Il codice penale contro Salvini

Da oltre sette giorni 177 migranti si trovano su una nave della Guardia costiera italiana, gestita da un comando italiano e approdata in un porto italiano. Il ministro per le Infrastrutture Danilo Toninelli ha dato l’ordine (superfluo) di attraccare nel porto di Catania ma il ministro degli Interni Matteo Salvini che vieta loro di scendere prima che l’Europa non li distribuisca ai Paesi membri. Il Procuratore del Tribunale dei minori di Catania, dopo un esposto di Intersos e Unicef, ha scritto al ministro ricordando che la legge garantisce ai minori “il diritto di rimanere in Italia, di poter chiedere un permesso per minore età, di essere accolti in comunità ed avere un tutore”.

Il Procuratore della Repubblica di Agrigento Luigi Patronaggio – che ipotizza il reato di sequestro di persona – è salito a bordo della nave della Guardia Costiera per procedere ai primi accertamenti al termine dei quali ha affermato che “in base alle convenzioni internazionali e alla legge italiana, i 27 minori non accompagnati hanno diritto di sbarcare immediatamente”. Un’ora dopo Salvini ha dato l’ordine via Facebook: “I bambini possono scendere. Gli uomini, giovani e palestrati no. Se vogliono autorizzare lo sbarco, il presidente della Repubblica o il presidente del Consiglio lo facciano, ma non con il consenso del ministro dell’interno”. Poi il guanto di sfida al pm: “Sono qua, non sono ignoto, indagatemi e processatemi”.

Non vi è dubbio che, nel caso in esame, oltre alle norme sui trattati internazionali, siano stati violati gli articoli 10 e 13 della Costituzione. La prima disposizione – dopo aver stabilito che “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute” – stabilisce che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. A sua volta, l’articolo 13 – dopo aver premesso che “la libertà personale è inviolabile” – statuisce che “non è ammessa forma alcuna di detenzione né qualsiasi altra restrizione della libertà personale se non per atto motivato dell’Autorità Giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”.

Questo tracotante ministro va fermato e questo dovere spetta all’autorità giudiziaria che ha l’obbligo di far rispettare il principio costituzionale, cardine di uno Stato di diritto, secondo cui “tutti sono uguali di fronte alla legge e tutti soggetti alla legge”. E non è del tutto condivisibile l’affermazione del pur coraggioso Procuratore della Repubblica di Agrigento Patronaggio per il quale “farli scendere (i migranti) non è nel mio potere”.

Invero, avendo ipotizzato il reato di sequestro di persona, era ben possibile emettere un “provvedimento legalmente dato per ragioni di giustizia”, previsto dall’articolo 650 del codice penale per dare attuazione al diritto obiettivo e impedire che il reato di sequestro di persona perdurasse e, comunque, fosse portato a conseguenze ulteriori. Né, peraltro, può, del tutto, escludersi la ipotizzabilità di un reato continuato di abuso di atti di ufficio di fronte a perduranti comportamenti adottati in violazione di legge.

A loro volta, i cittadini, che condividono la linea del Presidente della Camera Roberto Fico, che si muove in perfetta sintonia con i presidente della Repubblica Sergio Mattarella, siano vigili e attenti onde evitare che la democrazia e lo stato di diritto continuino a subire pericolosi “vulnus”.

Turisti e profughi, il Belpaese sotto assedio

 

“Le cose impossibili prima o poi capitano, se non si ha paura, né fretta”.

(da “Ogni coincidenza ha un’anima” di Fabio Stassi – Sellerio, 2018 – pag. 14)

 

Ma che Paese è diventato ormai il nostro, dove i turisti fanno il bagno nella fontana davanti all’Altare della Patria e 150 migranti rimangono bloccati da una settimana su una nave della Guardia costiera nel porto di Catania? Un Paese a due facce – una lassista e permissiva, l’altra cattiva e feroce – in cui da un lato gli stranieri profanano il monumento al Milite ignoto rischiando l’accusa di vilipendio, mentre dall’altro il ministro dell’Interno rischia quella di sequestro di persona per aver impedito lo sbarco degli extracomunitari. Un Paese imbarbarito, nel quale non si rispettano più le regole elementari dell’umanità e della convivenza civile.

