La denuncia di Libertà e Giustizia: “Svolta eversiva”

Non usa mezzi termini Libertà e Giustizia, che denuncia “la condotta programmaticamente eversiva del ministro dell’Interno Matteo Salvini”. Lo fa attraverso una nota dove denuncia pubblicamente la violazione dell’articolo 13 della Costituzione e “una serie di reati di cui si dovranno occupare le procure della Repubblica”. L’associazione è preoccupata dalla “nuova svolta autoritaria” che avanza nella “drammatica l’assenza di opposizioni credibili ed efficaci” e della “del tutto inadeguata la reazione delle massime magistrature repubblicane: la subalternità del Presidente del Consiglio, la timida dichiarazione di principio del presidente della Camera, il silenzio della presidente del Senato, le pressioni solo private del Capo dello Stato”.

Secondo Libertà e Giustizia, presieduta da Tomaso Montanari, “l’eversione di Matteo Salvini va fermata prima possibile”. Non c’è solo lui a creare inquietudine. L’associazione è anche allarmata dalla “sistematica denigrazione e umiliazione dei valori della Costituzione” e dal “disprezzo per le massime figure della democrazia rappresentativa”, come le dichiarazioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti che “facendo leva sugli irresponsabili entusiasmi per una ‘democrazia diretta’ (si rammentino le dichiarazioni di Casaleggio junior contro il Parlamento come istituzione)” ha rilanciato l’idea di una riforma costituzionale “che porti all’elezione diretta di un presidente della Repubblica trasformato da garante a capo dell’esecutivo”, una “nuova svolta autoritaria” che si avvicina ad “alcuni progetti di riforma costituzionale già presentati dal Pd in questa legislatura” e alla “filosofia di fondo della sconfitta riforma Renzi-Boschi”. Per LeG il leader della Lega usa “la vita dei migranti per costruire la propria immagine di uomo forte del Paese, in attesa di consacrare questa sua posizione attraverso una manomissione della Costituzione”.

L’inutile prova di forza: 40 in Albania e Irlanda, gli altri sbarcano in Italia

Alle nove e qualcosa della sera, fresco indagato, il ministro con la faccia cattiva deve cedere. “Nelle prossime ore tutti i migranti della nave Diciotti sbarcheranno” annuncia Matteo Salvini da un palco a Pinzolo. E di fronte al muro dell’Unione europea gli tocca innanzitutto ringraziare, nemesi per un leghista, l’Albania, che ne prenderà venti. “Un risultato miracoloso” urla dal microfono. Altri 20-25 andranno in Irlanda, dove proprio in queste ore è in visita il Papa. Ma la gran parte dei migranti intrappolati, ossia “un centinaio” come spiegato dalla Cei, verrà accolta “dalla Chiesa e dai vescovi, che apriranno il cuore e il portafogli” spiega il prosaico vicepremier. Quindi quasi tutti resteranno in Italia. E allora per compensare Salvini giura: “La prossima nave può fare marcia indietro e tornare, mi possono indagare anche per questo ma il limite è stato raggiunto”. Vedremo se assisteremo ad altre sceneggiate. E comunque, già in mattinata il vicepremier aveva messo una bella minaccia sul tavolo, quella di non approvare il bilancio dell’Unione europea. Anche il premier Giuseppe Conte ha confermato la “riserva” italiana sui conti europei in una nota in cui sostiene che “non è una sconfitta dell’Italia, come qualcuno superficialmente ha scritto. E’ una sconfitta dell’Europa”. Però al decimo giorno di linea dura Salvini ha dovuto mollare. Perché la Ue ha ignorato le richieste, la Guardia Costiera non ne poteva più e nei Cinque Stelle dilagavano le proteste. Mentre il premier, sotto il silente pressing del Quirinale, insisteva per una soluzione data per imminente in ambienti M5s già ieri mattina.

In giornata erano arrivati anche gli ordini dei medici della Sanità marittima, che avevano imposto di far scendere dalla Diciotti altri 17 migranti dopo i 27 minori già sbarcati: undici donne, tutte violentate prima di arrivare in Italia, e sei uomini, tutti con la scabbia, due con sospetta tubercolosi e due con la polmonite. Quattro donne però si erano rifiutate di scendere, per restare con i loro compagni. La tensione a bordo era forte anche se, come spiega Federica Montisanti di Intersos, operatrice umanitaria a bordo della Diciotti, “non ci sono mai state azioni aggressive, solo il rifiuto del cibo venerdì per qualche ora”. E allora già nel tardo pomeriggio il governo deve festeggiare come una grande vittoria l’accordo con l’Albania. “Un segnale di grande solidarietà e amicizia” celebra il ministro degli Esteri Enzo Moavero, che per giorni ha preso porte in faccia dai Paesi Ue. E ora si aggrappa all’Albania. Il governo che si è incagliato a Catania ha bisogno di chiunque. E per tutto il giorno parla con la Cei e le diplomazie. “Non possiamo perdere la faccia dopo aver fatto tutto questo casino” riassume un esponente dei 5Stelle. E il Salvini mattutino alimentava le indiscrezioni: “Sto lavorando a una soluzione positiva”. L’ipotesi principale era quella già ventilata venerdì. Ossia identificare a bordo della nave i migranti per provare a distinguere i richiedenti d’asilo, e poi farli sbarcare. Ma è maledettamente complicato, il sabato della Diciotti.

