Il Pd cambia nome? Qualche consiglio, tipo Frip: “Facciamo ridere i polli”

 

Dal marasma nel quale versa attualmente il Pd, orfano del suo segretario fanfarone Matteo Renzi, è venuta fuori la proposta di cambiare nome al Pd.

Ora, la cosa è tanto incredibile, quanto politicamente sbagliata, data la presenza nel mondo, e nelle democrazie più avanzate, di un solido Partito democratico. E basti pensare per tutti ai Democratici americani, dai Kennedy ai Clinton.

Sarebbe stato meglio, allora, proporre il cambio della testa dei cosiddetti dirigenti che hanno pensato a cambiare il nome del Pd.

Quello che, invece, nel Pd si continua a non capire (o a non volere capire) è che bisogna liberarsi definitivamente di chi è stato la causa del suo affondamento, e cioè l’ormai bollito rignanese Renzi.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Caro Luigi,Matteo Renzi è il “politico” meno dotato e più incapace nella storia delle galassie. Non stupisce, quindi, che lui e i suoi – persino peggiori di lui, e non è facile – abbiano partorito questa ennesima idea scellerata e disinvoltamente gonza. Renzi si è messo in testa sin dall’inizio di radere al suolo il Pd, e almeno in questo è efficacissimo. La Diversamente Lince di Rignano non avrà pace finché vedrà anche solo un minuscolo calcinaccio ancora in piedi. Per questo concede “interviste” a “Repubblica” o, diuturnamente, manda in tivù i Romano e le Malpezzi: per infierire sulle spoglie mortali del partito. L’idea di cambiar nome al Pd, lasciandolo però invariato al suo interno, non è che l’ennesimo atto di gattopardismo 2.0 renziano: cambiar tutto per non cambiar nulla. E fino a quando i suoi “oppositori interni” avranno la tempra donabbondiesca di Orlando e Dylan Dog Martina, Renzi potrà continuare a fare il cattivo e il cattivo tempo (il “bello”, con Renzi, non esiste). Va però detto che qualche nome nuovo potrebbe risultare assai indicato per definire quel che resta del Pd. Qualche esempio. Pdc: “Partito Dei Citrulli”. Pdg: “Più danni (della) grandine”. Sr: “Siamo Ridicoli”. Fr: “Fronte Repubblicano” (questa è di Calenda, che come umorista è sottovalutato). Gms: “Genny Migliore Superstar”. Pdan: “Partito Degli Arditi Nardella”. Frip: “Facciamo Ridere I Polli”. Oppure un iconico e nostalgico “Dc”, inteso però come “Disboscatori (di) Consensi”: sarebbe perfetto. Un caro saluto.

Andrea Scanzi

Il treno delle polemiche sulle privatizzazioni è in ritardo (ovviamente)

La macchina del tempo esiste, è qui, funziona a meraviglia, la stessa meraviglia con cui si può leggere oggi in un dibattito che andava fatto trent’anni fa, quello sulle privatizzazioni, sul meno-Stato-più-mercato, quello sui carrozzoni pubblici che, sostituiti dall’illuminata gestione dei privati, avrebbero dovuto diventare luccicanti carrozze di prima classe. Si potrebbe dire, pasolinianamente, “Io so”, ma non c’è bisogno di arrivare a tanto: basta un più modesto “io ricordo”.

Ricordo molto bene (ahimé facevo già questo mestiere) le accuse a chi si opponeva alle privatizzazioni di tutto e di tutti. Le accuse di comunismo, di statalismo, di arretratezza e miopia riservate a chi si opponeva alle svendite di patrimoni pubblici e alle concessioni donate in allegria. Di contro, ricordo le odi al mercato che tutto sistema e tutto regola come per magia. C’è stato un periodo, nella nostra storia recente, in cui se solo ti azzardavi a dire che lo Stato doveva fare lo Stato e gestire i suoi beni (possibilmente con correttezza, senza assumere per forza i cugini dei cognati), venivi trattato come un VoPos della Germania dell’est posto a difesa del muro, un pericoloso comunista pronto a entrare nel Palazzo d’Inverno sfasciando i preziosi lampadari e sporcando i tappeti.

