La rivoluzione gentile di Rita, riferimento di una generazione

Era il treno dei desideri. E come nella bella canzone di Celentano “all’incontrario andava”. Non cercava la speranza viaggiando da Sud a Nord, come era accaduto per decenni e generazioni. Ma andava in direzione opposta. Da tutta Italia verso la Sicilia. Per liberare a ogni stazione dopo lo Stretto grappoli di giovani con il sogno di dare un destino diverso alla loro isola. Con una croce per Rita Borsellino presidente della Regione Sicilia. Quel treno che un giorno di maggio del 2006 radunò spontaneamente negli stessi vagoni più di mille studenti universitari e lavoratori siciliani venne ribattezzato il “Rita Express”.

La scomparsa di Rita ha restituito a molti il ricordo fiero e malinconico di quel viaggio e, prima ancora, di quella campagna elettorale. La rete le ha riprese, le ha rimesse insieme. Sono memorie che rendono onore a un paese, anche se il sogno fu sconfitto. Votò per lei il 41% degli elettori, una percentuale mai più raggiunta, ma che davanti a Totò Cuffaro non bastò. Fabrizio Pedone, oggi 35 anni, fu tra gli animatori di quella campagna elettorale. Ricorda la straordinaria varietà di ambienti che si sovrapponevano e che davanti alla pulizia morale di Rita scoprivano l’insensatezza di certi confini: “Riusciva a unire mondi che spesso hanno difficoltà anche solo a parlarsi, autonomi e organizzazioni giovanili di partito, boy scout e associazioni studentesche, legalitari e garantisti, comunisti e cattolici, operatori del sociale e giovani imprenditori. Non andò bene, lo sappiamo.

Ma oggi tutti ti dicono una cosa: che quello al fianco di Rita è stato l’unico impegno politico privo di chiaroscuri, spaventosamente cristallino, l’unico in cui era a tutti ben chiaro, a prescindere dagli esiti, di essere dalla parte giusta della vita”. Un’esperienza che replicò su un’impossibile scala regionale, e in un clima politico rovesciato, la rivoluzionaria stagione di Leoluca Orlando nella Palermo del 1993. Norma Ferrara oggi fa la giornalista. Ha il ricordo indelebile di quel Rita Express che giunge a Villa San Giovanni. “Rita si fece trovare lì ad accoglierlo. Ricordo il suo sorriso, grandissimo, e i suoi occhi lucidi pieni di gioia e di commozione. Dietro di noi ricordo il mare, lo Stretto di Messina, intorno invece oltre mille studenti siciliani arrivati insieme da ogni parte d’Italia, da Trento a Roma. La rivedo sulla nave-traghetto che ci portava in Sicilia dopo oltre 12 ore di viaggio; ricordo di averla vista respirare a pieni polmoni, prendere una pausa prima di parlare. In quei pochi secondi riuscì a guardarci negli occhi, uno per uno… eravamo 1.200. Nel suo discorso ci fu qualcosa di storico, qualcosa di unico. Quella campagna elettorale cambiò la vita di molti di noi”.

Maria Pia Erice ha raccontato gli anni al fianco di Rita in disegni fatti a Trapani, ma arrivati dappertutto. “Come è diventata riferimento per un’intera generazione di giovani siciliani? Perché c’era. E la sua presenza era dinamica, forte, contemporanea. È stata costruttrice di comunità e modernità in politica. Ha messo al centro le periferie ed è stata una forza rigeneratrice”. Luca Salici, origini catanesi ma residente a Roma, ricorda quell’incontro sullo Stretto: “È stata una gioia immensa, un momento di felicità pura. Eravamo giovani, ci credevamo davvero. E il bello è che lei era più energica di tutti noi. Di diverso aveva la dolcezza, le buone maniere, incarnava un altro tipo di rivoluzione. Anche se eravamo in guerra, capimmo di poterci stare in maniera creativa, sorridente. Cercava di costruire una rete e lo ha fatto con gentilezza. Anche se la politica con lei non è stata affatto gentile”.

