Tolta la scorta a Ultimo, “il Viminale chiarisca”

Dal 3 settembre Sergio De Caprio, il “capitano Ultimo” dei carabinieri che nel 1993 arrestò Totò Riina, non avrà più la scorta. La decisione è stata presa il 31 luglio su proposta della prefettura competente. Ed è stata ufficialmente comunicata con queste parole: “Per opportuna notizia e per gli adempimenti di competenza, si informa che, in adesione alla proposta formulata in esito alla riunione di coordinamento delle forze di polizia, tenutasi il 31 scorso luglio, l’ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza Personale ha disposto la revoca della misura di tutela su auto non protetta (quarto livello di rischio) già svolta a protezione del colonnello Sergio De Caprio”. E quindi si invita a “disporre la dismissione del predetto servizio tutorio con decorrenza dal 3 settembre, dando assicurazione a questo ufficio in ordine alla effettiva cessazione del servizio”.

Sull’argomento è intervenuta Rita Dalla Chiesa, figlia del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, ucciso dalla mafia nel 1982, che chiede l’intervento del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

“In questo foglio – scrive Rita Dalla Chiesa sul suo profilo Facebook – c’è scritto che, dal 3 settembre, verrà tolta la scorta al Capitano Ultimo. A colui che arrestò Totò Riina. Il 3 settembre venne anche ucciso mio padre. Ministro Matteo Salvini lei sa di questa aberrante decisione? La scorta a Saviano sì, e a Capitano Ultimo no?”.

Chiede l’intervento di Salvini anche Giorgio Mulè, deputato e portavoce dei gruppi di Forza Italia alla Camera e al Senato: “Caro Matteo Salvini – scrive Mulè su twitter – siccome la mafia non uccide solo d’estate e se ti condanna a morte la sentenza non viene mai annullata, usa la santa cortesia di provvedere subito alla sicurezza di Ultimo. Revocare la protezione a chi arrestò Riina è da vigliacchi”.

Dello stesso parere la deputata di Forza Italia Deborah Bergamini: “Se fosse vero – scrive su twitter – che fra pochi giorni tolgono la scorta al Capitano Ultimo – mentre continuano a concederla a Saviano – vorrebbe dire che viviamo in uno Stato che non sa essere Stato. Matteo Salvini può evitare questa ingiustizia”.

Il colonnello De Caprio è stato fino al 2016 il vice comandante del Nucleo ecologico dei carabinieri, il reparto dell’Arma che ha indagato su Cpl e su Consip con la squadra agli ordini del capitano Scafarto, poi indagato per presunte falsificazioni di una informativa.

Stranieri dai Balcani a Trieste, Fedriga annuncia sgomberi

Ha annunciato “sgomberi immediati” dei profughi accampati nelle vie di Trieste il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga. Non solo. Vuole una stretta dei confini con la Slovenia. Il governatore della Lega tenta di bloccare l’arrivo di migranti che da qualche settimana hanno ripreso in massa la via balcanica per raggiungere l’Europa. “Sono richiedenti asilo, quindi in attesa dello status di rifugiato, mentre solo una piccola parte è già titolare del permesso di soggiorno o è appena arrivata”, aveva affermato in mattinata il vicesindaco di Trieste Paolo Polidori chiedendo l’intervento della prefettura. “Le autorità preposte provvederanno ad allontanare da Trieste tutti i migranti irregolari”, dichiara Fedriga che metterà a disposizione il corpo forestale del Fvg (e forse anche la Protezione civile) per il supporto ai controlli lungo il confine. Infine annuncia che “80 persone verranno immediatamente allontanate”. Lo smentisce l’International Consortium of Solidariety, secondo cui si tratta “in larga parte con trasferimenti in altre località, che avvengono ogni settimana in via ordinaria, senza clamore” e che “non sono affatto merito della regione Fvg”.

