Torna l’Intergruppo per la sussidiarietà (dei soldi ai privati)

Anche se nessuno se n’era accorto, l’Intergruppo parlamentare per la sussidiarietà non c’era più: ora, però, torna con la presidenza di uno dei suoi storici fondatori, Maurizio Lupi, che diede il via a questa simpatica combriccola nel 2003 coi colleghi berlusconiani Angelino Alfano, Gianfranco Blasi, Luigi Casero e Grazia Sestini, più Enrico Letta e Ermete Realacci della Margherita e Pierluigi Bersani dei Ds. All’epoca arrivarono a mettere assieme la bellezza di 242 parlamentari: ad oggi, incontri con le scolaresche e “formazione” a parte, l’unica produzione ufficiale di rilievo dell’organismo è l’istituzione del 5 per mille.

Ma cos’è quest’Intergruppo? Si chiederà il lettore. Difficile da dire: un luogo di “dialogo e incontro”, il cui “contenuto è la sussidiarietà”, recita il nuovo Manifesto presentato al Meeting di Rimini con apposita tavola rotonda coi capigruppo di tutti i partiti (esclusi i 5 Stelle) in cui s’è persino potuto udire Maria Stella Gelmini – sussidiarista pure lei, se Berlusconi consente – temere l’eccesso di leaderismo e la concentrazione dei poteri che portano alla “deriva autoritaria”.

E cos’è questa sussidiarietà? E che c’entra il meeting di Comunione e Liberazione? Le due cose, in realtà, sono per così dire consustanziali: l’Intergruppo nacque su “ispirazione” della Fondazione per la sussidiarietà presieduta da Giorgio Vittadini, leader di Cl e fondatore del suo braccio imprenditoriale, la Compagnia delle Opere. Pure il concetto di “sussidiarietà”, così affascinante da ascoltare nei convegni, è un pilastro dell’associazionismo cattolico di marca don Giussani.

E non solo: la sussidiarietà, anche se pochi lo sanno, è principio costituzionale dal 2001 grazie al nuovo articolo 118, che si chiude così: Stato, Regioni eccetera “favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. In sostanza, il pubblico favorisce l’iniziativa del privato laddove non può o non vuole intervenire: i casi tipici sono il welfare (sanità inclusa) e la scuola.

E qui si capisce già un po’ meglio: a presentare l’evento, per dire, c’era pure Gabriele Toccafondi, ciellino, ex sottosegretario all’Istruzione con Renzi e combattente sul fronte dei soldi alle scuole private, che loro chiamano paritarie. E infatti il Manifesto presentato a Rimini si raccomanda di attuare “finalmente, dopo il riconoscimento della parità giuridica della legge 62/2000, un’effettiva parità scolastica”. Quella dei soldi, appunto.

Il bel concetto della sussidiarietà, nella pratica, è infatti l’esportazione a livello centrale del modello Lombardia: dal “buono scuola” universale da spendere anche nelle private alla sanità. È in quest’ultimo settore che, a fine 2017, è partita la riforma Formigoni-Maroni per la cura dei malati “cronici” che è un po’ un manifesto della “sussidiarietà orizzontale”, come dicono gli appassionati: il malato indica un “gestore”, pubblico o privato non importa, che appunto gestirà la sua cronicità e il relativo pacchetto di prestazioni sanitarie legate alla sua condizione per come elaborato da uno studio della Bocconi (la struttura in cui realizzare esami o altro, ovviamente, è a libera scelta del gestore).

Può sembrare una nicchia, ma i cronici sono il 30% dei malati lombardi e assorbono circa il 70% del Fondo sanitario regionale. Viva la sussidiarietà orizzontale, allora, così cara a Roberto Formigoni, ciellino pure lui e ovviamente membro a suo tempo dell’Intergruppo parlamentare, a cui pure un eccesso di sussidiarietà – quella delle cointeressenze reciproche – non ha portato bene, per così dire.

