Imprenditore suicida e quattro operai deceduti: il lavoro fa strage

Un portuale schiacciato da un carrello. Un edile precipitato dall’altezza di sette metri. Un addetto alle manutenzioni ferroviarie morto per l’esplosione di un tubo ad alta pressione. Un operaio folgorato da un impianto elettrico. Un imprenditore suicida dopo il fallimento della sua azienda. Il bilancio drammatico di ieri ricorda come il lavoro e le crisi economiche continuano a mietere vittime nel nostro Paese.

Il primo episodio è successo a Marina di Carrara (Massa Carrara). L’uomo, 40 anni, lavorava al porto, ed era impegnato in operazioni di carico e scarico. Era vicino a una gru quando è stato travolto dal fork lift, mezzo che viene utilizzato per sollevare container e grossi carichi.

Michael Romano, invece, era un operaio edile di 62 anni residente a Castelliri (Frosinone). Ieri mattina era in servizio sul tetto dell’azienda Smet Spa. Era intento a svolgere manutenzioni sul capannone industriale quando è precipitato dall’altezza di sette metri. Una dinamica purtroppo frequente nelle costruzioni.

Anche nella stazione ferroviaria di Joppolo, in Provincia di Vibo Valentia, ieri si è verificato un incidente sul lavoro con la peggiore delle conseguenze. A causa dell’esplosione di un tubo ad alta pressione, è morto un operaio impegnato nelle opere di manutenzione da una ditta in appalto. Soccorso dai medici, per l’operaio non c’è stato niente da fare.

Ancora, a Monte San Savino (Arezzo), un lavoratore di soli 33 anni è rimasto folgorato mentre lavorava a un impianto elettrico. È stato rianimato e trasportato d’urgenza in ospedale, ma poche ore dopo il suo cuore ha smesso di battere.

In quella che non può che essere definita una giornata nera, c’è stato spazio anche per il suicidio di un imprenditore. Gaetano Saviotti (61 anni) titolare della Nuova demolizioni Sas di Rivoli (Torino) si è gettato dal tetto di un capannone della ditta. A quanto si apprende, soffriva di depressione: l’azienda era fallita la scorsa primavera. “Era tutta la sua vita”, racconta chi lo conosceva bene.

 

Scuola, Bussetti annuncia i concorsi: “Saranno attivati già a settembre”

La notizia arriva dal Meeting di Rimini, dove il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha annunciato che tra un mese saranno attivati i concorsi per la scuola. “Saranno utilizzati per il nuovo reclutamento sia per il personale docente che per quello non docente”, ha detto Bussetti. In ogni caso, il ministro è fiducioso in un inizio ordinato dell’anno scolastico. “Qualche problema come sempre ci sarà ma noi siamo pronti a intervenire per risolverli”, rileva. Il governo, che intende introdurre “modifiche senza strappi” alla riforma della Buona scuola varata dal governo Renzi, vuole mettere mano anche agli esami di maturità. Il ministro ha poi rassicurato le scuole paritarie, un nervo scoperto nel rapporto con Comunione e Liberazione (organizzatore dell’evento). “Quelli ad esse destinati non sono proprio finanziamenti ma aiuti che dovranno andare a chi effettivamente produce un’ottima qualità dal punto di vista dell’offerta formativa”, ribadisce.

California, causa contro Google: “Localizza utenti e viola la privacy”

A San Diego, in California, un uomo ha deciso di portare Google in tribunale, accusandolo di tracciare gli spostamenti delle persone anche se viene disabilitata la localizzazione sui telefoni. L’obiettivo è avviare una class action, così da rappresentare tutti i possessori americani di smartphone a cui Big G – è l’accusa – ha violato la privacy. La causa legale arriva dopo un’inchiesta dell’Associated Press (AP), che la settimana scorsa ha evidenziato come molti servizi di Google, su iPhone e dispositivi Android, memorizzino i dati relativi alla posizione degli utenti anche quando si configurano le impostazioni sulla privacy per evitarlo.

Google raccoglie i dati sulla geolocalizzazione “contro l’espressa volontà e le aspettative dei suoi utenti. È consapevole di nascondere la natura del suo rilevamento della posizione e complica intenzionalmente il processo di disattivazione”, si legge nella denuncia.

