile. Cercare la perfezione, peggio ancora pretenderla, crea sfiducia verso gli altri e in sé stessi. Porta a cercare affrettatamente colpevoli anziché rimedi, frena il progresso, il quale naturalmente si porta dietro imperfezioni.

Quando però il ponte imperfetto crolla e la sinistra sembra avere come priorità difendere i profitti miliardari di chi quel ponte lo gestiva c’è un problema.

Non condivido la sua impressione. Non ricordo nessun intervento di persone di sinistra che avessero come priorità i profitti miliardari del concessionario. Ho sentito molti che criticavano la volontà di individuare immediatamente un unico capro espiatorio. A individuare le responsabilità deve essere la magistratura. È evidente che il concessionario abbia responsabilità. Tuttavia ritengo che alla fine le responsabilità del crollo risulteranno plurime.

Da imprenditore, lei ritiene che il Pd, negli ultimi anni, abbia rappresentato le priorità dei lavoratori o quella delle aziende?

Ma veramente lei pensa che le priorità dei lavoratori e delle aziende siano alternative e contrastanti? Non condivido questa visione marxista della lotta tra classi. Le priorità poi, in tempi difficili, coincidono. Quando il governo Renzi deliberò 80 euro al mese in aggiunta alle buste paga inferiori ai 1500 euro io, imprenditore, ne fui felice. Non la giudicai una mossa “di sinistra” contro l’impresa. Se i lavoratori guadagnano di più, lavorano più serenamente e ne guadagna anche l’impresa. Quando le tasse sui guadagni finanziari furono elevati a quelli delle imprese e dei lavoratori non lo giudicai come un gesto della sinistra contro la finanza, ma un atto di giustizia. La sinistra al governo di cose buone ne ha fatte. Ma, come tutti, forse poteva farne di più e meglio. E poi, come tutti, ne ha fatte di sbagliate.

Lei ha accompagnato, in parallelo, la parabola del renzismo. Anche in quella stagione molti protagonisti del centrosinistra sono stati sedotti dagli imprenditori di successo come Sergio Marchionne.

Marchionne non è stato un imprenditore ma un manager. Il suo successo è stato salvare la Fiat che stava fallendo. Avremmo avuto migliaia di nuovi disoccupati, oggi grazie alle sue intuizioni abbiamo più occupati. Ho avuto il piacere di conoscerlo e provo una grande stima nei suoi confronti. È stato duro con alcuni concorrenti e con altri manager che non meritavano certe posizioni, anche troppo duro con alcuni manager bravi che ha sfiancato e perso. Ma non certo coi lavoratori delle fabbriche, una grande maggioranza gli ha voluto bene.

A Genova abbiamo visto i partecipanti ai funerali applaudire il governo che contesta la concessione di Autostrade e fischiare il Pd che la difende. Che lezione ne dovrebbe trarre il vertice del Pd?

Occorre sempre trarre lezioni quando ti fischiano e spero che il Pd lo faccia. Non mi sento in grado di indicare quali. Sono ancora scioccato di fronte ai 43 morti e agli sfollati, come resto scioccato ogni volta che apprendo di decine o centinaia di persone morte in mare nel tentativo di guadagnare un luogo migliore per vivere. Di fronte a certe tragedie occorre riflettere, avere dubbi e poi agire, ma senza proclami che fomentano un clima di sfiducia.

Dice Lerner, da giornalista, che i giornali sono stati troppo indulgenti con i Benetton come con Marchionne. È d’accordo?

C’è chi esagera da una parte e chi dall’altra. Credo che Autostrade si assumerà le sue responsabilità e pagherà quanto le compete. Trovo normale che il governo in carica contesti queste responsabilità e abbia iniziato una procedura di revisione della concessione. Spero e credo che la magistratura farà luce sul livello di rispetto degli impegni di manutenzione da parte di Autostrade e sui livelli di controllo da parte dello Stato. Poi il governo deciderà il da farsi. Ora occorre abbattere subito il ponte e rifarlo. Noi, grazie alla buona volontà dei ragazzi di Eataly Genova, qualcosa abbiamo fatto per gli sfollati e siamo pronti a collaborare con la città. Però non condivido certi toni sentenziatori a caldo. Come non condivido questa voglia di statalizzazione, basata su numeri approssimativi e confondendo utili e ricavi.