Infortuni a parte, la marcia della sussidiarietà in salsa ciellina – ma a cui partecipano con gioia cattolici d’ogni tipo, compresi quelli che vanno solo in sacrestia, e agnostici e atei se del caso – prosegue senza sosta e ora ha di nuovo il suo bell’Intergruppo parlamentare: “Cosa ci accomuna?”, si chiede Lupi, forte dell’adesione di oltre 200 parlamentari (compreso qualche grillino “a titolo personale”). “Il Manifesto non è un contratto alternativo di governo – dice –Abbiamo tentato di capire come è possibile costruire un mondo di uomini liberi, felici, protagonisti, capaci di affrontare il futuro”. Come si fa? Con la sussidiarietà, che è concetto circolare: torna sempre a se stessa (e a chi la predica).

Aise e Dis, Salvini licenzia due capi dei servizi segreti

Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha deciso di licenziare due degli uomini al vertice dei servizi segreti: Alessandro Pansa, cioè il capo del Dis, il coordinamento dell’intelligence, e Alberto Manenti, che oggi guida l’Aise, il servizio estero. A giugno il governo Conte ha confermato per un secondo mandato di due anni, non rinnovabile, Mario Parente a capo dell’Aisi, l’intelligence interna.

È una rivoluzione attesa, ma non scontata: subito dopo le elezioni, a marzo, il governo Gentiloni aveva prorogato Pansa e Manenti per un periodo fino a dodici mesi. Entrambi erano in scadenza in primavera. Il compromesso con la nuova maggioranza Lega-M5S, che allora non aveva ancora formato l’esecutivo, prevedeva che, appena ci fosse stato un governo con pieni poteri, Chigi avrebbe potuto avvicendare i capi dell’intelligence. La speranza del Quirinale di Sergio Mattarella era che ci fosse il massimo della continuità: sia per evitare vuoti di potere in un campo così delicato, sia per non dare l’impressione che i nuovi arrivati avessero troppa fretta di occupare tutte le poltrone, incluse quelle politicamente delicate della sicurezza.

Salvini ha indugiato un paio di mesi, e basta. Invece di aspettare la scadenza naturale di aprile 2019, dopo l’estate congederà sia Pansa che Manenti. Non ci sono state rotture esplicite, ma il ministro vuole dare un segnale di cambiamento anche sull’intelligence. Come da rituali interni, Manenti si sta preparando a comunicarlo alla sua struttura prima che arrivi l’informazione ufficiale.

Pansa si era preparato una exit strategy: la fondazione per la cybersecurity, snodo tra gli apparati pubblici della sicurezza e le aziende private, ma la legge istitutiva non è mai passata. Come tutti quelli che hanno scommesso sul settore – vedi l’amico di Renzi, Marco Carrai – è rimasto con una vana speranza. Da prefetto ed ex capo della polizia, a 67 anni, può ambire a un futuro al Consiglio di Stato, tappa prestigiosa di molti funzionari di alto livello prima della pensione (lo stesso percorso di un altro uomo di intelligence, il discusso Nicolò Pollari). Più difficile ricollocarsi per Manenti, 65 anni, militare di carriera con quasi 40 anni di attività nei servizi. In questi anni ha maturato competenze sul settore cruciale dell’immigrazione, in particolare della Libia, improbabile resti disoccupato.

Sono in corso le manovre per la successione. Al Dis potrebbe andare Elisabetta Belloni, segretario generale del ministero degli Esteri da tempo accreditata per un passaggio dal lato intelligence, sarebbe sicuramente più gradita a Mattarella che un profilo di marca leghista. All’Aise ci sono vari vicedirettori: Fabrizio Caputo, nominato a fine 2017 dal governo Gentiloni, viene dalla Guardia di Finanza e non è papabile; Luciano Carta, altro finanziere, punta al comando generale delle Fiamme gialle quando scadrà il mandato di Giorgio Toschi. Resta il generale Giovanni Caravelli, vice direttore dell’Aise dal 2014. Ha tre punti di forza, ha seguito in prima persona la Libia su mandato di Manenti, gode della stima di Matteo Salvini e di Elisabetta Trenta, ministro della Difesa. Caravelli e la Trenta si sono conosciuti quando quest’ultima era capitano della riserva (l’inquadramento temporaneo di alcuni civili nelle forze armate).

