Farnesina: “Intervenga l’Ue”. O ci pensa Salvini

Al quarto giorno, ferma davanti le coste al largo di Lampedusa, la nave Diciotti della Guardia costiera italiana con il suo carico di 177 migranti somali ed eritrei, salvati il 14 agosto in acque maltesi, non ha ancora trovato un porto sicuro dove attraccare. Il Viminale, dicastero che deve indicare il punto di sbarco, non vuole concedere il via libera, mentre Malta è ferma nel negare l’approdo alla motovedetta non ritenendo urgente il soccorso eseguito. Uno stallo che rende sempre più duro lo scontro tra i due Paesi, mentre il ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, ha avviato contatti per sollecitare l’aiuto degli altri paesi europei.

Ieri mattina è il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, a far partire il valzer di tweet condannando il comportamento de La Valletta. “Diciotti dimostra che l’Italia non si tira mai indietro quando si tratta di salvare vite umane. Malta è ancora una volta inqualificabile e meritevole di sanzioni”, stigmatizza Toninelli. E striglia l’Ue: “Si faccia avanti e apra i propri porti alla solidarietà, altrimenti non ha motivo di esistere”. Non si fa attendere la replica del ministro maltese, Michael Farrugia che, sempre su Twitter, risponde: “L’unica soluzione finale è di sbarcarli a Lampedusa o in un porto italiano. Se l’Italia vuole ancora trattare questo caso come un salvataggio, Lampedusa rimane il luogo più vicino di sicurezza secondo le convenzioni applicabili”. E poi l’attacco alla Guardia costiera italiana: “Ha intercettato i migranti all’interno del Sar maltese (la zona marittima che delimita la competenza sui salvataggi, ndr) soltanto per impedirgli di entrare nelle acque italiane”. Già nella giornata di sabato, nell’annunciare di aver recuperato i 61 migranti che viaggiavano a bordo di un altro gommone (la cui foto dall’alto era stata pubblicata polemicamente dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini), il governo maltese aveva rivendicato di “fare la propria parte” e invitato l’Italia “a fare la sua consentendo l’approdo della Diciotti in un porto italiano”.

Un braccio di ferro in cui si inserisce anche Salvini, che inasprisce i toni e dà un avvertimento all’Europa che sa di ultimatum: “Si decida seriamente ad aiutare l’Italia in concreto, oppure saremo costretti a fare quello che stroncherà definitivamente il business degli scafisti. E cioè riaccompagnare in un porto libico le persone recuperate in mare”. Sulle orme di quanto fatto il giorno di Ferragosto per il caso Aquarius, la nave della ong bloccata e fatta sbarcare nel porto de La Valletta dopo un accordo di redistribuzione dei 141 migranti a bordo.

Ma il recupero dei 177 migranti da parte della nave Diciotti – sono state fatte evacuare d’urgenza 13 persone, bimbi e donne tra cui una incinta che ha abortito in barca dopo le violenze subite in Libia – è un situazione più complicata: a essere coinvolta questa volta non è, infatti, l’imbarcazione di una ong che il Viminale non vuole far attraccare in Italia, ma la nave della stessa Guardia costiera italiana. E quando il 13 luglio scorso, sempre la Diciotti è stata in stand-by in mare con il suo carico di 67 migranti soccorsi al largo della Libia, a sbloccare la situazione è stato il Colle. Un intervento che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha giudicato “inevitabile e necessario” per sbloccare un’impasse che trascinandosi avrebbe rischiato di creare divisioni nella maggioranza. Ora con la Diciotti le posizioni di Lega e Cinque Stelle sono sulla stessa lunghezza, ma a far rumore è il silenzio della ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, da cui dipende la gestione della nave Diciotti. Intanto la Farnesina ha investito della questione la Commissione europea, “affinché provveda a individuare una soluzione in linea con i principi di condivisione tra gli Stati membri”, ha comunicato nella tarda serata di ieri il ministero degli Esteri.

Lobby, che pacchia: l’Authority col buco non può vigilare

Le regole delle concessioni. I continui rincari dei pedaggi superiori all’inflazione, i blandi oneri a carico dei privati, la carenza di investimenti: probabilmente sarebbe stato tutto diverso, se ci fosse stata un’Autorità a vigilare sulle autostrade italiane. Come previsto dalla legge. Invece un ente terzo è mancato per 17 anni, e poi quando è stato istituito gli è stata sfilata la materia più preziosa: le concessioni esistenti, quelle già rilasciate ad Aspi (e agli altri, dal gruppo Gavio in giù). Così la partita è sempre rimasta in mano alla politica, con cui la lobby delle autostrade non ha mai avuto troppi problemi a relazionarsi. Figuriamoci la famiglia Benetton.

Ci sono tante falle nel sistema di gestione privata della rete pubblica del nostro Paese. Una di questa è la storica assenza di un vero controllo, combinata all’ossimoro di un’Autorità vigilante che non può vigilare su quasi nulla. Per capire come ci sia arrivati bisogna tornare indietro di due decenni, alla legge sulle privatizzazione del ‘94, per cui il governo avrebbe dovuto creare degli organismi indipendenti prima di procedere alle dismissioni. È così che negli Anni Novanta nascono i Garanti per l’Energia e poi per le Comunicazioni. Quello per i Trasporti no, senza motivo: intanto le Autostrade vengono vendute (qualcuno dice regalate) ai Benetton. Per avere l’Authority dovranno passare altri 17 anni.

