Marco Biagi, 20 anni fa l’ultimo agguato delle Brigate Rosse

Pubblichiamo uno stralcio di “Brigate rosse. Storia del partito armato dalle origini all’omicidio Biagi (1970-2002)” di Pino Casamassima, in libreria con Baldini+Castoldi.

Bologna, 20 marzo 2002. Sono le 16.59 quando al centralino della redazione del Resto del Carlino, arriva una telefonata. Un uomo che dice di parlare a nome delle Brigate rosse rivendica l’azione. La perizia balistica conferma che “l’arma utilizzata per l’omicidio di Marco Biagi presenta rapporto d’identità con quella usata per l’omicidio di Massimo D’Antona”. Il lungo documento di rivendicazione, 26 pagine, arriva per posta elettronica il 20 marzo al sito Internet di Repubblica e a molti altri siti di quotidiani, radio, partiti e sindacati, e viene pubblicato integralmente il 21 mattina dal sito Internet caserta24ore. Un documento subito giudicato attendibile dagli inquirenti e dal Ros, sia per il linguaggio, sia per il contenuto. Per la Procura di Roma “la rivendicazione è attendibile ed è sicuramente riferibile alle Br”. Gli esperti dell’antiterrorismo non escludono, tra l’altro, che il documento possa essere collegato alla telefonata giunta nella giornata precedente al Resto del Carlino di Bologna che, oltre a rivendicare l’attentato, annunciava successivi contatti. La rivendicazione presenta notevoli analogie formali e sostanziali con quella dell’omicidio di Massimo D’Antona. Le modalità d’invio (email tramite un telefonino Wind) ricordano quelle con cui il 10 aprile 2001 era stata rivendicata l’esplosione di una bomba all’Istituto affari internazionali di via Brunetti, a Roma. (…)

È per questo che bisogna colpire le figure che agiscono da cerniera fra economia e politica: gli “agenti del nemico”, come Massimo D’Antona e Marco Biagi, appunto. Nell’impossibilità di attuare con successo un attacco frontale allo Stato, sta l’identificazione di una lotta che si rivolga alle dinamiche che regolano il mondo del lavoro: quel mondo, cioè, che ha nello sfruttamento e nella precarizzazione la sua centralità. Vanno dunque disarticolate le dinamiche che ne regolano la vita. Come? Colpendo appunto le sue teste d’uovo. Rispetto alle prime Br, se va riconosciuta la continuità sul piano ideologico, va riscontrato un diverso modus agendi, che in questo secondo caso si traduce nei singoli agguati contro singoli soggetti, diventando di fatto più strettamente “terroristico”.

Se Marco Biagi sapeva di essere nel mirino delle Nuove Br, tanto da aver chiesto più volte – invano – la restituzione di quella scorta che gli era stata tolta, Massimo D’Antona, quella mattina di maggio inoltrato e profumato di una Roma dalla bella primavera, non pensava certamente di poter essere vittima di un agguato brigatista. Da undici anni, quella pareva una storia finita. Non sapeva, D’Antona, d’essere non “un uomo”, “una struttura”, “una funzione” o un “apparato dello Stato”, ma “una progettualità” tesa alla “costruzione di equilibri generali e parziali intorno a essa”. Una “progettualità” che andava sconfitta attaccando “il personale che costruisce l’equilibrio politico in grado di far avanzare i programmi della borghesia imperialista”. Vale a dire: “Un equilibrio che lega interessi sociali e politici non univoci, e anzi contrastanti, agli interessi e agli obiettivi della frazione dominante della borghesia imperialista”. La scelta di uomini “della mediazione” come obiettivi principali, era quindi consequenziale.

 

Brigate rosse P. Casamassima, Pagine: 1.104, Prezzo: 28, Editore: Baldini+Castoldi

 

Chi insulta i pacifisti tace sul pericolo nucleare

Tra i tanti contagi di guerra innescati dall’aggressione di Putin all’Ucraina, ce n’è uno tutto italiano: il vilipendio feroce contro chi prova a insinuare nel discorso pubblico qualche dubbio sull’opportunità di armare gli ucraini prolungando così la guerra, aumentando il numero di morti e avvicinando ogni giorno di più la possibilità di un olocausto nucleare. Sul New York Times, per esempio, questi argomenti si discutono apertamente, senza alcuna remora: del resto, un rapporto della Defense Intelligence Agency americana ha rilevato che “la combinazione della resistenza ucraina e delle sanzioni economiche” indurrà la Russia “probabilmente a fare affidamento sul suo deterrente nucleare”. La rottura del tabù nucleare è un tema, anzi il tema: come ha ammesso il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, “il conflitto nucleare è oggi nel regno del possibile”.