Fu in quegli anni che si diffuse come l’epidemia di Spagnola l’uso indiscriminato della parola “liberale”. Tutto diventava liberale, così come tutto doveva diventare privato, e se qualcuno si metteva un po’ di traverso niente sconti: l’accusa terribile era quella di essere contro la modernità, reato gravissimo. “Statalista” suonava come “pedofilo”, come “brigatista”: pubblico ludibrio e risate di scherno. Non se ne fa qui una questione di schieramenti: destra e sinistra unite nella lotta, chi più chi meno, chi a suo modo, chi tentando di umanizzarlo e chi spingendolo al massimo dei giri, chi dicendo che andava regolato almeno un poco, chi diceva che era meglio lasciarlo libero e bello.

Ma il pensiero unico di cui tanto si parla cominciò lì: il mercato non era una cosa discutibile, prendere o lasciare. Cadevano muri e ideologie, e ne rimaneva in piedi una soltanto: il mercato.

Ora che anche fior di liberali ammettono che “alcune privatizzazioni” sono state fatte male, in fretta, con l’ansia di far cassa e senza alcuna strategia o prospettiva storica, con pochi controlli, con un orribile consociativismo tra chi concedeva e chi prendeva le concessioni, non c’è da provare nessuna soddisfazione: i buoi sono scappati, la stalla è stata spalancata per trent’anni, chiudere le porte ora sarà probabilmente una pezza piccola su un buco enorme.

E anche questa concessione all’evidenza rischia di sembrare furbetta e funzionale: si ammette che qualcosa è andato storto per affermare, in sostanza, che il disegno è giusto ma c’è stata qualche sbavatura. Intanto il famoso mercato lo abbiamo visto in azione: in trent’anni ci ha regalato un paio di crisi durate dieci anni ognuna, un restringimento dei diritti (non ultimo quello di passare un ponte senza pregare tutti i santi), una precarizzazione di massa, la proletarizzazione dei ceti medi e tutto il resto che sappiamo. Il tutto accompagnato – in Italia – dalla vulgata (oggi si direbbe “narrazione”) che il pubblico era antico e il privato moderno.

Poi, oggi, si trasecola apprendendo dagli schemini dei giornali che in Germania le autostrade sono pubbliche e gratuite, per dirne una, e nessuno si sogna, lassù, di pensare ai Land tedeschi come a repubbliche staliniste pronte a fucilare i dissidenti o a mandarli in Siberia. Oggi pare che si possa ricominciare a parlarne, ma il timore è che lo si faccia solo perché bisogna rimettere a posto i guasti dei famosi privati. Insomma, privato quando c’è da incassare e pubblico quando c’è da rimettere insieme i cocci.

L’arte di chiedere giapponese sconosciuta in Italia

Un proverbio giapponese recita “chi si umilia vince”. Un’altro invece dice: “Le spighe quando sono ricche di grano piegano la testa: ma quando sono vuote rimangono erette”. In oriente chiedere scusa è un fatto importante: dimostra non la debolezza, ma la forza di chi si sa assumere le proprie responsabilità sopportando e accettando il peso delle critiche. Da noi invece prevale il modello Fonzie, il bello-bullo di Happy Days, incapace di pronunciare le parole: “Ho sbagliato”. Così le scuse e le ammissioni o arrivano tardive o si attorcigliano in giri di parole che collimano a fatica con la realtà. “Non siamo stati capaci di far sentire la nostra vicinanza alla città di Genova. Mi scuso profondamente”, dice a quattro giorni dalla tragedia l’amministratore delegato di Autostrade, Giovanni Castellucci, derubricando le proprie responsabilità, almeno morali, nel disastro del ponte a un semplice problema di comunicazione: “Non era nostra intenzione urtare la suscettibilità di nessuno, se lo abbiamo fatto ce ne scusiamo”, persevera il manager.