Certo, non è colpa solo del governo giallo-verde, gratificato peraltro di un largo consenso popolare secondo i sondaggi d’opinione. È tutta la politica italiana, vecchia e nuova, che viene messa sotto accusa da questo lungo assedio a una Penisola esposta, fragile e vulnerabile. Una stratificazione di errori, colpe e omissioni, commessi nel corso del tempo dal centrosinistra e dal centrodestra di cui la Lega faceva parte integrante, a cui ora si aggiunge però una carica dirompente di avventurismo e autoritarismo strisciante.

L’effetto-choc è quello di un pericoloso messaggio mediatico che l’ex Belpaese, per il quale – sarà bene ricordarlo – il turismo è tuttora la prima industria nazionale, lancia al mondo intero riflettendo all’esterno un’immagine di sé ambigua e inaffidabile. Quella di un’Italia tesa, impaurita, sull’orlo di una crisi di nervi collettiva. Di questo passo, mentre sono già in fuga i capitali stranieri, rischiamo di non essere più neppure una méta di viaggi e di vacanze.

C’è un collegamento fra i turisti che fanno il bagno davanti all’Altare della Patria, come l’avevano già fatto in passato nella Fontana di Trevi, a piazza Navona o nella Barcaccia a piazza di Spagna danneggiando la scultura del Bernini, e i migranti “in ostaggio” sulla nave intitolata al generale Ubaldo Diciotti? Forse sì, forse no. Ma c’è evidentemente una coincidenza temporale che configura comunque un crollo di immagine su scala globale, in aggiunta a quello tragico e disastroso del ponte di Genova. Se poi a tutto ciò si somma anche il fatto che – a due anni dal terremoto che il 24 agosto 2016 sconvolse l’Italia centrale – l’apparato burocratico dello Stato non è riuscito ancora a spendere gli oltre 34 milioni di euro raccolti con gli “sms solidali”, se ne ricava alla fine un quadro davvero desolante e avvilente.

“Ogni coincidenza ha un’anima”, recita il titolo del bel libro di Fabio Stassi per Sellerio, citato nel distico all’inizio di questa rubrica. Ma qui ormai le coincidenze diventano troppe. E come avvertiva la celebre giallista Agatha Christie, “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”. Appunto.

I migranti “sequestrati” su una nave della Guardia costiera; i turisti che fanno il bagno nelle sacre fontane della Patria; i ponti autostradali che crollano; i capitali stranieri in fuga; la questua per i terremotati che non si riesce a utilizzare; la gara per l’Ilva di Taranto, “illegittima” ma che non si può annullare: sono tutte prove della crisi esistenziale che attanaglia oggi l’Italia. Una crisi profonda che sicuramente viene da lontano, ma che con altrettanta certezza non porterà il Paese molto lontano. Oltre all’immagine, rischiamo anche la nostra credibilità internazionale.

Il filosofo vuole cambiare partito

Cambiare il Partito Democratico? Si può, sostiene Roberto Esposito su Repubblica (24 agosto). È facile. Però, bisogna che gli intellettuali che criticano il Pd si iscrivano al partito. Lo cambieranno da dentro. Come mai non ci (mi metto, non abusivamente, fra gli intellettuali critici) abbiamo pensato prima?

Per fortuna che, adesso, grazie a Esposito, i filosofi non si limitano più a studiare il mondo, ma cercano di cambiarlo. Non so quanto mondo conosca il filosofo Esposito. Sono, invece, sicuro che non conosce i partiti politici e, meno che mai, il Pd (come partito, non come dirigenti). Lascio da parte che, anche se, nel peggiore dei casi, il Pd avesse circa 300 mila iscritti, sarebbe difficile per gli intellettuali di sinistra vincere numericamente qualsiasi battaglia interna a qualsivoglia organismo di partito. Riuscirebbero mai a ottenere la maggioranza in un circolo del Pd? A Bologna certamente no. Lì hanno vinto coloro che volevano candidare Pierferdinando Casini al Senato e poi l’hanno anche fatto votare (e votato davvero!). Altrove, bisognerebbe fare un’analisi circolo per circolo, ma ho regolarmente assistito a votazioni nelle quali facevano la loro comparsa truppe cammellate di iscritti tempestivamente invitate per l’ora nella quale si sarebbe tenuta la votazione. Grazie a interventi “sapientemente” misurati, la votazione aveva luogo quando gli oppositori si erano stancati e i cammellati erano arrivati.