Ma da noi, no: la cosiddetta “sinistra pacifista” che insieme a Papa Francesco chiede un immediato cessato il fuoco, è accusata di collateralismo con Putin. È una caccia alle streghe violenta, quanto inspiegabile: il Parlamento ha votato quasi all’unanimità l’invio di armi, e i giornali sono pressoché tutti interventisti. Quale pericolo possono dunque rappresentare quelle poche coscienze, senza tessere, senza organizzazione e senza padroni, che non si rassegnano a tacere? Parlo per me: non ho esitato a schierarmi con l’aggredito, contro l’aggressore (sul mio profilo Twitter sono fisse da oltre due settimane le parole della scrittrice russa Ljudmila Petruševskaja, che ho fatto tradurre e mettere sul sito della mia università: “Di questa guerra accuso il criminale numero uno, Putin”), ma sono profondamente angosciato da quello che a me pare un ballo collettivo verso l’abisso. Davvero non possiamo chiederci se la fine dell’umanità sia un danno collaterale accettabile? Non è opportuno, legittimo, utile che sia rappresentata anche questa paura, peraltro forse non così rara tra le persone che non hanno accesso ai media?

Invece, sui giornali di proprietà dell’establishment è tutto un inno alla guerra. Stefano Folli esalta l’aumento delle spese militari (finalmente “il conflitto in Ucraina sembra aver incrinato le vecchie resistenze”), il riarmo europeo è “la rottura di un tabù non scontato…, che dà il senso di una svolta avvenuta grazie all’asse Roma-Berlino”, titola a nove colonne il Foglio. E dunque “dagli” alle streghe pacifiste: Francesco Merlo insulta la Cgil e l’Anpi (e insieme i rifugiati) definendole “campi profughi dell’ideologia”, e ieri Stefano Cappellini (sempre su Repubblica) mi assegna “il primato” tra gli amici occulti di Putin. Su Twitter è più esplicito: i contrari all’invio di armi sono “narcisisti, bastian contrari e stronzi” (sic) – laddove ci si chiede in quale delle tre categorie Cappellini collochi Papa Francesco.

Nel mio caso, la colpa sarebbe “il disperato e grottesco tentativo di spezzare qualsiasi similitudine tra la Resistenza italiana e quella ucraina”. Avrei così, proprio io, “degradato una delle più eroiche pagine di storia nazionale”. Cappellini si guarda bene dal dire che è stata l’Associazione nazionale dei partigiani a denunciare, sul suo giornale, l’insostenibilità storica di questo confronto. Né cita i due articoli in cui Marco Revelli (ancora meno sospettabile di me di poca conoscenza e poco amore per la Resistenza) rigetta quel paragone, condannando “l’uso propagandistico della storia, giocato sulla cancellazione delle specificità di contesto e sull’eticizzazione simbolica di fatti storici tra loro diversi ricondotti a un unico, semplificato, effetto emotivo”, ricordando le “condizioni tutte abissalmente diverse – anzi opposte – rispetto a quelle del conflitto attuale”.

L’uso della storia è il punto. Uno statement dell’International Committee of Historical Sciences ha condannato “fermamente l’abuso della storia impiegato dal presidente Putin nel razionalizzare l’aggressione della Russia contro l’Ucraina. La storia non è di proprietà degli Stati o dei governanti, e deploriamo l’uso della storia per promuovere immagini nemiche e miti distorti”. Ebbene, proprio come il veleno del nazionalismo putiniano sta contagiando (a parti rovesciate) perfino le istituzioni culturali occidentali, così i giornalisti alla Cappellini fanno la stessa operazione di Putin, abusando specularmente della storia in chiave propagandistica. E pestando chi prova a denunciare la miseria e la pericolosità di questa “storia” messa al servizio della guerra. Eppure, il dissenso, il pensiero critico, la distanza dalla propaganda e il tabù della guerra atomica finale, dovrebbero costituire il cuore stesso di quei famosi “valori occidentali” che i giornali italiani dicono di voler difendere con questa atroce guerra per procura. O no?

