Il tifo social e l’avviso di Sky: “Se vero, è fuori da X Factor”

“Ho conosciuto Asia Argento dieci mesi fa. In comune avevamo il dolore di essere state aggredite da Harvey Weinstein. Ho il cuore spezzato. Continuerò il mio lavoro in nome di tutte le vittime”. A siglare la prima incrinatura al muro già non troppo compatto del #MeToo dopo l’articolo che ha travolto Asia Argento, è Rose McGowan, attrice americana e altro volto delle accuse di molestie contro il produttore cinematografico. Anche se l’autrice di #Brave quasi subito mette le mani avanti con un secondo tweet in cui, in risposta alla pioggia di messaggi contro l’attrice italiana chiarisce: “Nessuno di noi può conoscere la verità. Sono certa che ne sapremo di più”.

Ma non è certo così pacato il tono generale dei commentatori social. Se infatti la “questione degli abusi” sembrava placata dopo la discussa archiviazione delle denunce a carico di Fausto Brizzi lo scorso 31 luglio, quanto accaduto rinnesca il tifo. Già, perché ogni sforzo del #MeToo – di cui la Argento è stata ed è una delle massime portavoci – ma anche del nostro Dissenso Comune – nei confronti del quale invece Asia ha sempre preso le distanze per mancanza di coraggio nel fare i nomi – potrebbe vanificarsi. I social media gridano con una chiarezza cristallina, basta scorrere Twitter per trovare reazioni scomposte, sia dal di qua che al di là dell’Atlantico. “Con il nuovo caso Asia Argento crollerà l’intero #MeToo perché sappiamo già che verrà usato questo unico caso per screditare tutte le molestie sessuali. Detto ciò il ragazzo ha fatto bene a denunciare, Asia Argento ha sbagliato e basta” è uno dei commenti più espliciti sul fronte italiano a cui segue “I media non la perdoneranno” ma anche “Alcuni non vedevano l’ora che arrivasse una notizia del genere per screditare tutto”. Mentre c’è chi pensa che “sarebbe un errore far crollare il movimento che denuncia gli abusi sessuali” perché “esistono migliaia di donne non vip che grazie a #MeToo hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto”. C’è anche chi si scaglia con insulti all’indirizzo dell’attrice e regista romana. Qualcuno, ed è una donna, tuona impietosa: “Come nella vita reale, Twitter dovrebbe avere il simbolo di un Sexual Offender davanti a dei profili come quello di Asia Argento. Il mondo intero dovrebbe essere avvertito della tua ninfomania” mentre c’è chi approfitta per riesumare la “questione Kevin Spacey” il quale “fece letteralmente la stessa cosa e fu metaforicamente bruciato al rogo. Con Asia Argento invece si farà di tutto per andare oltre”. “Invece dovrebbe essere trattata esattamente come gli uomini da lei stessa accusati” reagisce un utente raccogliendo parecchi consensi rispetto a un sentimento che sembra prevalere, almeno nelle prime ore di luce sulla East coast.

E il tono si fa greve soprattutto tra i commentatori dei tweet incriminati: c’è chi prendendo spunto dalla bellezza di Jimmy Bennett addirittura si congratula con Asia Argento per la “scelta”, chi non perde occasione per rinfacciarle di “aver rovinato la vita del ragazzo nello stesso modo in cui dice che Weinstein ha rovinato la sua”. Ma, come spesso accade, il “tifo” investe lo stesso Bennett con commenti che vanno dal riproporre il “se l’è cercata” a “farà carriera grazie a questa notizia” e travolge anche i politici. Da Matteo Salvini: “Questa è la ‘signora’ che mi insultava ogni due minuti, e mi ha dato del razzista e della m…a? Mamma mia che tristezza..” a Vittorio Sgarbi: “#MeToo Asia Argento? Una Weinstein in gonnella”. E infine c’è anche chi si chiede – come Selvaggia Lucarelli – “se la sanzione morale vale per tutti, Asia Argento viene segata da X Factor”. La risposta dell’emittente di Murdoch non si fa attendere, e pur precisando di non aver scelto l’attrice come giudice per il suo impegno nel #MeToo ma “per le sue competenze musicali” chiarisce che “se quanto scrive oggi il New York Times fosse confermato, questa vicenda sarebbe del tutto incompatibile con i principi etici e i valori di Sky e dunque – in pieno accordo con FremantleMedia – non potremmo che prenderne atto e interrompere la collaborazione con Asia Argento”.

