“Scrivemmo ad Autostrade di fare i controlli dinamici”

“Noi di Ismes abbiamo suggerito ad Aspi (che si occupa di vigilanza per Autostrade, ndr) di aumentare la frequenza di alcune ispezioni e implementare un sistema di monitoraggio dinamico, ossia continuo, del ponte Morandi in presenza di fenomeni rapidamente variabili (es. vento, traffico, sisma, ecc.)”.

È scritto così in un documento della società Ismes (del gruppo Cesi). Parliamo di uno dei più noti studi che si occupano di verifiche strutturali. Si aggiunge: era tutto scritto “nei diversi rapporti originariamente consegnati a Aspi, tra gennaio e maggio 2016 (e inoltrati nuovamente, su richiesta nel cliente, nella notte tra il 14 e il 15 agosto)”.

Le dichiarazioni di Ismes, insieme con lo studio integrale, saranno presto acquisite dalla Procura di Genova. E puntano ancora il faro delle indagini sui controlli di Autostrade. Perché Ismes conclude: “Al momento Ismes non è a conoscenza dell’effettivo utilizzo o implementazione, da parte del cliente, delle informazioni e dei suggerimenti da lei indicati nei rapporti oggetto dell’incarico”.

Al Fatto un alto dirigente di Autostrade aveva riferito: “Noi compiamo una volta l’anno i controlli con le scariche elettriche che monitorano la salute di tiranti e stralli (l’ultima volta, però, nel febbraio 2017, sedici mesi prima del disastro). Più quattro controlli l’anno di tipo visivo”. Cioè issando gli ingegneri su una gru e passando in rivista ogni centimetro del ponte. Il dirigente non ha fatto nessun cenno al “monitoraggio dinamico continuo” suggerito da Ismes.

È l’inizio del 2015 quando Autostrade decide di rivolgersi proprio a Cesi e Ismes. La società di ingegneria non è chiamata a compiere direttamente le verifiche strutturali. Deve dare una valutazione sui controlli effettuati dal concessionario (in base al materiale che Autostrade e Aspi forniscono). Ismes, appunto, consiglia di implementare i controlli. Bisogna fare di più, sostengono di aver detto i tecnici dello studio ingegneristico.

Forse proprio da qui Autostrade decide di realizzare i lavori sui piloni 9 (quello crollato) e 10. Più di vent’anni dopo quelli compiuti sull’11 (una circostanza su cui si stanno concentrando i pm).

Il primo passo di Autostrade fu chiedere un ulteriore studio al Politecnico di Milano per modulare gli interventi. E anche in questo caso il responso non è tranquillizzante: “Per gli stralli del sistema bilanciato numero 9 è stato possibile identificare con confidenza solo 4 modi globali e 2 di essi si presentano con deformata modale non del tutto conforme alle attese e certamente meritevoli di approfondimenti teorico-sperimentali”. Insomma, par di capire: il pilone 9 forse è malato. Gli studiosi del Politecnico aggiungono: “In particolare appare probabile a chi scrive che le differenze osservate siano riconducibili a una differente pre-sollecitazione residua dei tiranti” generata “a esempio da possibili fenomeni di corrosione dei cavi secondari, da difetti di iniezione, ecc”. Stefano Della Torre, che guida il Dipartimento di Architettura e Ingegneria delle costruzioni del Politecnico di Milano autore dello studio, però, ci tiene a precisare: “Noi abbiamo consegnato il nostro studio nel novembre 2017. Abbiamo tenuto a non fornire ad Autostrade soltanto i dati, ma ci siamo sentiti in dovere, per una questione etica e professionale, di aggiungere un’analisi che conteneva i nostri timori”.

Autostrade quindi decide di avviare i lavori. Il 28 aprile 2018 pubblica il bando di gara (i vincitori dovevano essere noti a settembre). I lavori dovevano cominciare dopo l’estate (quasi due anni dopo lo studio dell’Ismes e dodici mesi dopo quello del Politecnico). È il punto chiave dell’inchiesta: ora i pm vogliono scoprire se Aspi e Autostrade abbiano messo in atto i controlli più stringenti suggeriti da Ismes (i dirigenti di Autostrade non ne hanno fatto cenno parlando con il cronista). Vogliono capire se un monitoraggio dinamico e continuo avrebbe potuto salvare il ponte e 43 vite umane. Ma soprattutto si chiedono se Autostrade, di fronte agli avvertimenti di Ismes e del Politecnico, abbia agito tempestivamente. O se, addirittura, non avrebbe dovuto chiudere il viadotto.

