“Tornate da dove siete venuti” in tv. Il dramma dei profughi diventa reality

La minaccia dei trafficanti, la polvere del campo profughi, il terrore di morire. Le tasche vuote come lo stomaco. Il mare da attraversare per fuggire dalle bombe su un gommone: verso l’Europa e la salvezza. Vi raccomando: non cambiate canale. Dopo la pubblicità il presentatore vi spiegherà come è andata a finire: perché stavolta il dramma dei profughi diventa un reality show sul canale privato Tvn.

Wracajcie skad przuszliscie in polacco vuol dire “Tornate da dove siete venuti” ed è il nome del programma che andrà in onda a Varsavia in novembre.

La regola del gioco per i partecipanti è: fai finta di essere un migrante, sopravvivi e scappa. I membri, divisi in due squadre, devono attraversare la rotta balcanica dei rifugiati veri, una mappa da macabro gioco senza frontiere: Germania, Austria, Ungheria, Serbia, ma anche Grecia, Libano e Kurdistan. Sotto lo sguardo di telespettatori disinteressati ai drammi veri ma ingordi di quelle finti: i concorrenti hanno un mese di tempo per giungere a destinazione.

Sul sito Newsmaven, finanziato da Gazeta Wyborcza, il quotidiano più liberale del Paese, la redazione si chiede se “non è il caso di farne uno simile ad Auschwitz, dove sono morti ebrei, ma anche tanti polacchi”. Umorismo nero: “I partecipanti faranno sesso per avere un salvagente dal trafficante?”. Ed ancora: “In Polonia commercializziamo il destino di chi abbiamo rifiutato di aiutare”.

All’emittente Tvn il vicedirettore Bogdan Czaja ha ribattuto: “Manderemo in onda lo show per rendere gli spettatori più consapevoli della realtà e delle difficoltà dei migranti, nel paese è una questione politicamente sensibile, saremo una voce nel dibattito”. I partecipanti non avranno “né cellulari, né soldi, né documenti”, spiega la produzione: non possiederanno, cioè, esattamente le uniche cose che, a volte, hanno i rifugiati veri quando si mettono in marcia per scappare dalle violenze dei loro paesi e abbandonano le loro case.

La Polonia non è il primo paese che “gioca alla migrazione”. Danimarca, Svezia, Olanda lo hanno già fatto. Nel format originale, quello australiano del canale SBS, i concorrenti scappano perfino da un combattimento simulato dell’Isis, il video è uno dei più visti su youtube. Sui social gli pseudo-migranti avranno profili dove si potranno lasciare commenti, like, tifo: chi merita di salvarsi, chi invece no. Se c’è qualcosa da vincere, per i concorrenti è la fama e la simpatia del pubblico, per la tv è lo share.

È l’Europa del gruppo di Visegrad: quella che respinge le quote dei rifugiati, ma non quelle degli ascolti. La crisi migratoria, che ha costretto milioni di persone alla fuga, e ne ha uccise altrettante, nel blocco dell’est preferiscono sia solo un set televisivo. Tornate da dove siete venuti: si prevedono almeno quattro episodi, ognuno da un paio d’ore. E per qualche settimana i polacchi, popolo di migranti, rimarranno incollati agli schermi e chi arriverà a riva “lo saprete nella prossima puntata”. E poi, se è un set o la vita vera, se è finzione o realtà, al pubblico importa davvero?

Diciotti, passa la linea Salvini. Ora la Procura ipotizza abusi

Tutte le regole e le procedure sono ormai saltate. Il caso Diciotti è esploso dopo cinque giorni di fermo davanti al porto di Lampedusa, con 177 migranti e richiedenti asilo a bordo, recuperati a 17 miglia dalle coste italiane. Prima il deciso intervento del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, che ha sollevato la questione della legittimità o meno della scelta di non far sbarcare le persone salvate. Poi l’apertura di un fascicolo da parte della Procura di Agrigento, competente per il territorio di Lampedusa, che sta approfondendo il trattenimento per cinque giorni dei migranti. Accanto alla consueta ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, rivolta agli eventuali scafisti presenti tra i 190 naufraghi (i 177 più i tredici sbarcati per emergenza medica), il procuratore Luigi Patronaggio sta analizzando la situazione dei migranti e rifugiati, “a bordo da cinque giorni – ha spiegato al Fatto quotidiano il magistrato – e di fatto ‘ristretti’”. La Procura intende verificare eventuali abusi nella decisione di trattenere i migranti oltre il tempo necessario alle procedure di identificazione e di richiesta di asili e ha delegato gli accertamenti alla Capitaneria di porto e alla polizia.