Sole 24 Ore, la Consob contesta i bilanci fino al 2017

La Consob, l’autorità di vigilanza sulla Borsa, contesta al Sole 24 Ore i bilanci del 2015, 2016 e 2017. Lo rende noto la stessa azienda con uno stringato comunicato stampa diffuso il 13 agosto. Il procedimento dell’autorità di vigilanza “riguarda la rilevazione da parte di Consob di alcune criticità in relazione alle valutazioni effettuate in occasione del bilancio 2015 e, conseguentemente, nella successiva modalità di rilevazione di alcune correlate svalutazioni nel bilancio consolidato 2016 nonché, per effetto di quanto precede, nei dati comparativi 2016 presentati nel bilancio consolidato al 31 dicembre 2017”. Come sempre, alla società ora è data la possibilità di integrare con nuove informazioni.

Finora sembrava che il procedimento della Consob dovesse riguardare i bilanci che Gabriele Del Torchio, ex amministratore delegato del Sole 24 Ore, aveva cominciato a revisionare prima della sua sostituzione nel novembre 2016. Si tratta delle relazioni finanziarie che vanno dal 2012 al 2015.

Durante la semestrale del 2016, Del Torchio rivela una perdita netta di quasi 50 milioni di euro (per la quale serviva una nuova ricapitalizzazione del giornale), evento che ha innescato all’interno del gruppo editoriale una crisi ancora lontana dalla conclusione. A ottobre di quell’anno, però, il rapporto tra l’ad del gruppo e l’allora presidente di Confindustria Giorgio Squinzi si è incrinato, fino alla rottura. Da quel momento in poi non si è più messo mano ai bilanci passati del Gruppo 24 Ore. Per altro va ricordato che la caduta libera dei conti del Sole non è cominciata nel 2012 ma già dopo la quotazione, avvenuta il 6 dicembre 2007.

Non che oggi la situazione sia più rosea. Il giornale di Confindustria ha chiuso i bilanci degli ultimi tre anni con molta fatica: nel 2015 la perdita netta era di 21,2 milioni, nel 2016 era di 96,2 milioni di euro e nel 2017 – dati al 30 giugno – era di 45,5 milioni. Nella nota di sintesi del 27 ottobre 2017 si leggevano alcune preoccupazioni, in particolare in merito a nuove svalutazioni da aggiungere: il patrimonio netto nel 2016 è “al valore negativo di euro 11,7 milioni”. Il risultato è stato ottenuto dopo che l’impairment test (il procedimento di verifica delle perdite) “ha condotto ad effettuare svalutazioni su alcune poste per euro 18,9 milioni”. La nota di sintesi però riporta come causa del rosso la “contrazione del mercato pubblicitario, la cui flessione dipende principalmente dall’andamento negativo della stampa (con una contrazione sia dei quotidiani sia dei periodici) e di Internet”. Nulla a che vedere con i problemi giudiziari legati al quotidiano di via Monterosa.

Ora l’ultimo passaggio sta alla procura di Milano, dalla quale ci si aspetta a breve l’avviso di chiusura delle indagini per decidere o meno chi mandare a processo. A marzo 2017 sono stati iscritti in dieci nel registro degli indagati. Per false comunicazioni compaiono tra i nomi eccelli quelli dell’ex direttore del giornale Roberto Napoletano, l’ex presidente del gruppo Benito Benedini e l’ex ad Donatella Treu, mentre per appropriazione indebita ci sono l’ex parlamentare Stefano Quintarelli (al Sole come direttore dell’area digitale) e l’ex direttore finanziario del gruppo Massimo Arioli. Tra gli esposti recapitati alla Procura milanese nel 2016 ce n’era stato anche uno presentato da Adusbef in cui si ipotizzava il falso in bilancio.

Tar boccia Delrio: gare troppo costose, paralizzano i Comuni

I piccoli Comuni sono troppo penalizzati dall’obbligo di pagare almeno 3 mila euro per ogni commissario delle gare d’appalto”. È con questa argomentazione che il Tar del Lazio ha smontato uno dei tasselli del Codice degli appalti: quello sui compensi minimi per chi fa parte delle commissioni che giudicano le offerte.

