Riecco la serie A: sotto il vestito niente

“Sotto il vestito niente”, diceva il titolo di quel film, che andrebbe a pennello anche per descrivere lo stato in cui versa il calcio italiano che sabato si è rimesso in moto facendo risuonare alto il fischio della locomotiva a vapore della serie A. Varo riuscito? Gli applausi si sono sprecati, soprattutto perché a salutare dal finestrino c’era il passeggero d’onore Cristiano Ronaldo; peccato che a sferragliare sia stata solo la locomotiva, mentre tutte le altre carrozze, a cominciare da quelle della serie B e della serie C, si sono sganciate e tornate in deposito per le riparazioni del caso. E insomma, fuor di metafora: c’è rischio sciopero per il calcio italiano.

Oggi, convocati dal sindacato dell’Aic, i capitani dei club di serie B s’incontrano a Roma per decidere se fermare l’inizio del campionato previsto per venerdì 24; in quanto alla serie C, la data di partenza non è ancora stata stabilita e nell’assemblea che si terrà a Roma la proposta sarà quella di incrociare le braccia almeno fino all’8 settembre (per un’eventuale partenza il 15) visto che il 7 ci sarà il pronunciamento del Collegio di garanzia sui ricorsi presentati da un’infinità di club di C in tema richiesta di ammissione al campionato di B. Che com’è noto nei giorni scorsi si è auto-riformato decidendo d’emblée di passare dal format a 22 squadre al format a 19.

Tutto tranquillo? Macchè. I tre club che si sono visti chiudere la porta in faccia, e cioè Ternana, Siena e Pro Vercelli, hanno fatto ricorso e attendono di essere rispediti in B con decreto di “immediata integrazione”; e però in sala d’attesa ci sono anche Novara e Catania che secondo i tribunali della Figc dovrebbero avere la precedenza su tutti; e poi ci sarebbe l’Entella, il club che avrebbe dovuto prendere il posto del fallito Cesena se non fosse che il processo sulle plusvalenze tarocche di Chievo e Cesena è stato rimandato perchè i giudici sono al mare e perchè Campedelli, presidente del Chievo, si è dato malato con tanto di certificato medico, povera stella.

Uno potrebbe dire: ma chi se ne importa della B e della C, sabato è partita la serie A con CR7! Vero, e si tratta di un lifting niente male, non c’è che dire. Peccato che il Pallone d’Oro possa però riempire, col suo richiamo, solo uno dei dieci stadi in cui si gioca la serie A. E che gli altri nove restino a rischio desertificazione, se è vero che nell’ultima stagione la percentuale di riempimento degli stadi di serie A è stata del 63,24 % contro il 95,20 della Premier League e il 91,51 della Bundesliga. Nella top 30 europea per riempimento degli stadi (con 8 club inglesi nei primi 10 e 6 club tedeschi nei primi 20) il primo e unico club italiano presente è la Juventus, al 28° posto, che riempie il suo stadio al 93,91%, e per fortuna la Juve ha uno stadio piccolo, poco più della metà dell’Allianz Arena del Bayern (75.000 posti) primo in classifica col 100% di riempimento. In Spagna, dove pure stanno meglio di noi, i club che non riempiono gli stadi almeno al 75% vengono sanzionati con pesanti multe; noi invece vinciamo la classifica degli stadi vuoti (nelle 10 peggiori squadre europee ci sono 5 italiane, col Chievo maglia nera col 37,3%) e poi rapiniamo gli abbonati tv per mostrar loro partite giocate in cattedrali nel deserto. Ma niente paura, come diceva Flaiano: la situazione è grave, ma non è seria.

Pillola e “intemperanze della libidine”: il mezzo secolo dell’“Humanae Vitae”

L’Humanae vitae compie mezzo secolo in quest’estate e ovviamente contribuisce ad arroventare la contrapposizione tra progressisti e farisei dottrinari all’interno della Chiesa di Francesco. Dopo una lunga gestazione avviata già durante il Concilio, l’enciclica di Paolo VI segnò il Sessantotto dei cattolici. Al centro del testo l’amore coniugale e la regolazione delle nascite. In una sola parola: la contraccezione.

Fu l’uso della pillola, giudicato “intrinsecamente perverso”, a condurre papa Montini a un “no convinto ma tormentato”. Sembra un ossimoro epperò non lo è, come si evince dalle ricostruzioni apparse in queste settimane di celebrazione, sia editoriali sia giornalistiche. Una delle più interessanti, densa di episodi inediti, è quella vergata su Avvenire dal teologo (e polemista) Gianni Gennari alla vigilia di Ferragosto. Non solo: una versione più ampia delle rivelazioni del teologo è stata pubblicata dal sito Vatican Insider.

