Marielle, il delitto è cosa loro: la polizia non vuole i federali

Sono passati cinque mesi dall’assassinio di Marielle Franco, l’attivista uccisa la notte del 14 marzo a Rio de Janeiro. Sino a oggi, non si conoscono gli assassini, i mandanti e le motivazioni dell’omicidio che ha turbato una parte del Brasile, suscitando lo sdegno di diverse organizzazioni internazionali.

Il giorno prima della sua morte, Marielle si era occupata di Matheus Melo, assistente di un parroco di una chiesa evangelica, ucciso dalla polizia militare nella zona di Manguinhos. Nel suo tweet scriveva: “Quante altre persone dovranno morire prima che questa guerra finisca?”.

Marielle era consigliere comunale del Psol (Partito Socialismo e Libertà) e da sociologa si occupava di violenza urbana nelle favelas e degli emarginati in genere, come la comunità Lgbt; è stata uccisa assieme a Pedro Gomes, l’autista che solitamente la accompagnava nei suoi spostamenti per Rio. Ad entrare in azione, sicari che hanno ucciso usando armi e munizioni in dotazione alle forze di polizia, sia civile che federale.

Considerato lo stallo nell’inchiesta, proprio i federali hanno proposto di dare una mano alla polizia; il ministro della Pubblica Sicurezza, Raul Jungmann, il primo agosto dichiarava alla stampa che la polizia civile di Rio de Janeiro aveva rifiutato la collaborazione dei federali e dunque di condividere con loro le notizie raccolte sul delitto.

“La risposta che ho ricevuto (dalla polizia di Rio) è che la presenza della polizia federale non è necessaria, se ne occupano loro. Dunque nonostante l’offerta della polizia federale, che è una delle migliori polizie investigative al mondo, Rio ha fatto capire che non c’è questa necessità: siamo fuori dal caso Marielle”.

“Siamo rimasti perplessi rispetto alla dichiarazione di Jungmann – dichiara al Fatto Quotidiano Sandra Carvalho, coordinatrice di Justiça Global – poiché la sicurezza pubblica di Rio de Janeiro è da febbraio, per mezzo dell’esercito, già sotto il controllo del governo federale. La polizia civile è, di fatto, sotto gli ordini dei militari”. Per la coordinatrice dell’organizzazione non governativa che lavora nell’ambito della protezione e la promozione dei diritti umani, le dichiarazioni del ministro sembrerebbero più una “mossa mediatica”. Secondo Carvalho, il movente politico dell’omicidio non è da escludere.

“Tutte le piste sono possibili, nelle motivazioni dell’omicidio potrebbero entrarci anche le prossime elezioni in programma in ottobre. Quello che è certo è che sino a oggi sul progresso delle indagini non si sa nulla. L’inchiesta dovrebbe individuare non solo gli assassini, ma anche i mandanti”, afferma Carvalho.

La settimana scorsa, lo stesso Jungmann aveva rivelato che “agenti e politici” sono coinvolti nella morte del consigliere comunale e il crimine potrebbe essere attribuito a “dispute politiche e negoziazioni relative a incarichi pubblici”.

Indicazioni vaghe rispetto alla gravità dell’omicidio. Il ministro non ha fatto nomi e non è entrato in dettagli nei passi fatti dalla polizia civile e dalla procura di Rio. Agli inizi d’agosto, tre deputati dello stato di Rio – Edson Albertassi, Paulo Melo e Jorge Picciani – tutti di Mdb (Movimento Democrático Brasileiro), il partito del presidente Michel Temer, sarebbero entrati nel campo visivo degli investigatori.

A dichiararlo è il leader del Psol, il deputato Marcelo Freixo, con cui Marielle aveva lavorato per 10 anni, anche nella Commissione parlamentare investigativa sulle milizie, i gruppi paramilitari formati da ex poliziotti, e agenti ancora in attività che affiancano spesso le pattuglie nei quartieri più a rischio.

I tre parlamentari furono arrestati l’anno scorso nell’ambito di un’inchiesta scaturita dall’operazione Lava Jato, la colossale tangentopoli che ha coinvolto i principali partiti brasiliani e i loro responsabili. I tre deputati di Mdb avrebbero ricevuto tangenti miliardarie da imprenditori del trasporto pubblico privatizzato. Fu Freixo che sollecitò l’indagine sui tre personaggi e alcuni investigatori sospettano che, a causa dell’attività del Psol e del suo leader, sarebbe scattata la vendetta, colpendo Marielle.

Accanto a questo scenario resta quello della possibile vendetta delle milizie, infastidite dalle denunce dell’attivista; l’ex poliziotto Orlando Oliveira de Araujo è accusato da un collaboratore della polizia d’avere ordinato, assieme al consigliere comunale Marcello Siciliano, l’esecuzione di Marielle. I due negano, ma, secondo il testimone, l’attività di Marielle stava intralciando gli interessi di un gruppo paramilitare che controlla diverse favelas di Rio de Janeiro.

L’ingresso della polizia federale nell’indagine avrebbe portato risultati? Difficile dirlo, vista l’opposizione degli investigatori civili. Le acque restano torbide. “Nel caso Marielle ci sono forti indicazioni del coinvolgimento di agenti dello stato e della sicurezza” ha detto Renata Neder, coordinatrice di Amnesty International Brasile. Le uniche tracce lasciate dagli assassini sono i bossoli di una mitraglietta MP5; erano munizioni catalogate come scorta nei magazzini dei federali; l’arma faceva parte di un lotto di sei, scomparsa dagli arsenali della polizia nel 2011.

Veneto modello Benetton: cultura, business e Lega

“La società ha fatto un puro calcolo di investimento, dal quale si aspetta un ritorno, un beneficio”. I veneti avveduti sanno che questo principio, esposto dal direttore generale Giovanni Cantagalli nel 1995, si applica a tutte le attività della Benetton, a cominciare da quella cui Cantagalli si riferiva, investimenti immobiliari del gruppo a Venezia. Precisamente denunciate da un pamphlet di Paola Somma (Benettown, Corte del Fontego 2011), le speculazioni in Laguna hanno coinvolto i tre gangli vitali della città. La più antica (1992-97) coinvolgeva una vasta area di proprietà privata alle spalle di Piazza San Marco, nella ristrutturazione, a carattere prevalentemente alberghiero, erano previsti un cinema, un teatro e una libreria, ma i primi poi non si fecero e l’altra sopravvisse finché i locali non vennero affittati a Vuitton nel 2010. Le due più recenti invece hanno riguardato il patrimonio pubblico.