Peraltro, il problema per l’iscrizione di massa degli intellettuali comincerebbe proprio dalla richiesta della fatidica tessera. Infatti, qualsiasi domanda di iscrizione può essere respinta dal direttivo di qualsiasi circolo. Le motivazioni del respingimento sarebbero tutte molto plausibili. Come si fa a dare la tessera a quello lì che ci critica da anni oppure a quello lì che si è opposto alle riforme costituzionali oppure a quell’altro che ha votato LeU, l’ha detto pubblicamente, se n’è vantato? Non siamo affatto convinti che l’aspirante condivida, minimo, il programma del partito, e così via. Iscrizione a rischio, spesse volte lasciata ad libitum dei dirigenti del partito locale i quali, ovviamente, hanno i voti e sono in grado di respingere persino gli eventuali simpatizzanti di un altro leader locale in minoranza. No, il filosofo Esposito non conosce il Pd e le sue dinamiche. Sembra che non conosca neanche il funzionamento dei partiti in generale. Avrebbe, forse, potuto (dovuto) rafforzare il suo bizzarro invito all’iscrizione di massa degli intellettuali con qualche esempio di successo tratto da sistemi politici nei quali la trasformazione di uno o più partiti è avvenuta con la procedura da lui suggerita.

La un tempo famosissima Bad Godesberg (1959) grazie alla quale la Spd riuscì ad accreditarsi come partito non a vocazione maggioritaria, ma governativa, avvenne in seguito all’iscrizione di massa degli intellettuali tedeschi a quel partito? La creazione del Parti Socialiste in Francia nel 1971 fu il prodotto di spostamenti di masse di intellettuali al seguito di François Mitterrand oppure di una lunga elaborazione culturale e politica in club nei quali si trovavano settori della società civile, borghesia progressista, imprenditori, alti funzionari statali, laureati della Grandi Scuole d’Amministrazione (non ricordo la presenza di filosofi), ma soprattutto della leadership politica? La trasformazione del Labour Party in New Labour all’inizio degli anni novanta del secolo fu il seguito di un boom di iscrizioni di intellettuali oppure di un cambio generazionale e di una consapevole lotta politica condotta da Tony Blair, Gordon Brown e alcuni esperti di comunicazione politica? Qualcuno potrebbe anche voler chiedere a Esposito in quale conto i fondatori del Partito democratico hanno dato prova di tenere gli intellettuali nel 2007 e poi, ad esempio, nel 2018 per le candidature al Parlamento.

Nessuna iscrizione di massa al Pd è possibile a meno che i non meglio definiti intellettuali critici del partito si organizzino come falange compatta (non proprio la modalità organizzativa preferita e praticata dagli intellettuali chiunque siano) prima di qualsiasi azione nei confronti del Pd. Altrimenti, quasi sicuramente sarebbero risucchiati nelle logiche di funzionamento interno di un partito organizzato in piccole, settarie oligarchie. Soprattutto, una volta ufficialmente iscritti, troveranno molti ostacoli all’espressione del loro dissenso. Forse, però, è questo l’obiettivo di Esposito: fare risucchiare gli intellettuali critici e, mentre lui continuerà a scrivere su Repubblica, sostanzialmente silenziarli.

Di Maio: “Entro l’11 il nuovo commissario per il terremoto”

Entro l’11 settembre il governo nominerà il nuovo commissario per il terremoto. Lo ha assicurato ieri il vicepremier Luigi Di Maio, dopo esser stato in visita nei territori di Accumuli ed Amatrice colpiti dal sisma di due anni fa. Secondo il leader del M5S, serve “una legge ordinaria che dia degli strumenti speciali per affrontare tutte le emergenze” e non dunque una “una legge speciale per ogni terremoto”. Il nuovo commissario prenderà il posto di Paola De Micheli, a sua volta nominata nel settembre scorso alla scadenza del mandato di Vasco Errani. Di Maio, che ha partecipato alla cerimonia religiosa di Amatrice in memoria delle vittime del terremoto, non ha voluto anticipare possibili nomi per il ruolo da commissario. “La sofferenza dei cittadini – ha detto il vicepremier – è ricordata continuamente dalle macerie. Qui ci sono comuni totalmente rasi al suolo dove un po’ alla volta queste comunità si stanno riprendendo. Accumoli, Amatrice, Arquata del Tronto e Pescara del Tronto sono i simboli di quello che c’è ancora da fare, ed è tanto, e di quello che si è fatto”.

