Sbatti Hulk in prima pagina con il tanga e le chiappe al vento

Immaginate Superman seminudo e sorridente, atteggiato in una posizione che metta in evidenza tette e culo, proprio come fa normalmente Wonder Woman. L’assurdità vi sembrerà manifesta ed è proprio questa la reazione che la giovanissima artista indiana Shreya Arora vuole provocare in chi guarda il suo progetto “Sexism in Comic Book Art”.

L’idea è nata da uno choc, quello nel vedere una copertina di un fumetto del 1991, in cui She Hulk, “controparte” di Hulk, appare praticamente nuda, con un tanga di corda, una mano sul seno e l’altra su una palla aderente al corpo. Nascono così per contrasto, dalla penna di Shreya, uno Spider-Man senza mantello né tuta, con indosso solo un invisibile tanga e una palla, un Hulk nudo e imbarazzato che si copre con un quotidiano, un Iron Man che gattona, il sedere prominente, su un davanzale. “Ho deciso di rovesciare la narrativa delle copertine sessiste sottoponendo gli uomini alle stesse pose, per mostrare quanto grottesco apparisse”, ha dichiarato Arora al The Indiana Express.

Di fatto, secondo l’artista non sono tanto le storie, ma soprattutto le copertine dei fumetti che, a partire dagli anni ’80, hanno puntato sull’iper-sessualizzazione, allo scopo evidente di vendere. Parte del problema nasce dal fatto che, come Arora ha dichiarato alla Bbc – che l’ha inclusa nelle 100 donne più influenti del 2018 – “i fumetti sono disegnati quasi sempre da uomini, per divertire gli uomini. Alla fine il circolo è vizioso: le aziende, come Marvel e Dc (Comics), decidono di puntare su un target specifico e poi lo utilizzano come ragione per continuare lo stesso processo di creazione dei contenuti”.

A chi, sul web, le ha fatto notare che anche la rappresentazione dei super eroi è iper-sessualizzata, ha risposto: “Non c’è dubbio, sia i supereroi sia le supereroine sono soggetti a standard fisici irreali, ma nel primo caso l’obiettivo è farli apparire più forti, nel secondo più sexy”. In pratica, come scrive un autorevole blog della London School of Economics, dedicato interamente ai diritti umani nei fumetti, “se i personaggi maschili sono espressione di ciò che gli uomini vorrebbero essere, quelli femminili sono quelli con cui gli uomini vorrebbero stare, o meglio quelli che vorrebbero possedere”.

In realtà l’idea di rovesciare l’iconografia misogina delle copertine dei fumetti era al centro anche di un progetto – chiamato The Hawkeye Initiative – lanciato nel 2012 da Noelle Stevenson e Jennifer Jeong. Le due illustratrici invitavano artisti e non a scegliere una vignetta con un personaggio femminile dei fumetti e rifarla sostituendo alla protagonista Hawkeye (in Italia “Occhio di Falco”) un uomo ritratto nella medesima posa e costume. Con lo stesso scopo il sito americano BuzzFeed ha girato un video dove alcune ragazze cercano di assumere le pose delle eroine dei fumetti. Il risultato? Per ottenere le stesse irrealistiche posizioni è stato necessario Photoshop.

Al centro di un’identica polemica è finita, in Italia, la copertina della nuova serie di Spider Man che la Marvel ha affidato nel 2014 a Milo Manara. Le critiche, tantissime, sono arrivate anche dall’America. “Non è colpa mia se le donne sono fatte così e poi Spider Woman non poteva certo essere seduta in poltrona. Non credo che il disegno possa avere conseguenze masturbatorie”, si è difeso Manara.

Lo scontro resta. Perché se quella dei fumetti è una forma di arte, e dunque dovrebbe essere libera dal politicamente corretto, i fumetti formano l’immaginario anche dei ragazzini. Che già a sette, otto anni sono convinti che “le donne hanno le tette, gli uomini i muscoli”. Ma è impossibile dire se sia la voce della natura o quella di una cultura già distorta e diseguale.

Travolto dall’insolito ambulante in spiaggia col papà leghista

Leo deve portare suo figlio al mare. Sa bene di non essere stato un padre molto presente nei cinque anni di vita del piccolo Kevin, ma crede che siano state le circostanze a cospirare contro di lui. La separazione, il licenziamento, le denunce per i tafferugli allo stadio, qualche amicizia sbagliata. Anni bui nei quali quel piccolo fagotto che strillava di notte ogni ora, uno dei motivi per i quali Leo era sempre in giro, cresceva lontano da lui, fino a diventare questo bimbo pallido che, affidatogli per l’ultima settimana di vacanze, ieri sera gli ha chiesto: “Papà, mi porti al mare?”.

Leo sta attraversando un periodo di speranza, di ritrovata fiducia in sé, nel destino, nelle persone e nel Paese intero. La rivoluzione è dappertutto. Persino l’ex moglie Chiara, i capelli ricci tagliati corti e gli occhi azzurri che l’insegna del supermercato davanti al quale si sono incontrati ieri sera colorava di un riflesso violaceo da creatura fatata, gli è apparsa depositaria di una ritrovata bellezza, così lontana dall’astio che le prosciugava il volto e che irrorava copioso le lettere dell’avvocato divorzista.