Si tratta del prezioso edificio del Fontego dei Tedeschi accanto al Ponte di Rialto, per anni sede delle Poste, e della stazione ferroviaria di Santa Lucia: il Fontego fu acquisito da Benetton nel 2008 per 53 milioni di euro, ed è stato trasformato in un megastore del lusso (ceduto in gestione nel 2013 per 110 milioni al gruppo Lvmh) secondo un progetto dell’archistar Rem Koolhaas, con tanto di rosse scale mobili interne e terrazza sul Canal Grande: tutte varianti prontamente approvate da una Soprintendenza compiacente e da un Comune supino.

La stazione è stata trasformata in un enorme centro commerciale: la superficie per ristorazione e negozi è aumentata da 2500 a 9000 metri quadri, secondo l’accordo del 2009 con Grandi Stazioni, dominata dal gruppo Benetton. Il tutto ai piedi del famigerato ponte di Calatrava e all’ombra dell’ex direzione compartimentale delle Ferrovie, comprata dagli stessi Benetton per 70 miliardi di lire nel 1999 e rivenduta sei anni dopo alla Regione Veneto (che vi alberga oggi i propri uffici) per 70 milioni di euro. Per non parlare dell’isola di San Clemente, acquistata dai Benetton e poi rivenduta subito dopo la trasformazione in albergo di lusso, o della partecipazione del gruppo nelle avventure speculative del Parco San Giuliano e del quadrante di Tessera. Tutte operazioni nate nell’alveo della missione di “privatizzare Venezia” (come recitava un profetico libro edito da Marsilio nel ‘95) portata avanti per anni dal sindaco Massimo Cacciari, allergico alla cultura “vetero-vincolista” e pronto a identificare proprio in Benetton l’imprenditore-guida, il mecenate di una città “proiettata nel futuro”. Il futuro – a posteriori – è quello di una città moribonda.

Al di là delle questioni estetiche o urbanistiche, la penetrazione del gruppo Benetton a Venezia ha seguito, nelle parole di Paola Somma, un iter che assomiglia a quello di cui oggi s’inizia a parlare in rapporto alle concessioni autostradali: “Ogni tappa della lunga contrattazione ha visto il prevalere delle richieste e delle pretese del privato; tale predominio si è trasformato da eccezione a regola di governo”. Il processo si è iscritto in quella mutazione genetica che – complici i rapporti con la politica e i salotti buoni da Generali a Mediobanca, e la prontezza nel rispondere ai governi (per esempio nella vicenda dei “capitani coraggiosi” di Alitalia) – ha trasformato il gruppo “da un’entità che operava su di un mercato competitivo in una, almeno parzialmente, legata al carro pubblico” (Vincenzo Comito); ma c’è da chiedersi se davvero, come sosteneva l’economista Francesco Giavazzi anni fa, questa evoluzione sia un sintomo di debolezza e di subalternità alle decisioni del governo centrale (come sulle tariffe), specialmente quando la si collochi in un contesto di aderenze bipartisan. Storicamente “progressisti” grazie alle provocatorie campagne di Oliviero Toscani e ai loro slogan di sostenibilità, ecologia, responsabilità sociale, pace e fratellanza, i Benetton hanno saputo mantenere buoni rapporti sul territorio anche con la Lega, nel 2010 hanno ideato – tramite la loro branca “artistica” di nome Fabrica – la campagna elettorale del candidato governatore Luca Zaia: talché le ultime scaramucce sul referendum per l’autonomia dell’ottobre 2017 (Luciano Benetton schierato contro, e Zaia a rimbrottarlo) o sulla recentissima pubblicità di Toscani con i migranti, molto sgradita al ministro Salvini, ma non realmente censurata dal governatore, scompaiono dinanzi a una comunanza d’intenti che passa per un posticcio recupero del mos maiorum (Zaia ha salutato con grande favore il “ritorno ai maglioni” annunciato dall’anziano patriarca Luciano nell’autunno scorso), e più concretamente, per una serie di cooperazioni e sponsorizzazioni; anche attraverso lo sci: Alessandro Benetton, marito di Deborah Compagnoni, è a capo del potente comitato organizzatore dei Mondiali di Cortina 2021. E siamo oggi in odore di Olimpiadi.

Le Olimpiadi i Benetton le conoscono bene, in quanto furono tra i principali fautori della candidatura di Venezia 2020 (degna erede di quella all’Expo 2000 voluta da Gianni De Michelis), poi fortunatamente naufragata. E tra una squadra di basket o di rugby in grado di vincere trofei, e una Fondazione culturale capace di ingaggiare una parte dell’intelligentsija accademica (la Storia del paesaggio, i Beni Culturali, la Storia del gioco, la Storia veneta), la famiglia ha saputo conquistarsi una centralità assoluta nel “modello veneto” a livello imprenditoriale e culturale, e ha saputo così occultare alcuni aspetti meno edificanti della propria ascesa, fatta anche di subappalti disinvolti dalla Sicilia al Pakistan, di decentramento della produzione e dei rischi, di inopinate delocalizzazioni, di rapporti poco amichevoli con i contoterzisti e i rivenditori monomarca. Di queste cose parla, con dovizia di esempi, Pericle Camuffo in United Business of Benetton (Stampalternativa 2008), un libro che racconta anche la fosca storia dell’espansione latifondistica del gruppo in Patagonia a spese del popolo Mapuche (chi oggi si sorprende dinanzi a certi comunicati di Atlantia dopo il crollo di Genova dovrebbe confrontare la protervia di altre note emesse dai Benetton in quella vicenda).

