La Finanza da Autostrade. Avvisi di garanzia in vista

La Finanza nelle sedi di Autostrade a Genova, Roma e Firenze. Un giorno intero per acquisire tutto quello che riguarda il ponte: dalle mail interne ai controlli effettuati nel 1993 sui piloni 9 e 10.

Mentre in Procura a Genova è ormai pronta un’ampia lista dei possibili avvisi di garanzia, una decina, in vista dell’incidente probatorio da compiere molto presto.

Ma cominciamo dal lavoro degli uomini del primo nucleo della Finanza di Genova. Un’attività a larghissimo raggio, anche nel tempo. Si è partiti da Genova: qui la Finanza ha acquisito le carte interne della direzione di tronco della Liguria. Poi ordini di servizio interni che disponevano i controlli, ma anche fatture e comunicazioni con le imprese che hanno svolto i lavori di manutenzione. Tutto. Intanto a Roma le Fiamme Gialle cercavano i documenti necessari per ricostruire la storia del ponte, a partire dai primi collaudi degli anni ’60. È tutto contenuto in un fascicolo di centinaia di pagine (ne esiste uno per ogni grande infrastruttura). Due i documenti che interessano particolarmente investigatori e pm: la relazione sui lavori di ristrutturazione del pilone 11, compiuti nel 1993. Si vuole capire quali fossero all’epoca le reali condizioni del 9 (quello crollato) e del 10, oggi pericolante. Insomma, perché già allora non si ritenne necessario rinforzare anche quelli con tiranti esterni supplementari? Gabriele Camomilla, allora direttore della Ricerca e della Manutenzione di Autostrade, racconta: “Compimmo, ovviamente, analisi molto dettagliate. I piloni risultarono perfettamente sani. E infatti sono passati 25 anni”.

C’è poi il nodo essenziale dei controlli. Due i punti: primo, stabilire se sono stati effettuati quelli obbligatori. Un dirigente di Autostrade racconta al Fatto: “Ci sono due tipi di controlli. Quello con scarica elettrica deve essere effettuato una volta l’anno. L’ultimo sul Morandi risale al febbraio 2017”. Poi ci sono i quattro controlli visivi previsti ogni anno: l’ultimo risalirebbe allo scorso giugno. E poi c’è la seconda domanda, quella decisiva: la consulenza di Ismes, richiesta da Autostrade e rivelata dal Fatto, ma anche lo studio del Politecnico e perfino il parere del Provveditorato alle Opere Pubbliche mettevano in dubbio l’efficacia dei controlli eseguiti. Che cosa ha fatto Autostrade di fronte a queste osservazioni? E gli autori del parere del Provveditorato – due dei quali proprio oggi membri della Commissione del Ministero sul crollo – dovevano prendere iniziative ulteriori? Il dubbio dei pm è che si potessero prendere provvedimenti per limitare o chiudere il traffico. In particolare la consulenza Ismes sottolineava l’esigenza che Autostrade effettuasse un “monitoraggio dinamico continuativo”. Da un documento interno di Autostrade emerge che questa forma di controllo è già stata utilizzata per sei ponti: due cavalcavia sulla Milano-Napoli; altri tre sulla Bologna-Taranto. E un ponte sulla Bologna-Padova a Villa Marzana. Il Ponte Morandi non parrebbe nella lista. Ultima tappa dei finanzieri è stata la sede di Autostrade di Firenze. Qui è custodito il server con tutti i messaggi scambiati sulla rete mail. Serve per rintracciare le comunicazioni interne sul Morandi.

Ma ormai pare maturo il tempo per il passo successivo dell’inchiesta: l’incidente probatorio che serve per cristallizzare la situazione con accertamenti spesso irripetibili. Quindi è necessario ‘avvisare’ tutte le persone potenzialmente interessate. La rosa degli indagati sarà quindi ampia, inizialmente almeno una decina di persone, per evitare che eventuali esclusi poi ricorrano rendendo vani gli accertamenti. Un provvedimento quindi che potrebbe interessare le persone che avevano la responsabilità della sicurezza del ponte, ma anche chi era a conoscenza della fragilità dell’opera e forse poteva prendere provvedimenti.

Magari fermando i lavori di “maquillage” del ponte. Altro punto che interessa i periti. C’è la questione del carro ponte – di cui hanno parlato gli stessi dirigenti di Autostrade e i commissari ministeriali – che pesava 7 tonnellate, certo meno di un grande tir che arriva a 15. Si vuole capire se fosse stato già sistemato e magari in un punto delicato.

Ma non solo: c’è la questione dei new jersey. Già, quando nacque, il Morandi era circondato da guardrail di vecchia concezione. Insicuri, ma leggeri. Le barriere di cemento, più protettive in caso di incidente, sono state installate successivamente: un ingegnere strutturista riferisce al Fatto che le moderne protezioni arrivano a pesare 600 chili al metro lineare (cioè 1,2 tonnellate nelle due direzioni). Moltiplicate per i 1.172 metri del ponte potrebbero significare fino a 1.500 tonnellate complessive di sovrappeso. Non previste al tempo del progetto, come il traffico aumentato del 30% negli anni (con un corrispondente aumento della sollecitazione). Insomma, il Morandi era diventato troppo pesante?

