È stimato in 22,2 miliardi il valore residuo della concessione che lo Stato dovrebbe pagare ad Autostrade per l‘Italia nel caso in cui venisse revocata la concessione. Ma se non venisse riconosciuto alcun indennizzo, Atlantia si troverebbe in difficoltà a rimborsare i bond Autostrade. È quanto si legge in un report che l’uffico studi di Mediobanca dedica ad Atlantia. Secondo il report “il valore dell’indennizzo è decisivo per ripagare gli azionisti e obbligazionisti di Autostrade per l’Italia e per evitare implicazioni sulla holding Atlantia, alla luce del fatto che sei miliardi di bond di Autostrade per l’Italia sono garantiti dalla holding. Atlantia, secondo gli analisti potrebbe finire ”sotto grande pressione finanziaria” nel caso in cui ”non venisse riconosciuto alcun indennizzo per la revoca della concessione”. In tal caso la holding potrebbe contare solo su 300 milioni di dividendi dalle attività residue (gli aeroporti di Roma e Nizza, le concessioni in America Latina) per far fronte a 5,2 miliardi di debiti (2 propri, 3,2 di Autostrade al netto dei 2,9 miliardi di cassa della concessionaria). Intanto l’agenzia di rating S&P ha messo il merito di credito del gruppo sotto osservazione in vista di un possibile downgrade.
I colori sbiaditi dei Benetton: maglie e finanza non tirano più
Una grande famiglia di imprenditori, mecenati, sponsor di squadre sportive e celebrati dai media. Una notorietà guadagnata anche grazie all’immagine anticonformista del marchio, costruita con campagne pubblicitarie che sui quei media riversano decine di milioni di euro l’anno. Ma la realtà industriale del gruppo Benetton da diversi anni è meno colorata e fantasiosa di quel che l’immagine suggerisce. Il business della maglieria e della moda low cost, che ha fatto la fortuna della famiglia negli anni 70 del secolo scorso, è diventata un’attività marginale, conta per il 5% del patrimonio (net asset value) del gruppo e, soprattutto, è in costante perdita. Gli affari che finanziano i fasti della famiglia trevigiana si fanno con le attività in concessione, dove non c’è concorrenza: autostrade e aeroporti.
Edizione holding. La società di famiglia che controlla tutto l’impero nel 2017 ha registrato 12 miliardi di ricavi consolidati. Quasi la metà (5,9) vengono dal comparto “Infrastrutture e servizi per la mobilità” (Autostrade per l’Italia, le autostrade gestite in Sudamerica, Aeroporti di Roma e i tre scali di Nizza, Cannes e Saint Tropez), che fa capo ad Atlantia, di cui Edizione possiede il 30,25% attraverso la sub holding Sintonia. Il settore “Ristorazione autostradale e aeroportuale” (Autogrill e gli altri marchi di ristorazione controllati), altro business semi protetto, fa il 41% dei ricavi: 4,9 miliardi di euro. Maglioni e negozi, in capo al Benetton Group, ancora controllato al 100%, conta per l’11% del fatturato (1,3 miliardi). Il settore immobiliare e quello agricolo (la tenuta agricola di Maccarese e quelle in Argentina, dove con 900 mila ettari Benetton è il primo proprietario terriero privato) contano per lo 0,4% degli affari: 53 milioni di euro in tutto.
Ma un quadro più chiaro del peso dei business protetti viene dall’analisi della redditività. Su 4,1 miliardi di margine operativo lordo dell’intero gruppo, quello generato dalla sola Atlantia è di 3,6 miliardi, l’88%. La marginalità lorda di Atlantia e pari al 61% del fatturato, una profittabilità da primato. Tolti ammortamenti, oneri finanziari e imposte, l’utile netto consolidato è di 1,4 miliardi.
Più risicati i margini della ristorazione: Autogrill, controllata al 50%, ha un ebitda di 399 milioni, l’8% del fatturato, un andamento in linea con la media del settore ristorazione, e che porta a un utile netto di 113 milioni.
