Sul caso Diciotti ora tocca a Mattarella

La vicenda della nave Diciotti e del suo carico di migranti raccolti in mare ha ormai assunto una dimensione surreale e pericolosa per lo stesso funzionamento di uno Stato di diritto. Riassumiamo. L’unità della nostra guardia costiera, dopo aver vagato per giorni nel Mediterraneo e dopo una lunga attesa davanti alle coste italiane (in un’odissea che ricorda in modo sinistro la vicenda della Saint Louis e del suo carico di oltre 900 ebrei in fuga dalla Germania nazista cui fu impedito, nel 1939, l’attracco a Cuba e negli Stati Uniti), ha finalmente ottenuto, due giorni fa, l’autorizzazione ad attraccare nel porto di Catania. La vicenda sembrava prossima a una conclusione, seppur in attesa della definitiva destinazione dei migranti, ma così non è stato. Solo a 23 minori non accompagnati, infatti, è stato consentito di scendere a terra, mentre gli altri 154 migranti, molti dei quali in precarie condizioni di salute, restano bloccati a bordo per disposizione del ministro degli interni.

Non solo, ma lo stesso ministro diffida a gran voce il capo dello Stato e il presidente del Consiglio a intervenire per trovare una soluzione, rivendicando la propria esclusiva (seppur dubbia) competenza, e mantiene ferma la minaccia di rinviare i migranti in Libia se non saranno accolti da altri paesi europei. In questa situazione la Procura di Agrigento fa sapere di “stare valutando la possibilità di aprire un procedimento a carico di ignoti per sequestro di persona”. Non più, allo stato, di un timido preannuncio. Ma tanto basta per indurre il ministro dell’Interno ad alzare ulteriormente i toni sfidando la Procura a incriminarlo e i suoi giornali di complemento a lanciare l’allarme sull’intenzione dei magistrati “arrestare Salvini”.

Non sono tra i pasdaran dell’interventismo giudiziario e, anzi, diffido di chi pensa che le grandi questioni politiche e sociali si risolvano nelle aule dei tribunali. Ciò vale anche per le migrazioni. Non spetta ai giudici definire contenuti, modi e forme delle politiche in tale settore. Ma esistono delle regole che la comunità internazionale e i singoli Stati si sono date che fissano la cornice entro cui si dispiegano le scelte politiche. E quelle regole valgono per tutti, compresi i governanti (e anzi per loro a maggior ragione).

Orbene, le regole del diritto sono, nel caso specifico, chiare. La Convenzione di Amburgo del 1979 prescrive che i salvataggi siano effettuati “nel modo più efficace possibile” e che i naufraghi vengano accompagnati in un “porto sicuro”, cioè nel porto più vicino (punto 3.1.9). Ad essa si aggiungono diverse norme di diritto interno, applicabili, in ogni caso, dal momento in cui i migranti si trovano a bordo di una nave battente bandiera italiana. Anzitutto, gli articoli 10, comma 4, e 19, comma 1 bis, del Testo unico sull’immigrazione, che vietano il respingimento di chi intende chiedere asilo, dei minori non accompagnati e delle donne in stato di gravidanza o subito dopo il parto. E, poi, univoche disposizioni del codice penale: l’articolo 593, comma 2, che punisce chi “omette di prestare l’assistenza occorrente a una persona in pericolo”, e gli articoli 605 e 610, che puniscono, a titolo di sequestro di persona e di violenza privata, il trattenimento senza titolo e la limitazione delle possibilità di movimento di persone non consenzienti (in un sistema – non va dimenticato – in cui la limitazione della libertà personale è consentita, ai sensi dell’art. 20 della Costituzione, solo “per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”). E ciò anche a tacere dei ben più gravi reati che potrebbero essere integrati dal minacciato rinvio dei migranti in Libia con consegna a organi o istituzioni che praticano la tortura o attentano alla loro incolumità.

La speranza è che la situazione si sblocchi a breve, anche per un responsabile intervento di Paesi europei più attenti del nostro ai diritti umani e alla loro tutela. Ma, in ogni caso, una grave e illegittima “sospensione del diritto” si è ormai verificata e per più giorni. Non è solo un’impasse politica. È una crisi istituzionale estremamente pericolosa.

L’auspicio è che non tardi ulteriormente un intervento esplicito del presidente della Repubblica, garante di una Costituzione il cui articolo 2 “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” e il cui articolo 10, comma 3, prevede che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. La delicatezza della situazione lo impone. Ne va degli stessi equilibri dello Stato di diritto, che non possono essere sottoposti a strappi e tensioni al fine di forzare la situazione politica a vantaggio di una o altra parte.

Mail box

 

Il governo Conte sta operando con intelligenza e concretezza

Gli applausi ai rappresentanti del governo, cosa alquanto insolita in occasione di un funerale come quello per le vittime di un disastro a dir poco colposo a carico dei concessionari delle autostrade e dei governi in carica, che non hanno controllato abbastanza, vuol dire, con buona pace del Pd e delle Pinotti in prima serata tv, che la gente ha percepito che il governo Conte si stia muovendo con intelligenza e concretezza sui problemi più urgenti (vedi migranti e concessione Autostrade, per fare due esempi).