La testimonianza di Gennari è importante anche perché fu lui il successore di Ferdinando Lambruschini (poi arcivescovo di Perugia dal 1968 al 1981) sulla cattedra di Teologia morale dell’Università Lateranense. Nella storia dell’HV, il ruolo di Lambruschini è primario. Sia perché Paolo VI chiese a lui di tenere una sofferta conferenza per la presentazione dell’enciclica. Sia perché Lambruschini manifestò chiaramente il pensiero paolino in merito all’Humanae vitae: cioè che non esprimeva e non esprime tuttora “una verità di fede infallibile e irriformabile”, al contrario di quanto sostiene oggi la destra clericale. Lambruschini fu il terminale dei dubbi coltivati da Paolo VI: nella commissione “segreta” voluta dal pontefice, il no alla pillola passò con una maggioranza risicata: quattro voti contro tre sì. Tra quest’ultimi quello di Lambruschini e fu Paolo VI a fare pressioni per un no convinto ma tormentato.

Nella ricostruzione di Gennari si respira l’aria conciliare di quell’epoca (nei vari schemi preparatori, la maggioranza finale in un’altra commissione fu schiacciante a favore della pillola) e allo stesso tempo si dà conto dell’opposizione reazionaria. Per il cardinale Ernesto Ruffini, l’uso della pillola avrebbe aperto la strada a molte “intemperanze della libidine”.

Non sarà la crescita del Pil a fermare il crollo dei ponti

Da grande giornalista qual è, Ezio Mauro non avrebbe potuto descrivere meglio di quanto ha fatto su Repubblica il 17 agosto la percezione che l’opinione pubblica italiana ha del sistema di potere, di cui una forza politica del tutto estranea sta scoperchiando gli altarini nascosti: “Un insieme fradicio e marcio di élite, baronie, vecchi partiti, istituzioni e poteri economici e finanziari forti”. Questa è soltanto la rappresentazione che ne viene data dai suoi avversari populisti strumentalizzando l’emotività popolare suscitata dal crollo del ponte Morandi a Genova. Tuttavia, pur non essendo possibile negare che una gestione più attenta alla sicurezza degli utenti dell’autostrada e dei cittadini che abitano nelle case sottostanti avrebbe probabilmente potuto evitare non solo questa tragedia, ma anche i danni economici che ne derivano al porto di Genova e alla viabilità urbana, la sua saggezza di commentatore super partes, lo induce a mettere in evidenza la frettolosità e la strumentalità delle critiche rivolte ai gestori della Società Autostrade, “che non può diventare il capro espiatorio di processi sommari con riti di piazza”. E a non sottacere le responsabilità degli altri soggetti politici che si dichiarano “perennemente estranei al sistema anche quando si siede al suo vertice, governandolo da Palazzo Chigi”. Da ben 2 mesi. O guidano il governo regionale da ben tre anni.

Tutto questo avviene, scrive Ezio Mauro, soltanto perché non crediamo più al progresso. Anzi ne abbiamo paura. In conseguenza dell’effetto serra la temperatura della Terra sta aumentando molto più di quanto è stato concordato al termine della Cop 21, a Parigi nel dicembre del 2015. Ed era già più del doppio di quanto è aumentata nel secolo scorso, mettendo in moto i cambiamenti climatici di cui stiamo sentendo i primi effetti devastanti. Nel 2017 il giorno in cui l’umanità è arrivata a consumare le risorse rinnovabili che la Terra rigenera nel corso di un anno è stato il 1 di agosto. Nel 2016 era il 9 agosto, nel 2015 il 15, dieci anni prima il 15 settembre. Negli oceani galleggiano masse di poltiglia di plastica grandi come continenti, mentre il numero dei pesci si è dimezzato. La fertilità dei suoli agricoli e la biodiversità si sono ridotte.

Le tensioni internazionali per controllare le fonti energetiche fossili si acuiscono. I popoli poveri deprivati del necessario per sostenere la crescita economica dei popoli ricchi alimentano flussi crescenti di migranti. Questi sono i fenomeni che “hanno consumato anche l’idea di futuro”. E sono fenomeni evidenti che non vengono visti soltanto da coloro che non vogliono vedere. Dio acceca quelli che vuol perdere, ha scritto il profeta Isaia. Ezio Mauro non li vede. Per lui l’idea di futuro non si è consumata per questi fatti oggettivi, ma “in parte per colpa della crisi che si è mangiata la crescita” (birbona!), “in parte per colpa nostra (nostra: di chi?, del sistema di potere? ndr) perché abbiamo ascoltato per troppo tempo i pifferai della decrescita”. A parte il fatto che non li ha ascoltati nessuno, la crescita non è ripartita perché i suoi sostenitori, il sistema di potere di cui sopra, non sono stati capaci di farla ripartire pur manovrando tutte le leve del potere. Abbiano l’onestà intellettuale di assumersene la responsabilità. Non sono stati capaci perché non è “la crisi che si è mangiata la crescita”, ma perché la crescita è la causa della crisi, in quanto le innovazioni tecnologiche finalizzate ad aumentare la produttività aumentano l’offerta di merci ma, riducendo l’incidenza del lavoro umano sul valore aggiunto, se non si riduce l’orario di lavoro riducono l’occupazione e la domanda.