#SheToo? “Asia pagò per l’abuso a Bennett”

Vittime e carnefici, accuse esplicite e rivelazioni anonime, accordi legali e ingenti risarcimenti. È l’ennesimo capitolo del #MeToo – il movimento contro gli abusi sessuali – che non è andato in vacanza come sembrava, anzi, riemerge dalle pagine del New York Times per travolgere in prima persona colei che con le accuse di molestie al produttore Harvey Weinstein l’ha alimentato, Asia Argento. La regista e attrice, infatti, – a quanto riporta il Nyt – mesi fa avrebbe accordato la somma di 380mila dollari per risarcire – e mettere a tacere – il giovane attore e rocker Jimmy Bennett che l’accusava di averlo molestato sessualmente cinque anni fa in una camera d’albergo californiano quando aveva 17 anni. “‘L’età del consenso’ in quello stato fissata a 18”.

Oggi Bennett, che di anni ne ha 22, pare sia ancora “profondamente provato da quei fatti” che avrebbero seriamente “compromesso la sua salute mentale”, motivo che lo avrebbe spinto alle dolenti rivelazioni. Perché il ragazzo potesse “stare meglio” l’attrice avrebbe deciso di stringere con lui un accordo versandogli una prima tranche di denaro pari a 200mila dollari lo scorso aprile che poi integrerà per la restante cifra totale di 380mila dollari. “Niente accordo di riservatezza”, chiarisce l’avvocato dell’attore, che non è previsto dalla legge californiana. L’unico divieto è all’utilizzo delle foto, di cui Asia Argento possiede il copyright e che l’attrice non ha mai rimosso dai social network dai quali sono iniziate a emergere non appena uscita la rivelazione del giornale. E sono state proprio quelle immagini, “rimaste fuori dell’accordo così come previsto dalla legge californiana” – come spiega l’avvocato del giovane attore al Nyt, a illuminare l’accaduto, se non bastasse la conferma ricevuta dal quotidiano da parte di alcuni parenti dell’attore. Il ragazzo, infatti, era già prima una conoscenza di lunga data dell’attrice italiana, avendo per lei recitato nel 2004 nel suo Ingannevole è il cuore più di ogni cosa nel ruolo di suo figlio, e stando ai social, i contatti fra i due non sono mai definitivamente cessati, anzi, avrebbero subito una “trasformazione”, come rivelato dalla stessa Asia Argento in un tweet datato 9 maggio 2013 in cui rivela l’attesa del suo “da lungo tempo perduto figlio” nella camera d’albergo. “Piango, sudo, cammino avanti e indietro, tremo. Sono viva”, scrive Asia nel commento alla foto di un foglietto sul quale compare la data (9.5.13) e il nome “Jimmy” con un cuore frecciato. Dal ragazzo arrivava una risposta “I am almost there” (“sono quasi lì”)”.

Sarebbe proprio in quella stanza, secondo il New York Times che Argento avrebbe abusato dell’attore minorenne. “Bennett, che ha una condizione agli occhi che gli impedisce di guidare, arrivò nella camera d’albergo di Argento con un parente – secondo quanto si legge nei documenti –. L’attrice chiese a questa persona di andarsene così da poter stare da sola con Bennett. Poi gli diede da bere alcolici e gli mostrò una serie di appunti che aveva scritto. Poi lo baciò, lo spinse sul letto, gli tolse i pantaloni e praticò sesso orale su di lui. Infine si arrampicò sopra il ragazzo e i due ebbero rapporti sessuali. Poi gli chiese di scattare una serie di foto. Più tardi, quel giorno lei postò un primo piano dei loro volti su Instagram con la didascalia, “Il giorno più felice della mia vita reunion con @jimmymbennett xox”, aggiungendo “Jimmy sarà nel mio prossimo film”. Poi “i due pranzarono e Bennett si diresse a casa nella contea di Orange, dove viveva con i suoi genitori mentre veniva portato a casa, iniziò a sentirsi estremamente confuso, mortificato e disgustato”. Salvo poi, un mese dopo, l’8 giugno, inviare all’attrice un messaggio su Twitter, “Miss you momma !!!!” con la foto di un braccialetto con un’incisione che lei gli aveva regalato per ricordare il film. Ora entrambi tacciono.

Albertone il veneziano in gondola con Nino

Stando a un celebre aforisma attribuito per errore a Benjamin Franklin – e pronunciato in realtà dal commediografo britannico Christopher Bullock – al mondo non si può star certi che della morte e delle tasse. Fosse vissuto nel secolo scorso, Bullock avrebbe forse inserito nella categoria anche il fatto di veder sempre recitare Alberto Sordi in quel suo romanesco preso dalla vita reale e portato pari pari in scena. Ora sboccato ora elegante, ora burlone ora aristocratico, ma pur sempre romanesco, ché si fa fatica anche solo a pensarlo, Alberto Sordi, diverso da così.