Zingaretti lancerà la sua candidatura a inizio ottobre

Nicola Zingaretti è pronto a lanciare definitivamente la sua candidatura per la segreteria del Pd e chiama a raccolta i suoi: “Venite tutti il 6 e il 7 ottobre a Roma: faremo un grande incontro, un momento di serietà, impegno e di allegria per ricominciare a inventare il futuro”, ha scritto sull’Huffington Post. Il governatore del Lazio stavolta è pronto a misurarsi con la politica nazionale: “Il tempo per provarci è adesso – aggiunge – perché il domani appartiene a chi ha il coraggio di inventarlo”. Il suo intervento parte da un’analisi della crisi del suo partito: “Ora basta, possiamo continuare a lamentarci, dividerci, isolarci fino alla disillusione e all’irrilevanza, oppure possiamo decidere di guardare all’avvenire come al territorio della speranza, della solidarietà, delle opportunità per tutti”. E promette di sfidare il consenso del governo pentaleghista: “Hanno trasformato il governo di un grande Paese in un’agenzia del dilettantismo e del rancore. Parlano una lingua gonfia di odio e di isterismo, che inganna i cittadini, disprezza gli avversari politici, irride la scienza”. Le primarie del Pd – come ha garantito il segretario Maurizio Martina – si svolgeranno entro la primavera del 2019, prima delle elezioni europee di maggio.

Il malumore di Renzi sr. e lo sgarbo dell’ex amico

Il primo giorno di Festa dell’Unità nella culla del renzismo non è previsto alcun dibattito, solo una cena e la musica di Dj Bev. D’altronde, in una settimana, di dibattiti ce ne saranno solo due: quello con Roberto Giachetti che accompagnerà i lavoratori della Bekaert e quello con Teresa Bellanova. Del fu Giglio Magico invece non ci sarà nessuno: né Maria Elena Boschi, né il deputato eletto in questo collegio, Luca Lotti. Non parlerà nemmeno Matteo Renzi, che qui ha mosso i suoi primi passi e che potrebbe venire a fare un salto solo giovedì sera “per una semplice pizza”.

In compenso, nella prima serata di Festa spicca imponente la figura di babbo Tiziano, arrivato con la moglie Laura Bovoli: i due negli ultimi tempi non se la sono passata troppo bene per le nuove inchieste delle Procure di Firenze e Cuneo che contestano il reato di false fatture per la gestione della Eventi 6. Appena arrivati intorno all’ora di cena, i genitori di Renzi salutano tutti e si mettono a tavola insieme agli amici storici. Ad inizio serata il clima è gioviale: oltre alla settantina di iscritti, 20 volontari si aggirano per il tendone indossando delle vistose magliette rosse con lo slogan della Festa, “Con un piede nel passato e lo sguardo nel futuro”. Nonostante le dimissioni da segretario del Pd comunale dopo l’inchiesta Consip, a Rignano è ancora Renzi senior il deus ex machina: mentre il segretario dem Maurizio Bugli se ne sta alla cassa in fondo alla sala, i militanti venuti per una fiorentina o un tortello vanno in processione da lui per salutarlo. Una pacca sulle spalle, una battuta (“come va il film di Matteo?”) e poi via.

Per i Renzi è una serata tranquilla, come non se ne vedevano da tempo: lontana dai riflettori delle tv di mezza Italia e dalle polemiche sulle inchieste della magistratura, possono godersi una cena con i militanti di partito.

Eppure Tiziano, appena incrocia il cronista del Fatto (che non fa nemmeno in tempo a presentarsi), cambia espressione e va su tutte le furie, con la moglie che prova a stento a trattenerlo: “Oddio, lasciatemi vivere, sono quattro anni che mi rompete i coglioni…” e giù altri insulti irriferibili. Sì, perché il clima nei confronti dei giornalisti, e di quelli del Fatto in particolare, non è dei più benevoli.