Bisogna aspettare il governo di Mario Monti, nel 2011: c’è un’infrazione Ue aperta a carico dell’Italia (e i “tecnici” erano molto attenti ai dettami dell’Europa), i partiti sono più deboli, le condizioni sembrano favorevoli per la svolta. Si torna finalmente a parlare di un Garante. Prima dell’Autorità, però, nasce a sorpresa una nuova Agenzia per i Trasporti: un “carrozzone” tutt’altro che indipendente, che ha competenza anche su vigilanza e concessioni autostradali, con l’obiettivo di sciogliere l’imbarazzante conflitto d’interessi di Anas (al contempo concedente della rete a livello nazionale, concessionaria a livello locale). A dicembre il ministro Corrado Passera nomina alla sua guida Pasquale De Lise, ex presidente del Consiglio di Stato, gradito a Berlusconi e grande amico dei maggiori esponenti della “cricca degli appalti” (a partire da Angelo Balducci che stava per diventare direttore dell’Agenzia delle Infrastrutture). È il segnale che il tentativo di riforma del settore è già fallito.

De Lise è incompatibile (per limiti di età), non entrerà mai in carica e nemmeno all’Authority dove il governo avrebbe voluto paracadutarlo subito dopo: quest’ultima vicenda è anche finita al centro di un’inchiesta che ha portato lo scorso giugno i Carabinieri a Palazzo Chigi; nelle carte si parla anche del ruolo di De Lise e dell’ex senatore forzista Luigi Grillo (noto alle cronache per aver patteggiato a 2 anni e 8 mesi per una vicenda corruttiva in Expo), che all’epoca era presidente della Commissione Trasporti e gli avrebbe garantito il suo appoggio alla nomina.

Non se ne fece nulla, ma intanto la tanto attesa Autorità era nata zoppa: il decreto che la istituisce le toglie la competenza sulle concessioni esistenti (praticamente tutte), visto che sono state già affidate all’Agenzia fantasma. Quest’ultima, però, bloccata dalle polemiche su De Lise e da dubbi piuttosto fondati sulla sua utilità, dopo un anno non è ancora operativa e quindi, come previsto dallo stesso decreto che l’aveva creata, viene soppresa: tutte le sue competenze vengono automaticamente trasferite al Ministero (compreso l’organo di vigilanza all’epoca diretto da Mauro Coletta).

Con questo gioco delle tre carte la politica si è tenuta stretta le autostrade: i poteri della neonata Authority sono di fatto neutralizzati. Lo si capirà bene nel 2014: quando viene rinegoziato l’accordo con Autostrade per l’Italia (con tanto di proroga fino al 2042, poi rinnegata dallo stesso esecutivo Renzi nel codice degli appalti), il Garante viene tagliato fuori dalla partita, giocata tutta tra privati e governo con la scusa che si tratta di una vecchia concessione. Stesso discorso per i rincari varati puntualmente alla fine di ogni anno con un semplice decreto ministeriale. L’attività del Garante si limita agli accordi nuovi (che però sono meno del 10% del totale), qualche parere, delibere non vincolanti. Mentre la vigilanza resta nelle mani della struttura prima interna all’Anas, poi al Ministero, sempre pronta a chiudere un occhio nei confronti dei privati.

Anche su questo equivoco adesso bisognerà intervenire. Stefano Fassina, deputato di LeU, annuncia un emendamento per restituire all’Authority le competenze che non ha mai avuto: “La strage del ponte Morandi ha delle cause strutturali nell’assetto istituzionale della vigilanza: sarebbe interessante sapere perché il ministro Passera la sottrasse alla neo-costituita Autorità, dotata di competenze adeguate, per affidarla alla direzione del Mit, privo dei profili professionali”, si chiede il parlamentare. “Oltre alla procedura di revoca, il governo intervenga anche per riportare in capo all’Authority il controllo delle concessioni”. Così il prossimo accordo dovrebbe passare dal vaglio di un organismo indipendente. Ammesso che in futuro ci sia ancora un concessionario.

La sezione “rossa”: “I fischi? Non si sa più chi siamo”

Saracinesche abbassate. “È agosto, siamo in ferie”, è chiuso il circolo Pd Boido Longhi, in un vicolo di Sestri Ponente, a una manciata di chilometri dal ponte Morandi. In queste strade di Genova dove il Pci prendeva il 90% dei voti e sabato per qualcuno è stato celebrato l’addio al partito: la folla ha fischiato Maurizio Martina e Roberta Pinotti ai funerali delle vittime. I dirigenti del partito – pochi – camminavano rasente al muro. Tanti pezzi grossi alle esequie nemmeno si sono visti.

Tutto era cominciato qui. E, forse, finisce qui. Proprio davanti alla saracinesca della sezione – pardon, oggi circolo – che una volta era il centro della vita del Ponente di Genova: “A Sestri c’erano 8 sezioni: 6 in città e 2 nelle fabbriche. Avevamo 8mila iscritti, il doppio di quelli che oggi il Pd raccoglie in tutta la Liguria”, racconta Aleandro Longhi – nipote dell’omonimo partigiano cui è dedicato il circolo – che di quella sezione fu il segretario negli anni ’70. Oggi le tessere sono 170.

Una volta, dopo una tragedia così, davanti al portone di via Vigna avresti trovato centinaia di persone. Perché la sezione era casa, chiesa, perfino istituzione. Come diceva Togliatti: dove c’è una chiesa c’è una sezione della Dc, quindi il Pci doveva presidiare il territorio. Perfino nell’arredamento c’era una ‘simmetria’: crocifissi e immagini da una parte, foto di Lenin e Berlinguer dall’altra. “Ogni volta che succedeva qualcosa di importante ci si ritrovava e si discuteva… ricordo quando l’Urss invase l’Afghanistan”, racconta Longhi. Kabul è in Asia. Il Morandi invece è a due passi. Ma non c’è nessuno. “Oggi i circoli sono diventati luoghi dove ci si riunisce per decidere i candidati e litigare”, è amaro Longhi che ha chiuso con il Pd.