Il tweet di Micciché contro il ministro: “Sei solo uno str…”

“Non sei razzista: sei solo stronzo”. Termina così un tweet il presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gianfranco Micciché sul tema della Diciotti: “Salvini, non agisci così perché intollerante o razzista. Perché nel lasciare 150 persone per tre giorni in balìa di malattie e stenti su una nave non c’entra niente la razza o la diversità, c’entra l’essere disumani, sadici. E per cosa poi, per prendere 100 voti in più?”.

Ieri Micchiché, dopo l’ispezione della nave con la commissione regionale sanità, è tornato a contestare il capo del Viminale: “Salvini è uno che secondo me è un buon politico. Oggi sta sbagliando, sta esagerando anzi – ha spiegato –. Se sta esagerando perché sta commettendo un errore senza rendersene conto spero che se ne renda conto, se invece lo sta facendo in mala fede allora è stronzo…”. “Io spesso sbaglio anche e ho bisogno di essere corretto, ma il presidente del Consiglio regionale siciliano è normale che trovi il tempo per dare dello stronzo al ministro dell’Interno? – replica Salvini a Zapping su Radio 1 Rai – Con tutti i problemi che hanno in Sicilia”.

Conte e i 5 Stelle, gli altri ostaggi del leghista

Lo strappo non ci sarà. Non sui migranti, almeno. E pazienza se la partita, tutta interna al governo gialloverde, si gioca sulla pelle dei centocinquanta ormeggiati nel porto di Catania: il premier Giuseppe Conte, d’intesa con il suo vice Luigi Di Maio, ha deciso che non alzerà la palla a Matteo Salvini. Solo il presidente del Consiglio potrebbe ordinare al prefetto siciliano di dare il via alle procedure per lo sbarco, scavalcando così il Viminale che da giorni si ostina a non avviare la macchina per l’identificazione dei profughi a bordo della nave Diciotti. Ma Conte non lo farà: né Palazzo Chigi né i Cinque Stelle possono permettersi di contrapporsi alla – “popolarissima”, dicono – campagna del ministro dell’Interno. Ci hanno pensato, nei giorni scorsi. Ma, ottenuta la discesa a terra dei minori, hanno deciso che era meglio sacrificare la faccia (e, dirà la magistratura, anche il diritto) pur di non finire asfaltati dalla ruspa del loro alleato.

Troppi segnali, se mai avessero avuto dubbi, li hanno convinti che il bilancio degli elettori persi e guadagnati pendeva decisamente a favore dei primi. Dai commenti social fino alle impressioni che Conte e Di Maio hanno raccolto nelle ultime ore, trascorse alle commemorazioni dei terremotati: ovunque, raccontano, hanno trovato sostenitori della linea del Viminale.

Così, si sono allineati. E i dubbi, i tentativi di mediazione, gli appigli normativi sono stati messi a tacere dal calcolo costi/benefici e riconvertiti nella formula del “governo compatto”. “Deve andarsi a schiantare da solo”, è il senso del ragionamento che hanno fatto a palazzo Chigi, convinti che – in un modo o nell’altro – sarà lo stesso Salvini a dover affrontare il caso Diciotti, al massimo entro lunedì (ieri, è stata interpretata come una prima crepa – per quanto piuttosto campata per aria – l’ipotesi ventilata dal ministro di identificare i migranti a bordo “per individuare profughi veri”).

Eppure, al di là della propaganda sul “governo compatto”, quello che si è consumato sulla nave ormeggiata a Catania, è uno scontro destinato a lasciare traccia nei rapporti tra i gialloverdi. I Cinque Stelle ammettono senza troppi giri di parole che l’affanno è certificato. E mai come adesso l’ipotesi di un sorpasso della Lega sul Movimento alle Europee della prossima primavera è vista come un rischio che si sta seriamente correndo.

Di Maio e i suoi sono alla ricerca ossessiva di un argomento, un tema, che riequilibri i rapporti di forza tra i due alleati: non sarà facile però trovarne uno che superi indenne la sessione di bilancio che sta per cominciare.