 

I valori dell’occidente: libertà, democrazia e tante società offshore

Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia stanno assediando con decine di migliaia di mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur, ma le loro truppe non riescono ad avanzare più di tanto: la resistenza si dimostra più tenace del previsto, anche grazie ad aiuti occidentali che le gemelle sono bravissime a sollecitare tramite collegamenti video coi parlamenti europei e Usa, a loro volta felici di strumentalizzare il conflitto per incrementare la spesa militare (tutto ok, Draghi ha promesso razionamenti). Sfruttando la loro esperienza attoriale (allieve di Orazio Costa, ottennero una certa popolarità con la serie televisiva La famiglia Benvenuti, dove erano le domestiche di casa De Marchis) e le amicizie tv (scrivono i discorsi con uno sceneggiatore dell’Amica geniale), hanno dimostrato un notevole cinismo nell’attingere, per i tocchi mélo, ai traumi storici delle nazioni, convincendo l’uditorio che il conflitto all’Eur non è una disputa confusa e lontana, legata ai loro rapporti con la famiglia Tracchia, ma una guerra dell’Occidente per difendere quei principi (libertà, democrazia, società offshore) di cui godono i Paesi del mondo libero. Per trascinare l’Occidente in uno scontro diretto con i Tracchia (che alle spalle hanno la Russia) usano la strategia retorica del ricatto morale, la stessa di chi ti chiede l’elemosina nei ristoranti all’aperto mentre stai mangiando: parlando al Congresso americano, struccate e in t-shirt militare verde oliva, hanno paragonato gli attacchi aerei dei Tracchia all’attacco giapponese a Pearl Harbor nel 1941 e all’11 settembre; evocato il ritornello “I have a dream” di Martin Luther King; e istruito il presidente Biden sui suoi doveri di leader del mondo. Il video con cui hanno ottenuto 800 milioni di aiuti militari Usa mostrava cadaveri scaricati in fosse comuni e bambini bendati che fissavano da letti d’ospedale: immagini così crude ed esplicite che un conduttore di notizie via cavo ha vomitato in diretta sulle décolleté Manolo Blahnik in raso blu elettrico (tacco 10,5, fibbia gioiello con cristalli, suola in cuoio) di un collega. Rivolgendosi alla Camera dei Comuni britannica, le gemelle hanno paragonato la loro situazione a quella dell’Inghilterra contro la tirannia nazista nel 1940: “Combatteremo nelle foreste, sulle rive, nelle strade”, hanno detto, echeggiando le parole con cui Churchill chiese aiuto all’America; e hanno citato Shakespeare (“Essere o non essere”). Al Parlamento tedesco, invece, hanno rammentato la responsabilità della Germania nei crimini nazisti; hanno citato la frase con cui ogni anno si commemorano le vittime dell’Olocausto (“Mai più”); e hanno menzionato il muro di Berlino, sostenendo che gli affari tedeschi con i Tracchia contribuiscono a erigerne uno nuovo. “Caro signor Scholz, abbatta questo muro!” hanno esclamato, riprendendo la frase che dalla Porta di Brandeburgo un altro attore, Reagan, rivolse a Gorbaciov nel 1987. Martedì prossimo le gemelle parleranno alla nostra Camera dei deputati. Avevano preparato un bel discorso, recitandolo a se stesse e studiando gli effetti e le pause (“Sentiamo che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di noi”, “L’Italia è il Paese che amiamo”, “Non dimenticate l’8 settembre: allora era un esercito che perdeva la sua divisa e al quale si tentava di far perdere anche l’onore”, “Libertà andiam cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”), ma poi, temendo una grezza alla Dolce & Gabbana, hanno deciso: imbavagliate per 25 minuti, come Pannella in quella magnetica Tribuna elettorale del 1978. Già disponibili su RaiPlay le repliche de La famiglia Benvenuti. (15. Continua)

 

La Nato distratta, il pacifismo sospetto

• Non solo la Nato non ha mai fatto dimostrazioni di forza in Ucraina, ma non vi ha mai messo piede. Purtroppo, aggiungo. Ha infatti ragione Enrico Letta: “Quello che è successo dimostra che la Nato doveva fare entrare l’Ucraina prima”. Se l’Ucraina, insomma, fosse stata ammessa e integrata nella Nato già una ventina d’anni fa, l’invasione non ci sarebbe stata.

• Ma più radicale sembra oggi la differenza tra Occidente e Russia. Il primo concepisce infatti la società come un “meccanismo”, qualcosa da far funzionare razionalmente e al meglio possibile, per garantire la libertà degli individui di condurre la vita che credono. Mentre nella retorica del Cremlino si sente l’eco di un’idea della nazione come “organismo vivente”, che persegue un’unica finalità radicata nella sua storia (…) Si tratta di due filoni di pensiero, l’uno erede dell’Illuminismo l’altro del Romanticismo.

• Dietro l’invocazione della pace si chiede la resa degli ucraini e si spaccia per guerrafondai chi li aiuta. Il primato va allo storico dell’arte Tomaso Montanari.

Tetto ai prezzi, l’asse con i “Pigs” per superare il No di Berlino&C.