“Sono privati della libertà e sono in territorio italiano, in una situazione incongrua, una situazione di stallo”, ha spiegato il Garante al Fatto quotidiano. Secondo Palma questo potrebbe comportare “una violazione dell’articolo 5 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo”.

La nave, nel frattempo, ha lasciato Lampedusa, dirigendosi verso la costa orientale della Sicilia per poi puntare su Catania. Secondo fonti governative la scelta è arrivata dal ministro Danilo Toninelli, responsabile per i porti e la Guardia costiera, che ha annunciato la nuova rotta via Twitter. Il ministero dell’Interno ha subito sottolineato di non avere dato nessuna autorizzazione allo sbarco dei migranti trasportati dalla Diciotti e di non avere intenzione di cambiare linea fino a quando non si avrà la certezza della ridistribuzione dei 177 chiesta dal governo italiano ai partner dell’Ue.

Centrale è la procedura utilizzata per bloccare, fino a questo momento, lo sbarco da parte di Matteo Salvini. L’individuazione del porto è soggetta ad uno standard operativo contenuto in un documento del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti del settembre 2015, che il Fatto quotidiano ha potuto consultare. Lo scopo del protocollo, si legge, è di “minimizzare i tempi per il trasporto delle persone soccorse in un luogo sicuro e per evitare indebiti ritardi nello svolgimento delle operazioni di sbarco”. Un’esigenza richiesta dalle convenzione internazionali sul salvataggio, che prescrivono l’arrivo tempestivo in porto. L’indicazione del punto di sbarco dei migranti era dunque affidata al Viminale per “accelerare per quanto possibile i tempi per il trasferimento nel Pos delle persone soccorse”.

La procedura operativa prevede, per poter coordinare tutti gli enti interessati, che la richiesta di assegnazione del porto venga “avanzata al ministero dell’Interno”. I funzionari del Viminale a quel punto dovrebbero “aver cura – prosegue il documento – di limitare, per quanto possibile, la permanenza a bordo delle persone soccorse”.

La scelta di bloccare lo sbarco è, dunque, tutta politica. Il funzionario di turno del Viminale presente al tavolo di coordinamento “ha applicato l’indirizzo politico venuto dal ministro”, riferiscono fonti governative. Per poter mantenere il pallino in mano al ministero dell’Interno è stata utilizzata la procedura elaborata dalla Guardia costiera nel 2015, con il paradosso di rovesciarne le premesse: fare melina, anche se le norme internazionali prevedono soluzioni veloci nell’assegnazione del porto.

Il caso Diciotti ha fatto poi emergere con forza lo scontro, ormai aperto, tra il Viminale e la Guardia costiera italiana. Da Palazzo Chigi confermano che la linea del governo è quella di Matteo Salvini: senza accordo europeo di ridistribuzione dei migranti non ci sarà attracco della nave. Emerge però anche l’imbarazzo per l’ennesimo corto circuito tra il ministro dell’Interno e Danilo Toninelli, tanto che fino alla tarda serata di ieri non c’è stato nessun intervento del premier Giuseppe Conte.

Il clima sulla nave Diciotti fino a ieri era tranquillo. I marinai e gli ufficiali della Guardia costiera hanno organizzato turni di pulizia insieme agli stessi migranti. “La sera cantano, come fanno sempre in questi casi, è una sorta di rito”, raccontano fonti delle Capitanerie di Porto. Catania è alle porte. La soluzione, però, rimane un miraggio.

Rapporti tra “mafia e informazione” alla Summer school

Quante volte diciamo che la lotta contro la mafia ha bisogno di informazione vera, seria, costante? O che il silenzio è mafia? La prossima Summer school di Scienze Politiche a Milano (10-14 settembre, diretta da Nando dalla Chiesa) sarà appunto dedicata al tema “Mafia e Informazione”. Da varie prospettive.