Le attività storiche. A partire dal 2013 Benetton nell’abbigliamento ha invece inanellato una perdita via l’altra, con gli ultimi tre anni disastrosi: fatturato in calo e il rosso per l’azionista che è praticamente raddoppiata ogni anno. Nel 2015 la perdita operativa è stata di 19 milioni, e il risultato dopo le imposte negativo per 47 milioni; nel 2016 la perdita operativa di 38 e il risultato netto a meno 81, nel 2017, la perdita operativa di 144 milioni e quella netta a meno 181. Nel bilancio questo andamento è spiegato così: “Il settore sta affrontando una fase delicata di trasformazione ed evoluzione, quale risposta ai sostanziali cambiamenti nelle abitudini di consumo che si vanno affermando, anche a seguito della rivoluzione digitale in atto”. Più semplice sarebbe stato dire che, quando si guadagnano miliardi senza doversi confrontare col mercato, non vale la pena preoccuparsi troppo di un settore in cui competere è difficile, con la velocità e l’efficienza operativa che hanno fatto la fortuna di colossi come Zara e H&M.
Il grano di Maccarese. Ma c’è un altro business marginale, quello agricolo, dal quale il gruppo contava di estrarre un bel po’ di valore. Almeno fin quando non è crollato il ponte di Genova (Autostrade per l’Italia) ed è cambiato il vento sul tema concessioni. Da un decennio Aeroporti di Roma insiste per il raddoppio dello scalo di Fiumicino. Dei 1.300 ettari che dovrebbero essere occupati dalle nuove piste e terminal, 900 sono nella loro tenuta di Maccarese, 3.200 ettari di area protetta nel litorale romano. Se il raddoppio si facesse, dovrebbero essere espropriati dallo Stato e presumibilmente ben pagati, visto che si tratta di un’opera di interesse nazionale. L’operazione era già bloccata: il nuovo ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, appena insediato ha sospeso le nomine per la commissione Via (valutazione d’impatto ambientale) effettuate a febbraio dal suo predecessore Gianluca Galletti. Ora sembra ancora più difficile.
Partecipazioni. Nel dicembre 2017 il gruppo ha iniziato a investire nelle assicurazioni Generali, a un prezzo di 15,4 euro. A inizio aprile, col titolo che quotava sugli stessi livelli, ha informato la Consob di aver superato la soglia del 3% (3,05%). Generali quota ora 14,6 e la partecipazione vale circa 700 milioni. Anche se finora è un affare in perdita, si è investita un po’ di liquidità per mettere un piede nella partita finanziaria del controllo del colosso assicurativo triestino. Così come hanno fatto con la partecipazione in Mediobanca (2,1%, 161 milioni a corsi attuali), che di Generali è il primo azionista.
Padre Zollner: “Siamo lontani dalla verità su abusi e pedofilia”
La Chiesa romana ha ancora molto da fare per far luce sui suoi scandali. Lo sostiene padre Hans Zollner, membro della Commissione vaticana contro la pedofilia e presidente del Centro protezione dei minori istituito presso l’Università gregoriana, all’indomani della lettera del Papa sulla piaga degli abusi. “Mi preme dire – ha dichiarato Zollner in un’intervista al Servizio Informazione religiosa – che l’Italia non ha ancora vissuto un tale momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere riguardo il passato”. Aggiunge il prelato: “Mi auguro che queste ultime settimane, con tante notizie sconvolgenti, abbiano aperto gli occhi e il cuore anche alla Chiesa italiana e ai suoi responsabili per impegnarsi senza esitazione e in modo consistente in ciò che è una chiamata urgente del Signore a tutto il Popolo di Dio”. I sacerdoti che avrebbero “agito contro il Vangelo e contro le leggi” per Zollner sono stati tra il 4 e il 6% nei 50 anni che vanno dal 1950 al 2000. Negli Stati Uniti, “dal momento che i vescovi americani hanno preso sul serio la lotta contro questo male, dal 2002, non ci sono quasi più accuse di nuovi casi”.
Silvio in campo “per fare”, ma ormai è solo una fiction
24 anni, 6 mesi e 27 giorni dopo, di Silvio Berlusconi non è rimasta che la fiction. 24 anni, 6 mesi e 27 giorni dopo, della “discesa in campo” del 26 gennaio 1994 non sono rimasti che i manifesti, finti.