E, così, ecco che il consenso al governo Lega-M5S sale alla faccia dei rosiconi alla Berlusconi o alla Renzi, che continuano a non capire che tipo di opposizione fare all’unico governo che, almeno nell’ultimo decennio, stia tentando di cambiare qualcosa.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

L’unica soluzione è rendere pacifiche le migrazioni

Si chiudono i porti, si scacciano i sans papiers, si ignora la solidarietà. Si caricano gli obici con le palle del razzismo e di altre pericolose scelleratezze, ma il logorroico bombardamento verrà fatto cessare dal corso della Storia: l’emigrazione delle masse disastrate dalle inconsulte invasioni dell’Iraq, dell’Afghanistan e dai micidiali interventi sulla Libia, pare infatti che si stia esaurendo ed appaiano i prodromi di un fenomeno ancor più grave: la trasmigrazione di una consistente quota di umanità da un continente (Africa) ad un altro (l’Europa) provocata dal doloso depauperamento materiale ed etico perpetrato per oltre due secoli da potenze occidentali che hanno fatto in Africa man bassa di ricchezze materiali ed imponendo governi corrotti ed altre calamità (etiche ed usi non richiesti, non graditi).

Su di noi viene quindi a gravare sin d’ora una grave responsabilità: quella di rendere pacifico e produttivo di favorevoli conseguenze un sommovimento destinato a protrarsi per un lungo periodo (di decenni, forse di secoli).

Occorrerà quindi abbandonare al più presto le fregole vuote di pensiero e sostituirle con un agire improntato alla ragione.

Vincenzo Turba

 

A due anni dal sisma ancora nessuna risposta

Sono passati due anni e tre governi dal sisma che ha colpito il centro Italia, sono state fatte tante promesse, tante “passerelle” dei politici di turno, sono stati spesi tanti soldi, ma se si va in quelle zone ci sono ancora le macerie ammucchiate. Possibile che in questo Paese abbiano sempre ragione gli scettici e i pessimisti?

Possibile che in Italia di qualsiasi colore sia la “guida suprema” sempre ai soliti non-risultati dobbiamo rassegnarci?

Ma di questi problemi non penso se ne parlerà molto, altri sono gli argomenti che le armi di distrazione di massa ci stanno fornendo: sembra che se sbarcano da una nostra nave in un nostro porto poco più di 150 persone verrà giù l’intero sistema Solare. Le vittime del terremoto possono aspettare.

Mauro Chiostri

 

Genova: la base del problema è l’eccessiva burocrazia

L’impressionante serie di crolli dei ponti con relative vittime non mi fanno schierare né per la privatizzazione, né per la nazionalizzazione se prima non si farà una grande sburocratizzazione con relativa tracciabilità di chi ha fatto cosa e come. L’impressione maggiore suscitata dalle pagine del Fatto Quotidiano fanno chiaramente intendere che non si tratta dell’anno di costruzione, tanto è vero che alcuni sono crollati pochi giorni dopo l’inaugurazione e altri non sono arrivati nemmeno a quella, ma del mare magnum di competenze e di chi deve controllare, che fanno sì che un responsabile non si trova mai e si accampano le scuse più diverse. Nei giorni dopo il crollo sono rimasto colpito dalla marea di interviste ai giornali e tv del responsabile della tratta autostradale di Genova che ha parlato molto, fra l’altro sempre ringraziato per la sua disponibilità dagli intervistatori, ma senza rispondere agli interrogativi e, in buona sostanza, senza dire niente.

Ora la società dei Benetton, tramite i beneficiati della loro pubblicità, fa sapere che non si deve parlare male di Atlantia, perché altrimenti il titolo “crolla’’ in Borsa e loro soffrono tanto.

Nel paese in cui si sono salvate le banche con i soldi pubblici e con i risparmi dei correntisti, non dovremmo essere informati correttamente perché la maggior parte degli azionisti di questa società, avvezzi a spartirsi utili milionari ottenuti con pedaggi che ad ogni 31 dicembre scattavano come orologi svizzeri e i con risparmi sulle opere di mantenimento delle autostrade, non concepisce che le azioni possono anche perdere parte del loro valore.

Mi domando che cosa intendano per privatizzare? Forse intendono quel vecchio modo di fare torinese di “privatizzare gli utili e socializzare le perdite’’?

Vorrei che ci fossero più gare e nessun contratto segretato e già che ci siamo perché i Benetton non pubblicano l’elenco degli azionisti che si lamentano delle oscillazioni del libero mercato?

Ho il vago sospetto che vi troveremmo molti di quelli che “disinteressatamente’’ consigliano il silenzio degli indecenti.