Addio al territorio, proprio mentre in queste strade la disoccupazione arrivava al 15% e decine di negozi chiudevano i battenti. Fino al ‘sacrilegio’ finale: il segretario nazionale e un’ex ministra fischiati a un funerale. Che effetto fa, visto dalla trincea dell’ultimo circolo? “L’ho visto solo in tv, non sono a Genova. Non mi sono fatto un’idea”, glissa l’attuale segretario Marco Pinna. È crollato il vostro ponte, cosa farete adesso? “Abbiamo sentito i vertici dei municipi. A settembre organizzeremo incontri con esperti”. Ma una volta questa porta era più aperta di una chiesa, tutti i giorni, fino a notte.

Ancora Longhi: “Arrivava chi voleva parlare di politica, chi era rimasto senza lavoro, ma anche chi aveva problemi familiari”. Oggi non si riesce più: “Con i volontari siamo presenti quattro giorni la settimana”, assicura Pinna. Parla di una scuola di politica per formare i dirigenti di domani (ma ci sarà un domani?), di corsi di pittura, di assistenza a chi chiede il reddito di inclusione. Poi però ci sono i conti e qualcuno storce il naso: “Dobbiamo pagare l’affitto alla fondazione Ds. E pensare che questa sede era nostra e gliel’abbiamo data noi”. Già, Roma. Ma è cominciato anche da qui, dalle porte dei circoli. Dal Partito che qui è diventato potere. Tutti ricordano gli anni in cui governava la sinistra e la Liguria è stata ricoperta di cemento, fino alle sponde dei torrenti che poi esplodevano con le alluvioni. Ricordano i consigli di amministrazione delle controllate pubbliche infarciti di fedelissimi. Poi il silenzio negli anni in cui Giovanni Berneschi governava la banca Carige e l’allora governatore Claudio Burlando offriva un posto in fondazione alla Curia di Angelo Bagnasco. Fino all’inchiesta rimborsopoli con metà del consiglio regionale indagato (anche nella Lega che oggi fa la ‘nuova’) e assessori finiti in manette.

Arrivano da lontano i fischi di sabato. Ma ora? “Organizzeremo – conclude Pinna – incontri per capire chi siamo come partito”.

Salasso al casello: ecco la formula magica che fa ricchi gli operatori

Il costo della vita in Italia negli ultimi dieci anni è aumentato del 12%, i pedaggi ai caselli sono aumentati del 30%. Ogni anno le tariffe autostradali crescono molto più dell’inflazione. Il cerimoniale è sempre uguale: a gennaio, puntuale arriva il decreto del Ministero dei trasporti con l’adeguamento delle tariffe; qualche partito (sempre quelli di opposizione) si indigna, le associazioni dei consumatori protestano. Ma non cambia nulla.

E, pur essendo la più ricca, non è solo Autostrade per l’Italia (Benetton) a guadagnarci, ma tutti gli operatori privati: il record di rincari, ad esempio, appartiene a Gavio. Percorrere i 125 chilometri della A4 Torino-Milano, una delle strade più trafficate d’Italia, oggi costa 16,80 euro più 8,3% sul 2017. Va bene anche al gruppo Toto (Strade dei parchi): per i 150 chilometri della Roma Teramo si pagano 19,60 (+12,9%). Ma i rincari, in parte giustificati da nuovi investimenti, sono solo un aspetto del caro pedaggi.

Gli alti costi che gli automobilisti pagano ai caselli italiani non sono infatti giustificati da alcuna logica economica. A meno che non si ritenga il guadagno del concessionario l’unico sacro principio. Autostrade per l’Italia, che gestisce la metà dei 6mila e passa chilometri di rete italiana (compreso il ponte crollato a Genova il 14 agosto), nel 2017 dai pedaggi ha ricavato 3,6 miliardi di euro, che hanno garantito un margine operativo di 1,9 miliardi (in crescita di 200 milioni rispetto all’anno precedente), cioè più del 50%. La Satap del gruppo Gavio su 434 milioni di ricavi autostradali, ha avuto un risultato operativo di 185 milioni, oltre il 42%. Margini da favola.

Gli adeguamenti annuali stabiliti dal ministero delle Infrastrutture sono basati, per tutti i concessionari, su una formula in cui il dato di base, il più interessante, cioè la remunerazione del capitale, è tutt’ora segreto, anche se qualche economista ne ha fatto una stima. Vediamo: la nuova tariffa fissata ogni anno è data in sostanza dalla variazione dell’inflazione, più un fattore X di remunerazione del capitale, più un fattore K di remunerazione degli investimenti aggiuntivi. Più l’Iva, ora al 22%. I fattori X e K sono stati sinora tenuti segreti dal Ministero, un approccio che pare poco giustificabile. Il nuovo ministro ha dichiarato che li renderà pubblici, non si comprende perché non l’abbia ancora fatto.

L’economista Giorgio Ragazzi, nel libro I signori delle autostrade (il Mulino) fa però un po’ di luce sui numeri a partire proprio dalla convenzione tra Anas e Autostrade per l’Italia, firmata ai tempi della privatizzazione. “Il piano finanziario 1997-2038 allegato alla convenzione redatto in lire a prezzi costanti 1996, prevedeva investimenti per 3,6 miliardi di euro nel quinquennio 1998-2002, e un tasso interno di rendimento (Tir) del 7,14% sull’arco dei quarant’anni della concessione. Il Tir previsto era molto elevato: si trattava infatti di un rendimento reale, essendo stato calcolato nell’ipotesi di prezzi costanti, per di più al netto delle imposte, difficilmente giustificabile per un’attività a rischio pressoché nullo”. In pratica si sarebbe fissato un tasso rendimento del capitale a un livello che seppur, alto, poteva avere qualche giustificazione 12 anni fa, quando l’inflazione era superiore al 4% e il rendimento dei capitali andava di conseguenza. La parte che ha dell’incredibile è che i coefficienti X e K restano costanti durante tutta la concessione (che per Autostrade è stata prorogata al 2042) ed eventuali aumenti dell’inflazione sono calcolati in aggiunta. I concessionari hanno insomma ha un altissimo profitto, garantito, sul capitale impiegato. Ma non è tutto qui.

