Evidentemente, lo diciamo tentando di rafforzare il concetto per quanto si può, c’è una quota piccola ma rilevante di opinione pubblica ed enorme dei media che crede che quel cazzo di ponte sia ancora in piedi e che martedì 40 persone si siano suicidate a Genova per protestare contro il governo e in favore della gestione privata dei monopoli naturali. Non c’è un altro motivo per cui si debba leggere su giornali e social o sentire in tv difese d’ufficio gratuite di un concessionario che, in cambio di 10 miliardi di utili in 10 anni, doveva garantire la sicurezza del Ponte Morandi: le responsabilità penali le accerterà la magistratura, ma quel cazzo di ponte è ancora in piedi? No. È arrivato un meteorite, il fulmine sterminatore, un terremoto di millemila gradi Richter? No. C’era sentore che qualcosa non andasse? Sì. Se è così, mi sa che chi aveva in gestione quel ponte ha un debito con la comunità. E loro: “Sì, ma l’art. 9 bis comma tumadre della concessione prevede fantastiliardi di risarcimento sbirigudi come se fosse antani”. Roba per cui lo studio Gianni & Origoni o quello di Paola Severino si faranno dare milioni dai Benetton, invece in giro c’è gente che s’affanna gratis al codicillo e al sacro dolore per l’azionista (piccolo, per carità, mica BlackRock), come se non fosse scontato che un’azienda che gestisce strade lungo cui crolla un ponte che uccide 43 persone perda in Borsa. Che gli dovevano dare, un premio? Breve promemoria: quel ponte è caduto, sono morti a decine, una città è in ginocchio. E non è stato un meteorite. Cazzo.
La guerra fredda tra Usa e Turchia: La Nato è in bilico
Tra Stati Uniti e Turchia è in atto una guerra che apparentemente è solo commerciale ma che è una guerra vera e propria condotta anche e soprattutto con mezzi di guerra psicologica, operazioni di influenza, destabilizzazione, spionaggio. Un tempo sarebbero stati i preliminari di bombardamenti e carri armati. Oggi può continuare fino all’esaurimento delle risorse e alla capitolazione di uno dei contendenti. O di entrambi. Gli Stati Uniti del presidente Trump con la loro forza economica e militare sono i favoriti in ogni pronostico bellico. Ma anch’essi hanno una soglia di capitolazione in termini di fini politici, assetti geopolitici regionali e globali, obiettivi da conseguire e credibilità internazionale.
La Turchia non ha mezzi sufficienti per contrastare la guerra commerciale scatenata dagli Usa. Il presidente Erdogan, come Trump, intende il potere soltanto in termini personali e familiari, ma al contrario di lui ha una lunga esperienza politica. La rotta di collisione tra Turchia e Stati Uniti non è iniziata ieri ma è la conseguenza della politica di Erdogan e del suo partito (Akp) che dal 2001, dopo un iniziale flirt con l’Occidente, si è sempre più qualificato come destra populista, islamista e nazionalista fino a sfociare nell’assolutismo familiare. Il successo di Erdogan viene dal coinvolgimento delle masse periferiche soffocate dal potere militare e oligarchico di Ankara. Fino al 2001 il potere reale era infatti nelle mani dei militari che la Costituzione designava come garanti del kemalismo e della occidentalizzazione. Questa prerogativa ha posto i militari in conflitto con gli apparati politici e governativi e li ha indotti a conservare il potere con periodici golpe armati oppure bianchi e striscianti, in media uno ogni dieci anni. Il militarismo turco è stato un modello per gli americani che coccolavano i generali turchi e ne facilitavano le carriere all’interno della Nato.
Erdogan è riuscito ad aprire un varco nella casta militare con un richiamo alla democrazia e il ritorno ad un Islam più rigoroso. Ciò gli ha permesso di aspirare ad un ruolo egemone in ambito islamico e di garantire ai militari delle fasce più popolari l’accesso ai gradi medio alti della gerarchia. Il collasso del potere kemalista si è consumato con il tentato e fallito colpo di stato del 2016 che, vero o falso, ha consentito ad Erdogan di assumere poteri ancora maggiori con una purga nei quadri militari e nella magistratura.
Come gli Usa, anche la Turchia ha fallito tutte le pretese di egemonia nel quadro mediorientale. È in rotta con Israele, col quale i militari avevano stabilito una forte cooperazione, con l’Iraq, con la Siria e con quasi tutti i Paesi arabi. Ha suscitato la diffidenza dei Paesi fondatori dell’Ue e l’ostilità dei nuovi membri. Le frizioni con la Grecia per le isole dell’Egeo e Cipro si stanno riaprendo. Oggi come ieri i curdi non devono avere alcuna autonomia, né in Iraq, né in Iran, né in Siria e tanto meno in Turchia. E questo è stato un motivo di contrasto con gli Usa da quando Washington (1991-2003) si è schierata con i curdi.
