Latina è una città aperta? Sì, ma alle cacche dei cani

Ha visto da poco la luce sul web un nuova bellissima rivista settimanale – creazione pare della fervida mente di Piermario De Domincis – intitolata Latina città aperta.

“Latina città aperta?” ha detto l’altro giorno il mio barbiere – di cui per privacy non cito il nome – di Corso Matteotti: “Ma agh vorìa propio le patulie de soldà todesche pronte, un due tre!, a sparar a ràfica a la schina a tuti i maladeti e maladete che i porta a spasso par la strada i can da leco e da pajaro, tuti can che caga a rotta de còlo par ogni marsapié, senza che quei fiòi de can de paroni, ch’agh vegna un càncher, ghe salti par la testa de tirar su la merda e portàrsela a cà. No, tuti par la strada i la lassa, a farla pestar a quei che ghe vien drìo”.

“Sììì!” facevano tutti quanti, dentro la bottega: “Fusilasion a la schina agh vole, fusilasion! Se no che casso d’educasione xèa?”

“Ma no solo par lori!” insisteva però il barbiere; guai a dargli ragione infatti, non gli basta mai e subito ogni volta ti riscavalca all’istante sia a destra che a sinistra: “Fusilasion pure pei vìsili, che i vìsila stocasso e no i vìsila mai le merde”.

“Sììì! Ma anca pei polìtisi de destra e de sinistra”, hanno ribattuto gli avventori, “compresi i sìvici che i comanda adesso: leggalità, leggalità, e nisun de lori che pesta mai ’na merda? Solo che mi, agò da pestarle tute? Fusilasion anca par lori!”

“Porca putana” s’è sbiancato il barbiere: “Adesso mi che casso diso? Agò da starme zito? Ma gnanca s’al moro, Mariavèrzine!”

Ci ha pensato sopra, ha tirato un respirone e poi è esploso: “No me basta, orcocan! Fusilasion par tuti ndistamente i latinesi, parché un pòpolo che’al subìsse sensa ribelarse, da star int la merda de can par la strà, xè un pòpolo che no mèrita da vìvare, in una città che sarìa tanto bèa, sensa de lu. Fusilasion par tuti appena che i nàsse, in stacasso de sità!”

“E vafanculo và!” sono insorti allora gli altri, affollandosi all’uscita: “Con ti no se pol parlar! At vol senpre aver razon, va in malora”.

Ma come hanno messo il naso fuori – sul marciapiede di Corso Matteotti – non sono finiti tutti quanti su una merda da un quintale lasciata nel frattempo dal minuscolo chihuahua di una signora tutta ingioiellata, davanti alla porta del negozio?

È un miracolo della fisica – uno dei misteri più impenetrabili del cosmo, peggio ancora dei buchi neri e l’iperspazio – quanta merda riesca a contenere e poi espellere un chihuahua maledetto. Più piccoli sono e più merda fanno: “Gnanca un liofante, ciò” ha detto il barbiere.

Ma l’altro mistero più grosso, è il gesto di noncuranza e l’assoluta indifferenza con cui le padrone femmine altere e i miseri miseri miseri padroni maschi – ch’agh vegna la pelagra – la guardano, scavalcano, e tirano avanti tranquillamente.

Sindaco Coletta! Legalità è pure impedire che la gente caghi o lasci le merde in giro per strada. Non crede?

“La Wehrmacht al vole, la Wehrmacht!” insiste però il mio barbiere.

Quel che resta di Wallace: non fingete più di leggerlo

Wallace chi? A dieci anni dalla morte, la mente migliore della sua generazione – scrittore, matematico, filosofo e molto altro – rischia di essere derubricata, se non obliata, passando da venerato maestro ad amabile resto. Era il 12 settembre 2008 quando David Foster (cognome della madre) Wallace (cognome del padre) si lasciò penzolare dal soffitto di casa: fu la moglie, l’artista californiana Karen Green, a ritrovare il cadavere. Ma non fate troppi pettegolezzi, solo constatate che – in Italia, almeno – non ci saranno omaggi postumi, commemorazioni, riedizioni, riti funebri, messe in scena laiche (a parte, ad esempio, Overload di Teatro Sotterraneo), trasmissioni (a eccezione di Una cosa divertente che non farò mai più su Radio3) o convegni (escluso quello di Chieti, organizzato dal Dipartimento di Scienze Filosofiche!).

In libreria l’unica novità – non proprio nuova – è l’edizione italiana del mémoire della “vedova di professione”, la succitata Green: Il ramo spezzato, una raccolta autobiografica di poesie, disegni e pensieri sparsi, uscirà il 6 settembre per Baldini + Castoldi, cinque anni dopo la versione originale (Bough Down, Siglio Press), già cotta e mangiata dai wallaciani di mezzo mondo, che online si divertono a spoilerare le frasi più rabbiose, tipo: “C’è chi è disposto a morire piuttosto che farsi conoscere fino in fondo. Io no”.