Per un attimo Leo ha intuito la possibilità di una condivisione di ordine superiore che rendesse trascurabili gli anni di liti, cattiverie e violenze che si erano scambiati e le ha sorriso con entusiasmo. Lei ha increspato le sopracciglia interdetta, prima di scuotere il capo e iniziare con la lista di raccomandazioni sulla gestione di Kevin.

Lui non se l’è presa, perché il cambiamento passa per l’impegno diretto, che Leo profonde quotidianamente dal suo account di Facebook, e per un nuovo atteggiamento nei confronti dell’esistenza tutta. Ragion per cui, pur non avendo avuto la lungimiranza né le risorse per pianificare un bel nulla, quella richiesta di Kevin gli sembra l’occasione di riscatto che aspettava per dimostrare a tutti di poter essere un buon padre. Lui DEVE portare suo figlio al mare.

La via della redenzione è costellata di traversie, pensa Leo, che pubblica questo tweet attribuendo a Oscar Wilde la citazione, perché gli sembra così di rendere più autorevole la frase che ha partorito.

Il primo problema è far ripartire la macchina. Leo non si perde d’animo e conduce con la tenacia di un mercante berbero la lunga contrattazione con l’elettrauto chiamato a rianimarla. Centocinquanta euro senza ricevuta diluiti in tre pagamenti e la Punto turbodiesel tornerà a mordere l’asfalto. A quel punto, con la dimestichezza da surfista del web che gli è propria, Leo si mette a cercare una sistemazione al mare, rastrellando tra le pagine di Airbnb, Expedia ed affini, ma ritirandosi sommesso dopo tre ore di ricerca, visto che nessuna delle soluzioni disponibili è accessibile al suo portafoglio.

L’uomo sfoga allora il proprio sconforto in un lunghissimo post, nel quale esterna lo sgomento di un padre italiano che non può permettersi nessuna sistemazione dignitosa per portare al mare suo figlio, mentre centinaia… anzi, migliaia di migranti vengono ospitati “a spese nostre” in alberghi a quattro stelle, trovando persino l’ardire di lamentarsi perché le stanze non sono provviste di tv via cavo. Quando qualcuno prova a dissentire, Leo è già pronto con la sua battuta preferita, quella sulle casse di Maalox con cui i rosiconi debbono lenire la loro incapacità di accettare che il vento è cambiato e la pacchia finita.

Il giorno dopo decide di recarsi direttamente nelle località a ridosso del litorale, perché nessuna ricerca di Google potrà mai essere efficace quanto una perlustrazione dal vivo. A tarda sera un buco lo trovano, nella dependance della villa abusiva di una vecchia coppia di coniugi, un rustico non intonacato che l’uomo aveva tirato su con le proprie mani per il figlio, andatosene invece a cercar fortuna in Germania. “Ingrato”, dissente Leo, guardando suo figlio “Verso il padre e verso la patria”. Paga la somma pattuita e il vecchio gli consegna un talloncino di carta verde con un numero stampato sopra, uno di quei foglietti che si usano per regolamentare le code delle pizzerie d’asporto o le lotterie di Natale degli uffici. “La ricevuta” gli dice.

Il mattino dopo sono finalmente al mare. Kevin gioca con le formine. La situazione rischia di degenerare quando un venditore ambulante di colore solleva della sabbia che finisce sul telo da mare del bambino. Ne segue una violenta discussione con Leo che, telefono in mano, incalza esigendo che il venditore esibisca a lui e a quanti seguono la scena in diretta Facebook sulla sua bacheca, la licenza, il permesso di soggiorno e il passaporto. Quando finalmente il venditore raccoglie le sue cose e si allontana, Leo prende suo figlio sottobraccio e gli chiede se ha voglia di un bel pezzo di cocco fresco. Con una mano intercetta lo sguardo dell’italianissimo venditore ambulante che accorre lesto verso di lui.

La giornata sta per volgere al termine. Ligio alle raccomandazioni di Chiara, Leo ha cosparso Kevin con ripetute applicazioni di crema protettiva 50 e il bambino è più pallido che al mattino. Lui invece è scottato come un’aragosta ma felice. Prova un’inedita sensazione di pienezza e orgoglio. Mentre è lì che si gode sognante il tramonto, riconosce all’orizzonte la sagoma della nave di una delle ONG cariche di migranti che il governo italiano ha appena rimbalzato. Chiama Kevin e gliela indica con un dito: “Quella nave è piena di nemici da cui dobbiamo difenderci”.

Kevin lo osserva dubbioso e spaventato. “Papà, voglio tornare da mamma” gli dice con un filo di voce, prima di scoppiare a piangere. Leo si guarda intorno, incredulo e ferito, chiedendo a gran voce dove ha sbagliato. Nessuno dei bagnanti sembra fargli caso. Le casse del lido lanciano a pieni decibel le urla di Amore e Capoeira, mentre le signore di mezza età accorrono sul bagnasciuga per iniziare la lezione di acquagym.