L’articolo di giovedì che raccontava del mancato invito di Renzi, Lotti e soci alla Festa dell’Unità, qui non è proprio piaciuto: “Dalla segreteria del partito ci hanno detto di non parlare col vostro giornale – spiega un militante dei Giovani Democratici – né ora né mai, andatevene da un’altra parte”.

E sotto il tendone, appena si sparge la voce che tra i militanti si aggira anche il cronista, iniziano le polemiche: “Raccontate solo bugie per mettere zizzania nel partito – si infervora un signore sulla sessantina –. Lei se ne deve andare”. E giù, di nuovo, con gli insulti. Dopo la cena, intorno alle 21.30, inizia il dj set: a ballare però ci sono solo bambini accompagnati dai genitori.

Martedì prossimo la festa entrerà nel vivo con la presentazione del libro di Roberto Giachetti: nel frattempo, però, il Comune guidato dall’ex amico di Tiziano e suo grande accusatore nell’inchiesta Consip, Daniele Lorenzini, ha deciso di mettere in piedi una controprogrammazione coi fiocchi: la rassegna musicale e artistica “Suoni e Colori” che andrà in scena proprio la prossima settimana a pochi metri dall’area adibita alla Festa dell’Unità. Un modo per dire che a Rignano il Pd renziano non comanda più.

Dopo la disfatta, partono le epurazioni nel Pd di Siena

La Sala dei Nove di Palazzo Pubblico è avvolta dagli affreschi trecenteschi di Ambrogio Lorenzetti che raffigurano il Buono e il Cattivo governo. “Guardi quella figura demoniaca là in alto – indica uno dei volti più noti del Pd senese – è la tirannide e adesso assomiglia molto al nostro partito in città”. A due mesi dalla storica sconfitta elettorale che ha incoronato il candidato leghista Luigi De Mossi e fatto sprofondare il centrosinistra che qui governava da settant’anni, il clima che si respira tra i democratici senesi sta tutto in questo episodio. Nei giorni scorsi, infatti, la Commissione Provinciale di Garanzia del Partito Democratico ha ratificato l’espulsione di 50 esponenti dem che lo scorso giugno non avevano appoggiato il candidato ufficiale del partito Bruno Valentini per sostenerne altri, in primis il dissidente dem Alessandro Pinciani e poi l’altro ex primo cittadino Pierluigi Piccini che al ballottaggio si era apparentato proprio con il candidato Pd.

La Commissione di Garanzia, infatti, ha fatto un accesso agli atti del Comune per verificare quali degli iscritti al Pd avessero sottoscritto le liste di altri candidati perché in dissenso e alla fine ha ratificato la loro espulsione dal partito: “È un atto dovuto perché previsto dal nostro statuto – prova a spiegare al Fatto il segretario provinciale dei dem Andrea Valenti – poi è chiaro che c’è una motivazione soprattutto politica: questi nostri iscritti prima delle elezioni amministrative hanno deciso di andare allo scontro nel partito decidendo di non sostenere Valentini. Ci può stare, è una legittima opinione politica, ma l’effetto di questa scelta non può che essere l’allontanamento dal Pd”.

Tra coloro che verranno cancellati per due anni dall’elenco degli iscritti c’è anche Alberto Monaci e tutti gli esponenti della sua corrente (i cosiddetti “monaciani”): ex deputato della Democrazia Cristiana e poi consigliere regionale del Pd, Monaci ha dedicato tutta la sua vita al Monte dei Paschi di Siena che, conferma chi lo conosce bene, “è sempre stata la sua vera passione”. A metà degli anni Duemila, Monaci si incontrava quasi tutti i giorni con Franco Ceccuzzi (ex sindaco di Siena, ndr), il Presidente di Mps Giuseppe Mussari e quello della Fondazione Gabriello Mancini per parlare del futuro della banca. Dopo la caduta in disgrazia del Monte, però, negli ultimi mesi Monaci ha abbandonato il suo ruolo da mediatore e si è fatto capofila dei dissidenti interni che ritenevano “inadeguato” il sindaco Valentini, osteggiato dal 90 per cento del partito e sconfessato pubblicamente nel 2013 anche da Matteo Renzi che alla Festa dell’Unità di Genova rivelò di aver ricevuto da lui un sms per chiedere di “andare a dritto sulle nomine in Mps”.