Minimum fax, invece, manda in ristampa Un antidoto contro la solitudine (uscita ufficiale il 13 settembre), un’antologia di “Interviste e conversazioni” con critici ed editor, cronisti e colleghi, in cui il primattore, tra una recita di sé e l’altra, si lascia spiare come un Re pallido e nudo: “Non ci vuole tanto a capire che la nostra paura sia delle relazioni che della solitudine è legata alla nostra rabbia contro la morte, la consapevolezza del fatto che prima o poi morirò, e morirò in buona sostanza da solo, mentre il resto del mondo continuerà ad andare avanti allegramente senza di me”. Così è, se vi pare.

Quel che resta di Wallace è il Wallace saggista, più che il romanziere polimorfo o il pirotecnico conferenziere/divulgatore. È lui il primo ad aver ammesso: “All’inizio tutti dobbiamo necessariamente scrivere una certa quantità di puttanate, e le mie puttanate erano saggi sotto mentite spoglie”. Passata la sbornia post-morte drammatica, oggi tutti lo riconoscono quale maestro di non-fiction, non di fiction, spesso ostica, cerebrale, fluviale. Ma l’oblio avanza su entrambi i fronti: l’unico vantaggio è che, finita la moda DFW, non sarà più necessario fingere di aver letto DFW. Marcito è quel fiore all’occhiello: Wallace era un genio vero, difficilmente appuntabile alla giacchetta; era un genio, e quindi incompreso, ai limiti dell’incomprensibile, soprattutto nei romanzi, da La scopa del sistema (1987; in Italia con Fandango nel 1999) a Infinite Jest (1996), dal Re pallido (2011) a Portatile, l’ultimo florilegio-compendio-bigino edito da Einaudi nel 2017.

Che la produzione wallaciana sia complessa, ardua e forse inabbordabile lo ha sempre sostenuto anche un suo esimio collega nonché amico, Jonathan Franzen: “Più ci si avvicina, più il quadro si fa fosco… Solo conoscendolo meglio si poteva capire veramente che sforzo eroico fosse per lui non solo stare al mondo, ma scrivere quelle cose meravigliose”. Figuriamoci leggerle. L’ultimo titolo riedito da Codice nel 2017, ad esempio, Tutto, e di più. Storia compatta dell’infinito, è inavvicinabile per chiunque non abbia un qualche rudimento di algebra: “La conclusione del Paradosso di Galileo è che il Quinto Assioma di Euclide è contraddetto dagli insiemi infiniti di tutti gli interi e di tutti i quadrati perfetti”. E chi lo spiega ai lettori italiani che Galileo fu soprattutto un eccellente matematico (e astrologo), non solo e non tanto lo scienziato rivoluzionario – la rivoluzione si chiama “copernicana” – del cannocchiale (scopiazzato)?

Di tutta l’opera wallaciana i più fruibili sono i racconti (La ragazza con i capelli strani; Brevi interviste con uomini schifosi; Oblio; Questa è l’acqua) e i più godibili i reportage di new-new journalism, tipo quelli di Considera l’aragosta. Lì l’inviato agli Oscar del cinema porno appunta: “L’ispettore (di polizia, ndr) era un patito dell’hard-core… Ad attrarlo erano le facce delle interpreti… ‘Certe volte è come se rivelassero la loro, come si dice… umanità’”. Ecco, appunto: “La letteratura si occupa di cosa vuol dire essere un cazzo di essere umano”.

Il “tristezzometro” di Spotify fa cilecca: non prova emozioni

“La prima volta che ho visto il tuo viso ho pensato che il sole sorgesse nei tuoi occhi. E la luna e le stelle erano i doni che hai dato al buio, e il cielo infinito. E la prima volta, mai ti ho baciato la bocca ho sentito la terra mi muovo tra le mani come il cuore tremante di un uccello prigioniero che era lì, al mio comando amore mio”. Il brano si intitola First Time Ever I Saw Your Face di Roberta Flack. La scena potrebbe essere quella di due innamorati che si scambiano effusioni sotto il sole primaverile, su un prato, giurandosi eterno amore. Secondo Spotify, invece, questa è la canzone più triste al mondo.

Ebbene sì, Spotify ha costruito un algoritmo che mira a valutare la quantità di tristezza in una traccia musicale. Il servizio di streaming ha raccolto metadati su ognuno dei 35 milioni di brani nel proprio database, che include un punteggio di valenza per ogni traccia che vada 0 a 1. Le valutazioni seguono parametri precisi: ci sono tracce con un suono ad alta valenza positiva, e tracce con bassa valenza, quindi dal suono negativo. Ci sono punteggi simili per altri parametri, tra cui l’energia (quanto è veloce o rumorosa una traccia) e la danceability, cioè la capacità di un brano di essere ballabile. I dati raccolti per elaborare l’algoritmo sono stati un regalo per tutti gli esperti di musica e per gli amanti del blue mood. Il primo aspetto curioso della faccenda è che per sviluppare l’algoritmo è stato usato il famoso “indice gloom” (altrimenti detto: “indice dell’oscurità”, intesa come oscurità dell’animo umano) – all’epoca teorizzato da Charlie Thompson – dei brani dei Radiohead, per rivelare, ad esempio, la canzone di Natale più deprimente. O per scoprire quali Paesi europei preferiscono le canzoni tristi. Ma come può un algoritmo percepire la differenza tra una canzone felice e una triste?