Imporre un tetto al prezzo del gas a livello europeo e slegarlo da quello dell’elettricità, in vista del Consiglio europeo della settimana prossima. Per cercare di vincere le resistenze soprattutto di Germania e Olanda, Mario Draghi ha ricevuto ieri a Roma il presidente spagnolo Pedro Sanchez e il premier portoghese Antonio Costa. In video collegamento, il premier greco Kyriakos Mitsotakis. “L’Europa è ormai consapevole della necessità di accelerare sulla diversificazione delle fonti di gas naturale e sulla produzione di energia rinnovabile. La sponda sud del Mediterraneo e l’Europea meridionale avranno un ruolo fondamentale in questo processo”, ha dichiarato Draghi alla fine. Chiarendo: “Una stretta collaborazione tra i nostri Paesi è essenziale per assicurare coerenza e complementarità nell’approvvigionamento e trasporto verso l’Europa centrale e settentrionale”. Il tentativo è quello di trovare una strategia comune. Gli altri tre hanno tenuto la stessa linea. Con Sanchez che ha voluto parlare di “impegno comune per raggiungere la diversificazione delle fonti energetiche” e della “scommessa sulla transizione energetica”.

L’idea del vertice era nata al Consiglio europeo informale di Versailles della settimana scorsa. Non a caso, visto che dalle conclusioni era sparito il tetto al prezzo del gas, previsto nei lavori preparatori.

La decisione di Draghi di ospitare l’incontro è frutto anche di un’attitudine che si è fatta sempre più chiara negli ultimi giorni: il premier ha di fatto deciso di non giocare un ruolo nella partita diplomatica per la pace, anche per evidente impossibilità di incidere e si è concentrato sull’Europa e sulle partite economiche intorno all’Unione. Anche qui, non senza qualche difficoltà, derivanti soprattutto dalla posizione del Cancelliere tedesco, Scholz, “tallonato” dal suo ministro delle Finanze, il Liberale, Lindner. Draghi in qualche modo sta replicando quanto fatto da Giuseppe Conte, nel 2020, per arrivare al Recovery Fund. E ieri a ricordare quella fase è stato soprattutto Costa.

Se e quanto i Paesi del Sud riusciranno a ottenere è tutto da vedere. Ma intanto hanno incassato l’appoggio formale del premier polacco, Mateusz Morawiecki: “Al Consiglio europeo ho esortato altri leader a imporre nuove misure di sicurezza energetica, ad esempio il tetto massimo al prezzo del gas, e proteggere l’economia. Appoggio fermamente la dichiarazione odierna di Antonio Costa, Pedro Sanchez, Kyriakos Mtsotakis e Mario Draghi”, ha twittato.

Nell’incontro di ieri, però, è entrato anche il tema della Difesa. Da parte di Draghi si è notata una certa volontà di ribadire la forza del legame dell’Italia con gli Usa. Come quando ci ha tenuto a sottolineare che per la prima volta nella storia Biden parteciperà fisicamente a un Consiglio europeo la prossima settimana. Oppure mettendo l’accento sulla Difesa. Dopo l’esclusione dal vertice in videoconferenza tra il presidente americano, Scholz, il presidente francese Macron, e il premier britannico Johnson, a Palazzo Chigi sono corsi ai ripari. Anche enfatizzando il saluto tra Draghi e il consigliere per la sicurezza Usa, Jake Sullivan, a Roma per trattare con l’omologo cinese. E a proposito di convergenze, ieri la Polonia ha raddoppiato il numero delle forze armate e aumentato la spesa per la difesa al 3% del Pil nel 2023.

Altri 4,5 mld per ridurre il caro bollette e benzina

Una decreto che prova a intervenire sui prezzi per aiutare i cittadini a far fronte al caro bollette e carburante con la prospettiva di nuovi provvedimenti nelle prossime settimane ma che ha anche un breve orizzonte temporale – un mese per gli sconti al distributore – per vedere come va ‘naturalmente’ il mercato degli idrocarburi. “Tutto – dice il premier Mario Draghi – senza utilizzare i soldi del Bilancio dello Stato ma tassando una parte dei profitti che i produttori stanno facendo con l’aumento dei prezzi dell’energia”. Un “prelievo straordinario di profitti straordinari”, aggiunge. Come, non è chiarissimo. Le bozze non ne parlano e il ministro dell’Economia Franco si limita a spiegare che “intendiamo tassare una quota del e passive a fini Iva dell’ultimo semestre rispetto al medesimo semestre di un anno fa. Sappiamo che è un margine aumentato di molto: si agirà su aumenti significativi con una percentuale del 10%”. Nessuno scostamento di bilancio, quindi. Il decreto “Taglia-prezzi” vale 4,4 miliardi di euro.

