Sussidiarietà, meglio diffidare degli inciuci

Anche nel nuovo parlamento, si è costituito un “intergruppo per la sussidiarietà” che ha sfornato un documento sottoscritto da 200 parlamentari di ogni colore. Una parte di esso è stata pubblicata dal Corriere dell’8 agosto. Come in passato, per iniziativa dei politici espressione di CL, ieri Roberto Formigoni, oggi Maurizio Lupi, il meeting di Rimini darà risonanza a quel documento. Non da oggi, nutro scetticismo al riguardo. Per tre ragioni: perché la parola-concetto sussidiarietà, densa e polisemica, cara al magistero sociale della chiesa (la si rinviene in tutte le encicliche sociali dal 1931, con la “Quadragesimo Anno” di Pio XI), è diventata un passe-partout, ciascuno la interpreta a modo suo; perché ho imparato a diffidare delle convergenze troppo facili e troppo estese in sede politico-parlamentare; per la circostanza che a fare da cassa di risonanza alla cosa sia il meeting ciellino.

Sussidiarietà allude a una concezione dello Stato che riconosce il primato della persona e della società, che rispetta e valorizza le formazioni sociali e i corpi intermedi (sussidiarietà orizzontale), nonché l’autonomia degli enti territoriali (sussidiarietà verticale). In coerenza con l’articolo 2 e 5 della Costituzione. È questo un tempo nel quale la sussidiarietà ben intesa gode di buona salute presso le forze politiche? Non mi pare.

Nella nostra architettura costituzionale la sede più alta deputata alla mediazione e alla sintesi del pluralismo sociale e territoriale è il Parlamento. Come si concilia con la suggestione del superamento di esso e con l’enfasi sulla democrazia diretta (decisamente subordinata alla centralità del parlamento) che sembra fare breccia nei 5 stelle? Che, per inciso, apprezzabilmente, avevano contrastato la riforma Renzi-Boschi in quanto alterava l’equilibrio costituzionale a tutto vantaggio del governo? Si pensi alla metamorfosi della visione dello Stato da parte della Lega, passata dalla retorica federalista-autonomista al centralismo e al sovranismo. Proprio da Rimini, ci si è messo anche Giorgetti ad adombrare l’idea di un ridimensionamento del Parlamento. Per il Pd parla la riforma costituzionale bocciata, il cui impianto era tutto men che ispirato a una cultura delle autonomie: sia nella verticalizzazione del potere nei rami alti dello Stato, sia nella netta ricentralizzazione nei rapporto tra Stato e regioni.

Infine, si pensi alla concezione e alla pratica dei rispettivi partiti. Tutti ridotti a comitati a supporto del leader. Nel citato documento si stigmatizza il leaderismo, ma poi scorrendo le firme si ha l’impressione che il “mea culpa” sia battuto sul petto degli altri. Tutti e 200 dovrebbero essere oppositori del leaderismo in casa propria.

Infine, la sede del meeting riminese. Per circa venti anni, abbiamo conosciuto una certa versione pratica della sussidiarietà (un rapporto malato tra ente pubblico e soggetti privati) da parte di un attore protagonista di quel movimento e di quell’appuntamento estivo. Intendo Roberto Formigoni, che della sussidiarietà (malintesa) aveva fatto la sua bandiera. Ma sarebbe lecito domandare se la costante filogovernativa dei meeting sia corrente con una ben intesa sussidiarietà, che semmai evocherebbe autonomia. Verso i governi centrali e quelli locali. La novità del mancato invito ai 5 stelle oggi al governo può essere letta persino come una buona notizia per entrambi, un raro segno di chiarezza nelle distinzioni. Reggerà?

Sempre il documento pone enfasi sul metodo, condensato nelle parole incontro, dialogo, patto, coesione sociale e nazionale….. Potremmo contentarci di molto meno: quello dell’impegno alla civiltà nel confronto tra differenze lealmente enunciate. Rispettarsi e rispettare il senso e il peso delle parole, da non “manomettere” (Gianrico Carofiglio), compresa la parola sussidiarietà, è la precondizione di un proficuo confronto.

E se fosse questo il Pd che vogliono?

Sembra che sappiano tutti, in particolare, gli editorialisti dei grandi quotidiani (ahi, almeno marginalmente ci ricasco anch’io) come ricostruire il Partito democratico. Un po’ meno (personalmente, direi “per niente”) lo sanno i dirigenti del Partito. La maggior parte di loro non ha perso le elezioni. È tornata in Parlamento. Non ha, essendo stata paracadutata, nessun collegio da curare. Deve soltanto capire come posizionarsi.