Miriam Quick, una giornalista esperta nell’uso degli algoritmi, ha testato i dati di Spotify, utilizzando alcune delle canzoni più popolari dell’ultimo mezzo secolo – più precisamente quelle presenti nella classifica Billboard dal 1958 al 2018 – e cioè un elenco di 1.080 tracce. Poi le ha abbinate ai dati della piattaforma di streaming. Altro aspetto curioso è che l’algoritmo non lavora tanto sui testi delle tracce quanto sulla loro melodia. E infatti ecco la falla del sistema: la canzone più triste che sia mai stata incisa – sempre secondo l’algoritmo – è First Time Ever I Saw Your Face di Roberta Flack, che fu al numero uno nelle classifiche per sei settimane nel 1972.

Non è una canzone triste, anzi. È una canzone tenera e piena d’amore, ma Spotify la classifica come “triste” a causa del ritmo lento. Al secondo posto, Three Times a Lady dei Commodores e pubblicata nel 1978. Anche questa è una ballata d’amore. Così come Mr Custer – brano di Larry Vane del 1960 e ritenuta dalla piattaforma la terza canzone più triste in assoluto – è una commedia su un soldato che non vuole combattere. Della cinquina “più deprimente di tutti i tempi” solo la traccia di Elvis Presley, Are you lonesome tonight?, e Still, altro brano dei Commodores, potrebbero essere davvero descritte come canzoni tristi.

L’algoritmo ha dunque una sua utilità relativa, ma non è ancora abbastanza efficiente. E questo perché sono i testi ad avere un vero impatto sull’umore di una canzone e i dati di Spotify sembrano non tenerne conto.

Il set di dati è stato sviluppato nel modo più affine possibile a quello di una mente umana. I dati possono trovare ciò che un umano non avrebbe mai il tempo di raccogliere, ma l’umano può esprimere giudizi soggettivi e culturali. E questo la macchina Spotify non può farlo.

Quando si ascolta una canzone, spesso si ricorda il posto in cui la si è sentita per la prima volta; o di chi si era in compagnia quando sono partite le prime note. Elementi che determineranno lo stato d’animo con il quale la si ascolterà in futuro. Diversamente, quando una macchina ascolta una canzone, ne trae solo una forma d’onda: non ha sentimenti ed emozioni, nostalgia e linguaggio, sogni e paure.

Dirotta su Cuba atterrano: non prendiamoci sul serio

Il nome nasce da una vignetta di Sturmtruppen, l’indimenticabile creatura di Bonvi. Due paracadutisti tedeschi si trovano su un aereo militare e stanno per lanciarsi in piena zona di guerra ma temono di venire centrati dal fuoco di sbarramento. Dal comando fanno sapere che, se non si lanciano, verranno fucilati in quanto disertori e, allora, ecco il colpo di genio. Vanno dal pilota dell’aereo e, puntandogli una pistola alla tempia, urlano: “Dirotta su Cuba!”.

A metà degli anni 90 con Gelosia tre ragazzi fiorentini – Rossano Gentili, Stefano De Donato e Simona Bencini – raggiungono un successo e una popolarità enorme. Dei Dirotta su Cuba si parla dappertutto, in radio e in tv. Quelle sonorità così particolari lanciano il trio in vetta alle classifiche e con l’album Dirotta su Cuba portano a casa il “Disco di Platino”. Ma quel che poteva apparire come l’inizio folgorante di una lunga carriera alla fine si rivela un lampo isolato, il grigio è tornato presto ed è rimasto. A distanza di più di 20 anni hanno pubblicato un album, Studio Sessions vol.1, rivisitando il primo storico Lp e 6 inediti. Di fatto, però, occupano un palcoscenico molto lontano dai riflettori di una volta.

Di ciò che è stato (ma non è più) parliamo con Simona Bencini (frontwoman) e Stefano De Donato (bassista). La fama improvvisa è una gran brutta bestia… “Nessuno di noi – dice Simona – si aspettava che nel 1994 Gelosia diventasse un tormentone radiofonico e che il nostro primo album raggiungesse il disco di platino… E nessuno di noi aveva la lucidità per gestire questo miracolo. Il nostro sogno era divenuto realtà ma, con il senno di poi, mi rendo conto che il limone è stato strizzato tutto e subito senza un minimo di strategia e di programmazione. Infatti abbiamo fatto tanti errori che poi abbiamo inevitabilmente pagato”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Stefano: “L’inadeguatezza al successo può dipendere dalle effettive incapacità personali ma anche, spesso e volentieri, dipende dalle persone che hai intorno. Ci sono quelli che lavorano per apparire accanto a te (e quindi ti usano per i loro scopi) e quelli che lavorano per te e che fanno squadra. La differenza è avere intorno dei cretini oppure no. Noi spesso abbiamo avuto intorno dei cretini. Dei cretini dei quali ci siamo fidati”.

