Non solo Benalla: l’affaire Kohler imbarazza l’Eliseo

È l’altro affaire che imbarazza l’Eliseo. Se l’attenzione dei media si è concentrata nei mesi estivi soprattutto sul Benallagate (dal nome di Alexandre Benalla, l’ex guardia del corpo di Emmanuel Macron filmata mentre picchiava dei manifestanti durante il corteo del primo maggio, a Parigi), a minacciare l’Eliseo e poter rovinare il rientro del presidente, atteso a Parigi oggi dopo due settimane di vacanze al Forte di Bregançon, è anche la vicenda che investe il suo segretario generale, Alexis Kohler, al centro di un’indagine giudiziaria per conflitto d’interessi.

All’Eliseo, dopo Macron, c’è Kohler. È il suo braccio destro. La “torre di controllo” del suo mandato, scriveva di recente il quotidiano Le Figaro. L’uomo di fiducia. Pare che un giorno Macron abbia persino detto di lui: “È la sola persona di mia conoscenza con un cervello più rapido del mio”.

Per molti francesi invece Kohler è ancora un volto poco noto. C’è chi lo ricorda davanti all’Eliseo mentre, poco più di un anno fa, leggeva la composizione del nuovo governo, inciampando sui nomi dei ministri. C’è chi lo ha imparato a conoscere di recente quando, a luglio, è stato convocato dalla commissione parlamentare nata per far luce sullo scandalo Benalla. Ma è dal mese di giugno che il suo nome è associato a un’inchiesta aperta dalla Procura finanziaria per presunto conflitto d’interesse dopo due denunce dell’associazione anticorruzione Anticor, che si basano su alcune rivelazioni di Mediapart. La prima è scattata a fine maggio dopo un primo articolo in cui il giornale on line ha portato alla luce i legami familiari e professionali che uniscono l’alto funzionario di 45 anni all’armatore Gianluigi Aponte, italo-svizzero fondatore del gruppo MSC, uno dei principali clienti dei cantieri navali di Saint-Nazaire.

Mediapart ha scoperto infatti che la madre di Kohler è la cugina di Rafaela, moglie di Aponte. Eppure, tra il 2010 e il 2012, nonostante la parentela, Kohler rappresentò lo Stato nel consiglio di amministrazione della società Stx France che gestisce i cantieri di Saint-Nazaire, favorendo la stipula di succulenti contratti con MSC. Nel 2016 occupò anche il posto di direttore finanziario della sede MSC di Ginevra, prima di entrare nello staff dell’Eliseo. Il giornale aveva spiegato di aver cominciato a indagare sul personaggio durante la crisi dei cantieri di Saint-Nazaire e le trattative di Parigi con Fincantieri per il loro controllo.

La seconda denuncia è più recente. L’8 agosto Mediapart ha pubblicato una seconda inchiesta con nuove rivelazioni. Nello stesso periodo 2010-2012, Kohler, sempre come rappresentante dello Stato, avrebbe infatti approvato dei contratti tra MSC e il porto di Le Havre: “Dei documenti ufficiali del porto di Le Havre mostrano che il collaboratore più stretto di Emmanuel Macron, mentre tra il 2010 e il 2012 siedeva al consiglio di sorveglianza del porto, ha preso parte a discussioni e voti a favore di MSC”, ha scritto Mediapart. In questo periodo, continua il giornale, Kohler “non ha mai informato gli altri membri del consiglio dei suoi legami familiari con MSC”. Tra loro, si precisa, figurava anche Edouard Philippe, ex sindaco di Le Havre e attuale primo ministro. “Non si può al contempo difendere gli interessi dello Stato e quelli della propria famiglia”, sostengono gli avvocati di Anticor. L’Eliseo ha sin dall’inizio denunciato l’infondatezza delle accuse e rifiutato di allontanare il suo numero 2. Il premier Philippe ne ha sottolineato “l’integrità” e il “senso dello Stato”. Macron gli ha anche confermato la sua fiducia: sarà Kohler infatti a gestire la riorganizzazione dell’Eliseo annunciata dopo il pasticcio, soprattutto in termini di comunicazione, dello scandalo Benalla. Il fedelissimo dovrà presentare nei prossimi mesi una serie di proposte per “evitare nuovi malfunzionamenti”.

Mail Box

 

Ricostruzione per Genova: che paghino i Benetton

Scusate se, pur non avendo nessuna preparazione in merito, mi permetto di mettere in evidenza quanto detto dall’ad di Autostrade per l’Italia, e cioè che sono pronti a ricostruire il ponte (in otto mesi) a loro spese.

Ora io mi pongo un problema e per essere chiaro userò un esempio. Mettiamo che io vada da un medico specialista, che pago profumatamente, e questo luminare per incuria, incapacità o perché il suo tempo è prezioso non si accorge dei sintomi di una malattia. Dopo tempo e visite lautamente pagate ho un collasso e mi ricoverano e qui scopro che per salvarmi la vita devo subire un intervento chirurgico e scopro anche che se fosse stata diagnosticata in tempo la mia malattia sarebbero bastate delle iniezioni per guarirmi.

Io naturalmente denuncio il luminare e questo mi risponde non si preoccupi venga nella mia clinica e io la operò gratuitamente.