E invece nel 1958 l’Albertone ce lo ritroviamo gondoliere e veneziano, per altro assieme all’altro romano (d’adozione) Nino Manfredi, a conquistar turiste remo in mano e marinara a righe indosso giù per Canal Grande. Venezia, la luna e tu è un paradosso riuscito, perché il Sordi veneziano funziona anche quando sgangherato – a un certo punto si lascia pure andare un liberatorio “Ma te ne voi annà?”, quasi a metter a proprio agio lo spaesato spettatore – e la storia, commedia estiva senza troppe pretese, sopravvive nel suo successo pure a sessant’anni dall’uscita. Merito di Sordi, appunto, di Manfredi e di un Dino Risi ancora a inizio carriera.

E che importa se la trama è vista e ri-vista: Bepi (l’Albertone) è promesso sposo di Nina (Marisa Allasio) ma rovina tutto per colpa di qualche equivoco e dell’avvenenza di due fanciulle americane di passaggio nella sua gondola. Tra i due fidanzati si infila Toni (Manfredi), innamorato della Nina ma privo del fascino di Bepi, che infatti nell’inevitabile lieto fine salva il matrimonio mettendo per sempre in soffitta avventure occasionali (le sue) e esperimenti in veneziano (di Sordi).

Anche i pinguini, nel loro piccolo, si fanno le corna. Poi formano famiglie allargate

Chi lo dirà a tutti i paladini della famiglia naturale, leghisti, pro-life, popolo del Family Day? E pure ai produttori del Kinder Pinguì, animale scelto, forse, anche per la sua nota monogamia, che ne faceva un testimonial perfetto della famiglia da pubblicità, dove i figli sono sempre cloni pastello-vestiti dei genitori? La notizia viene dal Living Planet Aquarium di Salt Lake City, nello Utah. Osservando i movimenti di alcuni pinguini, i ricercatori hanno scoperto, attraverso il test di paternità, che due su 19 erano allevati da una coppia, ma biologicamente figli di un’altra.

I protagonisti si chiamano Roto e Copper e Coco e Gossamer, amabili vicini di casa. Roto è il padre biologico di due figli di Coco, che pure è stato protagonista di varie scappatelle. Proprio come un’altra femmina, che è finita nel letto di due maschi sposatissimi. La cosa non avrebbe allarmato gli esperti – “Possiamo dire che anche i pinguini sono umani”, ha scherzato il biologo Eric Domyan – se non fosse che questi pinguini fanno parte di un programma di controllo genetico per evitare endogamia e proteggere queste specie dal rischio estinzione.

Lo stesso rischio, ma per altre ragioni, lo corriamo pure nel nostro paese, dove il 10-15% dei bambini nasce da un tradimento, a dimostrazione che alla famiglia naturale non crede più nessuno (neanche il Papa). Solo che dovremmo fare l’inverso dell’acquario statunitense. Invece di correre a comprare on line il “kit del dubbio”, per sapere se si è davvero padri dei propri figli, dovremmo fregarcene ancor più dello scollamento tra biologia e paternità. Perché alla fine un bambino è un bambino. E un pinguino un pinguino.

C’è vita nel triangolo della morte di Priolo: cento tartarughine

Sembrerebbe che nell’eterno contendere, bene e male, vinca sempre la vita. Prendiamone atto. Così succedono i miracoli, in un giorno d’agosto, l’11 per l’esattezza. I miracoli succedono in una spiaggia siciliana, la spiaggia di Priolo Gargallo (Siracusa). Il sole brucia, il cielo è gravido di umidità e alterna nubi e gas dalle ciminiere che si librano in cielo, di fronte la rada: il petrolchimico da una parte, il terrore; dall’altra la riserva delle saline; in mezzo la rena. Eppure, come in un battito di ciglia, nella stessa simultaneità, mentre esalano gli orrori dalle fabbriche e più in là i pesci avvelenati perlustrano i fondali nelle deformità (due gobbe, due lische, creature storpiate dall’inquinamento), in un paesaggio isterico e meraviglioso insieme, sgusciano sulle dune dorate centinaia e centinaia e centinaia di tartarughine, le preziose Caretta-Caretta. Le uniche tartarughine endogene delle nostre coste, rarissimi esemplari, che scelgono la spiaggia di Priolo. Proprio quella che fu un simbolo di distruzione, incoscienza, sottrazione di bellezza e rastrellamenti.

