A Mosca tornano le tv, solo la Rai no: per zittire Innaro

Mentre quasi tutte le televisioni europee e internazionali stanno riprendendo le corrispondenze da Mosca, la Rai continua col silenzio dalla Capitale della Federazione russa. Ieri il capo della sede, Marc Innaro, ha scritto a Carlo Fuortes e a tutto il vertice Rai per sollecitare il ripristino delle corrispondenze. “Tutti stanno tornando, perché noi siamo ancora chiusi? Cosa aspettiamo a riaprire?” è il tono della missiva del corrispondente da Mosca. Innaro, a quanto si apprende, è sempre stato contrario alla chiusura, giudicata “una fesseria”, e da tempo spinge per la ripresa dei servizi. Insieme a lui, che non si è mai mosso da Mosca, sono pronti a tornare anche gli inviati Alessandro Cassieri, Sergio Paini e Nico Piro.

Lo stop alla sede russa è arrivato il 5 marzo, dopo il varo da parte della Duma di una legge che prevede restrizioni per i cronisti, col rischio dell’arresto e pene fino a 15 anni di carcere per corrispondenze considerate “anti-governative”. Come si suol dire, però, fatta la legge si è trovato l’inganno, visto che alcuni corrispondenti e inviati sono rimasti a fare il loro lavoro, come ad esempio Rosalba Castelletti di Repubblica. Insomma, con un po’ di furbizia e mestiere, articoli e servizi tv da Mosca si possono fare, basta evitare certe parole (ad esempio “guerra”). È tornata la Bbc, ma poi anche France 2, TF1 (Francia), Asahi tv (Giappone), Ard Tv (Germania), oltre alle tv nazionali di Austria, Slovenia, Finlandia e Repubblica Ceca. Inoltre, per quotidiani e agenzie, sono presenti gli inviati di Washington Post, Daily Telegraph, Financial Times, Le Monde, France Press, Reuters, Agenzia Nova, Ji Ji Press (Giappone). La questione è stata studiata anche dall’ufficio legale di Viale Mazzini che, se da una parte dice che “non ci sono le condizioni per riaprire”, dall’altra lascia aperta la possibilità di valutare la situazione in corso e le possibili evoluzioni.

Nonostante i direttori dei telegiornali spingano per far tornare gli inviati, Fuortes continua a temporeggiare. “Si sta ancora valutando la situazione”, è quel che trapela da Viale Mazzini. Dell’argomento si è parlato anche in Cda, con i consiglieri Francesca Bria e Riccardo Laganà a esortare l’ad a riprendere il lavoro.

“Se poteva avere un senso sospendere i servizi da Mosca nei primi giorni dall’entrata in vigore della repressiva legge russa, ora quelle ragioni lasciano il posto a dubbi e preoccupazioni rispetto alla scelta adottata”, afferma Laganà. Ancora più duro l’Usigrai. “Ormai lo stop più che di un provvedimento cautelare a tutela dei giornalisti assume la forma di un bavaglio imposto dall’ad Fuortes e dai vertici su improprie pressioni arrivate dai partiti a danno di un prestigioso presidio giornalistico dell’azienda”, sostiene il sindacato.

Pressioni politiche, dunque? Il tema, naturalmente, riguarda le roventi polemiche su un paio di corrispondenze di Innaro giudicate da alcuni troppo filo-Putin: durissimo è stato Enrico Letta, che ha chiesto la rotazione dei corrispondenti, e il Pd ha addirittura presentato un’interrogazione in Vigilanza. Così l’impressione è che Viale Mazzini abbia voluto cogliere la palla al balzo della legge anti-cronisti per sminare la “grana Innaro”: sede chiusa equivale a zero polemiche. Un problema in meno. Si sussurra anche di una telefonata giunta da Palazzo Chigi in cui sarebbe stata manifestata “notevole irritazione” dopo le parole di Innaro allo Speciale Tg2 Post.

La domanda, a questo punto, è la seguente: il black-out informativo della Rai da Mosca continua per motivi politici? Per evitare altre polemiche? In Rai giurano che non è così, ma intanto non si comprende perché, mentre tv e giornali di tutto il mondo stanno tornando, la sede Rai di Mosca sia ancora inattiva. “Ogni giorno in più che passa è un’inadempienza del servizio pubblico che, soprattutto adesso, ha il dovere di informare su ciò che sta avvenendo all’interno delle due parti in conflitto”, osserva ancora l’Usigrai col segretario Daniele Macheda. E sulla mancanza dei servizi da Mosca ci s’inizia a interrogare anche in Parlamento.