Ora secondo voi dovrei andare da questo medico oppure andare nella clinica migliore con il miglior specialista e poi mandare la parcella a chi mi ha ridotto in tale situazione.

Ecco secondo me la scelta migliore sarebbe far ricostruire il ponte da una delle migliori imprese sul mercato costruendo il miglior ponte possibile e poi mandare il conto a United Colors.

Luciano Meneghelli

 

Chissà cosa sarebbe accaduto se i dem fossero stati al governo

Ad una settimana dal disastro di Genova, io mi trovo combattuto tra due diversi sentimenti difficilmente conciliabili.

La mia delusione totale per l’ennesima gaffe del Pd – basterebbero cose come queste per far rimanere il governo lì per mille anni, a mangiare pop-corn e aspettare che le opposizioni incampino;

E l’assurdo sentimento di segreta felicità per il “no” che Renzi diede al M5S quando si prospettò un accordo tra dem e i grillini. Se la sinistra fosse stato al governo, che cosa sarebbe successo?

G.C.

 

Renzi, Delrio & C.: i politici assenti ai funerali

Ai funerali di Genova avrebbero dovuto partecipare, per ordine della magistratura, la famiglia Benetton al completo, i vertici di Autostrade, i responsabili dei mancati controlli, Renzi e i suoi ministri, chi ha avuto la faccia di fare contratti da traditori del Paese, chi li ha secretati e quel Delrio che ha li ha prorogati “a gratis” per altri 3 anni. In più avrebbero dovuto partecipare obbligatoriamente i direttori dei giornali che hanno sparso calunnie e disinformazione nel tentativo disperato di nascondere il nome dei Benetton, di proteggere la banda di Renzi, e di difendere contro ogni evidenza i responsabili e i colpevoli attaccando il governo attuale e predicando a favore di inesistenti aggiotaggi, colpi di fulmine, piogge devastatrici, titoli in Borsa da difendere, investitori che non dovevano essere allarmati e altre balle megagalattiche sui loro giornali, nei tg e nei talk show.

Viviana Vivarelli

 

Bisognerebbe riaccendere i riflettori sulla Sanità

Grazie soprattutto a Il Fatto, la terribile tragedia di Genova ha aperto uno squarcio nel modo con cui sono stati gestiti in questo Paese i rapporti con le lobby, e molto resta ancora da chiarire in base a quelle carte rimaste “segrete”. Ma molti altri dossier dovrà aprire questo Governo se vorrà veramente avviare il cambiamento. A cominciare da quello della Sanità, che da pubblica è diventata pian piano privata con due vergogne fondamentali: le liste d’attesa e i ticket sulle prestazioni, di costo ormai quasi pari a quello “privato” sborsato dal paziente. Senza parlare della qualità complessiva dell’assistenza, sempre più scadente, che non può essere salvata da rari e clamorosi interventi guaritori, mentre le centinaia di casi noti di malasanità, sono solo la punta dell’iceberg delle migliaia di morti anonime, coperte da burocratiche formule inventate “ad hoc” per evitare indagini e complicazioni giudiziarie. Un esercito di burocrati di nomina politica, pagati profumatamente, fa e disfa i rapporti con le potentissime lobby dei farmaci e delle costosissime strumentazioni, con risparmi che sono sempre e solo a carico degli assistiti e della qualità del servizio e mai dei lauti stipendi di chi dirige questa baracca o dei profitti delle lobby, in una moltiplicazione spaventosa della spesa tra Governo centrale e Regioni. La stessa “professionalità” dei medici e del personale sanitario è spesso un ricordo del “tempo che fu”, stritolata in un meccanismo che ha fatto del “Dio denaro” l’unico arbitro.

Carlo de Lisio

 

I NOSTRI ERRORI

Nell’articolo di domenica 19 dal titolo “‘Sicurezza zero, grazie!’: i Lupin dell’arte dalla Gioconda a Chagall” ho erroneamente scritto che la Monna Lisa venne donata da un allievo di Leonardo a Napoleone. Il fatto risulta improbabile: Leonardo e i suoi assistenti vissero tra il XV e il XVI secolo mentre Napoleone tra il XVIII e il XIX secolo. In realtà la tela venne prima ceduta all’allora re di Francia Francesco I per finire successivamente nella collezione di Napoleone. Me ne scuso con i lettori.

Giulia Marchina

Ponte Morandi. Le parole di Mattarella fanno sperare che si arriverà alla verità

 

Ma quale democrazia abbiamo vissuto in tutti questi decenni? Quanti italiani colpiti nei loro affetti più cari hanno chiesto giustizia e si sono visti opporre “il segreto di Stato”? Potevano gli eletti vincolare al “segreto” accordi, sottoscritti esclusivamente in rappresentanza del mandato ricevuto pro tempore dai cittadini, con privati affaristi su questioni di interesse vitale per la salute pubblica? Erano peggio quelli che lavoravano sotto sotto o questi che parlano forse troppo ma almeno si espongono? La magistratura ancora una volta dovrà dare risposte esemplari: ma leggi emanate a raffica da una classe politica evidentemente collusa, purtroppo promulgate con la firma dei presidenti pro tempore di questa Repubblica, lo permetteranno, o i familiari e superstiti di quest’ultima tragedia di Stato seguiranno la sorte di chi da decenni aspetta invano risposte? Lo chiedo alla massima autorità della Repubblica: i consueti discorsi di circostanza? La riservatezza è encomiabile ma non si addice al momento; troppi, ugualmente vergognosi come questo si sono succeduti in una tragica sagra, non in tv, ma in realtà scomparendo nel silenzio, senza lasciare traccia, mi perdoni.