Matteo Salvini, invece, quando gli chiedono se, come dice il Pd, abbia votato nel 2008 la cosiddetta legge “salva-Benetton”, risponde “Sì, è vero”. Ma subito dopo rovina l’effetto sorprendentemente positivo dell’ammissione rifugiandosi in corner nel consueto “e allora il Pd?”. “Un buon silenzio sarebbe opportuno da parte di chi ha firmato e verificato le convenzioni” afferma il ministro dell’Interno dimostrandosi pure lui contagiato dalla sindrome di Arthur “Fonzie” Fonzarelli.

Anche i dem dopo una legislatura trascorsa a Palazzo Chigi non si scusano. E scelgono anzi di attaccare tutti. Vanno contro chi li ha fischiati perché ormai percepiti dalla maggioranza degli italiani come “il partito delle lobby” (definizione non nostra, ma del governatore Pd pugliese Michele Emiliano); se la prendono con chi si chiede cosa abbia fatto per anni al ministero delle Infrastrutture, Graziano Delrio (esisterà anche da noi quella cosa che altrove si chiama responsabilità politica?) e ovviamente criticano il governo. Che ad avviso del Partito Democratico è colpevole di aver fatto scendere con le proprie dichiarazioni il valore delle azioni di una società a cui era stato assegnato il compito di gestire l’infrastruttura dove sono morte 43 persone. Per evitare di spiegare, il Movimento 5 stelle, dal canto suo, fa scomparire dal proprio blog un post dei no-gronda del 2013 in cui gli attivisti, riferendosi esplicitamente a una relazione di Autostrade per l’Italia del 2009, definivano “una favoletta” la possibilità di crollo del ponte. Viste le prevedibili polemiche decisamente meglio sarebbero state due righe pubblicate in calce al vecchio post: “Ci scusiamo, anche a nome di Autostrade”. Ma così vanno in Italia le cose. Per questo noi ora, davanti alla morte e al dolore, ci sentiamo come gli ultimi giapponesi. E attendiamo che assieme ai risarcimenti multimilionari, gli investimenti in sicurezza e a un cospicuo taglio degli scandalosi profitti garantiti da governi di diverso colore ai concessionari di autostrade, arrivi prima dei processi il tempo non del saikeirei (un’inclinazione di 90 gradi usata nel sol levante per scusarsi da una colpa grave), ma quello del dogeza. Il pentimento per eccellenza in cui ci si inginocchia e si protende il corpo in avanti con le mani a terra e la testa appoggiata sopra, come per dire “la legge può castigarmi, ma non potrà mai cancellare il mio infinito senso di colpa”.

Perché licenziare le Autostrade

Il governo sta facendo la cosa giusta nel caso di Autostrade? Immaginiamo che il proprietario dell’infrastruttura autostradale non sia lo Stato italiano ma un soggetto privato, così come lo è il concessionario che la gestisce. In questo modo evitiamo ogni preferenza ideologica tra pubblico e privato. Cosa ci aspettiamo che faccia di fronte al grave crollo che si è verificato, con rilevanti perdite di vite umane? Ci sembra evidente che avvierà una rapida verifica degli adempimenti del gestore al fine accertare se ha provveduto in maniera efficace a tutti i suoi obblighi e ovviamente gli farà presente in maniera formale che lo sta facendo.

Questa procedura è del tutto indipendente dalle indagini della magistratura sulle responsabilità penali. Valuterà inoltre se vi sono le condizioni per conservare quel gestore o se non sia più opportuno sostituirlo, in presenza di gravi violazioni rispetto agli impegni presi ed essendosi incrinato il rapporto di fiducia. Tutto questo coincide con ciò che è stato avviato dal governo tramite la lettera di contestazione inviata ad Autostrade dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Nulla da eccepire, in conseguenza, mentre dovremmo invece stupirci se il proprietario della rete non avesse agito in questo modo.