Ma la centralità non conosce confini, e vale anche nel senso più glocal, tra la spada e la tonaca: nell’antica Treviso, il vecchio colorato megastore degli United Colors ha presidiato per anni il fianco del Palazzo dei Trecento, antica sede del potere civile in Piazza dei Signori; e da pochi mesi gli headquarters della finanziaria Edizioni, che controlla tutte le attività del gruppo di Ponzano (comprese le concessioni autostradali), si sono trasferiti proprio davanti al Duomo, nell’edificio dell’ex tribunale, restaurato e riqualificato con tanto di galleria di arte contemporanea sul retro.

LeU e Rifondazione con il governo: “Via la concessione”

La sinistra appoggia la decisione del governo Lega-M5s di avviare l’iter per togliere la concessione a Autostrade per l’Italia dopo il disastro del Ponte Morandi: sia Rifondazione comunista che Liberi e Uguali chiedono di andare fino in fondo col processo di revoca. “Si tratta del minimo che si possa fare dopo questa tragedia”, commenta il leader di Rifondazione, Maurizio Acerbo. “Al contrario degli altri partiti, noi che siamo sempre stati contro la privatizzazione e nel 2006 rifiutammo offerta di soldi da Autostrade per l’Italia, oggi ribadiamo per l’ennesima volta che bisogna scoperchiare tutto il sistema delle concessioni”. Sulla stessa linea anche Stefano Fassina, deputato di LeU: “Il problema è sistemico: i monopoli naturali, come le autostrade, vanno gestiti in house, direttamente dalle amministrazioni pubbliche, adeguatamente attrezzate di risorse finanziarie e professionali”. Per questo – conclude – la procedura di revoca è sacrosanta: la società avrà modo di spiegare le sue ragioni, ma è difficile escludere a priori una responsabilità oggettiva”.

“A voi la Boschi, a noi no”: nell’estate pazza dei Dem è Festa contro Festa

C’è chi si è organizzato la sua contro-festa, nella roccaforte rossa di Bologna, perché “gli altri vogliono chiamare la Boschi”. E c’è chi lei, la ministra che era l’icona sorridente del renzismo, alla festa dell’Unità proprio non l’ha invitata. Ed è, incredibile, il Pd di Firenze.

E allora invertendo l’ordine dei malumori il prodotto non cambia: Maria Elena Boschi ormai spacca i dem sempre e comunque. Anche se la fu sottosegretaria a Palazzo Chigi non demorde, e su Instagram lo comunica postando una sua foto con un libro da trincea, Non si abbandona mai la battaglia. Lodevole intento. Però nel frattempo il Pd continua a scendere nei sondaggi, e pare congelato dall’incertezza su tutto, dalla leadership all’ormai famigerato congresso. L’unico vero segnale di vita per ora sono i nervosismi interni. E il borbottio più forte si ode a Bologna, dove un gruppo di dissidenti dem terrà un festa alternativa a quella ufficiale, prevista per la prima volta nella sede della Fiera dopo essersi svolta per oltre 40 anni nel Parco Nord. E non a caso i malpancisti vi terranno la loro contro-festa, “Made in Parco Nord”, iniziata ieri e in programma fino al 16 settembre.

Motivazioni e spirito dell’iniziativa li ha spiegati al fattoquotidiano.it uno dei dissidenti, l’iraniano Said Amini Navai, amministratore delegato della società che gestisce l’area e per tanti anni regista della festa dell’Unità bolognese: “La politica non ci sarà, quella la lascio a loro (ossia gli organizzatori della Festa del Pd, ndr). So che vogliono invitare Maria Elena Boschi, ma non so quanta gente vorrà andarla a sentire. Noi daremo voce ai temi sociali: sono in contatto con due realtà di educatori di carceri minorili per fare una serata con loro, mentre ci sarà uno spazio interamente dedicato al mondo gay”. Insomma, continua Navai, “noi puntiamo ad attrarre quelli che non sono più convinti dal Pd e dalla loro programmazione”. Una sfida su cui ha inciso anche il flop della Festa dell’Unità dell’anno scorso, chiusasi con perdite per 700mila euro.

Ma per il Pd sono tempi complicati ovunque, perfino nella Firenze di Matteo Renzi. Dove tra gli ospiti della Festa non ci sarà la Boschi, ufficialmente esclusa perché eletta in Parlamento nel collegio di Bolzano, dove si è perfino iscritta non rinnovando la tessera nel circolo fiorentino di Vie Nuove. “Abbiamo invitato tutti i deputati e i senatori eletti nei collegi fiorentini mentre Boschi come sapete è stata eletta in Trentino Alto Adige” ha spiegato Lorenza Giani, la vicesegretaria del partito in città e motore organizzativo della manifestazione, in programma dal 30 agosto al 16 settembre. Però colpisce ugualmente, l’esclusione dell’ex ministra. Che comunque ostenta tranquillità e voglia di combattere.

Così ecco un’intensa foto in bikini in riva al mare, tanto per assicurare che l’estate se la sta godendo. Ed ecco anche un’altra immagine in cui, sempre dalla spiaggia, mostra un libro scritto da un ex membro dei Navy Seals, il reparto d’assalto della Marina statunitense. Il sottotitolo è chiarissimo: Lettere di un commilitone sull’arte della resilienza. E Boschi, ad occhio, si sta esercitando sul tema. Parecchio.

Il Pd e i 5 giorni di autogol: anche così arrivano i fischi

Lo psicodramma del Pd successivo al disastro del ponte Morandi è tutto in due lanci Ansa. Il primo è delle 11.09, di quelli evidenziati con le tre crocette: “Fischi dai cittadini presenti alle esequie di Stato hanno accolto alcuni parlamentari del Pd, mentre applausi prolungati si sono levati per i rappresentanti del governo”. Di quei fischi hanno fatto le spese una politica genovese di lungo corso come l’ex ministra Roberta Pinotti e, soprattutto, il segretario pro tempore del Pd Maurizio Martina.