A fissare quella cifra è stato il ministero delle Infrastrutture (Mit) con un decreto approvato a febbraio; per i giudici amministrativi, però, quella decisione è avvenuta senza i presupposti di legge e crea troppe difficoltà per gli enti locali di piccole dimensioni. Insomma, è in contrasto con il dovere che impone alla pubblica amministrazione di risparmiare soldi pubblici. Quelle tariffe, quindi, sono state sospese dal Tribunale amministrativo regionale con una decisione non definitiva, ma nel frattempo può esultare l’Asmel, associazione per la sussidiarietà e la modernizzazione degli enti locali che ha presentato il ricorso.

Le nuove norme non hanno fatto in tempo a entrare in vigore – l’avvio era infatti previsto per il 15 gennaio 2019 – che già sono state fermate dalle toghe. Il Codice degli appalti approvato nel 2016 ha disegnato tutto un complesso meccanismo che dovrebbe garantire l’imparzialità e la trasparenza negli affidamenti dei lavori e dei servizi da parte degli enti pubblici. L’ambiziosa intenzione era provare a semplificare ma nello stesso tempo garantire i dovuti controlli sulle procedure. Come nella tradizione sempre rispettata negli anni del governo Renzi, anche in questo caso l’Anac, autorità anti-corruzione presieduta dall’ex magistrato anti-camorra Raffaele Cantone, è stata investita di un ruolo fondamentale. Poniamo il caso di un Comune che voglia bandire lavori per ristrutturare un asilo. I professionisti che vogliono far parte della commissione giudicatrice delle offerte dovranno essere iscritti in un apposito albo nazionale, istituito presso la stessa Anac, versando una tassa d’iscrizione di 168 euro (da questo tributo sono però esentati i dipendenti pubblici che svolgono il ruolo per il proprio ente). Per entrare in questo elenco, bisogna avere “i requisiti di compatibilità e moralità”, e ovviamente anche “comprovata competenza e professionalità nello specifico settore a cui si riferisce il contratto”, dice il Codice degli appalti. Quindi l’iter sarà questo: ogni volta che un Comune affiderà un lavoro, dovrà chiedere un ventaglio di nomi all’Anac, che lo fornirà e all’interno di esso bisognerà estrarre i tre commissari di gara.

Il Codice ha anche dato al ministero delle Infrastrutture e Trasporti il compito di quantificare la retribuzione massima per questi commissari. Lo schema delle tariffe è arrivato a febbraio, quando al Mit c’era ancora Graziano Delrio. Il decreto, però, anziché limitarsi a fissare il tetto massimo, come dice la legge, è andato oltre le proprie funzioni e ha stabilito anche il minimo: a ogni commissario di gara vanno riconosciuti almeno 3 mila euro.

Una tariffa che rischia di far schizzare i costi degli appalti, soprattutto quelli per lavori di lieve entità, fino a livelli difficilmente sostenibili per i Comuni più piccoli. È proprio questo il ragionamento alla base della decisione del Tar: “Tenuto conto delle difficoltà rappresentate dai Comuni di minori dimensioni, che non hanno nella pianta organica figure professionali in numero sufficiente a ricoprire i ruoli di commissari – scrivono i giudici – appaiono sussistere i presupposti per la concessione della misura cautelare e che debba, pertanto, sospendersi il decreto ministeriale impugnato limitatamente alla fissazione di tariffe minime”. “Quel decreto – sostiene Francesco Pinto dell’Asmel – avrebbe costretto gli enti a spese molto alte: in una gara per lavori da 40 mila euro, per esempio, imporrebbe di aggiungere almeno 11 mila euro per i commissari, tra emolumenti e rimborsi. Considerando il numero di gare, sprecheremmo almeno 1,5 miliardi di euro”. Per l’associazione, l’alternativa è affidarsi ai dipendenti pubblici e a questi riconoscere solo gettoni da poche centinaia di euro. “Noi abbiamo creato un nostro albo”, aggiunge Pinto. Il Tar ha accolto le ragioni dell’associazione, ma il verdetto arriverà nell’udienza del 22 maggio.