La parte di tariffa che dovrebbe ripagare il capitale impiegato in nuovi investimenti, è calcolata su quelli programmati. Il finanziamento degli investimenti è in effetti la foglia di fico che usano tutti i concessionari per giustificare gli aumenti. Peccato che questa sorta di consorteria medievale, beneficiaria di concessioni, sugli investimenti sia inadempiente. L’ultima relazione del ministero delle Infrastrutture mostra infatti che tra il 2008 e il 2016 gli investimenti effettuati dai concessionari sono stati 8,3 miliardi a fronte di 9,8 miliardi programmati: un miliardo e mezzo in meno.

Da segnalare, infine, il trattamento tariffario di favore riservato ad Autostrade per l’Italia: la società non è soggetta cosiddetto price cap, un tetto alla tariffa, determinato dal un cosiddetto “coefficiente di efficientazione”, cioè dal presupposto che col tempo il concessionario diventi più efficiente e i suoi costi (gestione, manutenzione) diminuiscano. Cosa puntualmente avvenuta, per esempio con l’automazione dei caselli. E così i privati guadagnano, e gli italiani pagano, sempre di più.

Ora i tecnici indagano sui lavori di Autostrade

“La rottura dello strallo”. Resta l’ipotesi principale su cui lavora la commissione ministeriale che indaga sul crollo del ponte. Ma potrebbe esserci, dice il presidente Roberto Ferrazza, “una serie di concause”. Aggiunge: “La rottura dello strallo può essere stata determinata sia da un comportamento anomalo della trave o dal cedimento delle mensole che tengono gli impalcati. Una eventuale rottura della mensola può aver fatto girare l’impalcato e sovraccaricato lo strallo”. Gli esperti si sono concentrati ieri anche sul carro ponte che era stato posizionato sul Morandi e che era utilizzato per i lavori in corso. I dirigenti di Autostrade, interpellati dal cronista, però respingono l’ipotesi: “Si tratta di una struttura che pesa poche tonnellate”. Resta il fatto che il carro ponte – crollato con il Morandi – era posizionato vicino al pilone 9. I tecnici, invece, escludono categoricamente che la causa del disastro sia stato un fulmine. Grazie ai primi rilievi si è già ricostruita la dinamica degli eventi: “Il ponte prima si è storto, poi è caduto”. Le indagini della commissione e dei pm devono stabilire i motivi del disastro e verificare se siano stati svolti controlli adeguati. L’attenzione si sta concentrando anche su eventuali carenze della vigilanza affidata allo stesso ministero. Ancora: in Procura si valuta l’ipotesi di contestare il reato di omicidio stradale.

Ma c’è un altro documento – rivelato da l’Espresso – da cui emerge che le debolezze del ponte erano note. È una relazione del febbraio 2018 con cui il ministero si pronuncia sui lavori previsti, firmata tra gli altri proprio da Ferrazza e Antonio Brencich (che oggi fanno parte della commissione d’indagine). Si legge: “I risultati delle prove riflettometriche hanno evidenziato un lento trend di degrado dei cavi costituenti gli stralli (riduzione d’area totale dei cavi del 10-20%) e proprio per tale considerazione Autostrade ha ritenuto avviare una progettazione finalizzata al rinforzo degli stralli delle pile 9 e 10”. Ancora: “Le indagini sono state estese agli altri elementi strutturali che hanno evidenziato quadri fessurativi (lesioni) più o meno estesi, presenza di umidità, fenomeni di distacchi, dilavamenti, ossidazione… sulla base delle indagini svolte la società progettista ha cautelativamente stimato un grado di ammaloramento medio oscillante dal 10 al 20%”. Un dirigente di Autostrade spiega al Fatto: “Il logoramento era inferiore al margine di sicurezza previsto per il ponte”. Resta il fatto che i rilievi erano noti ai tecnici del ministero (chiamati in causa per valutare l’adeguatezza dei lavori previsti) ed alle stesse Autostrade. Ma a quali conclusioni arrivano gli esperti? Solo Brencich pare aver sollevato dubbi sull’adeguatezza degli interventi: “Il professore fornisce spunti per migliorare la lettura dei documenti progettuali”, è riportato. Una critica che evidenzia la mancanza di radiografie dei cavi con raggi gamma e carotaggi. Tuttavia alla fine la relazione si chiude in modo sorprendente: “Complessivamente il progetto esecutivo esaminato appare ben redatto e completo in ogni dettaglio. Lo stesso risulta studiato in modo metodologicamente ineccepibile”. Nessun provvedimento viene preso per limitare o chiudere il traffico sul ponte.

Ma mi faccia il piacere

Viva forza. “Berlusconi passa al contrattacco con la tv. Così Rete4 ‘smonterà la retorica populista’… Il giovedì Gerardo Greco con ‘W l’Italia’” (La Stampa, 12.8). “‘I fatti prima dei politici nel Tg4. E Viva l’Italia…’. Gerardo Greco, il nuovo direttore, condurrà un talk ‘ottimista’” (Libero, 14.8). Ma non si chiamava Forza Italia?

Pacate riflessioni. “L’ideologia anarchica M5S porterà alla catastrofe come in Venezuela. Possiamo ridurci alla fame” (Francesco Alberoni, il Giornale, 12.8). “Di Maio teorizza un Paese da socialismo reale” (Alessandro Sallusti, ibidem, 17.8). “Casaleggio e Grillo hanno fatto un partito anarchico-comunista che ha come meta distruggere la classe dirigente e la democrazia parlamentare e produrre un regresso economico… capi fanatici che attaccano i ricchi, fanno promesse mirabolanti come Lenin in Russia, Castro a Cuba, Chavez in Venezuela” (Alberoni, ibidem, 19.8). Ora, va bene tutto: ma è davvero offensivo dimenticare Pol Pot. Metti che s’incazzi: poi chi lo sente?

Flop. “Migranti, flop delle espulsioni: in due mesi solo 866 rimpatri” (Repubblica, 14.8). Questo Salvini non è abbastanza razzista.