Giampiero Buccianti

 

Gentile Giampiero, la storia della nostra Repubblica è costellata da fatti drammatici che hanno provocato centinaia di morti e feriti, lasciati spesso senza giustizia, ma anche senza completa verità, a causa di “segreti di Stato” posti, imposti o almeno tollerati dai nostri governanti. Nell’ultimo caso, il crollo del ponte Morandi a Genova, il segreto si riferisce ad alcune parti dei contratti con cui lo Stato ha affidato ai concessionari privati la gestione delle reti autostradali. Segreto intollerabile, perché posto a tutela non già dei cittadini a cui deve essere erogato un servizio, ma degli interessi delle aziende private che da quei contratti ricavano utili altissimi senza garantire – lo dimostrano i ponti crollati – neppure la sicurezza. In altri casi, quelli delle stragi nere che hanno tentato di minare la democrazia italiana, da piazza Fontana alla stazione di Bologna, il segreto non poteva essere apposto ufficialmente, ma gli apparati dello Stato hanno rallentato o reso impossibili le indagini con innumerevoli depistaggi. Dentro lo Stato c’è chi lavora contro i cittadini, ieri come oggi. Mi pare comunque che questa volta le autorità abbiano promesso trasparenza. Anche il capo dello Stato, che il giorno dei funerali di Genova non ha fatto un discorso di circostanza, ma ha definito “inaccettabile” la sciagura. Vedremo se alle parole seguiranno i fatti.

Gianni Barbacetto

La “gipsy” Malpezzi, turbo-renziana che vive solo in tv

Se vi chiedete perché il Salvimaio non abbia praticamente opposizione in Parlamento, pensate a Simona Malpezzi: non vi verrà in mente niente, quindi sarà perfetta. Tal Malpezzi è vicepresidente al Senato del Pd, e anche questa da sola è una pietra tombale al partito (e all’opposizione). Passa la vita in tivù: mai in prima serata, però, e di questo deve crucciarsi molto. Dà sempre la sensazione d’essere stata chiamata dagli autori all’ultimo minuto e solo perché prima di lei avevano detto tutti no: Renzi, Boschi, Orfini, Serracchiani, Zequila, il Merolone e il Poro Asciugamano.

Tal Malpezzi è una sorta di riserva della Bonafé, che è un po’ come essere il quinto portiere nella squadra B del Ciggiano. Quando è in tivù riverbera il Sacro Verbo del renzismo: quindi non dice nulla, però lo dice male (e pure sguaiatamente). Su Twitter ama retwittare il pensiero filosofico di noti intellettuali contemporanei: Alessia Rotta (daje), Alessia Morani (vamos), Luciano Nobili (chi?) e l’arditamente alopecico Luigi Marattin, che suole dare del “cialtrone” a Salvini, dando con ciò prova di come – per citare la stessa Malpezzi – l’opposizione del Pd sia assai garbata, laddove invece quella di Lega e M5S aveva la scabbia. Leggere i tweet – autografi e altrui – di tal Malpezzi è come attraversare e scandagliare il vuoto neuronale: un’esperienza sensoriale totalizzante, che avrebbe fatto risparmiare un sacco di soldi (e di acidi) ad Aldous Huxley.

Nei suoi scritti, che le masse attendono con bramosia per poi compulsare con trasporto messianico, Ella si lamenta della mancanza di senso dello Stato del governo attuale. Ha ragione: di ben altra classe erano i selfie di Renzi durante la camera ardente di Tina Anselmi. E non meno eleganti erano le foto – in via teorica “osé” – postate da Patrizia Prestipino, altra droide renziana come la Malpezzi, durante le ore del cordoglio genovese. Vi chiederete, giunti a questo punto, chi diavolo mai sia tal Malpezzi. È un’altra dote dei turbo-renziani: vivono in tivù, ma nessuno li conosce e in pochi li votano. Per nostra fortuna, tal Malpezzi ha voluto raccontarci la sua biografia. La trovate nel suo sito. La marzialità del titolo, La mia storia, ci fa capire subito che siamo dalle parti di Thomas Jefferson. Leggiamola. “Nata nel 1972 a Cernusco sul Naviglio, sono cresciuta a Pioltello, una cittadina alle porte di Milano”. E già qui, distintamente, si ode un fragoroso “e sticazzi?”. Noi però, con stoicismo, andiamo avanti. “Ho frequentato la facoltà di lettere moderne presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove mi sono laureata con una tesi su Amintore Fanfani”. Vedi tu le coincidenze: son tutte fanfaniane, queste renziane. La Boschi come la Malpezzi. “Da sempre ho coltivato la passione per la politica unita a quella per l’insegnamento un binomio che ben presto mi ha portata ad interpretare il ruolo di insegnante andando oltre la semplice lezione”. Tale passione ha curiosamente spinto l’insegnante Malpezzi a boicottare la punteggiatura e rifuggire le virgole, neanche fossero algoritmi di Casaleggio. Affascinante poi come l’amore per la scuola (e per la politica) abbia trovato una sintesi nella “buona scuola”, che è un po’ come amare così tanto il Tibet da bombardarlo a tappeto. C’è poi spazio per la leggenda: “Il mio spirito gipsy mi ha portata, negli anni, a lasciare spesso l’Italia verso nuovi orizzonti e nuove esperienze”. Capito? Il suo spirito “gipsy”. Roba forte. L o spirito “gipsy”. La scuola gipsy. E adesso l’opposizione gipsy. Così gipsy che, un giorno, è andata via e nessuno l’ha vista più.