“Esumare la salma del caudillo Franco”, la mossa di Sanchez scuote la Spagna

“Celebriamo i 40 anni della Spagna democratica, di un ordine costituzionale stabile e maturo” e “questo non è compatibile con una tomba di Stato dove si continua a glorificare la figura di Franco”. Con questa dichiarazione il vice premier Carmen Calvo ha accolto la decisione del governo di approvare il decreto legislativo che dà il via libera alla riesumazione dei resti del dittatore Francisco Franco, e la loro rimozione dal memoriale dedicato ai morti della Guerra Civile, la Valle dei Caduti, a Madrid. La salma del caudillo è stata sepolta assieme a quella di 33.831 caduti della guerra civile, secondo il censimento ufficiale che fu realizzato dal governo del premier socialista Josè Luis Zapatero. Alla decisione di spostare i resti di Franco si oppongono sia la famiglia di Franco che i nostalgici del regime. Il decreto sarà sottoposto all’approvazione del parlamento, il voto potrebbe essere osteggiato. I conservatori del Partido popular (Pp) e Ciudadanos hanno annunciato che si schierano contro. Il premier socialista Pedro Sanhez ritiene però di avere i voti sufficienti con l’appoggio di Podemos, degli indipendentisti catalani di sinistra (Erc), dei catalani del PdeCat e dei nazionalisti baschi del Pnv, per raggiungere i 177 voti: uno in più della maggioranza. Resta da vedere cosa farà la Chiesa cattolica: i resti di Franco sono sepolti in una basilica.

“Regeni, altro che verità, Londra pensa agli affari”

Con una lettera aperta al Guardian, oltre 200 accademici del Regno Unito hanno chiesto al governo di Londra di non intensificare la collaborazione universitaria con l’Egitto. Impossibile, scrivono i docenti, ignorare la crescente brutalità del regime di al-Sisi nel reprimere ogni forma di dissenso e soprattutto dimenticare la tragica morte di Giulio Regeni, ucciso al Cairo tra gennaio e febbraio 2016 mentre svolgeva attività di ricerca per l’università di Cambridge. Fabio Petito, docente di Relazioni Internazionali all’Università del Sussex è uno dei firmatari dell’appello.

Cosa rimproverate al governo nella vostra lettera?

Anche nel campo degli accordi universitari, Londra segue le priorità dettate dalla Brexit: tutto ciò che è utile per aumentare i guadagni, va bene, i diritti umani passano in secondo piano rispetto al business.

Venendo al caso Regeni,, com’è possibile che Cambridge non abbia saputo proteggere un suo studente?

All’epoca ne rimasi sorpreso. Il sistema britannico è molto severo nei controlli: ogni supervisore deve firmare una serie di carte in cui dichiara di non mette a rischio la sicurezza dello studente. Da parte mia, non avrei mai inviato qualcuno a fare ricerca in un contesto così delicato.

Quale contesto?

Quello del primo anno di governo di al-Sisi, in cui il presidente vuole legittimarsi agli occhi del mondo. Nessuna ingerenza dall’esterno è gradita, fosse pure quella di un ricercatore straniero, che si occupava comunque di una materia molto sensibile.

Sta dicendo che la sua collega a Cambridge ( la tutor di Giulio era Maha Abdelraham) ha sbagliato valutazione?

Non sono un esperto di Egitto come lo è lei, ma certamente il suo comportamento è stato superficiale.

Dopo la tragedia, Cambridge ha fatto tutto il possibile per scoprire la verità?

Hanno pensato di affrontare il caso mettendo tutto in mano ai legali, il cui unico scopo è tutelare l’istituzione universitaria sotto il profilo giuridico. Eppure nessuno della famiglia Regeni ha cercato ricompense. Per questo l’approccio di Cambridge è disdicevole dal punto di vista morale. E anche poco rispettoso della sensibilità dell’opinione pubblica italiana. D’altronde sia la politica che i media britannici hanno finora dato sempre poco risalto al caso, almeno fino alla pubblicazione della nostra lettera da parte del Guardian.

“12 regine”, la strana indagine sul traffico di droga del señor K

L’operazia è finita. I servizi segreti russi, in collaborazione con quelli argentini, hanno arrestato i trafficanti. Centinaia di chili di cocaina bruciano nel crematorio di Buenos Aires sotto gli obiettivi delle telecamere: ogni politico, con mascherina bianca e guanti blu, prende in mano un panetto di polvere bianca e la tira nel forno, dichiarando vittoria nella lotta al traffico di droga. Era coca, “la più pura del mondo” ed ora è passerella politica in tutti i tg, da Mosca a Buenos Aires. Per il ministro della sicurezza argentina Patrizia Bullrich si tratta della “più difficile, stravagante e professionale operazione mai compiuta” che l’Argentina ricordi.

La storia di un russo, qualche argentino e 369 chili di cocaina comincia nel dicembre 2016, quando c’è la nachodka, il ritrovamento. L’ambasciatore russo avverte la polizia del paese: tra i banchi della scuola per i figli dei dipendenti dei diplomatici ci sono nascoste 12 valigie piene di droga. La polizia di Buenos Aires si introduce nel complesso di notte per sostituire la coca con la farina ed inserire GPS nelle valigie, per tracciare i movimenti dei trafficanti. Valore potenziale del carico: 80 milioni di euro. Destinazione: mercato europeo. L’operazione la battezzano quella notte “12 regine”, per il numero dei trolley. La trama da qui in poi diventa un labirinto ed è difficile seguire la pista della polvere bianca: quella dei narcotici, che viene nascosta, e quella da cucina, che rimane a scuola, nelle valigie, che rimarranno lì per circa un anno.