La prossima volta le carte, pardon, i collegi, le darà ancora Matteo Renzi oppure toccherà a qualcun altro (escludo “altra”)? È preferibile stare coperti/e aspettando a esprimersi poiché si sarà molto meglio accolti essendo decisivi al momento delle votazioni: “Gli ultimi saranno i primi”… Tutto già visto, anche già criticato, ma questo è il rituale non soltanto del Partito democratico il quale, però, aveva promesso qualcosa di diverso, molto di più. Naturalmente, gli ispiratori, i teorici, i fondatori sostengono, in numerose dichiarazioni e interviste, che è stato tradito lo spirito originario del partito. Farebbero meglio a chiarire quale era quello spirito e chi e come l’ha tradito. Potrebbero, a coronamento di una riflessione che merita di avere i toni di una forte autocritica, anche dire se il Partito democratico, così com’è adesso, è recuperabile oppure bisogna costruire qualcosa di assolutamente nuovo.

Nel silenzio (operoso?) dei dirigenti, le ricette degli editorialisti non sembrano particolarmente originali. Smettere con l’arroganza e la pretesa di sapere tutto, comunque e sempre di più non soltanto degli elettori, ma anche degli iscritti, che contano poco o nulla, e dei simpatizzanti, meno di niente. Il fatto è che loro, i dirigenti, politici di mestiere, sono assolutamente convinti di saperne di più. Possono anche fare finta di ascoltare, ma poi vanno dove vogliono. Attendo esempi contrari. Mettersi in contatto con, ahi, la gente? il popolo? gli elettori? L’occasione migliore è sempre quella offerta da una campagna elettorale, ma con la legge Rosato non ce n’era bisogno del contatto, spesso faticoso, qualche volta controproducente. Tweet e Facebook non sono alternative alla presenza sul territorio. Possono integrarla, mai sostituirla. Chi c’è sul territorio del Pd? Alcuni inamovibili dirigenti locali in carriera che certamente lotteranno con le unghie e con i denti per continuare la carriera. Conoscono da tempo gruppi di elettori. Quelli, non altri, insieme ai “quadri intermedi” in coda per il loro turno, mobiliteranno sia per la carriera sia, se necessario, per le preferenze. No, le incursioni in territori ostici non le faranno quei politici di mestiere. Ne abbiamo viste di sconfitte eccellenti dei dirigenti del Pd nelle elezioni del marzo 2018? Fuori i nomi!

Adesso, da ultima, è spuntata l’idea dei comitati che dovrebbero riannodare qualche filo di discorso politico con l’elettorato (certo non maggioritario) che vede i guasti del governo giallo-verde e teme ancora più per il futuro. Dove sono finiti i leggendari Comitati per il “sì” dai quali secondo il segretario riformatore costituzionale sarebbe scaturita la nuova classe dirigente? Tutti dissolti dopo la pesante sconfitta? Ma è questo il modo di fare politica oppure dovrebbe, piuttosto, consistere nell’imparare le ragioni della sconfitta e del perché quel 40 per cento di elettori del “sì” non costituivano il bottino di Renzi? Da capo.

Il deserto non è soltanto nelle periferie, ma anche nel centro delle città. Chiaro che a Bologna non ci si può aspettare granché dal Senatore del Pd Pierferdinando Casini, ma altrove, Torino, Milano, Firenze, Roma, qualcuno può vantare iniziative significative, per esempio, una discussione vera non soltanto sulle cause della sconfitta elettorale e sulle ragioni della perdurante irrilevanza politica?

Alla fine di questa riflessione, non derivante dalla calura, avendo nel passato scritto abbondantemente sulla “cazzimma” dei dirigenti della sinistra, sui loro ipocriti rapporti con gli elettori, sul loro disinteresse per l’organizzazione bypassata dalle comparsate televisive, sono giunto a una conclusione, non nuovissima (almeno per me), ma da discutere, sì, discutibile. E se fosse proprio questo, vale a dire, quel che ne è rimasto, il Pd voluto da coloro che l’hanno votato?

Mail Box

 

Ho visto uomini di sinistra smaniare per avere potere

Terminal Genova. Fine corsa per l’ubriacatura “privato è bello”?

Basta “lenzuolate”?