Il giornalista sotto accusa per russofilia

Dal 5 marzo non compare più in onda, anche se lui non è mai stato d’accordo con l’auto-censura Rai. Marc Innaro è da anni corrispondente della tv pubblica da Mosca. Nei primi giorni del conflitto, è stato massacrato su social e giornali (e pure dal Pd) perché accusato di essere filorusso, avendo mostrato al Tg2 una cartina con l’allargamento della Nato. Poi, la Rai ha silenziato
i cronisti, ufficialmente per tutelarli da una nuova legge russa contro la libertà informazione

“L’artiglieria che spediamo in Ucraina è vecchia di anni, però resta efficace”

“Quelle che l’Italia sta spedendo in Ucraina sono armi non di ultimo grido, ma efficaci per il tipo di guerra che si sta combattendo”. Gianandrea Gaiani, ex corrispondente di guerra e dal 2000 direttore della rivista specializzata Analisi Difesa fa un punto sul tipo di armamenti che l’Italia sta inviando alla resistenza ucraina. Ieri Il Fatto ha pubblicato in esclusiva la lista di armi secretata dal governo: ci sono lanciatori Stinger e Milan, migliaia di mitragliatrici Browning 12.7 e MG 7.62.

Gaiani di che tipo di armi si tratta?

I lanciatori Stinger sono armi portatili, efficaci contro aerei e elicotteri a bassa quota. I Milan invece sono missili anticarro, che l’Esercito italiano ora sta sostituendo con gli Spike, tecnologicamente più avanzati. Le MG e le Browning sono armi molto efficaci che derivano da mitragliatrici tedesche e americane della seconda guerra mondiale. L’Esercito sta sostituendo le MG con armi nuove di calibro 5,56, più piccolo. Gli M-72 Law invece sono lanciarazzi portatili anticarro. Sono tutte armi che l’Italia possiede in “surplus”, di cui ampie quantità si trovano da anni nei magazzini.

Lei ha detto che l’Esercito sta dismettendo le mitragliatrici MG, come pure i lanciatori Milan. Perchè?

Perchè rimpiazza queste armi con altre più moderne.

Ma restano comunque efficaci per Kiev?

Sì, anche perchè in Ucraina pure i russi stanno usando armi datate. L’unico dubbio circa il loro impiego in Ucraina è legato alle munizioni. Browning e le MG sono armi occidentali e consumano molte munizioni di tipo diverso da quelle prodotte in Ucraina la cui industria realizza armi e munizioni di calibri “sovietici”. Per questo alle mitragliatrici che doniamo agli ucraini andranno abbinati milioni di proiettili. Inoltre alcune delle armi consegnate sono impegnative e devono essere utilizzate da militari addestrati.

Questo tipo di armi contribuisce a prolungare uno scenario di guerra o sono risolutive?

Le armi fornite dai Paesi Nato hanno l’obiettivo di aumentare il prezzo di sangue che la Russia deve pagare perchè i caduti potrebbero avere un impatto sull’opinione pubblica russa e quindi influenzare la leadership di Putin. Quella che si sta combattendo è una guerra convenzionale con ampio impiego di mezzi pesanti e un grande numero di soldati, ma di intensità ancora limitata. I russi stanno prendendo il controllo di tutte le zone esterne dell’Ucraina per creare le condizioni sul campo di battaglia in modo da negoziare da una posizione di forza. Da qui l’accerchiamento di Kiev.

I russi stanno avendo la meglio?

Credo di sì. Certo il 95 per cento delle informazioni che arrivano è frutto di propaganda, da una parte e dall’altra. Io credo che i russi stiano avanzando con calma perchè vogliono ridurre al minimo le perdite. Poi ci sono aspetti che li limitano.

Quali?

È marzo e l’Ucraina è piena di fango, aspetto non trascurabile per i mezzi pesanti. Inoltre hanno molti fronti aperti e le forze in campo possono risultare insufficienti.