Quali sono i “pro” e i “contro” del rapporto con il successo? Simona: “I parametri cambiano, tutto è al top e tutto sembra all’improvviso così facile… Fino a quando non prendi una bella mazzata in faccia, ti svegli e ti rendi conto che devi tornare alla vita reale e lavorare. A me durante il breve periodo-boom è mancato quel sano senso di quotidianità… Sei sempre in viaggio, in movimento… Fare la spesa, pagare una bolletta, pulire casa diventano momenti rari”.

Dopo il momento delle vele gonfie è arrivata la calma piatta… Colpa del meteo o di un sistema sbagliato? Simona ci tiene a precisare che “il successo dei Dirotta è stato un miracolo e noi siamo comunque dei privilegiati. È facile nei momenti più difficili dare la colpa agli altri ma io credo che ciascuno di noi sia artefice del proprio destino. Certo, se parliamo del ‘sistema musicale italiano’, sappiamo benissimo che è il business che detta legge e che non sempre sia così meritocratico. Per rientrare in certi circuiti, oltre al lavoro duro, ci vogliono occasioni che ti permettano di avere la giusta visibilità. Ma grazie ai social siamo riusciti a ritagliarci quello spazio che i media non ci danno più, abbiamo creato una community di appassionati che ci sostiene e ci segue. Il popolo del funky esiste, è grande e prima o poi si rifarà sentire”.

Fiorella Mannoia cantava “come si cambia per non morire”… “Sì, si cambia – dichiara Stefano –. Io, ad esempio, ho ampliato la mia gamma di attività. Da musicista e compositore sono diventato arrangiatore, produttore e adesso sono insegnante ad Amici. Ho fatto produzioni di tutti i tipi per il cinema e per il teatro”. Interviene Simona: “Oltre al fatto di essere mamma di due splendide bambine (ride, ndr) mi sono impegnata in collaborazioni importanti come quelle con Pacifico e Ron. Nella stagione 2010-2011 ho interpretato la Maddalena nel musical Jesus Christ Superstar in un tour teatrale di grande successo di oltre 70 date a fianco di Max Gazzè e Mario Venuti”.

Alcuni vostri colleghi, non riuscendo più a ottenere gli stessi consensi di un tempo, hanno optato per un altro lavoro. Come li giudicate? “Non li giudico – dice Stefano –. Ne conosco tanti ma non ne penso niente, sono scelte molto personali. Non prendo così tanto seriamente la musica da pensare che sia una missione. È più importante la ricerca della propria felicità e l’appagamento. Il giorno che anche io mi stancherò della musica la lascerò senza problemi e rimpianti. La verità è che nessuno di noi dovrebbe prendersi così sul serio, a meno che non si chiami Paul McCartney. Per il resto noi siamo operai della musica, siamo solo di passaggio”.

“Il successo vero – parola di Simona – è riuscire a far sì che la musica diventi un lavoro al di là delle classifiche e delle foto in copertina. E fortunatamente a noi è successo. Oggi che siamo tornati insieme dopo tanti anni (riuniti nel 2012, ndr), pur non essendo più sulla cresta dell’onda, siamo in tour tutto l’anno! Siamo una cult band”.

Libri di testo, ebrei uguali ai tempi dei nazi

Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania (CdJ), tiene alta l’attenzione dopo la diffusione dei dati sui reati di matrice antisemita e critica l’impostazione di alcuni libri di testo.

Secondo Schuster il ritratto della presenza ebraica nel paese è superficiale: “Talvolta rudimentale”, dice. Lamenta che si parli del suo popolo solo fra il 1933 ed il 1945: “In Germania la vita ebraica esisteva molti secoli prima e, per fortuna, c’è di nuovo oggi”. Medico, 64 anni, Schuster da quattro guida l’importante organismo tedesco: ha puntato il dito soprattutto contro alcune immagini “ancora improntate sugli stereotipi antisemiti della rivista Stürmer”, il settimanale non ufficiale di propaganda nazista edito a Norimberga da Julius Streicher dal 1922 fino alla fine della guerra. Ad esempio, quella del manifesto dell’esposizione Der Ewige Jude del 1937 (utilizzato anche nel film del 1940, “L’ebreo errante”), pubblicata in tre libri usati a scuola ma senza una adeguata contestualizzazione. Schuster ha riaperto un caso, dopo che due anni fa analoghe polemiche avevano accompagnato la decisione della Baviera di consentire la “lettura orientata” di Mein Kampf, il testamento politico di Adolf Hitler. Chiamati in causa, gli editori Westermann e Klett hanno respinto gli addebiti.

Il gruppo Westermann ha precisato che per i contenuti fanno riferimento i programmi di istruzione. Per Ulrich Bongertman, responsabile dell’associazione dei docenti di storia, le accuse di Schuster sono “eccessive”, anche se conviene che ci sono margini di miglioramento. Lo stesso Schuster ha già riconosciuto progressi con l’arrivo di libri nuovi. Martin Liepach, insegnante di storia e ricercatore nell’istituto Fritz Bauer di Francoforte, parla di una “dichiarazione radicale”, ma conferma perplessità sul modo in cui gli ebrei vengono rappresentati. Nelle scuole tedesche olocausto e nazionalsocialismo sono temi trattati con serietà. Documentari e approfondimenti vengono trasmessi a cadenza quasi quotidiana in televisione (non solo in orari proibitivi), ma per il presidente del Consiglio centrale una visita obbligatoria ad un campo di concentramento sarebbe utile agli studenti.