Salvini però potrebbe anche non optare per la promozione di Caravelli, e lasciarlo a presidiare la questione libica, indicando alla testa dell’Aise un altro uomo di fiducia. Non ci sono automatismi: la delega ai rapporti con l’intelligence l’ha tenuta il premier Giuseppe Conte, anche se è Salvini a muoversi in piena autonomia nel campo dei servizi con un moderato raccordo col sottosegretario a palazzo Chigi, Giancarlo Giorgetti. Il Consiglio dei ministri può anche revocare i vicedirettori e quindi ha l’occasione di rimescolare un po’ di caselle: rischia il posto per esempio Valerio Blengini, vice dell’Aisi.

Blengini è stato ascoltato come persona informata dei fatti (non indagato) sull’ex capo di Confindustria Sicilia Antonello Montante: secondo un’informativa degli investigatori, Blengini avrebbe cercato di avere informazioni su un co-indagato di Montante tramite il questore di Caltanissetta, di cui era amico da tempo. Blengini, già capo centro dell’Aisi a Firenze, paga anche l’etichetta di antico renziano, dunque poco gradito alla nuova maggioranza.

Zaia con Giorgetti: “A gestire le cose è meglio il privato”

L’ipotesi di nazionalizzare le autostrade non piace a Luca Zaia. Anzi: “A regole invariate, il privato è più efficiente del pubblico”. Lo ha detto ieri il governatore del Veneto, intervenendo sull’eventualità che il governo Conte statalizzi la gestione della rete autostradale. “Le scelte non spettano a me – ha spiegato Zaia – ma il tema della statalizzazione della rete autostradale non mi entusiasma”. E proprio perché con queste regole, secondo il governatore, sono i privati a garantire il miglior servizio, “l’operazione di nazionalizzazione rischierebbe di essere un flop”. Zaia ha anche parlato di “un nuovo patto sociale coi cittadini”: “Sarebbero tante le regole da cambiare, dalle procedure, alla burocrazia, agli stipendi da dare ai manager”. I dubbi del governatore ricalcano quindi quelli del leghista Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio che lunedì, ospite al Meeting di Rimini, aveva frenato sulla statalizzazione: “Non sono molto persuaso che la gestione dello Stato – le parole di Giorgetti – sia di maggiore efficienza”.

“Il Pd riparta senza di noi, amici dei potenti”

Fa autocritica, Gad Lerner. Giornalista, amico di molti industriali dentro e fuori i giornali, poi tra i fondatori del Pd e adesso consapevole che il centrosinistra, per esistere, deve smettere di ragionare come partito degli affari.

Gad Lerner, non crede che la tragedia di Genova abbia evidenziato la stortura dei rapporti tra la sinistra e il tessuto imprenditoriale?

La subalternità del centrosinistra al capitalismo non è certo nuova, semmai ha inizio negli anni ’90, quando i post-comunisti potevano ambire al governo nazionale e in loro si è determinata un’ansia da legittimazione: non mangiamo i bambini, sappiamo stare composti a tavola, garantiremo i vostri interessi. Detto questo non bisogna esser faciloni nell’analisi.

Cioè?

Avviare le privatizzazioni, compresa quella delle autostrade, fu inevitabile, anche se il processo poteva esser gestito meglio se non ci fosse stata quella soggezione nei confronti dei grandi industriali. Ma il tentativo di scaricare addosso al Pd tutta la responsabilità di allora è solo propaganda: anche il centrodestra e lo stesso Salvini hanno avuto un ruolo determinante nel creare la situazione attuale.