Il presidente via a febbraio

L’era di Tito Boeri alla guida dell’Inps si avvia al termine: nominato dal governo Renzi a fine 2014, è in carica dal febbraio 2015 e il suo mandato scadrà a inizio 2019. Nelle scorse settimane si è parlato addirittura di un addio anticipato a seguito del duro scontro con Luigi Di Maio sulle stime degli effetti del decreto Dignità: la carica di presidente dell’Inps, però, non è soggetta a spoils system e, dopo le richieste di dimissioni, la vicenda si è conclusa con una tregua. Scontata, però, la sostituzione alla scadenza naturale. Per l‘eredità si fanno i nomi, tra gli altri, di Alberto Brambilla, esperto di previdenza vicino alla Lega e già nel cda Inps qualche anno fa, e Mauro Nori, ex direttore generale ai tempi di Antonio Mastrapasqua, di cui fu (a fasi alterne) l’unico contropotere. Sul tavolo, però, c’è anche l’opzione del ritorno ad un vero cda al posto del presidente monocratico.

Anac manda gli appalti Inps a Procura e Corte dei Conti

La sintesi è questa: l’Autorità Anticorruzione ha deciso di mandare gli appalti Inps in Procura e alla Corte dei Conti. Questa, però, non è la novità di maggior rilievo, perché la delibera Anac del 18 luglio firmata dal presidente Raffaele Cantone è una critica a tutto campo alla gestione delle forniture di beni e servizi del più grande ente previdenziale d’Europa, capitolo che nel solo bilancio consuntivo 2017 vale 565 milioni di euro: “È stato evidenziato come l’attività negoziale dell’Istituto, globalmente considerata nel periodo oggetto di analisi, abbia messo in luce diversi aspetti critici e di non rispondenza alle previsioni normative e regolamentari in materia di pubblici affidamenti”. Per la prima volta, peraltro, finisce direttamente nel mirino il ricchissimo comparto IT, cioè informatico e tecnologico, che vale centinaia di milioni ed è appannaggio dei grandi operatori internazionali (da Ibm a Oracle a Microsoft).

Partiamo dall’inizio. Tutto inizia il 31 dicembre 2014, anno primo dell’era post-Mastrapasqua, il commercialista divenuto dominus dell’ente negli anni Duemila. L’Inps è ancora commissariato e il direttore generale Mauro Nori è quasi giunto alla fine del suo incarico: Tito Boeri, che sarà nominato ufficialmente presidente di lì a poco, lo sostituirà subito con l’ex Enel Massimo Cioffi (salvo poi cacciarlo neanche due anni dopo). L’ultimo giorno del 2014, come detto, il dg Nori invia all’Anticorruzione la richiesta di verificare sei appalti del triennio 2012-2014: la cosa, negli anni, si allarga ad una molteplicità di affidamenti dal settore IT già citato alla gestione degli archivi, dai lavori edilizi ai buoni pasto.

Un mese fa – dopo le autodifese di Inps arrivate nel 2016 e 2017, anni nei quali alcuni appalti sono stati prorogati – arriva il giudizio: “Elevata disomogeneità nei comportamenti dei singoli centri di spesa”, “assenza di coordinamento delle politiche di acquisto”, “carenza di una congrua attività di pianificazione e controllo”; “in alcuni casi l’assunzione di obbligazioni negoziali o la determinazione di autorizzazioni di spesa è stata assunta ex post, nei casi più gravi in assenza di verifica della relativa copertura finanziaria”.

Le tecniche sono le solite: frazionamenti ingiustificati degli appalti, proroghe, ricorso a cottimi fiduciari, procedure negoziate invece di bandi e via elencando. Ovviamente, “le carenze riscontrate nelle attività di programmazione e di controllo potrebbero aver agevolato fenomeni corruttivi”, rileva Anac.

I beni e i servizi informatici, come detto, sono la parte più sfiziosa della delibera dell’Anticorruzione: 19 contratti stipulati tra il 2012 e il 2014 per un valore di oltre 227 milioni di euro. La posizione dell’Inps, ribadita finora, è che non si può prescindere dalle “procedure negoziali” (cioè senza gara) perché non esistono altri operatori in grado di soddisfare le necessità dell’istituto a parte i big del settore. Questa scelta – “giustificata da numerosi pareri” dell’Agid (Agenzia per l’Italia digitale) – ha un effetto spiacevole: “La politica dei produttori software a livello mondiale prevede che, dopo il periodo di garanzia derivante dall’acquisto del pacchetto, la manutenzione venga erogata contrattualmente senza soluzione di continuità”, scrive Inps.