“E dopo le elezioni non si dimenticò di noi”, aggiunge Norma. “Ci amava. Eravamo i giovani che in quel 19 luglio 1992 avevano 10/15 anni. Ci ha guardati per tanti anni come si guarda un albero che vedi crescere libero e speri solo che dia buoni frutti. Si è presa cura di noi, lasciandoci liberi mentre testimoniava un’idea di Sicilia che pian piano sentivamo nostra”. Il riassunto oggi più commovente di quel 2006 è di Fabrizio: “L’onore e l’orgoglio di aver percorso quella strada insieme a lei e a tutti gli altri che con lei camminavano. Rita era la sorella di Paolo, ma è stata anche molto altro”. Chissà se qualcuno ha un video di Rita nelle scuole, domande e risposte con i bimbi. Se ce l’ha, lo faccia sapere. E la Rai ce lo faccia vedere. Perché quella era, insieme, educazione civile e alta politica.

(Le testimonianze sono state pubblicate su Meridionews)

Mio papà, un malato di Alzheimer, non meritava di morire senza ricordi

Cara Selvaggia, ho seguito con grande apprensione la vicenda di tua madre e sono davvero felice per il suo ritrovamento. È capitato qualcosa di simile anche a me due anni fa, e ora che mio padre è morto, ricordo quel momento con particolare tenerezza. Anche mio padre si è ammalato di Alzheimer a 70 anni, e per lui è stato un colpo. Era stato un insegnante universitario, aveva avuto grandi soddisfazioni dal suo lavoro, aveva tenuto conferenze in tutto il mondo. Parlava sei lingue, aveva girato il mondo, era ingordo di vita e di cultura. Mia madre ci aveva lasciati 10 anni prima – giovanissima – e lui aveva da due anni una nuova compagna più giovane che ai primi sintomi della malattia si è dileguata. L’ho odiata, all’epoca, ma poi l’ho capita. Si sarebbe annullata per un uomo che a breve neppure l’avrebbe riconosciuta più. La memoria a breve termine, infatti, è la prima cosa che se ne va. È venuta al suo funerale, le ho chiesto scusa. Lei mi ha detto che vivrà sentendosi un’egoista, ma non era più l’uomo di cui si era innamorata non poteva mentirgli. Mio papà, quando ha capito cosa gli stava capitando, è impazzito di dolore. Non è la malattia che la ucciso, ma la consapevolezza di quello che gli sarebbe capitato. Quando gli hanno detto che il cervello non sarebbe più stato il suo vanto e il suo migliore amico, ha convocato noi figli nella casa in montagna e ci ha detto: tra un po’ non mi conoscerete più. E io voi. Ha iniziato dimenticando gli appuntamenti, i nomi, le buste della spesa in macchina. Poi ha cominciato a confondere i ricordi. Ci raccontava di quando aveva insegnato a Bologna ma lui a Bologna non c’era mai stato. O di mamma che era morta di infarto dopo poco che erano sposati, ma mamma era morta di tumore a 59 anni, dopo 30 di matrimonio. Quando ha perso l’abitudine di leggere e guardare i telegiornali, abbiamo capito che la sua essenza non c’era più. E ora vengo al momento della tenerezza. Mio papà aveva una badante 24 ore su 24. Una mattina la signora va in bagno, esce e papà è sparito. Lo cerca per le strade limitrofe, poi mi chiama piangendo. Per sei ore lo cerchiamo dappertutto allarmando la polizia. Verso le tre del pomeriggio mi chiama l’Università della nostra città. Mio papà era entrato in un’aula durante una lezione di storia ed era rimasto lì per ore, anche durante le lezioni successive, finché una ragazza non aveva notato questo signore che ripeteva delle nozioni a bassa voce, parlava di Seconda guerra mondiale, mi pare. Delle persone della segreteria lo avevano convinto a lasciare l’aula, lui diceva “lasciatemi con i miei alunni, ho una lezione, non posso lasciare i miei alunni”. Beh Selvaggia, quando ho saputo, mi si è spezzato il cuore. Era tornato lì, dove aveva insegnato all’inizio (poi si era trasferito a lungo in un’altra città, per tornare qui). Lì ho capito che mio padre non era totalmente incosciente, ma che aveva nostalgia di sé. E non era quello che speravo, credimi. Mio papà è morto tempo dopo per un banale incidente domestico. La sua malattia mi ha lasciato un segno profondo e vivo pensando costantemente che non se lo meritava di lasciare questo mondo senza essere più quello che era stato.

 

Cara Maria Giovanna, qualcuno ha detto che i malati di Alzheimer vanno accuditi fino alla fine perché loro non si ricordano più chi sono, ma noi ci ricordiamo perfettamente chi erano. Ecco. Tu non dimenticherai mai chi è stato tuo papà. E neppure quello che era diventato: quel signore tenero che sedeva a un banco dell’università, cercando di tornare se stesso, nel periodo più bello della sua vita. Ti abbraccio.