Vietato ogni “spettacolo” post-tragedia

Se fossi il Dittatore di questo Paese nel caso di fatti come quello del crollo del ponte sul Polcevera imporrei il silenzio per almeno un mese a tutti gli uomini politici, di qualsiasi specie, senatori, deputati, consiglieri regionali e comunali, ministri eccezion fatta per i titolari dei Dicasteri di volta in volta competenti e, se proprio sente il bisogno di dir qualcosa, per il Presidente del Consiglio.

Se fossi il Dittatore di questo Paese imporrei il silenzio per almeno un mese ai commentatori dei giornali, facendogli oltretutto con ciò un favore perché in casi come questi non si possono scrivere, nell’immediato, che ovvietà e banalità, quasi sempre, per non dir sempre, irritanti.

Se fossi il Dittatore di questo Paese impedirei a cardinali, arcivescovi, vescovi, preti, frati, omelie consolatorie del tutto inutili, in cui del resto da necrofori professionali sono specializzati, e in cui non possono mancare frasi retoriche prive di senso come quella pronunciata dal Cardinal Bagnasco: “La città non si piega”. Se Genova si piegherà o meno lo potremo vedere solo in futuro, come dopo il terrificante terremoto di Gemona del 1976 vedemmo che i friulani in un solo anno e mezzo avevano ricostruito tutto, mentre per quello del Belice stiamo pagando ancora le accise.

Se fossi il Dittatore di questo Paese impedirei la diffusione di filmini pornografici fatti con gli smartphone da persone che erano nelle vicinanze. E individuati i responsabili li farei acciuffare da quattro giannizzeri e portare sulle parti del ponte ancora più o meno agibili perché li buttino di sotto. Infliggerei pene anche peggiori, all’altezza del loro sadismo, della loro completa mancanza di rispetto, della loro sconcia idolatria dell’audience, a quei direttori di telegiornali e a quei giornalisti che, come quelli di Sky, si sono impadroniti di uno smartphone, abbandonato da qualcuno che si era reso evidentemente conto dell’oscenità che stava compiendo e cercava di dare in qualche modo una mano, e ne hanno riproposto, a buio, l’audio.

Se fossi il Dittatore di questo Paese vieterei per tre giorni la pubblicità prima e dopo i telegiornali, che riesce a trasformare, per un contrasto insopportabile, in una farsa grottesca una tragedia. Sarebbe la mia forma di “lutto nazionale”. Al posto di inutili e altrettanto grotteschi “funerali di Stato” dove si è trovato il modo di dividersi in fazioni politiche, inneggiando al governo che nulla di bene, fino a quel momento, aveva potuto fare e contestando l’attuale opposizione che di nulla poteva essersi resa responsabile per il crollo di un ponte finito di costruire nel 1967. Si eviterebbe così anche di scimmiottare gli americani citando i nomi di battesimo di perfetti sconosciuti cari solo a chi aveva rapporti con loro. Un’ipocrisia nauseante.

Se fossi il Dittatore di questo Paese proibirei il minuto di silenzio prima delle partite di calcio. Perché il pubblico è incapace di mantenere il silenzio: applaude. Cosa applaude? La morte di 43 persone.

Infine se fossi il Dittatore di questo Paese mi vergognerei di esserlo. Non è ammissibile che ogni volta che accade una tragedia come questa noi italiani si dia, immancabilmente, a noi stessi e al mondo che ci guarda uno spettacolo di scompostezza che ci umilia e ci disonora.

Sulle strade meno pedaggi e più gare

La tragica vicenda di Genova deve indurre a una riflessione complessiva sulla gestione delle infrastrutture, in particolare quelle di trasporto. Si tratta di “monopoli naturali” che, non avendo pressioni dal mercato, devono essere regolate da autorità indipendenti, sia che vengano gestite da soggetti pubblici che privati. Perché non direttamente dal ministero competente? Perché storicamente i regolatori politici, cioè i ministeri, come regolatori tendono a essere troppo “generosi”, per ragioni di consenso o peggio, verso le imprese regolate. E queste, se sono pubbliche, tendono nel tempo a diventare inefficienti, generando alti costi di gestione (far profitti non gli interessa), e se sono private, a far profitti con tariffe troppo elevate o non garantendo sufficiente qualità e sicurezza a quello che gestiscono (spendere poco è un mezzo essenziale per fare profitti).