La recessione è la diminuzione generalizzata e incontrollata di tutta la produzione di merci. La sua conseguenza più grave è la disoccupazione. La decrescita è la riduzione selettiva e governata della produzione di merci inutili o dannose. La sua conseguenza migliore è la crescita di un’occupazione utile, che paga da sé i suoi costi d’investimento. Invece di buttare fiumi di denaro pubblico in un’opera che non ripagherà mai i suoi costi come il Tav, non sarebbe meglio ristrutturare la rete idrica esistente, che perde il 65 per cento dell’acqua che trasporta? La riduzione degli sprechi d’acqua, oltre a rispondere a un bisogno reale, crea un’occupazione ancora maggiore e genera dei risparmi economici che in un certo numero di anni ammortizzano i costi d’investimento. Lo stesso avverrebbe non investendo nel Tap, ma nella riduzione dei consumi energetici che si possono ottenere ristrutturando edifici che disperdono a causa della pessima coibentazione fino al settanta per cento dell’energia che si usa per riscaldarli. Lo stesso avverrebbe con il recupero delle materie prime secondarie contenute negli oggetti dismessi che oggi si bruciano o si sotterrano. Questo è l’unico modo di rilanciare la “vecchia idea di progresso” perché questo è il progresso di cui abbiamo bisogno e l’unico progresso possibile.

“Siamo diventati un circo”

Reduce dal terribile infortunio del Tour, quando uno spettatore a due chilometri dall’arrivo all’Alpe d’Huez, l’ha sbattuto giù dalla bici, causandogli la frattura di una vertebra, Vincenzo Nibali si p confidato con La Gazzetta dello Sport: “Noi corriamo, ma in alcune circostanze, specie negli arrivi in salita, i più spettacolari, il ciclismo è diventato un circo. Troppa gente invasata, troppo tasso alcolico: in queste condizioni noi pedaliamo alla cieca, senza vedere dove andiamo, pregando il cielo che la strada finalmente si apra davanti a noi…”. Il pericolo è ormai il nostro mestiere, sottintende il campione siciliano. L’incidente ha compromesso la sua stagione – iniziata trionfalmente col successo alla Milano-Sanremo – e i piani della squadra: “Il 70 per cento della visibilità, la ragione che motiva gli sponsor, una squadra ce l’ha al Tour. Quanto vale il danno subìto, oltre a quello della salute?”. Bella domanda. Ma senza risposte… gli organizzatori dei grandi giri chiedono al massimo scusa, quando invece basterebbe prevenire la sicurezza dei corridori, transennando di più il tracciato nei punti critici.

Vincenzo si è operato il 31 luglio, sotto sforzo sente ancora dolore, tuttavia, cocciuto com’è, ha deciso di presentarsi al via della Vuelta (la prima tappa è una crono individuale di 8 chilometri), per capire se sarà in grado di poter dire la sua a Innsbruck, domenica 30 settembre.

“Una Vuelta con vista Mondiale. Nibali deve recuperare in fretta”

Sabato 25 agosto scatta a Malaga la 73esima Vuelta de España che delle tre grandi corse a tappe del ciclismo mondiale è la meno nobile. Non la meno importante: da quando i Mondiali sono stati spostati a fine settembre, attira sempre di più i corridori che sulle strade spagnole affinano forma e gambe. Così farà Vincenzo Nibali, reduce dal terribile infortunio del Tour. È stato operato il 31 luglio. Sotto sforzo sente ancora dolore ma, cocciuto com’è, ha deciso di presentarsi comunque al via della Vuelta.

Lo spera immensamente Davide Cassani, 57 anni, il cittì della nostra nazionale, reduce dal bel successo di Matteo Trentin agli Europei di Glasgow del 12 luglio: “Una grande prestazione di squadra. Ma al Mondiale non schiererò i velocisti come lui, Sonny Colbrelli o Elia Viviani. Il circuito di Innsbruck è selettivo, con salite assai impegnative. L’ideale per esaltare le caratteristiche di Vincenzo. L’anno scorso mi disse: ‘Davide, non vengo al mondiale di Bergen, non è adatto a me. Io punto tutto sul 2018. Tour e Mondiale’”.

Una promessa sabotata dall’intemperanza dei tifosi…

È cambiato il tifo, che è più acceso. Nella massa degli appassionati ci sono purtroppo anche gli esibizionisti. Rincorrono i corridori, li affiancano, li sbilanciano, lanciano fumogeni, fanno carnevalate. I peggiori, si comportano in modo inaccettabile.

Ti riferisci alle continue aggressioni a Chris Froome, che i tifosi francesi non volevano al Tour per la nota questione del salbutamolo? Gli organizzatori lo avevano escluso, poi è stato riammesso in extremis, dopo la “grazia” della Wada…

Sputi, ceffoni, spinte… Il ciclismo dovrebbe restare una grande festa popolare, una festa di strada… Il problema è che in una tappa come quella dell’Alpe d’Huez ci si è trovati di fronte a un evento talmente grosso quanto difficile da controllare. Sul doping presunto di Froome, penso che oggi i controlli siano più efficaci rispetto a quelli del passato. Anzi, proprio per questo il ciclismo è tra gli sport più puliti che ci siano.

