1993 Mister Grape di Leo e Depp fa 25: buon compleanno

A Endora, paesino sparso da qualche parte nell’Iowa, l’evento dell’estate è il passaggio annuale dei caravan, diretti chissà dove – ma di sicuro lontano da lì – per le vacanze.

L’appuntamento eccita anche i fratelli Arnie e Gilbert: il primo (Leonardo DiCaprio) quasi diciottenne affetto da autismo, il secondo (Johnny Depp) più grande, ragazzo di bottega con sulle spalle il peso di una famiglia rimasta senza il padre e con una madre obesa e depressa non più in grado di star dietro a Arnie.

Fortuna che, per una volta, uno di quei caravan si ferma proprio a Endora e da lì scende Beckie, la ragazza perfetta per far cambiare vita ai protagonisti. Buon compleanno Mr Grape (Lasse Hallstrom, 1993) riconcilia con la versione più naturale di DiCaprio, ancora lontano dal Titanic, dalle copertine, dai poster in camera delle ragazzine e dagli spari di Martin Scorsese, eppure già da Oscar – è questa la sua prima nomination come attore non protagonista – in un ruolo a costante rischio overacting (la recitazione esagerata e sopra le righe nel tentativo di caratterizzare il personaggio).

Lo stesso vale per Depp: negli anni arriveranno i cappelli (da pirata, da cioccolataio, da nemico pubblico…) e il successo, ma il peso delle responsabilità di Gilbert è tutto nei suoi sospiri rassegnati ogni volta che deve prendersi cura del fratello, della madre, della ragazza.

Con due così, è vero, viene tutto più facile, ma se il film merita una menzione anche a 25 anni dall’uscita è anche per come tratta disabilità, depressione, amore, morte e voglia di cambiamento senza risultar retorico. Prendano appunti registi e sceneggiatori tutti.

Caccia al tesoro dopo l’atterraggio: prova a trovare la tua auto a Malpensa

I rientri dalle vacanze lasciano sempre l’amaro in bocca. Se poi sbarchi all’aeroporto di Malpensa alle 23.30 e scopri che la tua auto, lasciata in un “regolare” parcheggio a pagamento, non c’è oppure non ci sono le chiavi, non ti resta che esclamare: “Bentornato in Italia” dove tutto è permesso.

L’unica consolazione è quella che sei uno dei tanti che in quest’ultimi giorni hanno avuto a che fare con il “The Easy Parking” di Somma Lombardo. Anzi uno dei più fortunati: macchina ritrovata nel giro di trenta minuti, abbandonata in un parcheggio della zona industriale. Più difficile trovare le chiavi, ma alla fine io e il venezuelano presunto irregolare (mi ha persino chiesto come mai lasciavamo le auto lì) ce l’abbiamo fatta. Più dura la vita per le altre decine di miei compagni di sventura. C’è chi ha cercato la sua auto per sette ore. Chi l’ha trovata con 600 chilometri in più.

Se fosse stata una caccia al tesoro non ci sarebbe stato nulla da dire a “The Easy Parking”: hanno ben nascosto il proprietario del parcheggio (irrintracciabile da giorni) e portato macchine nei parcheggi dei cimiteri dei paesi intorno. Il gioco ha previsto persino la multa per i proprietari delle auto posteggiate in zone dov’è vietata la sosta.

E se volevi un aiutino dai dipendenti per sapere chi fosse il proprietario, nulla da fare: muti come un pesce, rispettosi delle “regole del gioco”. Peccato che fosse tutto vero e che nonostante lo scorso anno l’Ispettorato del lavoro avesse già dato una multa da 150 mila euro ai titolari del parcheggio e sospeso l’attività per aver trovato 12 lavoratori non in regola, il copione si è ripetuto. E continua. Provare per credere: potete persino prenotare ora.

Cechov, cornuto e mazziato: la moglie perse il figlio non suo

Scene da un matrimonio: la moglie aspetta un figlio, ma non dal marito. Panico. Sotterfugi. Sospetti. È il 1902 e i protagonisti della recita sono Anton Cechov e Olga Knipper, coniugi da un anno, fidanzati da tre, innamorati da quattro, o almeno così sembra: spuntano infatti adesso documenti malandrini che svelano la gravidanza “illegittima” e molto sofferta dell’attrice, poi operata d’urgenza e fatta abortire dall’ostetrico della zarina.

Il fattaccio, anticipato dal Guardian, sarà ricostruito nei dettagli nella nuova edizione di Anton Chekhov: A Life, l’esaustiva biografia dello scrittore russo firmata da Donald Rayfield, uscita nel 1997 e di nuovo in libreria (almeno in Francia) il prossimo dicembre con tutti gli aggiornamenti – pruriginosi – del caso, che smontano la “favoletta”, spacciata dalla Knipper, di una liaison felice e spensierata.

