“Gli stranieri devono sbarcare: lo dice la Costituzione”

Ai passeggeri della Diciotti deve essere permesso di sbarcare in Italia: lo dice la Costituzione. Anche il Coordinamento per la democrazia costituzionale si unisce agli appelli per i migranti trattenuti sulla nave della Guardia costiera, definendo tale situazione “intollerabile”. L’associazione che nel 2016 si era impegnata per la vittoria del “no” nel referendum del 4 dicembre si appella proprio ai principi della Carta: “Queste persone si trovano in Italia e sono soggette alla protezione della Costituzione, perché le navi militari sono ‘territorio italiano’ anche in acque internazionali, e per di più nel caso in questione la nave si trova in acque nazionali”. “L’articolo 13 – spiega il documento firmato da Alfiero Grandi e Domenico Gallo – prevede che la libertà personale è inviolabile e si applica anche ai migranti a bordo della Diciotti, come si applica nei loro confronti la disciplina giuridica dell’immigrazione. Non possono esistere zone franche dal diritto”. Nel suo divieto, dunque, il governo e Matteo Salvini starebbero violando la Costituzione: “Il ministro dell’Interno non ha alcun potere sulla vita e la libertà delle persone recuperate in mare, alle quali non può impedire l’esercizio dei loro diritti”.

Il capitano del pattugliatore nuovo obiettivo di CasaPound

È stato attaccato da Casapound e altri estremisti di destra il comandante della Diciotti, pattugliatore della Guardia costiera attraccato al porto di Catania. È il capitano di fregata Massimo Kothmeir che ha preso il comando della nave il 6 aprile proprio a Catania. Non è piaciuta agli estremisti l’immagine condivisa su Facebook, due mani che emergono dal mare per tenere una barca carica di uomini. È un po’ il simbolo del salvataggio in mare. Nel 2013 Kothmeir fu tra i coordinatori delle ricerche dei dispersi nel crollo della torre di controllo del porto di Genova.

La strategia italiana appesa a una riunione

“Se dalla riunione di domani a Bruxelles non esce nulla sulla nave Diciotti e sulla redistribuzione dei migranti, allora io e tutto il Movimento 5 Stelle non siamo più disposti a dare 20 miliardi di euro all’Unione europea ogni anno”, con una frase sola il vice premier Luigi Di Maio (M5S) lega insieme la partita sui migranti e quella sulle legge di Bilancio imminente, minacciando di ridurre i contributi dell’Italia al bilancio comune Ue.

La riunione che si tiene oggi tra la Commissione europea e i rappresentanti permanenti (ambasciatori) dei 27 Paesi può segnare il successo o il fallimento del tentativo di costruire una strategia europea per la gestione del Mediterraneo. Un tentativo che inizia il 12 giugno, quando il ministro dell’Interno Matteo Salvini impedisce alla nave Aquarius, con 630 migranti salvati in mare, di attraccare in Italia. Il nuovo governo socialista spagnolo di Pedro Sanchez la accoglie a Valencia. È una prima condivisione, ma volontaria e occasionale. Due settimane dopo il Consiglio europeo recepisce alcune richieste dell’Italia: il problema migratorio è un problema europeo che ha bisogno di soluzioni europee, ma l’impegno dei Paesi sarà soltanto su base volontaria. L’11 luglio nuovo caso, uguale a quello in corso in questi giorni: Salvini impedisce alla nave Diciotti della Guardia costiera di sbarcare 67 persone. Interviene il Quirinale e i migranti scendono a Trapani.

Poi arriva un barcone dalla Libia con 450 persone. Il 13 luglio Salvini – appoggiato dal tacito assenso degli altri ministri – dice che le persone a bordo non possono sbarcare. Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi lavora per spingere gli altri Paesi ad applicare le conclusioni del Consiglio europeo: dopo aver avuto il consenso del presidente della Commissione Jean Claude Juncker e di quello del Consiglio Donald Tusk, avvia trattative bilaterali con le varie capitali. Per la prima volta sei Paesi accettano di farsi carico di alcune decine di migranti a bordo, ne assumono la responsabilità prima che mettano piede sul suolo europeo e dunque prima che si applichi il regolamento di Dublino. I 450 scendono a Pozzallo, in Italia, ma soltanto la Francia mantiene l’impegno e ne accoglie 47.

Il premier Conte prova a sfruttare l’opportunità diplomatica: scrive un’altra lettera a Juncker e Tusk con la richiesta di una cabina di regia permanente che stabilisca quali Paesi si fanno carico di quanti migranti prima che questi arrivino fisicamente in Europa. Juncker e Tusk sono d’accordo, gli altri Paesi non danno però molti segnali concreti.