Funerale tra fischi e applausi “Ma Genova non si arrende”

“Vergogna, assassini”. Il segretario Pd, Maurizio Martina, subissato di fischi e grida. Matteo Salvini e Luigi Di Maio che invece vengono accolti con un’ovazione mentre, a pochi passi dai morti, salutano, sparano a zero contro le Autostrade (Di Maio) e stringono mani come a un comizio (Salvini).

Genova straziata, commossa, arrabbiata e smarrita. Sono stati un’allucinazione, un incubo, ieri i funerali di Stato di 19 vittime del crollo del ponte. Il grande crocifisso domina la sala lunga duecento metri, tappezzata di assurdi pannelli argento. Il cardinale Angelo Bagnasco celebra la messa. Ma più delle preghiere senti applausi; uno dietro l’altro, decine. Prima di tutto per i vigili del fuoco. Ma poi ecco che la scalinata delle autorità per qualcuno diventa via crucis, per altri una passerella. Martina scivola rasente il muro, ma si sente piombare addosso le urla. Accanto a lui l’ex ministra Roberta Pinotti con il volto che diventa smorfia. La contestazione la risparmia perché è genovese.

Loro, i leader del Pd che ha dominato Genova per decenni. C’è anche Giovanni Castellucci, numero uno di Autostrade. Ma la passerella continua tra lacrime, gente che scatta foto: applausi per i giocatori del Genoa e della Sampdoria. Ma soprattutto per loro: Salvini e Di Maio, che scendono uno accanto all’altro, salutando la folla. Applausi, più trattenuti, per Giuseppe Conte e Roberto Fico. “Siamo preoccupati per l’arrivo di Sergio Mattarella”, sibila un agente della Digos. E quando il Presidente appare tra la gente si diffonde un mormorio: “Che cosa è venuto a fare qui, quel vecchio democristiano?”, senti dire intorno a te. Poi parte un timido applauso. E gli abbracci di Mattarella (che ha appena dichiarato: “È una tragedia inaccettabile, accertiamo le responsabilità”) ai familiari delle vittime ricordano a migliaia di persone che siamo a un funerale. “Potevo esserci io”, Gaspare Cavaleri guarda e piange. Come se non capisse davvero da che parte si trova. È un dipendente Amiu (la municipalizzata della nettezza urbana) con un contratto di tre mesi. Lui che ha 62 anni: “Ero accanto al collega che è morto”, dice indicando una bara, “lui aveva già finito il servizio. Stava uscendo, ma si è fermato un attimo per aiutare una collega. Stavo per farlo io”. Sentirsi in colpa di essere vivi, non c’è niente di peggio. “Io vedrò Dio, con questi miei occhi, io stesso”, dice la prima lettura di Giobbe. Chissà cosa vede adesso chi ha perso la vita alle 11,36 del 14 agosto. Questa cerimonia è per loro, ma anche per chi rimane (“Beati gli afflitti”, è il vangelo di Matteo). E anche per Genova, nelle parole di Bagnasco: “Genova non si arrende, è l’ora della grande vicinanza”. Pochi amen e segni della croce. Molti applausi.

Mentre i maxischermi mostrano le famiglie aggrappate alle casse di legno. Vedi un padre che con la mano tormenta le viti della bara del figlio; una giovane donna con lo sguardo fisso nel vuoto; un bambino con la maglietta del Genoa. Poi all’improvviso il cardinale prega per le vittime (i 38 identificati, gli altri 4 appena ritrovati, mentre proprio in quel momento muore un ferito in ospedale). Uno per uno, i nomi risuonano nel silenzio: Andrea, Camilla, Carlos. E allora li vedi – i padri, le madri – come colpiti da una frustata. Sì, è proprio mio figlio, è tutto vero. C’è anche la madre di Marius, quella donna che pochi minuti dopo la tragedia il cronista aveva incontrato sotto il ponte mentre implorava notizie: “Avete trovato il Fiorino di mio figlio? Gli ho parlato pochi minuti fa”. Poi si attaccava al telefono e sperava ancora in una risposta. È finita così, il corpo di Marius dentro una cassa avvolta dalla bandiera albanese. L’imam Salah Hussein prega per lui, ma non solo. Prima in arabo, poi in italiano: “Preghiamo che il Signore protegga l’Italia e gli italiani”. E scoppia un applauso perfino più lungo di quelli per Bagnasco.