Franco Novembrini

Non servirebbe: l’unica strada è autoestinguersi subito

Caro Andrea Scanzi, se il Pd cambia nome farebbe la prima cosa giusta della sua storia in quanto tutto ciò che ha fatto non appartiene assolutamente ai veri ideali della sinistra. Quella ventata d’aria nuova promessa da Renzi, in cui tutti avevamo creduto e che lo portò allo straordinario successo di quel 40 per cento alle elezioni Europee del 2014, è servita solo a inebriarlo di delirio di onnipotenza e il risultato finale è stato questo: siamo stati tutti ingannati e traditi da una risma di non-politici e sono rimasti inascoltati i bisogni, le sofferenze e le lacrime dei milioni di “ultimi” che giorno dopo giorno aumentano sempre di più! Lo cambiassero subito il nome al Pd, non hanno più niente da spartire con il grande e vero Partito democratico! Lo cambiassero il nome, gli verrà molto facile, ma nessuno si illuda che possano ridare smalto a quel colore rosso che ha fatto credere e sperare nel grande sogno di una giustizia sociale oramai svanito nel nulla. Lo cambiassero il nome al Pd: quel colore rosso che ha fatto sognare milioni di italiani è totalmente sbiadito!

Raffaele Pisani

Caro Raffaele,prima di tutto devo correggerti. Nella tua lettera nobilmente accorata, scrivi che “tutti avevamo creduto” a Renzi. Proprio no. Credo negli ufo, nella resurrezione di Heisenberg di Breaking Bad e al limite nella reunion dei Led Zeppelin senza Bonzo alla batteria, ma in Renzi proprio no. Non ci ho mai creduto e uno dei problemi del Pd è stato proprio quello di vedere milioni di elettori così rassegnati (o illusi, o sbadati, o colpevolmente “fedeli alla linea”) da dare il partito a un figuro simile. Renzi era già così anche prima del 2014: arrogante e incapace. E i suoi scherani son pure peggio. Il peggio del peggio. Parli poi di “rosso”: ma de che? Il Pd non lo è mai stato. Al massimo un “rosso relativo”, come nella canzone di Tiziano Ferro. Detto questo, è vero che i renziani dovrebbero dare un nome tutto loro al partito: così renderebbero manifesto l’aspetto ormai padronale del Pd. Una cosa tipo “FR”, “Facciamo Ridere”. Ma sarebbe ancora meglio che se ne andassero, fondando il loro partitino alla Macron, sperando poi – e io ho smesso in merito di sperare: tu non so – che i Cuperlo e Orlando rendano il Pd anche solo minimamente decente. Sarebbe già qualcosa, fermo restando che a mio avviso l’unica strada per il Pd è autoestinguersi (e fin qui ci siamo) per poi creare un soggetto interamente nuovo. Derenzizzato. Con persone totalmente nuove. Auguri.

Andrea Scanzi

Gli Alpini attaccano Salvini: “Non ci usi per fare propaganda”

Gli Alpini contro Matteo Salvini. All’associazione dei combattenti non piace che il ministro dell’Interno indossi in pubblico la loro maglia con i simboli dell’Adunata del Centenario. Le penne nere hanno protestato con una nota: “A seguito delle recenti vicende relative all’utilizzo di nostri marchi e simboli da parte di persone esterne all’Associazione Nazionale Alpini, – si legge in una nota – l’Ana ribadisce e riafferma che l’Associazione è apartitica”. La nota arriva dopo la protesta del presidente della sezione milanese di Ana, Luigi Boffi, che nei giorni scorsi si era lamentato per la maglietta dell’Ana regalata a Salvini in occasione di una festa della Lega: “Solo un imbecille – ha scritto Boffi – non avrebbe capito l’uso che ne avrebbe fatto l’onorevole: 2 apparizioni televisive; ma quel che è peggio, si è presentato presso l’Opera Cardinal Ferrari (una onlus milanese, ndr) con la polo messa in bella mostra, mettendo così in difficoltà il Comune di Milano”. Per Boffi, “ne va della nostra credibilità e autonomia”. Ieri l’Ana ha preso posizione con una lettera ufficiale: “Ogni eventuale accostamento dei nostri simboli a situazioni politiche non è assolutamente promosso né voluto dall’Ana”.

Decade il cda di Carige, riecco Malacalza

S’ è dimesso ieri con effetto immediato l’ottavo consigliere di amministrazione di Carige, Giuseppe Pericu. Poiché è venuta meno la maggioranza degli amministratori, l’intero consiglio di amministrazione è decaduto. L’attuale cda della banca, resterà in carica per tutti gli atti di ordinaria amministrazione fino al suo rinnovo da parte dell’assemblea ordinaria dei soci, convocata il prossimo 20 settembre.

Assemblea in cui si disputa il controllo dell’istituto genovese, da mesi al centro di un intreccio di problemi finanziari e di governance.

Ieri aveva presentato la propria lista Malacalza Investimenti, primo azionista col 23,9%. Pietro Modiano, ex dg di Intesa ed ex ad vicario di Unicredit, è indicato come presidente, Lucrezia Reichlin, ex direttore generale per la ricerca della Bce e docente alla London School of Economics, come vice. Seguono Fabio Innocenzi, Stefano Lunardi, Salvatore Bragantini, Francesca Balzani (già consigliere, uscita a luglio), Lucia Calvosa, Chiara Del Prete, Luisella Bergero e Stefano Dagnino.