La critica di Anac è alzo zero: “A prescindere dalle politiche dei produttori di software, la sottoscrizione dei contratti dovrebbe essere effettuata in conformità alla legge italiana”. E cosa dice? Per il codice degli appalti la procedura negoziale senza gara è “una deroga al principio di concorrenzialità”, “pertanto, i casi in cui essa è prevista sono da ritenersi tassativi e da interpretarsi restrittivamente”. E allora: Inps non ha “svolto indagini di mercato finalizzate a verificare se vi fossero altri competitors oltre ai fornitori individuati”; e non è affatto vero che le procedure IT siano sempre state avallate da Agid, che anzi fin dal 2008 aveva avvertito Inps sui problemi di “investire in sistemi legacy”, cioè ereditati dal passato e di proprietà di grandi corporation, per “il rischio di lock-in tecnologico”, ovvero un sistema inefficiente ma da cui diventa sempre più difficile e costoso uscire.

Scrive Agid l’anno scorso a proposito di una nuova proroga (2017-2020) nel settore: “Investire in sistemi legacy significa dover acquisire da un unico fornitore (e/o dai suoi eventuali rivenditori) che si trova perciò in una palese condizione di forza nelle negoziazioni. (…) L’adozione di hardware legacy determina, inoltre, la necessità di acquistare dispositivi secondari, software o servizi professionali dal medesimo fornitore, creando i presupposti per il verificarsi di un lock-in tecnologico”. Inps, a parte le buone intenzioni, continua come se nulla fosse e “il tempo trascorso ha peggiorato la situazione di lock-in”. Il via libera, quindi, è concesso “in via eccezionale e solo per l’iniziativa in esame”.

L’Anac, nella sua delibera, cita anche l’appalto per i servizi di archiviazione dell’enorme mole di documenti Inps – di cui Il Fatto si occupa dal 2014 – che vale ad oggi una decina di milioni l’anno ed è affidato da quasi un trentennio alla Delta Uno di Pomezia (un’inchiesta dei pm di Roma non risulta aver avuto sviluppi). Nel frattempo l’Inps sta provando a rescindere il contratto il quale, scaduto a luglio 2017, risulta però “in esecuzione in regime di proroga”, sottolinea l’Anac.

Non un bel ritratto della vecchia gestione Inps, ma neanche di quella di Tito Boeri, che ha difeso il passato e lasciato che la macchina dell’Istituto (di cui poco si occupa) ne adottasse a volte le pratiche. Per paradosso oggi, tra i candidati a succedergli a presidente – scade a febbraio – c’è proprio Mauro Nori, l’ex dg da cui siamo partiti, uno che giusto un anno fa accusò l’economista della Bocconi di cattiva gestione (“servizi al tracollo”), “nepotismo e scarsa trasparenza”, molta mediaticità e poca sostanza.

15enne violentata in spiaggia a Jesolo. Si cerca l’aggressore

Doveva passare una tranquilla serata con gli amici, è stata violentata in spiaggia da uno sconosciuto. Una ragazza di 15 anni, in vacanza a Jesolo con la famiglia, ha subito una violenza mercoledì nella nota località turistica veneta. La vittima si trovava in uno dei tanti bar del centro: qui è stata avvicinata da un ragazzo, non è chiaro se conosciuto al momento. Lui l’ha convinta a seguirlo in spiaggia con la scusa di stare un po’ più in tranquillità, ma qui – come raccontato alle forze dell’ordine – la ragazza è stata costretta ad avere un rapporto sessuale. Sono stati gli amici, dopo averla ritrovata in lacrime a fine serata, a chiamare la polizia, che l’ha portata in ospedale per i soccorsi e ha avviato le indagini per chiarire l’accaduto e rintracciare l’aggressore, subito fuggito dopo la violenza. La Procura dei Minori ha aperto un fascicolo in base alla denuncia dei familiari della giovane. Anche l’anno scorso, sempre ad agosto, si era verificato un episodio simile, uno stupro in spiaggia ai danni di una turista avvenuto a Rimini in Emilia-Romagna.