Innanzitutto, il loro fu un matrimonio a distanza, consumato più per corrispondenza che tra le lenzuola: a causa della tubercolosi, Cechov era costretto a svernare, per molti mesi all’anno, a Jalta, in Crimea, mentre la consorte – interprete di grande talento e ambizione – era di stanza a Mosca, quasi 1.500 chilometri più a Nord. Nonostante la lontananza e la salute cagionevole di lui, i coniugi tentarono più volte di avere un figlio, un “piccolo mezzo tedesco”, si sussurravano affettuosamente, scherzando sulle origini teutoniche della famiglia Knipper. Un tentativo di concepimento ci fu nel febbraio del 1902, quando, dopo quasi cinque mesi di distacco, Olga (all’epoca non ancora 34enne) andò a trovare Anton (42enne) sul Mar Nero per una manciata di giorni. Rientrata in città, fu lei a scrivere al marito del tormentato viaggio in treno, complicato dalla nausea e da forti dolori alla pancia. Era forse incinta? Di già? Il malessere addominale andò peggiorando, tanto che il 31 marzo la gestante venne ricoverata d’urgenza e sottoposta a un aborto chirurgico. Da qui, è un susseguirsi di coup de théâtre, per brevità chiamati bugie.

Cechov, infatti, è un medico, oltre che un ex traditore seriale, non solo di donne (“Ho una moglie legittima, la medicina, e un’amante, la letteratura… ma non ho intenzione di divorziare”). La consorte deve quindi tessere la sua trama molto sapientemente per convincerlo che il bambino mai nato era frutto del loro amore, non delle corna. Riprende carta e penna e si affretta a dargli spiegazioni: il povero, tenero “Panfil fallito” – come soprannomina il feto – è sicuramente stato concepito nella tre giorni di Jalta. Punto.

Cechov mangia la foglia, proprio lui che in quei giorni sta abbozzando il Giardino dei ciliegi: dopo aver chiesto lumi a un collega chirurgo che aveva partecipato all’operazione della moglie, si rassegna a convivere con la menzogna, ben sapendo che il figlio non è suo. Se l’embrione fosse stato concepito a fine febbraio – ovvero fosse stato di appena sei settimane – l’aborto sarebbe stato spontaneo, non chirurgico: la diagnosi, invece, parla di gravidanza extrauterina, che normalmente degenera, e va quindi operata, nelle prime otto-dieci settimane. Ergo, il concepimento risale a gennaio. Chi è il padre, dunque?

Per Rayfield – e le sue nuove fonti – due sono gli indizati: l’attore Aleksandr Vishnevsky e Vladimir Nemirovic-Dancenko, nientemeno che il socio di Kostantin Stanislavskij, con cui fondò nel 1897 il Teatro d’Arte di Mosca. Lì dove Anton si innamorò di Olga, lì dove la recita ebbe inizio.

Nessuno lo conosceva bene: Pietrangeli, maestro sotterraneo

Nel 2009, dopo il successo di Gomorra, ci pensò su Matteo Garrone. Con un occhio alla realtà mediatica di Vallettopoli, e l’altro che si sarebbe momentaneamente dischiuso su Fabrizio Corona, ritenne di votarsi “alla storia di una ragazza che attraversa certi ambienti del nostro paese, un po’ come l’Adriana di Io la conoscevo bene”. Soprassedette, ma come ha insegnato Dogman, e il prossimo Pinocchio, non è detto che non ci ritorni, con l’avvertenza resa esplicita 10 anni or sono: “Non parliamo di remake, quel film è un capolavoro, l’ho amato molto, ma ci sarebbe lo stesso rapporto che esiste tra Paisà e Gomorra”. Su input dell’allora direttore Gianni Amelio, Matteo scelse Io la conoscevo bene quale film creditore per la serie Figli & Amanti del Torino Film Festival, fregandosene dell’abituale ritrosia a indicare connazionali tra i registi preferiti: “Gli italiani non li dico, perché se escludo qualcuno poi protesta”.

Fece un’eccezione, e fece cosa buona e giusta. Perché Pietrangeli per il cinema nostrano non è mai stato il bell’Antonio, bensì quello nascosto, recondito, diciamo pure trascurato e sottovalutato. Il mea culpa, tardivo ma in bella copia, risuonò nel 2015 al MoMA, quando il Department Film del museo newyorkese in sinergia col Luce licenziò Antonio Pietrangeli: A Retrospective, “l’occasione per omaggiare un maestro autentico ma laterale nelle storiografie del cinema, figura appartata nel passaggio epocale tra i due grandi momenti del cinema italiano – il Neorealismo e la Commedia all’italiana – ma che ha avuto un’influenza sotterranea e talvolta dichiarata in due generazioni successive di registi”. Per la precisione, raramente dichiarata.

Nato a Roma il 19 gennaio del 1919, Pietrangeli forse è arrivato con troppo anticipo: moderno, meglio, contemporaneo oltre la sua stessa consapevolezza, e poi sensibile, profetico, il regista delle donne viste quali donne e non come complementi d’arredo, propaggini maschili, altra metà del cielo, gentil sesso e simili idiozie. Quel titolo in bocca sua, ovvero davanti la sua macchina da presa, non stona, non è millantato credito, ma mera constatazione: la donna, Antonio, la conosce bene, ed è la conoscenza di chi ha voluto capire, ha saputo apprezzare e dunque riservarle il primo piano.