 

Inviate le vostre lettere a: il Fatto Quotidiano 00184 Roma, via di Sant’Erasmo,2. selvaggialucarelli @gmail.com

 

La cronaca relegata a storielle da caldo estivo

Cara Selvaggia, in quest’estate polarizzata tra ‘noi’ e ‘loro’ come non mai – chiunque siamo ‘noi’ e chiunque siano ‘loro’ – ho letto un paio di storielle che mi hanno colpito e che, all’inizio, ho appunto attribuito a violenti colpi di sole nella stagione più calda. In Norvegia, un esponente della destra xenofoba ministro di qualcosa si è dovuto dimettere perché, coerentemente con le sue posizioni ferree e anti-immigrati, s’è innamorato di una rifugiata iraniana. In America, un esponente del Ku Klux Klan con il titolo onorifico di ‘Gran Mago’ è diventato il migliore amico di un musicista di colore. Cosa significa questo per me, che da anni ‘lavoro’ nel volontariato a stretto contatto con le minoranze e con le vittime di discriminazione? Molto, perchè sono storie non di amicizia, non di amore, ma di evoluzione, di passaggio da uno stato di totale ottenebramento a uno spiraglio di luce dell’intelletto. Anche se la stampa le tratta, in un certo senso giustamente, come storielle divertenti per fare qualche centinaio di visite in più, sono in realtà testimonianze importanti. Non parlano di buone azioni compiute da gente buona né da cattive azioni di gente cattive, di questo è pieno la cronaca, ma di qualcuno che passa, per amore, per amicizia, dalla schiera dei cattivi a quella dei buoni. Non racconta uno status quo, nel bene e nel male, ma un cambiamento, e visti i tempi che corrono se la polarizzazione s’interrompe e cambia verso, significa che non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno, che ciò in cui investo tutte le mie ore non lavorative non è un vano tamponare gli effetti di una realtà irreversibile. Storielle da caldo estivo, magari. Ma se così fosse, vorrei tanto che fosse estate tutto l’anno.

Sabrina

 

Ciao Sabrina, è così. Detto questo, se domani Salvini s’innamorasse di un’immigrata (clandestina ovviamente) e Renzi di un’esodata io, francamente, non mi concentrerei sull’aspetto umano ma esclusivamente su quello comico. E quando ti ricapita?

 

Il vero nuovo zar di Cuba, sognando il libero mercato

A vederlo e a sentirlo parlare sembra distante dal burocrate di regime. Per questa ragione, probabilmente, più volte a lui si è ricorso nella popolare tramissione tv Mesa redonda per parlare in difesa dell’economia socialista. “Da più di 55 anni – afferma – viviamo sotto il blocco economico, commerciale e finanziario degli Usa. Eppure ancora abbiamo indicatori sociali, come la Salute e l’Educazione, comparabili agli standard del primo mondo”. Oltre che un buon comunicatore, viene anche considerato un tecnico affidabile: la sua è la “faccia” (del governo) nei video che sono circolati nei mesi scorsi per spiegare a funzionari e specialisti – del Partito comunista e dell’amministrazione di Stato, cariche che spesso si confondono – sui problemi e vantaggi della futura unificazione delle due monete circolanti in Cuba (nacional e convertibile). Per questa ragione Alejandro Gil Fernández è stato scelto alla fine di luglio dal presidente Miguel Díaz-Canel come nuovo ministro dell’Economia e della Pianificazione. Il successore di Raúl Castro ha dovuto aspettare alcuni mesi dopo la sua nomina, ad aprile, al vertice dello Stato e del governo prima di poter contare su una sua squadra.