La Turchia non ha alcuno strumento per opporsi direttamente agli Usa. È presente, al fianco o contro gli americani, in tutte le operazioni mediorientali e può scardinare quei pochi punti di appoggio rimasti agli Stati Uniti. Ma non è detto che Trump non desideri proprio questo come exit strategy da una parte del mondo che dà solo guai. La Turchia può invece minacciare gravemente l’Europa con la “bomba migratoria” riaprendo il flusso terrestre e marittimo dei milioni di migranti presenti sul proprio territorio.
L’altra arma della Turchia per mettere Europa e Usa con le spalle al muro è l’attacco al rapporto transatlantico che, in qualità di membro della Nato, può sferrare dall’interno. La minaccia più seria espressa da Erdogan è quella di cambiare alleanza. Pare una via forzata, sia che gli americani stiano costringendo la Turchia ad unirsi alla Russia e all’Iran, sia che la Turchia cerchi un pretesto per andarsene dalla Nato. Il distacco della Turchia non impensierisce Trump che se ne frega della Nato e potrebbe scioglierla o ristrutturarla eliminando o marginalizzando i turchi e gli altri Paesi europei restii a versare il 4 per cento del Pil nelle casse delle industrie americane. Una Nato depurata ed epurata potrebbe finalmente premiare i fedeli paesi baltici, balcanici ed ex-sovietici e lasciare la politica mediterranea nelle mani d’Israele che da tempo chiede di bombardare tutto ciò che gli sta attorno o sui cosiddetti.
La minaccia di Erdogan dovrebbe impensierire la Nato, ma questa preferisce tacere, come ha fatto di fronte alle sparate di Trump all’ultimo summit di Bruxelles. L’isola felice di Natolandia si trastulla con le operazioni aeree e navali nell’Europa del Nord che hanno il solo scopo di mantenere viva la tensione con la Russia. I comunicati stampa danno rilievo all’accesso della Macedonia, al sostegno (a chiacchiere) all’Ucraina e alla Georgia. Il recente studio commissionato dalla Nato al German Marshall Fund di Washington sullo stato del Dialogo del Mediterraneo raccomanda la rivitalizzazione del progetto e si appella al polo della Nato Strategic Direction South a Napoli. Tuttavia la prevista nuova strategia per il sud della Nato è fumosa.
Gli Stati Uniti hanno due sole basi aeree in Turchia (Incirlik e Smirne). Sono già state sottoposte a restrizioni in passato e gli Stati Uniti da tempo ne stanno studiando la ridislocazione. Ma sotto il cappello della Nato in Turchia ci sono altre 22 basi aeree e navali nazionali, il comando delle forze aeree del Sud Europa e un Corpo d’armata di reazione rapida. Inoltre, la Nato schiera in Turchia unità di difesa aerea e missilistica al confine con la Siria, compresi aerei di sorveglianza Awacs, e una unità statunitense di radar antimissile. In pratica però quasi tutte le forze armate turche sono precettate per le operazioni dirette dalla Nato: 640.000 uomini tra Esercito, Marina, Aeronautica, Gendarmeria e Guardia costiera. L’Esercito comprende quattro armate e un corpo d’armata autonomo (Cipro) per 350.000 uomini. La Marina dispone di 132 navi da combattimento, 14 sommergibili e 42 velivoli, l’Aeronautica ha oltre 600 velivoli. La Nato ritiene che una eventuale minaccia esterna che richieda la difesa armata collettiva (art.5) sia probabile soltanto in Turchia. Un cambiamento di alleanza turco creerebbe una falla enorme nel sistema difensivo della Nato: i Paesi del Caucaso rimarrebbero isolati e quelli balcanici scoperti. Gli sforzi trentennali di allargamento a est della Nato sarebbero vanificati. Sul fronte mediorientale si formerebbe un blocco politico-militare costituito da Russia, Turchia, Iran, Iraq e Siria che, attraverso i collegamenti con Libano e Palestina isolerebbero ulteriormente Israele impedendogli di svolgere il ruolo di sceriffo mediterraneo assegnato dagli Stati Uniti.
Trump e la Nato sembrano non darsene pensiero: o sanno che la minaccia russo-iraniana è irrealistica e allora stanno truffando gli alleati ai quali chiedono soldi o aspettano un miracolo. In ogni caso dovranno scendere a patti con la Turchia. L’Europa conosce i rischi ma dipende dalla Nato e aspetta, mentre la finanza europea è già in sofferenza. La Russia vede lo spiraglio di accesso ai mari caldi ma non intende avviare una nuova guerra fredda e aspetta. Erdogan è pronto a contrattare, ma aspetta mentre il Paese si sta dissanguando. La soglia della capitolazione è prossima per tutti.
Il giornalismo
Per qualche giorno è sembrato possibile raccontare la tragedia di Genova nello stesso modo in cui sono stati raccontati i terremoti e le alluvioni: stesse macerie, stessi riti, stessi toni. Una narrazione addolorata, spesso retorica, raramente misurata. Ma questa volta la natura non c’entra. Questa volta, sono le mancanze dell’uomo sotto accusa. Ed è qui – attorno alla più impronunciabile tra le parole, responsabilità – che è esploso il cortocircuito tra il giornalismo del dolore (una riga, una lacrima) e il sentimento di rabbia dei cittadini e delle famiglie colpite dal lutto. Per tre giorni è stato impossibile rintracciare nelle cronache il nome dei fratelli Benetton, azionisti di maggioranza di Atlantia (Autostrade). Fino a ieri, quando abbiamo appreso dal Corriere che sono tutti sotto choc (ma no?), e che a causa del proverbiale riserbo nessuno ha parlato: “A Treviso si dispone per tutto ciò che è possibile fare”. La Verità in edicola lo stesso giorno, informava del party di Ferragosto che come tutti gli anni si è svolto nella villa cortinese degli industriali. E’ populista osservare che la tragedia avvenuta il 14 agosto non è stata sufficiente a rinviare i festeggiamenti?