Ma correremo il rischio che, all’opposto, si consegneranno alla gestione pubblica servizi improbabili? O, saggiamente, si procederà a un’analisi che distinguerà tra beni comuni indispensabili, che non possono essere dati in pasto alla concorrenza per la massimizzazione dei profitti, e quelli più efficacemente gestibili dai privati?

E se poi vogliano gestire ciò che noi cittadini paghiamo, perché non investono nulla nelle intraprese – legge traforo di base della Lione-Torino – che pure continuano a invocare come indispensabili?

Se lì c’è business, perché nessun privato investe? Fate voi, noi riscuoteremo. La sinistra avrà compreso che non è stato utile piegarsi culturalmente, prima ancora che nei fatti, al capitalismo?

Ho visto uomini di sinistra sbavare per essere ammessi nei salotti del potere. E, sempre mi sono tornate in mente le parole di Montanelli, che incitavano i giornalisti (ma io ritengo anche i politici) dallo starne alla larga. Ha compreso, la sinistra, che il nostro sistema imprenditoriale non si è proprio realizzato sul modello olivettiano? E che la globalizzazione ci ha consegnato un mercato non proprio in grado di autoregolamentarsi? Servono alternative di pensiero che si oppongano a quello unico trionfante. Reagire alla rassegnazione nei confronti di un sistema che fa sempre più ricchi i già benestanti e condanna alla marginalità – arrestando l’ascensore sociale – non solo i più poveri ma anche il ceto medio (flat tax docet). Temo che l’abbraccio dei 5 stelle con la Lega uccida ogni speranza di vero cambiamento.

Melquiades

B. e la tv: il tempo ha chiarito che nulla è mai gratis

Quando Berlusconi accusava la Rai di far pagare il canone: “Gratis è bello, grazie Silvio”, recitavano in coro gli ingenui che oggi sono costretti a pagare tutto ciò che sia minimamente commerciabile in tv, dal calcio alle prime visioni ed oltre, senza considerare le ossessive pubblicità, altra fonte di enormi guadagni, mentre le repliche senza limiti sono giunte ad un livello nauseante nel vero senso della parola, ovunque. “Tutto gratis”, il sogno tradito, basta solo pagare, prima o poi, ma si paga, eccome.

Giampiero Buccianti

Un tribunale specifico per le emergenze nazionali

Quello che tutti temiamo, dopo la tragedia di Genova, è che non si arrivi ad una verità processuale, e che arrivino prescrizioni. Insomma che finisca come tante altre vicende che segnano la storia di questo paese. Un’idea: creare un tribunale per le emergenze nazionali. Un pool di magistrati, nominati da governo e/o Csm, una sede unica a Roma. Quando si verifica una strage come questa di Genova; o di mafia, o comunque un fatto veramente grave, il governo decreta l’affidamento delle indagini e della competenza a questo tribunale; e questi magistrati si occupano esclusivamente di queste inchieste. E assumere nuovi magistrati e funzionari per i processi ordinari.

Valerio Lago

Gad Lerner fa mea culpa. Ma forse è un po’ tardi

Ho letto con interesse l’intervista autocritica di Gad Lerner sulla crisi della sinistra e del Pd, ma mi sfugge il perché di un “mea culpa” così in ritardo. Il Pci era un partito conservatore, sempre subalterno al potere, subalterno al capitalismo, l’unico obiettivo è stata l’occupazione dello stato e delle istituzioni ad ogni costo. E per raggiungere questo obiettivo non ha badato a compromessi, rinnegando i valori di un vero partito di sinistra, con l’aiuto di intellettuali, artisti, giornalisti, insomma la cosiddetta “intellighenzia nostrana”.

Anche nelle grandi battaglie degli anni 70: divorzio, aborto, statuto dei lavoratori, il partito comunista è sempre stato una retroguardia.

Perfino nel 1989 il Pci arrivò in ritardo rispetto alla storia, nemmeno allora capì che con l’abbattimento del muro di Berlino il mondo si avviava verso un nuovo ordine globale. L’unica cosa che ha saputo fare bene è stata la conquista del potere a tutti costi. Ora Lerner si accorge nel 2018 di tutto questo.

Claudio de Paolis

Diritto di replica

Con riferimento agli articoli pubblicati sul Fatto Quotidiano ieri: “Air force Renzi: Etihad avalla lo sconto, ma Alitalia lo blocca” e oggi: “Alitalia è pronta a rescindere il leasing”, tengo a precisare che il Ministro degli Esteri e la Farnesina non hanno svolto alcun ruolo nella questione della rescissione del contratto con Etihad per il leasing dell’aereo di Stato Airbus A340-500, che è seguita dalla Presidenza del Consiglio.