Se quella di Antonioni è intellettuale, quella di Fellini carnale, la sua è conoscenza sentimentale, senza smancerie né secondi fini: non ci prova, si prova. E quanto sia un traguardo inedito, coraggioso e valoroso non lo comprende nessuno, nemmeno il figlio Paolo, cantautore e regista: “Da ragazzo (lo) trovavo poco rivoluzionario prima di capire – ha confessato a Malcom Pagani – che la rivoluzione sta nelle cose che fai e non nelle enunciazioni”.

È quello della sua educazione cinematografica un tempo che non conosce paura, i film si fanno per concorso di intelligenze e non come oggi per solipsismi vigliacchetti, e Antonio mette a disposizione la sua mansarda: Flaiano, Amidei, Sonego, Guerra e Maccari, le idee volano, le immagini fluttuano, la potenza creativa è atto collettivo.

Pietrangeli viene dalla critica, dall’insegnamento al Centro Sperimentale, dall’aiuto a Luigi Chiarini (Via delle Cinque Lune, 1942) e dalla scrittura, tanta: Ossessione, Europa ’51, La lupa. La prima regia è già donna, è Il sole negli occhi del ’53, e apre la strada alle commedie all’italiana che verranno, alle italiane e non che ospiteranno: Adua e le compagne, girato nel 1960, mette le graziose Simone Signoret, Sandra Milo e Emmanuelle Riva nel post legge Merlin; quel misconosciuto gioiello del ’63 che è La visita è ancora con la Milo; La parmigiana sempre del ’63, con Catherine Spaak; Il magnifico cornuto del ’64 è con l’esotica e borghese Claudia Cardinale; Io la conoscevo bene (1965) non è solo il film della vita di Stefania Sandrelli, e quello che Gino Paoli non voleva facesse, ma il viatico di Solvi “Sarò la tua birra” Stubing.

Con Scola e Maccari alla parabola di Adriana Astarelli, sedotta e respinta dal mondo dello spettacolo, Pietrangeli lavora da un tot, ha già scelto la prediletta Milo, che però viene dal flop di Vanina Vanini (da cui il “Canina Canini” di Enrico Lucherini): lo stand-by si interrompe con l’entrata della diciannovenne Sandrelli, che ci mette anima fanée e corpo in fiore, ma non la voce (doppiata da Manuela Andrei). È in quella parabola di desideri orizzontali, uomini obliqui e donne spezzate che Pietrangeli aguzza la tenerezza, spunta la ruvidezza e perfeziona la maniacalità: un film – vince di un’incollatura su La visita e La parmigiana – che non invecchia, non va in pensione, perché tocca la mentalità dei rapporti tra i sessi, la meccanica del sistema e il sottobosco del potere, una triade ben lungi dal cambiamento.

Fa effetto, oltre che tristezza, pensare che tutto questo l’abbia realizzato in appena 49 anni: Come, quando, perché viene ultimato da Valerio Zurlini, ed esce postumo. Pietrangeli è annegato durante le riprese a Gaeta, il 12 luglio del 1968. Lascia in pegno uno sguardo unico, un’empatia rara, una cultura sensibile, dei film splendidi. Forse al più eterodosso, il satirico Fantasmi a Roma (1961), interpretato da Mastroianni, Eduardo De Filippo, Gassman e Milo, consegna il suo testamento, quantomeno lo specchio riflesso di come il nostro cinema l’abbia inteso: dice la squinternata Regina (Lilla Brignone), “io je regalo er Colosseo… tanto che me ne faccio… è tutto bucato”. Ecco, al posto del Colosseo mettete Antonio Pietrangeli.

 

Il “fido” Cohen ora vuole dire tutto a Mueller

Fossimo nel pugilato, parleremmo di un “uno-due” micidiale. Ma siamo in politica e la condanna dell’ex capo della sua campagna e l’ammissione di colpevolezza del suo ex avvocato personale lasciano in piedi Donald Trump. Il presidente mostra solidarietà su Twitter con Paul Manafort, lobbista disonesto, ma che non l’ha tradito; e riserva ironia per Michael Cohen, il legale paraninfo che lo mette nei guai – lui lo pagava per restarne fuori -.

Il ring del Russiagate, l’indagine sui contatti tra la campagna del magnate ed emissari del Cremlino, è un quadrilatero irregolare: due lati sono ineludibili e contrapposti, Trump e il procuratore speciale Robert Mueller; due possono sparire di scena – Manafort – o crescere d’importanza – Cohen -. “Credo che Michael Cohen abbia informazioni che dovrebbero essere di interesse per il procuratore speciale Robert Mueller ed è più che felice di raccontargli tutto quello che sa”: lo ha detto a varie tv Lanny Davis, il difensore dell’ex avvocato personale di Donald Trump, dopo la sua ammissione di colpa. Davis ha lasciato intendere che Cohen sappia che il tycoon fosse a conoscenza in anticipo degli hackeraggi russi e dell’incontro alla Trump Tower con emissari di Mosca. I due rovesci giudiziari subiti martedì dal presidente possono segnare una svolta nel Russiagate. Cohen si riconosce colpevole di violazione delle leggi sul finanziamento delle campagne elettorali, ammette di avere agito su istigazione di un candidato presidente – leggasi Trump – e quindi chiama direttamente in causa il magnate in un crimine federale.