I fischi a Maurizio Martina durante i funerali di Stato, però, sono eloquenti.

Quei fischi testimoniano nel modo più umiliante il divario tra il gruppo dirigente di centrosinistra e le classi meno agiate. Dietro alla tragica condizione di isolamento del Pd c’è il tradimento dei vertici, la corruzione di un gruppo dirigente imborghesito, i rapporti di confidenza tenuti col capitalismo senza mai avere il coraggio di combatterne i vizi. A questo si unisce la tentazione, non certa nuova per i settori della popolazione più in difficoltà – basti pensare, pur con le ovvie differenze, agli inizi del fascismo – che il modo migliore per difendersi sia il nazionalismo.

Ma se questo pensiero esiste, non è compito del centrosinistra arginarlo proponendo un’alternativa? Altrimenti le persone cercano risposte altrove.

È così e per questo reputo la mia biografia compromessa. Io da giornalista mi sono occupato a lungo dei lavoratori e dei loro diritti perché ritenevo giusto farlo. Ma sono un borghese benestante, un “radical chic”, l’amico di Carlo De Benedetti. Sono tutte cose vere. Per questo la nuova classe dirigente del centrosinistra non partirà certo da quelli come me. Sarà una lunga traversata nel deserto, faranno la loro parte sindacalisti, militanti della cooperazione, del volontariato sociale, ma non gli stessi che volevano essere uomini di fiducia dei grandi capitalisti e allo stesso tempo riferimento del popolo di sinistra.

Lei riconosce di non poter far parte di questo cambiamento, ma i passi indietro, ai vertici del Pd, non sembrano esser molti.

Al di là della volontà dei singoli, ci sono dati oggettivi – dalla grande depressione della stampa alla crisi senza soluzione del Pd – che volenti o nolenti renderanno inevitabile un ricambio. A differenza di quanto continua a dire Matteo Renzi, mi sembra inverosimile che in pochi mesi il governo Conte sbatta e torni alla grande il centrosinistra. Anzi, in quel caso sarebbe più facile un rafforzamento della destra.

Nel rapporto innaturale tra politica e imprenditori, come valuta il ruolo dei media?

L’eccesso di zelo con cui si è protetta la famiglia Benetton – e cito anche lo spirito acritico con cui era stata valutata l’esperienza di Sergio Marchionne – ha confermato un riflesso automatico dei media a difesa dei grandi imprenditori, che poi spesso sono stati (o sono tutt’ora) nei gruppi editoriali. Durante il mio lavoro ho stabilito amicizie e relazioni con alcuni di questi “intoccabili” e in certi casi conservo buoni rapporti con gli editori, ma questo non mi impedisce di riconoscere la totale assenza di spirito di indagine di questi giorni.

Ecco il prontuario per parlare di Genova in tv senza dir nulla

Malgrado i fatti accertati si presentino con solare evidenza (il crollo di un grande viadotto, le chiare responsabilità della società Autostrade, 43 morti, centinaia di sfollati, Genova squarciata) nei talk televisivi (e più in generale nel dibattito pubblico) si nota, col passare dei giorni, l’emergere di un composto nebbioso di frasi precotte e divagazioni sul tema. Ovvero un saltare di palo in frasca che rende il tutto più impalpabile e dunque più rassicurante. Qui di seguito un piccolo nécessaire pronto per l’uso.

No a processi sommari. Funziona egregiamente come inciso garantista anche per introdurre qualche velata critica alla concessionaria. Frase apprezzata con vigorosi segni del capo dai bravi conduttori come dimostrazione di equilibrio e oggettività, cancella espressioni altrettanto dilatorie come: “Attendere le conclusioni della magistratura” o “la giustizia faccia il suo corso”. Impronunciabili e a rischio incolumità in luoghi affollati.