Argento e bronzo

Non sono un esperto di #MeToo, come peraltro di nessun altro “hashtag” (ultimo sinonimo di conformismo). Ma stento a capire l’equazione Harvey Weinstein-Asia Argento formulata in questi giorni dalle migliori gazzette. Uno è un potentissimo produttore, considerato il padrone di Hollywood, influentissimo sulla giuria dell’Oscar e dei maggiori premi cinematografici mondiali: a chi fa l’attore conviene averlo amico e soprattutto non averlo nemico. L’altra è un’attrice che ha fatto anche la regista di piccoli film. Weinstein è stato denunciato, sia pur tardivamente, a livello mediatico e talvolta anche penale, da decine di attrici, incluse le più famose dello star system, non certo bisognose di pubblicità. E non perché fosse uno sporcaccione o un malato di satiriasi, ma per una miriade di ricatti sessuali sistematici e seriali, improntati a un solo copione: “O me la dai o non lavori”. E questa, per le leggi di tutto il mondo, si chiama estorsione. Non occorrono minacce o violenze esplicite: basta che l’autore si trovi in uno stato di superiorità nei confronti di chi lo subisce, che a sua volta si trova in condizioni di inferiorità e soggezione. Insomma, è un reato gravissimo punito dappertutto, se provato: e nel caso di Weinstein pare proprio che lo sia, da testimonianze e anche da registrazioni delle vittime, fra cui l’Argento (che poi ebbe una relazione con lui, prima di aprire gli occhi e sputare il rospo, divenendo una testimonial del #MeToo).

Asia non è stata denunciata da alcuno, né mediaticamente né penalmente (infatti non è indagata): un anonimo, mentre parte il processo a Weinstein, ha spedito al New York Times le carte di una transazione privata fra lei e un giovane attorino in disarmo, Jimmy Bennett, che aveva recitato da ragazzo in un film diretto da lei, sua ex amica; e la accusava di aver abusato sessualmente di lui nel 2013 turbandolo al punto da rovinargli la presunta carriera. Accusa tardiva (giunta a 5 anni di distanza) e privata, con allegata una richiesta di soldi per non divulgare il fatto (che in California è vietato dalla legge, perché all’epoca la presunta vittima aveva 17 anni e rotti e l’età del consenso lì scatta a 18). Il caso vuole che Jimmy si sia svegliato proprio mentre Asia era impegnata nella battaglia contro Weinstein ed era fidanzata con un ricco e famoso chef francese, Anthony Bourdain. Il quale decise con lei di allungare al giovanotto un assegno da 380 mila dollari per evitare lo sputtanamento. Di solito pagare il silenzio di un accusatore significa ammettere il torto. Ma non necessariamente in questo caso.

La campagna #MeToo ha innescato, soprattutto nell’America puritana e ipocrita, una caccia alle streghe indiscriminata dove ormai è impossibile distinguere caso per caso. Complici i social, che appiattiscono tutto senza approfondire né discernere. L’ha scritto Pigi Battista sul Corriere: una concussione sessuale diventa uguale a un’avance, a un corteggiamento, a uno stalking, a un  rapporto consenziente, ma anche a un’accusa ancora da provare. Ne sa qualcosa Kevin Spacey, praticamente rovinato perché, essendo gay, pare che ci abbia provato con un ragazzo a un party. E ne sa qualcosa Woody Allen, perseguitato da anni dall’accusa terribile dell’ex compagna Mia Farrow di aver molestato la figlia adottiva (di lei, ma non di lui), malgrado la vicenda sia passata per vari tribunali che hanno sempre scagionato l’artista. In questo clima, chi volesse ricattare un  divo del cinema, o una testimone anti-Weinstein con false accuse troverebbe terreno fertilissimo: intanto c’è la condanna mediatica, poi fra qualche anno, quando il danno sarà fatto, magari si scoprirà che erano tutte calunnie. Ora, in assenza di indagini, che non partiranno senza denunce di Bennett, abbiamo la parola sua contro quella di Asia, più alcune foto e sms privati incredibilmente e illegalmente pubblicati (con tanti saluti alla privacy). Dunque i casi sono tre.
1) Asia ha fatto sesso con Bennett consenziente: penalmente, sarebbe illecito in America (non in Italia né in altri paesi europei, dove l’età del consenso è al di sotto alla maggiore età, esclusi i rapporti mercenari), ma non procedibile senza la querela, evitata con quell’assegno; moralmente, nulla di male, a parte la bugia raccontata l’altroieri.
2) Asia ha fatto sesso con Bennett non consenziente: condotta illegale e immorale, anche se resterebbe da spiegare come faccia una donna con quel fisico da colibrì a violentare un giovanotto di 17 anni e passa; e comunque nulla di paragonabile a Weinstein, visto che l’eventuale carriera attoriale di Bennett non dipendeva certo da lei.
3) Asia è rimasta vittima di un’estorsione fondata su una calunnia e ha pagato Jimmy per evitare lo sputtanamento di un’accusa falsa, ma impossibile da smontare su due piedi, in mancanza di prove oggettive. L’opinione pubblica tende a credere al più giovane e al più sfigato. E poi Asia ha il brutto vizio di dire ciò che pensa e s’è fatta molti nemici, nella stampa e nella politica. Basta leggere gli house organ berlusconiani, “garantisti” con un ex premier puttaniere, ricattabile e pregiudicato, ma giustizialisti con una privata cittadina incensurata come lei. E poi, se negli Usa la lobby di Weinstein lucra sullo scandalo sperando di fare pari e patta, qui ne impazza una ancor più potente: il Partito Trasversale dell’Impunità Planetaria, che gode voluttuosamente  a screditare chiunque osi denunciare un sopruso, al grido di “porco è bello”, “tutti maiali nessun maiale” e ovviamente “tutti ladri nessun ladro”. Gentaglia talmente abituata a fare o ad avallare porcherie da non sopportare l’idea che esistano persone pulite. Non sappiamo se Asia lo sia, ma sappiamo perché tante facce di bronzo ce l’hanno con lei. A prescindere.