Il maestro e Margherito. “Io non parlo mai di politica con Berlusconi. Ne sa più di me. Da Silvio c’è sempre da imparare” (Flavio Briatore, Corriere della sera, 14.8). Tipo come non finire in galera.

L’ideona/1. “Il governo vuole introdurre il reato di accattonaggio molesto. L’annuncio del sottosegretario Molteni (Lega): vogliamo inserirlo nel Codice penale” (Libero, 14.8). Giusto: siccome abbiamo 5 milioni di poveri, mandiamoli a chiedere l’elemosina in carcere.

L’ideona/2. “Un partito monarchico? Emanuele Filiberto ci sta pensando, Già adesso il 15% degli italiani lo vorrebbe in politica” (Libero, 17.8). Com’è noto, le disgrazie non vengono mai sole.

Il Partito d’Azioni. “Consob avverte Palazzo Chigi: ‘Pericoloso turbare i mercati’” (La Stampa, 17.8). “Qualcuno sarà chiamato a rispondere di aggiotaggio” (Michele Anzaldi, deputato Pd, sugli attacchi del governo ad Autostrade, 16.8). “La Consob raccoglie l’appello di Forza Italia: verifiche su Autostrade. Brunetta: ‘Attenzione a chi turba i mercati’” (il Giornale, 18.8). Ecco il crollo che li angoscia: non quello del ponte con 43 morti sotto, ma quello del titolo dei Benetton.

Salici piangenti. “Intanto mi faccia dire che sono rattristato per quanto accaduto a Genova. Sono però anche costernato per l’atteggiamento del governo… le loro affermazioni possono distruggere un titolo in Borsa… La revoca della concessione fa danni incalcolabili… Tanti imprenditori iniziano a guardare all’estero per trovare luoghi più sicuri” (Paolo Scudieri, Advisory Board di Confindustria, La Stampa, 17.8). Ehi, guarda che si chiama latitanza.

I veri criminali. “E poi c’è un partito che è venuto meno ai suoi doveri. Al pari di Erdogan… c’è un movimento politico che proclama da sempre che ‘è contro le grandi opere’… c’è un movimento e uno solo, quindi, che si è opposto, fino all’ultimo minuto, alla costruzione di questa deviazione autostradale che oggi, si sa, era l’unica alternativa al viadotto… E’ il Movimento 5Stelle… Possa l’Italia ricordarsene oltre il tempo che occorrerà per seppellire e piangere i suoi morti. Possiamo, tutti noi, valutare correttamente gli errori di valutazione, possibilmente criminali, ai quali conduce talvolta la demagogia populista” (Bernard-Henry Lévy, La Stampa, 19.8). L’intellettuale francese parla, senza sapere cosa dice, della “Gronda”, in ballo dagli anni 80, sempre bloccata non dal M5S (che mai governò Genova, né l’Italia), ma da destra e sinistra, che costerebbe 5 miliardi, sarebbe pronta nel 2029 e soprattutto – “si sa” – non si porrebbe in “alternativa al viadotto”, ma in aggiunta, lasciando il ponte in funzione. Però La Stampa è fatta così: quando finisce i cazzari italiani, li importa dall’estero.

La parola all’esperto. “Senatore Luigi Grillo, lei conosce bene la storia delle infrastrutture liguri…” (il Giornale, 17.8). In effetti è stato processato e prescritto per truffa allo Stato su appalti in Liguria, ha patteggiato 2 anni e 8 mesi per corruzione e turbativa d’asta sugli appalti Expo ed è indagato in Aemilia su appalti e ‘ndrangheta in Lombardia. Un intenditore del ramo.

Caldarrosta. “Non bisogna aver paura di tornare a odiare… Di Maio, con Beppe Grillo e Grillo Travaglio, hanno spinto all’odio verso chiunque facesse politica fuori dai loro canoni di giustizialismo e incompetenza. Odiarli non significa nulla di violento… un odio pacifico, fatto di parole, di sentimenti” (Giuseppe Caldarola, ex direttore l’Unità, Lettera 43, 17.8). Brrr che paura. Noi però lo preferivamo quando chiudeva l’Unità.

“Usciamo dalla semplice cronaca, il calcio per noi non è solo pallone”

Ritiro, preparazione, tattica sui tempi, “acquisti” strappati alla concorrenza (Paolo Pablito Rossi è il nuovo arrivato), un nuovo schema di gioco: Giorgia Cardinaletti conduttrice unica. È la Domenica Sportiva, la regina delle trasmissioni Rai dedicate allo sport, il calcio in particolare, una delle poche istituzioni nazional-popolari in grado (ancora) di resistere a streaming, calendario spezzatino, social e polemiche d’ordinanza. “Una sorta di tempio, e quando varchi la soglia di quello studio avverti una responsabilità non da poco…”.

È il suo terzo anno…

La prima volta mi tremavano le gambe. Il tremolio si è affievolito con il passare delle puntate ma non lo dimenticherò.

Lei non viene dallo sport.

Questa è l’accusa che mi hanno rivolto più spesso.

La risposta?

Conta saper raccontare la realtà, come quando stavo a Rainews24. Cronaca, politica, esteri. Il mondo del calcio non è avulso dai meccanismi classici del giornalismo; il mondo del calcio è una parte importante della realtà, dove contano la competizione, il business, le interazioni, i riflessi concatenati, le emozioni.

E quindi?

È uno specchio importante della società, e chi non lo valuta così, sbaglia.

Non è solo “spogliatoi”.

E non inizia e finisce dentro al rettangolo di gioco, e non lo dico io…

A chi pensa?

Alle partite in periferia di Pasolini o a film di Salvatores: il momento del pallone è centrale nelle sue pellicole, a partire da Mediterraneo.

Il calcio è un mondo molto chiuso.