Corsa a vendere le azioni: file segreto di Pop Vicenza sugli “scavalcati” dai vip

Tra fine 2013 e ottobre 2014 a una direzione territoriale lombarda della Banca Popolare di Vicenza arrivarono 65 ordini di vendere un totale di 43.543 azioni BpVi. L’ufficio avrebbe dovuto trasmettere subito le domande degli azionisti alla direzione generale, deputata ad attivare le procedure di riacquisto attraverso il Fondo azioni proprie della banca o a incrociare gli ordini di vendita con altre richieste di acquisto. Ma in 34 casi i documenti furono inviati dalla Lombardia al Veneto con un ritardo medio di 60 giorni lavorativi dalla data di ricezione e, in sette casi, oltre 100 giorni dopo. L’ordine di vendere un pacchetto di appena 101 azioni, ricevuto il 20 dicembre 2013, fu trasmesso a Vicenza il 17 settembre 2014: erano passati 194 giorni lavorativi.

I dati sono contenuti in un foglio excel creato da funzionari lombardi della banca, che Il Fatto ha visionato e che potrebbe contribuire a chiarire la vicenda degli “scavalcati”. Si tratta delle migliaia di soci della Vicenza i cui ordini di vendita di azioni BpVi furono rinviati per avvantaggiare altri azionisti. Il documento interno, rimasto sconosciuto all’ispezione della Consob sulla banca terminata il 25 febbraio 2016 con un verbale di 366 pagine e migliaia di allegati, dimostra l’esistenza di un primo anello locale nella catena di irregolarità condotte da BpVi sulle proprie azioni tra il 2012 e il 2015. L’unico file excel sulle vendite di azioni BpVi sinora noto era quello dell’ufficio Gestione operativa soci (Gos) della direzione generale, l’unità che preparava le pratiche per ottenere l’autorizzazione dal comitato soci e dal cda. Secondo la Consob quel documento era “l’unico strumento di registrazione elettronica delle richieste sulle azioni BpVi” e “svolgeva di fatto il ruolo di un vero e proprio ‘registro ordini’” ma risultava “connotato da un elevato grado di incertezza e rischio operativo, in quanto qualunque addetto del Gos” poteva “effettuare l’inserimento dei dati sul file, alimentato manualmente su base giornaliera e modificato in “sovrascrittura” senza alcuna archiviazione periodica o backup”. La Vicenza inoltre non rilasciava al cliente copia dei moduli di vendita delle azioni “con conseguente impossibilità di attestare correttezza e tempistica dei dati, in particolare per quanto riguarda la data dell’ordine”, scrive la Consob.

In realtà, dunque, esistevano invece altri file interni che registravano gli ordini sulle azioni BpVi. Per la banca questo era un fronte caldissimo: dopo un primo aumento di capitale da 100 milioni nel 2013, nel 2014 la Popolare organizzò altre due operazioni di rafforzamento patrimoniale, una da 608 milioni tra il 12 maggio e l’8 agosto e un’altra da 300 milioni (che ne raccolse appena 102) che terminò il 19 dicembre. Le adesioni a questi aumenti sono elencate nello stesso file contenente gli ordini di vendita visionato dal Fatto. Una coincidenza non casuale perché proprio in quel periodo, come scrive la Consob, la banca si trovava “nell’urgenza di dover gestire contemporaneamente due necessità di segno opposto: la crescente richiesta di disinvestimento della clientela da soddisfare utilizzando il Fondo azioni proprie e quella di “svuotarlo” per rispettare i nuovi vincoli normativi in vigore dai primi mesi dell’anno”. I vertici BpVi facevano scattare così la “campagna Svuotafondo” che, per la Consob, violò “la stessa norma interna che vietava alla banca di intraprendere azioni commerciali nei confronti della rete di vendita riguardanti le proprie azioni”.

Fu questo sistema a consentire alla Popolare presieduta da Gianni Zonin di dare la precedenza a 630 azionisti “privilegiati” nella corsa a vendere le azioni BpVi (illiquide e non quotate) quando queste erano ancora valutate all’iperbolica cifra di 62,5 euro. Un valore determinato non dal mercato ma da perizie commissionate dal cda e approvate dagli stessi azionisti. A questi “amici degli amici” fu concesso di rivendere alla banca un milione di azioni recuperando 62,5 milioni e scavalcando gli ordini di vendita di altre migliaia di soci, che non riuscirono a cedere i titoli prima del loro tracollo. BpVi sospese l’operatività in azioni proprie a marzo 2015 e il 25 giugno 2017 i titoli di questi soci finirono azzerati dalla liquidazione della banca insieme a quelli di altri 108mila investitori. Anche la conta degli “scavalcati” resta ancora un mistero: il 7 marzo 2017 la banca ne ha riconosciuti ufficialmente “meno di 500” ma altre fonti ne calcolano 8mila.