Per conto del magnate, e con il suo avallo, l’avvocato pagò in nero il silenzio di una pornodiva e di una coniglietta di Playboy che sostengono di avere avuto storie con Trump quando questi era già sposato con Melania, all’epoca incinta del loro unico figlio. Uscendo allo scoperto, le due donne potevano danneggiare il candidato repubblicano, che non ha mai ammesso le “scappatelle”. Manafort è stato condannato per otto dei 18 capi d’imputazione, reati finanziari e fiscali: fece da lobbista, senza rispettare le regole, agli ucraini filo-russi del presidente Yanukovich – nulla, però, che imbarazzi il tycoon. Trump lo aveva più volte sostenuto nel corso del dibattimento, dicendosi dispiaciuto per lui perché “è un brav’uomo”. I media Usa si interrogano sull’uso che Mueller farà ora degli elementi d’informazione forniti dall’avvocato Cohen. L’editoriale del New York Times richiama la saga cinematografica dello scandalo Watergate (Tutti gli uomini del presidente) con un icastico “Tutti i truffatori del presidente”: una compagnia, quella di cui si circonda Trump, che non sfigura al confronto con i portaborse di Nixon. Politico.com sostiene che le disfatte legali fanno aumentare il rischio impeachment per Trump, anche se, nell’immediato, nulla cambia. L’impeachment, infatti, è un procedimento politico: senza una maggioranza che lo sostenga alla Camera, che deve istruire il caso, mentre il Senato fa da giudice, è velleitario lanciarlo. Persino l’emittente Fox ammette che ora Trump potrebbe ritrovarsi giuridicamente implicato in quella che lui definisce “caccia alle streghe”: ma la rete cara al presidente ne segue l’esempio e sposta subito l’attenzione su una storia di cronaca nera, l‘omicidio di una studentessa dello Iowa di cui è sospettato un immigrato illegale messicano.

Trump, la guerra dei dazi come antidoto al Russiagate

Donald Trump è un maestro nello spostare la palla: quando un terreno gli diventa scivoloso, lui sceglie di cambiare campo e va a giocare là dove è certo di trovare il consenso dei suoi fans. Se le discussioni sull’impeachment interessano politici e intellettuali, i discorsi che riportano all’America First, dazi, migranti, sicurezza, mettono su di giri rednecks e nostalgici, nucleo duro dei sostenitori del magnate presidente. Anche se i dazi possono essere un boomerang: piacciono a quelli che se ne sentono protetti, non a quelli che finiscono sotto il tiro delle ritorsioni; vanno bene in West Virginia, terra di miniere da chiudere, ma non nello Iowa, terra di agricoltori da esportazione.

Non a caso, nel giorno in cui incassa sul Russiagate un jab e un uppercut, Trump sceglie la West Virginia per smentire, sui dazi, se stesso e la sua Amministrazione e per tradire la fiducia – ammesso che ne avessero – degli europei nei suoi confronti. “Non entrerà negli Usa nessun’auto europea con un dazio inferiore al 25%”, promette a chi è venuto ad ascoltarlo a un comizio in vista del voto di midterm del 6 novembre per il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato.

Aspettiamoci altri botti di questo genere nei prossimi 75 giorni: il presidente ha promesso che farà campagna per 40 giorni, dopo il Labour Day, lunedì 3 settembre. La minaccia di dazi fa inizialmente oscillare, ma non scuote più di tanto, le Borse, dove i titoli automobilistici aprono deboli, e non turba troppo l’Unione europea. Gli interlocutori dell’America di Trump, che siano la Cina o l’Ue, hanno ormai fatto l’abitudine all’altalena delle prese di posizione statunitensi. Poco prima che Trump parlasse, il segretario al Commercio, Wilbur Ross, aveva rilasciato un’intervista al Wall Street Journal nella quale annunciava il rinvio della scadenza di agosto per la pubblicazione di un rapporto sui dazi automobilistici, visti i negoziati in corso con la Commissione europea, il Canada e il Messico.

In effetti, il 25 luglio, Trump e il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, in un incontro alla Casa Bianca, avevano trovato un’intesa per congelare dazi Usa e contromisure Ue durante le trattative per un accordo definitivo, fermo restando che il settore automobilistico è sempre oggetto di particolari attenzioni da Trump per motivi elettorali – nel 2016, i voti del Michigan e dell’Ohio manifatturieri gli valsero la Casa Bianca – e punitivi. I dazi sulle auto sono visti come lo strumento principale per colpire la Germania, di cui Trump non sopporta l’efficienza commerciale e non “digerisce” la Cancelliera.