Dopo le critiche della vigilanza Bce sul piano di rafforzamento patrimoniale, la difficoltà a trovare investitori per nuovi bond subordinati (comprensibile dopo l’aumento di capitale da oltre 500 milioni fatto a dicembre) e le dimissioni a raffica, il nuovo board dovrà definire chiaramente le strategie. Malacalza è da tempo in disaccordo con l’amministratore delegato, Paolo Fiorentino, che è però sostenuto da una parte degli altri azionisti, prima di tutto Raffaele Mincione, titolare ufficialmente un pacchetto del 5,4% ma che aveva dichiarato di voler salire almeno al 9% e che potrebbe trovare l’appoggio dell’altro socio forte, Gabriele Volpi (9%).

Secondo ipotesi circolate nei giorni scorsi, Mincione, terrebbe Paolo Fiorentino, ma col ruolo di presidente e vorrebbe l’attuale direttore finanziario, Andrea Soro, come ad.

Pure Rignano rinnega Renzi: il Pd non lo invita alla Festa

Una volta Rignano sull’Arno era la caput mundi del renzismo. Tutto era partito da questo piccolo paesello alle porte di Firenze dove il giovane Matteo aveva mosso i suoi primi passi e il “babbo” Tiziano faceva il bello e il cattivo tempo: conosciuto da tutti, segretario del Pd cittadino e amico di lunga data con il sindaco Daniele Lorenzini, Rignano era praticamente nelle sue mani. Tanto da ospitare nell’autunno di due anni fa la famosa grigliata in cui il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia gli consigliò di “non parlare con Alfredo Romeo”, l’imprenditore napoletano arrestato nell’ambito dell’inchiesta Consip che vede tutt’oggi indagati sia Tiziano Renzi che l’ex ministro dello Sport Luca Lotti.

Con la rapida caduta del renzismo, però, adesso anche Rignano volta le spalle al giglio magico: dopo la storica sconfitta del Pd alle amministrative di un anno fa, né Matteo Renzi né Luca Lotti (che in questo collegio è stato eletto lo scorso 4 marzo) sono stati invitati ufficialmente dal Pd locale per la Festa dell’Unità che inizia oggi dal titolo “Un piede nel passato, lo sguardo nel futuro”.

Nella settimana che si concluderà il prossimo 2 settembre, il programma prevede solo due dibattiti: quello di martedì 28 con Roberto Giachetti che presenterà il suo libro “Sigaro, politica e libertà” prima di cenare con i lavoratori della Bekaert a rischio licenziamento e poi quello di giovedì 30 a cui parteciperà l’ex viceministro dello Sviluppo Economico Teresa Bellanova. Stop. Non ci sarà nessun esponente del giglio magico: né Maria Elena Boschi (che non è stata invitata nemmeno alla Festa di Firenze ufficialmente perché “eletta nel collegio di Bolzano”) ma soprattutto né Lotti né il concittadino Renzi.

“Ci siamo sentiti in questi giorni e gli abbiamo chiesto di venirci a trovare, magari a mangiare una pizza, ma non a partecipare ad un dibattito – spiega al Fatto Quotidiano il segretario comunale del Pd Maurizio Bugli – il nostro partito deve ripartire proprio dalle Feste dell’Unità e qui l’abbiamo organizzata aprendola a tutti, anche a chi la pensa diversamente da noi”.

E Tiziano? “È un nostro militante, un iscritto della nostra sezione come un altro e ci sta dando una mano per la manovalanza, ma non credo che servirà ai tavoli”.

Tra gli organizzatori non si esclude che l’ex premier comunque possa fare un salto a sorpresa a festa già inoltrata, magari proprio giovedì prossimo per accompagnare Bellanova, con cui ha ottimi rapporti. Oltre ai membri del Giglio magico, alla Festa di quest’anno i grandi assenti saranno anche gli esponenti dell’amministrazione comunale con cui il Pd ha rotto da tempo: non è stato invitato né il sindaco Daniele Lorenzini, ormai passato a LeU e grande accusatore di Tiziano nell’inchiesta Consip, né qualunque altro esponente della giunta. E non è finita qui: a rinfocolare le polemiche in paese ci ha pensato proprio il Comune con un’ordinanza che ha vietato la costruzione del palco nel tradizionale spazio della Festa. “Visto che viene montato proprio di fronte all’Arno ci hanno spiegato che esiste un rischio idrogeologico – protesta il segretario dem – ma è dal 1958 che qui c’è il pericolo di inondazioni e da allora la Festa l’abbiamo sempre fatta accanto al fiume”.

“Tutto falso – replica al Fatto il vicesindaco Tommaso Cipro – visto il rischio, abbiamo individuato subito un’altra area in cui chi vuole può organizzare le proprie manifestazioni”.

Alla fine, si arriverà ad un compromesso: nessun palco, ma una semplice pedana rialzata dove siederanno i due relatori dem. Come rivelato dal Fatto l’estate scora, la Festa dell’Unità di Rignano era finita negli atti dell’inchiesta Consip per un’intercettazione risalente al 31 agosto 2016 in cui Romeo chiedeva al faccendiere Carlo Russo di poter organizzare una cena con Tiziano Renzi ottenendo solo un rinvio: “Sì sì sì ora appena finisce sta benedetta festa dell’Unità, non si preoccupi! Ieri mattina era sulla ruspa a fare la pista per far giocare i bambini…”. “Si, ma no io lo immagino – diceva Romeo al telefono – perché io (non, ndr) l’ho conosciuto lo vedo un personaggio… il figlio esasperato! Il figlio moltiplicato per dieci”.