È stato acceso un faro. Sostituisce l’antiquato: è stato aperto un fascicolo. Modello di nuova generazione efficace come segnale di vigile attenzione (e ammonimento) da parte delle istituzioni. Domanda (populista): quei fascicoli sono stati mai chiusi? E se quei fari restano accesi, chi paga poi?

Occorre un Piano Marshall. Abusato anche a motivo di una certa datata vetustà ( fu promosso dagli Usa nel dopoguerra per la ricostruzione dell’Europa e costò 14 miliardi di dollari del tempo) viene usato nell’intercalare di un periodo ipotetico del terzo tipo. Come per esempio: alla Roma occorre Messi. Oppure: occorre una opposizione credibile. Provocherebbe una pioggia di denaro pubblico sulla Liguria. Evocato dal governatore Toti con un certo languore.

Avviare un piano per la messa in sicurezza. Versione Economy del Piano Marshall ma che porta a casa qualcosa. Un po’ come con la svendita di Poltrone & Sofà.

Era un’altra Lega. Scaricare sulla gestione Bossi tutte le nefandezze del passato che torna. Per capirci, sul modello della bad company di Alitalia. Nel caso in questione Salvini – accusato di aver votato il pessimo salva-Benetton – si declina al plurale: “Sbagliammo”. Un altro sforzo e, come il sobrio grato agli alcolisti anonimi, potrà dire: sono diventato un uomo nuovo.

Ricominciamo dai fischi. Pratica sadomaso proposta dal segretario Pd Maurizio Martina dopo la non amichevole accoglienza ai funerali di Genova. Evidenzia una forte richiesta di espiazione già rappresentata nel partito dopo il flop del referendum (“ricominciamo dal 4 dicembre”) e delle recenti elezioni politiche (“ricominciamo dal 4 marzo”). Pericolosamente vicini al ricominciamo da zero. Sempre preferibile allo spericolato: ritorniamo tra la gente.

Subito una commissione parlamentare d’inchiesta. Pigra proposta di Forza Italia non sapendo bene cosa dire. Nel periodo estivo si porta bene insieme a: il governo riferisca in Parlamento.

Ma lo Stato dov’era? Nella versione più becera un modo per gettare la palla in tribuna (siamo tutti responsabili dunque nessuno lo è, figuriamoci Autostrade). In quella più pensosa un sempreverde richiamo alle responsabilità collettive. Ernesto Galli della Loggia, autorevole studioso della materia, sostiene che l’assenza dello Stato comincia nelle aule scolastiche, con gli alunni stravaccati che non scattano in piedi all’ingresso degli insegnanti. Forse esiste un nesso tra le cattedre malcollocate alla stessa altezza dei banchi e le infrastrutture che vanno in malora.

Infine, meglio evitare espressioni come: grigliata, branzino, Cortina (e comunque mai da usare unite al cognome Benetton).

Manifesto 6×3 contro l’Ilva e le polveri che uccidono

“Quanti altri bambini devono morire affinché l’Ilva possa raggiungere il pareggio di bilancio?”. È la frase che campeggia sul grande manifesto funebre di sei metri per tre, fatto affiggere nel quartiere Tamburi a Taranto da dieci associazioni e singoli cittadini “per denunciare l’emergenza ambientale e sanitaria”. Sarà esposto per 14 giorni consecutivi. Nella parte bassa del manifesto si legge: “No Ilva. Chiusura, bonifiche, reimpiego dei lavoratori, riconversione economica”. Sono le proposte che sintetizzano il pensiero di movimenti e associazioni già esplicitato nella piattaforma “Piano Taranto”. Con questa iniziativa si vuole “richiamare il Governo centrale ad adottare misure a tutela della vita dei tarantini, con particolare riferimento ai bambini sotto costante minaccia da ormai da troppi decenni, e in linea con i dettami della Costituzione”. Altri manifesti analoghi erano stati esposti nei mesi scorsi. Il primo, ideato dal gruppo dei Genitori tarantini, riportava la frase: “Anche i bambini di Taranto vogliono vivere”.