La precedenza è stata data alla nuova Costituzione, varata in velocità (un mese) e approvata in luglio dopo un paio di giorni di dibattito dall’Assemblea nazionale del Poder popular –Parlamento unicamerale – che ha sancito le nuove linee guida: riconoscimento della proprietà privata e grande apertura agli investimenti esteri; eliminazione del comunismo come “faro” politico – sostituito dal “socialismo prospero e sostenibile” lanciato cinque anni fa da Raúl – e matrimonio egualitario (ovvero anche tra persone dello stesso sesso). Il tutto, però, sempre sotto l’egida e il controllo del Partito (unico) comunista. Lunedì 13 è iniziata la grande consultazione popolare per discutere la nuova Magna Carta a livello di base: 800.000 copie sono state messe in vendita – al costo di circa due centesimi di euro – per essere utilizzate in decine di migliaia di assemblee e riunioni di base fino al 15 novembre. In seguito, tenendo conto di eventuali modifiche suggerite dalla base, verrà indetto un referendum di approvazione della nuova Costituzione. Nessuno dubita però che le nuove linee guida saranno approvate a larghissima maggioranza. Per cui il presidente ha dato il via al “suo” governo: inserendo qualche riformatore, bilanciato da figure più ortodosse (ministero della Cultura) e mantenendo gli intoccabili del vertice militare (ministero della Difesa).

Nell’equilibrio del nuovo governo, però, Díaz-Canel ha tenuto conto di quello che di gran lunga interessa il cubano de a pie, la gente comune: misure che permettano un miglior livello di vita. Questo sarà il compito del nuovo ministro che sostituisce due cargas pesadas , due pezzi da novanta: il vetereano (81 anni) ex ministro Ricardo Cabrisas e il più giovane Marino Murillo, ex responsabile delle riforme economiche scelto da Raúl Castro. In pratica dovrà essere il “nuovo zar” delle riforme economiche. Gil Fernández, 58 anni, è un dirigente nato dopo la Rivoluzione: stessa età e stessa generazione del presidente. E per molti versi una carriera simile a quella di Díaz-Canel: una traiettoria visibile – ma non di primo piano – nel Ministero delle Finanze e Prezzi dove ha iniziato come funzionario per arrivare, due anni fa, alla carica di viceministro proprio sull’onda delle riforme economiche volute dall’ex presidente Raúl Castro. Ancora non è stata diffusa una biografia ufficiale del nuovo ministro e poco si conosce sulla sua vita privata. Fatto non inusuale nell’isola dove tradizionalmente i dirigenti mantengono visibile solo il loro profilo pubblico.

Ex subordinati e colleghi hanno, però, concordato nel giudicarlo “un dirigente benvoluto e disponibile” ma anche “un leader capace” che si è guadagnato il rispetto dei più per le sue conoscenze tecniche e per l’esperienza nel settore economico. E ne avrà bisogno perché deve affrontare una situazione assai difficile: Cuba uscita dalla recessione sofferta nel 2016 deve assolutamente incrementare i suoi indicatori economici nonostante che il suo alleato e miglior partner, il Venezuela di Maduro, in drammatica crisi, abbia ridotto a quasi metà sia il rifornimento di greggio all’isola sia il pagamento dei servizi professionali (medici e paramedici, professori e consiglieri militari) forniti da Cuba.

Come conseguenza il governo de L’Avana non ha i fondi per pagare il pesante conto delle importazioni alimentari – quasi due miliardi di dollari – e i supermercati dell’isola presentano il desolante panorama di scaffali vuoti o riempiti ad arte con un solo prodotto. Il malumore della popolazione cresce proprio mentre il vertice politico fa un grande appello alla base per partecipare alla riforma della Costituzione.

Secondo un’inchiesta “indipendente” pubblicata all’estero, il 53 per cento dei cubani interpellati ha dichiarato di essere insoddisfatto della sua vita quotidiana e un 58 per cento pensa che Cuba sia in recessione. Più del 60 per cento poi si lamenta anche dei pilastri dell’economia socialista cubana: scuola e salute. “Connettere la nostra economia (di Stato) con il mercato” è la ricetta proposta dal nuovo ministro. Le trasformazioni delle imprese statali, in gran parte inefficienti, previste dalle riforme – maggiore autonomia dal centro anche nello stabilire i prezzi – dovrebbero contribuire a stabilizzare anche il settore non statale: più di mezzo milione di cuentapropistas, lavoratori per conto proprio con le riforme tributarie e legislative in vigore dal prossimo dicembre acquisteranno lo status di piccoli e (pochi) medi imprenditori privati.

Il socialismo cubano potrà essere “prospero” solo con una buona iniezione di mercato e di imprenditori privati, quindi, ammette ora il regime. Un discorso che, però, è indigesto ai “talebani” del Partito comunista. Questa è la sfida del “nuovo zar” Gil Fernández.