L’altra sera tappezzavano giganti e variopinti via delle Terme di Caracalla, e passarci davanti evocava la macchina del tempo: la neonata Forza Italia, Silvio Berlusconi con meno capelli e più rughe di oggi e la promessa cubitale “per un nuovo miracolo italiano”. Meglio, “per fare, per crescere, per restare liberi”.
La storia di B. si ripete sempre due volte: la prima come tragedia (nostra), la seconda come fiction. Il caimano, Loro e ora 1994, terzo capitolo dopo 1992 e 1993 della serie originale Sky e Wildside, in onda prossimamente su Sky Atlantic.
Sul set da qualche settimana, tornano Stefano Accorsi (Leonardo Notte, ancora al fianco del Cavaliere), Miriam Leone (Veronica Castello, decisa pure lei a scendere in campo), Guido Caprino (Pietro Bosco) e Antonio Gerardi (Antonio Di Pietro), e torna lo Zeitgeist che Berlusconi è stato, e non è più: 1994 ne certifica la gloria passata e la nullità odierna, giacché se la sua faccia campeggia su un manifesto elettorale oggi non può che essere finzione audiovisiva.
Quasi una pena del contrappasso per B., che da mogul si trova derubricato a protagonista, personaggio e financo fondale: titoli di testa, ma quelli di coda già si intuiscono. Da Sua Emittenza a Nostra Giacenza, lascito nell’immaginario collettivo di un Paese che lui per primo non sente più suo: alla campagna elettorale permanente di Salvini & Di Maio Berlusconi non può che contrapporre il miracolo di 24 anni addietro, il knock-out inferto a Achille Occhetto alle Politiche del 27 e 28 marzo 1994, nostalgia canaglia.
Oggi esiste solo per interposta fiction, e in 1993 è toccato a Paolo Pierobon ricordarcelo, mettendogli in bocca una battuta che sa di commiato: “Io che ho vinto tanto nella vita so una cosa che in pochi sanno: vincere non è così bello quanto è brutto perdere, e quello che si prova dopo una vittoria non dura altrettanto a lungo”.
Ancor più politicamente, è difficile sopravvivere a sé stessi, proibitivo coniugarsi ogni giorno al passato prossimo: Silvio Berlusconi è un personaggio in cerca dell’autore che è stato, fa ancora la felicità di film e fiction, ma il prossimo ciak è la “discesa nel fuoricampo”.
Giorgetti parla di tv: panico a casa Mediaset (e non solo)
Con la questione Viale Mazzini irrisolta – dopo la bocciatura in Vigilanza Rai del presidente designato Marcello Foa organizzata da Forza Italia col supporto del Partito democratico – il patron di Mediaset, più che il politico, Silvio Berlusconi avrà ascoltato con apprensione le parole di Giancarlo Giorgetti, sottosegretario leghista a palazzo Chigi: “Le concessioni statali vanno revisionate, dalle televisioni ai telefonini”. Cosa vuol dire? Dal punto di vista lessicale, le concessioni per le televisioni non esistono più: si chiamano “diritti d’uso delle frequenze statali”. Alla fine della transizione dall’analogico al digitale, Mediaset & C. si sono ritrovate con dei pacchetti di frequenze (multiplex) assegnati per vent’anni e la moltiplicazione dei canali. Il Biscione e la pubblica Rai per trasmettere sull’intero territorio nazionale – ogni anno e fino a quattro anni fa – dovevano pagare l’1 per cento del fatturato. Mediaset e Viale Mazzini assieme spendevano circa 55 milioni di euro. Non una cifra eccessiva.