La storia dell’informazione Rai, i rapporti tra mafia, potere e informazione. Il sasso in bocca per i cronisti coraggiosi e la google-generation mafiosa. E l’oggi, in bilico tra progressi e fughe all’indietro. E poi Malta, Russia, Messico.

Tra gli ospiti presenti ci saranno Antonio Calabrò, Maria Grazia Mazzola, Claudio Fava, Marco Travaglio, Attilio Bolzoni, Giovanni Tizian, Gianluigi Nuzzi, Antonio Padellaro, Marco Damilano, Giovanni Bianconi. E studiosi come Alessandro Dal Lago, Marcello Ravveduto, Sergio Splendore e Ombretta Ingrascì. E poi Piero Grasso (stampa e maxiprocesso), Rosy Bindi, Federico Cafiero de Raho e il sottosegretario all’Interno Luigi Gaetti. Per le ultime iscrizioni, www.cross.unimi.it.

I croupier s’improvvisano camerieri per salvare il casinò di Campione

Caos al casinò. A Campione d’Italia la sala da gioco è ormai chiusa, dopo il fallimento deciso il 27 luglio dal Tribunale di Como. A rilanciare, sperando di ribaltare la sorte avversa, sono ora i consiglieri comunali di Campione e i croupier. I primi scelgono la strada delle dimissioni, puntando a provocare lo scioglimento del Consiglio comunale e la nomina di un commissario prefettizio, nella speranza che questo possa portare alla riapertura della casa da gioco.

I croupier, invece, organizzano il “Gran galà del casinò chiuso”, una cena di gala all’aperto, giovedì 23 agosto, nella piazza davanti alle porte sbarrate della casa da gioco. Insieme ai quattrocento dipendenti del casinò, hanno lanciato un invito ai clienti, per un galà serale all’aria aperta: “Per anni abbiamo organizzato eventi”, spiega Alessandra Bernasconi, responsabile dell’Ufficio marketing, “e in questo momento così difficile ci sembra opportuno dare vita a una serata diversa per noi e per i nostri clienti. Non possiamo avere a disposizione il salone delle feste che per anni ha incorniciato concerti, party, eventi memorabili. Ma sapremo adattarci al piazzale antistante il casinò, attrezzandolo con tavolate e palco per la musica dal vivo. A preparare e servire la cena saranno i nostri croupier”. Giovedì, dunque, cena con la musica del maestro Fulvio Rosa e del gruppo rock Tao Love Bus Experience. Mancheranno solo i giochi, i tavoli della roulette e le slot machine, irrimediabilmente chiusi nelle sale del casinò sbarrato, dopo che il giudice del Tribunale fallimentare ha decretato il default e affidato la gestione a tre curatori fallimentari. In precedenza, il commissario liquidatore aveva bocciato il piano di risanamento presentato dal Comune e dalla casa da gioco. Il fallimento è stato giudicato inevitabile dopo che il casinò, precipitato nel dissesto finanziario, non era stato più in grado di versare le quote dovute al Comune di Campione, socio unico.

I consiglieri dimissionari per ora sono quattro: Tanina Padula, Fiorenzo Dorigo, Domenico Deceglie e Michele Canesi hanno rinunciato al loro mandato con una lettera inviata al prefetto Ignazio Coccia e al sindaco di Campione Roberto Salmoiraghi. Si appellano anche al ministro dell’Interno Matteo Salvini, a cui hanno chiesto di intervenire per far riaprire il casinò, “da sempre l’unico ed esclusivo volano dell’economia campionese, da cui dipendono direttamente le sorti di un’intera comunità italiana localizzata in territorio elvetico”.