Anche per Luigi Di Maio, vicepremier e capo politico del M5S, che pure è in linea con Salvini. “La gente sta con lui, lo dicono anche i sondaggi” ripete. Però il Movimento ribolle. La rispostaccia di Salvini a Fico, che chiedeva di far scendere i migranti (“Pensa a presiedere la Camera”), ha portato a galla i malumori di tanti parlamentari ed eletti, compresi i capogruppo di Torino e Palermo. E allora Di Maio deve dare segnali. Chiama Fico, e lo fa trapelare. E autorizza una nota dei due capigruppo alle Camere, Francesco D’Uva e Stefano Patanuelli, che prendono le distanze dall’incontro di martedì prossimo a Milano tra Salvini e il premier ungherese, il noto xenofobo Viktor Orban: “L’incontro va considerato come esclusivamente politico e non istituzionale o governativo”. Tradotto, Salvini non si azzardi a vederlo a nome del governo. Lo specchio di un diffuso timore nel Movimento, ossia che l’alleato usi l’incontro per lanciare un’offensiva violenta contro la Ue. Il “nemico” del leghista che ha ceduto.

“Siamo scappati a nuoto di notte. Chiediamo asilo”

Una fuga rocambolesca, incredibile. “Abbiamo lasciato la nave a tarda notte, ci siamo calati in acqua dalla fune”, racconta uno dei due giovani eritrei all’interprete che lo traduce per noi. Esile, con un po’ di barba. Dice di avere 30 anni. L’altro è ancora più magro, capelli ricci e solo 19 anni. “All’inizio avevamo tentato la fuga in tre – spiega –, ma l’altro non è riuscito a scendere, quindi siamo andati avanti solo noi due”. Il terzo infatti, sarebbe poi rientrato da solo sulla nave.

Nel corso del racconto, sorridono e scherzano, il peggio sembra essere ormai alle spalle, e forse non si rendono nemmeno conto di quello che hanno fatto. “Avevamo un braccialetto, che ci hanno dato sulla nave, io il numero 166 e lui – indicando con la mano il compagno di fuga – il numero 123, però quando siamo scesi abbiamo deciso di strapparli e buttarli tra i rifiuti, per paura di essere riconosciuti dalle autorità”, spiega il più grande.

“Abbiamo nuotato sott’acqua tra la nave e la banchina, avevamo paura che ci vedessero, rischiavamo di farci schiacciare. Non avevamo paura di morire, ma solo di essere scoperti dalle autorità”, spiega il più giovane. Nel frattempo, sulla Diciotti, nessuno sembra essersi accorto della loro assenza. E nessuno conferma la fuga dal porto più blindato d’Italia, nemmeno dal Viminale. Loro dicono che gli altri eritrei a bordo della nave bloccata al molo di Levante – 130 su 150 in totale – hanno intonato delle canzoni, che sembrano aver creato il diversivo per la fuga. “Nuotando siamo passati vicino alle barche, c’erano molte funi, poi sotto ai pontili di legno, infine siamo rimasti impigliati negli ami”, ci racconta il giovane eritreo mostrandoci il suo braccio esile e i segni di piccoli tagli.

“Per tre volte abbiamo provato a salire in banchina ma c’era sempre la polizia”, dicono. Poi, allontanandosi un po’, ce l’hanno fatta. A quel punto, per uscire dal perimetro del porto è bastato sgattaiolare attraversare un muretto, in una zona poco illuminata, seppure vicina all’ingresso principale, dove c’è il posto di blocco della Guardia di finanza.

Fuori dal porto, hanno cominciato a girovagare per la città, con i vestiti inzuppati d’acqua. “Abbiamo incontrato altri africani e gli abbiamo chiesto dove potevamo trovare degli eritrei”, racconta il più anziano. Una volta raggiunto il centro di Catania, gli altri migranti li hanno portati dai connazionali. I due fuggiaschi hanno quindi potuto raccontare in tigrigno la loro surreale storia, e ricevuto degli indumenti puliti e asciutti.