Il premier Conte (senza tentennare, da subito) ha annunciato di voler provare a revocare la concessione: fiumi di inchiostro sono stati spesi blaterando sulla supposta violazione dello stato di diritto perché “bisogna aspettare gli esiti dell’inchiesta della magistratura”. E’ sembrato, a leggere certe stravaganti interpretazioni del contratto di concessione (in parte secretato) tra Stato e Autostrade, che i Benetton al fine saranno risarciti per il danno del crollo del ponte. Nella confusione dei piani, la malafede è evidente: l’azione penale accerta se un fatto è accaduto e se costituisce reato o meno. Quel che intende fare il governo, nel pieno esercizio della propria potestà decisionale, è recedere da un contratto perché reputa la controparte inadempiente (il crollo di un ponte con 43 morti è ritenuto un motivo sufficiente).
Si è perfino arrivati a stigmatizzare la scelta di venti famiglie che hanno rifiutato il funerale di Stato: “Una distanza dalle istituzioni che può trasformarsi in una deriva pericolosa” (il tg di La7). Mai quanto, evidentemente, deve essere stato pericoloso attraversare il ponte Morandi. Il no alle esequie pubbliche – abbiamo invece letto su Repubblica – è stata una decisione probabilmente presa in polemica con questo governo a cui non si possono imputare le scelte pregresse, ma di aver trasformato la tragedia “in un’occasione di propaganda” sì. Poi – a dispetto di difese d’ufficio, distinguo e precisazioni – nel padiglione gremito a dismisura per i funerali succede che il Presidente della Repubblica viene applaudito insieme al nuovo governo. E che a essere fischiati siano gli esponenti del vecchio potere che ha reso possibili le privatizzazioni e una gestione fuori controllo delle autostrade. Quelli che mentre si contavano i morti si sono occupati delle oscillazioni in Borsa del titolo del concessionario, invocando l’unità nazionale; quelli che, come il segretario del Pd, si sono preoccupati “della guerra a suon di carte bollate”. La rabbia non può essere ridotta a populismo, a sete di vendetta o giustizialismo. Siamo molto al di là della rottura della connessione sentimentale con il paese (oppure l’aggettivo sentimentale è stato confuso con qualche, melenso, sinonimo). Quel che è accaduto a Genova è troppo, non si poteva in alcun modo ricondurlo alla fatalità, a un destino implacabile: è incredibile che il sistema dell’informazione non lo abbia compreso, per cecità, convenienza, posizione politica. O, peggio, per il riflesso pavloviano di non disturbare i potenti.
L’alimento e la bevanda per partecipare alla Vita che non muore
In quel tempo, Gesù disse alla folla: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”. (Giovanni 6, 51-58).
– Non raramente, la Parola evangelica che la liturgia domenicale propone è talmente carica di significato e di profondità che la nostra mente fatica a comprenderne appieno la densità e le implicanze esistenziali. Gesù si offre a noi non come un predicatore che potrebbe imbonirci con le sue proposte vantaggiose, né come uno capace di affascinarci con il suo pensiero riflessivo. Senza mezze misure, si mette direttamente di fronte al nostro bisogno primordiale: la fame! Per il nostro sostentamento noi abbiamo bisogno assolutamente di alimentarci. Checché ne pensi la folla che gli sta davanti o i Giudei che aspramente discutono fra loro sulla sua proposta, Gesù si fa mensa e cibo per noi e invita al suo banchetto. Vuole che ci raduniamo intorno a Lui in un gesto caldo di familiarità e pieno di gratuità; si offre al nostro languore come una madre che si prende cura dei suoi piccoli, proprio a partire dai loro bisogni primari: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo!
Siamo noi che lo releghiamo nell’angusto spettro della nostra razionalità trasformando la Sua persona in un contenitore delle nostre proiezioni umane e delle nostre ideologie. Dal faticoso anonimato della nostra quotidianità e di quello di milioni di uomini, il vangelo concentra l’attenzione su Gesù: comprendere e riconoscere la sua origine, la sua capacità di essere dono salvifico per noi. È chiara la pretesa che suscita la discussione tra i Giudei: Egli offre in dono la sua esistenza di cui ogni uomo ha unicamente necessità. Gesù ci trae a Sé con vincoli di amore personale, donandoci ancora e sempre la Sua vita, il Suo sangue, la Sua carne, la Sua libertà, la Sua Parola di Verità perché abbiamo bisogno che Lui ci aiuti, a nostra volta, a diventare dono per la vita del mondo.