Armi, italiani contro l’invio FdI e M5S: “Dateci la lista”

I sondaggi dei principali istituti demoscopici italiani pubblicati in questi giorni dicono una cosa chiara: quasi un italiano su due è contrario all’invio di armi all’esercito ucraino. Secondo la rilevazione di Emg per Agorà, chi pensa che sia una scelta sbagliata è addirittura la maggioranza degli intervistati: il 55% dice “no” contro un 33% a favore e il restante 12% che non si esprime. Le altre rilevazioni fotografano un’opinione pubblica più spaccata, ma la contrarietà all’esportazione di armamenti prevale e si attesta sempre ad almeno il 40%. Secondo una rilevazione Ipsos, invece, il 78% degli intervistati è preoccupato per il possibile ingresso in guerra dell’Italia e il 36% pensa che la scelta di inviare armi non sia rispettosa dell’articolo 11 della Costituzione, secondo cui l’Italia ripudia la guerra (contro il 35% dei favorevoli). Il sondaggio di Swg per La7 fotografa una spaccatura forte, ma i “no” prevalgono sui “sì” all’invio di armamenti: il 44% degli intervistati è contrario, il 42% è favorevole. La rilevazione in cui i propensi ad armare l’esercito ucraino superano i contrari è quella di Demopolis. Secondo l’istituto di Pietro Vento, il 43% è favorevole contro un 38% di contrari e un 19% di intervistati che non sa o non risponde. L’80% dei cittadini invece preferisce che gli ucraini vengano aiutati con aiuti umanitari.

Ma a mettere in discussione l’operato del governo sull’invio di armi non è solo l’opinione pubblica. Anche le forze di maggioranza sono spaccate sulla decisione e chiedono trasparenza su quali tipologie di armamenti stiamo mandando all’estero. Dopo il voto (al buio) della risoluzione parlamentare che ha autorizzato l’invio, il decreto interministeriale dei ministeri di Difesa, Esteri ed Economia con l’elenco dell’equipaggiamento è stato secretato. Il titolare della Difesa, Lorenzo Guerini, lo ha poi consegnato al Copasir che a sua volta ha deciso di secretare il contenuto. Ieri, però, Il Fatto ha rivelato parte della lista composta anche da munizioni, missili e mitragliatrici. Per questo alcune forze politiche chiederanno che Guerini renda conto alle Camere della lista di armi che, sebbene secretate, continuano a uscire sui giornali. Il M5S presenterà un ordine del giorno per chiedere che le commissioni parlamentari vengano informate (magari secretando l’audizione). Anche FdI è sulla stessa lunghezza d’onda. E se il voto di giovedì alla Camera al dl Ucraina è arrivato quasi all’unanimità (ma con molte assenze, nella Lega), in Senato il passaggio del decreto sarà più doloroso, soprattutto per il M5S e Lega.

Ieri Matteo Salvini si è detto contrario all’invio di armi “perché non è la soluzione” e ha fatto capire che il suo voto favorevole in Senato non è scontato: “Sarò molto in difficoltà a dire sì”. Anche nel M5S ci sono defezioni e tutti gli occhi saranno puntati sul presidente della commissione Esteri, Vito Petrocelli. Ieri Conte ha incontrato via zoom i parlamentari 5S della commissione Difesa e si è mostrato molto irritato per la scelta di sottoscrivere e votare l’odg che alza le spese militari al 2%. Alcuni deputati come Segneri e Serritella martedì invece non si presenteranno per ascoltare il discorso di Zelensky alle Camere: “Non possiamo battergli le mani”.

“15enne jihadista stava preparando attacco kamikaze”

Un 15enne di Leeds, di fede islamica, è stato accusato di fronte a un giudice di Londra di aver pianificato un attentato terroristico suicida, sventato dalle forze di polizia. Il presunto jihadista minorenne si è dichiarato innocente in video-collegamento; la pubblica accusa gli imputa d’aver violato il Terrorism Act e concepito “un’operazione premeditata”: l’adolescente – la cui identità e immagine restano rigorosamente protette – è accusato di aver tentato di procurarsi per ben 5 volte, attraverso spedizioni online, coltelli e armi da taglio, e di essere entrato infine in possesso di un machete, nonché aver fatto ricerche su esplosivi. Non è il primo caso in Gran Bretagna: Scotland Yard calcola in aumento il fenomeno del terrorismo “fai-da-te” di giovanissimi di passaporto britannico.

Usa, 38enne bianco ucciso come Floyd due mesi prima

Ha ripetuto 12 volte in pochi secondi la frase “I can’t breathe” e poi è morto, ucciso dalla brutalità della polizia nel sud della California. Due mesi prima di George Floyd, nel marzo del 2020, un altro uomo rimase vittima di una violenza ingiustificata e sproporzionata da parte di un gruppo di agenti, che lo avevano fermato per un controllo stradale.