Nelle mattinata di ieri, un legale di un’associazione non governativa che opera nel campo dell’accoglienza, si è incontrato con i due eritrei, che gli hanno espresso la volontà di fare richiesta di asilo nel nostro Paese. La domanda è stata inoltrata via pec al dirigente dell’ufficio di immigrazione della Questura di Catania e alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale della Prefettura etnea.

Sequestro, Salvini indagato attacca i pm: “Vergogna”

C’è voluta meno di una settimana e alla fine l’inchiesta sulla Diciotti è arrivata ai massimi vertici del Viminale. Matteo Salvini è ora iscritto nel registro degli indagati della Procura di Agrigento per sequestro di persona. È sottoposto ad indagini anche il capo di gabinetto del Ministero dell’Interno, il prefetto Matteo Piantedosi nominato dal leader leghista. L’annuncio è arrivato dal procuratore Luigi Patronaggio in una nota diffusa ieri in serata. Il magistrato ha confermato che i reati iscritti nel procedimento sono, oltre al sequestro, l’arresto illegale e l’abuso d’ufficio, nei confronti dei 177 migranti e richiedenti asilo rimasti a bordo della nave della Guardia costiera dal 16 agosto scorso.

La decisione è arrivata dopo le attività istruttorie svolte dalla Procura di Agrigento a Roma. Patronaggio ha ascoltato per più di tre ore, negli uffici di Piazzale Clodio, come persone informate sui fatti, i prefetti Gerarda Pantaloni, capo dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale, e il suo vice Bruno Corda. Sono i due gangli vitali del sistema di gestione dei migranti, gli snodi attraverso i quali è passata la decisione di bloccare a bordo i 177 naufraghi della Diciotti.

Il procuratore di Agrigento nel pomeriggio ha poi ascoltato, sempre come testimoni, gli ufficiali della Guardia costiera in servizio al Mrcc di Roma, il centro di coordinamento dei salvataggi in mare che ha seguito l’intera operazione. Nella capitale Patronaggio ha poi acquisito tutta la documentazione prodotta dai due ministeri coinvolti, l’Interno e l’Infrastrutture. Carte che ora serviranno per la ricostruzione dettagliata dell’intera linea di comando. Centrale, per l’inchiesta, è quanto avvenuto nella sala situazioni del polo Tuscolano della Polizia di Stato al tavolo interforze che coordina i salvataggi e gli sbarchi dei migranti. Qui siede il funzionario del Viminale incaricato di fornire alla Guardia costiera il porto di sbarco su indicazione del Dipartimento guidato dal prefetto Pantalone, che evidentemente ha seguito le indicazioni del ministro trasmesse dall’ufficio di gabinetto. Il porto non è stato indicato e la nave è stata bloccata per dieci giorni, con 177 migranti (poi 150, dopo l’evacuazione di minori e di persone con problemi di salute).

Matteo Salvini ha riproposto per tutta la giornata di ieri su Facebook l’attacco alla magistratura: “Mi spiace ci sia qualche giudice che ha tempo e denaro pubblico da perdere per andare a interrogare dei funzionari. Se devono indagare, interrogare qualcuno, vengano direttamente dal ministro che è colui che ha dato indicazioni e disposizioni”. Salvini ha sfidato il titolare della indagini: “Il procuratore di Agrigento ha chiesto ufficialmente i miei dati anagrafici. Per fare cosa? Non perda tempo, glieli do io. Se vuole interrogarmi, o magari arrestarmi perché difendo i confini e la sicurezza del mio Paese, ne sono fiero e lo aspetto a braccia aperte!”. La notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati è arrivata poco dopo. Ora il procedimento passa al Tribunale dei ministri di Palermo.

In serata Salvini ha fatto l’ennesima diretta video su Facebook: “Ho saputo dieci minuti fa che sono sotto inchiesta per sequestro di persona, ma è difficile fermarci”. Il ministro dell’Interno chiama a raccolta l’esercito dei supporter sui social: “C’è un popolo stufo di essere servo: bloccare l’immigrazione clandestina non è diritto ma un dovere di un ministro; abbiamo fatto e speso anche troppo, lo dico soprattutto al popolo della rete, per fortuna che esiste, non possono imbavagliare nessuno”.