L’andamento ondivago delle prese di posizione commerciali dell’Amministrazione americana trova conferma anche sul fronte cinese, dove, alle roboanti dichiarazioni dei giorni scorsi su imposizioni di dazi senza precedenti, ha fatto riscontro, in grande sordina, la ripresa dei negoziati – il che non impedirà l’entrata in vigore in queste ore di nuove tariffe su beni per 16 miliardi di import annuo -.

Anche dopo la sparata in West Virginia, fonti della Commissione europea assicuravano ai media che Ue e Usa “sono concentrate sull’attuazione della dichiarazione congiunta concordata dai presidenti Juncker e Trump”. Il Gruppo di lavoro esecutivo ad hoc continua ad avere contatti e incontri, ve ne sono pure questa settimana.

Ulteriori incontri a diversi livelli sono previsti nelle prossime settimane. Verso inizio settembre sarà possibile un nuovo scambio tra la commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstrom e il rappresentante Usa al commercio Robert Lighthizer, che si sono già parlati il primo agosto.

Lo scopo ultimo di tutte queste consultazioni è di preparare il terreno per l’avvio dei veri e propri negoziati commerciali tra Ue e Usa sui temi identificati da Juncker e Trump, e messi nero su bianco nella dichiarazione del 25 luglio. Fatte salve, ovviamente, le “sparate” presidenziali.

Politica, estorsioni e pallottole: favelas, territorio dei paramilitari

“Non ho il minimo dubbio. Non occuperanno mai le favelas controllate dai miliziani”.

Alba Zaluar, professoressa d’antropologia esperta in violenza e sicurezza urbana dell’Università statale di Rio de Janeiro, aveva dichiarato, il 18 febbraio scorso, al Fatto Quotidiano che l’intervento del governo federale sulla sicurezza di Rio non avrebbe coinvolto le aree urbane occupate dalle milizie carioca.

Sono passati circa sei mesi ed in effetti l’esercito, che controllerà la polizia civile e militare sino al termine delle presidenziali previste per il sette ottobre, non ha occupato nessuna area della capitale dove sono attivi gruppi paramilitari: si tratta di formazioni di poliziotti, vigili del fuoco, vigilantes e militari, in servizio attivo e non, che terrorizzano forse più delle storiche fazioni narcos, come il Comando Vermelho.

Sempre più giovani preferiscono entrare nelle milizie, anziché nelle file dei narcotrafficanti, poiché i gruppi non entrano in conflitto tra loro, offrono un impiego più sicuro, non ostentano armamento bellico e, oltre ad eleggere rappresentanti nell’amministrazione pubblica, agiscono in maniera professionale e organizzata nell’industria del crimine.

I paramilitari sono oggi i dominatori del territorio urbano. Una ricerca della Segreteria di sicurezza pubblica dello stato di Rio de Janeiro indica che i miliziani gestiscono 37 quartieri e 165 favelas della regione metropolitana. Circa due milioni di persone vivono in quest’area, l’equivalente di un sesto della popolazione cittadina.

Una statistica realizzata da The Intercept Brasil: su 6.475 denunce telefoniche anonime alla polizia, tra il 2016 e il 2017, riguardanti attività illegali, il 65 per cento era legato alle azioni dei miliziani. La loro origine risale agli “squadroni della morte” degli anni Settanta. Imprenditori e commercianti li usavano per proteggere i propri interessi e risolvere i problemi locali. L’appoggio politico a questi nuclei fu dato dal regime militare, secondo il sociologo Orlando Alves dos Santos, professore di sociologia dell’Università federale di Rio: dal 1990 vari matadores furono eletti a cariche pubbliche.

Dentro la politica, i matadores smisero di essere assassini e divennero mandanti per eliminare i loro avversari.

Quello che, secondo il sociologo, le milizie fanno oggi è dare continuità a questa politica, ma incorporando una dimensione di controllo degli affari, illeciti e non. “Lo stato non è stato corrotto, né deturpato, né sequestrato. Lo stato è organizzatore. Prefetti, deputati, consiglieri, persino giudici lavoravano per i gli squadroni della morte e oggi lo fanno per le milizie.

È una struttura che si sviluppa sin dagli anni Settanta e non è mai stata colpita” sostiene Alves dos Santos. I paramilitari – da sempre considerati un male minore e utilizzati in modo non ufficiale nella lotta al narcotraffico – sono diventati oggi il maggior problema della sicurezza pubblica. Nonostante ciò – secondo il sociologo – continuano a essere trattati marginalmente rispetto ai narcos e hanno così più spazio per crescere.

Le milizie prosperano grazie al “pizzo” imposto su ogni genere d’attività, come la vendita delle bombole di gas, l’allacciamento Internet, nel controllo del trasporto pubblico, nella protezione imposta ai commercianti e inquilini, nel contrabbando di sigarette, ma anche imponendo gabelle alle fazioni narcos, soprattutto al Terceiro Comando Puro che vorrebbe vendere droga in aree controllate dai paramilitari.