Giovani di Varese spariti a Barcellona dal 16 agosto

Di loro non sihanno più risposte dal 16 agosto, quando alle famiglie avevano detto di essere a Barcellona. Una giovane coppia di Busto Arsizio (Varese), Christian Smeragliolo, 20 anni, e Loren Sartori, 19, erano in viaggio in Spagna. Dalla capitale catalana avrebbero dovuto raggiungere il cammino di Santiago, da percorre in bicicletta. Da allora non hanno più dato notizie. Per questa ragione i familiari hanno presentato una denuncia ai carabinieri e hanno avviato una ricerca su Facebook: “Loren e Christian stanno facendo Il cammino, dal 15 agosto hanno i cellulari spenti, qualcuno li ha visti? Sono in bici”, scrive la madre di Christian sulle community del social network dedicate al pellegrinaggio. “La Farnesina mi ha informata sul fatto che il Consolato generale d’Italia a Barcellona sta seguendo attentamente la vicenda dei due ragazzi e sta fornendo tutta l’assistenza possibile alle famiglie Sartori e Smeragliuolo, arrivate oggi nella città catalana”, scriveva ieri su Facebook la deputata M5s Iolanda Di Stasio. Al momento la polizia spagnola ha escluso il coinvolgimento in incidenti o il fermo.

Inchiesta sulla strage nelle gole del Pollino: “Gite senza regole”

La Procura di Castrovillari ha acquisito la copia del regolamento “Gole sicure” sull’accesso alla gola del Raganello, approvato dal consiglio comunale del comune di Civita, in provincia di Cosenza, a febbraio 2018, ma “non applicabile” come ha spiegato ai cronisti con un certo disappunto il ministro dell’ambiente Sergio Costa, ieri. Il procuratore Capo di Castrovillari Eugenio Facciolla vuole verificare se qualcuno avrebbe potuto o dovuto impedire che decine di persone si avventurassero nelle gole del Raganello lunedì dopo pranzo. C’era allerta meteo gialla, non arancione né rossa, e comunicata solo alle 13 con una mail, però presente da più giorni sulla Calabria. Il magistrato indaga al momento contro ignoti ma si attendono a breve iscrizioni sul registro degli indagati. L’atto (disponibile sul sito del comune) prova quel che è in fondo ovvio: le autorità sanno che migliaia di persone con i tour organizzati a pagamento entrano ogni anno nel torrente. Come? Lo dice chiaro il direttore del Parco del Pollino Giuseppe Melfi: “Non esiste un piano di sicurezza, non esiste un soggetto responsabile, non c’è alcun regolamento per l’accesso al fiume Raganello. All’interno del Parco l’attività è libera, le guide che portano i turisti qui non le autorizziamo noi. È un’attività privata”. Il presidente del Parco Domenico Pappaterra, la butta sulla fatalità: “È stata una bomba d’acqua imprevedibile”.

Quel regolamento, approvato dal consiglio comunale del comune di Civita a febbraio e trasmesso all’Ente Parco, si chiama “Gole sicure” forse perché, con le regole attuali, le gole tanto sicure non sono. Il regolamento vieta l’ingresso ai bambini sotto i dieci anni forse perché le bambine di 9 anni rimaste orfane dopo la tragedia ‘imprevedibile’ lì non dovevano esserci. Il regolamento all’articolo 15 prescriveva però che fosse la Giunta del paese di Civita, guidata dal sindaco Alesandro Tocci, a dover stabilire “l’organizzazione delle attività e dei divieti”. Nell’attesa però 300 persone sono entrate allegramente nella gola a Ferragosto. Senza danni. Fino alla tragedia di lunedì.