L’attacco ai magistrati è frontale, come già era avvenuto in passato per l’inchiesta sui conti della Lega: “È una vergogna essere indagati per difendere gli italiani, serve la riforma della giustizia. Faccio affidamento sulle migliaia di giudici per bene e ai magistrati che fanno il loro dovere: buttate fuori le correnti dalle aule e se qualcuno vuole fare politica per il Pd si candidi”. Nel suo discorso ha preso nuovamente di mira il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio: “Lo aspetto con il sorriso a Pinzolo, aspetto un procuratore che invece di indagare un ministro indaghi i trafficanti di essere umani”. L’Associazione magistrati (Anm) denuncia l’“interferenza nelle prerogative dell’Autorità Giudiziaria” ma soprattutto i togati del Consiglio superiore della magistratura hanno reso noto che dedicheranno al caso Salvini-Diciotti la prima seduta utile del plenum a settembre.

I vertici del M5S hanno fatto sapere che non chiederanno le dimissioni di Salvini: “In base al codice etico dei ministri può restare”.

Sabino Incassese

Premessa indispensabile: la nostra antica ammirazione per il professor Sabino Cassese, ex presidente della Corte costituzionale ed ex tantissime altre cose, sconfina ormai nella venerazione. Prima ci affascinò l’agilità con cui saltellava dallo scranno di guardiano della Costituzione a quello di rottamatore della medesima (in tandem con Napolitano, Renzi, Boschi, Verdini&C.), guadagnandosi il soprannome di Scassese. Poi ci esaltò la sua personalissima interpretazione dell’articolo 1 della Costituzione (a suo dire, la sovranità popolare appartiene a tutti – all’Ue, alla Bce, alla Troika, ai governi tecnici e/o di minoranza, al gestore” che voleva piazzare in Campidoglio per commissariare la sindaca Raggi ignobilmente eletta dai romani – fuorché al popolo italiano). Ora ci arrapa il suo amore – meglio ancora, il suo trasporto – sconfinato per le privatizzazioni, e soprattutto per una: quella delle Autostrade, regalate dai governi di sinistra e di destra alla Sacra Famiglia Benetton. Il 13 agosto scorso, con mirabile tempismo (save the date), Cassese scrive sul Corriere un’articolessa dal titolo: “Ma siete sicuri che privatizzare sia un errore?”. Domanda retorica, risposta scontata: no che non è un errore, anzi è tutta manna dal Cielo. La motivazione – tenevi forte – è di quelle altamente sofisticate, anzi emerite: se lo Stato vende le sue aziende incassa dei soldi, se non lo fa non ne incassa. E poi – allacciatevi le cinture – “i costi della cattiva gestione ricadranno sui privati”.

Il caso vuole che proprio l’indomani crolli il ponte Morandi a Genova, seppellendo 43 morti e un bel pezzo di città. Dinanzi alle macerie di quel monumento alle privatizzazioni all’italiana, il governo Conte e i 5Stelle, ammaestrati dalla lezione cassesiana del giorno prima, chiamano a rispondere i privati, cioè Autostrade-Atlantia-Benetton, della cattiva gestione del ponte (nessun controllo, scarsa manutenzione, allarmi inascoltati ecc.). Ma Cassese, oplà, con agile balzo è già passato dall’altra parte: ora sostiene che non è colpa di Autostrade se è crollato il ponte gestito da Autostrade. Non solo: il 21 agosto, con l’aria di uno che passa di lì per caso, si fa intervistare dal Sole 24 Ore per sparare sul progetto governativo di rinazionalizzare le autostrade, che sortirebbe “il paradosso di riportare l’autostrada al costruttore”. Noi, ingenui, pensavamo che questa fosse una norma di minima decenza: il privato costruisce un’opera per conto dello Stato, ammortizza l’investimento con i pedaggi e, quando si è ripagato i costi, restituisce il manufatto alla collettività, cioè all’unico proprietario.

Invece per Cassese è un paradosso, una bizzarria, un’aberrazione: “Uno Stato senza tecnici come può gestire le Autostrade?”. Un non-Cassese, cioè un minus habens, potrebbe rispondere: con i profitti che lo Stato regala ogni anno ai Benetton (un miliardo di euro nel solo 2017), forse qualche ingegnere può pure assumerlo. Ma questi son discorsi da bottegai, da portinaie, non da emeriti. Ieri Cassese torna sul luogo del relitto con un’intervista a Repubblica, che gli attribuisce una “passione” tutta sua per le privatizzazioni contro lo “Stato padrone” e a favore dei Benetton padroni. Un fatto puramente affettivo, che gli sgorga dal cuore, perché lui è un sentimentale. E infatti una lagrimuccia gli riga il volto quando s’infervora contro il governo che vuol riprendersi le autostrade: “Sarebbe una decisione immotivata e anche illegale. Perché rimetterci le mani? Per riscattarle? E poi per gestirle con quali mezzi e con quale organizzazione? Quanto costerebbe?”. Magari – potrebbe obiettare il minus habens – per i 43 morti di Genova e la mala gestione del Ponte e di tanti altri tratti autostradali costati la vita ad altre decine di italiani. Ma l’Emerito del crollo e dei morti non parla proprio: forse non ha ancora saputo della tragica fatalità e nessun intervistatore ha cuore di informarlo.