Bullrich ha detto che “l’operazione è durata 14 mesi, abbiamo anche creduto che i trafficanti non ritirassero il carico, che avessero il sospetto di essere stati scoperti”. La missione intanto viene coordinata tra russi e sudamericani ed è firmata dalla punta di diamante delle vecchie spie russe del Kgb, Nikolay Patrushev, oggi segretario del Consiglio di Sicurezza russo, lo stesso uomo che per le autorità britanniche nel 2006 ha organizzato l’omicidio Litvinenko.

Nel dicembre 2017, Patrushev è in Argentina, ufficialmente per firmare un memorandum con il presidente Macri, ma più probabilmente per le ‘12 regine’. Subito dopo il viaggio di Patrushev, una retata di arresti parte simultaneamente tra Argentina, Germania, Russia.

Il capo della banda è Andrey Kovalchuk, un russo conosciuto per le strade di Buenos Aires come señor K. In città ad alcuni dice di essere un dipendente dell’ambasciata russa, ad altri di essere dell’intelligence di Mosca, ad altri ancora di occuparsi di vendita di sigari ad Amburgo. Ora che è stato estradato dalla Germania a Mosca neppure il suo avvocato sembra sapere molto di lui. Señor K aveva un complice, il tuttofare russo dell’ambasciata. Il suo alibi: questa operazione è una “provocazione”, uno show, “stavo solo tentando di esportare caffè”. Sono stati arrestati poi due russi con cittadinanza argentina: uno di loro lavorava in polizia all’aeroporto. Ma perché ci hanno messo un anno a prenderli? Parte della coca è stata trasportata a Mosca con un jet governativo? Sono questioni irrisolte di una storia con poche certezze e tante domande. Potrebbe essere una sceneggiatura per un film d’azione dal titolo: Kokain v ogne, cocaina al fuoco. A Mosca è l’ultima vittoria dei servizi russi: l’operazione è conclusa e anche gli interrogativi irrisolti sono andati bruciati con i panetti di droga.

Fox: troppe chiacchiere, poco giornalismo

Per fortuna, non tutti sono come Roland B. Hedley jr, cronista della Casa Bianca creato dalla penna, e dalla matita, di Garry B. Trudeau per la strip di Doonesbury che da quasi mezzo secolo racconta, con ironia critica, l’America: ‘foxiano’ e ‘trumpiano’ fino al midollo, Hedley manda in giro tweet demenziali (ma falsi) che fanno il verso a quelli – altrettanto demenziali (ma reali) – del presidente.

Nell’America di Trump, neanche la Fox è un paradiso per i giornalisti: alcuni non reggono il tono dell’unica ‘all news’ che il presidente vuole accesa alla Casa Bianca (le tv generaliste gli servono per lo sport e i reality). Così, Politico.com racconta che Adam Housley, reporter da fronti di guerre e di tsunami, l’inviato che raccontò la storia dei minatori in Cile, se n’è andato; e, prima di lui, se n’era pure andato il corrispondente da Gerusalemme Conor Powell. Prima ancora, se n’era già andata, per una carriera altrove, Megan Kelly, la moderatrice che osò fare domande scomode al candidato Trump nel primo dibattito fra aspiranti alla nomination repubblicani della campagna 2016 (il magnate le replicò con linguaggio sessista e aggressivo). La Kelly, 12 anni alla Fox, a inizio 2017 passò alla Nbc, che le offrì un posto meglio pagato e di maggiore visibilità.

Il problema non è solo la linea della Fox ‘pro Trump’. Il problema, hanno spiegato a Politico.com fonti interne alla rete, è che i costi della copertura degli eventi e la polarizzazione della politica accentuata dal presidente hanno spostato l’attenzione dalle news in diretta ai dibattiti: non vale solo per la Fox, ma anche per Cnn e MsNbc: “Si fanno troppe chiacchiere e troppo poco giornalismo”, è la frustrazione dei reporter. Che, per di più, se sono Fox. si portano dietro l’etichetta di ‘trumpiani’: gli altri divulgano solo fake news. Per ironia della sorte, proprio un editore di fake news media per antonomasia, David Pecker, può diventare la ‘pistola fumante’ delle inchieste che fanno annaspare Trump. Co-proprietario dell’American Media inc. che pubblica tabloid come il National Enquirer, Pecker è amico del magnate, che ha sostenuto nella campagna presidenziale. Ma ora l’editore, per garantirsi l’immunità, s’è impegnato a collaborare con i federali: comprò interviste esclusive alla pornostar e alla ex coniglietta di Playboy, che sostengono di avere avuto relazioni con Trump, e non le pubblicò. Al National Enquirer ci sarebbe un armadio pieno di notizie scomode per il magnate presidente.

Sotto il fuoco amico di Pecker e del suo ex avvocato Michael Cohen, Trump può davvero trovarsi nel guai. I magistrati stanno per mettere sotto accusa la Trump Organization e due suoi dipendenti, dopo che persino Allen Weisselberg, uomo di fiducia di Trump, ‘custode delle finanze’ di famiglia, ha barattato l’immunità con la collaborazione.