Caso Air Force Renzi, sullo sconto adesso il problema è Alitalia

Pur di chiudere l’imbarazzante vicenda dell’Air Force Renzi gli arabi di Etihad sarebbero disposti a ridurre del 60 per cento circa la rata mensile del leasing (affitto) portandola dagli 805 mila dollari attuali a 200 mila circa. Non solo: nei 200 mila dollari farebbero rientrare pure la manutenzione e i servizi accessori che lo Stato ora paga invece ad Alitalia e che valgono circa 44 milioni e mezzo di euro. Dal momento che le rate da pagare sono ancora 60 il risparmio sul leasing ammonterebbe a quasi 36 milioni e mezzo di dollari (32 milioni di euro) a cui dovrebbero essere aggiunti i 44 milioni e mezzo di euro della manutenzione e dei servizi. Il totale risparmiato sarebbe di circa 76 milioni di euro. L’accordo sul vantaggioso sconto raggiunto grazie al lavoro preparatorio del ministero dei Trasporti guidato da Danilo Toninelli rimane però a mezz’aria perché i commissari Alitalia si mettono di traverso. Alitalia è uno dei soggetti della triangolazione intervenuta a metà 2016 per portare il famoso Airbus A340/500 da Abu Dhabi a Fiumicino. La compagnia italiana ha prima firmato un contratto di leasing con quella araba che era sua socia al 49 per cento. Poi ha firmato un secondo contratto con il Segretariato generale della Difesa per consentire all’aereo di entrare a far parte della flotta per i voli di Stato.

Nelle settimane passate c’è stata un’intensa trattativa dietro le quinte con gli arabi nella quale è stato coinvolto anche il ministero degli Esteri guidato da Enzo Moavero che ha preso contatti con l’ambasciatore emiratino a Roma. Ci sono stati più incontri durante i quali gli arabi hanno accettato l’idea del sostanzioso sconto sul leasing. La compagnia araba è interessata a uscire senza chiasso da una vicenda che potrebbe procurarle danni di immagine a livello internazionale. Mentre il governo italiano vorrebbe contenere l’enorme spreco di denaro che lo Stato deve sopportare per un aereo che è un mezzo bidone, consuma a più non posso e non era il caso di aggiungere ai circa 10 che compongono la flotta di Stato usati dal capo del governo, il Presidente della Repubblica, i ministri.

Così come è espressamente specificato nelle pagine introduttive del contratto sottoscritto dalla Difesa con Alitalia, è stata la Presidenza del Consiglio dei ministri, cioè il capo del governo di allora, Matteo Renzi, a decidere che c’era bisogno di un altro aereo con quel tipo di caratteristiche, un “quadrimotore turbofan a lungo raggio”. La Direzione degli armamenti aeronautici della Difesa ha successivamente “individuato in Alitalia la Società in condizione di fornire l’aeromobile ed i servizi accessori alla locazione”. In realtà i vertici della Difesa hanno subìto tutta l’operazione, ma non hanno potuto sottrarsi alle indicazioni del capo del governo.

Trovato l’accordo sostanziale con gli arabi, ora Alitalia dovrebbe dichiarare formalmente a Etihad il superamento del contratto. E qui insorgono le divergenze. I capi della compagnia ritengono che il contratto possa essere rescisso solo nel rispetto dell’articolo 25 (Recesso unilaterale). Questo articolo prevede che lo Stato italiano per uscire debba pagare per intero l’importo del leasing. A questo proposito i commissari Alitalia si sono rivolti al ministero della Difesa perché metta mano al portafoglio. Al ministero dei Trasporti ritengono invece che debba essere applicato l’articolo 24 (clausola risolutiva espressa) in cui si prevede che il “contratto si risolverà automaticamente” nel caso “di cessazione di attività da parte della società”. Ed è proprio quello che è successo perché nel frattempo la compagnia di Fiumicino è fallita e a guidarla sono subentrati i commissari liquidatori.

Mentre le rate dell’onerosissimo leasing continuano a correre, Etihad ha venduto sul mercato aeronautico di Londra due aerei (numeri di serie Msn 0783 e Msn 0464) gemelli a quello affibbiato a suo tempo a Renzi. Il prezzo che sono riusciti a spuntare mette ulteriormente in risalto quanto tutta l’operazione Air Force Renzi fosse assolutamente fuori mercato. Etihad ha incassato dalla vendita dei due aerei circa 10 milioni di dollari. Solo per 8 anni di affitto (non per l’acquisto) dell’Air Force Renzi l’Italia ne sta spendendo 8 volte di più.

