La Finanza nelle sedi di Autostrade a Genova, Roma e Firenze. Un giorno intero per acquisire tutto quello che riguarda il ponte: dalle mail interne ai controlli effettuati nel 1993 sui piloni 9 e 10.
Mentre in Procura a Genova è ormai pronta un’ampia lista dei possibili avvisi di garanzia, una decina, in vista dell’incidente probatorio da compiere molto presto.
Ma cominciamo dal lavoro degli uomini del primo nucleo della Finanza di Genova. Un’attività a larghissimo raggio, anche nel tempo. Si è partiti da Genova: qui la Finanza ha acquisito le carte interne della direzione di tronco della Liguria. Poi ordini di servizio interni che disponevano i controlli, ma anche fatture e comunicazioni con le imprese che hanno svolto i lavori di manutenzione. Tutto. Intanto a Roma le Fiamme Gialle cercavano i documenti necessari per ricostruire la storia del ponte, a partire dai primi collaudi degli anni ’60. È tutto contenuto in un fascicolo di centinaia di pagine (ne esiste uno per ogni grande infrastruttura). Due i documenti che interessano particolarmente investigatori e pm: la relazione sui lavori di ristrutturazione del pilone 11, compiuti nel 1993. Si vuole capire quali fossero all’epoca le reali condizioni del 9 (quello crollato) e del 10, oggi pericolante. Insomma, perché già allora non si ritenne necessario rinforzare anche quelli con tiranti esterni supplementari? Gabriele Camomilla, allora direttore della Ricerca e della Manutenzione di Autostrade, racconta: “Compimmo, ovviamente, analisi molto dettagliate. I piloni risultarono perfettamente sani. E infatti sono passati 25 anni”.
C’è poi il nodo essenziale dei controlli. Due i punti: primo, stabilire se sono stati effettuati quelli obbligatori. Un dirigente di Autostrade racconta al Fatto: “Ci sono due tipi di controlli. Quello con scarica elettrica deve essere effettuato una volta l’anno. L’ultimo sul Morandi risale al febbraio 2017”. Poi ci sono i quattro controlli visivi previsti ogni anno: l’ultimo risalirebbe allo scorso giugno. E poi c’è la seconda domanda, quella decisiva: la consulenza di Ismes, richiesta da Autostrade e rivelata dal Fatto, ma anche lo studio del Politecnico e perfino il parere del Provveditorato alle Opere Pubbliche mettevano in dubbio l’efficacia dei controlli eseguiti. Che cosa ha fatto Autostrade di fronte a queste osservazioni? E gli autori del parere del Provveditorato – due dei quali proprio oggi membri della Commissione del Ministero sul crollo – dovevano prendere iniziative ulteriori? Il dubbio dei pm è che si potessero prendere provvedimenti per limitare o chiudere il traffico. In particolare la consulenza Ismes sottolineava l’esigenza che Autostrade effettuasse un “monitoraggio dinamico continuativo”. Da un documento interno di Autostrade emerge che questa forma di controllo è già stata utilizzata per sei ponti: due cavalcavia sulla Milano-Napoli; altri tre sulla Bologna-Taranto. E un ponte sulla Bologna-Padova a Villa Marzana. Il Ponte Morandi non parrebbe nella lista. Ultima tappa dei finanzieri è stata la sede di Autostrade di Firenze. Qui è custodito il server con tutti i messaggi scambiati sulla rete mail. Serve per rintracciare le comunicazioni interne sul Morandi.
Ma ormai pare maturo il tempo per il passo successivo dell’inchiesta: l’incidente probatorio che serve per cristallizzare la situazione con accertamenti spesso irripetibili. Quindi è necessario ‘avvisare’ tutte le persone potenzialmente interessate. La rosa degli indagati sarà quindi ampia, inizialmente almeno una decina di persone, per evitare che eventuali esclusi poi ricorrano rendendo vani gli accertamenti. Un provvedimento quindi che potrebbe interessare le persone che avevano la responsabilità della sicurezza del ponte, ma anche chi era a conoscenza della fragilità dell’opera e forse poteva prendere provvedimenti.
Magari fermando i lavori di “maquillage” del ponte. Altro punto che interessa i periti. C’è la questione del carro ponte – di cui hanno parlato gli stessi dirigenti di Autostrade e i commissari ministeriali – che pesava 7 tonnellate, certo meno di un grande tir che arriva a 15. Si vuole capire se fosse stato già sistemato e magari in un punto delicato.
Ma non solo: c’è la questione dei new jersey. Già, quando nacque, il Morandi era circondato da guardrail di vecchia concezione. Insicuri, ma leggeri. Le barriere di cemento, più protettive in caso di incidente, sono state installate successivamente: un ingegnere strutturista riferisce al Fatto che le moderne protezioni arrivano a pesare 600 chili al metro lineare (cioè 1,2 tonnellate nelle due direzioni). Moltiplicate per i 1.172 metri del ponte potrebbero significare fino a 1.500 tonnellate complessive di sovrappeso. Non previste al tempo del progetto, come il traffico aumentato del 30% negli anni (con un corrispondente aumento della sollecitazione). Insomma, il Morandi era diventato troppo pesante?