Il glaciale “caudillo” russo non molla Mosca e Putin

Sobyanin, Sobyanin, Sobyanin. Bisogna ripeterlo sempre tre volte, ma solo tra qualche riga capirete perché. Sergey Semënovic Sobyanin è un uomo “generoso”: il sindaco di Mosca ha deciso che non parteciperà al dibattito elettorale, ha detto il capo della sua campagna, Kostantin Remchukov. “Il primo cittadino in carica ha deciso di regalare il suo tempo in tv agli altri candidati, perché nessuno li conosce”. Sobyanin comunque ha troppi impegni e i dibattiti dell’ultima sfida elettorale erano solo “popcorn show”. Quelle elezioni del 2013 il sindaco le ha vinte battendo il blogger Alexei Navalny, ma aveva trionfato anche alle precedenti. Le urne a Mosca sono così: Sobyanin vince sempre e continua a guardare la città dall’alto del palazzo del municipio sulla Tverskaya dal 2010.

La sua faccia sembra quella del più buono tra i cattivi più cattivi. Bianco latte la camicia, i capelli, i denti. Sessant’anni e pallide guance slave, ma sono le due mandorle scure che ha per occhi che parlano della sua anagrafe. Arriva da lontano, dal governatorato di Tjumen, confini kazaki. Studia all’Istituto di tecnologia, diventa macchinista in una fabbrica di Chebyabinsk, entra nell’Unione dei giovani leninisti. Nel 1991 è sindaco di una città che pochi russi sanno collocare ad occhio sulla mappa geografica: Kogaklym, in Siberia. Diventa capo dell’amministrazione presidenziale nel 2005, nel 2004 entra nel partito dello “zar”, Russia Unita, dal 2010 è a capo della città che fino ad allora era territorio del sindaco Yuri Luzhkov: Mosca. Poi per le elezioni del sindaco, fissate il 9 settembre, corre senza partecipare ai dibattiti elettorali. Lui può. Sobyanin rimane chiuso nella sua fortezza solitaria, bianca e rosa: il municipio della Capitale, che ha saputo trasformare nella sua Russia in miniatura. O è forse la Federazione ad essere un’enorme Mosca.

Nel suo piccolo impero Sobyanin è uno zar minore: un regnante con un braccio di cemento, l’altro digitale. L’arto destro sono le ditte di costruzione a lui affiliate, il sinistro quello dei media a suo servizio. L’edificio del Comune è un fortino inattaccabile di funzionari che seguono la sua linea, dove il ponte levatoio non viene mai calato, se non per le sue falangi di giornalisti, testuggini di reporter prezzolati, che ripetono: Sobyanin, Sobyanin, Sobyanin. Tre volte.

È uno scherzo di corridoio rivelato dalla fonte anonima del giornalista Aleksey Kovalev. All’ultima festa del sindaco anche sulla torta, scritto con la glassa rossa, c’era ripetuta tre volte la sua familia, il suo cognome: in ogni articolo, di qualsiasi cosa si parli, i suoi operai e sarti della propaganda, hanno il dovere di nominarlo almeno tre volte.

Ne osannano il profilo in 16 diversi siti e gazzette regionali, “sono collaboratori sottopagati che clonano informazioni in mutnye kontory, uffici torbidi”, scrive Kovalev in un articolo dal titolo “Sobyanin: kult lichnosti”, culto della personalità. Tutto questo costa 19 miliardi di rubli l’anno e “lo pagate voi, cittadini”, dice Kovalev. Sono media che ufficialmente appartengono al governatorato di Mosca, ma ogni articolo viene approvato dall’ufficio del sindaco, poi diffuso da una struttura che usa mezzi moderni con vecchi schemi dell’agit-prop. Si dice che “sfornino 40 pagine di documenti” a settimana su quanto è bravo, grande e insostituibileSerghey Semënovic. La somiglianza che fa reggere il parallelo in scala tra Mosca e la Russia, Sobyanin e Putin, si basa sull’arma analoga che i due maneggiano con cura: ognuno ha il suo privato mediaimperia, impero mediatico.

Le promesse politiche 2018 del sindaco non sono parole, ma immagini: sono rendering scintillanti dei palazzi futuri. Sobyanin costruisce tutto, con lui Mosca (12 milioni di abitanti) germina verticalmente da anni, un grattacielo dopo l’altro, si espande in tutte le direzioni: più si allarga a macchia d’olio in superficie, più avanza sottoterra la linea della metro, anche quella, ferrata chilometro dopo chilometro, dall’uomo dagli occhi a mandorla. Sotto il suo sguardo asiatico la megalopoli continua ad ingrandirsi nella steppa e nel nulla. Ma è come insegnano a certi bambini russi in certe scuole: quali sono i confini della Russia? La Russia non ha confini. Mosca come la Russia, la Russia come Mosca.