Alessandro Cortese, Capo del Servizio Stampa del Ministero degli Esteri – Cooperazione Internazionale

 

Ringrazio l’ufficio stampa del ministero degli Affari Esteri per la gentile puntualizzazione. Nello stesso tempo confermo ciò che ho scritto nel mio articolo di martedì 21 agosto: per risolvere la grana dell’Air Force Renzi nei giorni e nelle settimane passate c’è stata una trattativa serrata e informale dietro le quinte con la compagnia Etihad presso il ministero italiano dei Trasporti. La Farnesina non ha avuto ruoli ufficiali in questa vicenda; al Fatto risulta si sia informalmente limitata a prendere contatti preliminari con l’ambasciatore emiratino a Roma.

Dan.Mar.

Concessioni televisive da rivalutare: il titolo Mediaset perde l’1,8%

Dopo il leghista Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, sul tema delle concessione pubbliche, interviene anche il pentastellato Stefano Buffagni. Il deputato del Movimento ha parlato in un’intervista al Messaggero anche delle concessioni televisive, tema sensibile soprattutto per Mediaset della famiglia Berlusconi: “Rivedere le concessioni tv? Noi non facciamo la guerra a nessuno. E non abbiamo pregiudizi. È finito semplicemente il tempo dei favori agli amici. In passato, come per le autostrade, sono state fatte valutazioni eccessivamente benevole e stiamo studiando le carte per vedere se esistono i presupposti per aumentare i ricavi a favore dello Stato e dunque dei cittadini”. Mediaset dovrà pagare di più? “Non ho detto questo, chi non ha ricevuto trattamenti di favore può dormire tranquillo. Se la concessione è stata fatta bene, se non ha ricevuto favori, non ha nulla da temere”. Che siano le voci intorno alle concessioni o altro non sappiamo, ma ieri il titolo Mediaset in Borsa ha sofferto: è partito bene in piazza Affari, ma poi è sceso per chiudere alla fine con un -1,8 per cento.

La prossima preda del fondo Elliott dopo Tim: Mediobanca

A settembre lo spread sul debito pubblico potrebbe non essere l’unico argomento ad agitare la Borsa: sta per partire il riassetto di quel che resta del salotto buono della finanza, che ruota sempre intorno a Mediobanca. Secondo quanto riferiscono fonti qualificate al Fatto, il fondo di investimento Elliott è pronto a lasciare Telecom Italia per andare all’assalto di Mediobanca con l’obiettivo di conquistare l’asset più importante della storica banca d’affari, cioè la partecipazione del 12,95 per cento nelle assicurazioni Generali. In entrambe le società, Tim e Mediobanca, ha un ruolo di peso il finanziere francese Vincent Bolloré: con Vivendi ha il 23,9 per cento di Telecom, mentre di Mediobanca detiene il 7,9 per cento.

Il 4 maggio nell’assemblea dei soci il fondo Elliott di Paul Singer ha coalizzato abbastanza investitori istituzionali (fondi) da mettere in minoranza Vivendi e imporre come presidente Fulvio Conti e altri nove membri del consiglio di amministrazione. Un po’ per scelta e un po’ per necessità, all’inizio il fondo non ha messo in discussione l’ad scelto da Bolloré, l’israeliano Amos Genish. Ora il giudizio di Elliott e non solo di Elliott su Genish è pessimo, i risultati di Tim sono deludenti, la reazione all’arrivo dell’operatore low cost Iliad debole, e gli scontri in cda sono stati così espliciti da arrivare ai giornali. Pare chiaro a tutti che non sarà Genish l’uomo del rilancio dell’azienda dei telefoni che ha bisogno di una strategia chiara su banda larga e contenuti, visto che i mercati tradizionali sono ormai consumati. Già il 9 maggio Il Sole 24 Ore scriveva che, ottenuto il risultato di aver contrastato le strategie e i conflitti di interesse di Vivendi, Elliott era pronto a uscire dall’azionariato di Tim con una plusvalenza e che aveva già contratti in essere con le banche d’affari per ridurre la sua partecipazione dal 9,2 con cui aveva combattuto la battaglia in assemblea fino a sotto il 3 per cento. Fonti vicine a Elliott oggi dicono che non sarà quella l’evoluzione, che il fondo controlla l’8,8 per cento del capitale e che in autunno è pronto a rilanciare, per dare l’assalto finale a Genish e spingere l’ad a lasciare, possibilmente senza buonuscite milionarie. Vedremo.