La percezione però è diversa…

Assolutamente no: i controlli nel ciclismo sono talmente mirati e frequenti. Nel caso di Froome, parliamo di salbutamolo, ossia di una sostanza che si può prendere, sia pure in dosi controllate: l’Uci non poteva sospenderlo neanche in via cautelare, sino a quando non venisse dimostrato l’abuso. Era il Tour che non lo voleva, ma Froome è riuscito a dimostrare che la concentrazione di salbutamolo da assumere cambia in base alla disidratazione.

La versione di Sky. Cioè della supersquadra che domina il ciclismo. E che è al centro delle polemiche per il suo strapotere.

La Sky ha il bilancio più alto tra i diciotto team del World Tour, il top del ciclismo. Che ormai ha allargato le sue frontiere, ed è davvero globalizzato: bisogna investire ogni anno dai 15 ai 30 milioni di euro, e allestire una squadra di 25-28 professionisti in grado di correre per tutto l’arco della stagione non solo in Europa, ma in Australia, in Asia e in America.

Non ci sono squadre italiane in questo club d’élite, e per molti è il segno del nostro declino. Il ciclismo italiano pedala al buio?

È vero che non ci sono mega squadre italiane, ma è anche vero che nel ranking mondiale per nazione, l’Italia è prima. I nostri ciclisti sono molto richiesti. I nostri tecnici sono bravi e appetibili, le loro capacità apprezzate ovunque. Il loro export funziona, eccome. Infatti li trovi in quasi tutte le squadre del World Tour, due delle quali (la Bahrein-Merida di Nibali e quella degli Emirati, ndr) sono anche molto italiane per organizzazione e per numero d’addetti. Io non ritengo il nostro ciclismo in crisi. Al contrario: ci sono segnali confortanti. Sia su strada, che su pista. Come dimostra il successo dell’inseguimento maschile agli Europei, dove i campioni mondiali britannici sono stati stracciati. È più che un buon indizio. Froome, Thomas, Wiggins (che hanno vinto tutti insieme ben sei Tour de France): vengono dalla pista, non è un caso. Ora mi trovo in Svizzera, ad Aigle per i Mondiali juniores. Le nostre ragazzine hanno vinto il titolo dell’inseguimento a squadre. I giovani hanno in Nibali il loro faro guida…

Vincenzo è in bacino di carenaggio: va alla Vuelta per allenarsi ma il tempo è scarso e il Mondiale resta un’incognita. Riuscirà a tornare competitivo?

So bene che questo delle condizioni di Vincenzo è sicuramente un problema, ma io confido nelle sue doti di recupero e nel suo carattere. Non posso nascondere che abbiamo alcune difficoltà: il percorso durissimo e spettacolare di Innsbruck vede favoriti proprio i grandi rivali di Nibali. Assomiglia a una tappa di montagna del Tour o del Giro: io temo il francese Julian Alaphilippe che ha vinto due tappe al Tour, quest’anno; ma anche il volpone Alejandro Valverde o Nairo Quintana. Bisogna capire quanto potrà resistere in salita Peter Sagan, che per me è un fuoriclasse. So che ci terrebbe moltissimo a fare poker.

Quattro titoli mondiali di fila: roba da epica delle due ruote. L’epica che è la compagna di pedale del nostro Nibali.

Dentro il Paese delle frontiere

Torino, rione Crocetta, palazzina con cortile e giardino, i bambini giocano mal volentieri, tenendo d’occhio gli adulti. Gli adulti si agganciano a due a due, in lunghe e insolite conversazioni (qualunque incontro casuale dura troppo a lungo, oppure c’era un accordo, ma i bambini non lo sanno).

E poi ci sono le riunioni di adulti, dove la parola che gira è “discriminazione” che significa (come sempre accade nei Paesi sovranisti o fascisti) il contrario di quello che dice il dizionario.

Significa che sei discriminato dall’espulsione che colpisce i discriminati, perchè non sei abbastanza una cosa o l’altra.

Il punto di riferimento per i bambini della casa era una signora che abitava al secondo piano, una maestra in pensione che era già molto anziana, bravissima narratrice di fiabe, con voci e interpretazioni.

Il figlio era maggiore della milizia, lei era una convinta antifascista, che prima delle leggi razziali, fino all’ultimo giorno, aveva detto a tutti: state tranquilli, il re non lo permette.

Il re lo aveva permesso, aveva firmato e celebrato la persecuzione di una parte dei suoi cittadini.

Dentro il Paese delle frontiere (ogni canzone fascista a scuola celebrava i nostri confini inviolabili e quelli del nemico, che tra poco spezzeremo) era stata tracciata una frontiera tra vicini di casa, di scuola, di lavoro, di vita.