Quello era il litorale di pescatori, lussureggiante e immacolato, che il Polo Petrolchimico ridusse a una montagna di ruderi, disabitato per decenni, oltraggiato da quel che divenne poi il cosiddetto triangolo della morte (l’Ilva siciliano, per capirci). Le tartarughine vogliono nascere nei luoghi dell’oltraggio, dove prima c’era morte e devastazione, loro hanno portato il guscio della speranza, schiudendosi hanno contaminato di vita tutto intorno il paesaggio, un tempo luttuoso, e ogni dettaglio ai curiosi, agli astanti, è parso risorgere, brillare, come i gigli selvatici sui costoni, lungo la strada. Le tartarughine procedevano incerte, come i neonati, devono finire in mare. Sono appena nate e si sono guadagnate l’attenzione dovuta, il Wwf e altre associazioni ambientaliste hanno già provveduto a recintare il luogo della nascita. Adesso i volontari insegneranno alle neonate creaturine come proseguire, finire in mare. Il mare che non sarà una tomba, un segreto, il buio, dove nascondere un crimine. Non reflui tossici, non mercurio. Non stavolta.

Stavolta sarà una figliolanza testarda a finire nelle acque della costa di Priolo. La nidificazione deve essere avvenuta 60 giorni prima, come ci conferma Fabio Cilea, direttore della Riserva Saline di Priolo. C’è un viaggio verso il mare che bisogna affrontare, intorno alla recinzione sorvegliano gli uomini dei Carabinieri. Non c’è alcun dramma in corso però. Infatti sono in tanti a sorridere. Un viaggio in mare che non equivale a un naufragio. E anche questo è un miracolo. E se proprio vogliamo connotare la nascita di altri significati simbolici: è un guardare avanti, non temere le mete lontane, affrontarle con coraggio, gioiosamente come vere tartarughine. Indizi di bellezza ovunque, gigli selvatici sui costoni della medesima rena: un fenicottero rosa, al centro dell’isolotto, oltre il quale si annunciano pontili e petroliere. La spiaggia di Priolo Gargallo è forse la spiaggia della resistenza, laddove tutto doveva essere inanimato, consumato, finito, torna a disturbare con incoscienza la meraviglia, il palpito. Centinaia di carapaci in marcia. Un fenicottero rosa sulla zatterina, in mezzo al mare, che guarda a una delicata concitazione.

Dove sono spariti gli uomini, i pescatori, le reti, la chiesa, le agavi, i rovi di bouganville, in luogo dei Silos e dell’ottenebramento, oggi ci sono le tartarughine. Il loro manifesto ardimentoso, cioè la loro stessa nascita. E ne sono nate ancora, cinquanta affiorano simili a narcisi sulle spiagge mondane dell’isola d’Elba, due giorni fa, altre nove contemporaneamente ne nascono a Torre Chianca nel Salento. Prendiamolo come un auspicio, è il migliore che abbiamo.

La pazienza di Gasparino e il frastuono della città

Gaspare Intorcia – detto Gasparino, per via della non ambiziosa statura e pure per una certa inclinazione mite del carattere – era andato in pensione da un paio di mesi. Settimane che aveva trascorso sistemando la casa in cui era stato “trasferito” dal figlio – e dalla nuora – per far posto a loro nella casa più grande – di proprietà – dove lui, la sua povera moglie Lina e Luca avevano abitato per tanti anni. Gli avevano anche “preso in prestito” la macchina, perché a loro, con i bambini che si facevano grandi, due automobili “servivano come il pane”. “Adesso che Matteo e Andrea vanno a calcio, Giovanna ha bisogno di una macchina sua”, aveva detto Luca. Poi non era un regalo, era solo un prestito.

