“La nostra terra è chiusa. Chiusa / dalle nere Simplegadi”: questi i versi del poeta Giorgio Seferis (da Leggenda, 1935) scelti da Alexis Tsipras nel suo discorso di tre giorni fa a Itaca, per proclamare che l’uscita dal tunnel dei memorandum ha mostrato la capacità del Paese di superare, al pari della leggendaria nave degli Argonauti, le rocce che nessuno oltrepassava indenne.
Tsipras vede oggi nel ritorno della Grecia sui mercati la fine di quella “nuova Odissea” annunciata nell’aprile 2010 all’altro capo dell’Egeo, a Kastellòrizo dall’allora premier Yorgos Papandreu, figlio dello storico politico socialista Andreas ed esponente di quella “seconda generazione” (i giovani Karamanlìs, Mitsotakis, Samaràs) la cui allegra incompetenza dette il colpo di grazia a uno Stato marcio e inefficiente, pronto per essere prostrato dalla speculazione internazionale e dall’austerità di un’Unione europea complice, ipocrita, imbelle.
Questa élite corrotta, ancora presente sulla scena pubblica è pronta, sulle ali di una stampa che non l’ha mollata, a pretendere il governo del Paese nelle elezioni del 2019: è contro di essa che Tsipras scaglia oggi le sue frecce, denunciando il cinismo di un’oligarchia che si riteneva intoccabile, condannando i ministri banchieri e i banchieri ministri (come l’ex premier Lukas Papadimos), ma anche chi si è lasciato abbindolare dalle Sirene del “tutto è inutile”, i fascisti riemersi e i gufi tifavano contro il proprio Paese per dimostrare l’inadeguatezza del governo a lottare contro i Lestrigoni e i Ciclopi. Non è chiaro se i greci serberanno memoria delle colpe di “quelli di prima”, di certo non dimenticheranno il cumulo delle misure dei tre memorandum d’intesa con la troika, l’ultimo firmato dallo stesso Tsipras nell’estate 2015 al termine di un tentativo, fallito, di forzare la mano con la politica di Yanis Varoufakis e un controverso referendum.
Per fare punto: abolizione di tredicesima e quattordicesima; abbassamento del salario minimo (per i giovani da 751 a 490 euro); abbattimento delle esenzioni e delle agevolazioni fiscali; aumento dell’anticipo fiscale per l’anno successivo (100 per cento); abbassamento della soglia di esenzione fiscale (da 8000 a 5000 euro); tre contribuzioni una tantum per i redditi sopra i 12.000 euro; aumenti ripetuti e strutturali di benzina, sigarette, alcol, giochi d’azzardo, bevande, telefonia mobile, autostrade, assicurazioni; tassa sugli immobili; tagli alle pensioni, con aumento dell’età pensionabile; aumento dell’Iva al 23 per cento, e applicazione di questa tariffa a un maggior numero di beni; graduale abolizione dell’Iva calmierata per le isole; tagli draconiani a investimenti pubblici, spese farmaceutiche e di difesa; migliaia di licenziamenti e cospicui tagli salariali nel settore pubblico. Per non parlare della totale alienazione in mani straniere di porti, aeroporti, ferrovie, enti pubblici e risorse strategiche.
Ulisse si presenta dunque a Itaca ai minimi termini, come nella recente vignetta dello Spiegel dove un grasso dottore insignito di coccarda europea accoglie uno scheletro greco esclamando “Dopo 8 anni di dieta Lei ha un aspetto molto più sano!”. E i segnali di ripresa sono ben più fragili di quanto si millanti: il debito non è stato tagliato ma solo dilazionato, e continua a viaggiare oltre il 180 per cento del Pil; il Pil aumenta per il quinto trimestre consecutivo, ma rimane molto al di sotto del 2008, e ballano miliardi di prestiti in mano ai creditori esteri, che non appena l’avanzo primario diminuirà potrebbero riprecipitare il Paese nel baratro; la disoccupazione è scesa sotto il 20 per cento, ma in termini assoluti gli occupati sono calati rispetto al 2008 di 858mila unità, i disoccupati di lungo termine sono aumentati di 565mila, e si è ridotta in modo sostanziale la forza-lavoro (circa 450mila persone sono emigrate all’estero, per lo più giovani ben qualificati).