I servizi segreti vigilano sulle attività dei movimenti che si ispirano al Terzo Reich. L’ondata migratoria degli ultimi anni ha riacceso la brace dell’odio razziale, che ha finito con il coinvolgere anche gli ebrei. Berlino sembra essere diventata l’epicentro di questo nuovo fenomeno. Tra il 2010 e la fine dello scorso luglio, nella capitale si sono verificati 1.649 reati di matrice antisemita. Si tratta di quasi il 14% di quelli rilevati a livello federale (circa 12.000): un’incidenza più che tripla rispetto alla media nazionale. Il problema è rilevante soprattutto nella parte orientale del paese, dove è più forte il movimento xenofobo Alternative für Deutschland.

Nyssen, ministro alla Cultura che sfregia i beni storici

Un altro membro del governo di Emmanuel Macron finisce al centro di rivelazioni imbarazzanti. Stavolta si tratta del ministro della Cultura Françoise Nyssen che, secondo il Canard Enchaîné, avrebbe realizzato dei lavori per ampliare i locali della casa editrice Actes Sud, che dirigeva prima di entrare nell’esecutivo, senza chiedere le dovute autorizzazioni né informare il fisco. Insomma, avrebbe lei stessa in passato derogato a regole che adesso, in quanto responsabile della Cultura, è tenuta a far rispettare agli altri.

Dopo lo scandalo estivo che ha coinvolto Alexandre Benalla, ex guardia del corpo di Macron, un nuovo affaire investe l’Eliseo. Come se non bastassero già l’inchiesta in corso per favoritismo che coinvolge la responsabile del Lavoro, Muriel Pénicaud, e i sospetti di conflitto di interesse che pesano sul segretario generale dell’Eliseo, e braccio destro di Macron, Alexis Kohler. I fatti rimprovati alla Nyssen risalgono al 2012. La maison Actes Sud fu fondata nel 1978 a Arles da Hubert Nyssen, padre della ministra. Oggi è la numero 10 dell’editoria in Francia, con un fatturato di 80 milioni di euro nel 2017, stando ai dati del magazine specializzato Livres Hebdo.

Dal 1997 ha anche una sede parigina che occupa un bel palazzo del ‘700, iscritto alla lista dei monumenti storici, nel Quartiere Latino. Fino al maggio 2017, la Nyssen ne era la co-direttrice con il marito Jean-Paul Capitani. Poi, entrando al governo, si era dimessa da tutte le funzioni.

Ma il settimanale satirico l’ha pizzicata lo stesso. Nel 2012, dunque, la Nyssen e il marito hanno fatto ampliare i locali parigini della casa editrice, non di poco, ma di 150 metri quadri, ricavando ampi soppalchi nei soffitti alti più di 4 metri e mezzo. Stando al Canard Enchaîné però “non c’è la minima traccia della richiesta di autorizzazione per costruire” negli archivi urbanistici del comune. Richiesta che, poiché si tratta di un edificio storico, sarebbe dovuta essere depositata al servizio dei Monumenti storici (che dipende dal ministro della Cultura). E che, in ogni caso è obbligatoria, precisa il giornale, per ogni ampliamento superiore ai 20 metri quadri.

I lavori non sarebbero stati neanche segnalati al fisco. Una “piccola dimenticanza – scrive ancora il giornale nella sua edizione di mercoledì – che ha permesso alla società della ministra di ridurre la tassa fondiaria di un terzo ogni anno”.

Ad aggravare la situazione è che fatti simili sono già stati segnalati per la sede madre della casa editrice, a Arles. Già a giugno, sempre il Canard aveva rivelato che nel 2011 Françoise Nyssen e il marito avevano fatto realizzare dei lavori senza autorizzazione nel quartiere di Arles dove i due hanno anche una libreria e alcuni cinema e che una richiesta di regolarizzazione era stata depositata solo nel maggio 2017, quando la Nyssen è entrata al governo. Due mesi fa il ministro aveva parlato di semplice “negligenza”. Poi un lungo silenzio, fino a ieri: “Nessuna azienda è al di sopra della legge”, ha detto all’agenzia France Presse. La casa editrice ha a sua volta comunicato che porterà avanti “le pratiche necessarie” per regolarizzare la situazione della redazione parigina. Ma le promesse non sono bastate e un’associazione di difesa del patrimonio, Sites et Monuments, ha deciso comunque di sporgere denuncia accusando Nyssen di aver “violato le regole del diritto del patrimonio storico e dell’urbanismo”. Un’inchiesta giudiziaria è stata aperta.

Pechino, niente visto ai giornalisti “ficcanaso”

I giornalisti stranieri che lavorano in Cina sono tenuti sotto stretta sorveglianza dai servizi segreti del regime che può revocare loro il visto di lavoro nel caso abbiano pubblicato inchieste sgradite. Come ha fatto una reporter americana del sito Buzzfeed News, Megha Rajagopalan, raccontando gli abusi e la discriminazione a cui è sottoposta la più grande minoranza etnica della Repubblica Popolare, gli uiguri.