Tutti gli affari dei compagni

È il 21 ottobre 1998 quando Massimo D’Alema diventa presidente del Consiglio, al posto di Romano Prodi silurato da Fausto Bertinotti. È il primo post-comunista che entra nella stanza dei bottoni. È da quel momento che cresce ciò che Gad Lerner chiama “ansia da legittimazione”: gli eredi del Pci, fino ad allora esclusi dall’area di governo, quando ci arrivano vogliono dimostrare in tutti i modi di “saper stare a tavola” con i potenti. D’Alema non perde tempo: cinque giorni dopo l’insediamento, ribadisce all’assemblea dei senatori Ds che “Mediaset è un patrimonio produttivo del Paese”; e ricorda la sua visita all’azienda di Silvio Berlusconi compiuta alla vigilia delle elezioni dell’aprile 1996, quelle poi vinte dall’Ulivo di Prodi: “In quell’occasione affermai che la sinistra italiana combatte Berlusconi ma non danneggia le sue imprese, che considera un patrimonio del Paese. Ora, in qualità di presidente del Consiglio, sono ancora più tenuto a tutelare i diritti della libera impresa e a essere garante di questo impegno”.

 

La lunga storia dell’amore con i “padroni”

Dai palazzinari “calce e martello” ai “furbetti del quartierino”

L’“ansia da legittimazione” dei post-comunisti non riguarda soltanto Berlusconi, ma un po’ tutti i potenti, imprenditori e finanzieri, banchieri e immobiliaristi. I manovratori della Fiat, gli Agnelli, Cesare Romiti, Sergio Marchionne, poi Carlo De Benedetti, fino ai Gavio e ai Benetton, padroni colorati delle autostrade. Di tanto in tanto, cercano di aprire nuovi spazi per i “padroni rossi” delle coop, di Unipol e di Montepaschi, non senza puntate ad alto rischio sui nuovi “capitani coraggiosi” e perfino sui “furbetti del quartierino”. Mentre Prodi, dell’altra famiglia che fa nascere prima l’Ulivo e poi il Pd, quella “bianca” ex Dc, porta con sé un pezzo della tecnocrazia di Stato e personaggioni come Angelo Rovati, ben incistati nel mondo italiano degli affari.

In verità, già il Pci aveva un occhio di riguardo per gli imprenditori. Quelli “rossi”, come i Marchini, palazzinari tutti “calce e martello”. Ma anche Berlusconi, fin dai tempi eroici del decreto Craxi contro l’oscuramento delle tv Fininvest da parte dei pretori: sarebbe diventato definitivo il 1 febbraio 1985 e quel giorno la Sinistra indipendente capeggiata da Giuseppe Fiori era riuscita in Senato a tirare in lungo la discussione, fino alle 23.30. “Se quattro comunisti fossero intervenuti a parlare”, scrisse poi Fiori, “sarebbe passata la mezzanotte e il decreto Craxi sarebbe decaduto”, con conseguente oscuramento delle tv. Invece il capogruppo del Partito comunista, Gerardo Chiaromonte, aveva fatto rispettare una ipocrita disciplina di partito: votare contro, ma senza intervenire in aula. Berlusconi si era salvato. E in cambio Bettino Craxi aveva mantenuto la promessa fatta al giovane responsabile Comunicazione del Pci, Walter Veltroni: il Tg3 al Pci.

Anche la Fiat era “un patrimonio del Paese”, visto che già nell’autunno 1980, mentre il segretario del Pci Enrico Berlinguer si schierava dalla parte degli operai in lotta contro 14 mila licenziamenti annunciati, pronti al blocco dei cancelli, il capo del partito torinese Piero Fassino non mancava di rassicurare in privato l’amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti. Più recentemente, è toccato a Sergio Chiamparino, prima sindaco di Torino, poi banchiere del Sanpaolo, infine presidente della Regione Piemonte, tenere rapporti stretti con Marchionne, che intanto portava all’estero la Fiat, diventata Fca, tra gli applausi generali.