Forse, ragionano, bisognerà fare leva sulle differenze di vedute tra i leghisti che sono emerse sul caso Autostrade. Se Salvini sul tema del rapporto con i privati ha nicchiato, far passare Giorgetti & C. per il partito delle lobby è la carta matta da giocarsi se mai ci si dovesse ritrovare con le spalle al muro.

Kothmeir, arti marziali e like bipartisan: “Sta parando i colpi, nessuno meglio di lui”

C’è il like alle vignette di Mauro Biani per il manifesto sulla nave Diciotti. Ma c’è anche il like al faccione di Matteo Salvini che il primo giugno su Facebook scriveva: “Si parte!!! Vi voglio bene”. E quando il giorno dopo il ministro dell’Interno annunciava “difesa dei confini e rimpatri, riprendiamoci il nostro Paese”, il comandante della Diciotti approvava con il pollice all’insù. Un “mi piace” che arrivava direttamente dalla frontiera sul Mediterraneo.

Massimo Kothmeir, il comandante della nave ferma a Catania con 150 migranti a bordo, sui social sembra seguire più l’istinto che una appartenenza politica. Quando nel 2013 Laura Boldrini andava in Sicilia per ricordare Giovanni Falcone, lui non le faceva mancare il sostegno. Ma ha una passione che probabilmente lo descrive, le arti marziali. È istruttore di Krav Maga – tecnica di autodifesa dell’esercito israeliano – per un centro della sua città, Genova. Roba tosta, da corpi speciali. Marco Morabito è stato il suo maestro e ci tiene a descrivere l’amico e allievo come una persona perbene: “È con noi da diversi anni – racconta al Fatto quotidiano – è una persona amabile, squisita, molto rispettosa e molto formale. Siamo apolitici, facciamo corsi di difesa personale sia civili sia militari, dando una mano agli addetti ai lavori”. Su quello che sta avvenendo a Catania Morabito non ha dubbi: “Massimo si trova ora in una posizione obbligata, sta cercando di parare i colpi, per me una cosa più mediatica, l’Italia è un po’ nel mirino ora. E a mio avviso non ci potrebbe essere ufficiale migliore di lui su quella nave. Abbiamo insegnato parecchio, abbiamo tante persone della Guardia costiera, sono militari e sono sempre molto a modo”.

L’unica intervista di Kothmeir apparsa fino a ieri è però curiosa. Pubblicata su La Verità, è firmata da Adriano Scianca, che, oltre ad essere giornalista del quotidiano, è responsabile nazionale cultura per CasaPound e direttore dell’house organ Il Primato nazionale. E proprio il movimento di estrema destra aveva duramente attaccato il comandante della Diciotti, al centro di una campagna di linciaggio sui social. Nell’intervista l’ufficiale sostanzialmente spiegava che la situazione a bordo era assolutamente tranquilla, senza nessuna emergenza umanitaria o sanitaria. Una situazione che però contrasta con la ricostruzione comunicata ieri dal Garante nazionale per i detenuti nell’informativa inviata alle Procure.

La vicenda: soccorsi il 16 agosto

Il salvataggio è avvenuto nelle acque tra Italia e Malta la notte tra il 15 e il 16 agosto. Furono salvate 190 persone, quasi tutte provenienti dal Corno d’Africa. La Guardia costiera maltese non era intervenuta.

Lo sbarco a Catania. Le prime 13 persone, bambini compresi, sono state evacuate a Lampedusa. Mercoledì dopo giorni di attesa l’attracco a Catania senza autorizzazione allo sbarco, giovedì lo sbarco dei 29 minori.

La Procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta con l’ipotesi di sequestro di persona dopo l’intervento del Garante dei detenuti.