Si chiamava Edward Bronstein 38enne bianco. Nel video di 18 minuti, ripreso da uno dei poliziotti e che un giudice ha ora deciso di diffondere, si vede l’uomo in ginocchio, ammanettato e circondato. Sembra lucido, ma spaventato quando gli viene ordinato di stendersi per un prelievo di sangue. Non lo fa, resta in ginocchio. All’improvviso gli agenti lo buttano a terra e cominciano a premere con le ginocchia sulla schiena.

Che noia “mortale” quei combattimenti con regole arcaiche

Ai primi accenni di crisi internazionale, i presidenti americani non hanno mai chiesto alla propria diplomazia di superarla o contenerla, ma hanno chiesto al Pentagono: “Dove sono le nostre portaerei?”. Probabilmente anche i capi russi e cinesi chiedono la stessa cosa ai loro generali. Solo che né russi né cinesi hanno portaerei in giro per il mondo e sanno benissimo dove sono i loro sommergibili, missili e carri armati. La stessa domanda non la possiamo fare noi europei continentali ai nostri eserciti, ma potremmo chiedere più spesso agli americani dove sono le loro portaerei, così, tanto per farsi un’idea di dove potranno scoppiare le prossime guerre. In questa emergenza la portaerei Truman è nell’Adriatico e sostiene le operazioni in Romania. È già molto, ma non troppo. Nella Prima guerra nel Golfo ne ruotarono sei, con un minimo di due contemporaneamente nel Mar Rosso, nel Golfo Persico e nel Mediterraneo. In Afghanistan, dove il mare non lo immaginano neanche, durante i primi sei mesi di operazioni la Marina statunitense ha impegnato la sua Quinta flotta per un totale di sei gruppi portaerei, quattro gruppi anfibi, circa 60 mila marinai di professione e 13 mila riservisti.

Per una forza non sottoposta a minaccia deve essere stata una crociera da pacchia, ma anche una frustrazione: non c’era possibilità di morire e nemmeno di diventare eroi. Oggi, finalmente, si presenta l’occasione di diventare eroi per tutti: militari e civili, in Ucraina e in qualsiasi parte del mondo, perché la guerra che si sta combattendo è “ibrida”, militare e civile, convenzionale e nucleare, economica e finanziaria, pluridimensionale in aria, in terra, sotto la superficie terrestre e quella marina, nello spazio e nel ciberspazio ed è una guerra nel tempo. È una guerra di oggi ma proiettata nel futuro. Senza soldati ma con automi, senza contatti diretti ma sofisticate console di comando, come un videogioco. Perché non si stanno confrontando solo Ucraina e Russia, ma Russia e Nato e quindi Russia, Usa e Cina. Tre potenze nucleari che si odiano e si portano dietro altri popoli coinvolti nello stesso odio. O no?

Da ciò che si vede, la guerra in corso è più che vecchia: è arcaica e proprio per questo quasi invulnerabile alle diavolerie cibernetiche e psicopatiche. I carri armati fermi e i contro-carri fermi ad aspettarli rispecchiano una situazione ideale per i cannoni: per l’artiglieria schierata dieci chilometri indietro e i comandanti con i guanti bianchi a “dare i numeri” (i dati di tiro) mentre la fanteria si ritira, come a Caporetto; o come le artiglierie israeliane stancamente insistenti sui villaggi libanesi, a sette chilometri dall’altra parte della valle, due granate ogni quattro minuti, per tutto il giorno, per settimane e mesi: una noia “mortale”; o la batteria di artiglieria americana schierata a 15 chilometri da Fallujah, il cui comandante, tra una coca e l’altra s’inventa il mix di granate esplosive e granate al fosforo bianco con spoletta azzerata in modo che invece di scoppiare a cento metri dal suolo per creare cortine nebbiogene potessero infilarsi negli scantinati e cuocere al forno gli occupanti: shake and bake (scuoti e cuoci), come il pollo impanato.

Non è ancora accaduto, in Ucraina, o forse sì. Intanto la guerra ibrida immaginata dai ricercatori e dai venditori di tecnologie militari negli ultimi vent’anni e che continua a succhiare risorse e cervelli è rimasta nelle menti e negli arsenali di chi l’ha pensata e preparata. E rischia di restarci per sempre.