Si chiami come si chiami, il risultato era che a Gasparino, dopo una vita trascorsa alla pressa in fonderia, importava poco. Desiderava solo una cosa: silenzio. Il paradiso se lo immaginava come un posto tranquillo dove poteva giocare a briscola con Gino, il più taciturno – e il più sfortunato alle carte – tra i suoi amici, e accarezzare sulla testa la Lina. Purtroppo il nuovo appartamento aveva pareti che parevano fatte di carta velina e i vicini di pianerottolo, i Gimondi, si erano assunti il gravoso incarico di invertire da soli il trend demografico: avevano cinque bambini dotati, tutti, di prodigiose ugole e altrettanto sorprendenti apparati lacrimali. Quelli di sopra avevano un figlio adolescente e artista; non pittore, non scrittore e manco fotografo: aveva la passione per la musica, Giovannino, in arte Jo. E no, non suonava il flauto o il pianoforte, bensì una più moderna batteria che, credeva l’illuso giovanotto, avrebbe fatto dimenticare alle ragazze un’acne piuttosto vivace. Per le povere orecchie di Gasparino era la sistemazione peggiore del mondo. Ma l’affitto costava poco e si trovava abbastanza vicino a Luca per andare a piedi quando doveva tenere i bambini. Quella domenica però non aveva impegni, visto che figlio, nuora e nipoti erano al campeggio. I Gimondi non erano in vacanza e la giornata di Gasparino era cominciata con una furibonda lite tra le due pesti maggiori. Sospirando si era alzato ed era andato in cucina a farsi il caffè. “Tra poco andranno fuori, è domenica, è agosto e non staranno mica in casa tutto il giorno”, pensò mentre inzuppava i biscotti del discount. Invece no. Alle 11 parve chiaro che i Gimondi non sarebbero usciti: il figlio piccolo aveva la febbre, le due grandi erano in punizione, presumibilmente per aver travolto, durante la lite, l’unico soprammobile di qualche pregio della casa. Alle due anche la batteria si unì alla sinfonia e Gasparino decise di andar fuori. Faceva un caldo tremendo, un caldo appiccicoso di afa e miseria, troppo per uscire. Ma lì, in quell’orgia di decibel assordanti, non poteva più resistere. Voleva tanto fare un bagno, la sua nuova casa disponeva solo di un’angusta doccia. Un pensiero felice gli attraversò la mente: una piscina! Andò a cercare un costume e un paio di ciabatte: trovò tutto in fondo a un cassetto, financo un seggiolino da campeggio risalente all’epoca del Meublé Maria, la pensione a Gatteo Mare dove andava in vacanza con la famiglia.

La fermata del 58 non era lontana e per fortuna aveva una pensilina sotto un albero che faceva ombra. Sulla panchina c’era una ragazza molto elegante. Il display avvisava che il tempo d’attesa era dodici minuti, perciò anche Gasparino si andò ad accomodare sul seggiolino, sperando di aver messo il deodorante. La signorina, trascorsi un paio di minuti, si attaccò al telefono. Da principio lei si limitò quasi solo ad ascoltare, poi all’improvviso Gasparino sentì anche le parole dell’altra persona.

“Mi hai rotto le palle, capito?” (lei).

“TU dici un sacco di palle, ieri sera non eri con Giada! Giada era con il suo fidanzato. Adesso dove sei? Sei stata spenta fino a cinque minuti fa” (lui, urlando).

“Sono in centro a fare spese” disse lei, incurante del fatto che Gasparino, seduto lì accanto, in una strada dell’estrema periferia, poteva smentire l’affermazione. Le urla aumentarono, e insieme le bugie. Gasparino, maledicendo il vivavoce pur non sapendo nominarlo, a sette minuti dal sospirato arrivo del 58 si alzò dalla panchina. Si allontanò per non ascoltare; poco dopo, mentre stava ritornando, vide l’autobus che stava andando via. Intanto che sospirava perché bestemmiare non gli piaceva proprio, passò di lì il proprietario del bar tabacchi ricevitoria “Da Giuseppe”.

“Dove vai con questo caldo? Vuoi un passaggio fino alla metropolitana?”.

Gasparino saltò su tutto felice, almeno finché al semaforo Giuseppe non disse “Ti spiace se faccio una telefonata?”, e infilandosi l’auricolare, senza aspettare la risposta, si mise a parlare. La metro, pensò Gasparino, sarà freschissima. E in effetti lo era. Tanto che fece passare due treni prima di decidersi a salire in un vagone meravigliosamente deserto. Poi cominciò a riempirsi finché, a un certo punto, un rumore fortissimo che sembrava un violino, perché in effetti lo era, risuonò nella carrozza. Era un musicista di strada, giovanissimo e male in arnese, a cui Gasparino non ebbe cuore di negare 50 centesimi. Dalla fermata alla piscina c’erano cinque minuti, trascorsi i quali fu costretto a constatare che la vecchia piscina comunale era diventata una moderna e chiassosa disco-pool e che per entrare ci volevano ben 25 euro. Lì davanti però c’era un parco e lui sognò subito una panchetta, dove leggere il giornale che aveva comprato all’edicola della metropolitana. La trovò e per mezz’ora si udirono solo uccellini. Finché un gruppo di ragazzini con un gigantesco stereo decise di aggiornare Gasparino sulle ultime novità musicali. Cambiò panchina, ma restò solo per poco: una signora straniera si accomodò accanto a lui per visionare un lungo filmato sul telefonino (non era cinema muto). Anche la pressoché infinita pazienza di Gasparino svanì.