Un sistema reso possibile anche dal controllo serrato dei dipendenti. Alla Pop Vicenza, infatti, i dipendenti che non remavano nella direzione imposta dai vertici, anche a spese di clienti e soci, finivano male: le pressioni sulla rete di vendita erano asfissianti, le intimidazioni arrivavano a qualsiasi livello. In una riunione dell’ottobre 2014 nella direzione generale un manager “fece presente che i numeri sugli aumenti di capitale in corso erano diversi rispetto alle proprie evidenze”. Intervenne un dirigente “che con tono alterato affermò ‘cosa stai dicendo. Se ci fosse qui Sorato (l’allora direttore generale, ndr) saresti già a casa’”, scrive la Consob. Non mancavano i delatori: dall’inchiesta penale emerge un’email, inviata il 27 gennaio 2015 alla segreteria del presidente Zonin, nella quale alcuni bancari segnalarono i nomi di “incapaci” e “incompetenti” da cacciare. Ne sa qualcosa un bancario lombardo che negli anni ha presentato a BpVi esposti, reclami e segnalazioni da whistleblower sulle irregolarità riscontrate: nonostante le leggi di tutela, la banca lo ha demansionato, richiamato, sanzionato e infine licenziato. La causa è in corso e anche la nuova proprietaria, Intesa Sanpaolo, non cede mentre Banca d’Italia si dice incompetente.

Giornalismo economico, c’è un problema

Due recenti vicende hanno reso palese un problema del giornalismo economico italiano e dunque del dibattito pubblico: la morte di Sergio Marchionne e il caso Autostrade. Marchionne è stato beatificato in un modo che neanche lui avrebbe apprezzato. Nessuna sfumatura critica nelle celebrazioni, nessuna distinzione tra i profitti degli azionisti di Fiat e gli impatti sul Paese. E poi le Autostrade: gli stessi giornali, piccoli e grandi, che in passato invocavano mercato, liberalizzazioni e privatizzazioni oggi difendono il diritto della famiglia Benetton di accumulare rendite miliardarie a spese dei contribuenti. Come se lo stato di diritto e la democrazia stessa dipendessero dalla tutela di privilegi ottenuti grazie a leggi su misura, conflitti di interesse (Gian Maria Gros Pietro vende Autostrade ai Benetton dall’Iri e poi va a presiedere Autostrade) e presidio degli asfittici salotti buoni della finanza (e dei giornali).

Lo status quo del settore autostradale, così come quello dell’energia e di molti altri settori regolati, è contestabile a prescindere dalle tragedie. Ma le stesse testate e gli stessi editorialisti che sono prontissimi a pretendere l’applicazione della direttiva Bolkestein (gare obbligatorie) per ambulanti e balneari, si profondono in untuosi distinguo quando si tratta dei potenti concessionari autostradali o dei grandi gruppi dell’energia, di cui si evita addirittura di parlare.

Non è sempre stato così. Anche in un Paese di editori impuri con mille interessi da presidiare, ci sono sempre state voci forti, anche nei giornali dell’establishment, che difendevano le ragioni del mercato contro la rendita parassitaria. Quelle voci ora sono spente o laterali. Questo non è soltanto deprimente, ma è un pericolo per la categoria e per i lettori, privati di strumenti di comprensione. Dopo il crollo di Genova grandi giornali e tg sono sembrati gli ultimi difensori di un sistema che elettori e lettori stanno cercando in ogni modo di abbattere.

