Delrio si difende: “Mai saputo nulla sul degrado del ponte”

L’ex ministro Graziano Delrio non era a conoscenza dei rapporti sul Ponte Morandi redatti in febbraio dalla commissione cui presero parte tecnici del ministero delle Infrastrutture. È quanto giura lo stesso Delrio, ospite ieri al Meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione. Il riferimento è alla relazione, svelata domenica da L’Espresso, in cui i tecnici di Aspi e del ministero avrebbero segnalato già sei mesi fa la gravità del degrado del viadotto crollato. “Noi non abbiamo mai ricevuto nulla dalla commissione – spiega Delrio – che si è mossa a livello tecnico e non ha valutato come pericoloso il ponte. A noi non è stato segnalato nulla”. Il capogruppo alla Camera del Pd, che si dice favorevole a ridiscutere la concessione ad Aspi, giura anche di non aver ricevuto sollecitazioni per limitare il carico dei mezzi sul ponte. Questo nonostante, nel documento rivelato da L’Espresso, fosse stato scritto che la corrosione alle pile 9 (quella crollata) e 10 aveva provocato una riduzione fino al venti per cento dei cavi metallici interni agli stralli, i tiranti di calcestruzzo che sostenevano il sistema bilanciato della struttura.

Il ministero scrive a sindaci e Regioni: “Segnalateci i rischi”

Entro dieci giorni i Presidenti delle Regioni, delle Province e i sindaci dovranno comunicare al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti gli interventi necessari per “rimuovere condizioni di rischio riscontrate nelle tratte infrastrutturali di competenza”. Così il governo ha chiesto ieri agli enti locali di segnalare le situazioni a rischio nei territori, allegando anche “adeguate attestazioni tecniche, indicazioni di priorità e stima indicativa dei costi”. Un modo, secondo il ministero, per monitorare lo stato di conservazione e manutenzione delle opere di competenza: “Nel dare seguito agli orientamenti espressi dal Governo – si legge nella nota del Provveditorato per le Opere pubbliche del Ministero – occorre procedere con la massima urgenza all’avvio dello stato di conservazione delle opere infrastrutturali”. Entro il 30 agosto, dunque, le comunicazioni dovrebbero arrivare al ministero che poi, a quanto promesso, si occuperà di stabilire una griglia degli interventi in base all’urgenza, alla stima dei costi e al tipo di lavoro richiesto.

Toninelli vuole “nazionalizzare”. La Lega (Giorgetti) non è convinta

Prosegue il dibattito sulla gestione pubblica della rete autostradale dopo il disastro di Genova. Anche dentro al governo, dove sull’argomento le sensibilità sono piuttosto differenti tra Movimento 5 Stelle e Lega. Il grillino Danilo Toninelli, ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, ha aperto in modo chiaro all’ipotesi di rinazionalizzare le autostrade in una lunga intervista sul Corriere della Sera: “Sarebbe conveniente. Pensi a quanti ricavi e margini tornerebbero in capo allo Stato attraverso i pedaggi, da utilizzare non per elargire dividendi agli azionisti, ma per rafforzare qualità dei servizi e sicurezza delle nostre strade. Autostrade ha accumulato 10 miliardi di utili in 15 anni”. Un’ipotesi su cui Matteo Salvini ha espresso una posizione decisamente più sfumata. Ha promesso un cambio di paradigma, ma senza esporsi sulla nazionalizzazione: “Stiamo studiando e lavorando – ha detto il capo della Lega – sicuramente non faremo i regali che qualcuno ha fatto in passato, quando sono stati firmati provvedimenti che hanno fatto guadagnare miliardi ai privati e pagare miliardi agli italiani”. Molto più scettico invece il suo braccio destro, Giancarlo Giorgetti: “Non sono molto persuaso che la gestione dello Stato sia di maggiore efficienza”.

Non solo il “salva-Benetton” (con Salvini). Vent’anni di leggi bipartisan pro lobby

Matteo Salvini nel 2008 ha votato il “salva-Benetton”. Come del resto l’intero governo Berlusconi, che ha messo la firma su almeno altri due provvedimenti in materia. Mentre il Pd, che quella volta era all’opposizione, quando è stato al potere ha quasi sempre favorito Autostrade (e chi le detiene), da Prodi a Renzi, passando per l’era Monti a cui tutti hanno partecipato.