Il secondo è delle 16.40 ed è un comunicato del deputato Michele Anzaldi: “Presenterò un esposto alla Corte dei Conti e all’Agcom per sapere se è lecito che il portavoce di Palazzo Chigi, pagato coi soldi degli italiani per curare la comunicazione istituzionale del governo, inondi la stampa di sms per fare falsa propaganda contro un partito di opposizione”. Anzaldi vuol chiedere conto alla magistratura e all’Authority di un messaggio inviato da Rocco Casalino sulla chat con cui interloquisce coi giornalisti a proposito dei fischi al Pd: “Sono curioso di leggere i giornali di domani”. Inelegante, ma nulla di più. Anzaldi forse non ricorda che la chat a Palazzo Chigi fu un’invenzione del predecessore di Casalino, Filippo Sensi, oggi deputato Pd, cui una volta scappò (per errore) persino un sms di questo tenore: “Proviamo a menare Di Battista sul discorso della Libia ricordandogli l’Isis”.

È solo l’ultima reazione irrazionale seguita al crollo di Genova di un partito che riesce ad avere completamente torto pure quando ha parzialmente ragione. Luigi Di Maio, finché non presenterà prove che al momento non esistono, sbaglia quando parla dei finanziamenti alle campagne elettorali di Renzi (l’ultima traccia è del 2006), anche se i rapporti tra Autostrade/Benetton e il mondo del centrosinistra (e la politica in generale) sono innegabili e Il Fatto ne ha dato conto venerdì. La reazione, al di là dello scontro col capo politico grillino, è una campagna di psicopolizia sui social: “Segnaleremo ogni caso a seconda della gravità a Facebook, all’Agcom, alla polizia postale. Uno per uno”, annuncia Matteo Orfini, che pubblica pure un modulo già pronto per la delazione porta a porta.

Chi ha in odio le fake news, poi, non dovrebbe insistere sulla cosiddetta Gronda, “il progetto alternativo al ponte Morandi” (il deputato Luciano Nobili) osteggiato dai Cinque Stelle: “Il ministro Toninelli ha delle responsabilità per quanto successo a Genova, basta rivedere questo video in cui contempla la cancellazione della Gronda”, twittava il senatore Ernesto Magorno. Da qui la surreale richiesta di dimissioni di Toninelli (“se non se ne va lui, lo cacciamo noi”, ha esagerato Davide Faraone). Basti dire che la Gronda non era affatto un progetto per sostituire il ponte Morandi e che se ne parla dagli anni Ottanta in una Regione a lungo governata dal centrosinistra.

Poi c’è la difesa degli azionisti di Autostrade, francamente ridicola. Prima la revoca della concessione serviva “per assicurarsi i titoli dei giornali” (tra gli altri Marianna Madia), poi è arrivato l’avvio della procedura e allora si tratta di “un regalo” ai Benetton per il presunto maxi-risarcimento obbligatorio (Matteo Renzi) e comunque farlo senza una sentenza, magari in Cassazione, è una cosa da “gogna medievale” (Riccardo Nencini). La differenza tra reato e inadempimento contrattuale non li sfiora.

Niente fa più ridere, però, della questione delle perdite in Borsa seguite al disastro: “Il balletto intorno alla possibile revoca della concessione è molto strano e sicuramente richiamerà l’attenzione della Consob” (Renzi); “il Pd chiederà un’indagine: chi beneficia di queste oscillazioni di prezzo improvvise?”; il deputato Carmelo Miceli twittava addirittura a proposito di un insider trading di “clienti di Conte o Casaleggio” su Atlantia. È appena il caso di ricordare che una indiscrezione di Renzi a Carlo De Benedetti sul decreto Popolari fruttò una bella plusvalenza all’editore di Repubblica e Stampa e costò un’inchiesta al suo broker. Non pare, poi, di ricordare richieste di interventi della Consob quando a inizio gennaio 2016 l’allora premier Renzi parlò di Mps come di “un affare” facendo schizzare il titolo del 43%. Il senso del ridicolo non è tutto, però aiuta.

Continuo a perdere mia madre anche ora che l’ho ritrovata

Quando mi hanno detto che mia mamma non si trovava più, mi ero appena seduta in una specie di postribolo ficcato in una via polverosa di Ollantaytambo, un paesino di poche anime con delle belle rovine Inca e un treno che va dritto verso la stazione degli autobus ai piedi di Machu Picchu, in Perù. Mi ero appena collegata al wifi zoppicante del locale, quando mi accorgo che mio fratello mi aveva scritto su Instagram: “È sparita la mamma”. Viaggio molto ma raramente sono stata così lontana da casa, per cui la prima cosa che ho pensato è che il luogo che sognavo di vedere da una vita era diventato un carcere. La seconda è “Lo sapevo”.
E qui, perché non pensiate che sia una menefreghista, faccio un salto all’indietro.

La mamma di mia mamma si è ammalata di Alzheimer in età avanzata, quindi conosco il mostro e appena mia madre ha mostrato i primi sintomi di demenza senile l’ho riconosciuto con la sicurezza con cui riconosci il vicino sul pianerottolo. I piccoli blackout, una sua borsa trovata in frigo, ricordi falsati o rielaborati, i “Non mi ricordo” che si fanno più frequenti, una sciatteria nel prendersi cura di sé che non le apparteneva, le amate parole crociate, gli amati libri lasciati a far polvere su un comodino, la sua spiccata curiosità che si assottigliava erano gli indizi che il mostro lanciava come monetine dalla finestra. Mio papà poi si era ammalato da un po’ e tutto quello che c’era di sopito in lei era esploso. L’Alzheimer ha alzato la cresta quando lei ha abbassato la sua. Quando ha deciso che un marito che è stato tuo marito per 50 anni non può stare peggio di te. E se sta peggio di te, meglio vivere senza ricordi.

Noi figli, mia mamma (per come l’abbiamo amata e talvolta detestata) l’abbiamo persa quando lei non ha voluto trovarsi più. Ora, dopo 4 anni dall’inizio della malattia, è nebbia e paura. Sa chi è, sa chi siamo, ha ancora le energie necessarie per litigare con mio padre e sorride molto di sé. Ride delle sue dimenticanze, apprezza che gli altri facciano altrettanto con lei. Qualche tempo fa mi disse che in fondo il fatto che papà sia sordo e lei dimentichi è una buona cosa, che riescono a supplire l’uno alle mancanze dell’altro. Io le risposi “Basta che non vi chiedano se vi ricordate un motivetto” e lei si divertì un sacco, per mezza giornata ripeté al telefono la battuta ai parenti. Poi la scordò. In realtà in questa autoironia non c’è nulla di buono. È il suo maldestro escamotage per ingannare noi e la malattia. Soprattutto noi. La demenza senile (così come l’Alzheimer, che è una forma di demenza) infatti ha una strana caratteristica: amplifica alcuni aspetti della personalità e ne cancella totalmente altri.