La maggior difficoltà è uscire dalla cronaca, andare oltre l’episodio immediato, ampliare il ragionamento: il subito è ovviamente in pole…

E poi?

Con l’esplosione dei social tutti sanno tutto, mentre un tempo chi si collegava con la trasmissione televisiva, aspettava quei momenti per scoprire e vedere i propri beniamini…

Oggi sono perennemente sotto i riflettori.

Postano in continuazione, ci sono giocatori che hanno prodotto dei diari di vacanza, o che raccontano la propria vita secondo per secondo.

Marketing.

Anche. L’unica salvezza è scavare oltre l’apparenza.

Spesso le interviste con i calciatori sono pura banalità.

Non perdiamo di vista un punto: sono ragazzi di 20 o 30 anni, e si aggrappano alle frasi fatte per uscire dall’imbarazzo. Sono la certezza di sfangarla davanti a un microfono.

Il suo indice per capire se la puntata ha funzionato…

Oltre l’Auditel e il gruppo di lavoro?

Sì.

Il fruttivendolo sotto casa, il lunedì mi aspetta e discutiamo.

Chi conduce la Ds diventa la donna del calcio.

Premesso: non mi sono sottratta alla foto con il pallone.

Però…

Non è quella che mi rappresenta di più: dobbiamo andare oltre il sorriso, il fisico e il pallone, altrimenti si scade in stereotipi per fortuna superati.

Com’è Tardelli?

Schietto, super corretto, ovviamente conosce alla perfezione il mondo del calcio. E inoltre studia.

Difetto.

Un po’ permaloso. Su questo lo stuzzico.

Però sui social stuzzicano anche lei.

Li leggo, però non rispondo, servirebbero giornate intere solo per quello.

Quindi incassa in silenzio?

Non mi appassionano, esattamente come le critiche dietro le spalle. Chi parla o fa parlare male, lo trovo poco elegante. Ma fa parte del gioco.

Chi conduce la Ds deve essere super partes…

Allora niente pronostico. Però l’arrivo di Ronaldo sposta parecchio gli equilibri… Ma non dimentichiamoci che c’è anche tanto altro che va raccontato.

Esordio “normale” di CR7: la Juventus passa (a fatica)

È stato tormentato ma felice, il battesimo di Cristiano Ronaldo nel nostro calcio, con la Juventus subito avanti (Khedira), il Chievo capace di rimontarla (Stepinski, rigore di Giaccherini) e la Signora in grado di demolire i fantasmi, dopo l’autogol di Bani, solo al 93’. La firma arriva dalla miniera della panchina: Bernardeschi.

Per uno come Cristiano, non si può parlare che di esordio “normale”. Sembrava una passeggiata, è diventata una salita. Però era sempre lì, nel vivo, anche quando studiava i compagni e i compagni lo studiavano.

Al debutto, nell’estate del 1982, Platini e la Juventus persero 1-0 a Marassi, contro la Sampdoria. E Maradona, fresco di Napoli, due anni dopo cadde proprio a Verona, contro l’Hellas di Bagnoli (che avrebbe poi vinto lo scudetto): i cingoli di Briegel fissarono un perentorio 3-1. Andò meglio a Zico, nel 1983, quando Udine insorse: doppietta al Genoa e 5-0 globale. E non andò male neppure, nel 1997, all’altro Ronaldo, il Fenomeno: Inter-Brescia 2-1, anche se fece tutto Recoba.

Sono scartoffie d’archivio, travolte dall’attualità dello sport e oltre, soprattutto oltre, come ha riassunto il minuto di silenzio alla memoria di Genova e dei suoi morti. L’avvento del Cristianesimo ha portato il Chievo al record d’incasso ma che tristezza quel “buco” in curva solo perché i tifosi dell’Hellas non volevano intrusi. Era un Chievo catenacciaro, appeso al cappio di plusvalenze che potrebbero costargli un severo handicap. Ed era una Juventus obesa di Cristiano e tanto altro: l’addio di Buffon, lo strappo di Marchisio, la cessione di Higuain, il ritorno di Bonucci (fischiato, poi applaudito). Il caldo c’era per tutti, non solo per il marziano. Che tocca il primo pallone dopo quattro minuti, scocca un paio di dardi, gioca un po’ di suola e un po’ di tacco, alla caccia di compagni che lo armino senza intralciarlo.

La Juventus aveva impiegato meno di tre minuti per spaccare l’equilibrio: punizione di Pjanic, sponda di Chiellini, rasoio di Khedira. Da lì in poi ha sfiorato un rigore con Cancelo e il raddoppio con Cuadrado, ma si è pure guardata allo specchio. D’Anna aveva rinunciato a Birsa per raccogliere la fanteria attorno a Rossettini e Radovanovic. Il Chievo ha aspettato che Pjanic e Khedira, gli unici centrocampisti di Allegri, sbadigliassero e che Bonucci si distraesse. È successo al minuto 38, su cross di Giaccherini: a Stepinski, polacco di 23 anni, non è parso vero. L’incornata ha fruttato un pareggio che i puristi del possesso palla, questa setta diabolica, rinfacceranno di sicuro al destino cinico e baro (e invece no).

Si agita, Cristiano. Ed è l’unico che, in avvio di ripresa, centra la porta, di piede o di testa. Ma è una Juventus pigra, velleitaria, che si butta sotto per onor di censo, con Dybala avaro, molto avaro. Basta un dribbling di Giaccherini – ancora lui, sempre lui – per confondere Cancelo, e costringerlo al penalty, che lo stesso Giac, indimenticato ex, trasforma alla grande.