“Linetta mia come t’invidio. Tu sì che stai in pace. Adesso, se permetti, ti faccio un poco di compagnia e ti leggo il giornale”. Gasparino prese dalla borsa il seggiolino, si mise comodo e finalmente riuscì a leggere il suo giornale. Attorno, tutti i defunti del cimitero ascoltavano attentissimi.

Weah presidente premia Wenger e LeRoy: lo fecero giocare in Francia

Il presidente della Liberia George Weah assegnerà la massima onoreficenza del paese ad Arsene Wenger e Claude LeRoy, i due allenatori francesi che lo hanno lanciato nel calcio internazionale. “Arsene ed io saremo decorati con la più alta onorificenza del paese il 24 agosto a Monrovia”, ha rivelato Le Roy all’AFP lunedì. LeRoy ha incontrato il giovane Weah mentre allenava il Camerun. “Aveva firmato con il Tonnerre Yaounde e venne ad allenarsi con la nazionale camerunense nonostante fosse un liberiano – ricorda l’attuale ct del Togo -. Rimasi abbagliato dal suo talento e chiamai subito Arsene”. Wenger portò in Francia Weah nel 1988 ingaggiandolo per il suo Monaco.

Morales e Mujica, si fa presto a dire “sinistra”

Il contrasto non potrebbe essere più evidente. Da una parte, in Bolivia, Evo Morales – primo presidente “indio” in Sudamerica e leader amato dalla sinistra radicale mondiale, almeno finora – ha inaugurato un sontuoso palazzo presidenziale a La Paz, accompagnato da polemiche e indignazione. Dall’altra, nel non lontano Uruguay, l’ex presidente “povero” Pepe Mujica ha rassegnato le dimissioni da senatore, rinunciando perfino al vitalizio.

La nuova torre di vetro che domina l’antico centro coloniale della capitale boliviana ha tutte le carte in regola per far discutere. Costata 34 milioni di dollari, ha 29 piani e misura 120 metri d’altezza – svettando nettamente al di sopra del Palacio Quemado, la vecchia residenza presidenziale costruita dagli spagnoli, così chiamata perché divorata dal fuoco (e poi) ricostruita) a fine ‘800.

Secondo il quotidiano Pagina Siete, nella nuova residenza sarebbero riservati al presidente due piani interi: la suite misura più di 1.000 metri quadri ed è equipaggiata di sauna, palestra privata e vasca jacuzzi. In un Paese tra i meno prosperi del Sudamerica, dove circa il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, un segnale quantomeno discutibile. Poco conta aver ribattezzato la residenza Casa Grande del Pueblo né aver adornato il palazzo di murales in stile socialismo, insieme con simboli cari agli indios come la croce andina, tanto cari alla narrazione di Morales. Il nuovo edificio che a detta del presidente dovrebbe rinnovare l’immagine del Paese spazzando via la memoria del colonialismo, è diventato il punto focale della contestazione al potere.

In sella da 12 anni, “Evo l’eterno” – come qualcuno comincia a chiamarlo – ha già espresso l’intenzione di ricandidarsi per un quarto mandato nel 2019, nonostante i cittadini si siano espressi in senso contrario con un referendum.

Già prima dell’inaugurazione della Casa del Pueblo, avvenuta dieci giorni fa tra le proteste di piazza, il leader dell’opposizione Samuel Doria aveva parlato di “enorme spreco” di denaro pubblico e perfino il cardinale Toribio Ticona aveva denunciato l’inutile lusso del palazzo di Evo. “Morales vuole rendersi immortale attraverso una struttura anti-estetica e anche anti-etica”, ha detto al britannico The Guardian l’analista politico Carlos Toranzo. La Paz, fa notare, non ha neppure una struttura sanitaria pubblica degna di questo nome, figuriamoci poi se ha bisogno di una reggia per celebrare il potere di Morales.

Tutto il contrario di Pepe Mujica, già presidente dell’Uruguay tra il 2010 e il 2015 e ora senatore. In coerenza con l’elogio della modestia in politica che lo ha reso famoso e amato nel mondo, Mujica ha lasciato l’incarico al Senato la scorsa settimana annunciando il lungo viaggio che lo impegnerà nei prossimi mesi, e ha rinunciato volontariamente al trattamento pensionistico speciale riservato ai suoi colleghi. “Continuerò a battermi per le mie idee”, ha dichiarato.