Nella prossimità corporea della presenza del Signore ci viene rivelato il segreto della vera vita: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. L’associazione “pane-vita eterna” è ripetuta con insistenza incalzante da Gesù, ed è indiscussamente affermata non come promessa per il futuro, ma come realtà viva e operante già nel presente della nostra avventura terrena. È già cominciata una vita diversa, buona, bella, vera, fraterna, piena di futuro!
Mangiare quella Carne e bere quel Sangue significa partecipare pienamente della Vita che non muore, che sei Tu Gesù: una carne inchiodata a una croce, un sangue sgorgato da quel cuore squarciato, un corpo sepolto destinato a risorgere e a coinvolgere nel passaggio pasquale anche le nostre carni, i nostri corpi segnati dalla morte. Questo Pane entra in noi per trasformarci nella profondità di ciò che siamo, vuole che nelle nostre vene scorra la sua vita, ci “cristifica” affinché diveniamo segno e frammento dell’amore di Dio Padre per il mondo. Nutritevi di me per diventare davvero umani.
*Amministratore Apostolico di Camerino-San Severino Marche
Un ponte caduto nell’Italia del vuoto
Il ponte di Genova è crollato, con le sue macerie e i suoi morti, la realtà si è abbattuta sulla moltitudine ancora anestetizzata dei Gialli e dei Verdi che credevano di essersi avviati in un promettente cammino di salvezza dentro la Rete. Quel vuoto nel cielo di Genova è certo colpa di altri ma adesso incombe su chi governa e chiede di distrarsi per un po’ dalla caccia ai migranti. La realtà ha giocato un brutto scherzo ai due schieramenti.
Non avevano neppure messo mano all’immenso intrigo di milioni di pensioni degli italiani (diventate un crimine di tutti prima che si verifichi l’eventuale colpa di alcuni) che ora si impone di scavare, soccorrere, riparare, revocare, costruire, amministrare (fino al punto che non crollino più) cose vere. Per fortuna i due avventurosi partner con credi diversi e un comune impegno a punire, avevano già tagliato una parte dei vitalizi, chiuso i porti, abbandonato in mezzo al mare di una estate torrida centinaia di salvati dal naufragio a cui è negato lo sbarco in Italia. Avrete notato che i mercantili, adesso, stanno alla larga. Quando avvistano gente che annega l’equipaggio si volta dall’altra parte. Ora che siamo un Paese civile, la legge Bossi-Fini si può applicare: i mercantili non si impiccino dei morenti o saranno imputati di traffico. Al vero salvataggio, quello onesto, senza gli intrighi di Soros, o dei Medici senza Frontiere, provvede la guardia costiera libica, armata di kalashnikov, strumento indispensabile per certe delicate operazioni di mare.
Se lo fa la Marina Militare italiana, la nave colpevole di salvataggio dovrà restare al largo con il suo carico di naufraghi salvati, ordine del governo. Ma il governo aveva appena fatto in tempo a inondare il Paese di voucher di dignità, costringendo le due Camere a lavorare anche di notte, per una ragione urgente: se uno dei due partner del contratto aveva subito ottenuto successo con un significativo aumento di morti in mare, l’altro partner doveva occupare un adeguato spazio-notizia e tempo-parlamento con un suo progettino sul lavoro che forse provocherà qualche licenziamento, ma almeno se ne parla. I due vicepremier avevano camminato su e giù per l’Italia, uno vestito e l’altro spogliato, (causa estate e richiami alla “battaglia del grano”) applicando uno schema di comunicazione identico: un terzo del tempo per vantare di avere finalmente salvato il Paese (all’ultimo istante, per fortuna!). E due terzi per accusare con fermezza tutti coloro che hanno governato prima, raccontando la liberazione come un nuovo 25 Aprile.
dunque quando tutto sembrava andare bene, e stavano per proclamare il trionfo, è caduto il ponte di Genova, spezzando in due, in modo violento e tragico, la città, il Paese, e il mondo virtuale di Casaleggio. Certo, sarebbe ingiusto e impossibile negare che quel ponte è una campana che suona per tutti, e non esime nessuno, in Italia. Se cercate la responsabilità, è dovunque: tecnica, amministrativa, privata, pubblica, politica. Ma se qualcuno dimentica di essere stato eletto con un programma di tagli, abolizioni, rinunce, cancellazioni, e usa liberamente l’alibi della parola “sprechi”, (vuol dire ancora tagli, senza salvaguardare sanità e scuole), e poi promettendo il ritorno al servizio militare di leva (obbligatorio, costosissimo, inutile, a meno di non mandare truppe italiane nel Niger a fermare popoli in fuga), l’elettorato giallo-verde si sveglierà male dall’anestesia e non riconoscerà nulla del Paese, governato da fiabe cattive (l’invasione degli uomini neri per estirpare la cultura italiana) o le fiabe stravaganti di superstizioni inventate e di superstizioni secolari (come la caccia ai rom). Per esempio mettete la questione “ponte di Genova” (chi ha distrutto, chi dovrà costruire) che grava e graverà a lungo sul Paese Italia, a confronto con la umiliante superstizione contro la scienza e contro i vaccini che tormenterà le famiglie, gli ospedali, le scuole (con i ministri che dicono e disdicono) all’inizio dell’anno scolastico. Prendete l’ammonizione di Fontana, ministro della Famiglia: abolire la legge Mancino contro fascismo e razzismo mentre nostri concittadini (è una vergogna ma anche una realtà) partecipano con impegno alla “goliardata” seriale di ferire con armi “da gioco” adulti e bambini che sono o che sembrano emigranti. Volete un esempio di spreco che i giallo-verdi dovrebbero eliminare, per la dignità ma anche il buon funzionamento e l’immagine pulita del Paese? Sono voci italiane come quella del capo-treno, nazista inconscia, ma elogiata e incoraggiata, che offende e umilia alcuni suoi passeggeri perché sono rom (dunque cittadini italiani o europei). Sarebbe stato bello se il Capo dello Stato (al quale va comunque il merito di avere parlato, in giorni come questi, in difesa dei migranti) avesse scritto al giovane che, da solo, ha denunciato l’offesa razzista ai rom.