Digitale, la rivoluzione (troppo) silenziosa del Team Piacentini

È il 16 settembre 2016 quando viene pubblicato il decreto che nomina Diego Piacentini commissario di Governo per il digitale, incarico a costo zero che l’ex manager di Amazon assumerà mettendosi in aspettativa dall’azienda americana (mantenendo le sue 84 mila azioni). A lui l’incarico di rivoluzionare e riordinare le fila digitali della Pubblica amministrazione italiana, anche con affidamenti temporanei ad esperti esterni. Per nominarlo, Palazzo Chigi toglie ogni riferimento ai “commissari straordinari di governo” su cui agisce la legge Frattini sul conflitto d’interessi. Nascerà così il Team Digitale, addetto a quella che viene raccontata come una “rivoluzione silenziosa”. Ora, dopo due anni, l’incarico di Piacentini e del suo team è in scadenza (a metà settembre) e si cerca il successore. Questi due anni di attività sono andati a due velocità: da un lato lo sviluppo di applicazioni, kit e software avanzatissimi per la Pa che dovrebbero portare la cosa pubblica italiana tra le eccellenze digitali, dall’altra la difficoltà a far carburare tutti quei progetti che costituiscono le basi per rendere funzionale e fruibile tutto il resto. In una intervista al Corriere, il premier Conte ha delineato i prossimi passi: “Accelerazione dei processi, anticorruzione, semplificazione normativa e burocratica, razionalizzazione nell’utilizzazione dei finanziamenti, digitalizzazione della PA”.

Il bilancio. Negli ultimi due anni, il team digitale ha impegnato 9.769.871 di euro, di cui (al 27 luglio) risultavano pagamenti effettuati per quasi sei milioni. Più della metà (3.544.489 euro) sono serviti per pagare gli esperti del team (la paga per gli sviluppatori arrivava anche a 200mila euro), quasi due milioni sono andati alla voce “Sviluppo software e design”, ovvero a convenzioni e accordi con ministero dell’Interno, Almaviva e Telecom (come adesioni ai contratti quadro con Consip) università e aziende soprattutto per il Daf, programma di Data & Analytics Framework, un enorme progetto di interscambio di dati nella Pa che si interseca con il maxi appalto Consip sul Cloud (i contratti quadro a disposizione della PA per la digitalizzazione valgono in tutto circa 5 miliardi). A maggio, Piacentini aveva twittato segnalando a Consip che i fornitori del lotto 1 (Tim, DXC.technology, Poste Italiane e Postel) avevano creato problemi: “Diversi servizi inaccessibili da 40 ore, comunicazione insufficiente, scarsa affidabilità”, aveva scritto. Il sottotesto è che in questo modo, gli stessi servizi della Pa erano a rischio, vanificando il lavoro.

Applicazione. Sugli altri fronti non sembra andare molto meglio. Partiamo dal progetto dell’Anagrafe digitale che dovrebbe unificare in un solo database tutte le ramificazioni locali. Attualmente nell’Anpr risultano subentrati 465 comuni e 1483 sono in pre subentro. L’obiettivo di Piacentini era però di far rientrare almeno la metà dei comuni entro ottobre 2018. Nonostante l’impennata degli ultimi mesi, non sembra destinato ad essere raggiunto. C’è poi la Carta d’identità elettronica, o Cie. C’è l’infrastruttura, ma i cittadini non la usano. Se il 90 per cento della popolazione ha la possibilità di richiederla, a farlo finora è stato solo il 7 per cento. E negli ultimi mesi si sono accumulati i disservizi: poche postazioni per produrla, molte richieste e un sistema di prenotazione gestito dal ministero dell’Interno che fa attendere anche due mesi prima di ottenerla. E ancora: microchip difettosi, blocchi informatici, confusione burocratica. A onor del vero, c’è da dire che questo non è un progetto che riguarda direttamente Piacentini e il Team digitale, tanto che raramente il Commissario straordinario ne ha parlato. Anche perché Piacentini è di sicuro apparso molto più legato a Spid, il sistema pubblico di identità digitale. In sostanza, un’identità digitale che identifichi il cittadino e gli permetta di accedere a tutti i servizi della Pa online. Per farlo c’è bisogno da un lato che il cittadino richieda e ottenga l’identità, dall’altro che le pubbliche amministrazioni creino i servizi online per permettere di utilizzarle. Finora sono state rilasciate 2.725.065 identità digitali. Il Team si fregia di avere un ritmo di crescita pari al 193 per cento e il commissario straordinario si è posto come obiettivo il raggiungimento dell’80 per cento della popolazione entro il 2022. Un traguardo abbastanza lontano, anche considerando che al momento Spid è al 3,3 per cento della popolazione e che più della metà delle identità rilasciate sono “dopate” dall’obbligatorietà di Spid per accedere al bonus 18enni (hanno richiesto Spid 639mila neo maggiorenni) e i docenti per accedere al loro bonus, ovvero una platea di circa 752mila unità.