Negli ultimi due decenni non c’è esecutivo o colore politico che non abbia dato il suo contributo al particolarissimo sistema delle concessioni autostradali italiane, diventato dopo il disastro del Ponte Morandi il nemico numero uno di ogni partito. Oggi le forze politiche fanno a gara a prendere le distanze da ogni provvedimento vagamente (o smaccatamente) pro lobby.

A rimettere in moto la macchina di accuse e recriminazioni reciproche è stata una dichiarazione di Debora Serracchiani, deputata del Partito democratico, che ha rinfacciato al vicepremier (oggi in prima linea per la revoca) un vecchio voto di dieci anni fa. “Nel 2008 Matteo Salvini votò a favore del cosiddetto ‘Salva Benetton’, che diede al gruppo le concessioni molto vantaggiose per Autostrade. Governava con Berlusconi. Ora non se lo ricorda più?”, ha scritto su Twitter. Il leader leghista prima ha ammesso (“Sì, è vero, ma loro non possono farci la morale”), poi ha fatto un passo indietro: “Sfido chiunque a ricordarsi cosa faceva nel 2008”.

In realtà non è poi così difficile: il governo Berlusconi portò in aula un provvedimento che ha concesso ai gestori un adeguamento automatico delle tariffe pari al 70 per cento dell’inflazione reale, con in più la trattenuta degli eventuali ricavi superiori alle previsioni sugli aumenti del traffico. Un guadagno in teoria illimitato, che ha permesso ai privati di passare puntualmente all’incasso negli anni successivi. Il decreto fu approvato da tutto il centrodestra, compresa la Lega Nord e quindi Matteo Salvini, che all’epoca era un semplice deputato del Carroccio. Il Pd, invece, era all’opposizione e votò no in blocco.

La ricostruzione storica della Serracchiani, però, è un po’ parziale: dimentica tutto quello che è avvenuto prima e dopo in parlamento, dove i partiti si sono schierati sui vari provvedimenti pro lobby in base alla logica di maggioranza e opposizione, votando contro solo se all’opposizione, favorendoli sistematicamente quando al governo. Al centrodestra, ad esempio, si possono attribuire anche l’atto aggiuntivo del 2002 (ricalcolo di vari parametri, sempre convenienti per i privati ovviamente) e un decreto nel 2004 (altre variazioni tariffarie); in entrambi i casi c’era pure la Lega Nord, ma non Salvini.

L’interlocutore favorito della famiglia Benetton, però, è sempre stato il centrosinistra, a partire ovviamente dal peccato originale della privatizzazione sotto il governo Prodi, fino ad arrivare agli anni più recenti: è stato il Pd di Matteo Renzi a varare lo “Sblocca Italia”, in cui era contenuta la proroga della concessione di Autostrade fino al 2042 poi andata in porto sotto il governo Gentiloni e il ministero di Graziano Delrio. E destra e sinistra hanno partecipato insieme con entusiasmo all’approvazione nel 2011 della legge che ha fatto in modo di creare un’Authority dei Trasporti svuotata di poteri (senza competenza sulle concessioni esistenti): un altro tassello della posizione dominante di Autostrade a cui hanno contribuito tutti, tranne proprio la Lega che era l’unica a fare opposizione al governo dei tecnici. È solo il gioco delle parti. E su una cosa almeno ha ragione Salvini: “Da parte di chi ha governato per anni e anni e ha firmato e verificato le concessioni, un buon silenzio sarebbe opportuno”. Lega compresa.