E così arriviamo al nuovo caso Diciotti: la riunione di domani a Bruxelles è il primo e per ora unico effetto della disponibilità di Juncker e Tusk ad attuare un coordinamento preventivo degli sbarchi.

Se questa riunione produce un’effettiva condivisione, sarà passato il principio che c’è un meccanismo europeo per a stabilire dove finiscono i migranti diretti in Italia. In caso contrario, se la riunione si rivelerà soltanto interlocutoria e priva di sbocchi, l’intera strategia italiana rischia di vacillare.

Da otto giorni nella tendopoli a prua: un tubo per lavarsi e due bagni in 150

“Ho visto donne, giovani e uomini molto provati, persone che hanno passato di tutto, dopo la prigionia del Nord Africa: da otto giorni che il ministro Salvini tiene in ostaggio l’equipaggio della Guardia Costiera e 150 cittadini stranieri”. Sono le parole dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini che ieri è stata autorizzata (così come i come i deputati Pd Davide Faraone e Carmelo Miceli) a salire a bordo della nave Diciotti, ormeggiata al porto di Catania con i 150 migranti salvati al largo di Lampedusa la scorsa settimana. Una situazione che peggiora di giorno in giorno, come documentano le foto della tendopoli sorta a prua della nave, scattate dal deputato radicale Riccardo Magi. “A bordo sono in 150 – spiega Magi – 130 eritrei, dieci delle isole Comore, sei bengalesi, due siriani, un egiziano e un somalo. Gli uomini e le donne sono stremati, i 27 minori fatti sbarcare mercoledì sera erano molto provati, con un’età tra i 14-15, li hanno trovati molto denutriti e prostrati”.

Lo conferma anche Federica Montisanti, operatrice di InterSos che si trova a bordo della Diciotti. “C’è molto malumore tra i migranti, che vedono la terra a pochi passi ma non possono scendere – spiega – per fortuna al momento, pur non comprendendo la situazione difficile, stanno accettando quando succede”.

Nella mattina c’è stata anche l’ispezione di Daniela De Robert, componente del Collegio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale. “I migranti dormono su un ponte, non ci sono docce, ci sono solo due bagni, c’è solo una canna dell’acqua per lavarsi, non hanno ricambi – racconta la De Robert -, una situazione di estrema difficoltà gestita con grande attenzione dal personale di bordo”.

Per la terza notte consecutiva, gli “ostaggi” resteranno sulla nave ormeggiata, in attesa che si trovi una soluzione. Solo i minori, mercoledì sera, sono stati autorizzati a scendere e trasferiti in diversi centri. “Ventisette scheletrini”, li ha definiti un’operatrice di Terre des Hommes. “Erano 25 maschi e 2 femmine – spiega la Montisanti – li abbiamo trovati malnutriti, alcuni avevano contratto la scabbia, ma fortunatamente non sono state riscontrate patologie più gravi”. Nei prossimi giorni il Garante dei detenuti presenterà un’informativa alle procure di Catania e Agrigento in relazione a quanto riscontrato a bordo, anche i radicali sono pronti a sporgere denuncia per “sequestro di persona a scopo di coazione”.

Decidere tocca a Salvini, ma Conte può scavalcarlo

“Non c’è un provvedimento che vieta lo sbarco. La procedura regolamentare prevede che le navi con migranti a bordo chiedano l’indicazione del porto di sbarco al ministero dell’Interno: questa indicazione non è ancora stata data alla nave Diciotti, che infatti non è ancora propriamente in porto ma è ormeggiata alla banchina di transito del porto di Catania”. Così la spiega l’avvocato Gennaro Terracciano, ordinario di diritto amministrativo e prorettore dell’Università Roma 4 “Foro Italico”, consulente giuridico di Matteo Salvini. La procedura è quella denominata Sop 009/2015 di cui abbiamo scritto due giorni fa, modificata quando al Viminale c’era Marco Minniti per l’esigenza, opposta alle attuali priorità di Salvini, di velocizzare le operazioni. Per ovvii motivi di ordine pubblico il soggetto a cui la Guardia costiera deve chiedere il cosiddetto Pos (Place of safety) previsto dalle convenzioni internazionali è appunto il ministero dell’Interno, precisamente il Dipartimento delle Libertà civili. Il comando generale delle Capitanerie di porto deve essere solo informato. Decide il Viminale, non c’è dubbio. L’unico che potrebbe scavalcare Salvini è il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, rivolgendosi direttamente al prefetto di Catania perché avvii le procedure di identificazione dei migranti “sequestrati” sulla Diciotti, naturalmente previo sbarco.