Per lui l’Italia è un paradiso terrestre onesto e trasparente (“la leggenda del Paese corrotto si fonda sulla rilevazione di percezioni”: ecco, noi percepiamo tangenti che non sono mai esistite), dotata di meravigliose “autorità indipendenti” (tipo quella che vigila sul sistema dei trasporti) che controllano occhiutamente gl’imprenditori, peraltro santi e immacolati (le critiche al capitalismo italiano “sono frutto di improvvisazione”). Peccato per quel fungo populista e sovranista, spuntato fuori chissà come e perché, che infesta ultimamente il Bel Paese. Quindi guai a portar via le autostrade ai Benetton: la vera illegalità non è quella di chi ha prodotto il crollo del ponte, ma quella di chi vuol far pagare il conto ai responsabili. Ora, noi non sappiamo se si tratti di un caso di omonimia o cosa: ma ci risulta che un certo Sabino Cassese, anch’egli giurista, fosse consigliere di amministrazione del gruppo autostradale Benetton, detto ora Atlantia, dal 2000 al 2005, subito dopo la privatizzazione, quand’era decisivo per il concessionario avere buoni rapporti con la politica, magari appuntandosi all’occhiello un fiore emerito. Non sappiamo quale contributo manageriale abbia potuto fornire quel Cassese, più esperto di codici e pandette che di asfalti e calcestruzzi. Ma sappiamo che – secondo La Verità, mai smentita – uscì da quell’avvincente esperienza con 700mila euro in tasca, tra gettoni di presenza e consulenze. Ora, se non dovesse trattarsi di un omonimo, e cioè se il Cassese che difende le Autostrade private dei Benetton fosse lo stesso che sedeva nel board delle Autostrade private dei Benetton, comprenderemmo finalmente quali motivi sentimentali lo spronano alla pugna, e soprattutto quanti: almeno 700mila ottime ragioni. Perché Cassese ogni tanto scassa, ma il più delle volte incassa.

Te la canti e te la Sony, l’etichetta ammette: “Falsi i brani di Jackson”

Qualche anno fa, la questione dei “falsi Michael Jackson” era stata addirittura inserita nella lista delle migliori teorie cospirazioniste nella storia della musica. Contrariamente a quasi tutte le teorie cospirazioniste, alla fine è risultata essere vera.

È infatti di questi giorni l’ammissione, da parte della Sony, che ben tre canzoni comprese in Michael, un disco postumo di inediti del Re del Pop pubblicato nel 2010 (l’artista era scomparso appena un anno prima), non siano affatto opera di Jackson.

Nella miglior tradizione a stelle e strisce degli “Elvis impersonator”, il finto Michael risponde al nome di Jason Malachi, è bianco e – tanto per rendere ancora più incredibile la faccenda – aveva già confessato la frode nel 2011, sostenendo di avere sottoscritto un accordo con la casa discografica. La quale, tuttavia, aveva sempre negato sdegnata. Fino a oggi, per l’appunto. O meglio: aveva lasciato intendere che ci fosse la possibilità che i brani – Breaking News, Keep Your Head Up e Monster, quest’ultima addirittura presentata come una collaborazione con 50 Cent – fossero, come dire, “spuri”, ma che nel caso la responsabilità fosse da scaricare sui produttori dell’album, i due amici di vecchia data del cantante Eddie Cascio e James Victor Porte, i quali avevano presentato le canzoni come incisioni semi-private di Jackson fatte nel seminterrato di Cascio.

La Sony, insomma, si era semplicemente fidata. L’ammissione di colpa attuale parrebbe invece più inequivocabile, soprattutto perché pronunciata davanti a una corte, anche se la paradossale tesi di fondo della major è che ha comunque tutti i diritti di vendere canzoni a nome di Michael Jackson pur sapendo che… non sono di Michael Jackson.

Come finirà dal punto di vista legale si saprà fra tre mesi, quando verrà emesso un verdetto. Probabilissimi un risarcimento per la Michael Jackson Estate e una multa stratosferica.

Dal lato dell’immagine, è in ogni caso un tonfo clamoroso per la Sony. La vicenda rappresenta anche un esempio della dedizione (e del sorprendente potere) dei fan.