Il presidente se la prende con il segretario alla Giustizia Jeff Sessions, che non lo tutela. Sessions, per una volta, risponde a tono: “Fin quando sarò in carica, le azioni del Dipartimento della Giustizia non saranno indebitamente influenzate da considerazioni politiche”.

Gli avvocati di Trump provano a tamponare le falle e ad evitare che il presidente ne apra altre. Rudolph Giuliani, gli sconsiglia un faccia a faccia con il procuratore speciale Robert Mueller, perché teme che il presidente s’incrimini con le sue stesse parole, e cerca di convincerlo a non graziare, almeno per ora, Paul Manafort, l’ex capo della sua campagna, condannato per reati finanziari e fiscali.

“Abusi sessuali, da Papa Francesco solo promesse”

L’uomo che ha fatto causa al Vaticano risponde al telefono dagli uffici dublinesi di Amnesty Ireland, di cui è direttore esecutivo. È la vigilia della visita pastorale di Papa Francesco, la seconda di un papa in Eire.

“Ricordo bene i giorni della visita di Giovanni Paolo II, nel 1979 – racconta Colm O‘Gorman – ero un tredicenne devoto, invidioso dei miei fratelli maggiori che avevano il permesso di andare a vedere il Papa al grande raduno di Phoenix Park; 18 mesi dopo fui violentato da un prete cattolico”.

Gli abusi continuano fino ai 17 anni di età. Poi O’Gorman trova il coraggio di denunciare i suoi carnefici: ottiene un risarcimento, collabora a documentari, fonda l’associazione One in 4 a supporto degli abusati. Ed è fra gli organizzatori di Stand4Truth, manifestazione a sostegno delle vittime della Chiesa Cattolica organizzata a Dublino per domenica, in contemporanea con la messa solenne di Papa Francesco.

L’arcivescovo di Dublino ha ammesso che il numero delle vittime di preti cattolici in Irlanda è “immenso”. Di cosa parliamo?

Solo fra il 1930 e il 1970 sono state 173 mila le vittime dirette, cioè i bambini in istituzioni cattoliche e soggetti ad ogni sorta di abuso, sessuale, fisico e psicologico, incluso lavoro minorile e tortura, su base quotidiana. Poi ci sono le donne e le ragazze private della loro libertà e dei loro figli nelle Magdalene Laundries; le fosse comuni, le inchieste in corso. E i danni degli abusi hanno conseguenze permanenti, travolgono vite per sempre. È un impatto incalcolabile.

Le risulta che questi abusi siano ancora in corso?

Non possiamo escluderlo. Ma speriamo che la nostra continua vigilanza e le riforme legali e sociali abbiano creato una cultura in cui un minore abusato abbia la forza di denunciare subito.

Le rivelazioni sugli abusi hanno azzoppato la Chiesa irlandese. L’Irlanda si è secolarizzata e le chiese sono vuote. Le gerarchie hanno fatto ammenda?

No, la Chiesa irlandese non ha pagato, in nessun senso. Il grosso dei risarcimenti economici alle vittime è a carico dei contribuenti, e soprattutto nessuno ai vertici ha ammesso le proprie responsabilità, né per il passato né per le ferite che le vittime si portano tuttora addosso. La versione è sempre che le gerarchie non erano consapevoli.

Eppure solo lunedì Papa Francesco, in una lettera aperta ai fedeli, per la prima volta ha chiamato quegli abusi “crimini”, ha chiesto perdono, ha parlato apertamente di coperture e ha promesso tolleranza zero. Lei non vede cambiamenti con questo papa?

Vedo solo interventi cosmetici, un cambio di retorica, promesse, nessuna azione concreta. Nella lettera parla di coperture, ma non indica i responsabili. Chiede perdono, ma non dice cosa dovremmo perdonare. Parla di responsabili ma non dice chi siano. I vescovi? Ma è lui, come capo dei vescovi, l’unico che può chiedere loro conto di aver insabbiato. E non lo fa, perché non si è trattato di iniziative individuali, ma di persone che hanno eseguito direttive dei vertici, basate su leggi e norme del diritto canonico.

Cosa significa questa visita per i sopravvissuti?

Forse può essere di conforto per i pochi che, solo dopo l’insistenza dell’arcivescovo di Dublino, il Papa ha accettato di incontrare in questi giorni. La solita scena, cinica, inaugurata da Benedetto XVI a beneficio dei media: il Papa ascolta, piange, condivide il dolore. Ma se davvero fosse dalla parte delle vittime non verrebbe a Dublino, sarebbe in Pennsylvania a costringere i suoi vescovi ad aprire i loro dossier, perché i vertici sapevano tutto. Nulla può cambiare davvero finché il Papa non dirà la verità, e non si assumerà pubblicamente la responsabilità di quello che è stato fatto, e continua ad essere fatto, a centinaia di migliaia di vittime in tutto il mondo.

Mail Box

 

Sul morbo di Alzheimer ci vuole controinformazione

Il tema dell’Alzheimer sollevato da Selvaggia Lucarelli nei giorni scorsi è importante, ma vi chiederei di non fermarvi al racconto del dramma che vivono i familiari, pur importante.