Il male ha ucciso Vincino. Addio maestro irriverente

Allampanato, dinoccolato, un elegantissimo, letterato hippie che ti guardava storto da quelle lenti fondo di bottiglia – montate su Persol da sole, modello Steve McQueen – tanto da far diventare gli occhi minuscoli, ma non lo sguardo. Quello era lungo, lunghissimo, anarchico e indipendente, da artista, quale lui era. Vincino, al secolo Vincenzo Gallo, era molto più di un vignettista, di un disegnatore satirico, era un fine antropologo, uno che smascherava i vizi dei potenti (ma anche dei deboli) facendone sintesi in tre schizzi storti, irresistibili e irriverenti. Ieri se ne è andato, dopo una brutta bestia di malattia, a 72 anni, e dopo una carriera meravigliosa, mai al servizio di nessuno. Anzi, a volte sembrava, per vezzo, godere nel disegnare su giornali apparentemente a lui lontani – ergo conservatori, ordinari, filo-tutto purché quel tutto fosse potente.

Ma in realtà tutto e tutti erano distanti da lui, che era vasto, contraddittorio e geniale, un artista senza confini né recinti, se non quelli della sua lucida e stralunata fantasia.

Vincino amava i vizi, di forma e di sostanza, i suoi disegni tremolanti non facevano né troppo ridere né troppo riflettere – queste sono cose comuni: le sue istantanee erano un pugno nello stomaco, spesso un anagramma, un’anamorfosi della vignetta. Tracimavano di cultura, erano allucinogene, piccoli trattati colorati che prendevano il senso comune di lato, mai frontalmente.

A volte erano incomprensibili – a volte addirittura la didascalia lo era – però arrivavano al centro di dove dovevano arrivare, cuore o cervello che fosse. D’altronde l’arte mica deve illustrare, bensì mostrare ciò che è invisibile agli occhi, e lui in questo era ineffabile. Nato a Palermo, ma uomo di mondo, si laurea in architettura ma non fa l’architetto, figuriamoci, lui che, come detto, aveva un’idiosincrasia genetica per le righe diritte – il rapporto pavimento-parete deve sempre essere di 90 gradi, ammoniva Le Corbusier: appunto, non roba per uno che volava tra sghiribizzi e lazzi come un uccello fluorescente e indomabile. Nel ‘68 è vicino ai movimenti studenteschi e operai, poi arriva Lotta Continua e l’inserto satirico L’avventurista. È il primo di una lunga sfilza: Il clandestino con L’Espresso, Tango con l’Unità, Boxer sul Manifesto, poi Cuore e tanti altri – ha diretto Ottovolante, quotidiano di satira che durò poco più di una settimana, geniale, insieme ad altri giganti come Roland Topor, Andrea Pazienza o Guido Buzzelli – fino alle lunghe collaborazioni con Corriere della Sera prima e Il Foglio poi. Ma il suo capolavoro assoluto fu Il Male, fatto, tra gli altri, con il suo inseparabile sodale, fratello di matita, Vauro Senesi. Quella combriccola ne fece di cotte e di crude: la più memorabile e riconoscibile fu la finta prima pagina di Repubblica che titolava “Arrestato Ugo Tognazzi. È il capo delle BR”. Roba impensabile oggi, da fustigazione pubblica. Nel 2011 sempre insieme a Vauro rimanda in edicola Il Male, durò poco ma fu bellissimo, basti pensare che la redazione la piazzarono nella sede storica della Democrazia Cristiana in piazza del Gesù – roba da far rivoltare nella bara più di un notabile. Michele Santoro, uno che di televisione capisce davvero, lo aveva mandato in video, insieme a Vauro, come inviato nell’ultima edizione di Servizio Pubblico. Risultato? Due meravigliosi Totò e Peppino surrealisti e d’avanguardia, in moto-sidecar, sfreccianti a raccontare con taglio “cinico e baro” il costume degli italiani di oggi e di domani: capolavoro. Vincino in gioventù provò anche l’ebbrezza del carcere “esperienza bellissima, che consiglio a tutti”, poi il pornofotoromanzo con Cicciolina fino alle incursioni ai comizi di Craxi, camuffato da Craxi. Il situazionismo era per lui una regola, l’irriverenza il suo dogma. La sua vasta cultura non era mai citazione, mai parafrasi, ma sempre sostanza metabolizzata e poi rivomitata a modo suo, coi suoi disegni, con le sue aspirazioni e i suoi progetti sghembi ma fantastici. Era un illuminista e un surrealista insieme, amava i libri e l’uso fiero della ragione, ma per poi distorcerli, piegarli con un segno eretico. In lui c’era Voltaire e c’era Buñuel, frullati insieme, un ibrido un po’ sornione e unico nel suo genere. Un Candide a spasso per la sua personalissima e moderna Westfalia a sfregiare i vari Pangloss di turno. Però Vincino era più sornione, zero moralista, molto esistenzialista, quasi disincantato e non amava né i santoni né i santini, di qualunque colore fossero. Si arrampicava sugli specchi come nessuno, dissimulava l’evidenza come tutti e sognava di sfondare porte aperte – provaci tu, se sei capace, a sfondare una porta aperta! – diceva Carmelo Bene. Perché solo i veri artisti possono ambire a tanto, e non tutti hanno lo spirito per capire certe cose, solo le persone belle. Come Diderot, su quella panchina del Palais Royal, che intima al nipote di Rameau che “uno sciocco sarà più facilmente incline alla malvagità che un uomo di spirito”. Ciao Vincio, lassù non esagerare.