Il Garante dei detenuti e il procuratore di Agrigento ipotizzano che sulla nave si consumi un’illegittima limitazione della libertà personale dei 150 migranti, in assenza dei provvedimenti giudiziari richiesti dalla Costituzione italiana e dalla Convenzione europea dei diritti umani. Un avvocato potrebbe impugnare la procedura Sop 009/2015. “Se ci sarà un contenzioso ne discuteremo”, risponde Terracciano. Ma intanto c’è un’ipotesi di sequestro di persona su una nave militare che, giuridicamente, è territorio italiano. “Non voglio contestare le ipotesi della magistratura – replica il professore – ma un conflitto tra norme penali e amministrative sarebbe un’aberratio. In realtà quei migranti non sono ancora in porto, è come se fossero in mare, sono lì solo perché sono stati salvati”. Sarà, ma la magistratura ha perseguito i presunti reati di minacce commessi in acque internazionali da migranti contro il comandante del mercantile italiano Von Thalassa e senz’altro perseguirebbe un eventuale omicidio sulla Diciotti. “Ma non per questo – insiste Terracciano – si può parlare di limitazione della liberta di quei migranti”.

A Palazzo Chigi sono giunti alla conclusione che solo il presidente del Consiglio può fermare Salvini. A Roma il premier Conte arriverà oggi all’alba, dopo aver partecipato alla fiaccolata in memoria delle vittime del terremoto di due anni fa, a Pescara del Tronto. E dovrà decidere se affrontare Salvini o lasciarlo fare. Non sarà il leader leghista, questo è sicuro, a tornare sui suoi passi. Dal buen retiro di Pinzolo, ultima appendice delle sue lunghe vacanze, ha dato mandato ai collaboratori di non disturbarlo nemmeno per gli aggiornamenti: tanto, idea non la cambia. Ha già ceduto, racconta, mercoledì pomeriggio quando – dopo le insistenze del sottosegretario alle Pari opportunità, il Cinque Stelle Vincenzo Spadafora – ha autorizzato il prefetto di Catania Silvana Riccio a far sbarcare i 27 minori.

A levare il premier dall’impaccio, però, non sarà nemmeno il presidente Sergio Mattarella, chiuso nel consueto riserbo. Salvini lo sa, non a caso l’altro ieri ha tirato in ballo il presidente del Consiglio e il Capo dello Stato come unici eventuali oppositori alla sua linea. Di certo non lo hanno smosso le parole del presidente della Camera Roberto Fico, che pure ieri ha ricevuto la solidarietà pubblica di diversi parlamentari e del ministro del Sud Barbara Lezzi e – fanno sapere – quella privata di altri membri del governo. Restano i poteri, finora mai esercitati, di Conte. Ma un ordine del premier al prefetto aprirebbe una frattura insanabile nell’esecutivo gialloverde.

Il pm alla Guardia costiera “Chi ordinò di trattenerli?”

La domanda è elementare e non si presta a equivoci: quale “autorità centrale” ha impartito gli ordini al pattugliatore Diciotti? È uno dei quesiti che la Procura di Agrigento ha rivolto alla Capitaneria di porto di Porto Empedocle. Dopo aver aperto un fascicolo, per verificare se lo stallo davanti al porto di Catania stia configurando il reato di sequestro di persona, il procuratore Luigi Patronaggio ha delegato le indagini alla Guardia Costiera. Il quesito sulla “autorità centrale” che ha impartito gli ordini – sin da quando sono iniziate le operazioni di salvataggio – non è l’unico. La Procura vuole sapere dalla Guardia Costiera a quale titolo, e in base a quale norma, i circa 150 migranti siano stati finora trattenuti a bordo della nave. E ancora: se vi siano state delle identificazioni nei giorni scorsi; se sono stati rilevati reati previsti dalla legge Bossi-Fini, ovvero ipotesi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il punto è che la principale “autorità centrale” è quella del comando generale della Guardia Costiera. C’è poi la coppia di dicasteri ai quali i marinai rispondono: il ministero delle Infrastrutture, guidato da Danilo Toninelli e quello della Difesa, affidato al ministro Eilsabetta Trenta. È innanzitutto in questa cornice che la Procura di Agrigento individuerà i responsabili del (per ora presunto) sequestro dei 150 migranti e del loro eventuale arresto illegale. Se la procura dovesse ipotizzare e contestare responsabilità di membri del governo, il fascicolo sarebbe trasmesso al Tribunale dei ministri.