Ci aspettiamo inoltre che il concedente, che è stato danneggiato dall’evento, sia in una posizione di forza nella contrattazione col concessionario e presunto danneggiante. In questo caso non è tuttavia così per effetto di accordi contrattuali asimmetrici nella concessione che mettono apparentemente in una botte di ferro il concessionario privato e in una posizione potenzialmente soccombente il concedente pubblico. Nel nostro caso in base alla convenzione del 2007 il concedente può, in caso di grave inadempienza del concessionario, far decadere la concessione ma in tal caso deve immediatamente indennizzarlo di tutti i profitti che avrebbe conseguito nei 24 anni residui della concessione, un valore che è stato stimato nell’ordine di grandezza di 20 miliardi.

L’Italia si rivela un paese molto strano dato che un comune lavoratore può essere licenziato dal suo datore anche per ingiusta causa mentre un concessionario autostradale non può essere licenziato dal concedente neppure per giusta causa, dopo che ha dimostrato di non essere in grado di gestire in sicurezza la rete che gli è stata affidata. Immaginiamo per un attimo che il rapporto di concessione abbia regole simili al Jobs Act: se il concedente vuole riprendersi la gestione diretta anche in assenza di giusta causa può licenziare il concessionario purché gli versi due annualità di mancati guadagni. Invece nel caso specifico gliene dovrebbe versare ben 24 anni anche in caso di revoca per gravi inadempimenti, cioè per giusta causa.

Per comprendere ancora meglio la stranezza facciamo un altro esercizio mentale. Immaginiamo che il contratto di lavoro del comandante Francesco Schettino, responsabile del naufragio della Costa Concordia nel 2012, fosse simile alla concessione di Autostrade: in tal caso l’armatore al momento del licenziamento avrebbe dovuto versargli tutti gli stipendi futuri sino all’età del pensionamento. Palesemente assurdo. Questa clausola asimmetrica è giuridicamente insostenibile e a mio avviso fonte di nullità. Infatti la revoca della concessione dovrebbe essere la sanzione più consistente a carico della parte inadempiente ma se a fronte di essa occorre comunque versare i profitti che avrebbe realizzato ciò equivale all’assenza di alcun tipo di sanzione economica a fronte di qualsivoglia danno che il concessionario possa arrecare. Essa equivale ad esentare il concessionario da ogni responsabilità a fronte di inadempienze. In quali altri contratti pubblici o privati sono mai state inserite clausole del genere?

Un quesito ulteriore è come dovrebbe comportarsi il governo di fronte all’impegno annunciato da Autostrade per l’Italia di mettere a disposizione risorse anche rilevanti per ricostruire il ponte, per sostenere chi è stato danneggiato dal crollo e per alleviare i problemi che la città inevitabilmente deve subire.

Si tratta di un’offerta unilaterale, risarcitoria, e che non chiede contropartite? Allora essa sia benvenuta. Se invece è un modo per evitare le misure che il governo ha annunciato di voler prendere è meglio mantenere le distanze. Se lo Stato si è rivelato irragionevolmente debole nei due decenni trascorsi dal processo di privatizzazione quando contrattava con Autostrade è venuto il momento di mostrarsi doverosamente forte. Se in un decennio dalla fine della seconda guerra mondiale è riuscito a ricostruire l’intero paese sarà pure in grado di ricostruire da solo un ponte e di riorganizzare una città.

Morta “Chicha” de Mariani, nonna contro la dittatura

Maria Isabel Chorobik de Mariani è morta lunedì scorso nell’ospedale di La Plata, dove era stata ricoverata. Maria, detta “Chicha” fu tra le fondatrici, nel 1977, delle “Abuelas” di Plaza de Mayo, le “nonne” che cercavano i loro nipoti, strappati via alle famiglie negli anni della dittatura militare (1976-1983). La scomparsa della nipote Clara Anahí Mariani Teruggi – la piccola fu prelevata nella sua casa il 24 novembre del 1976, quando aveva solo tre mesi – la spinse su quella strada. I genitori di Clara Anahí erano Daniel Enrique Mariani e Diana E. Teruggi de Mariani, che furono assassinati rispettivamente il 1° agosto del 1977 e il 24 novembre del 1976. Da allora Maria Mariani aveva avviato la sua lotta per ritrovare la nipote, anche con l’associazione delle “Nonne di Plaza de Mayo”, che contribuì a fondare nel 1977 insieme a “Licha” de la Cuadra e ad altre donne. Ne cercavano 400, ne sono riuscite a rintracciare 128. Non la piccola Clara Anahí.