È finita. Ora i parenti si allontanano con il loro dolore. I genovesi si ritrovano fuori dalla fiera in una giornata di sole abbacinante. Che opprime e confonde.

I politici escono alla spicciolata. Rapido Antonio Tajani; con il viso basso Sergio Chiamparino. La scena è di nuovo per loro: per Di Maio che stringe mani e trova il tempo per dire che “noi gliele toglieremo le autostrade a quelli là!”. Ma soprattutto per Salvini che stringe centinaia di mani, si lascia scappare un sorriso sotto gli scatti dei cellulari. Le bare stanno uscendo sul molo pieno di yacht.

Il silenzio? Perché erano sotto choc

La prima reazionedella stampa nella confusione dopo il crollo, è stata non citare i Benetton, azionisti di maggioranza di Autostrade . Poi si è passati alla difesa, con improbabili appelli allo “stato di diritto”. Ieri, al terzo giorno, la strategia dei principali giornali italiani ha cambiato ancora atteggiamento. Ora il metodo è descriverli come una famiglia colpita, devastata dalla strage, pronta a mostrare tutta la sua immensa generosità verso la comunità genovese ma vittima dell’onda forcaiola del governo. A buttarla più di tutti sull’emotività è il Corriere della Sera, che ha parlato dello “choc dei Benetton”, una famiglia nella quale “misurare le parole è consuetudine, quasi legge”. Ma, aggiunge la cronista, “dopo una tragedia come questa non è più tempo di aspettare”. La Stampa è più arida, ma finalmente vince la timidezza e pronuncia la parola magica anche nel titolo di prima pagina: “I Benetton escono dal bunker, un piano di aiuti per case e vittime”. Il Messaggero è un po’ più prudente e continua a proteggere il nome della casata. Ora il titolo è “Ricostruzione e aiuti: il piano di Autostrade”; Benetton appare solo nel sommario in basso. Nel frattempo, dopo l’avvio delle formalità per la revoca delle concessioni da parte del governo – una procedura nei diritti dello Stato concedente verso il concessionario ritenuto inadempiente – c’è chi nei commenti ha scomodato la giustizia sommaria. Per la sociologa Chiara Saraceno, intervenuta su Repubblica, “la condanna dei supposti colpevoli prima che gli accertamenti siano stati eseguiti avallano il sospetto che questa tragedia sia diventata per i due partner di governo una grottesca occasione di propaganda” e non c’è da stupirsi se i famigliari delle vittime “non si fidino e non vogliano che i loro morti e il loro dolore rischino di fare da palcoscenico”. Sempre sul quotidiano di Mario Calabresi, Stefano Cappellini se la prende con “la politica dell’immediato” e delle “reazioni d’istinto”, segno di “anti-elitismo e giustizialismo”. Quanto verseranno i Benetton per “risarcire” i danni del crollo ancora non possiamo saperlo. Intanto continuano a versare tanti quattrini per le pubblicità sui giornali, come le due pagine United Colors apparse ieri a pagina 2 e 3 del settimanale D di Repubblica.

I primi soldi per Genova, poi il commissario

Nel giorno del lutto nazionale arrivano le prime cifre, quelle dei fondi stanziati per iniziare a ricostruire dopo il disastro di Genova. Autostrade ci metterà 500 milioni di euro, come annunciato in conferenza stampa dall’amministratore delegato Giovanni Castellucci: “Se dobbiamo parlare di importi – ha detto riferendosi al fondo per l’emergenza stanziato dalla società responsabile del viadotto – possiamo parlare di mezzo miliardo, anche se questo non è il momento per i numeri”. Servirà “per le famiglie delle vittime”, per indennizzare “tutti coloro che saranno costretti a lasciare le loro case” e per “ripristinare il prima possibile la viabilità e ricostruire il ponte sul Polcevera: abbiamo un progetto che ci permette in otto mesi, tra demolizione e ricostruzione, di avere un nuovo ponte in acciaio”.