Ma aveva anche creato il meticciato dei “discriminati,” forse da cacciare, forse no, o forse a giudizio delle “autorità locali”, “viste le circostanze”, caso per caso.

Le famiglie che forse sarebbero state “discriminate”, e forse no, erano quelle attraverso cui passavano fili di ebraismo, di questo matrimonio, o di un matrimonio della precedente generazione, o più avanti ancora.

Oppure perchè un familiare acquisito si era inserito in un ramo o nell’altro della famiglia, intaccando la presunta purezza ariana raccontata dal “manifesto della razza”.

L’offesa dell’essere coinvolti nel gioco (positivo o negativo, come una malattia) della “discriminazione” era sentita in pieno. Ma in quel caso di percorso cieco, che cosa fai, vai a consultarti con i fascisti esperti di razza?

Il responso le “autorità” lo avrebbero dato a scuola, di lì a due mesi, direttamente ai bambini di coloro che non sapevano o avevano cercato di non sapere, e a cui era impossibile cercare chiarimento o consiglio.

Quell’estate ha fatto diventare i bambini più adulti (specialmente coloro che hanno visto in faccia l’evento della espulsione dalla scuola dei bambini contagiati, scoperti dalle “autorità” all’ultimo istante) e ha reso gli adulti più dispersi e incerti, salvo coloro che erano già coinvolti nell’antifascismo, e che rischiavano comunque ogni giorno in un altro modo, due percorsi che si sono congiunti pochi anni dopo alle Fosse Ardeatine.

Quell’estate (come dimostra il bel libro di Lia Levi “Questa sera è già domani”) è rimasta impressa per sempre nel conscio e nell’inconscio di coloro che c’erano e capivano ed erano dentro o a un passo da ciò che accadeva, qualcosa che era allo stesso tempo, spaventoso e impossibile al punto da fronteggiarlo con tentativi di ottimismo e con la persuasione che “in questo Paese, certe cose non succedono”.

Ma “certe cose” sono successe tutte. E questo spiega la voglia di non sapere di chi si sente, negandolo, vicino al fascismo, e vuole credere che si tratti di una idea, non di un delitto.

Circolari e decreti: così partì la caccia contro i non ariani

All’inizio fu il Manifesto. Quello sottoscritto da numerosi scienziati e docenti universitari che – sotto l’egida del Ministero della Cultura – fissa i punti fondamentali del fascismo sulla razza. È il 14 luglio del 1938 e su Il Giornale d’Italia appare il documento “Il fascismo e i problemi della razza”. Al punto 6 si stabilisce che “esiste ormai una pura ‘razza italiana’” e, al punto 9, che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. Perciò – è il dispositivo del punto 10 – “i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo”. Sarà il punto del non ritorno. Da “Mai Indifferenti”, la mostra della Sezione Anpi ‘Adele Bei’ della Cgil nazionale, promossa da Cgil nazionale e Spi nazionale (a Lecce alla V edizione delle Giornate del Lavoro dal 13 al 16 settembre), è tratto il materiale che riportiamo e che testimonia come la legislazione fascista tra la fine degli anni 30 e l’inizio degli anni 40 avesse come obiettivo la cancellazione della comunità ebraica dall’Italia. La circolare che stabilisce l’esclusione degli ebrei dalle accademie militari è datata 21 luglio 1938. Il 6 agosto è la volta dei docenti di razza ebraica che non possono più essere chiamati per supplenze e incarichi di insegnamento.

Il 17 agosto Galeazzo Ciano, ministro degli Affari esteri, dispone il licenziamento di tutti gli ebrei “impiegati locali all’estero e avventizi all’interno” del suo dicastero. Poi, con un regio decreto-legge, il 5 settembre si trasforma l’‘Ufficio centrale demografico’ in ‘Direzione generale per la demografia e la razza’, risponde a un prefetto che a sua volte dipende direttamente dal Ministero dell’Interno, ossia a Mussolini che ricopriva l’incarico ad interim dal 1926. Il 5 settembre segna la fine di ogni attività didattico-scientifica per gli appartenenti alla razza ebrea. Sempre attraverso un r.d.l. si stabilisce che entro la fine di ottobre insegnanti, assistenti, liberi docenti, professori ebrei dovranno essere allontanati da scuole statali e parastatali, dalle università, dalle accademie, dagli istituti e dalle associazioni di scienze, lettere e arti. Mentre il 13 settembre le “attenzioni” vengono rivolte agli studenti: non ci possono essere più alunni ebrei nelle scuole di qualsiasi ordine e grado; possono proseguire negli studi universitari solo gli ebrei già iscritti. Due circolari, una datata e l’altra 30 settembre, chiudono il cerchio: i libri di testo di 114 autori ebrei vengono banditi da elementari e medie. Il 15 ottobre viene disposto il divieto per i quotidiani di pubblicare necrologi di ebrei, quattro giorni più tardi viene messa al bando la macellazione degli animali secondo l’uso ebraico.