In questa Italia il ponte è caduto nel vuoto. Ma il personale addetto alle infrastrutture, dirigenti e burocrazia, sono tutti impegnati a tener chiusi i porti, e a realizzare il sogno di questi giorni di storia italiana che non sapremo come raccontare, in futuro: che non un solo negro entri in Italia.
Mail box
Chi difende i Benetton è peggio dei Benetton stessi
Sono gli Ulb, United Leccons of Benetton, quelli che: “Sciacalli, oggi è il giorno del lutto!”. Ma anche dopodomani non dicono niente.
Quei politici che: “Non potete dire che abbiamo ricevuto finanziamenti”, ma mantengono segreti gli introiti delle loro Fondazioni, tutto a norma delle leggi (da loro approvate). Quelli che: “Aspettiamo il terzo grado di giudizio!” sapendo che verranno prescritti grazie a leggi (da loro approvate). Quei politici (anche di sinistra, ahimè) che hanno venduto una società pubblica che rende un miliardo di euro di utili all’anno. Quelli che: “I controlli son fatti ogni tre mesi”, ma sono controlli soprattutto visivi, e fatti da ditte private amiche. Quelli che: “No ai giudizi sommari prima delle sentenze!”, e con questa scusa non danno neanche giudizi politici. Quelli che: “La principale colpa è dei Comitati No Gronda”, una strada che sarebbe operativa nel 2030 (qui invece è lecito dare giudizi sommari). Quelli di Repubblica (Vice Presidente: Monica Mondardini) che criticano l’attacco demagogico ad Atlantia (componente del Cda: Monica Mondardini). Quelli della Consob che non dicono nulla di un monopolista con sede nei paradisi fiscali, ma con concessioni pubbliche su cui attua una speculazione finanziaria riducendo la manutenzione e aumentando le tariffe. Quelli di Società Autostrade che: “Il ponte era assolutamente a posto” ma indicono un appalto d’urgenza per i tiranti poi crollati.
Stefano Milano
Claudio Lolli è uno dei pochi a essere rimasto coerente
Lolli non è stato solo un cantautore “politico”, per molti della mia generazione è stato l’unico cantautore dell’impegno vero, sempre al difuori dei canoni del marketing musicale. Alla fine degli anni 70 era un modello mentre tanti venivano dopo ed erano considerati “borghesi”. Il testo e il sax struggente degli “zingari felici” è stata la vera colonna sonora dei giovani di quel periodo. Un inno alla libertà e alla gioia del non farsi irregimentare. Furono brevi gli anni del successo, sino a che l’impegno non venne travolto dall’operazione disco-music, cominciata con “La febbre del sabato sera”, che doveva riportare i giovani al divertimento disimpegnato delle discoteche, allontanandoli da pericolose prese di coscienza. Lolli è rimasto, come si dice, coerente sino alla fine. Non si è mai arreso, ha atteso il suo Godot anche se non arrivava. L’ho visto suonare su palchetti minuscoli o in piccoli locali in condizioni minime, ma era sempre lui, proprio perché rifuggiva il personaggio e da grande poeta, appena musicato, cantava la persona, nel suo realizzarsi più pieno, quello comunitario prima ancora che comunista.
Franco Prisciandaro
La nostra non è accoglienza, è meglio definirla barbarie
Vorrei spezzare una lancia a favore di Travaglio nella discussione riguardo il problema dei migranti.
Quando, all’interno della Cgil ho posto il problema dell’assegno sociale di euro 450 che l’Inps dà ai genitori di migranti, pur non avendo versato un centesimo di contributi, sono stato molto contestato.
Infatti non sono più iscritto a quel sindacato.
Se pensiamo che l’Inps fornisce ai disabili un assegno medio di euro 275, ci rendiamo conto immediatamente della follia che soggiace alla norma sull’assegno sociale agli stranieri. Esempio mastodontico di mancanza di principio di realtà, che impedisce di comprendere il malessere delle classi subalterne e favorisce la propaganda di Salvini e il montante razzismo.