La cifra corrisponde a circa metà dell’utile netto conseguito da Autostrade nel 2007, il 5% dei profitti degli ultimi 10 anni. Per Luigi Di Maio è “un’elemosina”. Per Matteo Salvini è “il minimo sindacale”. Il leader dei Cinque Stelle inoltre conferma la strategia del governo: “L’unica strada che seguiremo è quella di andare avanti con la procedura di revoca”. E insiste: “Lo Stato non accetta elemosine. Pretendiamo risarcimenti credibili e non vi sarà alcun baratto”. Altri fondi per l’emergenza arrivano proprio dal governo, dopo la riunione del Consiglio dei ministri di ieri pomeriggio, in prefettura a Genova. Ai 5 milioni stanziati a Ferragosto se ne aggiungono altri 28 e mezzo. Una cifra molto vicina a quella richiesta – 30 milioni – dal governatore della Liguria Giovanni Toti e dalla Protezione Civile per realizzare i primi interventi per la viabilità alternativa, potenziare il sistema dei trasporti e trovare una sistemazione per le famiglie che hanno dovuto lasciare la propria casa.

Prima ancora del comunicato di Palazzo Chigi era stato lo stesso Toti a dare la notizia: “Questi fondi ci consentiranno di coprire l’intera fase dell’emergenza vera e propria. Verranno ristrutturate in parte le case che da lunedì mattina, come promesso, verranno date in un primo lotto di 15 alle famiglie più bisognose, quelle con bambini, anziani e disabili”.

Dal cdm di ieri invece non è uscita la nomina del commissario straordinario per la ricostruzione. Che in teoria dovrebbe essere lo stesso Toti: uomo di Forza Italia ma in eccellenti rapporti con Salvini e la Lega. Il presidente della Liguria, in quanto tale, ricopre già la carica di commissario all’emergenza, ma ieri forse si aspettava che arrivasse una nomina del governo a rendere stabile il suo ruolo nel processo di ricostruzione. Non è successo. La carica è delicata e ambita: il commissario, tra le altre cose, decide sull’affidamento dei lavori, firma ordinanze per sgomberi ed espropri. E sul governatore di Forza Italia i Cinque Stelle non sono ancora convinti.

Il Benetton-party a Ferragosto “La festa non è stata rovinata”

Il disastro di Genova non ha fermato le feste in casa Benetton. Tutt’altro: a 24 ore di tempo dal crollo del Ponte Morandi – gestito tramite Autostrade da Atlantia, di cui gli industriali veneti sono i principali azionisti – la famiglia al completo si è ritrovata con amici e parenti nella villa di Cortina d’Ampezzo di proprietà di Giuliana per un pranzo di Ferragosto e, assicura un testimone, “la tragedia non ha rovinato la festa”.

L’evento, come anticipato ieri da La Verità, è ormai una tradizione di famiglia, perché da più di vent’anni ogni 15 agosto gli imprenditori dei maglioni colorati riuniscono nel parco della villa decine di persone. E anche quest’anno, nonostante si stesse ancora scavando tra le macerie del ponte e il conto dei morti saliva di ora in ora, i Benetton hanno ospitato una novantina di invitati, quasi tutte persone di famiglia o colleghi imprenditori soprattutto dell’area di Treviso: “I politici non li vogliono mai là”, spiegano ancora da Cortina. Tutti in piedi per un aperitivo, poi seduti (e serviti) a godersi il menù di pesce – un risotto e il branzino in forno – e un dolce, senza rinunciare al vino e ai brindisi.

Il catering è firmato dal ristorante “Da Celeste” di Venegazzù, in provincia di Treviso, locale storico della zona ed esperto in servizi di gala, con clienti prestigiosi quali la Mostra del Cinema di Venezia, il Premio Campiello, Dolce e Gabbana e George Clooney. Il costo totale del pranzo in villa Benetton è stato di circa 8.000 euro, cifra più che contenuta per questo tipo di ricevimenti se si considera che per ciascun commensale il costo è stato inferiore a 90 euro.

Per quanto dalla festa assicurino che sia stato “un pranzo normale”, in cui gli ospiti “sono andati tutti via presto”, è difficile associare l’immagine dell’evento di ferragosto con il “fortissimo choc”, “il silenzio” e “la ritrosia” della famiglia raccontati ieri dal Corriere della Sera.