Dieci anni dal crac, i lupi di Wall Street brindano

Errare è umano, compiacersi dell’errore è probabilmente diabolico, cioè immorale. Farci una festa su, poi, potrebbe risultare a dir poco irritante.

Per questo ha suscitato più di una perplessità la riunione che centinaia di ex dipendenti della banca d’affari americana Lehman Brothers programmano di tenere a Londra il prossimo 15 settembre. Una data scelta non a caso, trattandosi del decennale del crac bancario che ha dato l’avvio alla peggiore crisi finanziaria in un secolo e seminato il panico sui mercati. Senza dimenticare che, come conseguenza, ha cambiato la vita di milioni di persone e provocato l’avvio di un ciclo di politiche di austerità in molti Paesi. Verrebbe da chiedersi: che cosa c’è da festeggiare? Eppure, nella varietà di punti di vista cui è ricco il mondo, i bankers dell’una e dell’altra sponda dell’Atlantico, non sentirebbero di avere nulla da rimproverarsi. Al contrario.

È il sito del settimanale Financial News a rivelare il progetto – sulla carta segretissimo – della festa. La rimpatriata londinese, informa il sito di notizie economiche, è stato comunicata agli invitati attraverso una mail, ecumenicamente indirizzata ai “Lehman Brothers and Sisters” (“fratelli e sorelle di Lehman”). Per chi poi non si trovasse nella capitale britannica a metà settembre, niente paura: la festa sarà anche a New York e Hong Kong. Un vero omaggio alla dimensione globale del capitalismo finanziario.

“Difficile credere che siano già passati già 10 anni dal nostro ultimo giorno a Lehman”, si legge nel testo di invito. “Ebbene, una delle cose migliori di Lehman era la sua gente. Quale modo migliore di festeggiare (sic) i 10 anni di anniversario che rivederci tutti insieme?”

Dura la reazione del ‘ministro ombra’ britannico dell’Economia, il laburista John McDonnell, che definisce l’idea della festa “sbagliata” e peggio ancora “nauseante”, soprattutto nei confronti di chi ha pagato le conseguenze maggiori di quel fallimento. “I cittadini saranno offesi da questo ritrovo completamente inaccettabile e altamente inappropriato”. Di segno opposto il parere di Alistair Darling, Cancelliere dello Scacchiere (cioè ministro dell’Economia) all’epoca del fallimento Lehman nel governo del laburista Gordon Brown. “Ridicolo affermare che non possono riunirsi – ha commentato al Financial News – sinceramente, con tutti i problemi che ci sono al momento, quello di un gruppo di persone che si vedono per bere un bicchiere di vino mi sembra l’ultimo”.

Il botta e risposta tra McDonnell e Darling è tutto interno al Labour Party: quello di 10 anni fa non era ancora uscito dall’orbita di Tony Blair, la cui Terza Via aveva aperto le braccia alla globalizzazione, finanziaria in primo luogo. Quello di oggi è dominato da Jeremy Corbyn, la cui leadership radicalmente di sinistra è certamente frutto della reazione alle politiche di austerità. Chissà se, bevendo un bicchiere, gli ex di Lehman penseranno anche a questo.

La “Festa del sacrificio” secondo l’Isis: battaglia di sei ore a Kabul

I Talebani si sono dichiarati estranei all’attacco di ieri mattina a Kabul, sferrato mentre il presidente Ashraf Ghani parlava di pace in occasione del primo giorno di Eid al-Adha, la Festa del Sacrificio, tra le ricorrenze più importanti del calendario islamico. Razzi e bombe di mortaio sono caduti sulla capitale: fra gli assalitori, quattro sono stati uccisi e cinque si sono arresi. L’Isis ha rivendicato l’azione.