La goccia russa che sta sfinendo Kiev

Per la prima volta non ci sono i militari al check-point di Piazza Maidan. La macchina passa indisturbata zigzagando fra i cavalli di Frisia, mentre il mio sguardo rimane incredulo, ancorato a guardare fuori dal finestrino. Un uomo a terra, con le braccia e le gambe allargate e la faccia schiacciata sull’asfalto. Sarà vivo o morto? Intorno a lui almeno quattro uomini armati, i soldati di guarda al posto di blocco. Ci sono anche dei poliziotti con una diversa divisa e le stesse armi. “L’abbiamo preso mentre registrava e l’abbiamo controllato: ha i nostri video, le fotografie delle armi e in un altro telefono, solo numeri russi. È una sleeping-spy”, una spia dormiente. “È un ucraino al soldo dei russi, ingaggiato per dare informazioni riservate su di noi. Vive come noi e si sveglia quando non ce l’aspettiamo”. Con il palmo della mano rivolto verso l’alto, vedo un dito muoversi e poi la testa girare. È vivo.

Gli strumenti del sabotatore sono disordinati su uno zaino vicino al suo viso. Due telefoni, un caricatore, un portafoglio, un cappello e una bottiglia di acqua, chiusa. “Controlliamo chiunque abbia una bottiglia di acqua in mano, se chiusa. È un segno di riconoscimento delle spie”. Mi chiedo fino a che punto sia arrivata la paranoia e quante volte nei giorni scorsi sono stato fermato per girare con una bottiglia in mano.

A Kiev sono bastate tre settimane per alterare qualsiasi forma di normalità. Anche il nome della città è cambiato. Da Kiev a Kyiv, dal russo all’ucraino. Il mondo Occidentale si unisce nell’appoggio politico e dialettico per supportare a distanza il popolo gialloblu, mentre la Capitale europea di tre milioni di abitanti è diventata un dedalo di trincee e barricate. I labirinti si scavano nelle piazzole, lungo le vie dei treni e fra i palazzi e i sacchi di terra raccolti vengono portati lungo le strade per creare enormi pareti contro i proiettili. Sono coraggiosi gli ucraini e diffidenti. Non si fidano e non vogliono mostrare debolezze a tal punto di fermare la stampa nel documentare le vittime dell’invasione. Se i feriti e i morti non si vedono è come se non esistessero, quindi non si possono fotografare.

Negli ultimi quattro giorni gli attacchi dei missili russi si sono avvicinati al centro della città concentrandosi sui quartieri residenziali di Podil e Sviatoshyn nella parte ovest e nord-ovest di Kyiv, non lontani dal fronte di Bucha e Irpin. Lungo il fronte Occidentale l’esercito di Putin, fermato dalla tenacia dei soldati ucraini, si è allargato tagliando la M-06, la strada che porta a Leopoli, ed è sceso come un cappio verso sud per strozzare la capitale. Lentamente ma senza sosta l’esercito russo avanza mentre la sua l’artiglieria colpisce la capitale da fuori città. Il tonfo degli attacchi solitamente comincia alle prime luci dell’alba, forse per svegliare le poche persone rimaste e per farle alzare con l’angoscia e la paura di essere i prossimi sfortunati. Perché spesso di fato si tratta, di sorte nel camminare sul lato giusto della strada o nel vivere al piano di sotto a quello che viene bombardato.

A Sviatoshyn un edificio è andato a fuoco dopo l’impatto: i pompieri portano fuori il corpo di una donna rimasta senza fiato mentre le colonne di fumo avvolgono lo scheletro di cemento.

Oggi a Podil l’onda d’urto del missile ha distrutto i palazzi antistanti all’impatto e le finestre dei grattacieli a più di cento metri di distanza. Mentre beve da una ciotola seduto su uno sgabello in quello che rimane della sua cucina, Roman guarda intorno a sé la sua vita scomparire. È ancora in ciabatte, il razzo l’ha svegliato facendolo cadere in un incubo. Ora è tutto traballante e bisogna camminare in punta dei piedi per non pestare gli oggetti scomposti sul pavimento. Al secondo piano Sinaida piange indicando le piante spappolate sul pavimento mentre suo figlio intona Caruso di Lucio Dalla, ricordando quando lavorava nella pizzeria da Mario. Dalla casa accanto esce una donna, ferita, accompagnata da quelli che sembrano essere i suoi figli. Avrà l’età di mia madre, ma con mezzo viso sanguinante ricoperto dalle bende e con i suoi ricordi richiusi in una valigia.