Il bilancio della strage è di dieci morti. I tre ventenni pugliesi, dati per dispersi sono stati ritrovati nella prima mattina di ieri. Erano 20 chilometri a nord, ignari che l’Italia intera, anche via Twitter, li stava cercando. È morto Antonio de Rasis, 32 anni. La guida che ha fatto lo sbaglio più grande della sua vita. Un ragazzo d’oro, membro del soccorso alpino, intervenuto anche nella tragedia di Rigopiano. Un esperto di sicurezza sul lavoro, salito in Lombardia con il cugino per lavorare nel settore della chimica. Tornava spesso al suo paese, Cerchiara di Calabria, vicino al Raganello, di cui era un grande conoscitore.

Gianfranco Fumarola, lascia la moglie e tre figli, due dei quali rimasti feriti nel torrente. Con De Rasis c’era nel fiume anche la famiglia Santopaolo. Il padre Antonio, 43 anni, e la moglie Carmela, 40, residenti a Qualiano (Napoli), lasciano due figlie. Chiara, 8 anni, è stata trasportata al Gemelli di Roma mentre la sorellina è illesa. Il comandante della stazione dei Carabinieri di Civita, Giorgio Papaianni, è sceso con i suoi uomini di corsa giù dalla caserma, che affaccia sulla gola del Raganello e ha portato in salvo Chiara e un’altra bambina. “Mi ha detto: ‘forse papà e mamma non sono vivi’. Anche l’altra bambina ha perso la mamma (Maria Immacolata Marrazzo, 42 anni, residente a Ercolano. Il padre e il fratello sono salvi, ndr). Le ragazze – spiega Papaianni – si sono salvate da sole. I genitori non li hanno visti più. La corrente, o qualcuno più in alto di noi, le ha riportate indietro con un gorgo. Erano attaccate ai rami”. Tra le vittime anche una coppia romana: Carlo Maurici, 35 anni e Valentina Venditti, 34.

Se la bomba d’acqua fosse arrivata domenica le vittime sarebbero state molte di più.

La guida esperta di Civita, Emanuele Pisarra, giornalista e blogger, dice: “Il sindaco doveva vietare l’accesso alle gole con queste condizioni. Da giorni ci sono acquazzoni pomeridiani, bisognava fare un’ordinanza di divieto di accesso per avverse condizioni meteo”. Il sindaco Tocci non ci sta: “Il regolamento non è entrato in vigore perché ci sono altri paesi con accesso alle gole, come San Lorenzo Bellizzi e altri. Per questo ho chiesto al Parco del Pollino di creare un tavolo comune. Non si può chiudere l’accesso al Raganello per un’allerta meteo gialla su tutta la Calabria. È stata una situazione straordinaria”.

Certo, se il sindaco avesse vietato in questi giorni di agosto l’accesso, l’agenzia Raganello Tours, con l’ufficio di fronte alle finestre del Municipio, avrebbe perso molti ricavi. “Temo che i cittadini non sarebbero stati dalla sua parte. Il sindaco – spiega sempre Pisarra – è una bravissima persona e magari ha pensato di fare l’interesse della comunità. Siamo 900 abitanti e abbiamo 20 mila visitatori, con 22 bed and breakfast, quattro ristoranti di qualità. Ci voleva da parte sua molta forza per sfidare tutto questo”.

In 15 dentro il furgone. Arrestati due caporali della baraccopoli

Due presunti caporali, un 30enne del Gambia e un 36enne del Mali, sono stati arrestati dai carabinieri dopo un inseguimento nelle campagne di Cerignola (Foggia). Guidavano un furgone con cui, dopo una giornata di lavoro nei campi, portavano altri 15 migranti alla baraccopoli di Borgo Mezzanone. Dopo una corsa di dieci chilometri il furgone è stato fermato e i braccianti sono fuggiti nelle campagne, mentre i presunti caporali sono stati arrestati per resistenza a pubblico ufficiale.

