C’è un silenzio tombale sulla banchina del porto di Levante di Catania, dove, da più 36 ore, è ferma la nave della Guardia costiera italiana Diciotti, con a bordo 177 naufraghi, migranti e richiedenti asilo salvati a 17 miglia da Lampedusa la scorsa settimana. Il calendario segna sette giorni. Questo è il tempo trascorso a bordo da quando i marinai italiani li hanno salvati dal gommone che imbarcava acqua, con il motore fuori uso. Un tempo infinito, trascorso in buona parte – una settimana piena – fermi davanti ad un porto italiano. Prima Lampedusa, poi, da lunedì sera, Catania.
Pochi i dubbi sul loro status. “Privati della libertà”, senza un provvedimento, una firma di un giudice, un qualsiasi atto legittimo. Non c’è un’accusa nei loro confronti, salvo l’ipotesi – tutta da verificare – di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per gli eventuali scafisti che, come avviene sempre quando c’è uno sbarco è il punto di partenza per le indagini delle Procure siciliane. Ma il caso Diciotti oggi è ben altro.
“Le persone a bordo della nave – ha spiegato ieri il garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale – si trovano in una condizione di privazione della libertà di fatto: senza la possibilità di libero sbarco e senza che tale impossibilità di movimento sia supportata da alcun provvedimento che definisca giuridicamente il loro stato. Ciò potrebbe configurarsi come violazione dell’articolo 13 della Costituzione e dell’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu)”.
Una nuova eventuale accusa per lo Stato italiano davanti alla Corte di Strasburgo è dietro l’angolo. Già il 15 dicembre del 2016, nel caso Khlaifia, i magistrati europei avevano censurato il trattenimento di migranti e richiedenti asilo in un centro di prima identificazione, avvenuto senza nessun provvedimento giurisdizionale. Ma prima della Corte europea potrebbe arrivare la giustizia italiana. Per ora sono due i fascicoli aperti dalla magistratura sul caso. La Procura di Agrigento – la prima ad essere intervenuta, avendo competenza sulle acque nazionali di Lampedusa – ha avviato un’indagine per verificare l’ipotesi di eventuali abusi nel trattenimento dei migranti. Ieri, dopo lo sbarco a Catania, anche gli uffici diretti dal procuratore Carmelo Zuccaro hanno aperto un fascicolo al momento senza ipotesi di reato.
Se a Catania la scena è surreale e silenziosa, a Roma la tensione è palpabile. La questione ha sempre di più un peso politico rilevante. La Diciotti è il caso finito sul tavolo europeo delle trattative per l’accoglienza dei migranti e dei rifugiati. Ieri Matteo Salvini ha ricordato che per quanto riguarda i 450 immigrati sbarcati a luglio a Pozzallo “solo la Francia ha mantenuto l’impegno, accogliendone 47 sui 50 promessi. Gli altri Paesi – Germania, Portogallo, Spagna, Irlanda e Malta – ne hanno accolti zero”, ha ricordato. Una dichiarazione arrivata a mo’ di giustificazione della linea dura, con la forzatura delle regole. Già il Viminale – come ha ricostruito ieri il Fatto quotidiano – ha di fatto stravolto la procedura operativa per la gestione degli sbarchi. Il protocollo, elaborato nel 2015, prevedeva il passaggio della competenza per l’individuazione del porto di arrivo al ministero dell’Interno al fine di “minimizzare i tempi per il trasporto delle persone soccorse”. Quella procedura è stata utilizzata in realtà per fare melina, ritardando le operazioni di sbarco.
Il ruolo del Quirinale per ora rimane sullo sfondo, protetto dalla discrezione. Diverse fonti hanno però confermato la preoccupazione di Sergio Mattarella. L’aut aut arrivato dal leader della Lega – e condiviso dal governo – che chiede la garanzia di redistribuzione dei migranti come condizione per l’autorizzazione allo sbarco sta creando notevoli problemi nella trattativa a livello europeo. Nessun segnale è arrivato ieri dalle diplomazie, mentre la Farnesina, a capo delle trattative per arrivare ad un accordo, è rimasta in assoluto silenzio. L’attuale impasse sta assumendo contorni molto più gravi rispetto al caso simile scoppiato il mese scorso. Il 12 luglio sempre la Diciotti era arrivata davanti al porto di Trapani, senza ottenere l’ok allo sbarco. L’intervento del Quirinale era giunto, in quel caso, dopo otto ore di impasse. Dopo le pressioni di Mattarella il premier Giuseppe Conte diede il via libera allo sbarco dei 67 migranti dalla nave Diciotti che li aveva raccolti quattro giorni prima al largo della Libia. Quei naufraghi erano stati inizialmente salvati dal rimorchiatore Vos Thalassa e poi trasferiti sulla motovedetta militare italiana, dopo le proteste di alcuni migranti che temevano di essere riportati in Libia. Era solo la prima puntata, di una tragica battaglia navale.