I primi 5 alloggi consegnati agli sfollati. Altri 45 in un mese

Cinque case sono state assegnate a cinque famiglie di sfollati (21 persone su quasi 533 censiti), rimaste senza casa per timore di crolli vicino al Ponte Morandi. “Mi ha sorpreso questa velocità, hanno lavorato bene”, dice ai cronisti Danilo Linari che accompagna i genitori anziani a prendere possesso dell’alloggio. Fabrizio Galofaro e la moglie Yaiserly hanno tre figli, il più piccolo ha tre mesi: “Siamo rimasti stupiti da questa velocità, anche se la casa che ci danno è più piccola, va bene lo stesso”, ha detto. Ieri pomeriggio hanno ricevuto dal sindaco di Genova Marco Bucci e dal governatore della Liguria Giovanni Toti le chiavi di appartamenti di solito destinati alle forze dell’ordine e di proprietà dell’Azienda regionale e territoriale (Arte). Sono senza mobili, ma hanno le utenze allacciate. “Contiamo entro metà novembre di soddisfare tutte le esigenze”, annunciano Bucci e Toti. Sei alloggi saranno consegnati oggi e altri 45 nei prossimi 30 o 40 giorni. Gli sfollati potranno rimanere nelle case “per un lungo periodo”, ha garantito Toti. Il presidente ha anche parlato di un altro tipo di contributo da Autostrade per l’Italia, 10 mila euro a famiglia, per equipaggiare le case assegnate perché sarà complesso traslocare i mobili dalle case sotto il ponte. In alternativa agli sfollati l’amministrazione potrà erogare contributi per pagarsi l’affitto di una casa sino a 900 euro mensili. Sono fondi che scattano insieme all’ordinanza per Genova firmata dal capo della protezione civile Angelo Borrelli.

Il sindaco Bucci ha anche rivolto un invito ai genovesi: “Per tutti coloro che fossero interessati a mettere a disposizione una casa a chi in questo momento è costretto a lasciare la propria abitazione può farlo inviando una e-mail a: casedisponibili@comune.genova.it”. “Ci sono molti privati che stanno offrendo abitazioni o di pagare gli affitti degli sfollati”, aggiunge l’assessore al Welfare Francesca Fassio.

L’amministrazione sta inoltre programmando anche l’attivazione di servizi di scuolabus per quei studenti costretti a vivere lontano dalle scuole che erano soliti frequentare, ma le famiglie potranno anche decidere di iscriverli in altri istituti.

Chiuso il cavalcavia Fiumicino-Ostia. Disagi per i viaggiatori diretti all’aeroporto

La sicurezza non è assicurata. C’è bisogno di verifiche approfondite. Per questa ragione il ponte della Scafa tra Fiumicino e Ostia è stato chiuso e i viaggiatori diretti all’aeroporto potrebbero avere disagi . La decisione è stata presa ieri dall’Azienda strade Lazio (Astral) per consentire “approfondite verifiche ad elementi di degrado emersi all’esito di indagini avviate molto tempo prima dei tristi avvenimenti di Genova”, dichiara l’amministratore unico Antonio Mallamo. “La prevista chiusura di questo tratto di strada creerà inevitabilmente un problema di traffico davvero abnorme, sia per le migliaia di lavoratori che gravitano sull’aeroporto sia per tutti coloro che devono raggiungere le due località di Ostia e Fiumicino – spiega il sindaco di quest’ultima città, Esterino Montino –. Non possiamo rimanere a lungo in queste condizioni”.

In vista dei rallentamenti sulle strade l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (Enac) ha invitato i passeggeri in viaggio verso lo scalo, quelli che passano sulla direttrice Ostia-Fiumicino, ad anticipare l’orario di partenza scegliendo percorsi alternativi.

Oggi ci sarà una riunione, a cui parteciperà una delegazione di Roma Capitale, per esaminare le criticità e analizzare gli interventi da attuare per limitare i disagi alla circolazione.

La commissione d’indagine rischia lo stop. Il presidente sapeva del degrado del ponte

I tecnici nominati dal ministero dei Trasporti per far luce sul disastro di Genova conoscono fin troppo bene la materia. C’è chi era al corrente da mesi del pericoloso stato di degrado del ponte Morandi, chi vigila da anni sulla rete e chi in passato ha addirittura preso soldi da Autostrade per l’Italia.

Tre membri su sei, metà commissione, è in posizione di potenziale conflitto di interessi. A partire dal presidente Roberto Ferrazza, che ha già annunciato la sua disponibilità a dimettersi: “Ho parlato con il capo di gabinetto del ministro e non è stata sollevata una questione di fiducia nei miei confronti. Credo di aver chiarito tutto, di certo ho lavorato con coscienza e impegno. Se mi chiederanno di farmi da parte, lo farò immediatamente”. Una soluzione su cui il ministro Danilo Toninelli sta riflettendo, dopo aver sentito i diretti interessati: la commissione che concluderà l’indagine potrebbe essere diversa da quella che ha iniziato.