Per ottenere il salvataggio finanziario del vecchio Pci e dell’Unità, D’Alema e Fassino ebbero rapporti diretti con il banchiere Cesare Geronzi, vecchia scuola andreottiana, che portò a compimento la missione. Ma l’“ansia da legittimazione” trionfa, infine, con l’arrivo dell’ex Pci al governo. Tanto che l’avvocato Guido Rossi, personaggio non certo ostile alla sinistra, nel 1999 conia una definizione destinata a restare nel tempo, quando dice che “a Palazzo Chigi c’è l’unica merchant bank dove non si parla inglese”. Era partita, con la benedizione di D’Alema, la scalata a Telecom da parte dei “capitani coraggiosi” della “rude razza padana” guidati da Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti. Fu “la madre di tutte le scalate”, l’opa ostile da 100 mila miliardi di lire che conquistò un’azienda – sana ma debole a causa di una privatizzazione fatta male – caricandola di debiti e vendendo agli stranieri un’altra buona azienda italiana, la Omnitel che era stata creata da Colaninno. Quanto fossero coraggiosi quei capitani e quanto lungimirante D’Alema si vede poi dalla sorte di Telecom, venduta già nel 2001 alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera e alla Edizione Holding dei Benetton. E oggi sfilata dalle mani dei francesi di Vivendi soltanto grazie all’intervento della Cassa depositi e prestiti e del fondo americano Elliott. Gnutti, brillante finanziere bresciano, è l’inventore della “bicamerale della finanza”: nella sua società Hopa riunisce destra e sinistra, mette in affari insieme i “rossi” di Unipol e Montepaschi con la Fininvest di Berlusconi. Dopo la scalata Telecom, Hopa nell’estate del 2005 mette a punto, con alcuni alleati, un’operazione che diventa essa stessa una “bicamerale della finanza”: con la Banca popolare di Lodi di Gianpero Fiorani (sostenuto dalla Lega) e con la Unipol di Gianni Consorte (sostenuta dagli ex comunisti) lancia le scalate a due banche, Antonveneta e Bnl, e al Corriere della sera. In prima fila i “furbetti del quartierino”, gli immobiliaristi di ultima generazione, da Stefano Ricucci a Danilo Coppola, fino a Giuseppe Statuto. Origini oscure, moltiplicano la loro ricchezza in un gioco illusionistico in cui si scambiano gli immobili come figurine, a valori sempre crescenti, mettendoli poi a bilancio e usandoli come pegno per ottenere soldi veri dalle banche. Eppure gli ex comunisti vanno pazzi per loro, stravedono per la “rude razza mattona”. D’Alema i “furbetti” li sdogana così: “Se degli oscuri immobiliaristi, dietro ai quali si è finalmente appurato che non ci sono io, spaventano i salotti buoni del capitalismo italiano, evidentemente c’è una fragilità di quegli assetti proprietari che non ha uguali al mondo”. Nella difesa dei “furbetti” lo scavalca Fassino, allora segretario dei Ds: “Incomprensibile la puzza sotto il naso” che circonda i palazzinari, dichiara il 23 giugno 2005. Tenendo fede alla sua fama, quello stesso giorno si apprende che Ricucci e Gnutti sono indagati dalla Procura di Milano per aggiotaggio. Ma pochi giorni dopo, il 7 luglio, Fassino rincara la dose con un’intervista al Sole 24 ore: “Non c’è un’attività imprenditoriale che sia pregiudizialmente migliore o peggiore di un’altra. È tanto nobile costruire automobili o essere concessionario di telefonia, quanto operare nel settore finanziario o immobiliare”. Il Riformista, di cui era editore Claudio Velardi, braccio destro di D’Alema ai bei tempi della “merchant bank di Palazzo Chigi”, è più esplicito e afferma (in un editoriale del 7 giugno 2005) che “gli outsider, i lanzichenecchi, gli immobiliaristi, i redditieri” non sono un problema per il capitalismo italiano. Anzi, ce ne vorrebbero di più. “Il problema italiano è proprio quello di una certa carestia di outsider; sì, proprio di gente che viene dal nulla e si fa da sola, e mentre si fa da sola produce sviluppo, pil e benessere”. Aggiunge D’Alema: “Gli speculatori fanno plusvalenze. Se rispettano le leggi dello Stato, perché criminalizzarli?”. Ai due leader Ds risponde subito, a distanza, l’ex segretario del partito Achille Occhetto: “La sinistra, invece di impegnarsi per cambiare il modello economico e sociale, si trova a parteggiare nella lotta tra salotto buono e capitani coraggiosi, magari rivestiti di denaro sporco”.

Il culmine è raggiunto con la celebre telefonata tra Fassino e Consorte: “Allora, siamo padroni di una banca?”, chiede il segretario dei Ds nel luglio 2005 al presidente di Unipol che risponde: “È chiusa, sì, è fatta”. Poi Fassino si corregge: “Siete voi i padroni della banca, io non c’entro niente…”. Ma continua a chiedere, vuole sapere come sarà gestito il passaggio di quote dagli immobiliaristi a Unipol, viene informato che Consorte ha già lanciato l’opa obbligatoria, chiede le percentuali delle azioni e i prezzi. Si preoccupa: “Possibili ricorsi in sede giudiziaria?”. Rassicurato, invita infine alla cautela il fumino Consorte, che vorrebbe denunciare chi l’ha osteggiato: “Aspetta, prima portiamo a casa tutto”. La diffusione dell’intercettazione, segreta e ancora sconosciuta perfino ai magistrati che l’avevano disposta, è illegale e aiuterà Berlusconi (che la farà pubblicare sul suo Giornale di famiglia in campagna elettorale) a ridurre la distanza che lo separava da Prodi, il quale infatti nella primavera 2006 vincerà le elezioni, ma per un soffio. La telefonata però è vera e diventerà la prova provata delle intromissioni della politica (di sinistra) nella finanza. Come se non bastasse, poi Matteo Colaninno, figlio di Roberto, viene premiato con un seggio in Parlamento e posti di rilievo dentro il Pd, responsabile nazionale Sviluppo economico, presidente del Forum Sviluppo del Pd scelto dal segretario nazionale Dario Franceschini, ministro dello Sviluppo economico nel governo ombra del Partito democratico, presidente del Forum Impresa del Pd voluto dal nuovo segretario Bersani.