Sarebbe necessario anche aiutarli con informazioni sui diritti dei malati di Alzheimer e spiegare che non è vero che i parenti hanno l’obbligo di curare i loro anziani malati e non autosufficienti. Ci mancherebbe: volutamente si confondono gli affetti e il sostegno morale (che non si impongono per legge) con le cure sanitarie.

Se un congiunto si ammala di cancro basta il nostro affetto? La nostra assistenza morale? No di certo, cerchiamo servizi sanitari e aiuti professionali a cui ci possiamo affiancare, ma che non possiamo certo sostituire. Così è e deve essere per i malati di Alzheimer e tutti gli altri malati cronici adulti e anziani che sono non autosufficienti e dipendono in tutto e per tutto dall’aiuto di altri per poter sopravvivere in modo dignitoso e senza soffrire inutilmente per carenza di cure idonee.

Fare controinformazione è anche questo: spiegare che il malato di Alzheimer, proprio perché malato, ha diritto a ottenere prestazioni sanitarie e socio-sanitarie: diagnosi, terapie, cure e servizi al domicilio, contributi per poter assumere un aiuto (devono essere accuditi 24 ore su 24), centri diurni fin che la malattia lo permette, ricoveri di sollievo o definitivi in residenze socio sanitarie assistenziali (Rsa) quando non è più possibile curarli a casa.

L’obbligo delle cure sanitarie e socio-sanitarie sono in capo al Servizio sanitario nazionale (legge 833/1978 e Lea, art. 54, legge 289/2002). I familiari – quando ci sono e ne hanno la possibilità – volontariamente possono rendersi disponibili, ma non devono essere abbandonati come sta accadendo in Italia, da parte delle Asl e degli ospedali che li scaricano letteralmente sulle spalle delle famiglie che assumono oneri di cura gravosi sia sotto il profilo psicologico sia economico. È una delle principali cause di impoverimento del ceto medio, medio basso.

Due potrebbero essere le azioni di contro informazione: la prima, informare sulla possibilità di opporsi alle dimissioni dall’ospedale quando non si è più in grado di far fronte alla malattia al domicilio; in questo modo si può ottenere il ricovero definitivo convenzionato con l’Asl in una Rsa; metà della retta è a carico del Servizio sanitario nazionale, la parte restante a carico dell’utente in base alla sua situazione economica; se non è sufficiente i Comuni hanno l’obbligo di integrare in base all’Isee dell’ammalato; una cosa è sostenere 3.000-3.500 euro al mese un’altra pagarne la metà con la pensione del malato e l’indennità di accompagnamento; in questo modo si evita il ricorso dei familiari a strutture più economiche, ma che rientrano in quelle dove sovente i Nas scoprono i malati di Alzheimer o con altre demenze in condizioni disumane: se costano poco, hai poco. Oppure i familiari, a loro volta anziani, finiscono per sopprimere il malato e poi loro stessi; a Torino, quest’anno ne abbiamo avuti 3 in un mese e mezzo.

È questo un paese civile?

La seconda, avviare una campagna a sostegno del riconoscimento di un contributo della sanità, un assegno di cura, per sostenere sul piano economico i familiari che si rendono disponibili, volontariamente non avendo alcun obbligo, ad accogliere al domicilio 24 ore su 24 un loro congiunto malato e non autosufficiente. Ovviamente con la presa in carico dell’Asl che ne valuta l’idoneità e il medico di medicina generale che svolge il ruolo di monitoraggio del paziente. Allego la lettera di una figlia che abbiamo ricevuto, che illustra il dramma in cui vivono le famiglie normali.

Ringrazio Selvaggia Lucarelli per essersi messa in prima fila per richiamare l’attenzione su un problema che è devastante, ma che non è un fatto privato, una disgrazia personale. Il malato di Alzheimer, come tutti noi, ha il diritto soggettivo alla tutela della sua salute, che come ha spiegato l’Oms non significa che la sanità deve curare solo se può portare il malato alla guarigione, ma sanità oggi significa garantire le cure necessarie al mantenimento dei livelli di autonomia e accompagnare senza dolore e sofferenze inutili nella fase terminale della vita. Il diritto è costituzionalmente garantito ed esigibile, ma non è conosciuto e, quindi, non è azionato dai cittadini che finiscono in questa drammatica situazione. Per questo serve parlarne e diffondere l’informazione il più possibile.

Maria Grazia Breda, Presidente della Fondazione Promozione sociale onlus

 

Mandare a casa Trump non è una cosa così semplice

Buttar giù un presidente Usa è un bello sforzo anche economico. Bisogna trovare giudici e testimoni adatti. Più una stampa che appoggi ogni accusa presso il pubblico. E forse molto altro. Sembrano un mucchio di soldi ma quando un presidente approva leggi che nuocciono ai paesi esportatori piu importanti del pianeta, qualche miliardo si trova sempre. E sono spiccioli per chi vuole evitare certi dazi. Poi, si sa bene che chi si mette al servizio dello straniero ci guadagna sempre e non solo tra gli americani che traevano vantaggi dalla situazione precedente.