Midterm, il voto si avvicina e tornano gli hacker russi

È “Caccia a Ottobre Rosso”, negli abissi della politica americana. O è solo polverone informatico, sollevato su fondali sabbiosi per intorbidire la campagna per il voto di midterm del 6 novembre; o magari per lanciare un nuovo gadget. Microsoft dice d’avere scoperto e intercettato hacker collegati al governo russo che prendevano di mira istituzioni politiche e centri studi Usa.

E il New York Times indica che gli hacker russi scoperti e bloccati da Microsoft tenevano sotto tiro il Senato Usa e due think tank repubblicani conservatori anti-russi, spesso critici nei confronti del presidente Donald Trump, l’International Republican Institute (IRI) e l’Hudson Institute.

Il gruppo di pirati informatici individuato è Fancy Bear, noto pure come Strontium, legato al Gru (il servizio di spionaggio militare russo), già coinvolto negli hackeraggi sulle presidenziali Usa 2016, quelle su cui s’indaga nell’ambito del Russiagate – la sentenza del processo a Paul Manafort, ex capo della campagna di Trump, pare ormai imminente -.

L’Hudson Institute promuove programmi che studiano la diffusione e l’influenza della cleptocrazia al potere, con un’attenzione particolare quanto avviene in Russia. L’IRI, che ottiene fondi anche dal Dipartimento di Stato e dall’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale, promuove da decenni la democrazia nel mondo. Sulla home page dell’ Hudson Institute, c’è uno studio che ricorda che tutte le maggiori agenzie d’intelligence Usa considerano “molto attendibile” che la Russia abbia interferito nelle elezioni presidenziali Usa 2016: il consigliere per la Sicurezza nazionale H.R. McMaster giudica le prove dei magheggi russi “incontrovertibili” e analizza il ricorso alla cleptocrazia da parte del Cremlino come strumento di controllo all’interno e d’influenza all’esterno, “infliggendo danni permanenti alla credibilità internazionale degli Stati Uniti”. Sulla pagina principale dell’IRI, c’è invece un commento sui “tentativi russi” di hackerare il sito e l’Istituto. In effetti, Microsoft spiega che gli hacker cercavano di dirottare i visitatori dei siti dei due Istituti su siti paralleli, mirando pure a impadronirsi dei loro dati. Erano anche stati allestiti siti paralleli del Senato Usa. Non è però chiaro quale fosse l’obiettivo delle operazioni, sostanzialmente fallite, e quale potesse esserne la portata, visto che i siti dei due think tank non sono certo fra i più popolari negli Usa, ma sono piuttosto frequentati da una élite di analisti e ricercatori.

Il rapporto di Microsoft esce in una giornata di primarie in Alaska e nel Wyoming in vista del voto di midterm, per i quale il presidente Trump intende fare campagna per 40 giorni, tra il Labour Day – il 3 settembre – e il 6 novembre. Il clima politico è però già elettorale: c’è battaglia sul Russiagate, sul giudice della Corte Suprema indicato da Trump, Kenneth Kavenaugh, sulla riforma dell’immigrazione. E il presidente cancella un altro pezzo del lascito ambientale di Barack Obama che riguarda la produzione di carbone.

Il Cremlino respinge le accuse: “Non sappiamo di che hacker stiano parlando e neppure che influenza abbiano sulle elezioni”, dichiara il portavoce di Vladimir Putin, Dmitry Peskov.

Ma il presidente di Microsoft Brad Smith, in un post, appare sicuro: “Entità straniere stanno lanciando attacchi informatici per disturbare le elezioni e seminare discordia … Internet è uno strumento che alcuni governi usano per rubare e/o divulgare informazioni, diffondere disinformazione, sondare e tentare di manomettere i sistemi di voto”.