I dissidenti nel partito hanno tentato fino all’ultimo di epurare Valentini convocando le primarie, poi cancellate in extremis per mancanza di avversari, ma poi si sono dovuti arrendere: alla fine il sindaco uscente è stato candidato senza il sostegno della maggioranza del Pd, condannandolo così alla sconfitta. Nel frattempo, dopo le dimissioni del segretario comunale Simone Vigni, il Pd locale è in crisi nera: il partito è in mano a tre reggenti che non riescono a trovare il profilo giusto per ripartire e quest’anno, per la prima volta, non si terrà alcuna Festa dell’Unità in città.

Quella del Pd, va detto, non è la prima epurazione politica che tocca la città del Palio: a pochi giorni dalle elezioni politiche del 4 marzo, infatti, il M5S fu costretto ad espellere il Presidente del Potenza Calcio Salvatore Caiata, re della ristorazione in città e indagato dalla Procura di Siena per riciclaggio.

Che fa l’Europa sui migranti: tante promesse, pochi fatti

Quanti sono i migranti e i rifugiati nei principali Paesi dell’Unione europea e in quelli più esposti alle diverse ondate dei flussi migratori come la Spagna, la Grecia e Malta? Quanti di loro sono stati trasferiti dalla nazione di primo approdo trovando accoglienza presso uno degli altri Paesi, come il Consiglio Ue di fine giugno aveva indicato?

Il piano iniziale approvato a fine 2015 dal Consiglio europeo si poneva l’obiettivo di ricollocare complessivamente 160.000 rifugiati nel giro di due anni (poi sceso a poco meno di 100.000 dopo l’accordo con la Turchia nel marzo 2016). Un obiettivo lontano dalla realtà dei fatti: a fine maggio 2018 le relocation attuate ammontano a 12.690 dall’Italia e 21.999 dalla Grecia, per un totale di 34.689, meno della metà dell’obiettivo previsto. Il sistema dei ricollocamenti è coordinato a Bruxelles dall’Easo (European Asylum Support Office), agenzia dell’Unione europea il cui scopo è quello di sostenere i Paesi maggiormente sotto pressione per il flusso migratorio, finora principalmente Italia e Grecia. Tutti i membri dell’Unione hanno partecipato in proporzione differente al programma di ricollocazione, tranne Regno Unito e Danimarca, Polonia e Ungheria. Ad aver accettato il maggior numero di ricollocati, sempre da Italia e Grecia, sono stati Svezia (circa 3000 in totale) e Paesi Bassi (2775). Tra i grandi, invece, la Germania (quasi 11.000), la Francia (circa 5000), seguite dalla Spagna (1359) e dal Belgio (1171). E se anche la piccola Malta ne ha ricevuti 67 da Roma e 101 da Atene, l’Austria si ferma a 43, di cui nessuno dalla Grecia.

Ma qual è la situazione nei principali Paesi?

Germania

Il più grande dei Paesi europei per numero di abitanti – poco più di 80 milioni – la Germania ha il flusso di migranti più sostenuto in termini assoluti, e ne ospita già circa il 30% del totale europeo. È interessante notare, tuttavia, che il numero di chi entra in Germania come richiedente asilo è crollato rispetto al picco del 2015 – l’anno delle porte aperte ai profughi siriani da parte della cancelliera Merkel – quando aveva raggiunto gli 890.000. Successivamente si sono registrate 280.000 domande (2016) e 186.644 nel 2017: una tendenza in netto calo, dovuta all’accordo tra Ue e Turchia firmato nel 2016. Lo scorso luglio a Pozzallo, in Sicilia, è sbarcata una nave con 447 profughi. La Germania, con altre 6 Paesi Ue, ha promesso di accoglierne 50. A oggi, nessuno di loro è stato però trasferito.