Sempre ieri, nel giorno del lutto nazionale, i Benetton hanno poi espresso il loro “profondo dolore” per la tragedia di Genova, manifestando “concreta vicinanza” alle vittime e limitandosi a confermare l’evento di Ferragosto (presentato ora come una “riunione commemorativa” per Carlo Benetton, morto il 10 luglio scorso) tramite una velina anonima all’agenzia di stampa Ansa.

Da Cortina garantiscono che il pranzo era stato organizzato da tempo. Pare che la conferma ufficiale sia arrivata proprio dopo la scomparsa di Carlo, un lutto – che si unisce a quello per la morte di Fioravante Bertagnin, marito di Giuliana, l’8 febbraio – per cui quest’anno la famiglia ha scelto di ridurre gli inviti, escludendo anche qualche amico abituale.

Le circostanze private non hanno comunque indotto la famiglia a rinunciare alla tradizione, né tantomeno la disdetta è arrivata dopo i fatti di Genova, argomento di discussione tra una portata e l’altra. Tutto liscio, come da volontà di Rosa Carniato in Benetton, che voleva sempre vedere riuniti a tavola i figli – Giuliana, Luciano, Gilberto e un tempo anche Carlo – per il pranzo di Ferragosto.

Cornice del raffinato ricevimento è stata una delle ville più eleganti di Cortina, a due passi dalla zona chic della Spiga e dal Golf Club della Perla delle Dolomiti. L’appuntamento era fissato per mezzogiorno e gli ospiti sono arrivati in perfetto orario. La tragedia di Genova, invece, sembrava lontana anni luce. Altro che 24 ore.

Ecco la linea di difesa: fulmini, errori altrui e spiccioli alle vittime

L’amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Gianni Castellucci, parla per la prima volta dopo il crollo del ponte Morandi di Genova della cui gestione era responsabile e offre un numero: 500 milioni di euro. Soldi che Autostrade promette di attingere dal proprio bilancio senza farseli rimborsare in nuovi pedaggi (chissà se il 2018 si chiuderà davvero senza chiedere l’abituale rincaro di Natale al ministero dei Trasporti) e che serviranno per varie cose: sgomberare l’area, abbattere il troncone rimasto del Morandi, ricostruire in otto mesi un nuovo ponte in acciaio, risarcire le famiglie delle vittime, trovare una nuova casa agli sfollati, fare sconti già da lunedì sui tratti autostradali intorno a Genova ancora aperti, costruire una serie di opere accessorie per facilitare l’accesso al porto. “Soffriamo insieme alle vittime, possiamo e dobbiamo dare di più alla città di Genova”, dice Castellucci ai giornalisti convocati all’Nh Hotel.

I RISARCIMENTI. Sono tanti o pochi 500 milioni? È la metà dell’utile da un miliardo che Autostrade ha realizzato nel solo 2017. Ma è un terzo di quel miliardo e mezzo di investimenti che, come ha rivelato Fabio Pavesi sul Fatto, Autostrade si è fatta rimborsare con i pedaggi ma non ha fatto negli ultimi otto anni. E le vittime fanno bene a non aspettarsi grandi cifre: Castellucci e altri dirigenti di Autostrade sono sotto processo ad Avellino per omicidio colposo nel più grave incidente della storia d’Italia (40 persone nel 2013), un bus è uscito di strada e il guard rail di Autostrade non ha tenuto come avrebbe dovuto. Giuseppe Bruno, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, ha raccontato al Mattino che “gli avvocati di Autostrade mi proposero un risarcimento da 30mila euro” perché non si costituisse parte civile. Lui ha rifiutato. Il vicepremier Luigi Di Maio (M5S) risponde subito a Castellucci: “Lo Stato non accetta elemosine da Autostrade. Pretendiamo risarcimenti credibili e non vi sarà alcun baratto”.