A marzo scorso il grande piano di demolizione delle krushevke – edifici costruiti nell’era Krusciov (1953-1964) – lo ha annunciato proprio lui. Altri dettagli scompaiono dalla stampa, invece di emergere, proprio all’alba delle prossime urne. Sobyanin poi promette le stelle, letteralmente: il centro spaziale Khrunichev, che cade in pezzi dagli anni ’90, tornerà in auge se i cittadini lo voteranno. Sulla mappa della città costruisce palazzi come un giocatore muove i pezzi sulla scacchiera: con velocità, dominio di campo, senza che quasi nessuno se ne accorga o lo fermi. Anche perché dall’altro lato del tavolo da gioco c’è l’assenza: una sedia vuota di opposizione, i fantocci dell’apparato, i burattini sfidanti.

Defilati, vaghi, quasi trasparenti sono gli altri candidati: c’è un comunista, Vadim Kumin, perché ad ogni elezione russa la falce e martello sulla scheda si usa ormai come una decorazione, un ricamo nostalgico. Poi ci sono due ingegneri, due Michail. Il primo è Balakin, dell’Unione dei cittadini, bilionario. Il secondo Michail è Degtyarev, liberale. E poi c’è l’ultimo. Ilya Sviridov, sostenuto dall’oppositore Navalny, che ha detto: “Non ho oligarchi alle spalle, solo il vostro supporto”.

Questo accade nella città di un Paese dove le equazioni quasi mai si ribaltano. Mosca come la Russia, la Russia come Mosca: durante le campagne elettorali Capitale e Federazione si assomigliano più del solito. Non ci sono previsioni su percentuali esatte, ma accadrà di certo. Sulla cima della piramide della Tverskaya rimarrà ancora lo stesso uomo, è il potere incombente. Si voterà per un solo giorno in città: il 9 settembre, ma nessuno si chiede chi vincerà. È come interrogarsi su chi sopravviverà se entra la volpe nel pollaio. Sobyanin, Sobyanin, Sobyanin.

Le pubblicità con Ciribiribì e Ambrogio

I personaggi della pubblicità ormai entrano nelle nostre case con la frequenza di una zia di paese che ci viene a trovare. Tutti vogliono venderti qualcosa, ma c’è modo e modo. Ci sono personaggi simpatici e meno simpatici, alcuni addirittura odiosi come l’uomo Del Monte! Vestito come un ambasciatore spagnolo a Mosca dà giudizi insindacabili su tutti i prodotti, perché lui, il signor del Monte non ha dubbi. Ma la cosa che più mi stupisce, sono quelli che lo stanno a sentire e che dipendono da lui. Non è un ingegnere, uno studioso, un nutrizionista, è solo uno vestito di bianco che sentenzia, che ha grandi certezze senza dubbi, in realtà secondo me il signor Del Monte è poco più di un fruttarolo. Vuoi mettere la simpatia di Ciribiribì Kodak, l’adorabile alieno con occhialoni da aviatore in stile Barone rosso, che con la forza del pensiero riesce a spostare la pellicola da una carta qualunque a una carta Kodak? Se i marziani fossero così, sarebbe il caso di trasferirsi tutti su Marte subito. Ciribiribì è un ballerino e un attore, si chiama Davide Marotta mi dice Manolita. Voglio conoscerlo quel nanetto, mi sta troppo simpatico! Gli farei fare altre pubblicità, lo metterei in mezzo alla strada col traffico al posto di Calindri a fare il Cynar, non che Calindri non vada bene, è un grande attore, però secondo me Ciri venderebbe molti più amari. Oppure lo piazzerei a fare l’uomo in ammollo, immerso in una vasca di vetro piena d’acqua fino al collo al posto di Franco Cerri, chitarrista bravissimo, solo che piccolo com’è Ciribiribì affogherebbe! Anzi, sai che ti dico? Gli farei fare Ambrogio, l’autista molto english della Ferrero Rocher, quello che porta a spasso la signora vestita di giallo con il languorino fisso. Non so perché, ma ho la sensazione che Ciribiribì a quella fatalona gialla, il languorino glielo farebbe passare.