Il regolatore indipendente per i trasporti (Art) esiste da relativamente poco, e si è trovato non solo con poteri limitati, ma soprattutto con contratti-capestro firmati in precedenza e molto generosi (concessioni lunghissime e “blindate” per ferrovie ed autostrade, e per queste ultime anche “secretate” grazie a un assurdo cavillo giuridico, probabilmente non innocente). Per regolare un monopolio naturale si possono fare due cose. La prima opzione è quella scelta dai governi italiani: regolare direttamente i gestori pubblici e privati con meccanismi che tendano a farli diventare più efficienti e a non danneggiare utenti e contribuenti. Non sembra aver funzionato molto bene. La seconda è fare gare periodiche per le gestioni (5-10 anni, non di più, in modo che il gestore abbia chiaro che sarà presto esposto alla concorrenza di altre imprese). Anche l’Antitrust ha invano auspicato a lungo soluzioni di questo genere.

Le obiezioni della politica e dei concessionari hanno sempre riguardato gli investimenti: se un concessionario ne fa con i suoi soldi, deve poterli recuperare integralmente con le tariffe, cioè avere concessioni lunghissime. Ma anche l’Antitrust osservò che bastava fare buone regole di subentro in cui il nuovo arrivato paga al gestore uscente la quota non ancora ammortizzata, per poter fare affidamenti in gara per periodi relativamente brevi.

Da un punto di vista funzionale, il sistema stradale è un disastro. Ci sono strade statali con caratteristiche simili alle autostrade ma non a pedaggio. La viabilità locale ha un regime ancora diverso, e serve la maggior parte del traffico, al punto che persino sulle autostrade a pedaggio il traffico di breve distanza oggi prevale nettamente su quello di lunga distanza (quando furono costruite le autostrade maggiori non era così). La viabilità locale, inoltre, mediamente è in pessimo stato di manutenzione, peggiore di quella autostradale. Appare ragionevole omogeneizzare il sistema dal punto di vista gestionale e di programmazione degli interventi, per orientarli non in funzione dei pedaggi ma delle esigenze del traffico. In uno scenario tendenziale di maggior razionalità, sarebbe opportuno superare radicalmente il sistema delle concessioni eterne mai seriamente messe in gara e sostituirlo con gare periodiche brevi per la manutenzione (a più manutentori, in modo da controllarli meglio), lasciando per tutta la rete gli investimenti necessari alla normale pratica di appalti europei in gara.

Il modo stradale nel complesso, principalmente con le accise sui carburanti, rende alle casse dello stato circa 22 miliardi all’anno, al netto delle spese. Per la manutenzione della rete, basterebbe destinare una quota di questi ricavi al settore stradale, eventualmente mantenendo alcuni pedaggi là dove vi siano fenomeni di congestione importanti (il sistema si chiama “road pricing”, è usato per diminuire la congestione in molte città europee, Milano inclusa). Cioè si potrebbe razionalizzare anche l’intero sistema dei pedaggi, eliminandone molti (con i relativi costi di esazione e perdite di tempo), soprattutto là dove gli utenti hanno già pagato per gli ammortamenti (persino più volte, grazie alla generosità dell’attuale sistema concessorio).

E per gli investimenti? Sembra logico omogeneizzare anche questo aspetto per tutti i modi di trasporto: gli investimenti infrastrutturali siano a carico dello Stato, non degli utenti, come nel caso delle ferrovie (sui vantaggi di efficienza di questo approccio, qui non ci si può dilungare). E se lo Stato non ce la fa per problemi di bilancio? Innanzitutto di grandi investimenti c’è molto meno bisogno di quanto si voglia far credere. In secondo luogo, può decidere di farne pagare una parte agli utenti con il pedaggio, ma in modo equo: paghino di più gli utenti che li useranno, non l’intera collettività.

Matteo pensa solo ai selfie degli altri

Da quando il Pd si è dato alla strategia dei pop corn, non gliene va bene una. Sabato ha iniziato a circolare la foto di Matteo Salvini intento a farsi un selfie con una ragazza durante i funerali di stato di Genova. Un buon motivo, penseranno gli sprovveduti, per confidare nella affilate lame dialettiche delle opposizioni. A far da ariete ci ha pensato Matteo Renzi, intervistato da Repubblica: “È un gesto squallido ma coerente”, naturale “per chi va al funerale di Stato come a un derby”. Vuoi vedere che stavolta – condivisibile o meno – ne ha detta una senza far gaffe? Macchè. Quattro novembre 2016, Renzi va alla camera ardente di Tina Anselmi, la prima donna ministro della Repubblica, e lì, di certo agguantato controvoglia da qualche maniaco, si scatta un bella foto con un ragazzone sorridente. A ciascuno il suo selfie, Matteo. E il suo derby.

Tutte le balle di Renzi su Autostrade e dintorni

Ammonisce Matteo Renzi in una intervista su Repubblica sul caso autostrade: “Chi dice il falso pagherà”. Solo che è Renzi stesso a fare affermazioni molto lontane dalla realtà.