Il 17 novembre vengono unificati in un solo corpo normativo (29 articoli) i principi presenti nella Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del fascismo del 6 ottobre. Questi i provvedimenti principali: gli ebrei non possono più essere cittadini italiani di “razza ariana”; gli ebrei non possono più prestare servizio militare né in pace né in guerra; gli ebrei non possono più possedere terreni con un estimo superiore a lire 5mila e fabbricati urbani con un imponibile superiore a 20mila lire; gli ebrei non possono più avere alle proprie dipendenze domestici italiani di razza ariana; gli ebrei non possono più lavorare nelle amministrazioni civili e militari dello Stato né al servizio del partito nazionale fascista né alle amministrazioni di Province e Comuni.

“L’altra mia estate del 1938 L’orrore delle leggi razziali”

“Era un giorno di fine estate del 1938. Io ero a tavola con il mio papà e i miei nonni paterni, che poi finirono tutti ad Auschwitz”, racconta Liliana Segre. “Ricordo le loro facce. Serie. Tirate. Preoccupate. Mai visti così. ‘Liliana, ti dobbiamo dire una cosa’, mi disse papà. Eravamo a Premeno, alto Lago Maggiore, sopra Verbania. Io avevo 8 anni. Avevo avuto un’estate normale. Mio papà, molto attento alla nostra salute, ci portava ogni anno al mare, a Celle Ligure; poi in montagna, e ogni anno gli piaceva cambiare posto: Macugnaga, San Martino di Castrozza, Bormio… A fine estate, concludevamo le vacanze al lago, a Premeno, luogo per me noiosissimo, in attesa che iniziasse la scuola, che allora apriva il 12 ottobre, giorno della scoperta dell’America da parte – ci insegnava la maestra – dell’italiano Cristoforo Colombo. Era stata per me – bambina che non veniva informata di quello che succedeva nella politica, degli annunci e delle tensioni che agitavano da mesi l’Italia – un’estate normale di una normale famiglia italiana, borghese e agiata. Ma quel giorno le facce di mio padre e dei miei nonni non erano normali, erano diverse dal solito. ‘Ti dobbiamo dire una cosa’, ripetè papà. ‘Non potrai tornare a scuola, a ottobre. Sei stata espulsa’”.

 

“Non andrai più a scuola. Sei stata espulsa”

Il racconto, oggi, esattamente 80 anni dopo, ancora increspa la voce di Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di sterminio e a gennaio 2018 nominata senatrice a vita dal presidente Sergio Mattarella. “Io non capivo. Sapevo che ‘espulsa’ era una parola pesante. Per essere ‘espulsi’ bisognava aver fatto qualcosa di grave. Di molto grave. Chiesi a mio padre che cosa avevo fatto, che cosa era successo. Mi rispose che c’erano delle nuove leggi, che le cose erano cambiate, che noi eravamo ebrei e che dunque non sarei potuta tornare alla mia scuola, la Ruffini di Milano, dove avrei dovuto iniziare la terza elementare. Non sarei più stata in classe con le mie compagne e con la mia maestra Bertani”.

Il racconto continua. “Quel giorno scoprii di essere ebrea. La mia era una famiglia laica, anzi di più, assolutamente non religiosa, direi proprio atea. Non avevo mai pensato di essere diversa dalle mie compagne di classe, dalle mie amiche di giochi. Invece quel giorno scoprii di essere ‘diversa’, che tutta la mia famiglia era ‘diversa’ e che questa ‘diversità’, non un mio comportamento, aveva provocato la mia espulsione da scuola. Il mio ricordo è legato alle facce di papà e dei nonni: volti segnati dalla preoccupazione come non li avevo mai visti prima”.

“Dopo quel giorno, a casa non si parlò più di questa faccenda. L’estate finì e ricominciò la scuola. Non rividi più né la mia classe né la mia maestra e le mie compagne non fecero a gara a mantenere rapporti con me. Io iniziai la terza elementare in una scuola privata. Mio padre, per difendermi, non volle mandarmi alla scuola ebraica di Milano, che sorse per permettere ai bambini ebrei di continuare gli studi e che era animata da insegnati di grande valore. Di quell’estate del 1938 il ricordo più vivo che mi è restato è quello dei volti preoccupati di papà e dei nonni”.

Lo scoprì più tardi, l’orrore che nel ’38 era stato scolpito dal fascismo fin dentro la legge. “Cinque anni dopo, nel 1943, mio padre decise – troppo tardi, purtroppo – di fuggire dall’Italia. Ci presentammo al confine svizzero: io, papà e due cugini. Fummo respinti: siamo stati richiedenti asilo respinti dalla Svizzera. Poco dopo fummo arrestati. Avevo 13 anni quando fummo rinchiusi nel carcere di Varese, poi di Como, infine di San Vittore a Milano”.