E una prima risposta alle domande della procura di Agrigento – ovviamente non di tenore giudiziario – arriva dal segretario dei Radicali italiani Riccardo Magi che ieri è stato a bordo della Diciotti e ha riportato il contenuto della sua conversazione con il comandante della nave, il capitano di fregata Massimo Kothmeir.

“Ma che devo fare? Devo entrare in porto o no? Non è che mi mettono i braccialetti d’argento?” avrebbe chiesto il comandante ai suoi superiori, temendo addirittura l’arresto dopo aver letto sui social network che il Viminale non autorizzava lo sbarco. Eppure, c’era stato il via libera all’attracco del ministero per le Infrastrutture. “Abbiamo ricostruito con il comandante l’origine di questa situazione – dice Magi –. Da una parte l’indicazione da parte del ministro Toninelli e poi poco dopo la posizione del Viminale appresa via web dal comandante. Il comandante ha fermato la nave al largo di Catania e in attesa di conferma da parte dei superiori. Il comando generale gli ha ordinato di attraccare senza consentire lo sbarco”. Magi aggiunge: “Ho chiesto al comandante della nave Diciotti una sua valutazione tecnica, al di là delle questioni politiche, su quanto questa situazione possa andare avanti e la risposta in tutta sincerità è stata ‘siamo già oltre tempo massimo. Abbiamo già stabilito un record’”.

Oltre il fascicolo della Procura di Agrigento, sul caso della Diciotti sono state avviate altre due indagini.

La prima è stata aperta dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ipotizza l’associazione a delinquere finalizzata al traffico di migranti e dell’immigrazione clandestina.

Un secondo fascicolo è stato aperto invece dalla procura di Catania. Non sono ancora contestati reati. Siamo in una fase di accertamenti preliminari per vedere se siano ipotizzabili ulteriori reati. La Procura dei minori di Catania, infine, ha nominato i tutori legali dei 27 ragazzini fatti sbarcare ieri. Sulla vicenda ieri è stato anche necessario l’intervenuta dell’Associazione nazionale magistrati. Il segretario della Lega Abruzzo, Giuseppe Bellachioma, ha scritto sul suo profilo Facebook: “Messaggio da parte della Lega Abruzzo: se toccate il Capitano vi veniamo a prendere sotto casa… occhio!”. Con queste parole Bellachioma ha voluto prendere le difese di Salvini sul possibile intervento della magistratura. “Parole intimidatorie nei confronti dei magistrati in relazione ai fatti della nave Diciotti”, ha denunciato la Giunta esecutiva centrale dell’Anm. “Un inaccettabile tentativo di interferire nella attività dei magistrati impegnati nella delicata vicenda. L’Anm respinge ogni tentativo di interferenza e intimidazione. Ogni tentativo di condizionamento sarà vano”.

Però adesso basta

Lo stallo vergognoso attorno alla nave Diciotti della Guardia Costiera, prima tenuta fuori dalle acque italiane come se fosse un vascello pirata, o fantasma, e non un pezzo di Italia, e poi autorizzata ad attraccare nel porto di Catania ma non a sbarcare i suoi 177 passeggeri per lo più eritrei, dura ormai da una settimana. E deve finire subito nel modo più ragionevole, umano e anche scontato che tutti conoscono benissimo: i migranti finalmente a terra per essere rifocillati, curati, accolti in strutture dignitose e poi avviati al percorso previsto dalla legge per i richiedenti asilo. Che sarà (forse) il rimpatrio nel loro paese (forse) finalmente pacificato, quando – si spera presto – i governi eritreo e italiano sigleranno l’accordo bilaterale in tal senso con l’Italia. Spetta al premier Giuseppe Conte, responsabile dell’indirizzo generale del governo, senza attendere i moniti di Mattarella, spiegare al suo vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini che il tempo per le ostentazioni muscolari è ampiamente scaduto. Anche perché nemmeno il sadico più efferato può pensare di lasciare quei poveretti su una nave non certo da crociera in alto mare per altri giorni o settimane.

Abbiamo capito tutti che anche stavolta il governo maltese ha ciurlato nel manico, che quello libico continua a ricattarci aprendo e chiudendo i rubinetti delle partenze a suo piacimento, e che la cosiddetta Europa – forse spaventata dalle sue ultime ridicole “concessioni” – continua a essere soltanto un’espressione geografica e linguistica. Ma di tutto questo i 177 eritrei ridotti a larve dopo settimane di navigazione non hanno alcuna colpa e la responsabilità della loro vita ricade sulla solita Italia (che peraltro non ha verso di loro alcuna responsabilità in più di quelle degli altri 26 membri dell’Ue, che si voltano dall’altra parte). Il nostro Paese non può accettare lezioni di accoglienza da nessuno, ma proprio per questo non può e non deve mettersi nelle condizioni di riceverne.