Mia madre non ha mai amato stare al centro dell’attenzione, ha sempre detestato chiedere. Il pudore, le paure e il timore dei giudizi l’hanno spesso paralizzata. Ed è per questo – credo – che la malattia in lei ha subito assunto l’aspetto della negazione. “Non ho niente” è stato il mantra con tutti per un po’. Poi, quando i problemi si sono fatti più evidenti, ha cominciato a dire che dormiva poco la notte. Quando l’abbiamo messa di fronte alla necessità di una diagnosi, ha cominciato a inventare incontri con neurologi con conclusioni sempre diverse, perché per mentire tocca avere una buona memoria e lei la memoria non la ha. “Il dottore dice che sono solo stressata”, “Il dottore dice che è un esordio molto molto iniziale di decadimento cerebrale normale alla mia età”, per poi passare a “Ho un tumore al cervello”, che è il suo modo per autoconvincersi che se ne andrà presto. Quando io e mio fratello abbiamo assegnato un nome alla malattia e abbiamo provato ad immaginare scenari e soluzioni (si fa per dire), lei è diventata ostile o vaga. Litiga o esce dalla stanza.

Quest’anno, a Natale, è stata a casa mia per una decina di giorni. Ho scoperto che mia mamma, con l’avanzare della malattia, era diventata silenziosa. Non partecipava più alle discussioni con la vivacità di un tempo, se ne stava defilata e interveniva con prudenza. Era la sua paura di lasciare indizi, di dire qualcosa di stupido o scollegato dalla realtà, di mostrare nuda la sua malattia. L’autoironia fa parte di questo ingenuo piano: ridendo, sdrammatizzo. Minimizzo. Quello che mi accade non è un problema, è cabaret.

Un giorno, sempre a Natale, a colazione mi ha raccontato che la notte era uscita a farsi un giro per Milano. Io mi sono spaventata, le ho detto che non doveva farlo, che era pericoloso. Poi ero andata a controllare la porta, ed era chiusa a chiave, non era mai uscita. Quando le ho spiegato che non era vero, si è offesa e per un po’ non mi ha parlato. Poi si è dimenticata la ragione per cui mi detestava e tutto è tornato come prima.

Ora capirete perché quando ho letto “Mamma è sparita” sul telefono, ho detto “lo sapevo”. Era in Abruzzo, lontana dai luoghi della quotidianità, per giunta in un ospedale per fare una lastra, quindi in un luogo ancora meno familiare. Avrà avuto un blackout, non si sarà ricordata perché fosse lì e il pudore le ha impedito di chiedere aiuto a qualcuno. Negare, sempre. E allora ha cominciato a camminare, si è detta che quegli otto chilometri che la separavano dalla casa delle vacanze li avrebbe fatti a piedi, col caldo di agosto e delle due del pomeriggio. Per un po’ ha percorso la strada giusta, ha fatto quasi due chilometri in un’ora, tante persone l’hanno vista con la gonnellina a fiori e il cappello di paglia, poi ha tagliato per le campagne e infine sì, è sparita.

Da bambina mi ricordo che mia mamma non perdeva una puntata di Chi l’ha visto. Si appassionava alle storie, mi diceva sempre “C’è da diventar matti a non sapere che fine abbia fatto una persona, meglio saperla morta, almeno te ne fai una ragione”. Nelle 24 ore passate dalla sua sparizione al suo ritrovamento ho pensato spesso a quella frase. Perché quando una persona non si trova più, gli scenari razionali sono pochi e quasi tutti catastrofici. “Si è persa” dopo molte ore è una tesi che si affievolisce. Pensi “è caduta in un crepaccio”, “le ha fatto male qualcuno”, “l’hanno messa sotto con la macchina e hanno fatto sparire il corpo”. Ti fai domande sulla sua condizione fisica, su come reggerà la notte, sulla mancanza di acqua in piena estate, sulla sua paura del buio. Contavamo molto sulla sua forza fisica, avevamo il terrore della sua fragilità mentale. Poi, quando i “che fine avrà fatto?” si sono esauriti, mio fratello ha detto “La mamma si vergogna della sua malattia, si sarà rannicchiata chissà dove, lei aiuto non lo chiederà mai”. E così è stato.

La partecipazione è stata tanta, e spesso stordente. Ho scoperto che quando sparisce una persona, escono dal buco personaggi sinistri. Quelli che inventano avvistamenti, i medium. Una tizia mi ha scritto che dovevo cercare in una lavanderia, aveva avuto una visione. Siamo persone razionali e lucide, ma abbiamo capito quanto male possano fare questi avvoltoi a chi è più fragile in momenti di difficoltà.

Mia madre era vicino al ciglio della strada, in una zona collinare abbastanza desolata, a molti chilometri da dove era partita, senza scarpe, piena di punture di zanzara, disidratata e rannicchiata, proprio come aveva intuito mio fratello. Tutto sommato, stava bene. L’ha trovata l’elicottero dei vigili del fuoco che stava battendo quella zona da un’ora. Quando abbiamo chiesto come stesse a chi l’ha trovata, la prima risposta è stata “Bene! Ride e scherza”. E così ha continuato a fare anche in ospedale. Nega, come una bimba. Del resto, quando la cercavamo, sapevamo che lei, la nostra vera mamma, non l’avremmo trovata comunque. Però è tornato a casa quel che di mamma resta: la sua parte ammaccata. E questo ci basta.

“Sicurezza zero, grazie!”: i Lupin dell’arte dalla Gioconda a Chagall

Si può essere banditi e ladri, e si può essere garbati nell’esercitare la “professione”. Un po’ come Arsenio Lupin, l’elegantissimo “ladro gentiluomo”, intelligente, ironico, audace e intenditore d’arte oltre che della raffinata arte della seduzione. E che soprattutto non ricorre mai alla violenza. Come Arsenio, che rimane personaggio di fantasia, c’è chi nella storia si è mostrato uomo dalle buone maniere anche nelle vesti di truffatore.