Nella regione autonoma dello Xinjiang, al confine con il Kazakistan, vivono circa venticinque milioni di uiguri che parlano una lingua di matrice turca e professano l’islam sunnita. Con il pretesto del terrorismo islamico, la Cina all’indomani dell’11 Settembre ne ha ridotto ulteriormente l’autonomia e iniziato un giro di vite nei confronti degli abitanti originali di questa terra, guarda caso la più ricca di minerali e risorse idriche di tutta la Cina. Nonostante le motivazioni del mancato rinnovo del visto semestrale non siano chiare, è presumibile che il “crimine” commesso dalla giornalista sia l’aver trattato questo argomento scottante. Rajagopalan recentemente aveva mostrato le prove dell’incarcerazione di massa degli uiguri e del loro sfruttamento nei campi di lavoro. Questo mese gli esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani si sono confrontati con i funzionari cinesi circa le stime secondo cui almeno un milione di uiguri sono detenuti in questi campi definiti di rieducazione. I funzionari cinesi ovviamente ne hanno negato l’esistenza.

Il comitato dei corrispondenti stranieri in Cina ha dichiarato che negare il visto è “estremamente deplorevole e inaccettabile per un governo che ha più volte sostenuto di voler accogliere i media stranieri”.

Rajagopalan è stata la prima reporter di un giornale online a lavorare regolarmente in Cina. Ma i visti, soprattutto per le testate del web, sono solo di sei mesi, un escamotage per revocarli più facilmente. Il visto di Buzzfeed era stato riemesso una volta, ma ora i funzionari hanno deciso di cancellarlo. Nel dicembre 2015, scrive il New York Times, a Ursula Gauthier, una giornalista a Pechino per il settimanale francese L’Observateur, non era più stato rilasciato il visto di lavoro dopo aver subito le critiche del Global Times (il giornale filo governativo in lingua inglese) per aver scritto denunciato, ancora una volta, le violenze di Stato contro le minoranze, a partire dagli uiguri e tibetani.

Dopo che Bloomberg nel 2012 scrisse della ricchezza accumulata dalla famiglia dell’allora segretario del Partito comunista Xi Jinping, il ministero degli Esteri bloccò tutte le richieste per nuovi visti giornalistici. Anche il New York Times ebbe difficoltà a ottenere ulteriori visti di residenza per i giornalisti dopo aver pubblicato nel 2012 articoli sulla fortuna accumulata da Wen Jiabao nell’arco del suo mandato di primo ministro. L’anno dopo, durante una visita a Pechino, l’allora vicepresidente Joe Biden, criticò l’uso dei visti temporanei allo scopo di tenere sotto controllo la stampa straniera.

Gli assassini con il distintivo: il racket della banda dei Servizi

Al tassista gli uomini danno un indirizzo falso, lui comincia a guidare. L’auto gialla si allontana dal centro di Tyumen, Siberia ovest. Poi uno dei passeggeri con una scusa chiede al guidatore di fermarsi: “Accosta un secondo, dobbiamo incontrare degli amici”. Quando l’auto si ferma, dal sedile posteriore una pallottola colpisce il tassista alla schiena e lo uccide sul colpo. Il cadavere di Aleksandr Chashinkov viene ritrovato solo mesi dopo, come in seguito i corpi di altri due autisti a noleggio. Quelli che ora tutta la Russia nei titoli dei quotidiani chiama “assassini dell’FSB” o “la banda dei cekisti” – come i membri della vecchia Ceka, la polizia segreta sovietica creata da Leini – si è resa responsabile di furti, estorsioni, omicidi. Un vero e proprio racket a rischio zero: il timore di essere scoperti era nullo.

Chi doveva indagare su quegli omicidi, erano gli assassini stessi: a minacciare ed uccidere a Tyumen erano loro, i siloviky, agenti della sicurezza statale, che agivano indisturbati. Accadeva nell’universo siberiano, subalterno e lontanissimo dalla capitale, Mosca, dove ora i componenti della banda sono chiusi in cella e rischiano l’ergastolo. La prima loro vittima è stata ritrovata il 23 febbraio, era un rasnorabocij, factotum del Tajikistan arrivato in Russia per sfamare la famiglia.

Lui “è stato ucciso davanti agli occhi di un imprenditore: in questo modo facevano capire la serietà delle loro intenzioni, poi estorcevano denaro”, come racconta il Kommersant, il primo quotidiano a parlare del caso: andando a ritroso si è scoperto che sono quasi 20 gli omicidi commessi dal 2008 al 2016 già accertati, ma il numero reale delle vittime si aggira intorno a 50.

Dopo il tuttofare, è toccato ad altri migranti dell’ex blocco sovietico, usati come vittime sacrificali da uccidere davanti a chi i poliziotti-criminali volevano intimidire per convincerli a pagare mazzette: “Erano bisnessmièn, soprattutto quelli che operavano all’estero. Quelli che resistevano e non pagavano, venivano ammazzati”. Strach, terrore: lo seminavano sia tra i primi che gli ultimi della società, i più ricchi, gli imprenditori, e i più poveri, migranti economici.