Bollette. Non ci sono ulteriori fondi per ridurne l’importo per tutti i cittadini (finora sono stati stanziati 16 miliardi), ma quelle di maggio e giugno potranno essere rateizzate fino a 24 mesi. Gli aumenti saranno invece sterilizzati per le famiglie che hanno un tetto Isee di 12mila euro (da 8mila delle misure precedenti). Secondo i calcoli del governo, la platea destinataria passa così da 4 milioni a 5,2 milioni di famiglie.

Imprese. Per le imprese non energivore è previsto un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per compensare le maggiori spese di acquisto dell’energia. Riguarderà aziende dotate di contatori di energia elettrica di almeno 16,5 kw e le maggiori spese dovranno essere comprovate dalle fatture, con un costo per kWh superiore al 30 per cento del prezzo medio dello stesso trimestre del 2019. Inoltre, ai datori di lavoro che non possono più ricorrere ai trattamenti ordinari di integrazione salariale è riconosciuto “nel limite di spesa di 150 milioni di euro” la cassa integrazione in deroga fino al 31 dicembre.

Imprese energivore. Il credito d’imposta invece riconosciuto in favore delle imprese energivore e delle imprese a forte consumo di gas naturale sarà cedibile dalle medesime imprese ad altri soggetti, compresi gli istituti di credito e gli altri intermediari finanziari. Introdotta anche una Garanzia Sace del 90% dei prestiti che le imprese energivore di interesse strategico chiedono alle banche, per tutto il 2022.

Sanzioni. Una delle interessanti novità è che il Garante per la trasparenza dei prezzi potrà “richiedere alle imprese dati, notizie ed elementi specifici sulle motivazioni che hanno determinato le variazioni di prezzo”. Si legge: “Il mancato riscontro entro 10 giorni dalla richiesta comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di euro 500 ad un massimo di euro 5mila”. Inoltre, per le bollette di maggio e giugno, le imprese potranno chiedere una rateizzazione fino a 24 quote. Si escludono poi i buoni benzina dalla formazione del reddito. Ieri l’Antitrust ha chiesto alle compagnie petrolifere informazioni “dettagliate” per approfondire le ragioni dei rincari e valutare un possibile intervento “che sarà tuttavia circoscritto alla sola ipotesi di un’eventuale violazione delle norme in materia di abuso di posizione dominante o di intese restrittive della concorrenza”.

Reddito. Per tutto il 2022, l’importo del valore di buoni benzina o analoghi titoli ceduti a titolo gratuito da aziende private ai lavoratori dipendenti per l’acquisto di carburanti, nel limite di euro 200 per lavoratore non concorre alla formazione del reddito

Taglio delle accise. Per un mese vengono rimodulate le aliquote delle accise su benzina e gas. Il loro ammontare è stato discusso solo in Consiglio dei Ministri e non in cabina di Regia perché, come per gli extra-profitti, si tratta du “informazioni sensibili” (secondo il ministro dell’Economia Franco) che avrebbe potuto influenzare i mercati. Intanto le associazioni di categoria già protestavano ritenendo il taglio di 8,5 centesimi una presa in giro, per tutto il pomeriggio si era parlato di 10 centesimi. Alla fine questa quota, che costa in tutto 308 milioni di minori entrate, porterà a una riduzione del prezzo al consumo di 25 centesimi.

Autotrasportatori. Il taglio dei pedaggi per l’autotrasporto vale 20 milioni e rispetta l’accordo con le categorie che ha sventato il fermo di camion e tir. Vengono poi stanziati 195 milioni per il sostegno di pesca e agricoltura.

Golden power. Il decreto dedica anche alcuni articoli al rafforzamento dei poteri speciali del governo su settori e imprese strategiche, il cosiddetto Golden Power: si rendono strutturali alcune misure adottate temporaneamente con i decreti Covid, si prevedono semplificazioni nonché la formazione di un apposito nucleo di valutazione e analisi strategica costituito da dieci esperti che lavoreranno a Palazzo Chigi. Il potere di veto varà anche per acquisti di quote minoranza extra Ue e operazioni intra -Ue.

La geopolitica è democratica: Burioni&C. contro Orsini

Beato il popolo che non ha bisogno di Twitter. Sul social dei commentatori a tempo perduto, un acquario che riflette a colpi di cuoricini e cancelletti le isterie del giornalismo italiano, è grande il fermento e impetuoso lo sdegno verso il professor Alessandro Orsini. Colpevole due volte: non solo va in tv a dire quello che pensa sulla guerra – e quello che pensa non corrisponde alla versione corretta del fideismo atlantista, che si porta bene sui social e sui media nazionali – ma è talmente sfacciato da scrivere pure sul Fatto Quotidiano, ignobile avanguardia putiniana nelle edicole d’Occidente.