La Grecia spezzata ora è libera, anzi no: avanti fino al 2060

La situazione è questa. Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, ha twittato le sue congratulazioni alla Grecia per l’uscita, ieri, dal programma di assistenza finanziaria della Troika: “Grazie a grandi sforzi e alla solidarietà europea ce l’avete fatta”. E persino un economista famoso, compassato e molto europeista come Paul De Grauwe è sbottato: “Non usare la parola solidarietà. Non c’è stata alcuna solidarietà europea solo il desiderio di punire i greci per i loro errori”. Eppure, il racconto del “giorno storico” in cui Atene può “camminare sulle sue gambe”, col Paese che “è tornato a crescere”, è stato celebrato con una retorica appena velata dall’imbarazzo: “Ci sono state decisioni imperfette, chiamiamoli anche degli errori”, ha concesso il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici, ma “gli sforzi fatti pagano”.

Difficile da sostenere. Il Fondo monetario internazionale – membro della Troika dei creditori insieme a Ue e Bce – ha pubblicato il 31 luglio un report in cui spiega che quella greca è la peggiore recessione in tempo di pace mai vista: per intensità è come quella del 1929, ma molto, molto, molto più lunga. E questo soprattutto per gli errori di cui parla Moscovici: già nel 2013 lo stesso Fmi aveva ammesso che erano stati “sottovalutati” gli effetti recessivi dell’austerità imposta ad Atene e quindi si sapeva quanto il programma fosse controproducente anche per i creditori. Eppure è andato avanti lo stesso.

Fra qualche anno ci diranno che avevano sottovalutato anche gli effetti dell’austerità che la Grecia dovrà fare nei prossimi anni: in cambio dell’ultima tranche di “aiuti” (cioè prestiti) e l’allungamento dal 2022 al 2032 delle scadenze per ripagare i 110 miliardi avuti dal fondo salva-Stati (ma non il taglio nominale del debito necessario secondo il Fondo monetario), il governo Tsipras s’è infatti impegnato ad approvare le ultime 88 misure chieste dai creditori, a rimanere sotto tutela trimestrale per cinque anni e, soprattutto, a chiudere il bilancio con un avanzo primario (la differenza tra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi sul debito) del 3,5% fino al 2022 e del 2,2% in media dal 2023 al 2060: tecnicamente si prendono soldi ai cittadini per darli ai creditori internazionali per i prossimi 42 anni. Un suicidio, ma anche un obiettivo che tutti danno per scontato essere impossibile: lo stesso Fmi ritiene difficile mantenere un avanzo primario persino all’1,5%. Questo significa che prima o poi i creditori dovranno tagliare il debito di Atene: la quota italiana è pari a 40 miliardi.

Non torneremo oggi su fatti noti e che abbiamo raccontato mille volte: la crisi greca nata non nel settore pubblico, ma dagli squilibri di bilancia dei pagamenti nel settore privato esplosi quando i capitali scapparono a seguito della crisi dei mutui subprime (lo ha spiegato anche la Bce); la bomba innescata sul lungomare di Deauville nel 2010, quando Angela Merkel e Nicolas Sarkozy spiegarono che la Banca centrale europea non garantiva per gli Stati membri in modo che tutti, Italia in testa, si dessero una regolata; la prima mega-rata di “aiuti” finita quasi per intero alle banche tedesche e francesi, esposte nel Paese per circa 90 miliardi; il governo dei creditori che prende possesso del Paese imponendogli una quota di “sacrifici” insopportabile e centinaia di norme dettate dalle grandi imprese internazionali che poi si sono comprate la Grecia a pezzi; il balletto del 2015 quando la Troika strozzò il Paese finché il governo “radicale” di Alexis Tsipras fu costretto a smentire in pochi giorni un referendum popolare contro l’austerità.