Francia

Tendenza in aumento per i migranti in Francia. Il ministero degli Interni ha reso noto che se nel 2016 il numero di immigrati e richiedenti asilo superava di poco le 100.000 persone, lo scorso anno si è chiuso con un rialzo del 35%, arrivando così a 262.000. Sempre secondo dati del ministero, sono aumentate anche le espulsioni di migranti considerati irregolari (+14,6% rispetto al 2016, con totale di quasi 15.000 rimpatri forzati). Sui profughi di Pozzallo, tuttavia, Parigi è stata solidale come promesso: ha accolto 47 delle 50 persone a bordo della nave (gli altri 3 si trovano al momento in ospedale).

Spagna

Il numero dei richiedenti asilo in Spagna è tradizionalmente molto più basso dei Paesi centro-europei. Nel 2017 si è fermato a 32.000. Altro discorso quello degli sbarchi che, già nel 2017 ma soprattutto nel 2018, sono aumentati esponenzialmente. Secondo l’Organizzazione Internazionale dell Migrazioni (OIM), il numero degli arrivi via mare è stato di 21.468 lo scorso anno, mentre da gennaio a giugno ne sono arrivati già più di 11.000. Per fare un paragone mentre l’Italia ha registrato nel 2018 il 78% di arrivi via mare in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, Madrid ne ha visti il 54% in più. La politica di accoglienza del premier socialista Sanchez si è manifestata nel caso della nave Aquarius, respinta dall’Italia e accolta a giugno nel porto di Valencia. Non così si può dire di Pozzallo: nessuno ha messo ancora piede in Spagna, dato che formalmente Madrid attende l’invio delle impronte digitali dei profughi.

Grecia

In Grecia dati ufficiali registrano 58.661 richieste di asilo alla fine del 2017. Apparentemente poco, ma più che in Spagna, se si considera tanto il numero degli abitanti (poco più di 10 milioni, meno di un quarto degli iberici), sebbene il numero complessivo degli immigrati è comprensibilmente minore. Anche nel caso greco il problema più attuale è rappresentato dall’aumento degli sbarchi, che controbilancia il minore flusso verso le coste italiane attraverso la rotta centro-mediterranea. Secondo dati forniti dall’Unhcr, il numero dei profughi approdati nel Paese ellenico dall’inizio del 2018 è di oltre 13.000. Prima della chiusura della rotta balcanica grazie all’accordo tra Bruxelles e Ankara (marzo 2016), Atene aveva assistito all’arrivo di oltre 800.000 migranti via mare, specialmente sulle isole. Un numero poi drasticamente calato a 173.000 (2016) e a poco meno di 30.000 (2017).

Malta

Malta, l’isola al centro del Mediterraneo, con i suoi 420.000 abitanti ha un trend di sbarchi in calo da almeno due anni. I numeri di Unhcr mostrano da un lato il numero costante delle richieste di asilo (1692 nel 2015, 1733 nel 2016, 1616 nel 2017), ma un diverso andamento riguardo agli arrivi, crollati dai circa 2000 di 5 anni fa ai 104 del 2015 e poi di nuovo calati a soli 25 e 23 rispettivamente nel 2016 e 2017. Anche la Valletta si era impegnata ad accogliere 50 dei profughi sbarcati a Pozzallo, ma non ha preso alcuno, giustificandosi con lo sbarco sulle sue coste della nave Lifetime (respinta a fine giugno da Salvini).

Visegrad

Fin dal 2015, i Paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) hanno chiaramente espresso la loro contrarietà a ricollocare entro i loro confini i migranti arrivati in Europa attraverso Italia e Grecia. A fine 2017 i richiedenti asilo secondo i dati forniti dall’Asylum Information Database erano 5053 per Varsavia, 4400 per Budapest, mentre per Praga e Bratislava si attestano rispettivamente a 1470 e 165. Numeri bassissimi rispetto agli altri partner dell’Ue. In realtà, i Paesi che compongono l’ex Cecoslovacchia hanno accettato in minima parte i ricollocamenti suggeriti proposti nel 2015 accogliendo entrambi una decina di profughi dalla Grecia. Diverse le cifre dell’Austria, che pur non facendo parte del gruppo Visegrad, con l’arrivo del premier Sebastian Kurz si è molto avvicinato alle politiche restrittive del blocco di Paesi guidato dal Viktor Orban. Alla fine del 2017, Vienna aveva ricevuto 24.295 richieste d’asilo, attestandosi al 3,3% del totale dei Paesi Ue.