“L’attacco a Delrio ma anche a Enrico Letta su Abertis è falso e infame”

Graziano Delrio, da ministro dei Trasporti, ha autorizzato gli ultimi aumenti dei pedaggi a fronte di investimenti inferiori a quelli pattuiti e avallato l’allungamento di quattro anni dal 2038 al 2042 della concessione ad Autostrade. Enrico Letta, i cui rapporti con l’azienda sono noti, è entrato nel cda delle autostrade spagnole Abertis a fine 2016, poco prima che ripartisse il progetto di fusione con Autostrade per l’Italia, e lasciato il posto a fusione deliberata. Letta considera le dimissioni la prova dell’assenza di conflitti d’interesse, non così i critici che gli imputano di essere stato nel board giusto il tempo di facilitare la fusione.

“Delrio ha desecretato gli atti”

Delrio ha pubblicato sul sito alcuni documenti relativi alle concessioni, non gli allegati finanziari dove ci sono le informazioni più importanti, sugli impegni dei concessionari e sui meccanismi di remunerazione.

“Gentiloni ha allungato la concessione dal 2038 al 2042 per avere il via libera alla Gronda”

Via libera da chi? La promessa della Gronda è servita ad avere il via libera della Commissione europea a una proroga che Bruxelles non gradiva affatto.

“Revocare la concessione rischia di essere un regalo ad Autostrade: significa andare in causa per decenni, pagare 20 miliardi di danni e tener Genova divisa in due”

Se il processo per l’eventuale revoca sarà sicuramente lungo, per tutta la sua durata Autostrada dovrà tenere fede agli impegni presi (o si mette dalla parte del torto nel contenzioso). In base all’art. 9 della concessione il concessionario può provare a pretendere il valore attuale netto dei ricavi della gestione. Ma – ammesso che non contino più codice civile e codice degli appalti – è assai opinabile quali siano questi ricavi da considerare (1 miliardo come l’ultimo anno o quelli attesi sulla base di previsioni realistiche di traffico?) sia a quale tasso si attualizzano (il 7,9% di remunerazione prevista per investimenti che però, in caso di revoca, non si faranno? O un 2% più vicino ai tassi di finanziamento sul mercato?). Secondo i calcoli del professor Giorgio Ragazzi, l’indennizzo potrebbe scendere a 9-10 miliardi recuperabili dallo Stato in 4-5 anni di gestione diretta delle autostrade. Un sacrificio accettabile per non lasciare ai Benetton extra-profitti per 24 anni.

“Il selfie di Salvini ai funerali è squallido ma coerente”

Non molto diverso, peraltro, da quello che viene rilanciato sui social in queste ore dello stesso Renzi alla camera ardente dell’ex ministro Tina Anselmi.

“Dare la colpa di Genova alle privatizzazioni è assurdo: colpevole è chi ha sistemato quel maledetto ponte”

Sono le privatizzazioni che hanno stabilito, fin dal primo momento, il trasferimento di una rendita pubblica a un gruppo privato, privo di controlli efficaci e a cui la politica ha concesso profitti miliardari senza pretendere investimenti adeguati, anche sulla sicurezza.

Moody’s aspetta ottobre, ma la Lega sfida i mercati

Ora è ufficiale: il destino finanziario dell’Italia è appeso al progetto di legge di Bilancio che il governo presenterà dopo l’estate. L’agenzia di rating Moody’s ha comunicato ieri che aspetterà l’aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) del ministero del Tesoro prima di decidere se rivedere al ribasso il giudizio sul debito italiano – Baa2 – sotto osservazione dal 25 maggio scorso. Con un taglio di due tacche, i titoli italiani non potrebbero più essere usati come garanzia nelle operazioni con la Bce o acquistati nell’ambito del Quantitative easing, l’intervento diretto di Francoforte sul mercato che è comunque destinato a esaurirsi a fine 2018.

Secondo Moody’s, l’aggiornamento del Def e la bozza di bilancio dovrebbero “fornire chiarezza sulle politiche economiche del governo, sui suoi piani fiscali e su come intenda finanziare le sue promesse politiche”. Una chiarezza che ad oggi manca. Nei giorni scorsi il ministro dell’Economia Giovanni Tria si è prodotto nell’abituale equilibrismo: spiegare che le risorse per realizzare il programma di governo Lega-M5S si possono trovare ma senza sfondare i vincoli di bilancio (l’aritmetica resta oscura, per ora).

Perfino il ministro per gli Affari europei, l’economista Paolo Savona, ha mandato segnali rassicuranti sapendo quanto siano sensibili i mercati d’estate. Dopo aver parlato per mesi di un piano di investimenti da 50 miliardi, in una lettera al Sole 24 Ore e a Mf-Milano Finanza, ora spiega che in realtà 34 di quei 50 miliardi verrebbero dai bilanci di Leonardo, Enel, Terna: di fatto investimenti privati, anche se fatti da società controllate dallo Stato. Gli investimenti aggiuntivi sarebbero soltanto 16 miliardi (comunque una bella cifra, un punto di Pil). Non è chiaro in che modo dovrebbero spingere in modo particolare l’economia investimenti già decisi e comunque fuori dal raggio d’azione del governo, ma il senso della lettera di Savona per gli osservatori sui mercati è chiaro: non c’è da preoccuparsi per il piano da 50 miliardi di euro, non c’è alcuna intenzione di sfasciare i conti.