Quei paurosi protagonisti dell’horror di Mr King

“Film e libri sono come mele e arance: entrambi buonissimi ma hanno sapori completamente diversi. Se funziona, sono felice. È fantastico”. Così Rob Reiner commentava – a posteriori – il buon esito del suo Stand by Me – Ricordo di un’estate, adattamento cinematografico del 1986 del racconto The Body, contenuto nella raccolta Stagioni diverse di Stephen King. Già, proprio lui, il maestro indiscusso del brivido letterario e di quello provato da ogni cineasta si cimenti sui suoi testi, a eccezione di Kubrick.

Reiner dunque torna nella leggendaria Castle Rock e vi porta i noti quattro giovanissimi amici alla ricerca di un misterioso cadavere ma, come da fonte originaria, lo fa attraverso il ricordo di quell’estate in Oregon, l’ultima vacanza prima del liceo, raccontata dalla voce narrante di Gordie una volta adulto e scrittore, personaggio col quale il regista sentiva una certa affinità autobiografica. Il film profuma di cult fin dalla sua uscita anche per gli aneddoti che giravano attorno alla produzione, specie ai modi con cui Reiner “portava” i suoi attori ragazzi a provare le emozioni necessarie all’evolversi della storia: non essendo infatti sufficientemente spaventati, il cineasta li sgridava e insultava terrorizzandoli fino alle lacrime, dopo di che accendeva la macchina da presa. Ma la rivisitazione oggi di Stand by Me ha un’ulteriore valenza di dolore, legata naturalmente alla scomparsa di River Phoenix nel 1993: il bellissimo fratello di Joaquin aveva solo 15 anni quando interpretò Chris, l’eroe tragico del film, ma già aveva mostrato tutto il suo talento. Come tanti romanzi di formazione basati sul ricordo, anche questo si pregia di una colonna sonora indimenticabile, capitanata dalla celeberrima canzone omonima al titolo del film.

Via il porcetto da casa: in Sardegna passa la legge contro gli allevamenti domestici

In principio fu il dibattito sul maialino sottovuoto, colpevole di alterare l’ortodossia gastronomica, ora la polemica riguarda i “verri”, i capi riproduttori tradizionalmente diffusi negli allevamenti domestici isolani e che d’ora in poi non potranno più essere detenuti dai piccoli produttori, a norma di legge.

Il porcetto in Sardegna è una faccenda seria, tanto da diventare oggetto di un dibattito acceso, che vede pezzi di centrodestra e del mondo produttivo all’attacco della legge – approvata in Consiglio regionale – che disciplina per la prima volta l’allevamento suino nell’isola, chiudendo per sempre la stagione del pascolo brado e distinguendo fra allevamenti familiari per il consumo domestico e allevamenti produttivi destinati alla commercializzazione delle carni.

Su questo allevamento si basano le sorti di un intero comparto, flagellato dalla peste suina, che oltre ad aver dimezzato dagli anni 70 il numero dei capi (da oltre 300 mila agli attuali 166 mila) ha anche imposto un embargo sull’export delle carni. Ora la malattia quasi debellata non fa più paura e la Regione punta sul rilancio dell’intera filiera con la cancellazione definitiva dell’embargo europeo. Ma l’apertura ai mercati internazionali non convince tutti. “Così si mette a rischio una tradizione millenaria”, tuona il deputato di Forza Italia Ugo Cappellacci, mentre l’ex parlamentare di Unidos, Mauro Pili, lancia una petizione su Change.org per impugnare un articolo della legge che introdurrebbe “un divieto non contenuto nel dispositivo di recepimento delle stesse direttive comunitarie” e che discriminerebbe i piccoli allevatori sardi a scapito di quelli “continentali”.