“Mi hanno fregato: genovesi, rifiutate i soldi dei Benetton”

“Ai familiari delle vittime di Genova do il consiglio di non ripetere il mio errore, il nostro errore: quello di accettare un accordo con Autostrade per l’Italia, ricevere subito un risarcimento ed uscire dal processo. Bisogna andare fino in fondo: il vero risarcimento deve essere la galera per i responsabili e la revoca della concessione a chi non ha saputo garantire la sicurezza dei nostri cari”. Nella strage del viadotto di Avellino del 28 luglio 2013, Giuseppe Bruno ha perso il padre e la madre, due delle 40 vittime del pullmino precipitato nel vuoto dopo la rottura dei freni. Forse la caduta è dipesa, ed ovviamente il condizionale è d’obbligo fino a sentenza definitiva, anche da un difetto di manutenzione dei new jersey di protezione lungo la A16. Il processo lo appurerà, il 4 settembre il giudice monocratico di Avellino Luigi Buono riceverà la superperizia del docente del dipartimento di Ingegneria dell’Università di Parma, Felice Giuliani.

Il professore dovrà rispondere ai quesiti sulla dinamica dell’impatto tra pullmino e barriere e sullo stato dei tirafondi: secondo la consulenza della Procura, guidata da Rosario Cantelmo, infatti, erano marciti. Bruno presiede un’associazione di familiari delle vittime che ha provato a costituirsi parte civile, è stata ammessa dal Gup ma è stata estromessa dal giudice monocratico, dopo che tutti i familiari, compreso Bruno, hanno accettato i risarcimenti offerti. “Una settimana prima della decisione del giudice, la controparte mi offrì 30mila euro per ritirarla dal dibattimento, e risposi no”. Il processo, che dovrebbe giungere a sentenza prima di Natale e che vede tra gli imputati anche l’Ad di Autostrade Giovanni Castellucci, è rimasto così senza parti civili.

Bruno, anche lei ha accettato l’accordo. Perché?

Mi sono fatto fregare dai miei avvocati che mi hanno spaventato riguardo alla probabile lunghezza del processo e alla possibilità che Autostrade per l’Italia (Aspi) venisse scagionata, con la responsabilità interamente accollata all’azienda del pullmino che trasportava cinquanta persone con un massimale assicurativo di appena 5 milioni di euro… Mi sono fatto fregare perché mi avevano convinto che l’associazione sarebbe comunque rimasta nel processo come parte civile. Ho sbagliato e me ne sono pentito, mi vergogno di averlo fatto. Ho rinunciato alla possibilità di far sentire la mia voce, di combattere la mia battaglia.

Gli avvocati hanno fatto il loro mestiere, con argomentazioni ragionevoli.

Capisco che chi si è ritrovato all’improvviso senza nulla, senza un sostegno, in condizioni particolari di debolezza abbia preferito accettare. In alcuni casi hanno anche assunto degli orfani. Ma io ho un lavoro, un reddito. Avrei dovuto rifiutare, resistere.

A quanto è ammontato il suo risarcimento?

250.000 euro.

La ritiene una cifra congrua per quel che le è successo?

Nulla mi potrà restituire mio padre e mia madre. Se potessi tornare indietro, darei io qualcosa di soldi a loro pur di vederli in galera. Sono cinque anni che non dormo, non ho una vita. Il vero risarcimento dovrà consistere nella condanna dei responsabili e nel ritiro della concessione ad Autostrade. Loro mi hanno tolto l’aria e io finché vivo proverò a toglierla a loro. Sono due anni che invio Pec al ministero delle Infrastrutture chiedendo la revoca delle concessioni a Castellucci e ai Benetton. Senza risposte.

Ora il governo Conte intende procedere.

Il nuovo esecutivo sta facendo bene, ci sono le condizioni per rescindere il contratto con chi non ha saputo garantire la sicurezza del ponte e non ha nemmeno chiesto scusa alle famiglie delle vittime. Hanno saputo solo dire che era tutto a norma. Come continuano a dire che erano a norma i new jersey di Avellino.

Perché i familiari delle vittime di Genova dovrebbero accogliere il suo appello?

Dobbiamo unirci in una battaglia per escludere Autostrade dalla gestione delle corsie, per evitare che disastri simili possano ripetersi ogni cinque anni, perché l’esperienza di Avellino non è servita a scongiurare Genova. Chissà quanti new jersey sono a rischio in tutta Italia e non lo sappiamo, per poi scoprirlo solo dopo una nuova tragedia…

Come lo Stato può revocare la concessione senza pagare

Sulla stampa e in tv domina la questione del “costo” della revoca (o meglio “caducazione” come ha scritto il premier Giuseppe Conte, cioè la perdita di efficacia di un atto giuridico) della concessione su 3mila chilometri di corsie ad Autostrade per l’Italia: da ultimo la fonte è diventata la Fillea Cgil, che calcola esborsi per lo Stato tra i 15 e i 18 miliardi di euro.