Però poi c’è la Lega. Il Wall Street Journal scrive che l’Italia potrebbe innescare una nuova fase nella crisi dell’euro e il vicepremier Matteo Salvini commenta subito: “Resisteremo agli spread, alle speculazioni, ai declassamenti, agli attacchi. Andiamo avanti tranquillamente”. Il solito Salvini. Che però ora sembra avere a fianco anche il più moderato dello schieramento leghista, il sottosegretario a palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti. Nei lunghi mesi prima e dopo il voto, Giorgetti ha incontrato decine di investitori internazionali che quindi danno molto peso alle sue parole. E al meeting di Rimini di Comunione e liberazione, intervistato da SkyTg24, alla domanda su un possibile sforamento del tetto del 3 per cento al rapporto tra deficit e Pil Giorgetti ha risposto: “Non escludo nulla”. Subito l’agenzia Bloomberg ha comunicato una sua stima: col deficit sopra il 3 per cento lo spread – la differenza di rendimento tra il debito italiano e quello tedesco – passerebbe dai 270 punti di oggi a 470.

Giorgetti ha parlato anche della Banca centrale europea con toni che hanno evocato tweet recenti di Claudio Borghi, la voce del fronte anti-euro della Lega: “Noi non abbiamo diritto di chiedere nulla, né di chiedere una proroga del Quantitative easing, ma credo che una valutazione dell’opportunità di prolungarlo, specie in una fase come questa, possa condurre a una rivalutazione del disimpegno”. Sembra quasi un tentativo di fare pressione sul presidente della Bce Mario Draghi. O di indicarlo come capro espiatorio di una crisi che molti leghisti danno per certa. E forse – è il sospetto degli osservatori sui mercati – auspicano.

Mode e sentimenti dell’impero multicolor piantato sul casello

Luciano, primo di quattro fratelli angelicati, è il simbolo sempre allegro della nidiata Benetton: gli mancano le ali, in compenso ha gli occhi celesti, gli occhiali d’oro e i capelli in forma di aureola. Da mezzo secolo sorvola il suo patrimonio familiare, stimato in una dozzina di miliardi di dollari, 5 mila negozi nel mondo, 85 mila anime sottostanti, più i palazzi, l’editoria, gli Autogrill, le assicurazioni, i consigli di amministrazione, le finanziarie, e naturalmente le Autostrade gentilmente concesse. Possedendo nella lontana Patagonia la bellezza di 900 mila ettari di pascoli, montagne, laghi, sottratte agli indios, può essere considerato e descritto come una regione geografica a sé stante. Di quelle antiche, incise con l’inchiostro delle leggende. La sua – come quella dei Cesari – divisa est in partes tres: un terzo è fatta di lana pastello, un terzo di pubblicità multicolor, ma sempre su fondo bianco a dirne la purezza, un terzo di soldi, coloratissimi anche loro, grazie ai buoni sentimenti democratici. Almeno fino al disastro del ponte Morandi che ha virato tutta la fiaba in grigio pioggia, nero incazzatura nazionale e rosso azionario, dissolvendo quarant’anni di marketing con il sorriso incorporato. Il sorriso è volato via con gli stralli del ponte. E l’immagine della famiglia che festeggia i dividendi dei pedaggi autostradali a Cortina, 24 ore dopo il disastro, divorando il branzino di Ferragosto, è diventata più pesante delle macerie di calcestruzzo cascate sulle spalle della politica, dell’Italia e dei 43 morti ammazzati.

Ultimamente i suoi pullover non se la passavano tanto bene. I figli nati ricchi, come spesso accade ai fondatori nati poveri, non si sono dimostrati all’altezza, mandando in malora la lucentezza di un tempo. Al punto che il solito Luciano – passati da un pezzo gli ottant’anni – li ha sgomberati con un manrovescio a mezzo stampa: “Mentre gli altri ci imitavano – ha detto l’anno scorso in una intervista – la United Colors spegneva i suoi colori. Ci siamo sconfitti da soli. I negozi che erano pozzi di luce, sono diventati bui e tristi come quelli della Polonia comunista. E parlo di Milano, Roma, Parigi. Abbiamo chiuso in Sudamerica e negli Usa”. Peccato.