La versione di Asia: “Niente sesso, ho solo aiutato Bennett”

“Respingo e nego fortemente quanto scritto – e circolato in giro per il mondo – dal New York Times nell’articolo del 20 agosto 2018. Sono profondamente scioccata e ferita nel leggere notizie del tutto false. Non ho mai avuto una relazione sessuale con Bennett.”

Ieri, tramite una nota inviata proprio al Nyt, Asia Argento ha smentito tutte le accuse sulla violenza sessuale nei confronti di un (allora) minorenne: “Quello che mi ha legato a lui (Bennett, ndr) per alcuni anni è stato solo un sentimento di amicizia”, amicizia terminata nei giorni della “nota vicenda che ha riguardato Weinstein”.

Asia – molto “esposta” in quel periodo, a suo stesso dire – spiega: “Bennett versava in gravi difficoltà economiche e aveva precedentemente avviato iniziative giudiziarie nei confronti dei suoi genitori, avanzando loro richieste milionarie”. Cosa che fece anche con lei, chiedendole parecchi soldi: “Bennett sapeva che il mio compagno, Anthony Bourdain, era considerato un uomo facoltoso, con una alta reputazione da proteggere in quanto personaggio molto amato dal pubblico… Anthony insistette affinché la questione venisse gestita privatamente, e questo corrispondeva anche al desiderio di Bennett. Anthony, infatti, temeva che questa persona, da lui considerata pericolosa, potesse portarci pubblicità negativa. Così decidemmo di gestire la sua richiesta di aiuto in modo compassionevole, venendogli incontro. Anthony si impegnò in prima persona ad aiutarlo economicamente, a condizione di non subire più intrusioni nella nostra vita”.

Il comunicato si chiude laconicamente, se non minacciosamente: “Questo è, dunque, l’ennesimo sviluppo di una vicenda per me triste, che mi perseguita da tempo, e che a questo punto non posso che contrastare assumendo nel prossimo futuro tutte le iniziative a mia tutela nelle sedi competenti”. Un’epopea senza fine quella di Asia Argento. Prima paladina del movimento #MeToo, contro il produttore cinematografico più potente d’America, Harvey Weinstein, in qualità di vittima. Poi carnefice, dopo i fatti raccontati l’altro ieri dal New York Times, in cui l’attrice e regista viene accusata di aver abusato sessualmente – in una camera d’albergo Ritz-Carlton di Marina del Rey in California, il 9 maggio del 2013 – dell’attore Jimmy Bennett, che all’epoca aveva 17 anni. Mentre lei ne aveva 37 (quasi 38).

Nella mattinata di ieri ha parlato anche il papà Dario: “Non sto vivendo questa vicenda in modo felice. Sono molto turbato, ho provato a sentire mia figlia ma non ci sono riuscito, è in un posto dove non prende il telefono”, ha detto a Radio Capital. “Cosa pensa delle accuse?”. “Bisogna vedere se sono vere. Secondo me non lo sono”. “E perché Asia avrebbe deciso di stringere questo accordo?”. “Questo non lo so”, ha risposto il regista.

Nel frattempo, qualcosa si muove anche in California. “Il mio ufficio era al corrente dell’incontro sessuale del 2013 di cui sarebbero stati protagonisti l’attrice italiana e l’ex attore bambino Jimmy Bennett”, ha reso noto in un comunicato lo sceriffo della contea di Los Angeles Darren Harris. Con una precisazione non da poco, però: il suo staff, infatti, non avrebbe “ricevuto alcun rapporto di polizia relativo alla presunta attività criminale”. Infine, ha confermato che gli investigatori stanno cercando di entrare in contatto con Bennett e i suoi legali per documentare eventuali reati.

A innescare il nuovo capitolo della “saga Argento” è stata lei, Kim Severson, giornalista del New York Times ed esperta di cucina, già vincitrice di quattro premi “James Beard” per l’alta divulgazione enogastronomica. Nel 2018, poi, si è aggiudicata un premio Pulitzer, insieme ad alcuni colleghi (tra cui Ronan Farrow, ndr) del New York Times, proprio per l’inchiesta sulle molestie sessuali e gli abusi a Hollywood e dintorni.

Le inchieste non finiscono mai: l’ultimo sospettato è un 90enne

Tra gli appunti del Gides salta fuori una annotazione risalente al 1985: il medico ritrovato morto nel lago Trasimeno, Francesco Narducci, era stato fermato al casello di Firenze nei giorni precedenti all’ultimo delitto. Le indagini su di lui però non sono state compiute. Forse perché ritenuto sin da subito uno dei tanti automobilisti di passaggio.