A tutto questo si aggiungono i rapporti sempre tesi con la Macedonia del Nord (difficile che in autunno vada in porto l’accordo che assegna questo nome al Paese con capitale Skopje, un accordo che l’alleato destrorso di Tsipras, Panos Kammenos, ha già detto di voler rifiutare a costo di una crisi) e quelli con la Turchia, perché nessuno crede che la recente liberazione dei due soldati greci detenuti da mesi dall’esercito di Erdogan con l’accusa di aver sconfinato in armi sull’Ebro, sia il preludio a una vera normalizzazione. E soprattutto rimane la spada di Damocle della questione migratoria, che è lungi dall’essere risolta: i fondi dei programmi di assistenza europei sono ormai agli sgoccioli, il rubinetto turco continua a perdere, e serpeggia in vari luoghi la xenofobia (soprattutto nelle isole delle vacanze come Chio, Samo, Lesbo, dove sono allocati molti centri di detenzione).
Sul piano interno, la debolezza di Syriza – depauperata da anni dell’ala sinistra che non ha mai accettato il cedimento alla troika – è così evidente che in vista delle elezioni del 2019 sono state avviate goffe manovre di avvicinamento al “Movimento per il Cambiamento” (Kìnima Allaghìs) di centro-sinistra, il quale però pare intenzionato a proseguire la sua opposizione, e forse perfino a fornicare con i conservatori di Nea Dimokratía. Il sigillo su questo fallimento l’hanno messo gli incendi di luglio in Attica, i cui 93 morti sono stati il frutto dell’imbottigliamento prodotto da una speculazione selvaggia di almeno vent’anni, alla quale questo governo non ha saputo porre un freno. Inutili dunque, prima, le missioni di sensibilizzazione dei vigili del fuoco, inutili i richiami alla legalità contro l’abusivismo, lettera morta l’intenzione di creare un nuovo catasto del territorio; e ora tardive le lacrime di coccodrillo sui rimboschimenti sbagliati con pini marittimi (gli alberi più infiammabili), tardiva la costituzione di una commissione d’indagine indipendente e tardiva anche la riorganizzazione della Protezione Civile sul modello italiano, ritenuto il più efficace.
Gli incendi hanno mostrato una Grecia attenta al particulare, dimentica del bene pubblico e della legalità, un governo debole e a tratti corrivo, una cittadinanza pronta a sacrificare i beni comuni per una palazzina vista mare o un accesso alla spiaggia. Era forse impossibile imprimere una svolta di ethos in così poco tempo, era certo impossibile farlo sotto la pelosa ipocrisia dell’Europa.
Per ora, le speranze si concentrano sulla Fiera Internazionale di Salonicco, dove tra l’8 e il 9 settembre Tsipras annuncerà le misure del suo governo per la ripresa (ma Fmi e Commissione Ue, la cui prima “visita” di controllo è prevista proprio per il 10, hanno già dichiarato che non tollereranno deviazioni dagli impegni assunti): dilazione degli ultimi tagli pensionistici, abbattimento della patrimoniale, aumento del salario minimo, lotta all’evasione e al lavoro nero, reintroduzione dei contratti collettivi. Sono in larga parte le promesse con cui l’attuale premier si era presentato agli elettori 4 anni fa, e l’idea di mettervi mano ora, ridotto a mal partito da tutte queste peripezie, sembra velleitaria perfino per il giovane Ulisse che vuole risistemare Itaca e uccidere i proci, convinto di avere ormai passato le Simplegadi. Già, le Simplegadi. La poesia di Seferis citata da Tsipras, cupa professione d’impotenza, si chiude così: “Nei porti, la domenica, / quando scendiamo a prendere un po’ d’aria, / vediamo rischiarirsi nel crepuscolo / legni rotti da viaggi interminati, / corpi che più non sanno come amare”.