 

L’indifferenza, l’odio Fino ad oggi

Una mattina del 1944 Liliana fu caricata su un treno, viaggio di sola andata, verso il campo di Auschwitz. Partenza dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano: sotto i binari che conosciamo, ce n’erano altri sotterranei da cui partivano le merci e gli animali. “Da lì – dove ora è stato realizzato il Memoriale della Shoah – partimmo in centinaia, mentre attorno la città era silente, assente, indifferente”.

Per un anno ad Auschwitz fece lavoro schiavo in una fabbrica di munizioni della Siemens. Aveva 14 anni. “Sono stata liberata nel maggio del 1945, unica sopravvissuta della mia famiglia. Ho compiuto 15 anni pochi giorni dopo il mio ritorno a Milano. Poi ho taciuto per molti anni: nessuno aveva voglia di ascoltarci, tutti avevano vissuto storie dolorose, chi mai aveva voglia di sentirne di ancor più dolorose? Ho ripreso la parola a 60 anni, quando sono diventata nonna. È stata la mia vittoria, senza odio, sulla morte, su Hitler e su Mussolini che avevano voluto le leggi razziali e lo sterminio: io ero viva, ero diventata mamma e perfino nonna. Aveva vinto la vita. Per questo ho deciso, dopo 45 anni di silenzio, di non restare più chiusa in casa, ma di testimoniare ciò che avevo vissuto affinché resti memoria”.

A settembre compirà 88 anni, Liliana Segre. È entrata in Senato – dice – “in punta di piedi” ed è uno dei cinque senatori a vita della Repubblica. “Oggi bisognerebbe avere la pazienza di leggere tutti gli articoli delle leggi razziali del 1938. Non solo quelli più noti, che ai cittadini italiani di religione ebraica proibivano di andare a scuola, di far parte dell’esercito, di lavorare nell’amministrazione pubblica… Ci sono imposizioni minori, ma non per questo meno gravi. Agli italiani di religione ebraica era proibito tenere cavalli e perfino pezze di lana (così da impedire il lavoro agli stracciai di Roma). Le proibizioni minori volevano raggiungere l’effetto di farti sentire diverso, inferiore, sottomesso”. È l’essenza di ogni razzismo, di ieri e di oggi, che non è mai una “goliardata”.

“Genova è ostaggio di veti e mugugni. Serve decidere”

“Quando lo costruirono quel ponte rappresentava l’immagine della Genova del progresso e degli affari. Mentre nasceva all’orizzonte si vedevano navi e navi, sembravano infinite. E invece il viadotto Morandi era anche l’immagine della fragilità di una città che ha rallentato, e di una grandezza che non era affatto consolidata”. Il linguista Vittorio Coletti, docente all’università di Genova fino all’anno scorso, quando scelse la pensione anticipata per protesta contro “la burocratizzazione dell’ateneo”, su quel ponte transitava di continuo. “Dovevo passarci anche il 14 agosto, il giorno del crollo: poi all’ultimo momento ho scelto di tornare in treno da Imperia, dove mi trasferisco in estate, perché erano previsti temporali”.

Dopo le alluvioni questa tragedia. Genova non conosce pace.

La natura e gli uomini sono stati cattivi con questa città, che purtroppo non ha mai fatto tesoro di queste tragedie, non ne ha mai tratto lezione. Perché facessero i lavori per gli scolmatori, contro le alluvioni, ci sono voluti i morti. E ora il peggiore errore sarebbe ridurre tutto alla caccia al colpevole.

E invece?

Va ricordato che Genova aveva un solo ponte che collegava il porto al resto del mondo. Il problema è che questa è una città che non ha saputo rinnovarsi, bloccata da corporazioni e veti. Da noi è nata una cultura dell’inerzia lamentosa che io rivedo nei 5Stelle. D’altronde il famoso mugugnu è una delle poche parole transitate dal genovese all’italiano. E allora bisogna tornare a costruire, superando i blocchi.

Come sta reagendo la gente di Genova a questa tragedia?

Con grande pacatezza e unità. Non sta partecipando alla bagarre sui colpevoli. Sta misurando l’enormità di quanto successo, che è una ferita enorme, perché colpisce il lavoro ma anche il turismo. Pensi a quanti visitatori ha il nostro acquario.

Molti hanno rifiutato i funerali di Stato.

Lo trovo molto civile. E non mi pare un segno di protesta, piuttosto è un modo per proteggere la propria intimità, il proprio dolore. E va rispettato.

Ora si parla del timore che trasmetteva ponte. Ma lei aveva paura a passarci, come molti raccontano?

No, non ci pensavo mai. Il vero problema è che era sempre intasato, e infatti tutti invocavano una soluzione, perché il viadotto era la via d’entrata a Genova. Era un po’ meno trafficato solo nel periodo più duro della crisi economica. Poi con il suo attenuarsi solo riapparsi tanti camion stranieri, e sono tornate anche le lunghissime code.

Ora i genovesi dovranno cambiare vita, senza quel viadotto.