Frammenti di vita, vittime di una guerra soffocante, racchiusi nella speranza di vivere lontano dal prossimo bombardamento. A Kiev i giorni si susseguono con l’attesa di quello che succederà domani. La paura che tutto questo diventi una nuova normalità atterrisce più del conflitto. Ora, mentre scrivo, sento in lontananza il sordo boato delle bombe, la prima, la seconda e poi di nuovo il silenzio di una città deserta durante il coprifuoco. Oramai le sirene non suonano più o forse sono io che mi sono abituato.

“Da leader solo e violento a ‘eroe’ del suo popolo”

“Sin dal primo giorno del conflitto, soprattutto qui in Occidente, la Russia ha perso la guerra mediatica”, dice Francesco Dall’Aglio, ricercatore dell’Istituto di studi storici dell’Accademia delle Scienze di Sofia, Bulgaria. L’intervento pubblico di ieri, a Mosca, segna un’inversione di rotta del presidente russo: “Questo bagno di folla, seppur coreografata, arriva dopo anni di foto di un leader isolato, lontano, che proiettavano l’immagine di un capo ingrigito e solo, dietro tavoli lunghissimi”, spiega Dall’Aglio.

Ieri Putin, invece, sorrideva in maglione e giubbotto.

Il cambiamento c’è anche nell’abbigliamento: non più in giacca e cravatta, divisa dell’uomo dell’“apparato”. Si è mostrato più giovanile, anche nella postura: è un ritorno al Putin trionfale, quello dell’annessione della Crimea, quello che si mostra a torso nudo. Ovviamente, di contrappeso al presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che va in giro in maglietta e si fa immortalare in mezzo alla gente, ed era apparso raramente in mimetica prima della guerra. Ieri, inoltre, Putin voleva mostrare anche la sua vicinanza al popolo russo.

Lo ha fatto per loro, i cittadini della Federazione, o per chi lo osserva attentamente da oltreconfine?

Sono immagini destinate a uso interno, ma che Mosca sa bene circoleranno velocissime anche in Occidente. Vanno a contrastare le foto, i video degli arresti di chi protesta contro la guerra in Russia, o, per esempio, l’iconica giornalista col cartello che denuncia la propaganda in diretta tv. Ieri si è marcato un ritorno a una comunicazione più aggressiva, anche per quel pubblico che continua a sostenerlo, ed era stanco di non vederlo più forte.

Un’apparenza importante quanto la sostanza.

Per Putin è fondamentale mantenere l’immagine del trionfatore, proietta così, verso l’esterno, contemporaneamente, anche l’immagine della Russia come grande potenza. Ma è un’operazione non necessariamente compiuta per la fruizione di Europa e Nord America: arriva anche in Asia e Africa, in quel lato di mondo che non ha messo fine ai contratti commerciali o ha emesso sanzioni.

Come finirà la guerra di Putin?

Abbiamo ripetuto spesso che la Russia si aspettava una campagna velocissima, eppure ha ammassato una quantità di armi e uomini enorme ai confini: una mossa che non avrebbe senso, se Mosca attendeva un cedimento di schianto immediato di Kiev. Si sbaglia poi a descrivere l’esercito ucraino come una banda improvvisata: ha 200 mila effettivi, più dei russi sul campo, ed è stato addestrato da istruttori Nato. Non si riesce a ipotizzare una fine del conflitto in cui la Russia non vince o, attenzione, non dice di aver vinto. Non importa se vincerà sul campo o ai tavoli diplomatici: il risultato sarà presentato come una vittoria della Russia, ma, soprattutto, una vittoria di Putin.

Leader forti, “nazisti” e accuse di genocidio: siamo tornati nel ’900?

Non è un ritorno, è una persistenza. La vittoria sul nazismo nella Seconda guerra mondiale è fondante per l’Urss, ma anche per la Russia post-comunista. Lo è per tutti i russi: anche nazionalisti, non comunisti. Dobbiamo chiederci piuttosto, allora, se da questo ‘900 eravamo mai usciti.