E poi c’è il presente. Com’è il Paese che “cammina sulle sue gambe” e “torna sui mercati”? Anche di questo abbiamo già scritto, perché non c’è niente di segreto in quella tragedia morale che è il “salvataggio” della Grecia: il selvaggio esperimento sociale lungo otto anni ha cancellato ogni ricordo dei diritti del lavoro e della presenza dello Stato nell’economia; il patrimonio pubblico è stato svenduto al miglior offerente (estero); il Prodotto interno lordo (Pil) è ancora di oltre il 35% più basso di quello del 2008 (Fmi); la disoccupazione ancora attorno al 20% nonostante l’emigrazione abbia ridotto di un terzo (un’enormità) le forze di lavoro; il potere d’acquisto è crollato del 28,3% in dieci anni; le famiglie che vivono in estrema povertà sono il 21% (Eurostat), il doppio di otto anni fa; la mortalità infantile è salita del 26% (London Imperial College); le pensioni sono state tagliate del 14% e a inizio 2019 arriverà l’ennesima sforbiciata, la quattordicesima; il debito pubblico è passato dal 109% del Pil del 2008 al 180% attuale. Ecco, adesso si può apprezzare appieno quanto sia “storico” il giorno che è appena trascorso.

Violenze in casa, il silenzio delle innocenti

Se sanguini per le botte, ma non ti ha spezzato nemmeno un osso, donna, tuo marito non ti ha fatto veramente male.

Se ti picchia solo una volta l’anno, non lo puoi chiamare davvero abuso. Questo dice la legge russa che depenalizza le violenze domestiche: Putin l’ha firmata nel febbraio 2017 dopo che è stata approvata da 380 deputati alla Duma.

Se picchia la moglie o la fidanzata, ma non rompe nessun arto, l’uomo può decidere: 15 giorni in prigione o 30 mila rubli di multa (400 euro). A volte sono le stesse donne minacciate a pagare e i mariti tornano a casa. Questo nuovo decreto del Cremlino ricorda un antichissimo proverbio slavo che le ragazze da Mosca a Vladivostok si tramandano tristi da generazioni: b’et snacit ljubit, se ti picchia vuol dire che ti ama.

In Russia muoiono circa 12 mila donne l’anno per mano di quelli che dicono di amarle, denuncia Human Right Watch, ma, aggiunge Foreign Policy, il numero reale è più alto. Con la nuova legge non è la violenza ad essere diminuita, solo l’impunità ad essere aumentata: le denunce si sono dimezzate, nel 2017 sono state oltre 36 mila, nel 2016 erano state 65 mila. Sarebbero 16 milioni le donne abusate, ma solo il 10% lo ammette, secondo Domesticviolence.ru. I nipoti dei sovietici, che per primi diedero alle donne diritto di voto e aborto nel 1917, oggi navigano tra machismo diffuso, misoginia endemica e molto sangue versato da innocenti.

A gennaio scorso Tatiana Strakhova è stata violentata e pugnalata a morte dal suo ex, Artem Iskhakov, 19 anni. Dopo aver mangiato un panino, Artem ha stuprato di nuovo il suo cadavere e ha scritto una lettera per confessare: “Ero geloso, questo era quello che volevo”. Poi si è impiccato. A febbraio è toccato a Diana Shurygina: ha denunciato di essere stata stuprata da Serghey ad una festa.

“Ma quanto avevi bevuto quella sera?”, le hanno chiesto durante una trasmissione televisiva: la ragazza ha mostrato con due dita la quantità di vodka assunta ed è subito diventata un meme sui social, bersaglio di insulti. Perfino Burger King Russia ha usato la sua immagine per sbeffeggiarla e pubblicizzare il nuovo panino. Ora gli utenti sono divisi in tifoserie: per 25 mila Serghey non ha colpa, per 10 mila Tatiana è la vittima.

Il 27 luglio, Mikhail Khachaturyan è stato pugnalato nei sobborghi di Mosca dalle sue tre figlie. Maria, Kristina, Angelina. Tre donne, tre colpi: al petto, al collo, al cuore. L’uomo che amava farsi ritrarre con l’enorme croce d’oro al petto villoso mentre baciava le icone, secondo i vicini, sparava col fucile a suo figlio Serghey “perché sembrava una ragazza”, picchiava la moglie con la mazza da baseball, sorvegliava con le telecamere le figlie di cui abusava sessualmente.

Se aveva bisogno di qualcosa suonava un campanello, chiamandole puttane. Questa legge le avrebbe tutelate, senza ossa rotte? Semplici liti, secondo la stampa russa. C’è chi cita l’inizio più famoso della storia dei romanzi patrii: “Tutte le famiglie felici si assomigliano, quelle infelici lo sono ognuna a suo modo”. L’incipit dell’Anna Karenina di Tolstoj, ma per una storia di patriarcato e parricidio da moderno Delitto e Castigo di Dostoevskij. Mentre le ragazze rimangono in carcere, in tv la Russia si interroga. Le tre ragazze sono vittime o carnefici? Il tribunale non ha ancora deciso.