(Ha collaborato Massimiliano Giovanetti)

La storia d’Italia è anche fatta di ponti e pericoli

La tragedia di Genova dovuta al crollo del Ponte Morandi ci dice che la storia d’Italia è anche una storia di ponti. Uno dei più antichi è il leggendario ponte Sublicius, dove si consumò l’atto di eroismo di Orazio Coclite che fermò l’avanzata etrusca tanto da entrare nella letteratura epica nazionale. Costruito inizialmente con tavole di legno, da permetterne però anche un rapido smontaggio, fu più volte ripreso, ricostruito con materiali assai più resistenti che tennero per secoli e secoli grazie all’ingegneria romana e alla sapiente scelta dei materiali. Ma pure nell’antichità si mettevano in pericolo cittadini. Ce lo racconta Plinio il Giovane: “Il teatro di Nicea, in gran parte costruito, non ultimato per altro, ha già inghiottito (ma i conti non sono stati controllati) più di dieci milioni di sesterzi; e temo a vuoto. Cede e si fende per vaste fessurazioni, sia per umidità e mancanza di resistenza del terreno, sia per le pietre di poca consistenza e friabili, sì che si debba completarlo, lasciarlo com’è o abbatterlo. Giacché anche i sostegni e le sottostrutture, che a ogni momento vengono posti in opera, mi sembrano più costosi che solidi. Gli stessi abitanti di Nicea hanno cominciato a costruire, prima della mia venuta, un ginnasio distrutto da un incendio, molto più vasto del primo, e hanno già speso molto; il pericolo è che sia ben poco utile; il progetto è infatti disordinato e mal congegnato. Inoltre l’architetto – certamente il rivale di quello che ha iniziata la costruzione – dice che i muri perimetrali, benché abbiano larghezza di 22 piedi, non possono sopportare il carico che si impone loro, perché sono riempiti con pietre intramezzate da cocci senza rivestimento in laterizio” (Epistulae, 1.39).

Esserci e scomparire con la Milena di Kafka

Qui non può trovarmi nessuno (editore Giometti&Antonello) è la trovata geniale nel contenuto e molto bella nel disegno della forma libro con cui un giovane editore marchigiano esordisce e si fa conoscere. Se fosse una occasione mondana si potrebbe dire: “Molto lieto”. Poiché è una inaugurazione, bisogna osservare subito che si tratta di una buona idea.

La voce è quella di Milena Jesenská, la Milena di Frank Kafka. Chi ha curato con estrema attenzione i dettagli grafici e quelli di sequenza del materiale del volume ha voluto contrapporre alla voce di Kafka che scrive a Milena, la voce di una Milena giovane e colta, che scrive con un timbro preciso a un suo pubblico per parlare di eventi, di personaggi, di cultura, di idee in discussione, efficace cronista di un mondo borghese che sa molte cose e vuole discuterle in pubblico e confrontarle con altre voci.

A volte c’è in questi testi la sfida deliberata del corsivista che vuole provocare opinioni e confrontarsi con visioni diverse. Oppure l’impegno a passare in rassegna cose appena accadute per collocarle in un suo posto giusto con una sicurezza simpatica, perché sempre ricca di citazioni e argomenti. Belle le pagine in cui affronta il tema del kitsch in tempo reale (quando l’identificazione del kitsch diventava argomento di discussione colta) e offre in anteprima tutte le motivazioni e le prove che diventeranno subito materiale d’obbligo della conversazione letteraria e di costume.

Le pagine formano un quadro che a momenti è salotto, in un tempo in cui i salotti erano luoghi veri e non argomento di diffamazione, e in momenti diversi è strada, conversazione in pubblico con toni di arringa o, nel modo cordiale e un disinvolto di questa Milena, la cadenza di una lezione.

Il risultato è un breve romanzo o diario che svela molto del tempo ma anche della vita di Kafka e intorno a Kafka (una cultura moderna e d’avanguardia ben conscia del passato e della storia) e ricorda certi quadri di interni borghesi di Gustav Klimt e di Egon Schiele. Insomma cose belle e di valore, non ancora riconosciute (non tutte) e per cui una nuova redattrice di cultura come Milena Jesenská, sentiva che valeva la pena battersi.