Vertice flop, ora lo scontro con l’Ue si sposta sui conti

Mai così isolati. Per la prima volta da quando esiste tutto il governo Conte è compatto contro l’Unione europea: dopo il fallimento del vertice sulla condivisione dei migranti fermi sulla nave Diciotti, perfino il premier Giuseppe Conte usa toni ostili. La riunione convocata dalla Commissione europea doveva essere il primo passo concreto della strategia avviata al Consiglio europeo di fine giugno, invece hanno partecipato i negoziatori soltanto di 12 Paesi su 27 e, come spiega Conte in una nota, “da parte di alcuni Stati è stato proposto un passo indietro, suggerendo una sorta di regolamento di Dublino ‘mascherato’, che avrebbe individuato l’Italia come Paese di approdo sicuro, con disponibilità degli altri Stati a partecipare alla redistribuzione dei soli aventi diritto all’asilo”. Tutti gli altri, la grande maggioranza, resterebbero un problema italiano.

“Non accetteremo più i migranti illegali dalle barche in partenza dal Nord Africa”, dice un sottosegretario del governo belga, Theo Francken. Gli altri governi tacciono, ma è un silenzio eloquente. La condivisione promessa di 200 persone arrivate in Italia a metà luglio su un barcone libico non è mai partita, solo la Francia ha accolto 47 persone. E non è stato l’inizio di una nuova fase, ma l’eccezione alla regola che va bene a tutti gli altri Paesi Ue: i migranti che attraversano il Mediterraneo sono un problema italiano, non europeo. Con buona pace delle conclusioni del Consiglio europeo del 27 giugno che, grazie al lavoro diplomatico del ministro degli Esteri Enzo Moavero, dicono il contrario.

Le ripercussioni di questo caso rischiano di andare ben oltre il dossier migratorio. Alla vigilia del vertice fallimentare di ieri, il vicepremier Luigi Di Maio ha minacciato di bloccare i contributi dell’Italia al bilancio comunitario: senza sviluppi sul caso Diciotti “io e tutto il M5S non saremo disposti a dare più 20 miliardi di euro all’Ue ogni anno”. In realtà, come riporta il sito della Commissione, l’Italia versa al bilancio Ue 14 miliardi all’anno e ne riceve indietro, tra fondi strutturali e contributi vari, 11,6. E come è costretto a ricordare i suoi colleghi di governo Moavero, “Pagare i contributi all’Unione europea è un dovere legale dei membri. Ci confronteremo su questo e altre questioni”.

Di Maio però insiste: “L’Italia deve prendersi in maniera unilaterale una riparazione, siamo pronti a tagliare i fondi che diamo all’Ue”. Sul caso migranti le colpe sono dei singoli governi, non della Commissione europea che è priva del potere di costringere gli Stati membri ad accogliere migranti che non vogliono. Il presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, e quello del Consiglio Donald Tusk, hanno sostenuto le richieste dell’Italia. Ma invece di prendersela con Francia, Germania o con i Paesi dell’Est (Ungheria in testa) contrari all’accoglienza, il governo Conte, Di Maio e il ministro dell’Interno Matteo Salvini attaccano la Commissione e l’Ue. Perché il terreno di scontro si sta già trasferendo sulla legge di Bilancio, sulla quale il negoziato con Bruxelles parte in settembre.

Il sottosegretario a palazzo Chigi, Giancarlo Giorgetti, considerato dai mercati il più affidabile nel governo, ha già ventilato l’ipotesi di spingere il deficit previsto per il 2019 dallo 0,8 per cento fino oltre il 3 per cento. La rottura totale sui migranti rende ancora più fosche le previsioni sulle prospettive dell’Italia. Da lunedì, alla riapertura dei mercati, si vedranno gli effetti sullo spread e sul debito pubblico.