Come Vincenzo Peruggia, imbianchino di Varese – allora trentenne -, a Parigi in cerca di fortuna, che il 21 agosto del 1911, alle 7 del mattino si introduce nelle stanze del Louvre per rubare il dipinto più famoso del mondo: la “Gioconda” di Leonardo. Peruggia a Parigi non se la passava troppo bene: era stanco di essere sbeffeggiato dai colleghi d’oltralpe per via della sua passione per il mandolino che si divertiva a strimpellare per le Rue della città (lo chiamavano “mangia-maccheroni”). Si era guadagnato un posto di lavoro al Louvre. Si aggirava per le sale del museo e pensava che quella fortuna lì i francesi la dovessero agli italiani: la “Venere delle Rocce”, “Amore e Psiche”, la “Monna Lisa”.

Per vendicarsi di quello che Peruggia pensava come un saccheggio da parte di Napoleone (in seguito, fonti storiche hanno accertato che la “Monna Lisa” è stata ceduta volontariamente da un assistente di Da Vinci a Napoleone stesso), e dell’insolenza dei francesi nei suoi confronti, aveva deciso di passare all’azione. Approfittando della poca vigilanza all’alba nel giorno di chiusura (era il lunedì, come per i barbieri), e avendo accesso alle chiavi del museo – lavorava lì come decoratore -, entra nella sala e stacca il quadro. Poi rimuove la cornice, arrotola la tela sotto la divisa da imbianchino, scappa a casa e nasconde “Monna Lisa” nel cassetto del tavolo da pranzo. Le indagini iniziano a spron battuto, ma non portano a nulla. Solo nel 1913 Peruggia decide che la “Gioconda” deve fare ritorno a casa. È lui a contattare il direttore degli Uffizi di allora, Giovanni Poggi, ponendogli come condizione per la restituzione che il quadro resti in Italia (oltre a una ricompensa di mezzo milione di lire di allora). I due combinano un appuntamento. L’incontro ha luogo, Peruggia viene arrestato e la “Monna Lisa”, dopo essere stata esaminata e ritenuta “quella originale”, fa ritorno a Parigi. Perse del tutto le sue tracce, oggi il ladro potete “trovarlo” su Facebook: ha un profilo personale, si fa chiamare simpaticamente “Vinnie”. Nella biografia, alla voce “professione” si legge: trafugatore d’arte…

C’è chi poi si è redento. È il ladro senza identità dell’Upper East Side di New York che nell’estate del 1988 aveva fatto il colpo della vita. Era riuscito a introdursi nell’abitazione di una coppia benestante – i coniugi ottantenni Heller che in quel periodo erano i vacanza come sempre nella loro villetta di Aspen, in Colorado. Entrato, aveva adocchiato e poi rubato “Otello e Desdemona”, il dipinto di Marc Chagall ispirato all’opera di Shakespeare. Trent’anni e svariate indagini dell’Fbi dopo, l’uomo ha direttamente contattato le forze dell’ordine: “Pronto Fbi, ho il quadro di Chagall rubato alla coppia Heller. Vorrei restituirlo perché non sono riuscito a rivenderlo”. La refurtiva era rimasta nella soffitta di casa sua, in un barile sul quale aveva apposto un’etichetta con scritto “lavoretti scolastici”. Nella scatola nessun pupazzetto in pasta di sale o in plastilina, ma un quadro che oggi vale 65mila dollari. Buone notizie per il ladro: il reato è andato in prescrizione, e quindi non sconterà alcuna pena.

Ma è il nord Europa la patria dei ladri riconoscenti. Era il 22 agosto 2004 e due banditi, dopo essersi introdotti armati nel Museo Munch di Oslo, hanno rubato due dipinti del valore di 92milioni di dollari dell’omonimo artista – “l’Urlo” e la “Madonna” -. I quadri erano appesi alla parete del museo con dei semplici fili, senza nessuna barriera protettiva. Durante il colpo, nessun allarme ha suonato e i ladri si sono allontanati indisturbati lasciando un biglietto agli organizzatori del museo: “Grazie per la scarsa sicurezza”. Il furto tra l’altro era l’escamotage per complicare le indagini sulla rapina alla banca di Stavanger avvenuta tempo prima. Le opere trafugate rappresentavano la moneta di scambio per David Toska – il criminale condannato a 19 anni di carcere per la spettacolare rapina in banca, e che aveva offerto la restituzione delle due opere d’arte di Munch rubate su sua commissione, in cambio di una riduzione della sua pena già dopo il processo d’appello. Il 31 agosto 2006 la polizia norvegese ha recuperato entrambi i quadri. I banditi – malasorte – sono stati fermati e arrestati.

Maghi, santoni e sensitivi incassano 6 miliardi l’anno

“Inizi con i numeri fortunati del Lotto e poi, giorno dopo giorno, senza accorgertene arrivi a spendere migliaia di euro per avere anche amuleti e talismani per combattere le influenze maligne, riconquistare l’amore perduto o sconfiggere una malattia. Solo quando è ormai troppo tardi, ti rendi conto che sei stato raggirato e che qualcuno ha speculato sul tuo dolore per un unico scopo: estorcerti più denaro possibile”. Ludovica, una commerciante di 60 anni della provincia di Pavia, è finita così nelle mani del “Mago F.”, un ciarlatano che tre anni fa è stato condannato a cinque anni per truffa e violenza sessuale con le aggravanti dei motivi abbietti e della minorata difesa.

Conosciuto da tutti nella zona, “l’uomo approfittava dei gravi problemi personali e della prostrazione psicologica di molte donne per ottenere prestazioni di natura economica e, alla fine, anche di tipo sessuale”, si legge nella sentenza di condanna. “Parlavamo dei miei stati d’animo e delle mie tante frustrazioni legate al mio stato emotivo. Poi ti scatta una cosa che ti spinge a credere che lui sia in buona fede, quando ti dice che la magia funziona e che i suoi riti hanno effetto anche sulla vita personale e sulla salute”, racconta ancora Ludovica che, con gli occhi fissi sul pavimento e la voce tremante, aggiunge: “Quando si è disperati ci si attacca a qualunque speranza e i 900 euro a rito che ti vengono chiesti per un ciondolo o per un sacchetto di erbe per improbabili pozioni magiche sono l’ultimo dei tuoi problemi”.