Questa certezza sull’onerosità della procedura è declinata a vario titolo e nasce dall’articolo 9 bis della concessione, laddove si prevede che in caso di revoca, il concedente – cioè lo Stato – paghi “un importo corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione, prevedibile dalla data del provvedimento di decadenza sino alla scadenza della concessione, al netto dei relativi costi, oneri, investimenti e imposte nel medesimo periodo”.

A parte che ci sono stime assai meno generose di quelle circolanti sugli introiti futuri da garantire (il professor Giorgio Ragazzi, esperto della materia, parla di 9-10 miliardi) – non è affatto detto che lo Stato debba pagare: esistono fonti normative, e sovraordinate alla concessione, che sembrano abbastanza chiare. Insomma, il codice civile vale più di un accordo contrattuale.

Andiamo con ordine. Il ponte Morandi è caduto uccidendo 43 persone e questo è assodato. La gestione e la sicurezza dell’opera, nonché i controlli sugli interventi straordinari, erano in capo ad Autostrade per l’Italia. Non bastasse la concessione, c’è l’art. 14 comma 3 del Codice della Strada: “Per le strade in concessione i poteri e i compiti dell’ente proprietario della strada previsti dal presente codice sono esercitati dal concessionario, salvo che sia diversamente stabilito” (e non lo è).

Il governo, insomma, intraprenderà una difficile battaglia legale, ma con parecchie frecce al suo arco. Le porte sono tutte aperte: parlare di “caducazione”, come ha fatto Conte, “comprende revoca, rescissione, risoluzione, recesso, persino la denuncia per nullità”, ha spiegato il ministro Danilo Toninelli.

Una leva e un punto di partenza è l’articolo 176 comma 7 del codice dei contratti pubblici: “Qualora la concessione sia risolta per inadempimento del concessionario trova applicazione l’articolo 1453 del codice civile”. E che dice questo articolo? Questo: “Nei contratti con prestazioni corrispettive, quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni, l’altro può a sua scelta chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno”. L’inadempimento, s’intende, riguarda le cause che hanno portato al crollo del ponte di Genova e il risarcimento del danno sarebbe ovviamente in capo ad Autostrade per l’Italia: per questo nella lettera all’azienda con cui l’esecutivo avvia la procedura di caducazione della concessione si chiede di confermare, fin d’ora, l’intenzione di ricostruire il ponte e farsi carico dei danni.

Quanto al famigerato art. 9 bis della concessione, ricade in pieno nell’articolo 1229 del codice civile: “È nullo qualsiasi patto che esclude o limita preventivamente la responsabilità del debitore per dolo o per colpa grave”. E al secondo comma: “È nullo altresì qualsiasi patto preventivo di esonero o di limitazione di responsabilità per i casi in cui il fatto del debitore o dei suoi ausiliari costituisca violazione di obblighi derivanti da norme di ordine pubblico”. Per questa via, peraltro, si potrebbe far saltare l’intera concessione. Sempre codice civile, articolo 1419: “La nullità parziale di un contratto o la nullità di singole clausole importa la nullità dell’intero contratto, se risulta che i contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte del suo contenuto che è colpita da nullità”.

Il tema, insomma, non è il bizzarro articolo della concessione che regala soldi ad Autostrade anche in caso di colpa (e si dovrebbe parlare di chi l’ha scritto), ma proprio l’attribuzione della responsabilità sul crollo: l’iter della battaglia Stato contro Autostrade sarà amministrativo (tradotto: è competente il Tar) perché la concessione è un atto di diritto pubblico e prenderà il via autonomamente dall’inchiesta penale, anche se il giudice potrebbe decidere di aspettare gli esiti del lavoro di Procura e Tribunale di Genova. In quel caso, Autostrade rimarrebbe in carica come concessionario e sarebbe, da contratto, comunque obbligata al risarcimento del danno: se non lo facesse, darebbe un’altra arma al governo. La legge, alla fine, è un po’ meno spaventosa per la collettività rispetto a quanto raccontano i media.