Di sicuro la partita sul destino di Tim si intreccia con quella di Mediobanca. Il 28,5 per cento del capitale è vincolato da un patto di sindacato (un accordo che coordina i voti in assemblea e permette un controllo congiunto), l’accordo scade a fine 2019 o si scioglie se le quote vincolate diventano inferiori al 25 per cento. Ma a settembre ci sarà una finestra per l’uscita anticipata, previa disdetta. Unicredit, con il suo ad francese

Jean Pierre Mustier, ha classificato da tempo Mediobanca come partecipazione finanziaria e non strategica. Tradotto: l’8,2 per cento di Unicredit è in vendita, ma al giusto prezzo (in bilancio è valutato 130 milioni in più rispetto al prezzo di mercato delle azioni Mediobanca). E la scelta di Unicredit, anticipata dai giornali finanziari a giugno, di costruire una partnership con Generali per il mercato dell’Europa dell’Est è sembrata un ulteriore segnale da parte di Mustier della volontà di costruire un rapporto con il gruppo assicurativo di Trieste non più mediato da Mediobanca. Bolloré, al momento, non ha dato segnali di essere disponibile a mollare quel 7,9 per cento del capitale di Mediobanca che in questi anni gli ha permesso di avere voce e peso sulla scena economica e politica italiana. Ma va anche ricordato che Bolloré sta giocando su molti tavoli, prima o poi dovrà definire anche i destini della sua partecipazione del 28,9 per cento in Mediaset (accumulato per tentare una scalata poi fallita). In tanti sono convinti che il futuro di Mediaset sia legato a quello di Tim, sia perché Silvio Berlusconi preferirebbe lasciare ai figli quote di un grande gruppo invece che il controllo di un’azienda che opera nel mercato maturo della tv generalista, ma anche perché se Tim vuole puntare sui contenuti da distribuire ai clienti avrà bisogno di partner specializzati.

Già a inizio agosto si era diffusa la voce di un ingresso di Elliott – con l’1 per cento, quindi sotto le soglie che obbligano a comunicare alla Consob la partecipazione – in Mediobanca. Voci poi non confermate. Ma a Londra, risulta al Fatto, il capo di Elliott Paul Singer ha incontrato l’ad di Mediobanca Alberto Nagel proprio in quei giorni. Nagel si è sentito rassicurato del fatto che non ci fosse alcun bellicoso progetto da parte di Elliott, Singer avrebbe ribadito il suo ruolo di investitore finanziario, non interessato a mettere in discussione governance e controllo delle società in cui investe (cosa che però ha fatto in Tim).

A settembre questo complesso intreccio dovrebbe sbloccarsi. Per ora l’unica certezza è che per la prima volta la politica – e in particolare il governo – sembra essere completamente disinteressata dai destini di quello che una volta era il salotto buono della finanza, anche se il Movimento Cinque Stelle ha sempre avuto buoni rapporti con Mediobanca al punto da considerare un suo analista, Antonio Guglielmi, come possibile direttore generale del ministero del Tesoro.

Renzi e Benigni, cioè Virgilio e Dante

Quando è troppo l’entusiasmo o lo zelo, si rischia di strafare. Così è successo all’inviato del Corriere della Sera, cui spettava l’ingrato compito di raccontare il set della prossima docufiction di Matteo Renzi su Firenze. Trovando parole, se possibile, più dolci di quelle già dedicate all’ex premier da La Stampa il giorno prima. Questo bisogno di scrivere qualcosa di straordinario ha generato uno spiacevole errore: il Corriere ha annunciato in pompa magna il duetto tra Renzi e Roberto Benigni. Ecco il gustoso retroscena: “Davanti alle telecamere in Duomo, Matteo Renzi si lascia sfuggire: “È a questo punto che entra Roberto…”. Un particolare “finora tenuto top secret”. Anche perché falso. Ieri il manager di Benigni e autore della fiction renziana, Lucio Presta, ha definito la notizia “destituita di qualsiasi fondamento”. Che si trattasse dell’ennesima sparata del fantasioso ex statista di Rignano o di un’allucinazione del Corsera, non è dato saperlo, ma Benigni non ci sarà. Non disperiamo, la fiction sarà comunque bellissima. Renzi-Virgilio, anche senza Dante, ce lo raccontano in gran forma: “Dà il meglio di sé nella cappella di San Zanobi, quando racconta la Congiura dei Pazzi (…). È in questo passaggio che Renzi utilizza un congiuntivo in una frase complessa e si lascia sfuggire: “Questa la rifacciamo che Di Maio potrebbe non capirla”. Grasse risate della stampa accreditata.