Salvini, al solito, gioca la sua partita cinicamente e spregiudicatamente: usa l’arma di distrazione di massa di un’emergenza finta (qual è fortunatamente, al momento, quella dei migranti, dopo il crollo delle partenze e degli sbarchi) per riprendersi la scena rubata dai 5Stelle su vitalizi, dl Dignità e caso Autostrade; e per distrarre l’attenzione dalle vere emergenze nazionali. Che sono notoriamente ben altre, e la cronaca s’incarica ogni giorno di rammentarcele.

Per esempio, i rapporti malsani e spesso corrotti fra politica e affari, riportati alla ribalta dal crollo del ponte Morandi, col retrostante scandalo dei beni pubblici regalati ai privati dai vecchi partiti, Lega compresa. Ovvio che Salvini voglia parlarne il meno possibile. E così, per ripartire con la litania sui migranti, fa esplodere un caso gestibilissimo come quello della Diciotti, appigliandosi a un paio di cavilli da azzeccagarbugli (li spieghiamo nel dettaglio a pagina 3) che forse lo metteranno al riparo dalle conseguenze penali dei suoi atti e delle sue omissioni. Ma che più passano i giorni e più lo pongono ai margini, se non al di fuori della Costituzione e della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. E intanto, in una crisi istituzionale senza precedenti, nessuno –Guardia Costiera, Guardia di Finanza, Capitanerie di Porto – sa più che cosa è giusto o conveniente fare: perché ciascuno rischia di restare col cerino in mano e di dover rispondere in Tribunale per non aver disobbedito a ordini illegittimi. Dovessimo fare una previsione, diremmo che difficilmente la pur doverosa indagine della Procura di Agrigento per sequestro di 177 persone approderà da qualche parte: la questione qui non è giudiziaria, ma tutta politica e stavolta il Codice penale risolve poco. Ma è evidente che, in questa partita tragica con la Libia e l’Europa, non si può vincere sempre. Specie quando la “vittoria” è ben poco onorevole, perché avviene sulla pelle della povera gente.

Finora il gioco giallo-verde del poliziotto buono e del poliziotto cattivo (Salvini che fa il duro, Conte e Moavero che raccolgono risultati diplomatici) aveva quasi sempre funzionato. L’Ue aveva accettato il principio che chiunque sbarchi in Italia sbarca in Europa, che dunque deve farsene carico; alcuni stati membri avevano accettato (almeno a parole e non ancora nei fatti, a quel che si sa) di condividere con noi – sia pure su base volontaria – l’accoglienza degli ultimi sbarcati in Italia; e la Commissione Juncker aveva accolto la proposta di Conte di una cabina di regia centralizzata a Bruxelles per la gestione dei singoli sbarchi oltre il “caso per caso”. Ma è proprio questo terzo impegno, che ha sostituito le telefonate di Conte e Moavero ai partner a ogni sbarco, che è venuto a mancare, o almeno s’è incagliato nelle secche dell’euroburocrazia (sempreché oggi, cosa assai improbabile, il vertice fra Juncker e i rappresentanti permanenti degli Stato membri non sblocchi l’impasse). Così il governo italiano, paradossalmente, è rimasto vittima di uno dei suoi piccoli successi: quello della “cabina di regia” europea. Che sulla carta esiste, ma non funziona: non, almeno, con la tempestività imposta dall’urgenza di tante vite umane in ballo. Ora Conte, mentre fa doverose pressioni sull’Unione e la Commissione europee perchè condividano anche la sorte dei 177 eritrei e si diano una politica migratoria stabile ed equa “una volta per tutte”, deve levare al più presto l’Italia dalla parte del torto – cioè della disumanità e della xenofobia – in cui Salvini l’ha cacciata. Proprio perché finora era stata dalla parte della ragione.

Da Verdone a Gazzè, più Travaglio e Scanzi: la festa del “Fatto” è pop

Torna per una nuova edizione (quella di quest’anno è la numero nove) la “Versiliana” – la festa de il Fatto Quotidiano nel parco della Versiliana – a Marina di Pietrasanta (Lucca), dal 30 agosto al 2 settembre. Incontri, dibattiti, ma anche concerti e spettacoli scandiranno la quattro giorni di festeggiamenti.