Bernardeschi avvicenda Cuadrado e fa a manate con Cacciatore, Mandzukic rileva Douglas Costa, scoppiato. Ci prova Cristiano, dal limite, ma Sorrentino è sempre lì. E se non il portiere, Cacciatore: che esulta come se avesse segnato. Cristiano imbecca Mandzukic, la cui capocciata non è all’altezza dell’invito. Il Chievo fa muro, la Juventus cerca di aggirarlo, ma per tornare in quota ha bisogno di una carambola tra Bonucci e Bani, su angolo del prezioso Bernardeschi. Cristiano ala (e meno centravanti) sembra più ispirato, più insidioso. Cacciatore è un guerriero. L’ordalia si decide agli sgoccioli, dopo che il Var aveva annullato un gol di Mandzukic perché Cristiano che aveva travolto e stordito Sorrentino. È entrato Seculin. Siamo al 93’, e dunque in pieno recupero, quando Alex Sandro si mangia la fascia e serve Bernardeschi, lesto a fissare un risultato che, al di là del punteggio, incornicia una piccola grande storia: l’atterraggio di Cristiano Ronaldo sul nostro pianeta.

“Adoro la fisica quantistica e mi smarrisco davanti allo scaffale dei detersivi”

Il tono sussurrato, la leggera zeppola nella pronuncia, la confusione di un bar, complicano, a prescindere, qualunque conversazione; se poi uno ha di fronte Max Gazzè che tratta gli Esseni con la stessa naturalezza riservata a una moderna popolazione europea, o i manoscritti di Qumran alla stregua di un best seller da classifica estiva, allora tutto questo diventa un mix caotico, a volte spiazzante, in altre surreale. Comunque divertente. Davanti a Gazzè uno deve decidere quale bivio prendere tra una versione in stile conte Mascetti in Amici miei, un documentario di Piero e Alberto Angela, o se si è preda dei brani storici di Franco Battiato. Non basta. Al bar arriva pure vestito da perfetto motociclista, dopo una gita in Harley Davidson (“In realtà è un transatlantico da passeggio. E da quando la posseggo ho imparato il saluto da harleysta”. Qual è? “Indice e medio ben alti, e non all’incontrario, altrimenti è vaffanculo all’inglese”. Per carità); piccola pausa in solitaria mentre è in tour con il suo Alchemaya, un’opera “frutto della fusione tra orchestra sinfonica e sintetizzatori”, con brani dell’ultimo lavoro più i successi storici. È lui il protagonista della seconda serata del Fatto alla Festa della Versiliana (venerdì 31 agosto). Il concerto ha debuttato il 5 agosto a Roma, alle Terme di Caracalla; si è concluso con la standing ovation dei 4mila presenti.

Tutti in piedi.

E mi sono ritrovato davanti al microfono con i brividi sulla pelle e qualche lacrima negli occhi; a cinquanta e passa anni lo stupore è sempre una delle emozioni più belle da poter vivere.

Se le avessero proposto un progetto del genere trent’anni fa…

Avrei risposto: “Prima devo scrivere qualcosa di decente”.

Levante la descrive così: “Max non cade mai nella retorica dell’uomo impegnato al quale non si può chiedere nulla”.

E perché dovrei tirarmela? Comunque dipende dai contesti, quando sono al supermercato evito le classiche distrazioni da selfie e domande; quando sono lì mi concentro solo sulla spesa.

Lei casalingo.

Compro il latte di capra, i succhi di frutta…

Biologico.

Questo non lo so, evito solo l’acido ascorbico per timore del bruciore di stomaco.

È un cultore dell’esoterismo.

Già da piccolo ero un topo da biblioteca, soprattutto quando Internet ancora non esisteva: mi chiudevo dentro e il mondo restava fuori; poi dai libri partivo per scoprire le mie realtà.

Tipo?

Egitto, Israele, indagavo e indago la mitologia e la storia; il confine tra mitologia e storia, con riflessi esoterici, o i manoscritti di Qumran…

Insomma, Topolino e Minni…

Aggiungo i Sumeri, l’armonia delle sfere, Pitagora, gli insegnamenti della geometria sacra applicata alla musica. E molto lo devo a mio padre, grande studioso di teologia.

Cattolico?

Lui molto, ogni domenica mi portava in chiesa, ma senza impormi alcunché, senza nessuna preclusione culturale, tanto da regalarmi dei libri sugli Esseni.

Ora anche gli Esseni?

Ho cercato di conoscere questa popolazione ebraica quasi misteriosa, bistrattata sia dalla cultura cristiana, che da quella ebraica…

Cosa ha scoperto?

Erano strani, diversi, isolati per scelta, quasi degli eremiti. Affascinati dalla loro riflessione.

In queste letture quali risposte cerca?

Non leggo per trovare risposte, anzi; leggo col l’occhio della serie televisiva, cerco di comprendere le evoluzioni della storia.

I misteri restano tali.

Fin quando c’è una conoscenza non conosciuta, e poi esistono delle risposte impossibili da scovare. E aggiungo: per fortuna.

Nel qual caso…

Per me più si alza il livello di conoscenza e di coscienza, e più gli orizzonti delineati si allontanano, più resto affascinato; è come salire in cima a un albero e ammirare l’orizzonte, mentre c’è chi si accontenta di affacciarsi da una finestra di un piano basso.

Più conosce meno sa.

Senza la possibilità di raggiungere la parola fine.

Con i suoi figli ne parla?

Dipende dall’atmosfera e dalla condizione giusta, mica posso torturarli a prescindere; cerco sempre di inserire nei miei discorsi delle storielle più semplici, mi attacco a degli esempi…

Ce ne dica uno.

Tipo il pensiero taoista, gli parlo di Lao Tze (antico filosofo cinese), gli racconto degli Esseni, senza perdere di vista il dato fondamentale: sono ragazzi. E in quei casi penso sempre alla massima orientale: “I passi del maestro sono udibili solo per chi è pronto ad ascoltarli”.

L’obiettivo.

Mettere in discussione alcune presunte certezze acquisite dalla nostra storia; ciò che è stato interpretato e poi scritto non è una verità assoluta, spesso le interpretazioni sono errate.

Viene mai frainteso?

Il più grande fraintendimento sono alcune verità storiche, e mi dà molto fastidio.

In concreto.