Stefano Pelloni

Austerità senza fine: Tsipras sarà l’ultima vittima

“La nostra terra è chiusa. Chiusa / dalle nere Simplegadi”: questi i versi del poeta Giorgio Seferis (da Leggenda, 1935) scelti da Alexis Tsipras nel suo discorso di tre giorni fa a Itaca, per proclamare che l’uscita dal tunnel dei memorandum ha mostrato la capacità del Paese di superare, al pari della leggendaria nave degli Argonauti, le rocce che nessuno oltrepassava indenne.

Tsipras vede oggi nel ritorno della Grecia sui mercati la fine di quella “nuova Odissea” annunciata nell’aprile 2010 all’altro capo dell’Egeo, a Kastellòrizo dall’allora premier Yorgos Papandreu, figlio dello storico politico socialista Andreas ed esponente di quella “seconda generazione” (i giovani Karamanlìs, Mitsotakis, Samaràs) la cui allegra incompetenza dette il colpo di grazia a uno Stato marcio e inefficiente, pronto per essere prostrato dalla speculazione internazionale e dall’austerità di un’Unione europea complice, ipocrita, imbelle.

Questa élite corrotta, ancora presente sulla scena pubblica è pronta, sulle ali di una stampa che non l’ha mollata, a pretendere il governo del Paese nelle elezioni del 2019: è contro di essa che Tsipras scaglia oggi le sue frecce, denunciando il cinismo di un’oligarchia che si riteneva intoccabile, condannando i ministri banchieri e i banchieri ministri (come l’ex premier Lukas Papadimos), ma anche chi si è lasciato abbindolare dalle Sirene del “tutto è inutile”, i fascisti riemersi e i gufi tifavano contro il proprio Paese per dimostrare l’inadeguatezza del governo a lottare contro i Lestrigoni e i Ciclopi. Non è chiaro se i greci serberanno memoria delle colpe di “quelli di prima”, di certo non dimenticheranno il cumulo delle misure dei tre memorandum d’intesa con la troika, l’ultimo firmato dallo stesso Tsipras nell’estate 2015 al termine di un tentativo, fallito, di forzare la mano con la politica di Yanis Varoufakis e un controverso referendum.

Per fare punto: abolizione di tredicesima e quattordicesima; abbassamento del salario minimo (per i giovani da 751 a 490 euro); abbattimento delle esenzioni e delle agevolazioni fiscali; aumento dell’anticipo fiscale per l’anno successivo (100 per cento); abbassamento della soglia di esenzione fiscale (da 8000 a 5000 euro); tre contribuzioni una tantum per i redditi sopra i 12.000 euro; aumenti ripetuti e strutturali di benzina, sigarette, alcol, giochi d’azzardo, bevande, telefonia mobile, autostrade, assicurazioni; tassa sugli immobili; tagli alle pensioni, con aumento dell’età pensionabile; aumento dell’Iva al 23 per cento, e applicazione di questa tariffa a un maggior numero di beni; graduale abolizione dell’Iva calmierata per le isole; tagli draconiani a investimenti pubblici, spese farmaceutiche e di difesa; migliaia di licenziamenti e cospicui tagli salariali nel settore pubblico. Per non parlare della totale alienazione in mani straniere di porti, aeroporti, ferrovie, enti pubblici e risorse strategiche.

Ulisse si presenta dunque a Itaca ai minimi termini, come nella recente vignetta dello Spiegel dove un grasso dottore insignito di coccarda europea accoglie uno scheletro greco esclamando “Dopo 8 anni di dieta Lei ha un aspetto molto più sano!”. E i segnali di ripresa sono ben più fragili di quanto si millanti: il debito non è stato tagliato ma solo dilazionato, e continua a viaggiare oltre il 180 per cento del Pil; il Pil aumenta per il quinto trimestre consecutivo, ma rimane molto al di sotto del 2008, e ballano miliardi di prestiti in mano ai creditori esteri, che non appena l’avanzo primario diminuirà potrebbero riprecipitare il Paese nel baratro; la disoccupazione è scesa sotto il 20 per cento, ma in termini assoluti gli occupati sono calati rispetto al 2008 di 858mila unità, i disoccupati di lungo termine sono aumentati di 565mila, e si è ridotta in modo sostanziale la forza-lavoro (circa 450mila persone sono emigrate all’estero, per lo più giovani ben qualificati).

A tutto questo si aggiungono i rapporti sempre tesi con la Macedonia del Nord (difficile che in autunno vada in porto l’accordo che assegna questo nome al Paese con capitale Skopje, un accordo che l’alleato destrorso di Tsipras, Panos Kammenos, ha già detto di voler rifiutare a costo di una crisi) e quelli con la Turchia, perché nessuno crede che la recente liberazione dei due soldati greci detenuti da mesi dall’esercito di Erdogan con l’accusa di aver sconfinato in armi sull’Ebro, sia il preludio a una vera normalizzazione. E soprattutto rimane la spada di Damocle della questione migratoria, che è lungi dall’essere risolta: i fondi dei programmi di assistenza europei sono ormai agli sgoccioli, il rubinetto turco continua a perdere, e serpeggia in vari luoghi la xenofobia (soprattutto nelle isole delle vacanze come Chio, Samo, Lesbo, dove sono allocati molti centri di detenzione).