“Il Pd sta coi potenti? Di sicuro ha perso la base”

“Le critiche dei delusi di sinistra sono legittime, ma non direi che il Partito democratico abbia una sudditanza nei confronti degli industriali”. Le critiche di Gad Lerner – che nei giorni scorsi aveva accusato sul Fatto il “suo” centrosinistra di avere un’ansia da legittimazione verso i gruppi imprenditoriali – non convince per niente Enrico Mentana. Non perché i Dem, dice il direttore del TgLa7, non abbiano diffusi rapporti con quelli che un tempo si chiamavano “poteri forti”, ma perché di lì a confondere “l’assemblea del Pd con quella di Confindustria ce ne passa”.

Direttore Mentana, esagerazioni a parte, non ci sono storture nel rapporto tra sinistra e industriali?

Io non credo che il problema sia il Pd che diventa il Partito degli affari. Il problema è se la sinistra mantiene i rapporti con gli imprenditori ma nel frattempo perde per strada operai, insegnanti e il ceto medio.

Ma questa non è stata una scelta precisa da parte della classe dirigente?

È ovvio che l’idea di modernità di Matteo Renzi si sposasse più con Confindustria che con Susanna Camusso, però non dimentichiamo che Renzi alle Europee del 2014 ha portato il Pd al 40 per cento: non mi sembra si possa dire che gli italiani volevano un Partito degli affari. Eppure il centrosinistra era lo stesso.

Qualcosa però da allora è cambiato: c’entra il fatto che il Pd sia stato percepito più vicino ai potenti che agli ultimi?

Se governi, o fai la Rivoluzione d’ottobre o devi avere rapporti con gli imprenditori. Oltretutto per vent’anni tutti i grandi gruppi che non amavano Berlusconi si sono rivolti al centrosinistra e si è cercata una legittimazione reciproca. Ma quando Alessandro Profumo e Corrado Passera sostenevano Romano Prodi alle primarie il tema non si poneva. Il problema, semmai, è che c’è stato un divorzio sentimentale tra il Pd e la sua base.

Cioè?

L’emblema di questa rottura è la riforma sulla Buona Scuola. Da sempre gli insegnanti erano il cuore dell’elettorato di centrosinistra, ma con la Buona Scuola Renzi è riuscito nel capolavoro di fare 150mila assunzioni scontentando allo stesso tempo i nuovi assunti –che venivano mandati lontano da casa – e tutti quelli che erano rimasti fuori dal programma. Se non dai loro una prospettiva, queste persone si rivolgono altrove. Ma perché li hai dimenticati, non certo perché hai rapporti con gli industriali.

Neppure nel caso delle privatizzazioni autostradali, realizzate dai governi di centrosinistra, vede quella sudditanza di cui parla Gad Lerner?

Ma no, non è un discorso di sudditanza. All’epoca delle privatizzazioni era esploso il nostro debito pubblico e ci trovammo a vendere i gioielli di casa anche su forti pressioni dell’Europa. A parte alcuni casi, come quello di Telecom, in cui si permise di comandare a imprenditori che avevano il 5 per cento della società, è col senno di poi che sappiamo che le privatizzazioni furono fatte male.

Compresa quella delle autostrade? Nei giorni dopo il crollo lei ha chiesto di evitare processi sommari ai Benetton.

Oggi nessuno, neanche con tutta la benevolenza del mondo, direbbe alla famiglia Benetton che può tenersi tranquillamente le concessioni come nulla fosse successo, ma all’epoca la privatizzazione delle autostrade non fu uno scandalo.