A innescare giuridicamente la bomba è stata infatti una appassionata jacksoniana che si chiama Vera Serova, che ha intentato nel 2014 una class action contro Cascio, Porte e la loro compagnia di produzione Angelikson Production LLC.

A darle manforte la famiglia del cantante, che per prima aveva espresso forti dubbi sulla genuinità di quegli “inediti”. Chissà che i fan di altri musicisti non si mettano a investigare anche loro, per smascherare altri falsi d’autore o altre “teste di Modigliani” in salsa pop.

Dieci anni di rock & choc. Dove è finita Lady Gaga?

Lo scorso aprile, mentre ringraziava via Twitter i suoi piccoli “Monsters” per la devozione dimostrata nel corso del tempo, non è neppure lei a credere che fossero passati dieci anni dall’uscita del singolo Just dance. Adesso, si compie una ricorrenza non solo sua, ma di tutta la scena musicale internazionale: i dieci anni dall’uscita del primo album, The Fame (19 agosto 2008). Una fino ad allora semi-sconosciuta Lady Gaga fece irruzione con un’infilata di singoli da far impallidire mezzo pop mondiale – in quel disco c’erano anche LoveGame, Paparazzi, Poker Face – dandogli uno scossone dal quale ancora deve riprendersi.

Stefani Joanne Angelina Germanotta (così all’anagrafe) è stata la sirena d’Ulisse delle classifiche e delle testate internazionali: sembrava essere uscita dall’anonimato – anche se già scriveva per gente come Fergie o Britney Spears – con l’unico scopo di non far capire più niente. Sconvolgente, sempre. Ogni apparizione era argomento d’analisi, ogni uscita pubblica un’occasione per discussioni sul look: si presenterà con le zeppe e inciamperà? Metterà un abito bianco che si sporcherà di sangue? Inghiottirà un crocefisso, vestita da suora? Articoli e libri, sin da quella che ancora viene definita la sua più importante esibizione, ai Video Music Awards del 2009. Quell’anno Beyoncé vinse con Single Ladies per il miglior video, ma fu Lady Gaga a lasciare tutti esterrefatti: una maschera a metà tra un Donnie Darko diamantato e una principessa burlesque, stesa a terra, intonò le prime battute di Poker Face.

Born This Way, del 2011, la sua consacrazione definitiva. Secondo i dati Billboard 2016, Germanotta ha venduto 27 milioni di dischi e 146 milioni di singoli. Si è portata a casa sei Grammy e un Golden Globe per una miniserie tv (sì, fa anche l’attrice). A più riprese veniva denunciata da suoi ex dipendenti di essere “un mostro” che non pagava gli straordinari e che teneva tutti in piedi la notte per capricci e manie. Per la cronaca, di queste bizze da star si trova traccia fino al 2014, quando pare che con una sua stretta collaboratrice abbia poi trovato un accordo extragiudiziale.

Nel culto dell’auto celebrazione non si è fatta mancare niente: dalle Gagamoji gli adesivi per le chat a sua immagine a Gagaville, la propria versione di Farmville, gioco per Facebook di Zynga. E ancora, le bambole in silicone ad altezza naturale. Le “Gagadoll” non sono state tuttavia messe in vendita: i proventi dei prototipi sono stati devoluti in beneficienza. Perché poi Gaga, indigesta quanto vuoi (non qui), ma sempre impegnata in prima linea con attività di filantropia e d’impegno sociale. I diritti Lgbt, in primis. All’uscita di quel disco, intervistata dal magazine Out, dichiarò di voler portare la cultura omosessuale nel mainstream. Ha sostenuto pubblicamente Obama e Hillary Clinton: “Qualcuno vuole vincere delle gare, qualcuno diventare presidente degli Stati Uniti”, ha risposto a Bbc Breakfast, dopo essere stata incalzata su Donald Trump e aver prima provato con un “Non ho niente da dire su di lui”. Le sue interviste intemperanti (“Questa domanda è ridicola” o “Sono una rockstar”) sono immortalate su YouTube. Ha rispedito al mittente, Zane Lowe di Beats 1 Radio, anche l’eterno paragone con Madonna: “Non voglio mancarle di rispetto è la più grande popstar di tutti i tempi, ma io suono un sacco di strumenti, scrivo la mia musica, ho la mia storia, che è solo mia”.