Altro esempio le affermazioni di chi sostiene che non vi è un’emergenza migranti perché nel 2018 ne sono arrivati solo (?) più di 1800. La realtà concreta è che tra il 2014 e l’inizio di quest’anno sono arrivati 600mila migranti. Di questi solo l’8% gode dello stato di rifugiato, mentre tutti gli altri sono qui illegalmente. Di questi poco meno di 200mila sono oggi nei centri di accoglienza. Sono oggi nei centri di accoglienza con vitto e alloggio – sorvoliamo sull’affarismo delle cooperative dell’accoglienza – mentre i restanti vanno a zonzo per il Paese senza casa, senza lavoro e senza conoscere l’italiano, che è lo strumento fondamentale di integrazione. Questa non è accoglienza, ma barbarie, dato che la realtà è che poi un terzo dei reati viene commesso inevitabilmente dai migranti abbandonati a sè stessi. Se a ciò aggiungiamo che in Italia, dati Fmi 2017 agosto, un terzo della popolazione vive sulla soglia di povertà, e secondo recenti dati Istat 2 milioni di meridionali sono emigrati all’estero negli ultimi 15 anni, allora capiamo che nei saldi statistici l’Italia a oggi è un paese di emigranti colti e preparati che non trovano un lavoro nel proprio Paese.
Se a tutti questi fatti aggiungiamo il problema della legalità e della lotta contro l’abusivismo in tutte le sue forme, ma soprattutto nelle case popolari, oramai in mano a racket di stranieri, il problema migranti si rivela per quello che è: un caos prodotto da un’élite incapace e spesso connivente con la parte peggiore del Paese (mafia, corruzione, imprenditori, schiavisti).
Per esempio il vecchio Pci ha sempre difeso i beni pubblici e combattuto l’abusivismo e l’illegalità, che invece erano difesi dagli estremisti extraparlamentari.
Vincenzo Magi
Intorno a quelle bare è stato stretto un patto
“tragedia inaccettabile” Sergio Mattarella ai funerali di Genova.
Pagheranno fino all’ultimo euro. Scuse ufficiali (fuori tempo massimo) e promesse quelle che abbiamo ascoltato ieri dai vertici di Autostrade. Una cosa è certa: con il mezzo miliardo ipotizzato non si costruisce un ponte nuovo, figuriamoci il resto. Benetton, la società Autostrade, gli azionisti di Atlantia e le salmerie dattilografe al seguito si mettano pure l’anima in pace (se ancora non l’hanno messa sul mercato). Dovranno fare molto di più. Per risarcire le famiglie delle 43 vittime accertate. E i 600 sfollati che abitavano là sotto. Per risarcire la città di Genova “squarciata nel cuore” (il cardinal Bagnasco) dal crollo del ponte Morandi così malamente gestito. Per risarcire il popolo italiano che, moralmente, si è già costituito parte civile contro chi non è stato in grado di evitare la catastrofe. Naturalmente, sarebbe opportuno che i succitati vertici mettessero a disposizione tutti i fondi necessari alla sollecita ricostruzione del viadotto. Tutti e subito (evitando possibilmente di pretendere il soccorso pubblico quando non si potrà più tornare indietro). Potranno sempre attingere ai cospicui utili accumulati grazie alle gentili concessioni, prima ricevute e poi bene infiocchettate (con gli aumenti implacabili delle tariffe) da tutti i governi succedutisi negli ultimi vent’anni. Dovranno pagare fino all’ultimo euro se intenderanno, in seguito, invocare le possibili attenuanti e la clemenza della Repubblica (Res Publica) italiana quando nei loro confronti saranno applicate le relative norme e leggi previste. Prima di tutto con l’avviata dal governo Conte – sacrosanta e ineccepibile – “contestazione del gravissimo inadempimento di codesta Società agli obblighi di manutenzione in oggettiva considerazione del collasso del l’infrastruttura”. Poi, con gli inevitabili processi penali e civili che seguiranno. Codesta società e codesti azionisti e codeste salmerie possono scegliere, invece, di continuare a trincerarsi dietro il “corretto adempimento degli obblighi”. Magari consolandosi per le ingiuste accuse con qualche allegra grigliata. Magari promettendo qualche spicciolo in elemosina. Padronissimi. Sappiano che ieri a Genova, nel padiglione della Fiera trasformato in una basilica, è successo qualcosa su cui dovranno molto riflettere. Infatti, intorno a quelle bare è stato stretto un patto tra le istituzioni e il popolo (sì il popolo) italiano a cui non sarà facile venire meno. Almeno così noi abbiamo inteso le parole del presidente della Repubblica e l’impegno a fare giustizia assunto dal premier e da entrambi i vicepremier Di Maio e Salvini. Accolti dall’applauso della folla come incoraggiamento a procedere su questa strada. Senza ripensamenti o furbate. È un patto, lo diciamo a tutti, da cui sarà difficile tornare indietro.
PS. Nel 2015 , in seguito all’esplosione nel golfo del Messico della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, la British Petroleum fu costretta a pagare 18,7 miliardi di dollari allo Stato federale americano e ai cinque Stati colpiti dall’inquinamento. Dopo aver versato 40 miliardi per la bonifica. La BP risarcì quanto dovuto e nessuno in America, da Obama in giù, osò parlare di giustizia sommaria. Nel mondo civile è così che vanno le cose. Laggiù le scuse non bastano.