Bacchettate cinesi a Biden: “Usa e Nato parlino con Mosca”

La Cina apre agli Usa sull’Ucraina: in una lunga telefonata, di quasi due ore, Xi Jinping non si tira indietro, quando Joe Biden lo invita a esercitare la sua influenza su Vladimir Putin perché “metta fine a questa orribile guerra”. Xi chiarisce che “un conflitto non è nell’interesse di nessuno” ed “è qualcosa che non vogliamo vedere: i rapporti tra Stati non possono arrivare alla fase dello scontro”; e, coinvolgendo Biden, aggiunge: “Dobbiamo guidare le relazioni Cina-Usa sulla strada giusta, ma dobbiamo anche assumerci le nostre responsabilità internazionali per la pace e la serenità mondiali”. Xi pare accettare un ruolo attivo nella soluzione del conflitto ucraino, ma non rinnega l’amicizia con la Russia ed esorta tutte le parti coinvolte “a sostenere insieme il negoziato” tra Mosca e Kiev: “Usa e Nato dovrebbero condurre un dialogo con la Russia per risolvere i problemi di sicurezza della Russia e dell’Ucraina”.

Come dire che le responsabilità della crisi non stanno tutte dalla parte di Putin. Xi ribadisce l’ostilità della Cina alle sanzioni: “Se saranno ulteriormente potenziate, innescheranno gravi crisi nell’economia globale… peggiorando la già difficile economia mondiale e provocando perdite irreparabili”; e afferma che “la priorità assoluta ora è continuare il dialogo e i negoziati, evitare vittime civili, prevenire crisi umanitarie”. “La soluzione a lungo termine – sostiene – risiede nel rispetto reciproco tra le maggiori potenze, nell’abbandono della mentalità da Guerra fredda… e nella costruzione graduale di un’architettura di sicurezza globale e regionale equilibrata”. Nel loro primo colloquio, sia pure virtuale, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Biden avverte Xi che Washington è pronta a reagire se Pechino sostenesse attivamente Mosca. La conversazione tra Biden e Xi pare aprire spiragli nella crisi ucraina e nelle relazioni Usa-Cina. Poche ore prima, era invece andata male la telefonata tra Putin e il cancelliere tedesco Olaf Scholz: definita dal Cremlino “difficile” e “non certo amichevole”. Anche il successivo colloquio tra Putin e il presidente francese Emmanuel Macron è breve e improduttivo. Mosca si dice pronta a continuare a cercare intese, ma Kiev “temporeggia e avanza proposte sempre più irrealistiche nei negoziati”. Giovedì, il capo dei negoziatori ucraini, Mikhailo Podolyak, vedeva un orizzonte temporale di dieci giorni per un accordo di pace di cui dovevano farsi garanti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e la Germania. Ieri, il suo omologo russo Vladimir Medinsky diceva che Mosca e Kiev sono “a metà strada” sul nodo della smilitarizzazione dell’Ucraina e che “le posizioni si stanno allineando sulla neutralità dell’Ucraina e la non adesione alla Nato”. Ma Podoliak lo smentiva con un tweet: “Le dichiarazioni russe sono le loro richieste… Le nostre posizioni restano: cessate-il-fuoco, ritiro delle truppe e garanzie di sicurezza specifiche”. In campo Nato, c’è chi soffia sul fuoco. La Polonia lancia l’idea “di una missione di mantenimento della pace in Ucraina” e vara una nuova legge che raddoppia le forze armate a 300 mila uomini e porta la spesa per la difesa al 3% del Pil. I tre Paesi baltici, Estonia, Lettonia e Lituania, espellono diplomatici russi. E l’Ue sta per varare un secondo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina. Sul fronte di guerra, i russi sono entrati nel centro di Mariupol e hanno offerto un salvacondotto a chi si arrende: Kiev ha rifiutato di portare via le sue truppe. Bombe sono cadute per la prima volta la scorsa notte alla periferia di Leopoli, nei pressi dell’aeroporto e pure su Kiev e sulla parte di Lugansk controllata dagli ucraini. La Bbc riferisce che missili russi hanno colpito due caserme a Mykolaiv, causando almeno 45 morti. La Capitale ha ieri vissuto l’ennesimo coprifuoco. E il ministero della Difesa ha avvertito che “il nemico sta cercando di aumentare le truppe verso Kiev, spostando unità dai distretti militari centrali e orientali”. Una giornalista ucraina, Victoria Roshchyna, sarebbe da giorni prigioniera dei russi: non se ne hanno notizie dal 12 marzo. Mentre continua l’esodo dei profughi, Papa Francesco ha ieri lanciato un’invettiva denunciando “la selvaggia natura umana” e l’essere “assassini dei nostri fratelli”: “Ancora una volta l’umanità è minacciata da un abuso perverso del potere che condanna la gente indifesa a subire ogni forma di brutale violenza”.