Segnò, fece saluto fascista e mostrò maglia della Rsi: il gip archivia

Non c’è reato nel comportamento del calciatore dilettante Eugenio Maria Luppi, che il 17 novembre 2017 esultò facendo un saluto romano e mostrando una maglietta della Repubblica Sociale davanti alla gradinata del campo di Marzabotto, paese dell’eccidio nazifascista. Per la Procura di Bologna, che ha chiesto l’archiviazione poi disposta dal Gip “nessun pericolo all’ordinamento democratico può essersi riscontrato”. Luppi era indagato per apologia di fascismo. Il comune di Marzabotto, che non ha ricevuto notifica dell’atto, annuncia reclamo al tribunale di Bologna “per essere riammessi nel termine per fare opposizione”.

Non si invitano attori grillini

“A noi Tafazzi ci fa un baffo”. L’ammissione sotto forma di hashtag è della consigliera regionale Pd in Emilia Romagna Manuela Rontini. Per quale motivo, secondo l’esponente locale, il Partito democratico sarebbe tafazzista (ovvero autolesionista)? Il fatto è che sabato sera alla Festa dell’Unità di Ravenna andrà in scena uno spettacolo dell’attore Ivano Marescotti. L’artista non è esattamente un simpatizzante del Pd. Anzi, ha spesso criticato le posizioni del partito di Matteo Renzi e alle ultime elezioni ha dichiarato di aver votato per il Movimento Cinque Stelle. Tuttavia, una volta nato il governo, Marescotti ha preso le distanze dalla scelta dei pentastellati di allearsi con la Lega di Salvini. In ogni caso, l’attore è stato invitato in quanto tale, non in quanto relatore politico della kermesse. Per Rontini, però, l’antipatia che Marescotti nutre verso il Pd era sufficiente per marchiarlo come ospite sgradito. “Ho sempre ritenuto fosse sbagliato invitarlo anche come artista – ha scritto su Facebook – non ho memoria di un suo spettacolo conclusosi senza il solito ‘comizietto’ politico. Non ho capito in che veste viene. A me hanno insegnato che quando si va in casa d’altri non si offende, nè si pretende di dettar legge. Ma sarò all’antica”. In effetti, le censure agli artisti dovute al credo politico appartengono ad altre epoche storiche.

Torrente in piena fa strage: 9 morti nel parco del Pollino

Prima una bomba d’acqua sul Pollino, poi il torrente Raganello che si ingrossa. E infine la tragedia: la piena ha travolto una comitiva di escursionisti che si trovavano all’interno dell’area caratterizzata da gole e cascate che durante la stagione estiva vengono percorse a piedi. Il bilancio è devastante: a monte del cosiddetto “Ponte del Diavolo” nei pressi di Civita, in provincia di Cosenza, il torrente ha ucciso nove persone, mentre i dispersi sono sette. Le vittime non sono state tutte identificate. Alcune sono state trovate a valle, a una distanza di diversi chilometri, vicino alla statale 106. Cinque, invece, sono i feriti e 23 le persone tratte in salvo, tra cui un bambino trovato in stato di ipotermia e trasportato con l’elisoccorso in ospedale. Il padre, che era con lui, è morto mentre il fratellino è ancora tra i dispersi. L’uomo con i due bambini aveva deciso di partecipare all’escursione mentre il resto della famiglia (la moglie e un altro figlio) era rimasto a Vaccarizzo, nel cosentino.

Nonostante l’allerta meteo, gli escursionisti stavano percorrendo a piedi il torrente quando sono stati colti dalla piena del Raganello, il fiume che taglia il massiccio roccioso nella parte orientale del Pollino creando un canyon di 12 chilometri e profondo anche 400 metri. Un imbuto che non ha lasciato scampo quando è arrivata l’acqua. Alcuni sono riusciti a raggiungere gli scogli e ad aggrapparsi a questi in attesa di essere recuperati. Altri sono stati trascinati dalla forza del torrente.