Sul piano interno, la debolezza di Syriza – depauperata da anni dell’ala sinistra che non ha mai accettato il cedimento alla troika – è così evidente che in vista delle elezioni del 2019 sono state avviate goffe manovre di avvicinamento al “Movimento per il Cambiamento” (Kìnima Allaghìs) di centro-sinistra, il quale però pare intenzionato a proseguire la sua opposizione, e forse perfino a fornicare con i conservatori di Nea Dimokratía. Il sigillo su questo fallimento l’hanno messo gli incendi di luglio in Attica, i cui 93 morti sono stati il frutto dell’imbottigliamento prodotto da una speculazione selvaggia di almeno vent’anni, alla quale questo governo non ha saputo porre un freno. Inutili dunque, prima, le missioni di sensibilizzazione dei vigili del fuoco, inutili i richiami alla legalità contro l’abusivismo, lettera morta l’intenzione di creare un nuovo catasto del territorio; e ora tardive le lacrime di coccodrillo sui rimboschimenti sbagliati con pini marittimi (gli alberi più infiammabili), tardiva la costituzione di una commissione d’indagine indipendente e tardiva anche la riorganizzazione della Protezione Civile sul modello italiano, ritenuto il più efficace.

Gli incendi hanno mostrato una Grecia attenta al particulare, dimentica del bene pubblico e della legalità, un governo debole e a tratti corrivo, una cittadinanza pronta a sacrificare i beni comuni per una palazzina vista mare o un accesso alla spiaggia. Era forse impossibile imprimere una svolta di ethos in così poco tempo, era certo impossibile farlo sotto la pelosa ipocrisia dell’Europa.

Per ora, le speranze si concentrano sulla Fiera Internazionale di Salonicco, dove tra l’8 e il 9 settembre Tsipras annuncerà le misure del suo governo per la ripresa (ma Fmi e Commissione Ue, la cui prima “visita” di controllo è prevista proprio per il 10, hanno già dichiarato che non tollereranno deviazioni dagli impegni assunti): dilazione degli ultimi tagli pensionistici, abbattimento della patrimoniale, aumento del salario minimo, lotta all’evasione e al lavoro nero, reintroduzione dei contratti collettivi. Sono in larga parte le promesse con cui l’attuale premier si era presentato agli elettori 4 anni fa, e l’idea di mettervi mano ora, ridotto a mal partito da tutte queste peripezie, sembra velleitaria perfino per il giovane Ulisse che vuole risistemare Itaca e uccidere i proci, convinto di avere ormai passato le Simplegadi. Già, le Simplegadi. La poesia di Seferis citata da Tsipras, cupa professione d’impotenza, si chiude così: “Nei porti, la domenica, / quando scendiamo a prendere un po’ d’aria, / vediamo rischiarirsi nel crepuscolo / legni rotti da viaggi interminati, / corpi che più non sanno come amare”.

Migranti in città. È possibile impiegare chi passa la giornata senza far nulla?

 

Abito in Alta Brianza ed assisto da anni al progressivo degrado del nostro territorio in termini di incuria. Mi chiedo perché non si possano usare le decine di migliaia di migranti presenti nel nostro Paese come manodopera a basso costo per lavori socialmente utili. Vederli ciondolare inoperosi fuori dai supermercati imbarazza noi e umilia loro. Vitto, alloggio e argent de poche sarebbero a carico europeo. Chissà mai che tra queste persone non possano trovarsi dei talenti di cui potremmo tutti beneficiare? Mi sembra che già avvenga nello sport. Il mio è un ragionamento naif?

Marcello Muzzi

 

Gentile Marcello, a volte le domande più semplici sono quelle giuste. Gli stranieri che lei vede perdere tempo in strada sono costretti a stare nel limbo. Non è che non vogliono lavorare, non possono. È vietato alle imprese o anche alla pubblica amministrazione assumere i richiedenti asilo. Poiché per valutare una richiesta di asilo ci vogliono mesi, a volte anche un anno, per tutto quel tempo i migranti sono impossibilitati a lavorare in modo regolare (il nero non ha regole). E nel caso in cui la domanda d’asilo venga respinta – succede il 61 per cento delle volte – il migrante si vede costretto a rimanere in una zona grigia: non ha diritto di rimanere in Italia, ma nessuno lo cerca davvero per espellerlo. Il massimo cui può ambire è di rischiare la vita per pochi euro al giorno in qualche campo di pomodori pugliese agli ordini di un caporale. Oppure può cercare di attraversare la frontiera verso Francia o Austria. È un sistema assurdo, ma per cambiarlo ci vuole una radicale revisione del patto di cittadinanza: bisognerebbe prendere atto che chiunque si trovi sul territorio nazionale – comunque ci sia arrivato – deve avere diritti ma anche doveri e soprattutto deve avere opportunità di contribuire a quella comunità cui ha scelto di appartenere. Migliaia di fantasmi nelle nostre campagne o nei cantieri delle nostre città non chiedono di meglio che pagare le tasse, mandare i figli a scuola, accumulare contributi per una pensione. Possiamo chiamarla sanatoria, regolarizzazione, amnistia. Ma non affrontare il problema per paura dell’impatto degli immigrati sulla nostra società significa avere la certezza che gli immigrati – tenuti ai margini – produrranno il massimo disagio possibile. Questo serve solo a chi su quel disagio costruisce la propria fortuna politica.

Stefano Feltri