Gli “ostaggi” a bordo, polizia e arancini sul molo

La pelle e gli indumenti neri spiccano nella bianca nave “Ubaldo Diciotti” della Guardia Costiera, ormeggiata dalla notte di lunedì al porto di Catania. Sono i 177 migranti tratti in salvo al largo di Lampedusa. Vivono in un limbo da sette giorni, prima in mare e da 48 ore in banchina. La terra è a pochi passi ma loro non possono scendere. Dopo aver attraversato il Sahara, la Libia e le intemperie del Mediterraneo in un barcone, soccorsi la notte tra il 15 e il 16 agosto, dovranno attendere la decisione tra il braccio di ferro tra il governo italiano e l’Unione Europea sulla ripartizione dei migranti.

La lunga attesa sembra interrotta dalla visita del procuratore capo di Agrigento Luigi Patronaggio, che ha aperto un fascicolo contro ignoti sulle condizioni della loro detenzione.

Calzari, guanti e mascherina bianca proteggono il magistrato, che prima si intrattiene nella banchina del porto con gli ufficiali della Guardia Costiera, poi con in mano una valigetta sale a bordo della nave. La visita ispettiva dura circa un’ora. Solo più tardi, il magistrato spiega a l Fatto quanto è accaduto: “La situazione è sotto controllo ma ha dei profili di illegittimità, diversi casi di scabbia, ci sono 29 minori non accompagnati che non possono più stare sulla nave. Abbiamo aperto una fascicolo contro ignoti per la privazione della libertà personale dei migranti”.

La giornata degli “ostaggi”, per lo più eritrei che possono avere diritto all’asilo, inizia sotto la pioggia battente, con i vestiti inzuppati nonostante la protezione di alcuni teloni. Poco più tardi, qualcuno prova ad asciugare gli indumenti sotto il sole, stendendoli sul ponte della nave, mentre l’equipaggio della Guardia Costiera fornisce un nuovo abbigliamento asciutto. La mattinata è scandita dalla timida protesta di una trentina di attivisti dell’associazione antirazzista catanese, mentre nel pomeriggio le visite del segretario democratico Maurizio Martina e del deputato radicale Riccardo Magi hanno intervallato l’interminabile attesa.

Bocche cucite nella sede dalla Capitaneria di porto di Catania, che al Fatto spiegano di non “avere i mezzi per decidere sul da farsi”, e che “spetterà ai piani alti la soluzione”. Nessuno può scendere dalla nave, neppure il personale di bordo. Al tramonto circa un centinaio di cittadini, aderenti ad associazione e partiti politici, hanno protestato davanti l’ingresso del varco 2, che consente l’accesso alla nave, portando un simbolico vassoio di arancini, tipici siciliani. A bordo, però, non sono arrivati.

Sulla nave invece, i migranti si sono raccolti insieme al centro della prua. Portano le mani al petto, al viso e al cielo, e scandiscono sottovoce la preghiera della sera. Sperano forse, che la situazione possa risolversi quanto prima. Ma ad attenderli, c’è un’altra notte da accampati sulla nave. Consumano il loro pasto caldo fornito dal persona di bordo, in attesa che scenda la notte, e la temperatura si faccia più rigida. La brezza marina soffia sullo scafo, in questa irrequieta estate siciliana, che alterna vento, pioggia e sole. A fargli compagnia ci sono anche due volontari della InterSos, che grazie a una convenzione con la guardia costiere e con l’Unicef, forniscono il servizio di mediatori culturali a bordo.

La nave reste scortata dalle forze militari, in acqua le lance della Guardia di finanza pattugliano il porto, mentre le auto e i blindati dei carabinieri e della polizia controllano gli accessi ai varchi, rendendolo questo piccola porzione di banchina quasi inaccessibile.