Dovremo abituarci a prendere il treno al posto dell’auto. Solo che lo stato delle ferrovie è quello che è, con la linea interna cittadina che è già oggi intasata. Penso e spero che aggiungeranno treni. Ma sarà comunque molto dura. Di fatto, sarà come se mettessero una metropolitana su una linea ferroviaria.

Adesso come ci si rialza?

Dobbiamo immaginarci un futuro, non accontentandosi dell’eredità del passato, e avere il coraggio di prendere decisioni.

Anche con nuove opere? Si è parlato moltissimo della gronda per Genova in questi anni.

Tutte le opere comportano delle conseguenze per le persone e il paesaggio. Ma bisogna tenere conto dell’interesse generale, e di una prospettiva più lontana. Oggi il progresso deve passare sempre da un’altra parte. Ma non può funzionare così. Si deve decidere, se non si vuole restare fermi.

Il manager: “Ai familiari chiedo di aspettare la magistratura”

Paolo Berti è il direttore centrale ‘operations’ di Autostrade. Da lui dipende la direzione che si occupa della sicurezza dell’intera rete e quindi del Ponte Morandi.

Ingegnere come si spiega quel che è accaduto?

Sono scioccato perché il Polcevera è uno dei ponti più controllati. Tutte le osservazioni lo davano in buono stato di salute.

Cosa è mancato?

C’è un’inchiesta in corso che cercherà di capire cosa è accaduto. Anche i nostri tecnici sono al lavoro. C’era il progetto di fare questa manutenzione straordinaria per allungare la vita utile del ponte e sistemare i due stralli, quello che è caduto e quello che non è caduto. Avevamo fatto l’appalto a maggio.

Perché non vi siete accorti che il ponte e lo strallo in particolare potevano cedere?

Lo strallo era verificato sia dal punto visivo, sia con un metodo specifico che permette di capire lo stato di usura e corrosione dei tiranti. I risultati erano stabili.

Eppure il ponte è caduto…

Ora dobbiamo fare i sopralluoghi e analizzare i materiali. Le macerie parlano davvero ma su tutti i difetti: sullo stato di invecchiamento dei materiali ma anche su come il ponte è stato costruito. Può darsi che si rivelino difetti non noti.

Sta dicendo che è tutta colpa del progettista Morandi e della società che l’ha costruito nel 1965?

No. Dico solo che non è detto che ci sia una causa unica, da attribuirsi solo alla manutenzione. Io non sono sicuro. Purtroppo quando muoiono 43 persone può esserci una combinazione di più fattori. Aspetto che ci diano l’accesso ai luoghi per fare tutte le verifiche sui materiali e su come è stato costruito il ponte.

I giornali hanno pubblicato stralci dello studio del Politecnico di Milano coordinato dal professor Carmelo Gentile. Proprio sul ‘sistema nove’, che ha ceduto. Segnalava un problema e suggeriva di fare un monitoraggio. Perché non avete ascoltato l’allarme?

Lo studio serviva per intervenire al meglio sul progetto già approvato. La relazione di Gentile indica che i sensori andavano montati e tarati per verificare lo stato vibrazionale durante i lavori e non certo per verificare lo stato di tenuta del ponte e degli stralli. Quello si fa in altro modo e ripeto non c’erano stati risultati negativi. Tenga conto che io ho tremila chilometri di rete e il Polcevera è uno dei 2 mila ponti.

Lei capisce che proprio questo ci fa paura? I vostri monitoraggi dicono che il ponte Morandi è in perfetta salute. Il ponte è venuto giù. Non si poteva fare di più? Magari disponendo un divieto di transito almeno per i mezzi pesanti? Certo, la società avrebbe perso i pedaggi …

Non c’entra nulla la questione economica. I dati che avevamo in mano, sia dalla società di ingegneria che faceva i monitoraggi sia dalla direzione di tronco, erano positivi. Lo stato del ponte era a posto.

Quanti controlli fate l’anno?

Quattro controlli visivi e uno solo strumentale all’anno, per ogni strallo. Le analisi non davano degradi nei valori. Nessun peggioramento percebile. Nessuna carenza protettiva degli stralli. Il valore era piatto.

Il deterioramento era stato segnalato da più parti. Anche Morandi, decenni fa, ne aveva parlato con l’ingegnere Remo Calzona che lo ha raccontato in un’intervista al Tempo.

Contano i test: il risultato era stabile.

Non sarà che sono sbagliati i vostri test?

Può darsi. La società che li fa per noi ci dice che sono validi.

Quindi un ponte viene giù e non c’è nulla da imputare a nessuno?

Non le ho detto questo. Dico solo che ci sono le persone preposte ad accertare quel che è successo.

Se lei avesse davanti i familiari delle 43 vittime cosa direbbe loro?

Direi che esprimo il mio profondo dolore e che sarà poi la magistratura a definire responsabilità e pene di conseguenza. Nei Paesi democratici questo è il percorso.