Inaugura la festa, giovedì 30 agosto alle ore 21, all’Area Teatro la “Serata Verdone”. Carlo Verdone racconterà al pubblico come nascono i suoi personaggi e come siamo cambiati, in compagnia di Marco Travaglio e Alessandro Ferrucci. Serata a ingresso libero. Ad allietare la notte di venerdì 31 agosto – sempre alle 21, sempre in Area Teatro – è atteso Max Gazzè che ha scelto la Versiliana come una delle location all’aperto per il suo “Concerto Alchemaya Tour”. Il cantautore Unirà il suono di un’orchestra sinfonica, l’Alchemaya Symphony Orchestra, a quello del sintetizzatore, riuscendo a rendere in qualche modo “complesse” anche le “canzonette”. Il tour ha debuttato il 5 agosto a Roma, alle Terme di Caracalla; si è concluso con la standing ovation dei 4mila presenti. “Mi sono ritrovato davanti al microfono con i brividi sulla pelle e qualche lacrima. A cinquanta e passa anni lo stupore è una delle più belle emozioni da poter vivere”. L’ingresso è a pagamento (52,50 euro, su www.ticketone.it).

Per la giornata di sabato 1 settembre, un’anteprima nazionale: il nuovo spettacolo teatrale di Andrea Scanzi – che vi aspetta alle 21, in Area Teatro – dal titolo “Salvimaio”. L’ingresso è dagli 11,50 ai 22 euro.

Chiude la Festa “Dacci oggi il nostro Fatto Quotidiano”, la chiacchierata in libertà di Marco Travaglio sugli ultimi fatti di attualità. Ingresso gratuito. Appuntamento per domenica 2 settembre alle ore 21 in Area Teatro.

Quest’anno il Fatto Quotidiano omaggia i Soci di Fatto con una novità: l’Assemblea dei Soci di Fatto. Sarà l’occasione per discutere con il gruppo dirigente della Società editoriale “Il Fatto” dei progetti di crescita dell’azienda.

Saranno presenti Cinzia Monteverdi, Antonio Padellaro, Marco Travaglio, Peter Gomez e Marco Lillo. L’incontro è riservato appunto agli abbonati Soci di Fatto. Il ritrovo è per il 2 settembre, alle ore 14.30 all’Area Caffè.

Per i più affezionati, ma non solo, al parco della Versiliana troverete: lo spazio Loft dove poter assistere alle interviste con i nostri giornalisti tv.

E poi, ancora, lo spazio dedicato al mensile del Fatto Quotidiano, Fq Millennium, con la possibilità di portare a casa una copertina personalizzata con la vostra foto. Infine, lo stand della casa editrice fondata dal Fatto, Paper First, che sarà il punto di raccolta per i firma copie degli autori che si alterneranno durante tutta la manifestazione. Presentano la Festa: Silvia D’Onghia e David Perluigi.

Mummie & nazisti: è bianco il colore della morte al Nord

Il bianco è il colore della morte, lassù all’estremo nord. E quando c’è il sole è peggio: “Il riflesso del ghiaccio era talmente forte che Matthew riusciva a mala pena a tenere gli occhi aperti”. Nuuk è la capitale della Groenlandia, politicamente territorio danese nonché l’isola più vasta del pianeta, tra l’Atlantico e l’Artico.

Qui la calotta glaciale è più grande della Francia ma la densità abitativa per chilometro quadrato è prossima allo zero. Nemmeno 60mila i residenti in tutta la Groenlandia. Matthew è un giornalista danese che ha perso tutto – la moglie con la figlioletta ancora in pancia a pochi mesi dal parto – in un incidente stradale. Si è rifugiato a Nuuk, teatro di un’altra tragedia personale: il papà militare mandò la sua ultima cartolina da questa terra di ghiaccio.

Matthew aspira all’oblio fumando una sigaretta dopo l’altra ma uno scoop gli carambola tra i piedi: in un crepaccio viene rinvenuta una mummia perfettamente conservata. Forse è un colpo di grande importanza storica: un normanno finito male nella patria degli inuit, la popolazione autoctona. Potrebbe essere l’inizio di un thriller antropologico, ultima frontiera del genere (si pensi ai gialli lapponi con i detective sami oppure a quelli mongoli), e invece la vicenda è più terra terra. Una storiaccia crudele di bambine abusate e politici corrotti. Ma è l’inedita ambientazione groenlandese il punto forte dell’esordiente danese Mads Peder Nordbo che ha scritto La ragazza senza pelle (Einaudi, 387 pagine, 19 euro, traduzione di Eva Kampmann). Dal bianco di Nuuk a quello della Lapponia svedese, più a sud (si fa per dire). Il bianco è altrettanto micidiale. Il colore del vuoto e delle emozioni dei serial killer: “Le regioni interne del tuo animo sono completamente bianche (…). È un mondo senza segni”. Dalla frase abbiamo tolto il nome del colpevole. Un affronto che Arne Dahl non merita.