Smith cita tentativi di interferenza da parte di hacker stranieri nelle elezioni presidenziali Usa 2016 e francesi 2017. Per arginare la minaccia, Microsoft lancia AccountGuard, che “fornirà una protezione informatica all’avanguardia senza costi aggiuntivi a tutti i candidati e agli uffici elettorali a livello federale, statale e locale, come ai think tank e alle organizzazioni politiche che crediamo siano sotto attacco”.

Alla fine viene il dubbio che tutta la denuncia sia un’operazione pubblicitaria per lanciare un nuovo prodotto. Manipolazione anche questa, ma d’altra origine.

Teheran, chi non salta è una Guida Suprema

Le sanzioni economiche americane più pesanti contro l’Iran, ossia quelle che riguardano l’esportazione di petrolio, non sono ancora scattate, ma la crisi economica della teocrazia islamica sciita governata dal regime degli ayatollah preoccupa sempre di più la maggior parte della popolazione afflitta da disoccupazione, inflazione e aumento costante dei prezzi dei beni di prima necessità.

Nell’attesa di un novembre cupo, quando l’embargo sull’importazione del greggio iraniano entrerà in vigore, il nervosismo della gente sta dilagando e, ancora una volta, il regime risponde con il pugno di ferro. Anziché aprire il dialogo con le parti, la Guida Suprema Alì Khamenei – l’anziano signore e padrone del destino dell’ex impero persiano dalla morte di Khomeini – attribuisce, come il suo predecessore, al Grande Satana americano la colpa dell’enorme divario sociale che è andato via via allargandosi fino a creare una classe di privilegiati legati a doppio filo al potere, a fronte di una massa in costante crescita demografica di giovani diseredati e senza prospettive.

Non sono però solo i giovani a scendere nelle strade e ora a protestare negli stadi. Dalla fine dello scorso anno anche i commercianti di mezza età, un tempo benestanti, si sono uniti alle proteste. Come quelle che scoppiarono in varie città per chiedere trasparenza nell’ultra opaco settore bancario e soluzioni contro l’inflazione galoppante che ha portato alla prima serrata dell’era post Scià del Gran Bazar di Teheran, cuore economico del Paese e specchio fedele dei suoi problemi. Da qualche settimana, invece di scendere in piazza, gli “scontenti” sono entrati negli stadi di calcio dove hanno esibito cartelli che mostrano la rabbia del popolo non solo per i problemi economici ma anche per l’oppressione socio culturale a cui è sottoposto dal regime islamico. Il ministro dell’Interno, Abdolreza Rahmani Fazli, ha minacciato conseguenze per i club di calcio, come l’obbligo di disputare partite a porte chiuse, se dovessero verificarsi nuove proteste contro il governo negli stadi.

“La sicurezza negli stadi è importante per noi e se alcuni tifosi vogliono metterla a repentaglio allora alcune partite si disputeranno senza spettatori”, ha spiegato il ministro, citato dall’agenzia di stampa Dpa.

Due settimane fa un gruppo di tifosi ha lanciato slogan contro le autorità della Repubblica islamica durante il match tra Esteghlal e Tractor Sazi che si è svolto nello stadio Azadi di Teheran.

Alcuni video diventati virali sui social media hanno mostrato tifosi gridare “Morte al dittatore” cioè Ali Khamenei. Nei confronti del presidente riformista Hassan Rohani, preso di mira dai falchi del regime per essersi fidato degli Stati Uniti e aver firmato il trattato sul nucleare, stracciato quest’anno da Trump, invece non ci sono state proteste di carattere politico. Fatto che ha reso ancora più furiosa la risposta del leader dei falchi, per l’appunto Khamenei. Il portale di notizie sportive Varzesh3 ha riferito sommariamente che i ministri dell’Interno e dello Sport hanno già messo a punto un nuovo meccanismo per controllare l’accesso agli stadi.

Difficile che questa misura riesca a frenare la frustrazione di milioni e milioni di iraniani che si sentono sull’orlo del baratro e in ostaggio di un ottantenne diventato l’uomo più ricco dell’Iran e un despota spietato in nome di Allah.