Sinistra di piazza e di passerella

Torna in piazza la sinistra! Le coscienze di politici e militanti, finalmente scosse dalle vicende della Diciotti e dalla devastante egemonia salviniana sui migranti, si sono ritrovate a Catania. Per fare cosa? Litigare un po’, come ai bei tempi. Prima c’è stata la sfilata dei politici: in ordine sparso hanno visitato la nave Boschi, Boldrini, Fiano, Fassina, Faraone. Un ritorno improvviso all’impegno civile che coincide curiosamente con la scomparsa nei sondaggi. Poi, ieri, la manifestazione in piazza, con le varie anime dello sgarrupato carrozzone progressista le une accanto alle altre. Più o meno. Perché a un certo punto, dopo essersi riconosciuti, i militanti dei centri sociali e di Potere al popolo hanno allontanato quelli del Partito democratico. Tensioni generiche, nemmeno uno schiaffone, ma insomma: “Di respirare la stessa aria di un secondino non mi va”, cantava De Andrè. A qualcuno non andava di calpestare la stessa piazza del Pd. “Voi siete quelli di Minniti, siete i precursori di Salvini”. Vero. Come è vero che per issare una bandiera contro vento e combattere contro un esercito più numeroso e motivato, dividersi in particelle reciprocamente ostili non è la più brillante delle idee. Ma questa è una vecchia storia.

Arrestato a Jesolo il presunto stupratore

I dettagli dell’indagine dovevano restare il più possibile riservati, su richiesta della Procura di Venezia. Perché l’inchiesta lampo che in poche ore ha consentito alla Squadra mobile veneziana di risalire al presunto autore della violenza sessuale nei confronti di una ragazzina di 15 anni avvenuta la notte del 23 agosto sulla spiaggia di Jesolo, e di ottenere un provvedimento di fermo firmato nel giro di un’ora dal pm Massimo Michelozzi, era ancora in attesa della convalida da parte del Gip.

La polizia coordinata dai pm del capoluogo lagunare aveva individuato subito il sospettato del reato, un cittadino senegalese di 25 anni, fermato a Mestre in un ostello dove si era registrato sotto falso nome. Ma tanto riserbo investigativo, alle 11.35 di ieri mattina si infrange contro il post su Facebook del ministro dell’Interno, Matteo Salvini: “È stato arrestato questa notte dalla Polizia di Venezia (che ringrazio!) Mohamed Gueye – scrive il ministro leghista – IMMIGRATO senegalese irregolare, accusato di avere STUPRATO a Jesolo una ragazza di 15 ANNI”. Costringendo così la stessa polizia a rincorrere il titolare del Viminale e le agenzie a battere frenetici lanci nei minuti successivi.

“Con il #DecretoSicurezza – conclude Salvini – se un clandestino stupra, ruba, uccide o spaccia, se ne torna a casa subito, senza se e senza ma”. La Procura resta avvolta in un assoluto silenzio, mentre la polizia non conferma nemmeno il nome del fermato, pur pubblicato dal ministro dell’Interno: “Abbiamo indicazioni di non dire nulla – precisano fonti della Questura di Venezia – comunque anche se il nome non fosse corretto non potremmo mai smentire il ministro”.

Ma l’irritazione per come è stata gestita questa operazione brillante e delicata traspare in modo inequivoco. La vittima della violenza – il ministro Salvini evita di renderlo noto – è a sua volta di origine africana, una ragazza etiope adottata da una famiglia italiana che nei giorni scorsi si trovava in vacanza a Bibione. Spesso la sera i più giovani si spostano a Jesolo, che nelle ore notturne si trasforma in una piccola Rimini dove i risciò e le gelaterie fanno spazio a disco improvvisate e lo sballo è alla portata di tutti.