E di quella storia, adesso, che rimane? È ancora la Poker Face dalla risposta al vetriolo? Sembra di no. Con il suo ultimo Joanne, nome ripescato dall’anagrafe, ha provato a scarnificare tutto, andando all’osso, al ricordo di una bambina che sognava la musica. Che Lady Gaga in dieci anni non sarebbe rimasta uguale a se stessa lo aveva in qualche modo premesso e promesso. È che la capacità di cambiare faccia e influenze va bene fin quando si può abusare di aggettivi come “istrionico” e altri ritriti attributi. Poi succede che l’evoluzione diventa un prezzo da pagare, e che in molti restino un po’ interdetti. Se poi sei una donna, magari di quel cambiamento ti rimproverano anche qualcosa in più, forzando il giudizio al confine del body shaming. Dopo la difficile stagione di live interrotti dalla fibromialgia, tutti aspettano di vedere il remake di A star is born, di e con Bradley Cooper, il 31 agosto a Venezia e il 5 settembre nelle sale. Saranno di nuovo Paparazzi.

“Perdonatelo, io l’ho fatto. Papà Jobs era un computer”

“Mi vergognavo di essere la parte peggiore di una grande storia”. Parola di Lisa Jobs. Soggetto di innumerevoli biografie – in vita e in morte –, dell’esistenza di Steve Jobs i suoi fan così come i suoi detrattori conoscevano già ogni dettaglio. Compreso quello del complesso rapporto con sua figlia, nata Brennon perché da lui riconosciuta solo tardivamente e da allora cresciuta schiacciata da suo padre, l’illustre “buonuomo” che ha rivoluzionato il rapporto tra uomo e tecnologia. Peccato che non abbia saputo fare lo stesso con le relazioni padre-figlia. Oppure sì. Visto che lei, Lisa, a pochi giorni dall’uscita della biografia, Small Fry – che ha in primo piano proprio papà Steve – confessa di averlo perdonato. “Vorrei che anche i lettori lo facessero – spiega in un’intervista al New York Times – vorrei che restassero impresse a chi legge le immagini di noi due contenti in pattini a rotelle, quanto il suo annuncio che non mi lascerà l’eredità”.

Esperimento difficile. Basta leggere le anticipazioni del libro, infatti, per immaginare lo sforzo che deve aver significato per lei, riconosciuta solo da adolescente, venire a patti con “la parte peggiore” di suo padre. E che padre. Eppure è Lisa stessa a confessare di essere riuscita a darsi una spiegazione per ogni singola freddura che Steve Jobs le ha riservato. Come quella volta che ci tenne a spiegarle che “Apple Lisa”, il computer da lui creato non era in suo nome. “Voleva insegnarmi a non cavalcare l’onda della sua fama”, spiega la donna al Nyt. O quando le negò l’aria condizionata in camera. “Non è che fosse insensibile – chiarisce – voleva insegnarmi un sistema di valori”. O quel giorno in cui lei decise di spruzzarsi un profumo per lui che la gelò con “odori come un gabinetto”. “Mi stava soltanto mostrando la sua onestà”. Small Fry dunque, sarebbe un modo per la scrittrice di “fare pace” con suo padre, anche se lei stessa non ne sembra molto convinta e si augura “di riuscire a passare un buon Ringraziamento”. Nonostante tutto. Perché ce n’è per tutti nel suo racconto. Sullo sfondo c’è la Silicon Valley degli anni 80: un mix di artisti, hippy e tecnologi. Ed è in questo clima che sua madre Chrissann Brennan, artista, e suo padre, il futuro rivoluzionario dell’informatica si conoscono, si amano, concepiscono Lisa e poi si lasciano. Sarà proprio sua madre – costretta ai lavori più umili – a crescerla nonostante i milioni di dollari che nel frattempo seppelliscono il suo padre biologico. E non basterà neanche la prova del Dna a darle ragione. Servirà una sentenza del tribunale che obbligherà Jobs a sostenere gli studi di sua figlia, per veder riconosciuta a Lisa la paternità. Lei che solo allora decide di confessare ai suoi compagni del liceo di Paolo Alto di essere la figlia dell’inventore del Mac. Small Fryracconta anche questo. Come Jobs sia diventato l’eroe locale.

Eppure sempre freddo nei confronti di sua figlia. Tanto da “costringere” i vicini a farsi carico dell’adolescente spaesata e ad accoglierla in casa loro. A proposito di casa, Lisa ricorda quando su richiesta di sua madre, Steve le accorda l’acquisto di un’abitazione “purché sia bella”. Chrisann Brennan ne trova una all’altezza. Al punto che l’ex decide di andarci a vivere con sua moglie, Laurene Powell. La donna che – durante una sessione di terapia con Lisa piangente perché si sente sola – risponde al terapeuta: “Siamo solo persone fredde”. Altroché fredde, Lisa racconta di come suo padre “scherzasse” simulando un amplesso con la signora Powell davanti ai suoi occhi.