Pittella, Bubbico e i raccomandati con l’evidenziatore

Il verde e il rosa. Le tinte chiare di un protocollo collaudato per le raccomandazioni nei concorsi della sanità lucana. I candidati tracciati con un evidenziatore verde erano i protetti del governatore Pd della Basilicata Marcello Pittella. Quelli segnati da un evidenziatore rosa erano i nomi indicati da Filippo Bubbico, all’epoca parlamentare dem e viceministro dell’Interno, ruolo che ha ricoperto nei governi Letta, Renzi e Gentiloni. Verde e rosa. Due colori diversissimi. La commissione d’esame del concorso per otto posti di assistente amministrativo dell’Asl di Matera, presieduta dalla pittelliana doc Maria Benedetto, non poteva sbagliarsi. Verde, Pittella. Rosa, Bubbico. Alla “lista verde” del governatore, di cui abbiamo scritto a luglio, si affiancava una “lista rosa” dell’ex viceministro. Se ne è accorta la Guardia di Finanza sequestrando le carte di un altro concorso per tre posti di coadiutore amministrativo. “La polizia giudiziaria annotava che i vincitori erano fra quelli evidenziati con i colori rosa (Fasanella Carmen e Matteo Graziano) e verde (Lettieri Miriam) nell’elenco in sequestro e che il nominativo di un candidato, tale Mazzoccoli Francesco (evidenziato in rosa nel citato elenco) era lo stesso soggetto citato in una conversazione intercorsa il 25/5/2017 tra il Quinto (potentissimo manager dell’Asl di Matera e uomo di fiducia di Pittella, ndr) e Rizzi Raffaele, factotum del senatore Bubbico e relativa ai concorrenti del concorso a otto posti di assistente di cui si è detto sopra”. Lo si legge a pagina 35 delle motivazioni con le quali i magistrati del Riesame di Potenza – presidente Aldo Gubitosi, giudici Antonello Amodeo e Maria Stante – hanno confermato gli arresti domiciliari per Pittella. Il governatore dal 6 luglio è costretto nella sua villa di Lauria (Potenza) con accuse di concorso in abuso d’ufficio e falso per la sistematica manipolazione a “fini elettorali e di consenso politico” di alcuni concorsi pubblici dell’azienda sanitaria materana. Bubbico non risulta indagato e la Procura di Matera non gli attribuisce ruoli nel team che ideò e concretamente realizzò la presunta spartizione clientelare delle assunzioni, della quale – secondo l’accusa – Pittella era il “dominus”. Per effetto della legge Severino, Pittella è sospeso dalla carica ma non si è dimesso. In Basilicata si torna alle urne a novembre e questa secondo i magistrati è una circostanza tra quelle che suggeriscono di mantenere in vigore l’ordinanza di custodia cautelare. I giudici del Riesame infatti ricordano l’anomala proroga dei manager della sanità, effettuata attraverso lo strumento illegittimo della nomina a commissario in assenza dei presupposti. “Le scelte politiche riguardanti gli assetti dirigenziali della sanità appaiono, a parere del Collegio, fortemente influenzate da interessi personali e dalla esigenza di assicurare 1’operativa di bacini elettorali, probabilmente in vista delle elezioni amministrative previste per il novembre 2018”. Alle quali Pittella, come sottolineò il Gip Angela Rosa Nettis per rafforzare le ragioni dell’arresto, intendeva ricandidarsi. Per il Riesame deve rimanere ai domiciliari perché da governatore ha “coagulato intorno a sé un’aura di potere” soltanto “parzialmente scalfita dal suo allontanamento dal vertice della Regione”, “mercificando le sue funzioni” all’interno di “un quadro sociale degradato in modo incisivo” dove “sono emersi interessi distorti di ampi settori della vita pubblica, dalla politica alla Chiesa, per i quali la prassi della raccomandazione sembra avere assunto il crisma della legalità”.

I difensori di Pittella, gli avvocati Donatello Cimadomo ed Emilio Nicola Buccico, faranno ricorso in Cassazione. A loro parere dalle motivazioni del Riesame “emerge un quadro indiziario lacunoso, privo di elementi di novità rispetto all’ordinanza cautelare. Le argomentazioni restano meramente congetturali”.

Il leader leghista denunciato: “Istiga all’odio razziale”

Un gruppodi cittadini di Treviso ha denunciato in Procura Matteo Salvini. Il motivo? Istigazione all’odio razziale, reato previsto dalla Legge Mancino. La decisione è arrivata dopo gli ultimi giorni di crisi a bordo della Nave Diciotti, su cui ancora pende la decisione del ministro dell’Interno di non far sbarcare i migranti nel porto di Catania. Ma le responsabilità del ministro, secondo i firmatari, partono da ancor più lontano e fanno riferimento ad alcune dichiarazioni rilasciate nelle settimane scorse: “Abbiamo denunciato Matteo Salvini per istigazione all’odio razziale con l’aggravante di averlo fatto ‘violando i doveri inerenti alla pubblica funzione di Ministro della Repubblica”, ha scritto su Facebook Luigi Calesso, uno dei cittadini che ha sporto denuncia. Il gruppo di cittadini ha citato, tra le altre, le affermazione di Salvini in cui si diceva che “gli immigrati che campeggiano qui a pranzo e cena sono evidentemente troppi” e che per “i clandestini è finita la pacchia”. Parole, dicono i firmatari della denuncia, che rischiano di diffondere la convinzione che la condizione di immigrato costituisca un privilegio mascherato da motivo umanitario”