LE CAUSE. “I ponti della nostra rete sono sicuri, ciò premesso ho chiesto a tutti i nostri tecnici di fare una analisi critica di tutto quello che abbiamo, è il momento di spendere un eccesso di cautela”. Il messaggio di Castellucci vorrebbe essere rassicurante, ma l’effetto viene neutralizzato dalla diagnosi ancora aperta su quanto accaduto a Genova. Perché il ponte è crollato? “Non ho molto a aggiungere a quello che è stato detto, tutte le relazioni di cui sono a conoscenza davano uno stato di salute buono del ponte, sapere cos’è successo è la nostra priorità”. E ancora: “La responsabilità del crollo deve essere accertata”. Autostrade si impegna a ricostruire il ponte e ad aiutare Genova come se il crollo fosse sua responsabilità, ma poi deve negare ogni responsabilità per opporsi al governo Conte che vuole revocarle la concessione a gestire 3000 chilometri di corsie a pedaggio. Castellucci dice di voler collaborare con la magistratura, ma intanto ha assoldato la più autorevole penalista italiana, Paola Severino, ex ministro della Giustizia specializzata in grandi aziende (tipo Eni), per difendersi in ogni modo dall’inevitabile processo che prima o poi si aprirà. Per affrontare il governo Conte, invece, Castellucci ha coinvolto lo studio Orrigoni & Partners e dovrebbe affidarsi anche a Luisa Torchia, giurista amministrativa di peso, a lungo collaboratrice dei governi Prodi.

LA LORO VERSIONE. Castellucci è molto misurato, ma si capisce che Austostrade sta inziando a costruire una versione della tragedia che la esenti da ogni responsabilità: 1) Il ponte non l’hanno costruito loro, se lo sono trovati, e “c’è molta letteratura sugli effetti delle vibrazioni”. Tradotto: c’erano difetti di progettazione che sono emersi nel tempo, la struttura non ha retto all’aumento del traffico. Si può obiettare che in realtà il ponte fu costruito proprio da quelle Autostrade che Castellucci oggi dirige, solo che negli anni Sessanta erano pubbliche e non dei Benetton 2) C’era il temporale, “l’eccezionalità della pioggia” ha messo fuori uso la telecamera che riprendeva il ponte, poi c’è il fulmine che ha colpito il pilone 9 che già aveva segni di usura. Una disgrazia, insomma 3) Autostrade stava facendo manutenzione non perché temesse il crollo, ma perché era previdente, come dimostra il fatto che ad aprile aveva fatto un bando per una manutenzione da 20 milioni di euro (bando, ma non appalto, perché grazie a una delle tante leggi su misura le Autostrade possono affidare ad aziende da loro controllate fino al40 per cento degli investimenti).

La comunicazione. Dopo giorni di silenzi imbarazzati, la strategia di comunicazione di Autostrade e della controllante Atlantia cambia. Forse anche perché hanno arruolato le grandi società su piazza: Luca Barabino, storico pr della finanza, si occuperà dei rapporti con Genova, in quanto genovese, tra stampa e istituzioni. Gianluca Comin con la sua società seguirà il livello nazionale. A coordinare il tutto Francesco Delzio, direttore della comunicazione di Autostrade e uomo dalle mille relazioni, soprattutto nel centrosinistra (ma è anche editorialista di Avvenire).

La nuova linea prevede di esternare dolore e negare ogni responsabilità. Ci prova Castellucci, che però sembra più interessato a dimostrarsi saldamente al comando, con il presidente di Atlantia, Fabio Cerchiai, che a nome dei Benetton deve ribadire che non c’è alcuna intenzione di cacciare il top manager. Anche perché ormai, dopo dodici anni al vertice, le Autostrade sono più di Castellucci che dei Benetton. Anche la famiglia di Ponzano Veneto, che pure si è concessa l’abituale pranzo di Ferragosto a Cortina mentre a Genova si scavavano i morti tra le macerie (vedi articolo qui a fianco), ora divulga una nota per esprimere “il nostro profondo dolore e manifestare la nostra concreta vicinanza a chiunque sia stato colpito dai terribili eventi del 14 agosto”. Non ci sono nomi, la famiglia Benetton resta un monolite, non si registrano dichiarazioni individuali di Gilberto, il fratello che più si è dedicato alle autostrade, o di Luciano, noto per il ramo abbigliamento dell’impero famigliare. Il messaggio era già stato anticipato da un apposito articolo del Corriere della Sera. Chissà se questo fa stare meglio i famigliari delle vittime del ponte Morandi.