Diciotti, oggi il pm a Roma. Salvini: “L’ordine era mio”

Il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio non ha fatto in tempo ad atterrare a Roma ieri sera. Poco dopo l’annuncio della sua missione nella capitale per interrogare i funzionari del Viminale e della Guardia costiera, Matteo Salvini ha offerto una diretta assunzione di responsabilità. Fattuale e non più solo politica: “L’ordine di non autorizzare lo sbarco l’ho dato io. Non lascerò soli i funzionari, scaricando la responsabilità”, ha dichiarato ieri sera il ministro dell’Interno.

Al centro del fascicolo del magistrato c’è quel protocollo operativo del 2015 siglato SOP 009/15 – come anticipato dal Fatto quotidiano – che stabilisce la procedura da seguire per l’assegnazione del porto di sbarco nei casi di operazioni di salvataggio di migranti in mare. Da qui è partita l’inchiesta condotta dal procuratore di Agrigento, arrivato a Roma per ascoltare i funzionari del Viminale e gli ufficiali della Guardia costiera responsabili della gestione della nave Diciotti fin dal momento del salvataggio dei 190 migranti. L’ipotesi di reato è pesante, il sequestro di persona e l’arresto arbitrario. In quel protocollo, elaborato dal Comando generale delle Capitanerie di Porto, ora finito nel fascicolo della Procura di Agrigento, viene indicato in modo inequivocabile il ruolo del Viminale nell’indicazione del Pos (Place of Safety), ovvero il porto sicuro per lo sbarco. È qui che si arriva ripercorrendo a ritroso la linea di comando.

Il cuore operativo del sistema è al Polo Tuscolano della polizia a Roma, nella sala Iavarone. Si chiama “Centro nazionale di coordinamento”, è attivo 24 ore su 24 e al tavolo della sala situazioni interforze siedono la Polizia di stato che ha il ruolo di coordinamento, Carabinieri, Guardia di finanza e il centro della Guardia costiera che si occupa delle operazioni in mare, il Mrcc. Nel caso Diciotti, però, il ruolo chiave lo ha avuto il Dipartimento delle libertà civili presso il Viminale: è questo il dicastero che, secondo il protocollo, deve indicare in quale porto sbarcare. E lo deve fare con tempestività, come prevedono le norme internazionali.

Il punto di partenza dell’inchiesta del procuratore Luigi Patronaggio è stato quel primo atto istruttorio svolto a Catania, con l’ispezione della nave Diciotti. La successiva delega alla Guardia costiera di Porto Empedocle ha permesso poi agli inquirenti di ricostruire la procedura. Prevede che le navi militari con a bordo migranti soccorsi in mare si rivolgano al centro della Guardia costiera (Mrcc) e questo richieda al Viminale il porto di sbarco (Pos). Così è avvenuto ma l’indicazione non è arrivata. E ieri sera la Guardia costiera ha reso noto che nave Diciotti è tornata a chiedere l’autorizzazione a sbarcare i migranti perché minacciano lo sciopero della fame e si dicono pronti a esporre un certello con scritto “Help us”, “aiutateci”, nel porto di Catania dove si susseguono da giorni manifestazioni di protesta e solidarietà mentre la nave è circondata dalle forze di polizia.

L’inchiesta dovrà ricostruire quello che è avvenuto a monte, ovvero chi, ai massimi livelli, ha impartito quell’ordine di non indicare il porto di sbarco. Gli ufficiali della Guardia costiera potevano agire autonomamente nonostante il protocollo, che peraltro si richiama alle convenzioni internazionali e al principio della tempestività? Risposte che i magistrati cercheranno nei due ministeri protagonisti, l’Interno e le Infrastrutture e trasporti.