In serata i carabinieri di Castrovillari, i vigili del fuoco, la Protezione civile e il soccorso alpino hanno contato i morti: 9 i corpi recuperati. Una delle vittime è una ragazza di 24 anni di Trebisacce. Dovrebbero esserci anche 7 dispersi ma il numero potrebbe salire perché nelle gole del Raganello si accede liberamente e non tutti si rivolgono alle guide.

Dalla zona di Pietraponte allo spettacolare Ponte del Diavolo, dove si sarebbe verificato l’incidente, sono circa 8 chilometri che, secondo gli esperti, è il tratto più difficoltoso da percorrere perché il letto del torrente è più capiente e ci sono punti scoscesi come la Forra d’Illice, la Conca degli Oleandri, la Tetra di Fenditura e la Frana Ciclopica.

“È arrivata una valanga d’acqua all’improvviso. Non abbiamo avuto il tempo di fare nulla”. Racconta in lacrime un turista olandese mentre gli viene bendata la testa: “Una cosa incredibile, l’inferno”. C’è il rischio, però, che le vittime aumentino. Tra i dispersi, secondo la Protezione civile, potrebbero esserci anche diversi bambini. All’appello, inoltre, manca una guida e questo farebbe pensare che i gruppi interessati dalla piena del torrente possano essere stati due e non uno come si pensava nelle prime ore.

Nella palestra comunale di Civita è stato allestito il centro di primo soccorso. “La situazione è grave – dice il responsabile del Soccorso alpino Calabria Luca Franzese -. La ricerca durerà tutta notte”. Su quanto accaduto è stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Castrovillari che vuole capire il perché nonostante, nella zona, fosse in atto un’allerta meteo c’erano degli escursionisti nella gola del Raganello. Una delle guide storiche punta il dito sul business delle escursioni: “Se ci fosse stata una guida seria – dice – non sarebbe entrata con la sua comitiva con queste previsione del tempo”. Un gruppo di escursionisti dovrebbe essere composto massimo di 7 persone: “Ogni turista – aggiunge – paga circa 35 euro a testa. Alcune guide hanno aumentato sempre più il numero dei partecipanti, per guadagnare di più. Alcuni potrebbe essere morti per la piena improvvisa, travolti dall’acqua; altri dalla caduta dei massi dal canyon. Non è una fatalità, perché il tempo a monte non era stabile. È colpa dell’uomo che ha sfruttato il Raganello, senza conoscerlo a fondo. È colpa di chi ha gestito il territorio. Mancano perfino dei cartelli che vietino l’ingresso in caso di condizioni del tempo instabili”. Il procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla, che coordina le indagini: “I morti sono 5 uomini e 4 donne. Si tratta di un gruppo partito da Civita (Cosenza, ndr) sorpreso dall’acquazzone che ha ingrossato il torrente. Il bilancio potrebbe salire, riteniamo che nell’area ci fossero più persone come accade sovente in questo periodo perché la zona è molto battuta”.

Bracciante indiano colpito da pallini a Terracina (Latina)

Ancora spari con pallini contro un immigrato nel Pontino. Questa volta è toccato a un indiano di 40 anni che domenica sera è stato ferito all’addome da tre pallini esplosi con un’arma ad aria compressa. L’uomo, un bracciante agricolo regolare, ha riportato lievi abrasioni ed è stato giudicato guaribile in due giorni. Indagano i carabinieri di Terracina (Latina) per ricostruire la dinamica dell’accaduto e risalire al responsabile. L’uomo ha raccontato che nella serata di ieri mentre si trovava in sella alla propria bicicletta sulla via Pontina, all’altezza di via Badino vecchia, a Terracina, è stato raggiunto da tre pallini esplosi verosimilmente con un’arma ad aria compressa da uno sconosciuto a bordo di un’utilitaria. Fra i numerosi episodi di violenza contro gli stranieri registrati in Italia nelle ultime settimane se ne contano diversi nella provincia pontina: a luglio spari con armi ad aria compressa per i quali sono stati denunciati tre giovani a Latina; poi un marocchino inseguito da due residenti che temevano furti e morto dopo una colluttazione ad Aprilia e infine, una settimana fa sempre ad Aprilia, un camerunense 50enne è ferito al piede da un pallino, anche quello sparato da un balcone con un’arma ad aria compressa.