E dire che la loro storia è una epopea. Cominciata con un lutto in nero e con un maglione giallo. Il padre era emigrato negli Anni Trenta nella Libia fascistizzata, dove vendeva, comprava e noleggiava automobili. La moglie aspettava i suoi rientri tra il verde di Ponzano Veneto, Treviso, e intanto accudiva i quattro figli, Luciano, nato nel 1935, poi Giuliana, Gilberto e Carlo. Ai bordi finali della guerra, il padre si ammala di malaria e muore. Al primogenito tocca lasciare la scuola a 14 anni, inventarsi lavori, compreso quello di commesso in un negozio di tessuti, dove impara a guardarsi intorno con voglia di cambiare il molto grigio che vede. A spalancargli gli occhi ci pensa la sorella che per i suoi vent’anni gli confeziona a mano un maglione giallo che è come un lampo tra i suoi coetanei: “Lo volevano tutti. Capii che attirare l’attenzione, imporre una immagine, fare eco, poteva essere una strategia imprenditoriale vincente”. Ci pensa e ci prova. Vende la bicicletta da corsa. Con la sorella acquista una vecchia macchina tessitrice – “comprata come ferro vecchio, un tanto al chilo” – e apre il suo primo laboratorio di maglieria, poi il suo primo negozio “in un vicolo cieco di Belluno”. Racconterà: “I colori di Kandinskij e di Klee erano il nostro tatuaggio, la nostra intuizione guida”, contro il nero e il marrone necrofili di allora. “Vendevamo alle signore e ai ragazzi allo stesso prezzo: un maglione 3900 lire. Dunque il mercato dei giovani e degli adulti si era finalmente sovrapposto”.

Fast fashion, prezzi bassi e alta intensità identitaria. Benetton diventa uno stile, un carattere, una comunità. Inventa un processo produttivo in grado di assecondare i gusti del mercato, virando i colori in base alla richiesta. Moltiplica i punti vendita, scelti sempre nei centri storici, nelle vie più eleganti, confermandosi un lusso, ma alla portata di tutti, un piccolissimo segno di sovversivismo dello stile in lieta sintonia con la stagione della contestazione. Ma con la rassicurazione borghese incorporata alle vie dello shopping che trasformano la trasgressione in un innocuo allestimento per vetrinisti e vite standard. Che è poi la chiave di tutta la cavalcata consumista intrapresa dai Benetton, radiosi di immagini confezionate da quell’altro, inoffensivo fotografo, Oliviero Toscani, che maneggia tragedie epocali, come i migranti e l’Aids, sotto la stessa luce del girotondo festoso degli infanti, a dirci che sarà il colore a salvarci, mai la sostanza. Almeno nel mondo Benetton, dove volano i preservativi arcobaleno, la giovinezza è bianca, nera, ma soprattutto è per sempre, non esistono il razzismo, né le frontiere. E persino le infelici suore hanno diritto alla dolcezza di un bacio da un prete non pedofilo. Tutti uniti, democraticamente, contro i conflitti, contro le ingiustizie. Il che consente alla multinazionale Benetton di delocalizzare la forza lavoro verso gli inferni neocoloniali dell’India e del Bangladesh, di accaparrarsi le antiche terre dei contadini Mapuche in Patagonia, ricche di pascoli e dunque di lana, ricche di acqua dolce e di miniere, moltiplicando i profitti, ma senza mai scottarsi le dita e l’immagine. Meno che mai di rinunciare al pranzo di Ferragosto, “nell’antico fienile seicentesco di Cortina, finemente arredato”. E da lassù offrire gli avanzi a tutti i partiti dell’arco costituzionale con spiccioli da spendere nelle campagne elettorali – da Forza Italia al Centro sinistra, passando per la Lega e per Mastella – a conferma che tutti i colori non solo sono uniti, ma pure equivalenti.

È con un soprassalto che oggi andrebbe considerata la formula con cui hanno proliferato i negozi Benetton in tutto il mondo, quella del franchising, cioè del marchio in concessione, ma che a dirla con le parole di Luciano, significava “negozi a spese degli altri”. Il che, a pensarci bene, è più o meno quello che hanno fatto con le autostrade asfaltate a spese degli italiani, poi ottenute a debito bancario e ripagate con il credito dei pedaggi, cioè nessun investimento, nessun rischio, solo guadagni. Un capolavoro del capitalismo di relazione che da un secolo, nel paese delle caste, moltiplica i privilegi dei privilegiati, e avvelena tutto il resto. Compresa la stagione delle privatizzazioni governata negli anni Novanta da Romano Prodi, mai perfezionata dai controlli pubblici che pure erano previsti. E che nessun governo, nessun partito ha preteso, compresa la Lega di Salvini, accontentandosi di non offuscare quella luce di famiglia glamour che gentilmente investiva in pubblicità su tutti i media, fondazioni, intrecci societari, favori ricambiati, danzando in perpetuo in quella che i Situazionisti chiamavano “lo spettacolo integrato”, molto prima che Luciano si esibisse nudo, appena eletto senatore del partito repubblicano, anno 1992 (foto su 150 quotidiani e mille periodici di tutto il mondo) a modernizzare l’eterna pubertà del fantoccio Italia con lo scandalo più sciocco, ma ad alta risonanza comunicativa.

Probabile che presto comincerà l’offensiva della famiglia, per ora sepolta dall’indignazione, forse dalla vergona, a breve dalle inchieste giudiziarie. Luciano, sempre lui, ha già ingaggiato i migliori studi di comunicazione su piazza e una intera batteria di avvocati pronti alla battaglia. Offre un ponte nuovo all’Italia. Offre soldi alle vittime. E offre specialmente il silenzio al posto delle scuse. Che è proprio il contrario di quella rumorosa fratellanza colorata che, nel mondo prima del ponte crollato, prometteva di farci indossare. Rivelandola per quello che era, poco più di una quinta teatrale di uno spettacolo a pedaggio, anche lui malamente invecchiato per negligente manutenzione.