Riconoscimenti e sconfitte: il figlio dell’Africa che diventò il volto dell’Onu
Quando un protagonista della scena pubblica internazionale se ne va e tutti, ma proprio tutti, coloro che ne furono interlocutori ne parlano bene, anche gli antagonisti, allora forse l’unica cosa che gli si potrà rimproverare è un eccesso di diplomazia o di essere stato troppo accomodante. Oppure, come fa Rory Stewart su The Guardian, la vanità del collezionista di premi e incarichi.
Kofi Annan, morto ieri in Svizzera a 80 anni, dopo una breve malattia, è un caso del genere: ghanese formatosi negli Usa e in Svizzera, entrò all’Onu nel 1962 ed arrivò a esserne – primo e finora unico nero – segretario generale per due mandati, dal gennaio 1997 al dicembre 2006, dopo essere stato dal 1993 responsabile delle missioni di pace. Era un uomo da scrivania più che da terreno: un tentativo di lavorare nel suo Paese fallì. Era multilateralista prima che africanista: non aveva sul suo popolo il carisma di un Nelson Mandela, ma aveva l’abilità e il fascino del grande diplomatico. Con lui, l’Africa sedette al tavolo di tutte le grandi decisioni internazionali. Annan ottenne nel 2001 il Nobel per la Pace, insieme alle Nazioni Unite, per l’impegno umanitario, nonostante, proprio sul fronte delle azioni umanitarie e degli ‘interventi per proteggere’ – una linea che avrebbe poi teorizzato -, l’Onu e Annan avessero accusato negli Anni Novanta grossi smacchi: l’azione in Somalia, quella in Ruanda, la strage di Srebrenica sono pagine nere.
Ma il premio gli fu consegnato quando, dopo l’attacco all’America dell’11 Settembre, il mondo aveva ormai voltato pagina e sulla sua agenda c’erano nuove priorità.
Proprio dopo l’11 Settembre, Kofi Annan diede di sé le prove migliori: condiscendente con gli Usa sull’intervento in Afghanistan, deciso ‘per le vie brevi’ dopo l’attacco e mirato a colpire i santuari di Al Qaeda, che aveva rivendicato l’azione, e il regime dei talebani che li proteggeva; fermo contro l’invasione dell’Iraq, definita “un atto illegittimo” dal punto di vista del diritto internazionale.
Annan tenne fermo il punto nonostante le pressioni dell’allora presidente degli Stati Uniti, lasciando che il rapporto dell’Onu con gli Usa toccasse il punto più basso – prima della fase attuale, con un negazionista del multilateralismo alla Casa Bianca -. E proprio di questo gli rendono merito gli Elders, i saggi, il gruppo impegnato a promuovere la pace nel mondo fondato da Mandela e presieduto da Annan dal 2013: “È stato un costante difensore dei diritti umani, dello sviluppo e dello stato di diritto … Si è impegnato per tutta la vita per la cause della pace e va ricordato per la sua ferma opposizione all’aggressione militare, in particolare all’invasione dell’Iraq a guida Usa nel 2003”.
Ci sono pure messaggi italiani: da Romano Prodi, di cui fu interlocutore e che collaborò con lui, e dalle istituzioni. A Alessandra Baldini ricorda sull’Ansa un episodio ormai dimenticato dai più: come capo dei caschi blu, Annan si era fatto la fama di “nemico dell’Italia”, dopo le critiche rivolte al contingente tricolore in Somalia che portarono al richiamo del generale Bruno Loi (1993): a Mogadiscio si sarebbe rifiutato di coordinarsi con l’Onu, preferendo rivolgersi a Roma.
“Il doppio gioco con Teheran è costato caro al Sultano”
Sulla testa di Can Dundar pende dall’aprile scorso un ordine di arresto internazionale spiccato da un tribunale turco. Per questo il pluripremiato giornalista, scrittore e documentarista accusato dal presidente Erdogan di aver rivelato segreti di stato, da mesi non gira più l’Europa, rimanendo fermo in Germania, dove vive in auto esilio da più di due anni.
“Se lo Stato turco non emetterà la cosiddetta ‘nota rossa’ prima della fine dell’anno, in futuro potrò ancora partecipare a convegni nella Ue, ma ora è meglio per me non lasciare Berlino”.
Riparato in Germania dopo aver trascorso mesi di carcerazione preventiva per aver rivelato sul giornale che dirigeva, il laico e repubblicano Cumhuriyet, la collaborazione tra i servizi segreti turchi e i jihadisti attivi in Siria, Dundar riflette con Il Fatto sulla crisi finanziaria in corso nella sua Patria, dove ancora vive forzatamente la moglie alla quale è stato ritirato il passaporto senza alcuna motivazione ufficiale.
Cosa sta succedendo in Turchia?