Nel 2012, però, il governo di Mario Monti – su indicazione dell’Unione europea e con sollievo delle aziende di Berlusconi – ha imposto all’Autorità di garanzia per le comunicazioni di elaborare un nuovo modello a parità di gettito per tassare non più i produttori di contenuti, ma soltanto gli operatori di rete. La parità di gettito in favore dell’erario non si è verificata, ma nel 2014 l’Agcom ha deliberato uno sconto milionario per Mediaset e Rai e una mazzata per Persidera (Telecom e Gruppo Espresso) e per le piccole società. Com’è finita? Non è mai finita. Il governo renziano ha bloccato la pratica dopo una lunga diatriba e ordinato – in maniera provvisoria e pilatesca – di versare un “acconto”, più o meno 1,5 milioni di euro per ciascun multiplex: Viale Mazzini, Persidera e Mediaset ne possiedono cinque a testa. Per alcuni, era il paradigma Urbano Cairo. Nel 2014, infatti, il proprietario di La7 ha partecipato all’asta per gli ultimi multiplex rimasti liberi e ne ha conquistato uno per 31 milioni di euro: spalmata su vent’anni, dunque, Cairo paga una tassa di 1,5 milioni.
Rai, Mediaset, Persidera e i piccoli hanno le concessioni blindate fino al 2032, Cairo Communication addirittura al 2034: a cosa si riferisce Giorgetti? Forse a un imminente appuntamento, all’asta che si terrà in autunno sulla “banda 700”: le televisioni liberano frequenze per consentire a Telecom, Vodafone e via elencando di sviluppare le connessioni internet veloci e poi – nel 2022 – passeranno dall’attuale digitale terrestre (dvbt) a una seconda generazione (dvbt2). I multiplex nazionali scendono da 20 a 10, quelli locali da 18 a 5: Mediaset & C. subiranno una diminuzione della quantità delle frequenze, ma non sarà intaccata la capacità di trasmissione, anzi ne sarà migliorata la qualità con immagini in 4 k. Questa è l’occasione per riformulare le tariffe sulle concessioni, pardon sul diritto d’uso e anche un messaggio per chi pensa – vedi Autostrade per l’Italia – che la gestione privata di un bene pubblico, sancita da un contratto, sia irrevocabile.
Di Maio a Ischia: “Pronto un decreto per la ricostruzione”
Il vicepremier Luigi Di Maio ha visitato Ischia a un anno dal terremoto e ha promesso di aumentare l’impegno del governo per la ricostruzione dell’isola: “Se serve faremo anche un decreto per Ischia, per accelerare le procedure che attiverà il prefetto Schilardi. Lo dico da ministro e vicepresidente del Consiglio, i terremotati del Sud hanno gli stessi diritti di altri”. Un concetto ribadito dopo la visita con un post su Facebook: “Per un anno lo Stato non ha fatto nulla e ha trattato gli ischitani come dei terremotati di serie b. Non sarà più così. Adesso i cittadini hanno un governo amico, un governo che vuole bene a quest’isola e ai suoi abitanti. Non saranno più lasciati soli!”. Prima di lasciare Ischia ha deposto una corona di fiori davanti alla Chiesa del Purgatorio, a Casamicciola, dove perse la vita Lina Balestrieri, una delle due vittime del sisma (che provocò anche 42 feriti). Il bilancio complessivo – la terrà tremo per 8 secondi alle 20:57 del 21 agosto 2017 – fu di 2.405 sfollati (1.806 a Casamicciola, 562 a Lacco Ameno e 37 a Forio) e di 640 abitazioni completamente inagibili.
Matteo fa Virgilio: è già capolavoro
“Campo lungo. Uffizi. Matteo Renzi, completo scuro, camicia bianca, guarda fuori dalla finestra che affaccia su via dei Georgofili, e parla di mafia, dell’attentato del 1993”. L’attacco è epico, l’incedere incalzante. L’articolo della Stampa – “Dietro le quinte del set di Renzi, ‘Sono come Virgilio nella mia città’” – non è una volgare marchetta: è letteratura. Ma produce nel lettore il desiderio irrefrenabile di assistere al capolavoro (inevitabile, vista la popolarità del presentatore). Questo “viaggio nelle bellezze fiorentine voluto da Lucio Presta”, apprendiamo, “è un continuo fluire tra passato e presente”. Non manca l’ultima ossessione: “Nel tempo delle fake news, della propaganda e della disinformazione offriamo una occasione per riflettere”. Tocca esserne grati. Anche perché il nostro ci sa fare: “Davanti alle telecamere si trova molto a suo agio” e “guarda nella camera giusta come spesso professionisti consumati non riescono a fare”. È empatico: “Scherza con la troupe di 30 persone che lavora dall’alba”. Improvvisa: “Il copione rimane lì, sul trespolo, perché si procede a braccio”. La trattativa con Mediaset è ancora da definire, male che vada c’è l’estero: le puntate “saranno comprate dai maggiori network internazionali, dall’Europa agli States passando per i paesi arabi”. Tutti – eccetto gli italiani – vogliono Renzi. E lui “ne ha parlato anche con Barack Obama”.
