Pubblichiamo uno stralcio di “Brigate rosse. Storia del partito armato dalle origini all’omicidio Biagi (1970-2002)” di Pino Casamassima, in libreria con Baldini+Castoldi.
Bologna, 20 marzo 2002. Sono le 16.59 quando al centralino della redazione del Resto del Carlino, arriva una telefonata. Un uomo che dice di parlare a nome delle Brigate rosse rivendica l’azione. La perizia balistica conferma che “l’arma utilizzata per l’omicidio di Marco Biagi presenta rapporto d’identità con quella usata per l’omicidio di Massimo D’Antona”. Il lungo documento di rivendicazione, 26 pagine, arriva per posta elettronica il 20 marzo al sito Internet di Repubblica e a molti altri siti di quotidiani, radio, partiti e sindacati, e viene pubblicato integralmente il 21 mattina dal sito Internet caserta24ore. Un documento subito giudicato attendibile dagli inquirenti e dal Ros, sia per il linguaggio, sia per il contenuto. Per la Procura di Roma “la rivendicazione è attendibile ed è sicuramente riferibile alle Br”. Gli esperti dell’antiterrorismo non escludono, tra l’altro, che il documento possa essere collegato alla telefonata giunta nella giornata precedente al Resto del Carlino di Bologna che, oltre a rivendicare l’attentato, annunciava successivi contatti. La rivendicazione presenta notevoli analogie formali e sostanziali con quella dell’omicidio di Massimo D’Antona. Le modalità d’invio (email tramite un telefonino Wind) ricordano quelle con cui il 10 aprile 2001 era stata rivendicata l’esplosione di una bomba all’Istituto affari internazionali di via Brunetti, a Roma. (…)
È per questo che bisogna colpire le figure che agiscono da cerniera fra economia e politica: gli “agenti del nemico”, come Massimo D’Antona e Marco Biagi, appunto. Nell’impossibilità di attuare con successo un attacco frontale allo Stato, sta l’identificazione di una lotta che si rivolga alle dinamiche che regolano il mondo del lavoro: quel mondo, cioè, che ha nello sfruttamento e nella precarizzazione la sua centralità. Vanno dunque disarticolate le dinamiche che ne regolano la vita. Come? Colpendo appunto le sue teste d’uovo. Rispetto alle prime Br, se va riconosciuta la continuità sul piano ideologico, va riscontrato un diverso modus agendi, che in questo secondo caso si traduce nei singoli agguati contro singoli soggetti, diventando di fatto più strettamente “terroristico”.
Se Marco Biagi sapeva di essere nel mirino delle Nuove Br, tanto da aver chiesto più volte – invano – la restituzione di quella scorta che gli era stata tolta, Massimo D’Antona, quella mattina di maggio inoltrato e profumato di una Roma dalla bella primavera, non pensava certamente di poter essere vittima di un agguato brigatista. Da undici anni, quella pareva una storia finita. Non sapeva, D’Antona, d’essere non “un uomo”, “una struttura”, “una funzione” o un “apparato dello Stato”, ma “una progettualità” tesa alla “costruzione di equilibri generali e parziali intorno a essa”. Una “progettualità” che andava sconfitta attaccando “il personale che costruisce l’equilibrio politico in grado di far avanzare i programmi della borghesia imperialista”. Vale a dire: “Un equilibrio che lega interessi sociali e politici non univoci, e anzi contrastanti, agli interessi e agli obiettivi della frazione dominante della borghesia imperialista”. La scelta di uomini “della mediazione” come obiettivi principali, era quindi consequenziale.
Brigate rosse P. Casamassima, Pagine: 1.104, Prezzo: 28, Editore: Baldini+Castoldi