Il peso degli applausi

Di solito gli applausi ai funerali suonano sguaiati e stonati, rispetto ai doveri del silenzio e del raccoglimento. Ogni tanto però, specialmente nei funerali di Stato dopo le grandi tragedie nazionali, seguiti dalle tv e dalla stampa, chi batte le mani ai morti e anche a qualche vivo lo fa per dire qualcosa che mai più avrà occasione di dire o, se l’avrà, non troverà nessuno ad ascoltarlo. Accadde ai funerali per le migliaia di vittime del terrorismo nero e rosso, ma anche delle incapacità e/o complicità istituzionali. Accadde nel 1992-‘93 alle esequie di Falcone, di Borsellino, degli uomini delle scorte e delle altre vittime delle stragi politico-mafiose (ci andò di mezzo il presidente Scalfaro, sottratto al linciaggio dal pm Ayala, applauditissimo come i magistrati superstiti raccolti attorno al vecchio Caponnetto). Accadde alle messe di suffragio dopo i tanti terremoti e alluvioni aggravati dalle colpe dello Stato: applausi alle bare, alla protezione civile, ai vigili del fuoco, ai volontari, fischi e improperi ai rappresentanti delle istituzioni. É accaduto ieri a Genova, ma con un fatto senza precedenti da tanti anni: la gente ha accolto con un boato di applausi il presidente Mattarella, il premier Conte e i suoi vice Di Maio e Salvini, fischiando invece i pd Martina e Pinotti (visti, a torto o a ragione, come simboli di una stagione da archiviare e di un partito incredibilmente più angosciato dal crollo del titolo Atlantia che da quello del ponte).

Certamente è una buona notizia che una volta tanto, e in un momento di così forte smarrimento, gli italiani si stringano attorno alle proprie istituzioni e se ne sentano rappresentati senza vergognarsene. Per rimarginare lo “squarcio” di cui ha parlato il cardinal Bagnasco, i punti di riferimento istituzionali e il rapporto fiduciario fra governanti e governati sono decisivi, soprattutto se i governanti si stanno meritando quel consenso con una reazione pronta e seria alla catastrofe del ponte Morandi: l’avvio della revoca della concessione ai prenditori di Autostrade-Atlantia-Benetton (gli imprenditori sono un’altra cosa) per le loro gravi inadempienze e le loro criminali omissioni (tacendo, per carità di patria, le macabre grigliate di ferragosto). Fossimo in Conte, in Di Maio e in Salvini, però, eviteremmo di dormire sugli allori e sugli applausi come se fossero dovuti ed eterni. Anzi, ne saremmo sinceramente sgomenti per il carico di responsabilità che comportano. Se la sciagura del ponte fosse accaduta non 70 giorni, ma sette mesi dopo la nascita del governo giallo-verde, molti applausi si sarebbero trasformati in fischi e insulti.

E qualcuno magari avrebbe gridato “ridateci il puzzone”, lo slogan qualunquista dei primi anni 50, quando il truce ricordo del fascismo era già stato cancellato dalle prime vergogne della partitocrazia antifascista. La standing ovation al premier e ai suoi vice dipende certamente dalla loro gestione risoluta e intransigente della tragedia. Ma ancor più dalla loro estraneità – almeno percepita – all’Ancien Régime. Ora, col passare dei mesi e delle prime scelte inevitabilmente divisive, quell’alone di estraneità evaporerà. E con esso una parte del consenso plebiscitario che oggi li accompagna fra due ali di folla plaudente. Il che non esclude affatto che il presunto “primo governo populista d’Italia” resti molto popolare. Ma è improbabile che continui a piacere a così tanti italiani. Il consenso di chi piace perché “prima non c’era” è effimero e passeggero. E nessuno lo sa meglio di Matteo Renzi: il suo bagno di folla lo ebbe nel maggio 2014, meno di tre mesi dopo la sua salita a Palazzo Chigi, quando sulle ali della rottamazione e degli 80 euro stravinse le elezioni europee col 40,8% dei voti. Dopodiché divenne rapidamente lui stesso establishment, e in forme e modi talmente simili a quelli dei predecessori che aveva giurato di rottamare, da esservi accomunato da tutti e poi travolto dall’ondata generale di discredito. Ma lo sanno benissimo anche i giallo-verdi, finora vissuti di rendita raccattando gli scontenti di una lunga stagione che ha visto “gli altri” al governo e 5Stelle&Lega solitari all’opposizione.