In molti scritti antichi il problema è legato all’interpretazione dei linguaggi, riscritti svariate volte nei secoli. La storia è stata distrutta e ricostruita troppe volte, fin dai tempi di Gengis Khan. O la biblioteca di Baghdad o quella di Alessandria d’Egitto. Noi non conosciamo neanche l’un per cento di quanto è avvenuto nei millenni.

Un dialogo tra lei e Battiato, com’è?

Tanti anni fa, con mio padre, sono andato a un suo concerto, portava in scena la saga del Gilgamesh (1992) e in quel momento stavo studiando tutto il poema della Creazione che si chiama Enûma Eliš…

Vi siete parlati?

Quella volta no, ma nel 1996 ho aperto i concerti della sua tournée; poi un paio di anni fa siamo finiti dentro una bellissima conversazione a due: abbiamo dedicato un’ora solo al concetto “dell’anima che non ha tempo”.

Perfetto.

Anche per gli antichi egizi il tempo era il luogo del cambiamento; non è il tempo che cambia ma è la coscienza che si muove attraverso il tempo; poi abbiamo affrontato la materia, le interpretazioni, l’illusione.

Questo dialogo lo ha trascritto o registrato?

E perché dovevo?

Per non perderlo.

Talmente bello da non poterlo fissare, avrebbe sminuito il suo senso, e il suo senso non è la sola parola, ma la parola amplificata dal messaggio subliminale, veicolato attraverso uno stato di contemplazione reciproca.

Niccolò Fabi sostiene che lei sia la parte ironica, surreale e giocosa del trio composto anche da lui e Daniele Silvestri.

Noi tre siamo veramente molto diversi, ma c’è un affetto fraterno che consente di vivere le esperienze con un occhio comune; ognuno ha il suo ruolo, e con loro sono la parte goliardica del buongiorno.

Resta il dubbio se teme mai di non venir capito…

In realtà non lo so, perché non ho nulla da dimostrare.

Neanche da ragazzo?

Anche allora cercavo solo il senso delle azioni, poi se arrivano mi fa piacere.

Lei è cattolico come suo padre?

Credere in qualcosa apre le porte a quella realtà. Non credere a niente implica lo stesso sforzo che credere in qualcosa.

E…

Non rispondo a certi adattamenti legati a una forma monarchica bizantina in cui riconosco il Re dei Re, il trono, il regno dei cieli; se fosse andato avanti il vero significato del cristianesimo, forse avrei seguito maggiormente il percorso.

In “Basilicata coast to coast” Rocco Papaleo le ha assegnato un ruolo silenzioso “perché è difficile farla stare zitto”.

(Ride) E certo, ma solo perché Rocco è musulmano.

Allora Papaleo ha ragione.

È stata una scelta molto divertente, perché chi ha ispirato il mio personaggio è uno storico amico di Rocco, ed è stato bello costruirlo senza una parola, solo sulla musica, sull’intenzione, sull’espressione; senza cadere nella mimica esagerata.

Camminava con stile particolare…

Con il baricentro leggermente spostato indietro: sono entrato talmente tanto nel personaggio da non parlare neanche fuori dalle riprese, io ero lui, mi muovevo come lui, quasi pensavo come lui. Però quel film è veramente delizioso.

Nei primissimi anni Novanta è stato il componente di un gruppo formato da esuli iraniani.

Dei rifugiati dall’Ayatollah Khomeini, e insieme siamo anche stati in tournée; ah suonavo pure con un gruppo punk, e un altro jazz.

Sì, ma gli esuli…

Parlavamo in inglese e francese, ed era bellissimo perché la loro musica era molto melodiosa, un misto persiano-arabo con una spruzzatina di Pink Floyd, e grazie a loro ho girato mezza Europa, dalla Germania alla Scandinavia, e ovunque arrivavano i rappresentanti della comunità esule. L’emozione era vedere queste persone parlare e riallacciare i reciproci ricordi.

Da giovane ha spesso frequentato lo studio di Mario Schifano.

Grazie a mia moglie, conosciuta ai tempi del Locale (il disco-pub dove sono cresciuti musicalmente anche Fabi e Silvestri, oltre a Papaleo); era lei a conoscere Mario, ed è stata lei a presentarmelo.

Tipo particolare.

Mia moglie gli dava una mano, specialmente in alcuni momenti di sua difficoltà.

Quando non era molto lucido…

Ecco, appunto. Diciamo così: lui proseguiva nei suoi percorsi mentali, e mia moglie lavorava concretamente; purtroppo quando ti ritrovi nelle condizioni psicofisiche dello Schifano di quel periodo, è normale perdere le motivazioni a iniziare la tua opera.

È morto nel 1996.

Il legame tra noi era così forte che doveva diventare il padrino di nostro figlio.

Lei sente lo stress d’artista?

No, sono molto sereno.

Sempre.

Vado in crisi solo al supermercato quando devo scegliere il detersivo. Fermo sempre qualche signora, specialmente adulta, e cerco soluzioni al mistero delle varie marche spiattellate sullo scaffale.

Neanche a Sanremo sente la tensione?

Lì un po’, ma a causa di tutto quello che ti circonda, visi perennemente preoccupati, angosciati, atteggiamenti di panico; quindi lì importo questo benedetto stress.

È tecnologico?

Mica tanto, preferisco la biologia quantica, la fisica quantistica…

Va bene. Piero e Alberto Angela li segue?

Non accendo la televisione da circa vent’anni.

Zero.

Ogni tanto la Formula1, qualche partita di tennis e dei film. Poi basta.

Roger Federer o Rafa Nadal?

Insieme formano due raggi di un bellissimo diametro.

Cosa vuole dalla vita?

Vivere coltivando l’amore per le cose, la curiosità, la passione, veder crescere i figli; vivere senza resistere ai cambiamenti.

(Canta Battiato: “Gesuiti euclidei, vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori. Della dinastia dei Ming…”).