Piazza del Duomo chiusa, Renzi gira “Florence” con tanto di drone
Terzo giorno di riprese di Firenze secondo Matteo, il documentario in 8 puntate condotto da Matteo Renzi e prodotto dal manager Lucio Presta. Dopo il Ponte Vecchio e il Museo degli Uffizi, per l’occasione dalle 18 di ieri alle 8 di stamani è stata chiusa al transito e alle visite tutta piazza del Duomo, il Battistero di San Giovanni, la Cupola del Brunelleschi e il campanile di Giotto con inevitabile spaesamento dei turisti venuti a visitare uno dei monumenti più famosi al mondo. L’ex premier è rimasto nella cattedrale per più di 5 ore descrivendo gli affreschi del Vasari e parlando della Congiura dei Pazzi, la cospirazione del 1478 ordita dai banchieri fiorentini per stroncare l’egemonia dei Medici. Le riprese sono andate avanti per tutta la notte anche con l’utilizzo di un drone noleggiato per l’occasione ed è stato proprio il robot volatile a creare qualche problema di sicurezza: dopo aver spiccato il volo, è stato ostacolato da un altro drone azionato da un turista nelle vicinanze. Le riprese della ArcobalenoTre andranno avanti fino al 31 agosto in contemporanea con Six Underground, un action movie diretto da Michael Bay che in questi giorni ha bloccato tra le proteste di cittadini e commercianti la parte restante del centro di Firenze. Dopo il rifiuto di Mediaset, a Renzi e Presta manca solo un acquirente.
Il leghista, i mercati e l’Ue
La cosa sta diventando preoccupante. Sempre più spesso ci tocca essere d’accordo con Matteo Salvini, che certamente ha il vizio di intromettersi un po’ in tutto ma ha una velocità di reazione che costringe il più pavido Luigi Di Maio ad arrancare per inseguirlo facendo la figura di un terzino sprovveduto davanti al miglior Leo Messi.
Ha ragione Salvini quando di fronte all’attacco del Wall Street Journal che prospetta un collasso dell’Italia a causa dell’incapacità del suo governo “populista” e alle minacciose proiezioni dell’agenzia di rating Moody’s e della multinazionale massmediatica Bloomberg, entrambe americane, che sembrano avere una gran voglia di declassarci, si aspetta dopo la presentazione della legge di Bilancio una tempesta sull’Italia da parte dei cosiddetti ‘mercati’, vale a dire della finanza internazionale ampiamente controllata dagli Usa, per abbattere l’odiato governo giallo-verde. Che ha la grave colpa di aver fatto rialzare all’Italia un po’ la testa.
Ci convince un po’ meno Matteo Salvini quando eccede nelle sue esibizioni muscolari: “Noi non arretreremo di un millimetro”. I precedenti italiani, soprattutto da parte di quel mondo cui Salvini più o meno consciamente si ispira, non sono incoraggianti. Benito Mussolini, che oltretutto aveva una statura politica e intellettuale di fronte alla quale Salvini è un nano, dichiarò petto in fuori: “Fermeremo gli americani sul bagnasciuga”. E gli americani, con un appoggio della Mafia che avremmo pagato a caro prezzo e che ancora stiamo pagando, in due giorni si presero la Sicilia. “Spezzeremo le reni alla Grecia” disse il Duce e dovette intervenire la Wehrmacht per salvarci da un disastro militare (sia detto di passata: Mussolini è stato involontariamente il miglior alleato degli Alleati, con gli sprovveduti interventi in Grecia e, ancor più, con quello in Nord Africa che Hitler assolutamente non voleva avendo altri fronti, più importanti, da coprire).