Bersani è identificato con la “ditta”, nel senso del partito prima della mutazione genetica renziana. Ma erano altre le “ditte” con cui si confrontava. Il gruppo Gavio, per esempio. Dalle intercettazioni telefoniche scopriamo che è Bersani che interviene e passa il contatto diretto con Marcellino Gavio a Filippo Penati, capo del partito a Milano e poi della segreteria Pd. Dopo un “incontro riservato” tra Gavio e Penati, la Provincia di Milano presieduta da Penati compra a caro prezzo da Gavio le azioni dell’autostrada Milano-Serravalle. In cambio Gavio dà una mano a Unipol impegnata a scalare Bnl.

 

Il viaggio nell’Italia dei distretti finisce nel deserto

Sulla “merchant bank di Palazzo Chigi” fiorisce un Giglio magico

Un volumetto pubblicato da Donzelli nel 2004, Viaggio nell’economia italiana, di Pierluigi Bersani ed Enrico Letta, entrambi ex ministri dell’Industria, documenta il “viaggio in Italia” dei due leader del centrosinistra alla ricerca di un rapporto con i padroncini dei distretti, piccoli imprenditori e artigiani del made in Italy: tessile, meccanica, alimentare, ceramica, abbigliamento, gioielli, che fanno il 50 per cento dell’export italiano. Viaggio inutile, con il senno di poi: i padroncini si sono rivolti altrove. Forse valeva la pena che i due restassero più attaccati al core business della loro “ditta” e parlassero di più, invece che con i padroncini, con i loro dipendenti, lavoratori invece anch’essi ormai elettoralmente perduti.

Quando sulla scena del Pd fa irruzione Matteo Renzi, la tragedia si tramuta in farsa. Dapprima Matteo sembra voler fare piazza pulita delle vecchie pratiche e rottamare i vecchi leader. Peccato che in breve tempo, arrivato anch’egli a Palazzo Chigi, sostituisce la vecchia merchant bank di D’Alema con una nuova dove l’inglese è se possibile ancor più improbabile. Lo parla fluentemente Davide Serra, finanziere renziano con base a Londra, dove ha piantato il suo fondo Algebris, che pure non disdegnava – almeno a detta del compagno di partito Bersani – qualche passaggio per i paradisi fiscali. L’imprenditore di riferimento però è Marco Carrai, partito ciellino e diventato il gemello diverso di Matteo, che lo voleva perfino mettere al vertice della cybersecurity. Affari d’oro all’Expo gestito dal renziano (poi pentito) Giuseppe Sala sono garantiti per Oscar Farinetti di Eataly, grande sostenitore di Renzi. E un occhio di riguardo per Pier Luigi Boschi, papà di Maria Elena, al vertice di Banca Etruria, e per babbo e mamma propri, coinvolti in affarucci con personaggi che a volte finiscono in cella. Dopo queste minuzie, per guardare in alto, Renzi tratta da amicone Marchionne, che pure ha ormai sfilato la Fiat all’Italia. E punta a multinazionali del calibro di Ibm, a cui strappa, volato a Boston, la promessa di stabilire a Milano, sull’area Expo, la sua centrale Watson per sviluppare l’intelligenza artificiale. Peccato si dimentichi di dire che in cambio ha promesso di concedere a Ibm (gratis) i preziosissimi dati sanitari degli italiani. L’affare s’incaglia dopo la caduta del suo governo. E la sinistra italiana comincia la sua traversata del deserto, senza mostrare di aver imparato molto dai suoi errori passati.

Crescita italiana Moody’s taglia le stime 2018 e 2019

Moody’s ha abbassato ieri le sue stime di crescita del Pil italiano dall’1,5% all’1,2% per il 2018 e dall’1,2% all’1,1% per il 2019 alla luce della “forza inferiore alle attese” manifestata dall’economia nel secondo trimestre del 2018. Per l’agenzia di rating, l’economia globale ”resta solida” ma potrebbe aver raggiunto il suo picco anche perché le tensioni commerciali degli Usa con la Cina peggioreranno quest’anno, pesando sulla crescita globale nel 2019. Secondo l’agenzia di rating le tensioni commerciali tra gli Usa e la Cina sono probabilmente destinate a deteriorarsi quest’anno e intaccheranno la crescita globale nel 2019. Per quanto riguarda l’Eurozona Moody’s parla di “solida crescita” nonostante il Pil reale abbia subito un “modesto rallentamento” nel secondo trimestre dell’anno (più 2,2% anno su anno dopo il più 2,5% del primo trimestre). “Tutti gli indicatori compresa la produzione industriale, l’indice Pmi, le vendite al dettaglio e il sentimento si sono leggermente indeboliti dai massimi storici di inizio anno, anche se restano robusti”. L’attività economica in Itali si è ”leggermente indebolita” nel secondo trimestre (più 0,2% rispetto al +più 0,3% del primo trimestre).