Se si parla di Pago Pa, si entra invece nel campo delle mezze vittorie. In un rilevamento effettuato dal Politecnico di Milano (su un campione di 500 enti, pochi) è venuto fuori che il 100 per cento degli enti è consapevole della possibilità di attivare sistemi di pagamento digitali. Peccato che tra la consapevolezza e l’efficienza c’è un abisso. Finora sono state effettuate circa 11 milioni di transazioni digitali e il podio spetta alla riscossione dell’Agenzia delle entrate, seguita da Inail e Aci. Sempre il rilevamento ha mostrato che è stato raggiunto il 78 per cento di enti aderenti, che sono raddoppiati gli enti che hanno identificato almeno un servizio da attivare (a quota 63 per cento) ma che solo la metà, il 46 per cento, ha già adottato una soluzione tecnologica.

Mail Box

 

Il viadotto crollato è frutto della follia umana

L’errore profondo è nel pensare di realizzare grandi opere in cemento armato in posizioni sospese estreme di rischio che, in teoria, dovrebbero durare 50 o 100 anni, a patto che vengano continuamente controllate e monitorate. Ma questo è un presupposto impossibile e sempre “incerto”, perché la possibilità dell’errore umano nel controllo della manutenzione o di un imprevisto, come un gesto terroristico, è sempre presente e le conseguenze saranno quelle che vediamo oggi a Genova.

Il viadotto crollato è la rappresentazione plastica della follia demenziale umana nel progettare il proprio futuro.

Una struttura di quel tipo prima o poi collassa, è nel suo destino, non basta la manutenzione ordinaria o straordinaria di cavi e strutture portanti. Questa non è più manutenzione ma ricostruzione continua, cioè un progetto irrazionale e pericoloso.

A ingegneri e architetti uno Stato dovrebbe chiedere di costruire opere sicure e durature, non presunte opere artistiche e pericolose che prima o poi cadranno e che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo delle infrastrutture di un Paese moderno e sicuro.

Se poi queste opere “ardite” e “futuribili” sono costruite sopra palazzi di abitazione siamo semplicemente di fronte a comportamenti demenziali e si dovrebbe chiederne conto, nelle sedi civili o penali, a chi li ha permessi.

Giorgio Castriota

 

Il destino, a volte cinico, gioca brutti scherzi

Massimo Fini, l’altroieri sul Fatto, ha scatenato la sua vis polemica contro politici, prelati, giornalisti e cittadini comuni che a suo dire, dopo la tragedia, hanno manifestato comportamenti non in sintonia con le norme del galateo.

Il novello Catone il Censore, immaginando di aver acquisito lo status di dittatore, mette sotto accusa la scompostezza degli italiani che tendono a trasformare in spettacolo anche le tragedie. Il fustigatore infligge poi ai trasgressori le pene più severe.

Credo, invece, che sia più scandaloso il fatto di non avere il senso delle proporzioni, di non saper cogliere la differenza tra un peccato mortale ed un peccato veniale, tra un furto di biciclette ed un reato di strage.

Certo, le norme della buona educazione sono state rispettate, quando lo Stato ha siglato un contratto capestro con un privato, mettendo il segreto di Stato su alcune clausole. Così come appariva tanto educato il concessionario che, aumentando le tariffe dei pedaggi, riusciva ad incrementare i profitti già miliardari e a diminuire gli investimenti per la manutenzione.

Ovviamente, il galateo è stato rispettato, quando, in occasione di crolli di altri ponti, nessuno si è sognato di revocare la concessione. Dunque, il destino cinico e baro, con garbo e compostezza, ha provocato la tragedia.