La campagna contro Orsini – addirittura “trending topic” nella giornata di ieri, il giorno dopo l’ultima puntata di Piazza Pulita – vede schierato il fiore dei twittatori liberali. Ma tra i tanti polemisti– con validi argomenti che vanno da “è pazzo” a “è un mitomane” – brilla di luce accecante l’ego ferito dell’inconsolabile Roberto Burioni. Proprio lui: il pioniere dei virologi da talk show che ha trasformato il Covid prima in divulgazione, poi in intrattenimento, infine in commedia e rissa da bar.

Il Burioni ha prima scritto di “non aver mai sentito parlare” di questo Orsini, ma più tardi ha risposto a una commentatrice che accusava il professore della Luiss di esser fuori di testa, con una considerazione acida e un po’ criptica: “Mettiamoci nei panni dei genitori, che fanno sacrifici per mandare i figli all’università”. Viene più facile mettersi nei panni dello stesso Burioni e degli altri colleghi a cui hanno levato la sedia da sotto il sedere: dopo due anni di inviti puntuali in televisione e di riflettori puntati, è più che comprensibile il bisogno di attenzione e magari una certa acredine verso chi gliela potrebbe contendere. Ma le accuse di esibizionismo nei confronti di Orsini, se arrivano da chi ha appena smesso di esibirsi in televisione o da chi venderebbe l’anima per qualche follower in più sui social network, fanno ridere tanto. E se le firma chi ha catechizzato il mondo intero a non metter bocca sugli argomenti su cui non si è qualificati, fanno ridere ancora di più.

A zig zag per il Mediterraneo: gli yacht di Abramovich in fuga

Che fareste se aveste investito qualche miliardo di euro in un paio di yacht e mezzo mondo volesse sequestrarveli? Se lo sarà chiesto – in compagnia di altri oligarchi russi – anche Roman Arkadievicč Abramovic, che sarà pure l’ormai ex patron del Chelsea, ma è tuttora proprietario degli yacht Eclipse e My Solaris. Sono problemi da oligarchi, certo, ma la soluzione al problema – piuttosto scontata – è scolpita dai satelliti e la rinvenite sul sito Marine Traffic: si naviga e via. A zig zag. Badando a scansare le acque territoriali e restando in equilibrio in quelle internazionali fino a destinazione. Così fa da giorni il comandante dell’Eclipse, per esempio, sul quale il Comitato di Sicurezza Finanziaria ha già emesso un provvedimento di congelamento (per un valore di circa 1 miliardo) e la Guarda di Finanza è pronta a bloccarlo se soltanto infila un centimetro di prua nelle acque italiane. Bandiera delle Bermuda, circa 162 metri, costruito nel 2010. l’Eclipse vede al timone un capitano equilibrista che è partito dal porto di Philipsburg delle isole olandesi di St Maarten e mentre scriviamo naviga tra il sud della Sicilia e il nord di Malta, in direzione Egitto (e poi s’immagina Turchia). Ma – a giudicare dalla rotta – il capitano dell’Eclipse non pare proprio intenzionato a una gita in Italia. E comunque non c’è solo la Guardia di Finanza italiana ad aspettarla al varco. Ci sono (c’erano, ormai) gli spagnoli. E poi i greci. E ogni Stato dell’Unione europea che si affacci sul Mediterraneo. Un po’ più in là – a sud di Creta e a nord di Libia ed Egitto – tira la volata il fiore all’occhiello della flotta Abramovich: il My Solaris. Bandiera delle Bermuda, 139 metri di lunghezza, 26 di larghezza, varato nel 2021, valore 430 milioni di sterline, ovvero circa 515 milioni di euro. Tra passeggeri ed equipaggio può ospitare un centinaio di persone. Elicotteri inclusi. Pare che per ogni giorno di viaggio spenda 80mila euro. I finanzieri l’hanno tenuto d’occhio quando, dopo aver lasciato Barcellona, è arrivato all’altezza della Calabria. Senza mai sconfinare. Ma la caccia ai beni degli oligarchi da questa parte del mondo non si limita ovviamente agli yacht in transito nel Mediterraneo.

È tutto uno scavare nelle banche dati, confrontarsi con i servizi d’intelligence, chiacchierare con la gente del posto, spesso in Sardegna, per scoprire se una villa o un’azienda appartiene a un russo e se poi, quel russo, è nella lista oppure no.