Quando la banda è stata scoperta, per approfondire l’inchiesta è stata creata una commissione speciale dall’apparato centrale ed è partita la kadrovaja cistka, “pulizia dei quadri”. L’FSB, ovvero il vecchio KGB, ha cominciato ad indagare su se stesso.

L’agente Aleksej Korotkov è stato il primo a parlare, poi, sperando in una riduzione della pena, ha parlato l’addestratore di sambo – arte marziale diffusa in Russia e praticata anche dai reparti speciali dell’esercito – Aleksandr Kolbilin. Ma concluse le indagini preliminari, l’accordo di cooperazione gli è stato negato. Così dopo la confessione, Kolbilin ha deciso di tentare il tutto per tutto, scrivendo all’uomo più potente del paese: Putin.

“Caro Vladimir Vladimirovic, vi scrivo perché solo un capo dello Stato può risolvere il problema di un uomo semplice e aiutarlo a trovare giustizia”. La missiva è scritta con inchiostro blu, su pagina bianca, come il suo kimono che ora tutti vedono nelle foto sulle riviste che hanno parlato del caso. Kolbilin racconta che nel 2012 conosce un cecchino: “Non fumava, non beveva e faceva sport, sembrava un vero patriota”. Diventano amici. Nel 2015 il tiratore lo invita a partecipare a un “lavoro operativo”: si tratterà per lui di assistere al primo omicidio, quello di Aleksandr Chashinkov. Il giorno dopo il cecchino gli chiede: “Come ti senti dopo ieri? Si può uccidere chiunque”.

L’esperto di arti marziali scrive di aver preso quelle parole “come una minaccia” ed entra nel giro criminale. Il cecchino non è uno qualunque, ma il capitano dell’FBS Serghey Ghilev: non può confermare né smentire le parole di Kolbilin: si è suicidato in carcere tagliandosi la gola. Silenzio su silenzio: nemmeno Putin ha risposto alla lettera.

 

Tutti pazzi per NoLo La periferia (chic) di Milano si riscatta

Come nasce un mito urbano? A Milano siamo tutti pazzi per NoLo. È il nuovo brand metropolitano che indica la zona North of Loreto (come SoHo a New York sta per South of Houston), racchiusa tra piazzale Loreto, via Palmanova e Ferrante Aporti, cioè i binari della Stazione Centrale. Un’area che fino a qualche anno fa era considerata sfigatissima, con quella piazza che non è una piazza ma una specie di raccordo autostradale e con via Padova che era diventata per i fasci il laboratorio privilegiato delle ronde contro gli stranieri, che qui sono ormai quasi la metà della popolazione e che gestiscono – cinesi, latini, egiziani, pakistani – quasi tutti i negozi e le attività commerciali. Invece: contrordine, camerati, ora NoLo è fighissima.

Sono spuntati locali cool, specialmente attorno a piazza Morbegno (il Ghepensi Mi, la Salumeria del Design, il NoLoSo, la Caffineria…). Hanno aperto gallerie d’arte, studi di architetti, nuovi centri culturali, spazi di coworking. Ha cominciato le trasmissioni Radio NoLo. È stato inventato il festival di SanNolo. Si è formato il NoLo Social District che ha unito le social street locali e ha una pagina Facebook con 6 mila utenti registrati e 1.500 richieste in attesa. Nessuno parla più degli accoltellamenti, delle bande di latinos, del degrado. Le cronache cittadine e i social trillano felici: è nata la nuova zona per i giovani creativi.

La leggenda – ma forse è verità – dice che il brand NoLo è nato a Brooklyn, tra i drink di New York. “L’idea di NoLo è sbocciata negli Stati Uniti, circa cinque anni fa”, ha infatti dichiarato al Sole 24 ore Francesco Cavalli, fondatore e direttore creativo di LeftLoft, studio di design e marketing con sede a Milano e New York, che ha lavorato per il rebranding di Moleskine, Mondadori, Inter. “Ero al Brooklyn Social Bar con Luisa Milani e Walter Molteni, grafici dello studio La Tigre, scherzando tra un bicchiere e l’altro sulla possibilità di creare un brand di quartiere, un contenitore adatto alla trasformazione della zona, dove stavano cominciando ad arrivare artisti, professionisti, abitanti giovani”. La zona era degradata, ma non troppo lontana dal centro, le abitazioni costavano meno che altrove, ecco dunque l’arrivo di gente, di solito giovane, con un po’ di soldi, ma non sufficienti per le aree urbane più pregiate, e disposta a convivere volentieri con il melting pot urbano che ha incrociato mille etnie, mille lingue e mille disperazioni nell’area che fino ai Settanta era stata popolare e operaia.