Riace ricorda Franco Nisticò, Spartaco del Sud che non s’arrende

Caro Coen, ferragosto di rabbia e di lotta giù in Calabria. Almeno per me. Un giro a Riace, da Mimmo Lucano. I lettori sanno chi è. È il sindaco dell’accoglienza. Il governo, quello di oggi, sulla scia di quello che c’era prima, vuole strozzare lui e la sua esperienza. Niente fondi né quelli che gli toccano per i programmi degli anni passati né quelli che gli spetterebbero per il futuro. “Riace può vivere anche senza migranti”, ha sentenziato il ministro dell’odio Matteo Salvini. Come al solito lo ha fatto senza conoscere la realtà, si è solo appellato a una inchiesta della magistratura e alle relazioni della Prefettura di Reggio (molte e tutte in contraddizione l’una con l’altra) per dire che “i rendiconti delle spese devono essere fatti bene”.

La burocrazia, la forma, il timbro contro l’umanità. Riace senza soldi muore, ma con la solidarietà può vivere. Lo dimostra la raccolta di fondi promossa dalla rete dei comuni solidali: 34mila euro in pochi giorni. Un salto a Badolato, teatro comunale, a vedere Spartacu strit viù, lo spettacolo messo in scena da Luca Maria Michienzi e Francesco Gallelli. Un mucchio di copertoni rossi di sangue sul palcoscenico, Francesco che recita con un casco in testa (quello di Spartaco), per raccontare la storia della statale 106, 501 km di morte (283 vittime negli ultimi dieci anni) che partono da Taranto e arrivano a Villa San Giovanni. Lo spettacolo è ispirato alla vita di Franco Nisticò, una figura mitologica della sinistra calabrese, che per anni si è battuto per migliorare quella strada emblema di un Sud abbandonato. Franco morì come muoiono i veri eroi civili. Era il 2009 ed era a Cannitello, sul palco del comizio finale di una manifestazione contro il Ponte sullo Stretto. Con la sua voce dalla forza del tuono, parlò di Sud, strade e paesi abbandonati e chiamò i giovani a unirsi ai vecchi per cambiare l’Italia. Con le lacrime agli occhi salutò tutti e si accasciò al suolo. Ultimo Spartaco di un Sud che non vuole morire.

In una Milano svuotata, i residenti sono dei resilienti

“Trascorrere il Ferragosto a Milano è di destra, sinistra o legastelle?”: l’amico del pianoterra ama i gatti e l’ironia sarcastica di Roberto Brivio, classe 1938, il fondatore dei Gufi che l’altra sera, nel giorno di san Rocco, è andato in scena allo Spirit de Milan con un recital dei suoi. Ricordo un classico di una vita fa, Per quel vizi…, la storia di un sottaniere irriducibile che agisce imperterrito persino in Paradiso, sino al momento in cui sente una voce che lo avvisa: “Giovannin sta minga a curr/l’è la mamma del Signùr…”. Insomma, finisce all’Inferno… occhio, Giovannino, “Quel che parla è Belzebù/te convegn toccaghi pü”. Titolo del recital: 80tanta voglia di cantare. All’unico bar aperto della mia via c’è una cinesina che serve il caffé. Mi chiede: “Il batterio della legionella – a Bresso ha già mietuto 5 vittime (ndr) – è una contaminazione casuale e letale o un attentato?”. Chi lo sa, rispondo. Per scaramanzia, meglio stare sul vago. Intanto sfoglio le pagine locali dei giornali. Leggo della faida degli imam nella moschea di viale Jenner, con tanto di pestaggi e scazzottate da film western.

Tutto questo violento “dinamismo” sarebbe generato dal flusso di denaro che circola nell’istituto: chi gestisce le destinazioni dei soldi e dove finiscono? Ma non ho nessuno a cui domandarlo. Il crollo del ponte di Genova angoscia la gente, al supermercato di viale Sabotino non si parla d’altro. Anche perché ci sono quattro cavalcavia della Milano-Meda che potrebbero fare la stessa fine. C’è grande diffidenza su certe dichiarazioni: “Non sono peggiorati”, assicura la Provincia di Monza e della Brianza: “Prima o poi, succede anche qui…”, profetizza una signora anziana, “per fortuna che non guido più”. Scongiuri e sorrisi storti: hanno costruito a volto duro, dicendo che volevano costruire il futuro, più o meno cantavano così i Gufi, in Grande Fiera d’aprile 86, “immagine sempre presente di italianità”. Nella Milano svuotata dal Ferragosto, i residenti si sentono resilienti. E la musica è ribelle.