Unione europea, Gran Bretagna e Usa ormai da tempo hanno stilato le liste di nomi da monitorare e di beni da sequestrare. Ora stanno perfezionando la mira: hanno deciso di allinearle per fare in modo che coincidano (accade che un nome compaia in una lista ma manchi in un’altra). E anche ieri qualcosa s’è mosso.

Il nucleo speciale di Polizia valutaria della Guardia di Finanza, in coordinamento con il Nucleo di polizia economica finanziaria di Sassari, ha notificato il congelamento dei beni ad Alexey Alexandrovits Mordashov: nel mirino dei finanzieri è finito un complesso immobiliare in Sardegna, tanto per cambiare, per la precisione ad Olbia in località Portisco. Immerso tra gli ulivi, ingresso privato sulla spiaggia, piscina, decine di stanze con chiostro centrale e porticato: vale circa 105 milioni di euro. È l’ennesimo bene finito nella rete delle sanzioni. Dopo due settimane si viaggia verso il miliardo di euro congelati.

A partire dal 4 marzo 2022 siamo giunti a 848 milioni di euro tra beni immobili e azioni. Tra i primi a essere colpiti è stato il 74enne russo Oleg Savchenko, che si è visto sequestrare la seicentesca “Villa Lazzareschi”, in provincia di Lucca (valore 3 milioni di euro). Altri immobili sono stati “congelati” a Vladimir Roudolfovitch Soloviev in provincia di Como (circa 8 milioni di euro). E immobili – nel senso che adesso non si possono muovere – sono diventati anche tre yacht che da soli valgono il 70 per cento dei beni individuati.

Parliamo del Lena di Gennady Nikolayevich Timchenko (porto di Sanremo, circa 50 milioni di euro), il Lady M (sempre di Mordashov, porto di Imperia, circa 65 milioni di euro) e il SY A di Andrey Igorevich Melnichenko. Il valore del SY A è di circa 530 milioni di euro. Era nel cantiere navale di Fincantieri a Trieste. E lì è rimasto. Con i suoi 142 metri è considerato lo yacht a vela più grande del mondo. Ma ormai non c’è vento che tenga. Tutta un’altra storia per Eclipse e My Solaris. Da giorni in viaggio. Sulla rotta inversa in cui lo scorso anno sono morti 1.321 migranti. Perché in fondo la storia è sempre la stessa. Ognuno fugge come può. E ognuno difende quel che ha. Però i soldi fanno sempre la differenza.

“Accise, il taglio serve a poco. Ora è assurdo spendere nelle armi”

Sul “criminale di guerra” Vladimir Putin, l’ex premier Giuseppe Conte si associa alla definizione di Joe Biden, sebbene con parole al solito prudenti e felpate. “Putin deve essere pronto a rispondere al diritto internazionale”, sostiene il leader dei Cinque Stelle, ospite di Accordi&Disaccordi, (il talk di Loft Produzioni in onda ogni venerdì alle 22.45 su Nove). “Esiste un tribunale penale sui crimini di guerra – ha aggiunto –. Ci sarà un momento in cui la comunità internazionale, le vittime innocenti, i profughi e gli sfollati potranno ottenere giustizia”. Malgrado questo, bisogna sedersi al tavolo anche con Putin: “L’atteggiamento di massima fermezza non è incompatibile con la prospettiva di coltivare anche una via d’uscita politica”. Purché abbia questi presupposti: “Cessazione delle ostilità, ritiro delle truppe e ripresa dei negoziati, in un quadro che garantisca al popolo ucraino il diritto all’autedeterminazione”.

Sull’invio di armi all’Ucraina nessun passo indietro – conferma Conte al Fatto Quotidiano, a margine della trasmissione – nonostante le fibrillazioni nei gruppi parlamentari grillini. L’ex premier minimizza: “Di fronte a un conflitto come questo è difficile sfoderare certezze assolute, ma devo dire che il Movimento ha maturato subito, in un confronto interno inclusivo, una linea molto chiara, che è quella poi attuata dal governo”. E su questa linea “non ci sono tentennamenti”. Altra cosa è il voto della Camera sull’adeguamento delle spese militari al 2% del Pil. Conte non ha apprezzato: “È sbagliato soprattutto il messaggio che arriva ai cittadini, alle famiglie e alle imprese che rischiano di chiudere perché non sanno come fare fronte al caro energia. Ci sono altre urgenze. A livello europeo si dovrebbe lavorare a un Energy recovery plan; risolviamo il problema immediato di sopravvivenza, poi si può ragionare su altro”.

Sul destino di chi dovesse continuare a muoversi in autonomia, tra i parlamentari 5S, Conte glissa: “Non mi soffermerei sulle singole note di dissenso – dice – ma piuttosto su tutti coloro che pur con un passaggio sofferto, stanno condividendo questa linea con piena lealtà”.