Subito dopo Ferragosto il mininistero aveva messo su un gruppo di esperti per individuare le cause del crollo, pescando nei propri uffici. Non aveva valutato, però, che molti di loro avevano già avuto modo di occuparsi di autostrade o proprio del ponte. È il caso di Roberto Ferrazza, presidente (chissà per quanto) della commissione: c’è la sua firma sul documento che dà via libera al progetto esecutivo dei lavori al Morandi pianificati dal gestore, in cui come rivelato da L’Espresso si “evidenzia un lento trend di degrado dei cavi costituenti gli stralli”, tra il 20 e il 30 per cento. È una delle contraddizioni del concessionario: solo lunedì, in un’intervista a Il Fatto, Paolo Berti, direttore centrale “operations” di Autostrade, ha negato che fossero in possesso di dati allarmanti (“Non c’era nessun peggioramento dei valori”). Lo studio commissionato dalla sua stessa società afferma il contrario. E Ferrazza, che in qualità di provveditore ligure si ritrova fra le mani il dossier, lo sa da mesi. Come Antonio Brencich, professore all’Università di Genova, membro di entrambi i gruppi.

Il capo della commissione che deve dire perché è crollato il ponte e di chi è la colpa, era stato avvisato del suo stato pericolante. La Guardia di finanza ha anche visitato gli uffici del suo Provveditorato nell’ambito dell’indagine condotta dalla Procura. C’è la possibilità concreta che i commissari si trovino a dover esaminare il proprio stesso operato, e questo avrebbe generato nervosismo. Impossibile per il ministero ignorare la questione di opportunità, che per altro non si ferma a Ferrazza e Brencich.

Pure Bruno Santoro e Michele Franzese hanno già avuto a che fare con il concessionario dei Benetton, in quanto appartenenti alla Direzione generale per la vigilanza sulle concessionarie autostradali: è l’organo supervisore a lungo guidato da Mauro Coletta e ora da Vincenzo Cinelli, prima interno a Anas e poi transitato nel Mit, che non ha mai brillato per la severità dei suoi controlli. I dubbi sono soprattutto sul primo, che – come spiegato sempre da L’Espresso – tra il 2009 e il 2013 ha svolto un paio di consulenze proprio per Autostrade, da cui ha percepito in totale 70 mila euro.

Restano fuori dal cono d’ombra solo due componenti, il professor Ivo Vanzi e l’ingegnere Gianluca Iacovella. Troppo poco per non mettere in discussione l’imparzialità dei lavori, un rischio che il governo non può permettersi di correre. Nella giornata di ieri il ministro Toninelli ha chiesto ai vari membri informazioni sulle rispettive posizioni.

Al momento il più esposto sembra proprio Ferrazza, anche per il suo ruolo di presidente, ma l’intera commissione potrebbe essere a rischio. Il rimpasto è quasi certo: resta solo da capire se saranno sostituzioni mirate, o se le nomine saranno azzerate e rifatte. E con loro, anche i primi atti della commissione.

Festa Benetton a Cortina la sera stessa della tragedia

“Brindavano, qualcuno ballava anche sui tavoli con la musica a tutto volume e sono andati avanti fino a tardi”. Se qualche invitato era a disagio l’ha tenuto per sé. Così la sera del 14 agosto, poche ore dopo la tragedia di Genova, una rampolla della famiglia Benetton ha festeggiato il compleanno del marito con una quarantina di invitati. Anche stavolta a Cortina d’Ampezzo. Buen retiro della famiglia che ha fatto la storia del tessile e ha in mano Autostrade Spa. Alla vigilia della grigliata di Ferragosto che ha poi raccolto mezza dinastia ed è già finita sui giornali.