Fino a quando prosciughi il conto corrente, chiedi prestiti agli strozzini e, colto dalla disperazione, ti fai convincere a pagare il mago con una prestazione sessuale. E quello che segue è solo una violenza fisica e psicologica.

“Ho cercato di rifarmi una vita, ma troppe cose ti restano dentro e senza gli pscicofarmaci non riesco ad andare avanti”, ammette la donna.

In un’audizione del 1998, l’allora ministro dell’Interno, Giorgio Napolitano, presentando alla Camera l’ultimo rapporto ufficiale “Sette religiose e movimenti magici” spiegò che in Italia operavano circa 14 gruppi e che gli organizzatori erano in grado, con le loro tecniche, di provocare la completa destrutturazione mentale di adepti e clienti conducendoli alla rovina economica e, perfino, alla follia mentale.

“Negli ultimi 20 anni la situazione non è però cambiata: maghi e santoni offrono ancora una sicurezza ultraterrena, una risposta spirituale che altro non è che instillare il demone del sesso, del denaro e del potere”, spiega Giovanni Panunzio, fondatore dell’Osservatorio Antiplagio, un comitato di volontariato nato nel 1994 . “Questi cialtroni – prosegue Panunzio – strumentalizzano lo stato di necessità di una persona. Le sue predizioni sono costruite sulle informazioni che il cliente stesso lascia trapelare. Per diventarne succubi a volte basta pochissimo: una voce o un volto rassicurante”. Secondo il rapporto dell’Osservatorio Antiplagio 2014, gli italiani che almeno una volta all’anno hanno “investito” nella magia, nell’occultismo e nelle riviste del settore sono circa 13 milioni, il 20% della popolazione, con un incremento del 10% rispetto al 2010.

I pagamenti a favore dell’occultista avvengono quasi sempre in contanti o ricaricandogli la carta di debito prepagata, rigorosamente in nero. Non solo per eludere le imposte, ma anche per non lasciare tracce. Le stesse vittime, infatti, per vergogna, paura e pregiudizi vari, non desiderano far sapere che sono state a consulto da astrologi, rabdomanti, sensitivi, satanisti, chiaroveggenti. Che rappresentano un esercito.

Dal rapporto Eurispes 2010 emergeva che il loro numero si aggirava intorno a 155.000 e il fatturato annuale è calcolato attorno ai 6 miliardi di euro, con un’evasione fiscale pari al 99%. Sono le donne a rappresentare la maggior fetta della clientela dell’occulto (51%) ma, contrariamente alle aspettative, la maggior parte di astrologi e maghi sono presenti nell’Italia settentrionale (41%), mentre le province con il più alto numero sono Milano, Roma, Napoli, Palermo, Torino, Bari, Bologna, Firenze, Reggio Calabria e Venezia.

Secondo l’Osservatorio Antiplagio il caso più eclatante degli ultimi quindici anni è avvenuto a Frosinone dove, nel 2007, un uomo è stato raggirato da due maghi, spendendo la cifra record di 500.000 euro per contrastare un maleficio di cui riteneva di essere rimasto vittima. I due imbonitori erano conosciuti come il “Mago dell’Andalusia” e la “Maga delle tenebre”: in 7 anni sarebbero riusciti a estorcere alla loro vittima – che li aveva conosciuti grazie a un volantino pubblicitario – 250 mila euro in vaglia online, oltre a svariati assegni per un importo superiore a 200 mila euro e 50 mila euro in denaro contante. “Ma, alla fine, su migliaia di raggiri solo 4 cittadini su 100 sporgono querela. Spesso viene preferito il silenzio alla denuncia, e le motivazioni si possono far risalire principalmente alla paura o alla vergogna”, sottolinea Panunzio. Del resto anche se per legge è vietato fare il “ciarlatano”, l’abuso della credulità popolare dal 2016 costituisce solo un illecito amministrativo con una sanzione pecuniaria da 5 mila a 15 mila euro.

Semplice ma efficace il vademecum della polizia contro l’esercito dei ciarlatani: non raccontare a maghi o santoni fatti della propria vita privata e non fornire recapiti personali; non incontrare mai da soli certi personaggi e va registrata ogni conversazione; farsi mettere per iscritto ciò che dicono di garantire: se si rifiutano significa che non sono sinceri; il “compenso a esito raggiunto” è un bluff: in realtà pretendono denaro in anticipo per materiale che non vale nulla. Non usare mai contanti, perché il pagamento non è dimostrabile; non dare retta ai loro interventi televisivi e alle loro pubblicità: sono solo investimenti commerciali ingannevoli; non farsi abbindolare da immagini e libri sacri, foto e registrazioni in compagnia di vip o da attestati e diplomi altisonanti; non aver mai paura di denunciarli alle forze dell’ordine.

Caporalato agricolo, sequestrati furgoni. Denunce e un arresto

Sono 12 i mezzi per il trasporto di braccianti agricoli sequestrati in provincia di Foggia dai carabinieri nell’ambito delle attività di contrasto al caporalato, in cui sono stati identificati oltre 50 braccianti e denunciati cinque presunti caporali, tra cui un italiano, che ora sono indagati dalla Procura di Foggia. Uno dei presunti caporali è un senegalese di 23 anni che è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, poiché avrebbe aggredito i carabinieri dopo un lungo inseguimento nelle campagne. I mezzi sequestrati, quasi tutti con targhe straniere (sette autovetture e cinque furgoni) non avevano l’assicurazione e i documenti di circolazione. Nei furgoni erano state installate panche di legno per poter ospitare un numero maggiore di braccianti. Lo stesso sistema era stato utilizzato nei furgoni in cui sono morti 16 migranti in due incidenti stradali avvenuti all’inizio di agosto nel Foggiano. I carabinieri hanno anche sequestrato quaderni con la contabilità, che ritengono essere importanti prove a carico degli indagati. Si indaga per risalire ai proprietari dei mezzi sequestrati.

