“Sotto il vestito niente”, diceva il titolo di quel film, che andrebbe a pennello anche per descrivere lo stato in cui versa il calcio italiano che sabato si è rimesso in moto facendo risuonare alto il fischio della locomotiva a vapore della serie A. Varo riuscito? Gli applausi si sono sprecati, soprattutto perché a salutare dal finestrino c’era il passeggero d’onore Cristiano Ronaldo; peccato che a sferragliare sia stata solo la locomotiva, mentre tutte le altre carrozze, a cominciare da quelle della serie B e della serie C, si sono sganciate e tornate in deposito per le riparazioni del caso. E insomma, fuor di metafora: c’è rischio sciopero per il calcio italiano.
Oggi, convocati dal sindacato dell’Aic, i capitani dei club di serie B s’incontrano a Roma per decidere se fermare l’inizio del campionato previsto per venerdì 24; in quanto alla serie C, la data di partenza non è ancora stata stabilita e nell’assemblea che si terrà a Roma la proposta sarà quella di incrociare le braccia almeno fino all’8 settembre (per un’eventuale partenza il 15) visto che il 7 ci sarà il pronunciamento del Collegio di garanzia sui ricorsi presentati da un’infinità di club di C in tema richiesta di ammissione al campionato di B. Che com’è noto nei giorni scorsi si è auto-riformato decidendo d’emblée di passare dal format a 22 squadre al format a 19.
Tutto tranquillo? Macchè. I tre club che si sono visti chiudere la porta in faccia, e cioè Ternana, Siena e Pro Vercelli, hanno fatto ricorso e attendono di essere rispediti in B con decreto di “immediata integrazione”; e però in sala d’attesa ci sono anche Novara e Catania che secondo i tribunali della Figc dovrebbero avere la precedenza su tutti; e poi ci sarebbe l’Entella, il club che avrebbe dovuto prendere il posto del fallito Cesena se non fosse che il processo sulle plusvalenze tarocche di Chievo e Cesena è stato rimandato perchè i giudici sono al mare e perchè Campedelli, presidente del Chievo, si è dato malato con tanto di certificato medico, povera stella.
Uno potrebbe dire: ma chi se ne importa della B e della C, sabato è partita la serie A con CR7! Vero, e si tratta di un lifting niente male, non c’è che dire. Peccato che il Pallone d’Oro possa però riempire, col suo richiamo, solo uno dei dieci stadi in cui si gioca la serie A. E che gli altri nove restino a rischio desertificazione, se è vero che nell’ultima stagione la percentuale di riempimento degli stadi di serie A è stata del 63,24 % contro il 95,20 della Premier League e il 91,51 della Bundesliga. Nella top 30 europea per riempimento degli stadi (con 8 club inglesi nei primi 10 e 6 club tedeschi nei primi 20) il primo e unico club italiano presente è la Juventus, al 28° posto, che riempie il suo stadio al 93,91%, e per fortuna la Juve ha uno stadio piccolo, poco più della metà dell’Allianz Arena del Bayern (75.000 posti) primo in classifica col 100% di riempimento. In Spagna, dove pure stanno meglio di noi, i club che non riempiono gli stadi almeno al 75% vengono sanzionati con pesanti multe; noi invece vinciamo la classifica degli stadi vuoti (nelle 10 peggiori squadre europee ci sono 5 italiane, col Chievo maglia nera col 37,3%) e poi rapiniamo gli abbonati tv per mostrar loro partite giocate in cattedrali nel deserto. Ma niente paura, come diceva Flaiano: la situazione è grave, ma non è seria.