Scrittore svedese, Dahl è uno dei nomi più promettenti del traumatico dopo-Larsson (nel senso di Stieg) del rinomato giallo scandinavo. Pochi abitanti ma tanti delitti e menti malate. Non a caso la struttura di Inferno bianco (quale titolo sennò? Marsilio, 411 pagine, 18,50 euro, traduzione di Alessandro Borini) richiama quella dell’imperitura Trilogia di Larsson buonanima: un’ambiziosa trama cospirazionista spalmata su tre volumi e poi singoli misteri da risolvere nell’arco di un episodio. Inferno bianco, quindi, è la seconda puntata delle peripezie di Sam Berger, ex poliziotto cacciato con ignominia nel primo volume. Insieme con Molly Blom, ambigua infiltrata dei Servizi segreti svedesi, si ritrova rintronato e convalescente in una sorta di igloo: “La neve non cadeva più. Ormai giaceva e basta. Ferma, immobile. Il mondo era bianco”. La Lapponia svedese, dove il concetto di “dintorni” o “vicinanza” è molto relativo: almeno 300 chilometri tra un centro e l’altro. Sam e Molly devono trovare un assassino che marchia le sue vittime con un quadrifoglio sulla natica destra.

A proposito di distanze: ogni investigatore nordico che si rispetti imbocca la benedetta E 45. Che cos’è? È una strada europea che comincia in Norvegia e finisce a Gela in Sicilia. Da Göteborg, la bella Nathalie, biologa fissata con muschi e licheni, ritorna nella natìa Mossmarken, ovviamente a nord della Svezia. Sulla donna gravano inenarrabili traumi sanguinosi e a Mossmarken la peculiarità sono le paludi. È la protagonista del giallo di Susanne Jansson: La donna dei mirtilli rossi (Rizzoli, 360 pagine, 20 euro, traduzione di Margherita Podestà). La quale donna dei mirtilli rossi è in realtà una mummia affiorata dalle paludi: un sacrificio che risale addirittura all’Età del Ferro. Solo che le mummie si moltiplicano e sono tutte dell’età contemporanea. Chi è che ancora vuole placare gli dei con sacrifici umani rigorosamente impalati per non farli tornare a galla?

Per non risalire alla preistoria, un altro filone arato è quello del periodo nazista della Seconda Guerra mondiale. Tra Norvegia e Svezia che furono si simpatizzava per il razzismo ariano di Hitler e così il passato che non passa è popolato da innumerevoli scheletri nell’armadio o sotto terra. Nell’Ultimo pellegrino (Marsilio, 573 pagine, 19,50 euro, traduzione di Giovanna Paterniti) di Gard Sveen da Oslo, che fa il consulente del ministro della Difesa del suo Paese, l’ispettore Tommy Bergmann si tormenta con le ossa ritrovate in un bosco del Nordmarka, vicino alla capitale norvegese.

Due donne e una bambina, scomparse nel 1942 e legate a Gustav Lande, finanziatore in quel tempo cupo del Nasjonal Samling, il movimento fascista della Norvegia. In guerra conta sopravvivere, al netto degli amori e delle passioni nazionaliste. In una parola: tradimenti. Nulla è mai come appare.

Le rese dei conti postume non risparmiano neanche la minuscola Islanda. Lo sperimentato Arnaldur Indridason stavolta si cimenta con un episodio storico del 1940, quando l’Islanda richiamò in patria a causa della guerra tutti i cittadini sparsi per la Scandinavia. Durante la traversata di un traghetto proveniente dalla Finlandia manca però un passeggero. Tre anni dopo, la capitale Reykjavik è in mano agli americani e si verificano due omicidi. Il titolo è La ragazza della nave (Guanda, 331 pagine, 18,60 euro, traduzione di Alessandro Storti).

L’Islanda, infine, è terra di vulcani e nuvole di cenere avvolgono il nord dell’isola nella saga di Ragnar Jónasson: I giorni del vulcano (Marsilio, 267 pagine, 18 euro, traduzione di Silvia Cosimini).