Quello di cui Salvini sembra non rendersi conto è che l’attacco all’Italia da parte degli americani, nonostante costoro e i loro amici tentino di far credere il contrario, fa parte del più generale attacco yankee all’Europa. Salvini deve quindi mettersi d’accordo con se stesso: non si può essere contemporaneamente antiamericani e antieuropeisti, perché un’Europa unita è l’unico baluardo alle prepotenze americane. Che è la politica che segue, sia pur con le obbligate prudenze, Angela Merkel. Visto che girovaga un po’ dappertutto Salvini vada al più presto a incontrare Angela, non con il cappello in mano ma mettendosi, questa volta, doverosamente sull’attenti davanti all’unico uomo di Stato europeo.
Alitalia è pronta a rescindere il leasing
Si va verso lo stop al leasing dell’Air Force Renzi. Dopo la richiesta formulata dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli – che invitava il vicepremier Luigi Di Maio e la ministra della Difesa Elisabetta Trenta a revocare l’accordo – il 10 agosto scorso i commissari di Alitalia hanno ricevuto dalla Difesa “la richiesta di scioglimento del contratto per il leasing dell’aereo di Stato” e ieri la compagnia ha confermato “la disponibilità a rescindere l’accordo con Etihad a far data da martedì 21 agosto”.
Insomma, l’accordo per l’affitto dell’Airbus A340-500 di Etihad voluto da Matteo Renzi quando era presidente del Consiglio non verrà rinegoziato.
Come scritto dal Fatto Quotidiano ieri, la compagnia aerea emiratina – che nel 2015 ha messo a disposizione il velivolo acquistato nel 2006 e utilizzato per quasi dieci anni – sarebbe stata disposta a ridurre di circa il 60 per cento la rata mensile dell’affitto, portandola dagli 805 mila dollari attuali a circa 200 mila, nei quali sarebbero stati inclusi anche il servizio di manutenzione e quelli accessori. La proposta di Etihad avrebbe permesso di ottenere un risparmio complessivo di circa 76 milioni di euro, cioè i 32 milioni di euro delle sessanta rate ancora da pagare a cui sommare i 44 milioni e mezzo necessari per la manutenzione e per i servizi da qui al 2024, ultimo anno del leasing. “Non c’è nessun ‘blocco” da parte di Alitalia – informa la compagnia aerea – ma anzi la piena disponibilità a trovare una soluzione che, nei limiti di quanto consentito ai commissari dalla legge, dia seguito alla decisione del governo di far tornare l’A340 nella piena disponibilità del proprietario, ovvero Etihad”.
Dopo la lettera di Toninelli, nelle settimane passate c’era stata un’intensa trattativa dietro le quinte con gli arabi, nella quale era il ministero degli Esteri guidato da Enzo Moavero aveva preso contatto con l’ambasciatore emiratino a Roma. Ci sono stati più incontri, durante i quali gli arabi hanno accettato l’idea del sostanzioso sconto sul leasing. L’intenzione del governo italiano è contenere la spesa esorbitante che lo Stato deve sopportare per un aereo dai consumi altissimi e ben poco utilizzato, un mezzo che andava ad aggiungersi alla flotta – una decina di aerei – già al servizio del presidente della Repubblica, della presidenza del Consiglio dei ministri e dei ministri.
A volere quel velivolo alla fine del 2015 – si legge nell’introduzione del contratto sottoscritto dalla Difesa con Alitalia – è stata la presidenza del Consiglio dei ministri (cioè il capo del governo di allora, Matteo Renzi) che riteneva necessario disporre di un altro aereo “quadrimotore turbofan a lungo raggio”. La cifra del leasing, però, sembra sproporzionata. Due aerei gemelli di Etihad sono stati venduti sul mercato di Londra al costo di circa 10 milioni di dollari. Solo per otto anni di affitto dell’ “Air Force Renzi” l’Italia ne sta spendendo otto volte di più.