L’ex premier è netto, invece, nella critica delle politiche energetiche del governo. “Occorre più coraggio. Non voglio nemmeno calcolare la riduzione delle accise, è inconsistente. Bisogna fare di più. Servono misure sugli extra profitti: è necessario un meccanismo redistribuivo straordinario”. Poi, nel merito della proposta: “Questo meccanismo è riferito soprattutto alle società del settore energetico che hanno maturato dei profitti del tutto straordinari, comparati a stagioni precedenti. Ma vale anche per altri settori di attività, penso al comparto assicurativo, laddove siano stati maturati vantaggi patrimoniali straordinari non commisurati alle prestazioni erogate”.

Le magagne organizzative del Movimento, almeno quelle, conta di risolverle in tempi rapidi: “Tra pochi giorni si rivoterà la presidenza”, probabilmente martedì o mercoledì. “Poi si completeranno a seguire tutti gli organi interni che ancora mancano. Penso al collegio dei probiviri, che è scaduto a dicembre o ai componenti elettivi del consiglio nazionale”. La regola dei due mandati, invece “c’è ed è nel codice etico, anche se c’è un dibattito sulla sua perdurante validità. Dopo le amministrative chiariremo anche questo passaggio” e “l’ultima voce spetterà agli iscritti”.

Una stilettata polemica, infine, sulla nomina di Carlo Renoldi al Dap. Il nuovo capo delle carceri, scelto dalla Guardasigilli Marta Cartabia, non è particolarmente apprezzato dai Cinque Stelle per alcune uscite pubbliche sul 41-bis e sui “militanti dell’antimafia”. “Personalmente mi ha colpito la critica da lui fatta, nell’ambito di un discorso pubblico, a chi ‘si arrocca nel culto dei martiri’ – spiega Conte –. Se si riferiva alle vittime di mafia dello Stato, il M5S rivendica questo culto, anzi con tutte le sue forze farà di tutto per alimentarlo, anche a futura memoria”.

Non era una strage: zero morti al teatro

“L’attacco al teatro di Mariupol ha causato un ferito grave e nessun morto. Lo riferisce l’amministrazione comunale”. Bastano un paio di righe a ridimensionare due giorni di pornografia dell’orrore: per fortuna, il bombardamento russo di mercoledì al teatro di Mariupol non ha provocato vittime, ma “soltanto” un ferito grave. Non che l’attacco meriti allora una medaglia, ma il bilancio delle autorità ucraine dimostra come siano il sentimentalismo e la retorica da elmetto a dominare il racconto della guerra sui principali giornali italiani.

Il giorno dopo l’attacco, quasi tutte le testate hanno parlato di “strage”, “carneficina”, “massacro di civili”, tutti termini smentiti in maniera clamorosa dall’amministrazione di Mariupol. Col risultato che, a forza di gridare “strage strage” a prescindere dai fatti, l’intera copertura del conflitto rischia di perdere credibilità.

Lo stringato comunicato arrivato ieri dall’Ucraina smonta quindi i titoloni dei giornali in edicola giovedì. Rileggerli oggi fa un certo effetto.

L’istituzionale Corriere della Sera, il giorno dopo il raid, ci apre la prima pagina: “Orrore nel teatro di Mariupol”. Si replica a pagina 2: “Distrutto il teatro diventato un rifugio: ‘In mille dentro’”. Non è da meno Repubblica, che in prima pagina sentenzia: “Putin, negoziati e massacri”. Per capire di quale “massacro” si parli è sufficiente leggere il catenaccio: “Strage nel teatro di Mariupol”. Stesse parole utilizzate a pagina 2 per raccontare il bombardamento, descritto ancora come “la strage”.

Una versione da cui non si discosta neppure La Stampa diretta da Massimo Giannini. Giovedì, il quotidiano torinese va in edicola con un titolo a tutta pagina: “Teatro di sangue”. All’interno del giornale, a un oggettivo “Bombe sul teatro” si affianca un “Orrore a Mariupol”.

E non è l’assenza di cifre ufficiali a suggerire prudenza al Sole 24 Ore, di solito ancorato per vocazione alla legge asettica dei numeri. Il titolo in prima pagina è in copia carbone con tutti gli altri: “Massacro di civili al teatro di Mariupol”. Quasi sarcastico, col senno di poi, appare invece Il Giornale: “Prove di pace, stragi vere”. La “strage vera” è così spiegata: “Le truppe dello Zar attaccano un teatro pieno di civili: carneficina”. L’unica carneficina della storia senza un morto: miracoli lessicali a giornali unificati.