Nel fascicolo di Agrigento si è aggiunta una dettagliata informativa del Garante nazionale dei detenuti. L’ufficio diretto da Mauro Palma ha messo nero su bianco tutti gli elementi raccolti: i migranti sono “privati della libertà personale” senza un provvedimento giudiziario perché non è consentito loro scendere dalla nave, hanno ricevuto “notizie generiche” sul loro status, sono sottoposti ad un “dispositivo di vigilanza interna alla nave composto da squadre di quattro membri dell’equipaggio, di cui uno armato”, non hanno più i cellulari ritirati dal personale di bordo. Critiche sono risultate le condizioni “materiali degli ambienti che ospitano i migranti” che per il Garante potrebbero configurare un “trattamento inumano e degradante” vietato dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Calenda Granturismo

Inabissato da tre mesi nei fondali della politica dopo la felice mossa di entrare nel Pd mentre tutti fuggivano e dalla successiva minaccia di uscirne pure lui, Carlo Calenda rimette fuori il capino, annusa l’aria che tira, capisce che è il suo momento e si dice fra sè e sè: “Ora o mai più”. I congiunti tentano di dissuaderlo: “Carlo, lascia perdere la politica, per noi ricchi non è proprio aria, ricordati Montezemolo, Monti, Passera, Pisapia…. Hai presente la bella pompa di benzina che vendono a duecento metri da casa? Ecco, comprala, è un’attività ben avviata, a 45 anni è ora che ti faccia una posizione”. Ma lui niente: i ponti crollano, le autostrade fanno più morti dell’Isis, i Benetton incassano al casello e festeggiano a Cortina, l’Europa per combattere i populisti alla Salvini lavora per loro, presto -se tutto va bene – avremo una tempesta finanziaria, ma il governo guadagna consensi e l’opposizione fischi e pernacchie pure ai funerali (altrui). E tutto questo perché? Perché agli italiani manca tanto Calenda. Il quale, per colmare il vuoto politico-sentimentale, medita due iniziative clamorose: un “libro-manifesto” dal titolo avventuroso “Orizzonti selvaggi” (come se Bruno Vespa scrivesse “I diari della motocicletta”) e un “tour nell’Italia populista” (come se Vespa organizzasse un Camel Trophy). La prima la rivela lui a Repubblica, la seconda la tiene segreta, infatti la fa uscire sul Foglio. Dove si apprende pure che “il Cav. lo incoraggia”: e sono soddisfazioni.

Chi sta già prenotando il libro su Amazon o cercando i biglietti della tournée su Ticketone si dia una calmata: “Per ora -dice il Foglio- è un’ipotesi”, però “già esposta ai compagni di partito, o meglio compagni di fronte”. Poi Calenda passerà a esporla ai compagni di profilo e di nuca. E “anche – chissà – a quelli futuri, che oggi stanno in Forza Italia, ma alle Europee potrebbero ritrovarsi dallo stesso lato – quello antisovranista – della barricata”. Quindi, se tutto va bene, ci saranno anche i compagni forzisti, per un’“alleanza antisfascista” che deve “aprirsi subito alla società civile”. Roba forte. “L’idea è quella di lanciarsi definitivamente alla guida del ‘fronte repubblicano’ inaugurando una campagna itinerante a metà settembre”. Un tempo c’erano Castrocaro, il Festivalbar, il Cantagiro, il Giromike: ora c’è il Calenda Tour. L’ultimo peripatetico che ci provò con la politica itinerante, Renzi sul treno, collezionò tanti fischi e vaffa da non riaversene più. Ma Calenda punta tutto sul mimetismo: da quando hanno smesso di invitarlo nei talk show perché non saprebbero cosa chiedergli, nessuno sa più chi sia.