Nel Casertano i controlli anti-caporalato dei carabinieri hanno portato a multe per 650mila euro nell’arco di due mesi. In questo periodo i militari del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Caserta hanno accertato la presenza di 71 braccianti in nero sui 97 scoperti nei comuni dell’agroaversano e del litorale domizio, come Casal di Principe, Villa Literno, Mondragone e Castel Volturno. Undici imprenditori agricoli sono stati denunciati. Ad alimentare la filiera – notano i carabinieri – sono spesso cittadini bulgari, ma anche ucraini e romeni, mentre è scesa molto la presenza di lavoratori di origine africana, passati nella provincia di Foggia.

Cara di Mineo, torna la coop bianca indagata a Roma e processata in Sicilia

È stato tranchant il tweet di ieri di Matteo Salvini sul Cara di Mineo: “Dalle parole ai fatti: meno immigrati, meno sprechi”. Nessun tentennamento sul tema migranti, meno soldi e accoglienza ridota. Parole, però, lontane dai fatti. Le cifre che ha fornito il Viminale, annunciando l’aggiudicazione della nuova gara per la gestione del centro di prima accoglienza nel cuore della Sicilia, indicano un reale risparmio, ma sono il frutto delle scelte compiute dal ministero dell’Interno sotto la gestione di Marco Minniti. Nessuna azione del nuovo governo, nessun taglio ispirato dal leader leghista. I posti disponibili scendono da 3000 a 2400 e la spesa pro capite da 29 a 15 euro. Parametri, questi, che già erano stati indicati nel capitolato di gara pubblicato sulla gazzetta ufficiale il 14 settembre 2017.

La vera novità è però il ritorno di una vecchia conoscenza di Mineo la cooperativa la Cascina Global Service, che si è aggiudicata uno dei quattro lotti. L’ex management del colosso, riconducibile a Comunione e liberazione, è oggi sotto processo a Catania proprio per la gestione passata del centro, terminata con l’inchiesta romana sul “mondo di mezzo”. Dopo l’apertura del fascicolo la cooperativa venne commissariata, per poi tornare alla normale gestione due anni fa, con la possibilità di partecipare ai bandi pubblici, senza nessuna interdittiva.

Lo scorso luglio la commissione di gara ha affidato alla Cascina il secondo lotto per la gestione triennale del Cara, relativo alla fornitura dei pasti per i migranti, vinto grazie ad un ribasso del 20,20%, con un importo finale di 15 milioni di euro. L’intera procedura di gara è stata fin dall’inizio monitorata dall’autorità anticorruzione, che ha preso atto dell’aggiudicazione “senza avanzare alcuna osservazione”.

L’economia – spiegano dal Viminale – è stata ottenuta riducendo alcuni servizi ritenuti non utili per la prima accoglienza, elaborando un capitolato differente rispetto al triennio precedente. La nuova gara prevede in ogni caso i servizi essenziali: l’assistenza sanitaria, la gestione amministrativa, la mediazione culturale, la fornitura dei pasti (parte economicamente più sostanziosa, vinta dalla Cascina), il servizio di informazione sulla protezione internazionale, l’assistenza sociale e psicologica.

Il Cara di Mineo è sempre stato ritenuto il simbolo negativo della politica di accoglienza dei migranti da Matteo Salvini. Il primo maggio 2017 il leader della Lega aveva passato una notte all’interno del centro, definendolo “il più grande centro di carne umana d’Europa”. Quella notte trascorsa nella principale struttura di accoglienza della Sicilia aveva segnato l’inizio della lunga campagna elettorale, tutta giocata contro l’accoglienza.

La nuova gara prevede il mantenimento del Cara di Mineo almeno per i prossimi tre anni. La riduzione del numero di ospiti era già stata prevista lo scorso anno dopo la diminuzione dei flussi degli arrivi dalla Libia sulla rotta del Mediterraneo centrale. “Ora vogliamo accelerare e prevedere il totale e progressivo svuotamento nel più breve tempo possibile”, ha dichiarato Salvini ieri in serata.