A metà anni ottanta l’attenzione degli inquirenti è massima. Firenze vive nel terrore. La pressione sulle forze dell’ordine per arrivare a dei risultati è massima. I limiti investigativi evidenti. E si ripetono: l’Italia non è in grado di individuare un serial killer. Sì, ci sono i compagni di merende: Vanni, Lotti e Pacciani. Ma sembrano comparse. Per questo si cerca il secondo livello, la mente. E magari è stata sfiorata dalle indagini, persino sentita.

Dal primo delitto del 21 agosto 1968 sono ormai passati 50 anni e ancora oggi, ciclicamente, dalla polvere delle carte emergono conferme a piste nuove o nuove piste che nelle carte vecchie trovano conferme. Come l’inchiesta riaperta nel 2013 dalla procura di Firenze sulla base di un esposto presentato dall’avvocato Vieri Adriani e che nel 2017 ha portato a un avviso di garanzia nei confronti dell’ex legionario Giampiero Vigilanti e del dottor Francesco Caccamo, entrambi ormai novantenni. Personaggi particolari. Con storie fuori dall’ordinario. In particolar modo Vigilanti. Perché lui, l’ex legionario, era già finito sulla scrivania dei magistrati e della prima squadra speciale anti mostro, la Sam, nel 1985. La sua abitazione era stata addirittura perquisita e venne sequestrata una pistola calibro 22 a canna lunga. Delle indagini su Vigilanti se ne occupò il maresciallo dei Carabinieri Antonio Amore. Che nel 1994 in una seconda perquisizione trova nell’abitazione dell’ex legionario pure 176 proiettili calibro 22 marca Winchester serie H: gli stessi utilizzati dal mostro negli otto duplici delitti. Un caso? Può darsi. Ma non è l’unico. Anzi: sono troppi.

L’intera vicenda è ricostruita alla perfezione partendo dalle carte delle indagini iniziali nel libro Il mostro di Firenze. Ultimo atto, edito da Nutrimenti e scritto dai giornalisti Alessandro Cecioni e Gianluca Monastra. I due ormai da decenni si occupano di delitti seriali. Leggendo il testo si scopre, ad esempio, che Vigilanti era già stato controllato nel 1981 insieme al medico Narducci. Che conosceva Pacciani, tanto che il contadino di Mercatale ne parla e anzi erano dello stesso Paese, Vicchio, da ragazzi si frequentavano e una volta, racconta Vigilante, “litigammo e lo presi a bastonate”. Ma conosceva anche Vanni e Lotti. Il libro compie una ricostruzione maniacale di ogni dettaglio rilevante. Seguendo in particolare il lavoro compiuto dal maresciallo Amore. A cominciare dalla prima annotazione stilata il 16 settembre 1985 dai Carabinieri del nucleo operativo di Prato e redatta a seguito del verbale di perquisizione eseguita nella sua abitazione di via Anile. Vigilanti, si legge nel documento, “poteva identificarsi nel noto Mostro di Firenze”.

Amore si ricorda che quattro anni prima, nell’autunno 1981, il mostro aveva colpito a Calenzano, vicino Prato. E due ragazzi testimoniarono di aver visto un’Alfa Romeo e riuscirono a descrivere bene il volto del conducente tanto da stilarne un identikit “al 90 per cento” coincidente con Vigilanti, dice ancora oggi Amore. Scattano le prime perquisizioni. Salta fuori l’arma. La prima. Poi ritagli di giornale: prostitute uccise a Firenze e soprattutto delitti del mostro. Dai cassetti pacchi di fotografie. Non proprio di vacanze. Una immortala Vigilanti che alza una testa mozzata. “Ne ho uccisi tanti in guerra”, dice l’ex legionario. Di tutto questo negli anni 80 la Sam non farà nulla. Nel 1996 si aggiungono i proiettili. Ma anche loro vengono repertati e finiscono in archivio. Come l’identikit, le testimonianze, l’auto: tutto ciò che riguarda Vigilanti riemerge a seguito dell’esposto di Adriani depositato nel 2013. Un’inchiesta ancora oggi in corso perché i pm stanno rianalizzando tutti i reperti per individuare il Dna delle persone presenti sui luoghi dei delitti. Metodi investigativi nuovi. A distanza di 50 anni esatti dal primo duplice omicidio.

Ma Vigilanti non è l’unico a essere riemerso dal passato. Lo scorso giugno il quotidiano Il Giornale ha pubblicato una notizia che ha risvegliato l’interesse sulla serie di delitti attribuiti al mostro: Giuseppe Bevilacqua, un cittadino americano oggi 82enne, avrebbe ammesso di essere l’autore degli omicidi. Non solo. Ma sarebbe anche Zodiac, un altro serial killer rimasto misterioso che ha colpito in California. Lui ha ovviamente negato tutto e smentito di aver fatto le dichiarazioni che gli sono state attribuite da Il Giornale, ma anche in questo caso alcuni elementi hanno spinto molti a dar seguito alla presunta rivelazione. Bevilacqua è stato direttore del cimitero Americano di Firenze proprio negli anni dei duplici delitti. E ha testimoniato in aula nel corso del primo processo al mostro. Oltre a vari altri elementi esclusivamente suggestivi. Perché ormai, a distanza di così tanto tempo, è quasi impossibile arrivare a delle certezze investigative. Gli inquirenti stanno cercando di percorrere l’unica strada percorribile: quella delle analisi di laboratorio. Metodi all’epoca dei fatti inesistenti. Tutti i reperti dei duplici delitti sono stati raccolti: la tenda degli Scopeti, il furgoncino dei tedeschi, i vestiti di Susanna Cambi e delle altre vittime. Su tutto si sta cercando di individuare i Dna presenti. Con la speranza di trovare almeno quello di Pacciani.