L’assenza di didascalia sulla pancia lo avvantaggia: diversamente da Renzi, ha buone probabilità di non essere riconosciuto. Se sbarcasse a Gioia Tauro, atterrasse a Orio al Serio, irrompesse nella piazza di Nepi e concionasse come Brian di Nazareth su un panchetto, a nessuno verrebbe il prurito alle mani che ci coglie quando vediamo Renzi in tv o sul set, la Boschi e Orfini in lista, Martina e Pinotti a un funerale. Lo guarderebbero tutti con curiosità, col sospetto di averlo già visto da qualche parte senza ricordare dove. Se poi sentissero del Fronte Repubblicano, si batterebbero una mano sulla fronte: “Ah ecco, questo dev’essere il pronipote di La Malfa. O il figlio di Spadolini: con quella panza…”. Ma non riuscirebbero a spiegarsi la ragione sociale del nuovo partito: “Vuoi vedere che ce l’ha con Emanuele Filiberto?”. E poi, diciamolo, questo manager prestato alla politica nella speranza che non lo restituisse, ha le idee chiare: il Pd – rivela ficcante a Repubblica – “deve ripartire da un progetto ideale solido e organico per i progressisti e dalle persone”. Solido e organico come i rifiuti della differenziata: niente umido. E coinvolgendo “le persone”: per animali, vegetali e minerali non c’è speranza. Certo, ci sono stati “errori”, ma “abbiamo governato bene”, anche se purtroppo la gente non se n’è accorta. Il guaio è che “abbiamo dato la sensazione di stare dalla parte dei vincenti, alienandoci un pezzo di Paese” (quello dei perdenti, che purtroppo sono la maggioranza).

Lui, per dire, stava alla Ferrari, poi a Confindustria, poi a Italia Futura con Montezemolo, poi con Monti, poi con Renzi, poi con Gentiloni, ha fatto una gara per l’Ilva che l’Avvocatura dello Stato giudica “illegittima ma valida” (ossimoro migliore dell’“obbligo flessibile” sui vaccini): chissà come sarà venuta, agli italiani, la strana “sensazione” di un Pd dalla parte dei vincenti. Boh, saranno le solite fake news di Putin. Lui, per dissipare la sensazione, parla con Paolo Romani (che “l’ha incontrato col beneplacito di Berlusconi”) e si appella agli “elettori moderati”, per “andare oltre il Pd”: cioè in FI. Nell’attesa, ha pronta la “nuova classe dirigente”: “Giovannini che tira le fila del mondo della sostenibilità” (qualunque cosa voglia dire), “Ermete Realacci” (così nuovo che sta in Parlamento da 17 anni), “il sindacalista Bentivogli, il sociologo Allievi”e soprattutto “Mauro Magatti a proposito di economia sociale”. Novità per novità, lancia anche un “governo-ombra”, da un’idea di Achille Occhetto del 1989 (c’era ancora il Pci e c’era già Realacci). La “società civile” ne sarà entusiasta. Basta tendere l’orecchio per strada o nei bar e sentire i vocii della gente: “Ehi Gino, sai mica che fine ha fatto Realacci?”. “Non parlarmene, Pippo, non ci dormo la notte. Ma ora il Calenda fa il governo-ombra con lui, Magatti, Allievi, Bentivogli e quello là, come si chiama, quello che tira le fila del mondo della sostenibilità…”. “Ma chi, Giovannini?”. “Proprio lui, ce l’avevo sulla punta della lingua”. “Ah meno male, mi hai levato un peso, ora mi sento già meglio… Gino, levami un’ultima curiosità: ma ‘sto Calenda chi cazzo è?”.

Ecco i grandi classici della Grecia riscritti dalla parte delle donne

Cosa sarebbe successo se l’Iliade fosse stata scritta da una donna? Sarebbe cambiata la narrazione del potere e della guerra? Corre, corre via il tempo, eppure ancora oggi, duemilacinquecento anni dopo la prima rappresentazioni, fra le politiche estremiste e le istituzioni democratiche sotto minaccia, le tragedie della Grecia antica sono dannatamente attuali.

Non può essere un caso. Negli ultimi anni si sono susseguiti un numero crescente di nuovi adattamenti dei grandi testi in greco antico e diversi romanzieri, attratti dall’ispirazione universale e quegli eroi senza tempo, si sono messi alla prova, spaziando dai temi politici a quelli dell’identità sessuale.

È giunto il tempo di aggiornare i classici della letteratura? Un vero e proprio paradosso che la narrativa made in Usa sta affrontando a viso aperto.