I due – come registrano le numerose videocamere presenti nella zona – si incontrano nella centrale piazza Mazzini e poco dopo si dirigono verso la spiaggia, dove la ragazzina viene violentata. La persona inquadrata dalle telecamere è nota alle forze di polizia che lo considerano un soggetto pericoloso in virtù dei suoi precedenti per spaccio di stupefacenti e resistenza.

Per questo gli agenti della squadra mobile lo fermano con un piccolo blitz ammanettandolo in ascensore. Nella moderna struttura ricettiva dove transitano giovani provenienti da tutto il mondo ieri nessuno voleva parlare: “Abbiamo solo aiutato la polizia che ci ha chiesto se l’avevamo visto – spiegano alcuni impiegati – ma non ci risulta che fosse registrato qui”. Il 25enne senegalese, in Italia dal 2009, in passato avrebbe ricevuto un provvedimento di espulsione a cui però non ha mai ottemperato. Nel frattempo è rientrato in possesso dei requisiti: è padre di una bimba avuta da una donna italiana. Per la legge non può essere espulso.

Sempre ieri, altri tre presunti casi di violenza: a Pescara una 39enne è stata stuprata vicino alla stazione da un 61enne senegalese, a Botricello (Catanzaro) è stato denunciato un 30enne, anche lui di origine senegalese, animatore in un villaggio turistico. In provincia di Taranto, un 31enne marocchino è stato fermato per aver tentato di molestare una ragazza di 17 anni.

Il caso Maroni: condannato in Europa, archiviato a Roma

“Per contrastare l’immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti ma cattivi, determinati, per affermare il rigore della legge”. Era contenuto in questa frase, pronunciata il 2 febbraio 2009, il programma “cattivista” di un predecessore illustre di Matteo Salvini, Roberto Maroni. Preannunciava i rispingimenti dei migranti cominciati nel maggio successivo, un’azione portata avanti nonostante le contestazioni del mondo cattolico e delle organizzazioni (governative e non) e una denuncia penale di quattro parlamentari radicali eletti col Pd: ne nacque un’inchiesta della procura di Roma per abuso d’ufficio che fu archiviata dal tribunale dei ministri nell’ottobre 2009, come fu archiviata nel marzo 2006 quella contro un altro capo del Viminale, Beppe Pisanu, anche lui sotto inchiesta per abuso d’ufficio (dopo la denuncia contro ignoti fatta da alcuni parlamentari di centrosinistra) per le presunte irregolarità nel respingimento di migranti arrivati a Lampedusa.

In entrambi i casi i magistrati ritennero che le loro decisioni erano legittime. Nel caso di Pisanu il fatto rientrava “nell’ambito dell’esercizio della discrezionalità politica, attività che esorbita dal vaglio della magistratura, anche perché il dicastero degli Interni ha lanciato una lunga serie di allarmi riferendo in Parlamento”. Nel caso di Maroni, invece, era “un atto politico non sindacabile in sede penale” che non voleva danneggiare i migranti. Anzi “al contrario le disposizioni ministeriali sono finalizzate a un efficace contrasto delle organizzazioni criminali”.

Tuttavia a sancire l’irregolarità della linea di Maroni fu un episodio per il quale l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo a risarcire 15mila euro a ciascuno dei 22 migranti respinti in Nord Africa irregolarmente. Il 6 maggio 2009 tre barconi con a bordo 227 persone, soprattutto somali ed eritrei, erano stati soccorsi in acque maltesi da motovedette italiane e, dopo l’ok di Tripoli (all’epoca ancora governata da Muammar Gheddafi, con cui c’era un accordo siglato nel 2007), furono riportati in Libia. “Un risultato storico”, annunciava Maroni il 7 maggio. L’11 maggio il Consiglio d’Europa intervenne per bocciare quegli interventi. “Si possono fare, ma non si possono fare senza rispettare i diritti umani – ammoniva il 13 maggio Marco Minniti alla Camera – Il diritto di asilo è un principio inviolabile della comunità internazionale”. Niente da fare, “il governo intende proseguire senza tentennamenti”, ribadiva Maroni spiegando che lo strumento dei respingimenti “è un deterrente, salva molte vite in mare e sta portando ad una drastica riduzione degli sbarchi”.