Poveri e pensioni: è finita l’estate dorata di Macron

L’estate rilassante di Emmanuel Macron si è conclusa. Sin da oggi il presidente si confronterà con il grattacapo della prossima legge di bilancio per il 2019 e, dopo il Consiglio dei ministri, ne discuterà con il premier Edouard Philippe. Il governo si è fissato obiettivi ambiziosi in materia di riduzione del deficit pubblico, ma dovrà tenere conto dell’ultima brutta notizia dell’estate: le deludenti previsioni della crescita 2018, che potrebbe essere dell’1,7% invece dello sperato 2%.

Ma non è il solo pensiero del dopo-vacanze per Macron. Il presidente potrebbe presto guardare con nostalgia alle settimane di pace trascorse nella discrezione del forte di Bregançon, dove si è barricato con la moglie Brigitte.

In quel periodo Macron si è fatto vedere in pubblico solo due volte, per la delusione di turisti e commercianti, oltre che di giornalisti e fotografi. Di tanto in tanto un comunicato dell’Eliseo ricordava che tra un tuffo e l’altro in piscina (quella da 34 mila euro che si è fatto installare nel giardino della residenza presidenziale apposta per beffare i paparazzi), il capo dello Stato lavorava e alzava il telefono per chiamare Trump, Putin o la Merkel. L’estate ha lasciato anche in eredità gli strascichi del Benallagate, le violenze attribuite alla sua guardia del corpo durante il corteo del 1° Maggio a Parigi. Stando all’ultimo sondaggio Ipsos di fine luglio, solo il 37% dei francesi ha ancora fiducia in Macron. È il risultato peggiore dal suo arrivo all’Eliseo. Lo scandalo che ha coinvolto la sua ex bodyguard Alexandre Benalla, ripreso in un video mentre picchiava dei manifestanti è sfociato in affaire d’état, con la convocazione davanti ad una commissione parlamentare ad hoc di diverse personalità vicine al presidente, tra cui il ministro dell’Interno, Gérard Collomb, e il segretario generale dell’Eliseo, Alexis Kohler. Lo stesso Kohler, braccio destro di Macron, è al centro di un’inchiesta per presunti conflitti di interesse che non promette niente di buono nei mesi a venire. E poi ci sono i grattacapi delle prossime riforme che Macron intende portare avanti a ritmo incalzante come ha fatto finora. Il 15 settembre sarà presentato il plan pauvreté con una serie di misure per aiutare il 14% dei francesi che vivono al di sotto della soglia di povertà, cioè con meno di 1.000 euro al mese. In questo modo l’Eliseo spera di riuscire a smentire quanti accusano Macron di essere il “presidente dei ricchi”, ma non è detto che ci riuscirà. Il piano infatti doveva essere presentato già a luglio, ma poi è slittato perché Macron è partito in Russia per assistere agli incontri finali dei Mondiali di calcio.

Una decisione ingiustificata dai più poveri, ai quali ha lasciato la sgradevole sensazione di essere stati messi da parte ancora una volta. Dopo i conflitti per la soppressione dello statuto di ferroviere, con i lunghi scioperi di treni dei mesi scorsi, a settembre riprenderanno i negoziati con i sindacati per la riforma della funzione pubblica, che impiega 5 milioni di persone in Francia.

Tra le promesse di Macron mal digerite dai sindacati c’è il taglio di 120mila posti di funzionari entro il 2022. Ma la più spinosa delle riforme dovrebbe essere quella delle pensioni.

Non si tratterà per Macron di modificare l’età pensionabile (che resterà a 62 anni), ma di fare ciò che nessun presidente francese ha osato prima d’ora: smantellare l’intricato sistema di statuti speciali per instaurare un “regime universale” che preveda le stesse regole per tutti, nel privato e nel pubblico, mettendo fine ai privilegi di alcuni. La legge sarà presentata a inizio 2019 e votata nel corso dell’anno, per entrare in vigore nel 2025.