The Silence of the Girls di Pat Barker è una revisione femminista dell’Iliade. L’autrice che ha vinto il Booker Prize nel 1995, ripercorre le fasi finali della guerra di Troia dalla prospettiva di Briseide, la sacerdotessa troiana di Apollo data ad Achille come premio per la vittoria. Briseide appare solo due volte nell’Iliade di Omero: nel libro 1, quando Achille la consegna ad Agamennone per poi rifiutarsi di combattere i Troiani e poi nel libro 19, nel suo lamento doloroso per la morte di Patroclo. In The Silence of the Girls invece è la voce narrante principale, testimone chiave dell’azione fuori dal campo di battaglia, attraverso cui prendono voce i sentimenti delle numerose ragazze catturate e date in premio alle truppe e ai comandanti achei, scambiandosi pettegolezzi sulle inclinazioni sessuali dei loro padroni. Attraverso i loro occhi l’accampamento greco è un “campo per stupri”. L’Achille di Omero piangeva la perdita di Briseide, invece Barker elimina ogni traccia d’emotività tra padrone e schiava, il suo eroe è “brutalizzato dalla guerra, mutilato nella mente”, al punto che “non è l’amore, ma l’umiliazione pubblica e l’orgoglio ferito per aver ceduto Briseide ad Agamennone che lo spingono a rifiutare di combattere”. Egoismo duro e puro. La guerra è amara, assurda e Briseide sa d’essere solo una merce, “un trofeo da esibire, in modo che altri uomini ti invidiano”.

Anche Margaret Atwood ha accettato la sfida dell’antica Grecia con The Penelopiad rielaborando il ritorno a casa di Odisseo mentre in Country di Michael Hughes, l’Iliade viene trasposta in Irlanda del Nord durante la fragile tregua del 1996. Gli Achei diventano le fazioni litigiose dell’IRA, dirette da Achille, “il miglior cecchino che l’IRA abbia mai visto” e i troiani sono i soldati britannici, pateticamente barricati dietro recinti di filo spinato. Hughes usa questo contesto per affrontare i limiti, la popolazione civile si è stancata dell’incombenza della morte ma la violenza è diventata uno stile di vita vero e proprio, difficile da metter via. Hughes racconta il mondo maschile dei campi di battaglia, puzzolente e pieno di testosterone, sangue e merda, in cui le donne non sono altro che fugaci apparizioni. Qui Briseide non parla affatto e Anna (alias Andromaca) è solo la miserabile moglie di un ufficiale al fronte, un’ombra sullo sfondo in un mondo macho.

Infine, il romanzo d’esordio di Daisy Johnson, Everything Under, in lizza per il Man Booker Prize 2018, è una affascinante revisione dell’Edipo Re di Sofocle. Un libro ambizioso che solleva domande sull’identità sessuale, l’incrocio fra destino e libero arbitrio. Everything Under è ambientato nell’Oxfordshire, tutto è dissoluzione e trasformazione. Gretel, la narratrice, è una giovane donna che analizza le parole, lo slittamento nel loro significato comprendendo infine che il passato è fuggito ed “è meglio dimenticare”. La sua storia si incrocia con Marcus, un giovane uomo che nel mondo onirico di Johnson, oscilla e diventa Margot, in una fluidità sessuale che vuole ridefinire la realtà e rimuovere i confini. Everything Under corre verso il finale tragico ed epico a tutti noto come un fiume verso il mare ma, sul campo, resta una domanda: com’è possibile che ancora oggi i classici greci ci ispirino? Evidentemente questi testi, risalenti a secoli or sono, hanno fatto tesoro dell’esperienza umana, dimostrando di aver colto la nostra indole.

Tragedie immuni allo scorrere del tempo da cui questi tre autori contemporanei hanno tratto spunto per capovolgere il fronte o aggiornare lo stato dell’arte. In fondo il potere delle storie è proprio questo, la capacità di riunirci attorno a un fuoco, in ascolto.