Nel frattempo, il 20 ottobre, il tribunale dei ministri archiviava, su richiesta della procura di Roma, la denuncia nei suoi confronti e il ministro dell’Interno proseguiva sulla sua linea: “I risultati ottenuti nel 2009 sono eccezionali – diceva il 10 gennaio 2010 – Basti pensare che nel 2008 sono arrivati oltre 30mila clandestini mentre nel 2009, quando abbiamo cominciato i respingimenti, solo circa 3mila, cioè il 10%. A dicembre 2008 ne sono sbarcati 2.786, nel dicembre 2009, invece, 123”.

Intanto a Strasburgo la Corte europea dei diritti dell’Uomo vagliava l’esposto degli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Marcucci per conto di 24 dei migranti respinti il 6 maggio e poi rintracciati in Libia dal Consiglio italiano per i rifugiati (Cir). La sentenza è arrivata nel febbraio 2012, quando a governare l’Italia c’era Mario Monti e in Libia non c’era più Gheddafi. Secondo Strasburgo l’Italia aveva violato la Convenzione europea sui diritti dell’uomo perché i profughi “furono esposti al rischio di maltrattamenti in Libia” e al rischio di “venire rimpatriati in Somalia ed Eritrea”. Inoltre aveva “disobbedito” al divieto di espulsioni collettive e non aveva concesso loro la possibilità di un ricorso contro il respingimento. Per Maroni quel verdetto fu una “incomprensibile picconata del buonismo peloso”.

Un migliaio in piazza, anche suore e scout Cariche e tre feriti

Termina con gli scontri la manifestazione antirazzista, fino a quel momento pacifica, organizzata nel pomeriggio di ieri al porto di Catania per solidarizzare con i 150 migranti a bordo della nave Diciotti della Guardi costiera. Alcuni attivisti hanno tentato di superare il blocco della polizia in tenuta antisommossa per accedere al molo di Levante. Nello scontro sono rimasti feriti due manifestanti e un poliziotto. Nel frattempo sull’altro versante della banchina, un gruppo ha tentato di raggiungere a nuoto la Diciotti evitando le lance della forze dell’ordine per avvinarsi al rimorchiatore. Al corteo, un migliaio di persone, hanno partecipato tante famiglie con bambini, associazioni umanitarie e organizzazioni non governative, ma anche suore, frati francescani e un gruppetto di scout in divisa azzurra. “Davanti alle questioni di umanità e dignità, non ci sono bandiere – spiega Claudio Carbone, responsabile Agesci della zona etnea – non ci siamo coalizioni, siamo qui in difesa della vita. È una questione di umanità”. “Freedom, Hurria, Libertà!”, hanno gridato a squarcia gola i manifestanti sbandierando striscioni e manifesti contro la politica del ministro dell’Interno Matteo Salvini, raffigurato con un fantoccio. “No ai teatrini sulla vita delle persone”, era un altro slogan. Presenti anche tanti mediatori culturali provenienti da ogni parte dell’Africa, in prima linea per solidarietà con i loro fratelli tenuti in “ostaggio” sulla nave. Come Musa Jedo, arrivato nel 2004 dal Sudan, che da diversi anni abita a Roma e lavora a confine con Ventimiglia. “Sono qui per perché se gli italiani esprimono solidarietà ai miei connazionali, non posso non essere con loro. Non c’è confine tra italiani e africani, siamo uniti in questa manifestazione”. Al suo pensiero fa eco Lucine della Costa d’Avorio, da quasi 6 anni a Catania. “I ragazzi della nave sono fuggiti perché scappano dalla guerra e dai problemi che affliggono la nostra terra. Ci parlano dell’assenza dei diritti umani in Africa e poi tengono in ostaggio questo ragazzi”.