Crisi Superdì e Iperdì: dipendenti senza stipendio e scaffali vuoti

I corridoi sono deserti, intere file di scaffali sono vuote. Alcuni supermercati sono chiusi, ufficialmente “per ferie”. Nell’ultimo mese, poi, i circa mille lavoratori non hanno ricevuto lo stipendio. La crisi della grande distribuzione, questa volta, ha colpito la ricca Lombardia.

In questa Regione (e in misura inferiore in Piemonte e Liguria) le catene di discount Superdì e Iperdì hanno una quarantina di punti vendita. Ancora per poco, perché la proprietà sta cercando di cedere la rete di negozi. Finora, però, sono riusciti a piazzarne soltanto due, mentre sono in trattativa per tutti gli altri. Nel frattempo, lo scenario è quello raccontato dai dipendenti, dai sindacati, ma soprattutto è testimoniato dalla tante foto diffuse in questi giorni. L’azienda fa fatica a pagare i fornitori e le merci non arrivano. La situazione è nota da tempo, tanto che era già in piedi un confronto con i sindacati del commercio. L’ultimo incontro è avvenuto l’8 agosto presso gli uffici della Prefettura. In quell’occasione i proprietari di Superdì e Iperdì hanno fatto il punto sul processo di cessione dei supermercati. Al momento, come detto, si sono liberati solo di due negozi, acquisiti dal gruppo Il Gigante (che ha garantito gli stessi posti di lavoro). Le trattative per tutti gli altri, però, sembrano complicate. L’azienda ha fatto sapere che ci sono contatti con un gruppo internazionale, ma non ha fornito altri dettagli appellandosi alle clausola di riservatezza. Nel frattempo, il 10 agosto è arrivata la cattiva notizia: l’impresa non è in grado nemmeno di pagare gli ultimi stipendi ai dipendenti.

“Faremo di tutto per erogare le retribuzioni il prima possibile”, hanno detto ai sindacati. Ma ancora non si è sbloccato nulla. “Oggi (ieri, ndr) abbiamo provato a telefonare all’amministratore delegato – dice Gildo Comerci della Fisascat Cisl di Pavia e Lodi – ma non ci ha risposto. È evidente che vogliono chiudere la cessione dei punti vendita per pagare gli stipendi. Il problema è che le trattative sembrano complicarsi. A nostro giudizio, il motivo è che stanno chiedendo un prezzo improponibile per una catena di supermercati chiusi o privi di merci. Ci sono serrande abbassate per ferie o ristrutturazione, ma è solo un modo per non sostenere i costi fissi per tenere aperti”.

I marchi Superdì e Iperdì hanno una storia che è iniziata negli anni sessanta, quando sono partiti come una semplice macelleria. Nel 1994 quell’azienda si è trasformata in una catena di supermercati arrivando a essere presente in tutte le province lombarde, con tre negozi proprio a Milano città, oltre che a Novara, Alessandria e Savona.

Breve storia degli anni ‘10: in marcia verso l’autoritarismo

Non fatevi ingannare dal titolo scelto in italiano da Rizzoli, quello dello storico Timothy Snyder non è un pamphlet che risponde all’ormai antica invettiva di Oriana Fallaci (La rabbia e l’orgoglio), ma uno sforzo unico e dunque prezioso di dare profondità all’analisi di un passato così prossimo da essere ancora presente. Snyder, docente a Yale ed erede di Tony Judt, racconta gli anni dal 2010 al 2018 in cui si è consumata una svolta epocale di cui non siamo stati del tutto consapevoli. Guardata da Est, l’Europa è completamente diversa: Snyder racconta l’evoluzione di Vladimir Putin da leader di un Paese debole a campione di un nuovo approccio identitario, nazionalista, perfino totalitaria, alla globalizzazione e al continente euro-asiatico. Snyder dimostra ancora una volta che tutta la storia è storia delle idee, per capire Putin e le sue mire bisogna conoscere il filosofo che ha eletto a suo spirito guida, Ivan Ilyin, un teorico neofascista le cui visioni sono diventate quelle del presidente russo. Un libro imprescindibile.

 

Euro e Stati svuotati, così abbiamo perso sovranità

Per molti opinionisti il termine “sovranità nazionale” è diventato sinonimo dei più gretti sentimenti politici: nazionalismo, razzismo, rosso-brunismo, neo-fascismo. Forse è il caso di introdurre qualche distinguo in quella che appare una strumentalizzazione volta a mettere nello stesso calderone ispirazioni politiche ben diverse. Una confusione che trova la sua radice nella mancanza di argomenti solidi per contestare chi ritiene una piena sovranità nazionale il presupposto della democrazia e di una costruttiva cooperazione internazionale.