Siamo sul Lago Ghedina, uno dei gioielli di Cortina. Uno specchio d’acqua verde smeraldo che riflette i colori dei boschi delle Tofane. E in fondo una baita di legno dove da decenni trova rifugio la crème ampezzana per le sue feste. È la scenografia che Sabrina Benetton, 44 anni, ha scelto per festeggiare degnamente il compleanno del marito, Ermanno Boffa, 52. Una coppia d’oro: lei figlia di Gilberto, uno dei fratelli ai vertici della dinastia. Lui commercialista rampante, a capo di uno dei principali studi di Treviso. Non solo: dopo la recente morte di Carlo si prepara una redistribuzione dei poteri nel gruppo e Boffa è tra i papabili – ora che Alessandro, figlio di Luciano, ha preso altre strade – per assumere un ruolo importante nel gruppo.

Insomma, alta società. E la festa deve essere all’altezza. In valle se ne parla tra i negozi dello struscio di via Roma e il bar la Suite che appartiene al proprietario del Lago Ghedina. Anche le forze dell’ordine erano informate. E qualche curioso si affaccia ai bordi del lago. Forse si chiede se la disgrazia farà annullare l’appuntamento. Parrebbe di no. Gli invitati hanno cominciato ad arrivare verso l’ora di cena. Poi i camerieri, dipendenti di un catering, hanno iniziato a servire. E in breve la festa ha raggiunto il culmine: “C’erano brindisi, musica a tutto volume che si sentiva su per la montagna e gente che ballava a tutta forza, perfino qualcuno sui tavoli. Il festeggiato si alternava alla consolle con il dj per mettere la musica”, racconta chi ha assistito di straforo.

Sarebbero andati avanti fino alle due di notte, forse oltre. Non sarebbero stati presenti altri membri del grande clan Benetton: dai quattro fratelli fondatori – Luciano, Giuliana, Gilberto e Carlo – è nata una tribù. Del resto le feste di Sabrina ed Ermanno sono molto conosciute e apprezzate nella Cortina che conta. È una coppia con molti amici, a Treviso e non solo.

In valle se ne parla parecchio. Soprattutto dopo la polemica per il pranzo di famiglia organizzato il giorno dopo, a Ferragosto, dalla famiglia Benetton. Come ha raccontato La Verità, i Benetton hanno ospitato una novantina di invitati nella villa di Giuliana. Erano quasi tutte persone di famiglia o colleghi imprenditori soprattutto dell’area di Treviso: “I politici non li vogliono mai là”, spiegano ancora da Cortina. Tutti in piedi per un aperitivo, poi seduti (e serviti) a godersi il menù di pesce – un risotto e il branzino in forno – e un dolce, senza rinunciare al vino e ai brindisi. Costo complessivo, si dice, intorno agli 8 mila euro, 90 euro a testa. Una festa? “Macché”, commentano poi i Benetton, “soltanto un modo per ritrovarsi e ricordare il nostro Carlo scomparso nel luglio scorso”.

Ma è davvero la sera del 14 agosto è andata come raccontano i testimoni? E perché si è deciso lo stesso di festeggiare? I cronisti hanno interpellato i collaboratori più stretti della famiglia Benetton, senza avere risposta.

Soltanto un’amica di famiglia si sbilancia: “Io non ne so niente, sono troppo vecchia. Ma mettetevi nei loro panni… come potevano annullare l’appuntamento con ospiti magari arrivati dall’estero. Io li conosco i Benetton, sono distrutti”.

Giù il tirante e la soletta. Il crollo in soli 3 secondi

Tre secondi. Tanto è durato lo schianto del ponte Morandi. Un attimo. Alle 11,36,30 erano tutti vivi, nelle loro auto che correvano verso casa, le vacanze, il lavoro. Provate a immaginare: la radio che suonava, le chiacchiere, i pensieri di ogni giorno. Dopo tre secondi 43 persone erano novanta metri più in basso, sepolte da migliaia di tonnellate di cemento.

È tutto visibile nei video acquisiti dalla Guardia di Finanza e dalla Procura di Genova. Ieri gli investigatori e i periti della Procura hanno passato la giornata a guardare le immagini, fotogramma per fotogramma, su maxischermo. Un video in particolare, ripreso da un fabbrica che lavora i metalli vicino all’imboccatura della galleria a Ponente del ponte. Si vede tutto: lo strallo che cede, il pavimento del viadotto che sprofonda. Il pilone alto novanta metri che si avvita e cade sopra l’asfalto.