La crisi finanziaria è in peggioramento dall’anno scorso. Erdogan, sapendolo, anziché fare riforme e prendere le misure necessarie a rassicurare gli investitori stranieri, ha deciso di tenere elezioni anticipate nella speranza di farsi rieleggere, come è accaduto, così da limitare ulteriormente l’indipendenza della Banca Centrale e accentrare ancora di più il potere nelle proprie mani. La nomina del genero Albayrak a ministro delle Finanze inoltre ha convinto il mercato internazionale che la Turchia è ormai in balia di una sola famiglia, quella del presidente, che può fare il bello e cattivo tempo in tutti gli ambiti. A quel punto gli investitori hanno iniziato a chiedere indietro i propri soldi.
E Trump ne ha approfittato, per mostrargli chi comanda nel mondo, aumentando i dazi?
I problemi anche in ambito economico della Turchia sono stati creati dalla politica di Erdogan, che è al potere ufficialmente dal 2003, non da Trump con questa iniziativa. Si tratta di una conseguenza, non della causa del male. È il modello economico sviluppato dal presidente Erdogan ad aver, per esempio, reso il Paese estremamente dipendente dal resto del mondo, soprattutto dall’Europa. La Turchia importa molto più di quanto esporta. Persino il settore alimentare dipende interamente dalle importazioni. Possiamo prevedere che per ora Erdogan riuscirà a tenere a bada i turchi attraverso la retorica nazionalista e populista, ma in inverno i nodi inizieranno a venire al pettine
Il Sistema Erdogan è basato sulla soppressione della libertà di critica, sul familismo e lo sviluppo di un’economia fondata sulla speculazione edilizia. Perché gli investitori non sono fuggiti prima?
Perché, grazie alla riforma costituzionale, ora Erdogan ha tutti i poteri dello Stato nelle sue mani. Per un investitore è molto pericoloso quando la magistratura, ad esempio, non è più indipendente e le contese dipendono non dal giudizio imparziale del giudice, bensì dalle bizze di un uomo solo al comando.
Da tempo Erdogan ha stretto un’alleanza economica con l’Iran e il Qatar, anche in chiave anti saudita e anti israeliana, mentre cerca di usare il proprio riavvicinamento alla Russia per spaventare i partner della Nato e renderli meno critici nei confronti della deriva dispotica accentuatasi dopo il fallito golpe di due anni fa. Sono questi i motivi che hanno spinto Trump ad affondare il coltello nella piaga?
Sì, possiamo dire che con la politica ambigua e opaca nei confronti degli alleati in campo geopolitico e i ricatti, per esempio la liberazione del pastore evangelico americano in cambio del nemico Fethullah Gulen residente negli Stati Uniti, Erdogan ha dato un assist a Trump che vuole pescare ancora più voti tra gli evangelici nelle imminenti elezioni di midterm. Trump ha voluto anche comunicargli che il doppio gioco con l’Iran, non porterà bene a Erdogan specialmente a partire da novembre, quando scatteranno le sanzioni americane contro Teheran e contro gli Stati che faranno affari con la teocrazia islamica. La Turchia importa la maggior parte del petrolio di cui ha bisogno proprio da Teheran.
Prevede che la Turchia potrà uscire dalla Nato?
Ci sono troppi interessi incrociati. Se mai succederà, non sarà prima di una decina di anni.
Nicolas Maduro moltiplica i salari ma non pane e pesci
Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro, paese in forte crisi economica e inghiottito nella spirale inflazionistica, ha promesso ieri durante un discorso televisivo l’aumento del salario minimo del 300%, ovvero di 34 volte rispetto a quello attuale. Maduro ha attaccato i suoi oppositori, in particolare gli imprenditori privati, accusandoli di aver “dollarizzato i prezzi” vantandosi invece di aver “petrolizzato i salari” aggiungendo: “Voglio che il Paese si riprenda e ho la formula, fidatevi di me” senza, tuttavia, specificare quando la nuova misura entrerà in vigore.
Il leader ha parlato del Petro, la criptovaluta venezuelana, basata sul prezzo del petrolio e creata a inizio anno dal governo di Caracas con l’obiettivo di fermare l’inflazione; secondo il Fondo Monetario, potrebbe raggiungere alla fine dell’anno il milione per cento. “Il Petro sarà il meccanismo di ancoraggio per ottenere l’equilibrio valutario della moneta, del salario e del prezzo” ha detto Maduro confermando che la conversione del Petro prevista per domani dovrebbe cancellare dall’attuale valuta venezuelana, il Bolivar Fuerte, cinque zeri tramutandola nel nuovo Bolivar Soberano.
Gli analisti finanziari considerano tuttavia le misure annunciate dal presidente, destinate ad aumentare la già altissima inflazione e gli Stati Uniti hanno vietato l’uso del petro nelle operazioni economiche.
La situazione venezuelana è insostenibile a causa della mancanza di beni primari, quali cibo e medicine; i dati dell’Unhcr riportano come nel corso di quest’anno, più di 135 mila venezuelani siano fuggiti dal Paese. Un numero esorbitante tale da aver costretto negli ultimi giorni alcuni Paesi di confine come Ecuador e Brasile a dichiarare lo stato di emergenza per gestire il flusso migratorio proveniente da Caracas.