Di Maio si arrende: Ilva andrà a Mittal. Adesso gli esuberi

L’Ilva resterà nelle mani di Arcelor Mittal. Secondo Luigi Di Maio, dopo aver letto il parere fornito dall’Avvocatura dello Stato, si può concludere che la gara con cui le acciaierie sono state vendute al colosso industriale è stata “il delitto perfetto”. Proprio per questo non sarà annullata: perché, pur essendo questa irregolare, mancano i requisiti per cancellarla (“l’interesse pubblico attuale e concreto”).

Insomma, la procedura – che secondo il ministro dello Sviluppo economico è stata “illegittima per eccesso di potere” – non tornerà alla casella di partenza.

Ci sarebbe solo un’ipotesi che potrebbe portare a una revoca: “Se esistessero altre aziende che ci dicono che vogliono partecipare alla gara”. Ma al momento non ci sono, quindi questo resta un caso di scuola. Il parere dell’Avvocatura, comunque, per ora è tenuto segreto: sarà pubblicato nelle prossime settimane, al termine della procedura. La situazione ora è questa: c’è tempo fino al 15 settembre (non ci saranno altre proroghe) per definire il passaggio di consegne. Il governo entro quindici giorni si esprimerà attraverso un parere che sarà emanato dal ministero dell’Ambiente. Sul fronte occupazionale, invece, Di Maio ha invitato i sindacati a tornare al tavolo con Arcelor Mittal per provare ad arrivare a un accordo. Insomma, il tempo stringe e ora gli acquirenti hanno il coltello dalla parte del manico. Solo le trattative potranno permettere di ottenere migliori condizioni. La forza contrattuale che ha acquisito Arcelor Mittal è leggibile nelle stesse parole del ministro, che ha dato tutte le colpe al suo predecessore Carlo Calenda riconoscendo invece “la buona fede” in capo all’azienda.

Il documento redatto dall’Avvocatura, a quanto si apprende, condivide il ragionamento del parere pubblicato il 18 luglio dall’Anac.

L’autorità anti-corruzione di Raffaele Cantone aveva condiviso le perplessità espresse dal governo, su input del governatore della Puglia Michele Emiliano. In pratica, in una serie di passaggi della gara svolta lo scorso anno, che ha visto da una parte il gruppo capitanato da Arcelor Mittal e dall’altro quello guidato dagli indiani Jindal, non è stato rispettato il principio di concorrenza. Il governo, infatti, aveva rinviato al 2023 gli adempimenti del piano ambientale, inizialmente previsti per fine 2016, quando la platea dei partecipanti era già stata ristretta. Insomma, se avessero saputo che c’era più tempo per risanare l’acciaieria, più imprese avrebbero potuto trovare appetibile la partecipazione alla gara. Questo avrebbe aumentato la concorrenza e anche la qualità delle proposte. Stesso discorso per la questione dei rilanci. La cordata di imprese sconfitta aveva chiesto di rilanciare con una nuova offerta, ma questa possibilità è stata negata. “I rilanci – spiega Di Maio – come la concorrenza non solo sono una cosa tecnica ma sono una possibilità per i cittadini di Taranto e dei lavoratori di avere una migliore offerta dal punto di vista occupazionale e ambientale”.

Arcelor Mittal si è detta ancora interessata all’acquisizione. L’atteggiamento di Di Maio, però, è stato fortemente criticato dal sindacati. “Non siamo più disponibili a fare una trattativa con l’azienda senza la presenza del governo”, dice il segretario dei metalmeccanici Uilm Rocco Palombella. Stessa posizione espressa dalla leader Fiom Francesca Re David: “Non parteciperemo ad alcuna trattativa parallela con Mittal mentre in altra sede si decidono i destini dell’Ilva – ha detto – Spetta proprio al governo, attraverso i commissari, dare il via libera al passaggio di consegne, chiediamo, ancora una volta, che lo stesso governo assuma un ruolo attivo”. “Il vero delitto perfetto – ha commentato il segretario Fim Cisl Marco Bentivogli – è chiudere Ilva, dando anche di questo responsabilità ad altri”. La situazione, insomma, ora è davvero complicata. Arcelor Mittal ha sempre detto di voler assumere solo 10 mila lavoratori, creando così 3.500 esuberi. Le trattative con i sindacati avevano permesso piccoli passi in avanti: 10.200 assunti subito e altri 300 nel 2023, a fine piano, solo se questi non avessero accettato incentivi a dimettersi. Per questi premi, però, l’amministrazione controllata (lo Stato) ha bisogno dell’affitto che sarà pagato proprio da Arcelor Mittal.

Spararono pallini contro indiano, identificati quattro ragazzi

Sono stati incastrati dalle telecamere che hanno immortalato l’auto su cui viaggiavano e da cui hanno sparato i quattro giovani di Terracina denunciati per aver sparato al bracciante indiano di 41 anni, ferito sabato scorso con un fucile a pallini. Si tratta di tre 18enni, due giovani e una ragazza, e di uno ancora minorenne, tutti denunciati per lesioni personali aggravate, esplosioni pericolose e porto d’armi e oggetti atti ad offendere. Giovani di famiglie normali, eppure con diversi precedenti alle spalle. Due per furto e danneggiamento, la ragazza per lesioni ed estorsione. In casa del ragazzo che guidava l’auto è stata ritrovata l’arma. Non si sono giustificati.