Ho altrove definito “Polanyi moment” la fase storica più recente, caratterizzata da un diffuso sentimento di protesta contro le élite liberiste. Lungi dal ritenere il libero mercato come una condizione naturale per l’umanità, l’antropologo Karl Polanyi (1886-1964) preconizzò che l’imposizione brutale del liberismo avrebbe generato un’opposizione popolare volta a ricostituire i legami comunitari violentati dal mercato. Se la creazione attraverso lo Stato Sociale di un’area “demercificata” è stata una risposta progressista a cui il capitalismo dovette prestarsi a fronte della sfida sovietica, Polanyi temette che, come era avvenuto col nazismo, la protesta popolare potesse indirizzarsi verso la destra illiberale, pronta a raccoglierla con slogan semplici e reazionari.

Con la sinistra orfana della sfida socialista, la risposta di destra rischia di apparire oggi l’unica disponibile, tanto più che le élite, incluse quelle di sinistra, trattano sovente con disprezzo il sentimento popolare di ricerca di protezione contro le angherie del mercato e la dislocazione dei centri di potere fuori dei confini delle democrazie nazionali.

Già oltre vent’anni fa Massimo Pivetti, un rigoroso economista allievo di Piero Sraffa e Pierangelo Garegnani, aveva cominciato a denunciare come la sottrazione di sovranità monetaria al controllo delle istituzioni democratiche nazionali fosse parte di un disegno più ampio di svuotamento dello Stato nazionale inteso come terreno naturale entro il quale si esercita, semplificando, il conflitto distributivo fra le classi sociali.

I sistemi di cambio fissi sono stati uno strumento tradizionale per disciplinare il conflitto distributivo. Così è stato in Italia dal lontano 1979 quando, sotto l’ispirazione di Beniamino Andreatta e della sua corte di professori bolognesi, dei bocconiani e della Banca d’Italia del dopo-Baffi, l’importazione della disciplina tedesca è diventata l’asse della politica economica italiana (Paolo Baffi fu governatore fra il 1975 e i 1979, molto cauto nei riguardi dell’Europa monetaria). Senza la politica monetaria e la manovra del tasso di cambio i margini della politica fiscale diventano risicati; gli spazi dell’elettorato nel decidere l’orientamento della politica economica vengono annullati; lo spazio per il conflitto sociale, l’humus della democrazia se ben regolato, risulta mortificato. La democrazia si riduce al dibattito sui diritti civili, terreno privilegiato dell’attuale “sinistra”, assieme all’adesione a una indistinta solidarietà cosmopolita. Ma non è solo questo.

La politica basata sul “cambio forte” (chi ci ricorda?) ha condotto alla perdita di competitività esterna, alla crescita del rapporto tra debito pubblico e Pil, a un’austerità infinita che, mortificando la domanda aggregata, è alla radice della stagnazione degli investimenti e della produttività.

Pensare a una federazione sovranazionale fra Paesi economicamente molto diversi vuol dire assecondare questo disegno liberista, come ben sapeva Friedrich von Hayek (1899-1992), il campione del liberismo, che riteneva le istituzioni sovra-nazionali la Mecca dei liberisti, non dei socialisti. Il realismo politico (ovvero la lezione di Tucidide, Machiavelli e Hobbes) ci porta infatti a ritenere che nelle relazioni fra Stati la parola solidarietà abbia poco senso, e viene nei fatti respinta anche dalle classi lavoratrici dei Paesi più affluenti. Nella fattispecie l’unica Europa federale possibile è quella ordoliberista, volta a imporre l’ordinamento di mercato attraverso lo smantellamento degli argini frapposti nel secondo dopoguerra dagli Stati nazionali.

La destra illiberale ha ben capito lo smarrimento suscitato nelle classi popolari dall’aggressione euro-ordoliberista, e lo strumentalizza a proprio vantaggio (svuotando la protesta di qualunque genuino valore sociale). La sinistra tradizionale non l’ha capito e predica un solidarismo inviso alla gente, contestando l’attuale governo Lega-M5S sul tema dell’immigrazione (invece di incalzarlo sui temi economici e sociali), e tifando per Bruxelles e i mercati.

Esistono ormai due sinistre, fra le quali lo spartiacque è l’importanza attribuita al concetto di sovranità. Fortunatamente molti intellettuali sono schierati con la sinistra che si pone a difesa della sovranità democratica, sociale e riformista. È dunque tempo che emerga una formazione politica che – in linea con quanto sta accadendo in altri Paesi come la Germania – raccolga l’insicurezza di vasti ceti popolari e l’elaborazione di questi intellettuali, e che con un lavoro di lunga lena strappi alla destra la bandiera della difesa degli interessi nazionali e acceleri l’irrilevanza storica a cui è destinata la “sinistra” compassionevole. Quello che unirà queste forze europee sarà un internazionalismo autentico, volto a restituire ai popoli del continente la sovranità perduta, fuori da gabbie sovranazionali in cui prevale la legge del più forte.