Maurizio Burattini

 

Il problema del nostro paese è l’inadempienza alle sentenze

Tra le tante inaccettabili disfunzioni del nostro apparato statale una delle più frequenti è l’inadempienza alle sentenze di condanna al pagamento di somme a favore del cittadino, quando invece lo stesso deve essere rigorosamente puntuale a versare quanto deve a qualsiasi ente o concessionario pubblico, a pena di forti sanzioni ed esecuzione forzate molto celeri. Così avviene, ad esempio, per gli indennizzi per l’eccessiva durata dei processi o per quelli a cui hanno diritto coloro che sono stati danneggiati da vaccinazioni, trasfusioni ed emoderivati. Pur dopo il riconoscimento dei loro diritti da parte del giudice ordinario il Ministero della Salute, in quest’ultimo caso, non provvede subito, come farebbe uno Stato normalmente corretto ed efficiente, alla liquidazione e al pagamento di quanto spettante all’avente diritto. Di fronte a questa inerzia il cittadino interessato è così costretto a compiere i vari atti che le altrettanto molteplici norme prevedono quando debitrice è la pubblica amministrazione, e poiché anche dopo di ciò il pagamento non avviene è infine costretto a rivolgersi al Tar per chiedere la condanna del Ministero di turno ad ottemperare alla sentenza di condanna, nominando anche un commissario ad acta per far sì che il provvedimento sia eseguito entro un certo termine. Tutto questo richiede anni ed anni di causa e procedimenti vari. In qualche caso viene investita della cosa anche la Corte dei Conti per il danno erariale che questo comportamento dello Stato causa alla collettività. Ecco, un Governo che si dice del cambiamento e che sia consapevole di questo stato di cose dovrebbe porvi rimedio immediatamente, anche perché non comporterebbe alcun costo aggiuntivo per lo Stato, se non quello di pagare ciò a cui è già tenuto, ma facendo risparmiare alla collettività e ai singoli cittadini tanti ulteriori oneri. Quel che si dice uno Stato degno di rispetto.

Loris Parpinel

 

I giallo-verdi si ritrovano ora a riparare agli errori altrui

Che “fortunato” il governo giallo-verde, dovrà provvedere a mettere in sicurezza tutte le malefatte dei governi precedenti.

Con una legge sugli appalti che favorisce criminalità e malaffare e con una corruzione sempre molto fiorente, si troverà di fronte a tanto cemento depotenziato e allora per far fronte a ciò, non basterà l’equivalente di due o tre Def.

Pasquale Mirante

All’ombra de’ cipressi ovvero lacrime per l’azionista

Siamo sinceramente colpiti vedendo ogni giorno di che lacrime grondi, e di che sangue, la sofferenza della stampa italiana per l’azionista di Atlantia che potrebbe perdere il capitale per via di quell’incidentuccio di Genova. L’azionista piccolo, per carità, ché quelli grossi tipo Benetton, BlackRock o il Fondo sovrano di Singapore manco li nominano. Il Messaggero, per dire, piange sui 50mila piccoli risparmiatori “della holding cui fa capo Autostrade che in caso di ritorno della gestione allo Stato rischierebbero di trovarsi con un pugno di mosche”: tanta gente eh, mica come i “15 mila rimborsati” di Etruria e le altre che, ahinoi, sono in realtà solo una parte degli obbligazionisti mentre i piccoli azionisti sono stati azzerati del tutto ed erano 130mila, cui aggiungere magari i 210mila delle due venete e i 155mila di Mps, che hanno perso miliardi senza avere il bene di una lacrima sui media mainstream. Pure La Repubblica è preoccupata per i piccoli risparmiatori, ma soprattutto per il Sistema Italia: “Le linee di credito di Atlantia e degli spagnoli di Abertis (in fase di fusione con la società italiana) ammontano a 39 miliardi” e tutta la baracca “poggia sulla garanzia fornita dai pedaggi”; “come sarà in grado il sistema italiano di digerire un tonfo da 39 miliardi?”. Che uno dice: Che tonfo? Che sistema? Chi? Dove? Quando? Un tempo la Repubblica italiana tutelava il risparmio (e la vita dei cittadini), oggi la Repubblica le linee di credito delle holding. E comunque, signora mia, all’ombra de’ cipressi e dentro l’urne si lacrima così tranquilli per l’azionista.