C’è poi un altro video della società Autostrade (una prima telecamera aveva fornito immagini che si interrompevano al momento del crollo) che mostra una circostanza forse utile per l’inchiesta: pochi istanti prima del crollo ecco che compaiono due tir che procedono appaiati e passano proprio sul punto dove la soletta del ponte avrebbe poi ceduto. Sarebbe perfino possibile, secondo i tecnici, che i due mezzi pesanti – in tutto circa quindici tonnellate – siano stati il colpo di grazia su una struttura agonizzante. Un peso che ha strappato l’ultimo filo cui era appeso il gigantesco ponte dopo oltre cinquant’anni di vita.

In tutto sono sette video, alcuni giudicati molto utili. Altri scioccanti, soprattutto per i parenti delle vittime: si vedono gli ultimi istanti di vita degli automobilisti che passano e si dirigono verso la voragine. Poi i mezzi di servizio dell’Amiu (la società della nettezza urbana) che lavorano indisturbati finché all’improvviso vengono ricoperti da una valanga di cemento. Da cui emerge soltanto un gatto.

Ma che cosa ha ceduto prima, il tirante o la soletta del ponte? “Finora è come dire se viene prima il gallo o la gallina”, sospira Roberto Ferrazza, chiamato dal ministero delle Infrastrutture a guidare la Commissione d’indagine sul ponte. Ogni possibile causa è stata vagliata e alcune già escluse. Come il famoso fulmine che ha colpito il pilone venti secondi prima del crollo. Pare difficile che a modificare la statica del gigante lungo 1.182 metri siano stati anche i new jersey di cemento posti lungo tutta la carreggiata.

Intanto gli investigatori hanno acquisito la relazione del Politecnico di Milano che Autostrade chiamò a esaminare il ponte; un documento che puntava il dito sulla vulnerabilità degli stralli.

Poi c’è la relazione del Provveditorato alle Opere Pubbliche che doveva dare un parere sul progetto di lavori strutturali che Autostrade intendeva compiere da ottobre sui piloni 9 (quello crollato) e 10.

Qui, però, rischia di nascere un caso, perché due membri della Commissione chiamata oggi a indagare erano anche firmatari del documento del Provveditorato: Ferrazza e Antonio Brencich.

Il documento del Provveditorato si concludeva con un sostanziale via libera ai lavori di Autostrade: “Complessivamente il progetto esecutivo esaminato appare ben redatto e completo in ogni dettaglio. Lo stesso risulta studiato in modo metodologicamente ineccepibile”.

Ma non mancano i passaggi critici, come a pagina 29: “Si rilevano alcuni aspetti discutibili per quanto riguarda la stima della resistenza del calcestruzzo, in particolare: il metodo Sonreb-Win (utilizzato per i calcoli, ndr) è ormai ritenuto scientificamente fallace”. Dubbi anche sulla sonda Windsor utilizzata per i rilievi “e già abbandonata dal contesto scientifico”. Infine: “Non viene precisato quale tassello per pull out sia stato impiegato. Una notazione non marginale perché nella letteratura scientifica è documentato che determinati tasselli, specie se la curva di taratura non tiene conto dello stato tensionale nell’elemento strutturale, potrebbero portare a sovrastime anche del 100% della resistenza del calcestruzzo”.

Non proprio dettagli, quindi. Ma c’è chi fa notare anche un altro passaggio soltanto apparentemente burocratico che compare a pagina 25, all’inizio delle “Considerazioni” sul progetto. “L’intervento proposto, unitamente al sistema di monitoraggio che verrà contestualmente installato sugli stralli, è pertanto da considerarsi un provvedimento migliorativo che, pur non portando a sostanziali modifiche del comportamento dell’opera, induce sugli stralli una favorevole coazione di compressione che allunga la vita utile di questi elementi, fondamentali per la statica del ponte, incrementando così il valore del cespite. Considerata pertanto la natura e la finalità migliorative dell’intervento proposto si ritiene che lo stesso possa trovare allocazione economica all’interno dei casi previsti dalla Convenzione Unica”.

Un passaggio quasi incomprensibile per i profani che, però, poteva avere conseguenze rilevanti da un punto di vista economico: definendo il progetto come migliorativo, infatti, si spalanca la strada a un eventuale aumento delle tariffe. Mentre altri esperti sostengono che si trattasse invece di una manutenzione straordinaria obbligatoria.

Poche righe che, però, potevano pesare milioni.