E la madre della ragazza si spinge a rievocare la scelta di mettere tra Steve e sua figlia piccola un accompagnatore “per via degli atteggiamenti inappropriati” del manager con la bambina. “A nove anni lo sorpresi a ridere di lei su ipotetici rapporti con un fidanzatino”.

Ma Lisa “giustifica” anche questo: “Era così inopportuno perché non sapeva fare di meglio. Era sempre in bilico tra l’umano e il disumano”. Ma come in tutte le fiabe mentre Jobs era malato terminale arriva il “lieto fine”. “Lui si scusa e nella sua biografia ammette di essere pentito di non aver trascorso più tempo con lei e di non aver risposto alle sue chiamate né di averla richiamata”. Salvo spiegarle di non averlo fatto non perché fosse occupato, bensì “perché offeso per non essere stato invitato ai week end di Harvard”. Oggi Lisa avrà perdonato suo padre, forte anche dei milioni ricevuti in eredità, pari a quella degli altri figli, eccetto per la parte finanziaria. “Se avessi quella la donerei alla Gates Foundation”, confessa fiera. “Sarebbe troppo perverso, si domanda?”. Almeno quanto dire di aver perdonato suo padre e poi dare alle stampe queste memorie, avendo promesso a lui di non farlo.

Le “macchie” snobbate, poi ripescate da Tarantino

Il sole che rende folli, abbagliante e incandescente, non fa differenze nella scelta delle sue vittime, scottandole fatalmente verso il suicidio. Potrebbe essere stato questo il destino della giovane americana Betty, sulla cui morte improvvisa versa il mistero più cupo. Siamo nel cuore di Macchie solari, thriller ultra-cult noto e amato più all’estero che nel Belpaese. Non è un caso che l’opera siglata da Armando Crispino nel 1975 vanti il pedigree della designazione fra gli imperdibili di Quentin Tarantino, il cineasta-cinephile “sdoganatore” di certa (e abbondante) cinematografia nazionale di genere altrimenti relegata tra le polveri d’archivio.

Fra i tesori nascosti estivi al nitrato d’argento trova dunque degna collocazione anche questo giallo/thriller urbano dai tratti allucinogeni, emblematico esempio della grande stagione del Made in Italy “fantastico”, sotto la cui etichetta si annoverano gialli, thriller e naturalmente gli horror. E a tal proposito, è interessante notare come Macchie solari sia uno dei titoli – accanto ad esempio al coetaneo Profondo rosso di Dario Argento – che ha introdotto elementi innovativi nel giallo, segnando un cambiamento di pelle di non trascurabile rilevanza rispetto a tale genere e ai suoi “derivati”.

Girato e ambientato in piena estate nel cuore di Roma (con audaci riprese oggi impossibili in Piazza Navona), Macchie solari fu acclamato negli States dove uscì col titolo Autopsy, e in Italia sconvolse le platee a cui vennero fornite mascherine nere per proteggere la vista dalle scene più spaventose. Un thriller mozzafiato, spiazzante e “al femminile” (protagonista è Mimsy Farmer nel ruolo di un’anatomopatologa italo-americana) impreziosito dall’inconfondibile colonna musicale di Ennio Morricone: da recuperare per chi lo avesse finora ignorato.

Tra moglie e marito non mettere Football Manager: divorzio garantito

Gli appassionati lo sanno e chi prova a dire il contrario se la dovrà vedere con loro: Football Manager non è un videogioco qualunque. Sì, certo, gli sprovveduti ci vedranno soltanto un portale in cui si diventa allenatori (o meglio, manager all’inglese, con possibilità di gestire anche il calciomercato) di una qualsiasi squadra e si cerca di condurla al successo. Ma chi l’ha provato sa che può avere effetti collaterali infausti: ore e ore di gioco al giorno, nervosismo cronico, fine delle relazioni umane al di fuori della cerchia di altri giocatori.

E infatti, come ha svelato Ian Macintosh nel suo libro Football Manager stole my life, nel Regno Unito il videogioco è stato citato in ben 35 cause di divorzio dai tempi della sua creazione, ormai quasi vent’anni fa. Si mettano il cuore in pace i coniugi allergici al pallone, perché la Football Manager mania è cosa seria e sul web ci sono testimonianze sofferte: qualcuno, per prepararsi all’incandescente trasferta a Istanbul, ha incendiato il cestino di casa e l’ha sventolato fuori dalla finestra, altri hanno festeggiato una vittoria in coppa con un giro sul bus scoperto della città e infine c’è anche chi, in clima partita, non rinuncia mai a mettersi in giacca e cravatta di fronte al pc per seguire la squadra. Per giocatori così, una panchina val bene un divorzio.