Grazie all’impunità garantita con gli appoggi nelle istituzioni pubbliche, le milizie come la Liga da Justiça, il maggior gruppo carioca, si espandono in altri settori economici, come il controllo di discariche clandestine, la vendita di terreni dello stato, furti di combustibile dagli oleodotti dell’azienda statale Petrobras.

L’attivista dei diritti umani e consigliere comunale del Psol, Marielle Franco, assassinata il 14 marzo con l’autista Anderson Barbosa, lavorò nel 2008 con il leader del suo partito, Marcelo Freixo, nella Commissione parlamentare investigativa dell’Assemblea legislativa dello stato di Rio de Janeiro. Nonostante 226 persone – tra loro anche deputati e consiglieri comunali – sono state indiziate di reati, poco o nulla, secondo gli esperti, è cambiato nel come i paramilitari gestiscono una parte del potere pubblico.

Freixo, minacciato di morte, vive sotto scorta e dopo Marielle, altri attivisti sono stati uccisi in vista del suffragio d’ottobre che prevede anche l’elezione dei nuovi governatori degli stati. “Non c’è modo d’escludere l’influenza delle organizzazioni criminali nel breve periodo che ci separa dall’elezione, ma l’attività dei miliziani deve essere combattuta con rapidità ”, ha affermato il giudice Carlos Eduardo da Roa da Fonseca Passos al El País. Ma i miliziani approfittano persino delle elezioni, facendo pagare fino a 150 mila reais di pedaggio ai candidati che intendono fare campagna elettorale nelle aree sotto il loro dominio.

La complicità coi preti pedofili

Il report del Grand Jury della Pennsylvania sugli abusi i sessuali commessi dal clero cattolico in sei diocesi di quello Stato americano è un catalogo di orrori a danno di minorenni, ripetuti nel tempo e aggravati dal riguardare un’intera organizzazione: quella di cui facevano parte sia gli abusatori che i loro complici, tutti coloro che li hanno aiutati a sottrarsi alla giustizia.

Il documento somiglia agli altri analoghi prodotti in tutti i luoghi in cui si sia tentato di far luce sui delitti sessuali commessi da membri del clero cattolico. Ovunque si indaghi, a Boston come a Ratisbona, in Australia come in Irlanda, si scopre lo stesso marciume. Come si legge nelle prime righe del rapporto: “Sapevamo che queste storie accadevano qui e là. Ora conosciamo la verità e sappiamo che accadevano dappertutto”.

Quel che colpisce in questo caso sono le dimensioni del lavoro investigativo, le centinaia di migliaia di pagine di documenti riservati (che le diocesi sono state costrette a consegnare) esaminate con cura, le testimonianze raccolte e il fatto che i sacerdoti coinvolti siano più di 300, le vittime identificate sono almeno un migliaio, anche se tutto fa ritenere che, come si legge nel rapporto, siano in realtà tante di più, che di molti crimini si siano perse le tracce o che tante vittime abbiano deciso di non rivelare quel che hanno subito. Molti degli abusati sono maschi di tutte le età, ma non mancano anche le bambine. Tutti costoro hanno subito violenze sessuali di ogni genere da parte di abusatori più o meno seriali. Le loro storie vengono ricostruite nel rapporto con meticolosa precisione.

E tuttavia quel che impressiona di più è la descrizione del comportamento dei responsabili delle diocesi, dei vescovi. Nel report si legge che, malgrado qualche piccola differenza di stile, in tutte le diocesi prevaleva un codice di comportamento standardizzato. Grazie anche alla collaborazione di alcuni agenti del FBI esso è stato finalmente portato alla luce. Il codice consiste di sette norme: a) far sempre uso di eufemismi nel descrivere i crimini, non parlare mai di “stupro”, ma di “condotta inappropriata”; b) non far condurre indagini approfondite da personale qualificato e preferire ad esse le testimonianze degli amici e dei colleghi del carnefice; c) al fine di fornire un’apparenza di integrità, inviare il prete abusatore presso un centro di trattamento psichiatrico nel quale venga però considerata valida esclusivamente la sua versione dei fatti; d) se si rivelasse proprio necessario rimuovere un prete dal proprio incarico, non precisare mai le cause e parlare di “malattia” o “esaurimento nervoso”; e) anche se un prete è uno stupratore, continuare a fornirgli il pieno sostentamento, ignorando il fatto che possa continuare a stuprare; f) se si viene a sapere che un prete è un abusatore, trasferirlo ad un’altra parrocchia dove nessuno lo conosca; g) non riferire nulla alla polizia, non denunciare mai.