 

Nave Diciotti, il pm accusa il governo: “È sequestro”

È metà pomeriggio quando il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio lascia la nave Diciotti. Era salito a bordo – dopo una riunione preliminare con i colleghi di Catania – per poter verificare di persona le condizioni dei 177 migranti a bordo. Passano pochi minuti e arriva la vera novità della giornata: l’ipotesi di reato è sequestro di persona (oltre che arresto illegale). Non risultano, al momento, persone iscritte nel registro degli indagati e il fascicolo fino a ieri era contro ignoti. Le polveri, dopo poco, si accendono ulteriormente. Matteo Salvini appare nel consueto video su Facebook ed è tranchant: “Leggo che la procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta per sequestro di persona contro ignoti. Sono qua, non sono ignoto. Mi chiamo Matteo Salvini, sono ministro dell’Interno e sono stufo di vedere finti profughi in Italia”. Una rivendicazione netta della decisione di trattenere le 177 persone a bordo della nave della Guardia costiera da otto giorni.

Mentre il ministro sfidava la magistratura – “indagatemi, processatemi” – da Agrigento Luigi Patronaggio descriveva ai cronisti la situazione dei migranti a bordo: “Sono provati da un lungo viaggio e da una estenuante permanenza, all’interno di una nave che non è certo da crociera”, ha detto il magistrato.

Ieri, intanto, la stessa Procura di Agrigento ha inviato alla polizia giudiziaria una lettera ricordando l’obbligo di riferire qualsiasi notizia di reato in relazione agli sbarchi di migranti. Comunicazione inviata anche alla Capitaneria di porto di Porto Empedocle – dove sono sbarcati 13 naufraghi evacuati dalla nave per motivi sanitari – per chiedere se dopo il loro arrivo siano state registrate notizie di reato. Un modo per sollecitare una stretta collaborazione della Guardia costiera e, contestualmente, un gesto di cortesia istituzionale. Il procuratore ad oggi non ha delegato le indagini e si potrebbe configurare il paradosso di vedere come primi indagati i salvatori. La questione centrale sarà infatti capire se la mancata indicazione del punto di sbarco da parte del Viminale fosse un ordine illegittimo. In questo caso la linea di comando della Guardia costiera avrebbe dovuto disobbedire e sbarcare i migranti.

Il ministero dell’Interno, da parte sua, ha fatto leva sulla procedura operativa del 2015 sulla gestione degli arrivi dei migranti per non fornire il via libera all’approdo. Protocollo definito “sperimentale” mai formalizzato con un atto legislativo. I funzionari di turno del Viminale che siedono al tavolo di coordinamento interministeriale hanno avuto indicazioni precise da Salvini di non fornire il punto di sbarco.

La vicenda si è complicata ulteriormente il 20 agosto, quando la nave si è spostata a Catania. Da allora è in una sorta di surreale quarantena, con la bandiera gialla ancora esposta. Nessuno può scendere o salire, i medici della struttura sanitaria portuale – che normalmente intervengono subito a bordo – non erano stati chiamati fino a ieri pomeriggio, come risulta da alcune fonti interpellate dal Fatto. Off limits anche per i parlamentari: prima ha chiesto di salire il senatore Pd Davide Faraone, poi il deputato di +Europa Riccardo Magi. Le porte sono rimaste chiuse.

Col passare del tempo anche la trattativa avviata con i paesi Ue per la ridistribuzione dei migranti è venuta meno. Fin dall’inizio Salvini aveva posto questa condizione per autorizzare lo sbarco, ma ieri la portavoce della Commissione Tove Ernst ha spiegato che la priorità per Bruxelles è un’altra: “Le persone a bordo della nave devono essere sbarcate quanto prima. Per la Commissione questo è innanzitutto un imperativo umanitario”, ha spiegato al Fatto con una nota.

In serata, intanto, sul porto sono iniziate le procedure per lo sbarco dei minori. Un’azione che era stata chiesta esplicitamente dalla magistratura minorile di Catania al Viminale.

La procura sequestra le Gole del Raganello: “Allerta da rispettare”

“Un’altra tragedia che non doveva esserci. C’era un’allerta gialla che prevede anche esondazioni improvvise che è stata ignorata”. Il capo della Protezione civile Angelo Borrelli interviene duramente nella vicenda della morte di dieci persone in seguito alla piena del torrente Raganello a Civita (Cosenza), nel cuore naturalistico del Pollino. Undici persone sono rimaste ferite e alcune di loro stanno migliorando. Secondo Borrelli “bisogna tenere conto delle allerta che vengono diramate fosse una, dieci, cento volte”.