Negli ultimi anni la zona ha acquistato colore, ha mischiato al proletariato e sottoproletariato d’immigrazione fette di nuova borghesia urbana giovane. Si è avviato un processo di parziale gentrification, come quello che ha visto l’Isola trasformarsi in pochi anni da quartiere popolare della vecchia Milano a nuovo centro della nightlife milanese, con conseguente aumento dei valori immobiliari. “A conti fatti”, conclude Cavalli, “NoLo s’è rivelata un’operazione di branding a costo zero, realizzata con il passaparola. Abbiamo cominciato a usare questo nome, che ha preso a circolare”. E oggi è diventato brand che le agenzie immobiliari usano per vendere o affittare a prezzi maggiorati. Il nome ha fatto la cosa. Chi sospetta un’operazione di marketing immobiliare fatta a freddo forse esagera. Certo chi ha acquistato casa o studio o loft qui più di cinque anni fa oggi si trova il valore dell’immobile moltiplicato. In compenso è diminuito il tasso di razzismo ed è cresciuto un mix virtuoso in cui i centri massaggio cinesi, i kebabbari mediorientali e le pollerie sudamericane si alternano con locali fighetti e spazi hipster. I noler fanno finta di vivere a New York. Vediamo quanto dura. E quanto ci metteranno a cacciare gli stranieri in una periferia più periferia di questa.

La Guerriglia istituzionale in mezzo al mare

L’obiettivo è chiaro: il governo – in linea con la strategia già impostata dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti (Pd) – vuole che l’Europa si faccia carico di una quota dei migranti che sbarcano in Italia e riscrivere le regole europee sull’immigrazione. Anche a costo di bloccare in mare una sua stessa nave, come sta avvenendo con la Diciotti. È altrettanto chiaro che sull’obiettivo c’è sintonia tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, i suoi due vice, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, e il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli.

L’unità d’intenti – al netto della diminuzione degli sbarchi – ha ottenuto finora il suo massimo risultato diplomatico a luglio quando, dopo la lettera inviata da Conte ai suoi omologhi europei, sei Paesi Ue si sono impegnati a farsi carico d’una quota dei 450 migranti sbarcati a Pozzallo. È lo stesso Salvini, un mese dopo, a denunciare: “La Germania ne ha presi zero, il Portogallo zero, la Spagna zero, l’Irlanda zero, Malta zero…”. Salvini spiega che finora per 220 migranti (su 450), volendo usare le sue stesse parole, l’Italia in Europa ha ottenuto poco più di “zero”. Questo “zero” però ha avuto un costo: conflitti istituzionali e ferite che non si rimargineranno facilmente.

Il 12 luglio il pattugliatore Diciotti è fermo da 2 giorni a ridosso del porto di Trapani: per sbloccare la situazione interviene il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un atto senza precedenti. Il 13 luglio alle 4.25 del mattino gli aerei della missione Sophia avvistano (allertando anche l’Italia) un barcone con 450 persone a bordo che, dalle acque maltesi, si dirige in quelle italiane. L’ingresso nella Sar italiana avviene intorno alle 18.30. Due ore dopo il peschereccio giunge a 5 miglia dall’isola di Linosa “bucando” la presenza in mare delle motovedette di Guardia costiera, Marina militare, missione Sophia e Guardia di finanza. Per ore tra Guardia costiera, Gdf e Marina militare si gioca “al cerino” perché nessuno vuole restare con la fiamma tra le dita a beccarsi, nell’ordine, le ire di Salvini e il blocco per chissà quanti giorni al largo di un porto.

Tra Guardia costiera e Gdf s’innesca una crisi di rapporti fino a quel momento inedito: è solo alle 20.30 che la motovedetta delle Fiamme gialle interviene per il fermo in mare. Affianca il barcone per impedire che sbarchi da solo. Un’ora dopo la tragedia: quattro migranti si lanciano in mare e muoiono annegati. La procura di Agrigento apre un fascicolo e vuole comprendere se in quelle ore, dall’ingresso nella zona Sar fino al fermo di Linosa, vi fu omissione di soccorso. E così – oltre la frizione tra Gdf e Guardia costiera nel “gioco del cerino” – si realizza un altro risultato: un’istituzione (tra Guardia costiera, Gdf e Marina) rischia adesso di dover rispondere d’un reato spregevole (tanto più perché parliamo di istituzioni) come l’omissione di soccorso.

Mentre scriviamo, da ben 4 giorni, la Diciotti attende d’essere autorizzata allo sbarco di 150 migranti e la procura di Agrigento vuol verificare se siamo dinanzi a un sequestro di persona. Inoltre: questa volta la Diciotti ha operato il salvataggio in acque sar maltesi. Delle due l’una: è stato corretto intervenire in acque maltesi, questa volta, o non intervenire fino al quasi sbarco di Linosa, il mese scorso? E ancora: se sequestro di persona v’è stato i primi a doverne rispondere sono proprio gli ufficiali della Guardia costiera. Che dipendono da Toninelli. Il quale ora è dinanzi a un bivio. Silurare il comandante generale, l’ammiraglio Giovanni Pettorino, colpevole d’eccessivo interventismo in mare e ammutinamento rispetto alla linea politica del governo. Ma aprirebbe un conflitto con gran parte del corpo. O lasciarlo al suo posto e rischiare il conflitto con Salvini.

Non potendosi permettere né l’uno né l’altro, gli resta l’opzione cartellino giallo. Fino al prossimo strappo.