Il “codice” è stato applicato ovunque e ha comportato la sistematica sordità alla sofferenza delle vittime, la costante protezione dei carnefici e soprattutto, almeno fino a qualche tempo fa, la tutela della reputazione dell’istituzione ecclesiastica. Il fatto che oggi ne venga rivelata l’esistenza testimonia che la società civile, insieme alla stampa e alle istituzioni pubbliche americane, non sono più disposte a tollerare le implicazioni criminali dell’operato della Chiesa Cattolica. Gli autori del report fanno mostra di un cauto ottimismo. E tuttavia la malattia non è certo estinta (nel report ci sono casi molto recenti), deve rimanere alta la pressione sulla Chiesa affinché essa non torni ai vecchi vizi si sa che quasi sempre (le vittime hanno bisogno di tempo per far emergere il ricordo delle violenze subite), vanno introdotti cambiamenti nella legislazione degli Stati al fine di rendere più facile individuare e perseguire i preti autori di violenze sui minori.

Soprattutto sarebbe necessario che venissero avviate in tutto il mondo iniziative giudiziarie come questa della Pennsylvania, così come sarebbe vitale che la stampa facesse quel che ha fatto il Boston Globe nel caso Spotlight, il vero avvio della lotta ai crimini sessuali della Chiesa cattolica americana. Sarebbe anche necessario che da Roma giungessero segnali meno ambigui e reticenti. Da questo punto di vista, la recente “lettera al popolo di Dio” di papa Francesco è inadeguata. E lo è in particolare laddove si concentra su una lettura degli abusi come difetto spirituale e sull’esercizio della preghiera e del digiuno come principale pratica riparatoria. Ma preghiera e digiuno sono proprio i farmaci più di frequente somministrati nel passato da vescovi e pastori ai loro confratelli colpevoli di aver compiuto qualche azione esecrabile nei confronti di un minore. Quell’atto, una molestia o addirittura una violenza carnale ai danni di un bambino, veniva interpretata precisamente come una mancanza spirituale, come un peccato, un’offesa a Dio, che richiedeva, come riparazione, preghiera e digiuno. Due pratiche compatibili con il segreto attorno al reato, con la protezione del chierico peccatore dalle grinfie della giustizia civile e con l’indifferenza verso la sofferenza della vittima.

Da vertici della Chiesa davvero interessati a combattere il fenomeno e a cambiare verso ci aspetteremmo tutt’altro. Ci attenderemmo, in luogo di una generica richiesta di perdono, un invito solenne rivolto a tutte le vittime del mondo di reati commessi da membri del clero a presentarsi dinanzi alle autorità ecclesiastiche e a quelle civili per denunziare i loro carnefici. O un ordine tassativo rivolto ai vescovi di tutto il pianeta a fare ciò che quelli della Pennsylvania sono stati costretti a fare: aprire i loro archivi, rendere pubblici i documenti che attestano le responsabilità che tantissimi dirigenti della Chiesa hanno avuto nel coprire, aiutare, sostenere gli autori di crimini sessuali.

Infine, ci attenderemmo l’indizione di un sinodo straordinario dedicato al tema del ministero sacerdotale, nel corso del quale potesse essere indagata, con l’ausilio di scienziati e ricercatori esperti nel campo, l’analisi della relazione tra la formazione seminariale, il celibato obbligatorio, il profilo sacrale del sacerdozio, da un lato e la commissione di reati sessuali sui minori e la protezione di casta accordata al clero dai dirigenti ecclesiastici dall’altra. Si tratterebbe di un passaggio doloroso, ma di un epocale momento di parresia, nel quale la Chiesa potrebbe davvero iniziare una stagione nuova, rifondando su basi nuove i propri rapporti con la comunità dei fedeli e con la società civile. Sarebbe qualcosa di davvero rivoluzionario e di ben diverso dai balbettii di scuse che si sentono pronunciare in questi giorni di fronte ai racconti dell’orrore che giungono dalla Pennsylvania.

Lotito contro Inzaghi. “El presidente” è così: prendere o lasciare. Io prendo

Il presidentedella Lazio Claudio Lotito è stato ripreso in un video mentre rimprovera telefonicamente Simone Inzaghi, l’allenatore della squadra. Parolacce, voce alta, Lotito se la prende con il tecnico: “Già te l’ho detto, decido io non decidi te. Ti lamenti sempre, di tutto. C’hai una squadra che vale dieci volte quello che fai funzionare”. Una scena al limite del goliardico, quasi goffa. Un Lotito che tenta di imporsi, mettendo in scena un diverbio che pare quello tra un marito astioso e la moglie. La Lazio ha pure perso la prima partita di campionato.