La Procura di Castrovillari, guidata da Eugenio Facciolla, ha sequestrato l’area delle Gole nell’ambito dell’inchiesta aperta contro ignoti ipotizzando i reati di omicidio colposo, lesioni colpose, inondazione e omissione d’atti d’ufficio.

Non ci stanno i sindaci dei quattro comuni attraversati dal Raganello, che ieri hanno lanciato un messaggio: “No alla ricerca di capri espiatori, va cercata la verità”. Ritengono “una comoda giustificazione” il richiamarsi all’allerta gialla che “non specifica i luoghi interessati”.

Arquata, un’altra fiaccolata tra le macerie: ormai lì non ci vive più nessuno

Domani mattina, alle 3 e 36, una voce annuncerà i nomi delle vittime marchigiane del sisma del 24 agosto del 2016. Il momento topico della cerimonia sarà preceduto da una fiaccolata e da una preghiera. Da Trisungo, la frazione lungo la via Salaria del territorio comunale di Arquata del Tronto, le persone raggiungeranno quella di Pescara del Tronto. O meglio ciò che ne resta: macerie e ceppi commemorativi. Qui, infatti, si è verificato il più alto tributo di morti, 47 dei 51 totali, gli altri 3 ad Arquata e 1 a Capodacqua. All’alba, con la notte gelata e amara alle spalle, i partecipanti torneranno alla vita di tutti i giorni, in attesa del terzo anniversario: “Probabilmente non andrò, ne ho abbastanza di cerimonie, di retorica, di false commozioni e comparsate. Non serve a nulla, solo a farmi il sangue cattivo. Chi di dovere, pensi piuttosto a risolvere i nostri problemi”. Antonio Filotei, arquatano doc, era il titolare dell’omonima macelleria e norcineria in paese, andata distrutta. Il sisma gli ha portato via i genitori e un fratello. Pochi mesi fa ha riaperto la nuova sede nel centro commerciale della nuova Pescara del Tronto, l’agglomerato di Sae e moduli lungo la Salaria. Dentro ci sono un bar, negozi, un ristorante e persino uno studio dentistico. “Le cose non vanno bene _ aggiunge Filotei _ eppure basterebbe poco per migliorarle. Ad esempio dando il via libera a mettere dei segnali o dei cartelli lungo la statale Salaria su cui indicare il fatto che le nostre attività sono lì, a pochi metri. Chi transita dal Lazio alle Marche e viceversa, al contrario, vede solo le casette e dei capannoni di legno. I regolamenti degli Enti Parco (Arquata sta per metà sul versante sud, Parco dei Monti della Laga, e per metà sul versante opposto, Parco dei Sibillini, ndr) vietano l’applicazione della cartellonistica. Una serie di motivazioni assurde, paradossali, tra sicurezza e decoro ambientale. Ci rendiamo conto? Adesso capite perché metà della popolazione se ne è andata via”.

Nessun membro del governo o di altri partiti sarà presente ad Arquata tra stasera e domani. Qualcuno verrà a titolo personale. Le previsioni parlano di un’affluenza limitata rispetto all’agosto del 2017. Allora si era ancora in fase emergenziale: “Adesso siamo in quella dello stallo assoluto – ammette sconsolato il sindaco di Arquata, Aleandro Petrucci -. Nel mio comune, 93 km quadrati, è tutto fermo. Il grosso delle macerie è ancora da togliere, almeno il 70 per cento delle case con danni lievi non è stato neppure sfiorato. Se si va avanti così per la ricostruzione dovremmo attendere tempi biblici. Di certo io non sarò più sindaco. Sono a metà del mio mandato, poi lascerò la politica. Non ho velleità di carriera, vorrei solo fare il massimo per i miei compaesani, magari farne rientrare qualcuno, ma sarà difficile. Ormai la metà si è stabilita altrove e non ha intenzione di tornare. Nei due anni trascorsi da quella notte c’è stata un’impennata di decessi tra gli anziani. Dislocati altrove, lontani dalla campagna, dalle loro tradizioni, sono morti lentamente. Per non parlare dei matrimoni. In due anni ad Arquata si sono sposate tre coppie, due già trasferite a San Benedetto. Il prossimo sarà a settembre. La celebrazione di venerdì mattina? Ci sarò, non posso mancare, ma memore del freddo e della stanchezza dell’anno scorso, non starò lì fermo per quattro ore”.