Scacco ad Asia tra sms, selfie e “sesso con Jimmy”

“Non ho avuto una relazione sessuale con Jimmy Bennet”. L’attrice e regista Asia Argento – dopo due giorni di silenzio seguiti alle rivelazioni del quotidiano Usa New York Times su un accordo da lei raggiunto con il giovane attore che l’accusava di molestie sessuali avvenute nel 2013 – aveva negato tutto in una nota diffusa ai media. “Anthony (Bourdain, ndr) aveva deciso di dargli i soldi anche per aiutarlo”, aveva scritto l’attrice, chiamando in causa il compagno scomparso. A confermare le sue parole erano arrivati a tarda sera gli sms – pubblicati dal sito scandalistico Tmz – che Argento scambiò con lo chef proprio nei giorni di quello che lei definisce “un ricatto”. “Non è l’ammissione di niente, nessun tentativo di comprare il silenzio – scriveva Bourdain alla compagna – semplicemente un’offerta per aiutare un’anima torturata che cerca disperatamente di spillarti denaro”.

Peccato che lo stesso sito scandalistico, poche ore dopo pubblichi un altro scambio di messaggi – questa volta tra l’attrice e un suo amico/amica – in cui il volto di #MeToo vuota il sacco. “Ho fatto sesso con lui”, confessa al confidente che le chiede spiegazioni. “Non è stato stupro ma ero gelata. Lui era sopra di me dopo avermi detto che sono stata la sua fantasia sessuale da quando aveva 12 anni”, racconta ancora Argento dell’ormai noto incontro con Bennett nel maggio del 2013 in un hotel di Los Angeles.

E a sua parziale discolpa aggiunge: “È stato strano, non sapevo fosse minorenne finché è arrivata la lettera di estorsione”. A illustrare la situazione, Tmz pubblica anche uno dei selfie che i due si sarebbero scattati a letto subito dopo il “fattaccio”, più il bigliettino con tanto di logo dell’hotel su cui il giovane, ora musicista, le aveva lasciato una dedica. “Asia, ti amo con tutto il mio cuore, sono contento che ci siamo incontrati di nuovo e sono così felice di essere nella tua vita. Jimmy”. Ma non è finita qui. Stando a quanto riportano i messaggi all’amico/a – se veri – l’attrice sostiene che Bennett abbia continuato a mandarle sms allegando anche “nudi non richiesti per tutti questi anni fino a 2 settimane prima della lettera degli avvocati”.

Dunque, a meno di ulteriori smentite o dimostrazioni che quanto pubblicato dai giornali sia un falso, ciò che a oggi appare chiaro è che l’attrice avrebbe mentito affermando nella nota di “non aver mai avuto un relazione sessuale” con il giovane attore ancora minorenne. Tutto questo mentre dagli stessi Stati Uniti – luogo da cui è partito lo scoop – ci si chiede se questa vicenda possa trasformarsi nella pietra tombale per il #MeToo italiano già così poco compatto. Addirittura in un articolo a firma di Elisabetta Polvoredo, il Nyt definisce i media nostrani “spietati” con Argento che “non è mai stata la loro favorita nella dura e patriarcale società italiana”. Il che in parte non è distante dalla realtà, vista la reazione di alcuni personaggi pubblici alle accuse contro Weinstein mosse dall’attrice nell’autunno scorso, nonché la sua decisione di non aderire al manifesto “Dissenso comune” firmato dalle donne dello spettacolo contro il potere maschile. Adesione che Argento stessa dichiarò al nostro giornale di non esserle stata chiesta dalle colleghe.

Oggi, semmai, però va segnalato che a prendere le distanze dall’attrice e regista italiana sia stata per prima la sua amica statunitense Rose McGowan, compagna di lotta nel #MeToo e accusatrice di Weinstein. “Ho il cuore spezzato”, ha twittato l’autrice di #Brave solo qualche ora dopo lo scoop del Nyt. A farle eco ieri è stata poi Mira Sorvino, un’altra colonna del Movimento Usa, che sempre su Twitter ha postato: “Sono stata davvero male per le accuse contro Asia Argento. Il tempo farà chiarezza sulle cose e forse lei verrà scagionata. Ma se tutto questo fosse vero, non possiamo che ribadire che l’abuso sessuale sui minori è un crimine odioso, è contro tutto ciò che io e il movimento #MeToo rappresentiamo”.

E mentre il legale di Bennett fa sapere di stare lavorando con il suo cliente ad un comunicato che smentisca la smentita dell’attrice, lei decide di ritirarsi dalla curatela di “Le Guess Who?”, il festival musicale olandese in programma a novembre a Utrecht. Gli organizzatori in un comunicato hanno spiegato che la decisione è stata sì di Asia Argento – almeno finché la questione della sua condotta sessuale non sarà chiarita – ma che loro l’appoggiano nel rispetto di tutti gli artisti che partecipano al festival. Da X Factor – il programma in onda su Sky dal 6 settembre, di cui Argento è uno dei giudici – invece, nessuna notizia dopo il comunicato delle prime ore in cui la società si diceva in attesa di chiarimenti decidere il da farsi.