I controlli anticaporalato sono stati eseguiti nell’ultima settimana nel corso della quale sono stati controllati più di 200 mezzi.

Nessuna operazione di polizia fermerà milioni di migranti

Nell’arduo tentativo di sorpassare in vaniloquio il suo collega di governo Salvini, il vicepresidente Di Maio ci ha spiegato dove hanno sbagliato i 136 emigranti italiani morti nella miniera belga di Marcinelle nel 1956: “Questa vicenda insegna che non bisogna partire dall’Italia, che non bisogna emigrare”. Venendo dal ministro del Lavoro, questo alto monito sarà certo rivolto non solo (retrospettivamente) ai trenta milioni di emigranti italiani in America, Australia, Europa dal 1860 al 1990, ma anche ai 5 milioni di italiani che oggi lavorano all’estero, nonché ai circa 170.000 italiani che si ostinano a emigrare ogni anno, facendo dell’Italia l’ottavo Paese dell’Ocse per tasso di emigrazione (2,4%), non poi troppo lontano dal Messico col suo 2,7% (dati Comuniverso). Non sapevano che era meglio starsene a casa, i nostri emigranti i cui discendenti sono oggi metà della popolazione argentina e quasi il 10% di quella statunitense. E se per caso i cinque milioni di lavoratori italiani iscritti all’Aire (anagrafe dei residenti all’estero), convinti dall’argomentare del ministro, rientrassero domani in Italia, troverebbero lavoro (o reddito di cittadinanza) per tutti?

La migrazione di esseri umani è un fenomeno globale di enorme portata e complessa interpretazione, e non è con facili boutade o con fandonie improvvisate che lo si può affrontare. Ma le parole di Di Maio vanno prese sul serio anche se estemporanee. Messe insieme con le invettive di Salvini contro i migranti, sono il sintomo di una concezione del mondo che sarà forse popolare (visto che i due vicepremier gareggiano per suscitare vampate di consenso), ma è soprattutto lontanissima dalla realtà. Dà per scontate due cose che, viceversa, non sono mai accadute negli ultimi centomila anni: primo, che le comunità degli umani possano (anzi debbano) restar ferme dove sono, senza mai muoversi, senza mescolarsi fra loro, senza cercare altrove condizioni di vita migliori. Secondo, che quando si verificano flussi migratori sia non solo giusto e necessario, ma possibile e fattibile arrestarli ricacciandoli indietro con operazioni di polizia. Perciò la dichiarazione di Di Maio è il rovescio e l’identico di quella che Renzi ci regalò un anno fa : “Aiutiamo i migranti a casa loro”. Ognuno a casa propria, di qua gli italiani che non emigrano, di là i migranti che l’Italia respinge. Tutti “padroni in casa propria”, secondo lo slogan di Berlusconi che Renzi ripeteva senza pudore. La cultura al cloroformio di chi ci governa è a quel che pare ancora e sempre nutrita di miraggi autarchici.

Due pilastri megalitici di un tempio di Tarxien (Malta), del 1500 a.C. circa, hanno in merito qualcosa da dirci. Sono coperti di graffiti che rappresentano almeno 38 battelli in navigazione fra la Sicilia, le isole maltesi e l’Africa. Allora come oggi. I primi abitanti di Malta vennero dalla Sicilia intorno al 5000 a.C., e nell’arcipelago maltese svilupparono una civiltà particolarissima, caratterizzata da sorprendenti e gigantesche costruzioni templari. I graffiti di Tarxien, opera di migranti scampati al naufragio (Woolner), raccontano una storia molto semplice: ci dicono che il Mediterraneo non è una barriera da fortificare, ma una strada da percorrere. E che da migliaia di anni il flusso, in tutte le direzioni, è inarrestabile.

È vero, i migranti di Tarxien erano pochi, mentre l’enorme incremento della popolazione mondiale ha moltiplicato i movimenti di popolo fino a proporzioni quasi apocalittiche. Ma chi emigra con enormi rischi e sacrifici non lo fa perché non aveva capito che era meglio starsene a casa né perché è un criminale (meno che mai perché migrare è “una pacchia”). Le cause immediate della migrazione che preme alle porte dell’Europa sono conflitti militari, carestie, guerre civili, talvolta pulizia etnica: tutte eliminabili in linea di principio, anche se per eliminarle l’Ue fa ben poco, e molto ha fatto per rinfocolarle (come in Libia). Ma c’è una causa di fondo che non si elimina con interventi di breve periodo: l’enorme squilibrio economico fra le varie parti del mondo. A un tale squilibrio c’è un rimedio vecchio di migliaia di anni: l’emigrazione. Nulla può arrestare le folle latino-americane che premono ai confini sud degli Stati Uniti, nulla può arrestare la marea di popolo che da oltre il Mediterraneo guarda verso l’Europa. Anzi, i drammatici cambiamenti climatici innescheranno nuove ondate migratorie, a cui siamo ciecamente impreparati.

Perciò i placebo escogitati da Salvini e Di Maio sono patetici tentativi di rimozione (dall’attenzione pubblica, ma anche dalla loro responsabilità politica) di un problema che non sanno come affrontare. Eliminare gli squilibri che causano i movimenti migratori è necessario, ma richiede un progetto di lungo periodo di cui non s’intravvede nemmeno l’abbozzo. Ma i migranti, le donne e uomini e bambini e vecchi che salgono oggi sui barconi, non possono aspettare decenni per salvarsi la vita. Una strategia di lungo periodo è urgente, e dovrebbe includere la possibilità (non l’obbligo) di trovare lavoro “a casa propria”. Ma altrettanto necessaria e urgente è una strategia di accoglienza sui tempi brevi, rivolta ai nostri fratelli che migrano proprio come i nostri nonni cent’anni fa. Una minima informazione e consapevolezza storica servirebbe anche ai nostri ministri, corrivi inventori di slogan senza coraggio e senza futuro. Come diceva uno dei grandi storici del Novecento, Eric Hobsbawm, abbiamo l’obbligo di protestare contro chi vuol spingerci a dimenticare.