Putin show tra Bibbia e canzoni: “Russi mai stati uniti come oggi”

Per patria un’arena e per pubblico un impero: così Putin è tornato. Mentre Kiev brucia come l’intera Ucraina, con un tappeto di tricolori russi che sventolavano su una folla di migliaia ieri a Mosca, il presidente ha detto a quella nazione che non lo ha ancora abbandonato: “Non eravamo così uniti da tanto tempo”. Non c’è spazio per il dissenso dentro lo stadio, e le scene di chi contesta la guerra e viene arrestato in strada sembrano di un’altra nazione. L’ottavo compleanno dell’annessione della Crimea, che nel 2014 gli fece conquistare picchi mai registrati nei sondaggi, il capo della Federazione lo ha festeggiato ieri allo stadio Luzhniki, costruito e dedicato negli anni 50 al bolscevico numero uno, Lenin, (additato durante il discorso del 24 febbraio come il colpevole “inventore” dell’Ucraina). Ci sono le parole che il leader pronuncia in modo veemente al microfono e quelle che ha ripetuto dall’inizio del conflitto contro l’esercito gialloblu. Sono scritte ovunque: “Per un mondo senza nazismo”. “I nostri non li molliamo”. “Per la Russia”. “Sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare ora, e contro chi: attueremo tutti i nostri piani” chiosa sapendo che i negoziati e gli sforzi del compromesso proseguono sul campo. “Dovevamo fermare il genocidio. Questo è l’obiettivo dell’operazione speciale”: sapendo di essere ascoltato dai russi, ma soprattutto dagli occidentali che ne studiano ogni mossa, è tornato al lessico bellicoso e novecentesco, ha arringato retorico sulla bellezza del sacrificio e della croce. “Non c’è amore più grande che dare la vita per quella dei tuoi amici”: per giustificare la scelta della guerra, che nemmeno la sua cerchia più ristretta, al Cremlino, immaginava possibile, ha citato perfino la Bibbia, tra canzoni pop e quelle del gruppo Lyube, cantori sovietici dell’onore dei soldati, dei combattimenti e dei kalashnikov.

L’offensiva militare di Mosca continua in Ucraina, quella mediatica, in Russia, è tornata. Nella Federazione che ha messo al bando la parola vojna, guerra – pena, secondo l’ultima legge della Duma, 15 anni di carcere – risuonava ieri l’inno russo, ma anche Made in Ussr. Vestito con maglione bianco e giubbotto blu – un capo di abbigliamento da 12 mila euro – Putin ha provato, plateale e smaccato, a cancellare l’immagine dei lunghissimi tavoli dove la Russia lo ha visto arroccato, solo e lontano, dall’inizio della pandemia. Il palco a cui di solito ricorre solo dopo le vittorie ha rimpiazzato quegli schermi dietro cui parlava anche ai più fedeli tra i suoi alleati. Le celebrazioni per l’anniversario del ritorno della penisola si sono tenute in 18 città russe, ma per i cittadini di altre latitudini, il presidente è intervenuto in diretta sulla tv di Stato, uno degli ultimi schermi russi che rimane ancora illuminato dopo la repressione dei canali indipendenti. Come riferisce Ria Novosti, agenzia statale, anche Youtube finirà nell’elenco dei social vietati, e potrebbe sparire già da oggi: comunque, assicurano le autorità, si spegnerà nelle prossime settimane.

Una pioggia di Z anche allo stadio Luzhniki: è la stessa che si vede verniciata sui blindati russi ora in Ucraina, ricamata nei colori del nastro di San Giorgio, arancione e nero. È la lettera che si proietta sugli schermi delle grandi città, si disegna sulle magliette dei fan dell’operazione speciale. Ormai tanto potente, quanto oscuro, rimane il suo significato: Z per zapad, occidente, oppure per Zelensky, il presidente ucraino, oppure, ha azzardato ieri qualcuno dopo il ritorno di Putin, per “zar”, quello che dalle macerie sovietiche sta ricostruendo la Mosca imperiale. Credere, ma anche venerare. Ieri il sermone militare del presidente è stato improvvisamente interrotto. Le telecamere hanno smesso di trasmettere mentre parlava del comandante Feder Ushakov, santo patrono della Marina e dei bombardieri nucleari, nato “per assoluta casualità” proprio il giorno dell’avvio dell’“operazione speciale”. Colpa di un “guasto tecnico”, ha detto Dmitry Peskov, portavoce del presidente, sempre in linea con il leader, anche quando la linea non c’è più.