Carlo Sereni

 

Suvvia Carlo,l’amore non è bello se non è litigarello. E poi, più che un diverbio tra marito e moglie, io in questa sfuriata (parolacce non ne ho sentite) di babbo Lotito ci vedo l’affetto per il figliolo Inzaghi, da lui lanciato con piena fiducia alla guida della Prima Squadra nata a Roma. Una specie di “sei intelligente, ma non ti applichi”, una cosetta che viene detta solo a chi si stima. Vero, lo stile colloquiale è un po’ country-western e una ventina di decibel “El Presidente” se li poteva risparmiare e a dirla tutta non so come l’abbia presa Inzaghi (forse ficcando la mano in tasca a controllare se la proposta del Milan è sempre là), ma l’uomo Lotito è così, prendere o lasciare. Io personalmente prendo: bilancio societario in attivo, valorizzazione del vivaio, acquisti di campioni internazionali come Klose, Biglia, Lichtsteiner, Hernanes, lancio e consacrazione, appunto, di un grande allenatore come Inzaghi e la Lazio che, data qualche tempo fa in via di estinzione sotto una coltre di debiti, negli ultimi anni è finita sempre tra le prime cinque (partitaccia con l’Inter a parte, ancora lacrimo). Mi pare molto più criticabile l’editto con cui certi supporters pretendono di vietare alle donne la presenza nelle prime dieci file della Curva Laziale. Alle meravigliose, appassionate e molto vivaci tifose biancocelesti. Spero sia stato il caldo a far sbocciare un’idea simile. Tornando a Lotito, lo ammetto: Claudione sta alla diplomazia e al bon ton come Dracula all’aglio. E a volte, come questa, mi tocca fare i salti carpiati per difenderlo. Ma per quanto riguarda la Lazio, il Dio del Pallone ce lo conservi.

Stefano Disegni

Asia Argento, l’eroina sbagliata di una causa giusta

La vicenda di Asia Argento, accompagnata da subito a toni di raro squallore, ha toccato il fondo con le accuse di stupro dell’attore Jimmy Bennett, che denuncia di essere stato violentato quando aveva 17 anni (in California il sesso con i minorenni è vietato). Lei ne esce malissimo per aver pagato, per aver negato di avere avuto rapporti con lui (“sono profondamente scioccata e colpita leggendo notizie che sono assolutamente false”) quando invece (stando alle novità di ieri) la circostanza sarebbe confermata sia da un selfie dei due a letto, sia da un esplicito sms di lei a un amico. Parecchio morbosi anche gli scambi “social” tra i protagonisti (che si erano conosciuti quando lui era letteralmente un bimbo) a suon di “mommy” e “my son”. Nella sua difesa l’attrice ha coinvolto l’ex compagno Anthony Bourdain – morto suicida da appena due mesi – che l’avrebbe convinta a pagare: magari è vero, ma Bourdain non ha modo di confermare o smentire. Una persecuzione? Due giorni fa Dario Argento ha detto di sospettare addirittura che contro sua figlia sia in atto una congiura. Gridare al complotto, è noto, è l’ultima spiaggia, ma a un cuore di padre si perdona tutto. Tutto questo però dovrebbe riguardare Asia Argento, la sua condotta e la sua persona, eppure trascina con sé l’intero dibattito sulle molestie.

“Lo scandalo Asia Argento ha aperto la caccia grossa al movimento #MeToo in Italia”. Così titola il New York Times, che per primo ha rivelato le accuse rivolte da Bennett. Riportando le reazioni di quotidiani e opinione pubblica, il Nyt constata che lo scandalo per cui l’attrice avrebbe pagato 380.000 dollari in cambio del silenzio di Bennett, l’ha trasformata “da imperfetta portavoce di un movimento, che già sta avendo difficoltà a guadagnare popolarità in Italia a quella che potrebbe aver danneggiato la causa irreparabilmente, almeno nel suo Paese”.

Imperfetta Asia Argento lo è di sicuro e il ruolo di portavoce, che un po’anche lei si è cucita addosso, non le si addiceva. Eppure le idee sono più importanti, hanno più forza di chi le porta avanti, i diritti devono essere difesi anche se i loro paladini non sono senza macchia. Abbiamo scritto tante volte che la questione posta dal caso Weinstein prescindeva da Asia Argento, da quanto ci stava simpatica o meno. Violenze, ma anche molestie, abusi di potere e ricatti sessuali restano reati odiosi. Di cui ovviamente anche gli uomini possono essere vittima, ma che storicamente, per una questione di ruolo nella società e accesso ai posti di comando, riguarda in primis le donne: per secoli, prima di conquistare il diritto al dominio sul proprio corpo, si sono sentite dire che bastava “essere carina” col maschio di turno. In queste ore molti commentatori fanno notare che a parti invertite (una diciassettenne femmina che accusa un maschio di vent’anni più grande), i social network sarebbero stati invasi di indignati hashtag femministi. Qualcuno azzarda pure un paragone con Ruby e Berlusconi: raffronto che non sta in piedi perché lì l’accusa riguardava la prostituzione minorile.

Infine: anche se Asia Argento avesse mentito su tutto – da Weinstein al giovane Bennett – questo non potrebbe certo delegittimare un vasto movimento nato contro violenze o molestie. Resta la responsabilità personale di una donna che appare fragile, confusa e non all’altezza del ruolo: avrebbe dovuto per prima, senza tentennare, raccontare tutta la storia di Bennett, spiegarsi, non lasciare che la sua vicenda personale travolgesse una questione generale, che è più importante di lei. E che, fuori dal circoletto del dorato mondo del cinema, riguarda le donne di ogni classe sociale, negli uffici come nelle fabbriche.