Ora, se non vogliono finire come Renzi, anziché bearsi della luna di miele, dovrebbero preoccuparsene seriamente. E poi evitare gli errori di chi li ha preceduti. Sentirsi addosso l’immane responsabilità di chi è visto come l’ultima spiaggia prima del naufragio. E puntare non sul consenso immediato degli annunci, della campagna elettorale permanente, degli attacchi a chi c’era prima, delle sparate demagogiche e xenofobe (alla Salvini) o facilone e pressapochiste (alla M5S). Ma su quello più solido e stabile dei fatti e degli atti concreti, anche quando sul breve termine portano impopolarità: limitando le esternazioni, dicendo la verità, evitando promesse irrealizzabili e cambiando anche stile comunicativo. Ieri, entrando nella sala del funerale, Di Maio ha smesso il consueto sorrisetto spavaldo e Salvini, compunto, lievemente curvo e financo silente, pareva quasi un ministro. Quello è il contegno istituzionale che si conviene agli uomini di governo: non solo ai funerali, ma sempre. Imparino da Mattarella, che lo indossa da sempre, e da Conte, che l’ha subito assorbito. Così come il presidente della Camera, Roberto Fico, che chiede “scusa a nome dello Stato” pur non avendo personalmente nulla da farsi perdonare. La stagione “anti-sistema” è finita, perché ora il “sistema” sono loro. E sta a loro dimostrare che è un sistema nuovo, diverso e migliore. Chi ieri li applaudiva si aggrappava disperatamente all’ultimo brandello di ponte, cioè di Stato, rimasto in piedi fra tante macerie e tanti morti. Ma la sua fiducia è tutt’altro che infinita. Come la sua pazienza.

“Sarà il torneo più interessante degli ultimi anni”

Ventisette anni (compiuti ieri l’altro). Per sei stagioni a Sky, prima come presentatrice del Meteo poi come conduttrice di Gol Deejay e della Serie B. Ora il passaggio a Dazn, la nuova piattaforma streaming dove sarà possibile seguire 114 gare di Serie A (e tutta la Serie B). Ma Dazn non è un canale televisivo tradizionale né una pay-tv, quindi gli eventi (sia in diretta che on demand) potranno essere visti solo su computer, smart tv, smartphone, tablet e console di gioco.

È la rivoluzione che uccide la tv?

No, non sarà così. Dazn vuole cambiare il modo con cui lo sport viene visto in Italia, ma il 60-70% degli abbonati lo vede attraverso la tv. Dazn permette agli appassionati di vedere ciò che vogliono, quando vogliono e dove vogliono.

Lei interagisce molto con i fan attraverso i social. Non rischia una sovraesposizione mediatica?

Assolutamente no, questo rapporto con il pubblico ho la fortuna di viverlo ogni ora, con estremo piacere e divertimento da parte mia (e spero anche da parte loro).

Quanto conta la capacità di saper utilizzare i canali della comunicazione tecnologica?

Tanto. I canali per raggiungere le persone sono fondamentali, ma poi ci vuole anche contenuto per comunicare efficacemente, contenuto che può essere di varia natura: condivisione di esperienze, fotografie, riflessioni, gioco, ironia, pensieri e riflessioni più o meno importanti. Tecnologia e contenuto è ormai un binomio inscindibile per il mio lavoro.

In questo momento è tra i personaggi più cliccati in Rete. Come sta vivendo questa fase di grande popolarità?

Felice e serena, entusiasta per questa nuova stagione che sta per iniziare e per questa bella e modernissima opportunità con Dazn. Ma anche molto concentrata: da qualche settimana sono “in ritiro” anche io per studiare e preparami al meglio, sarà un campionato come non se ne vedono da anni!

La sua è una fase naturale di passaggio nella vita di una professionista o è un momento epocale di svolta?

A Sky sono e sarò sempre molto legata, posso dire che sono cresciuta lì, sono arrivata a 19 anni e grazie a Sky ho fatto esperienze eccezionali insieme a grandi professionisti che mi hanno fatto crescere tanto. In questa stagione la serie A su Dazn, Miss Italia su una tv generalista e Il Contadino cerca moglie su Fox Life: trovo siano passaggi naturali del mio percorso che va proprio nelle direzione che avrei voluto. Poter sperimentare più generi e più linguaggi, per cercare sintesi tutte mie per uno stile che rispecchi la mia personalità, il mio modo di essere e di intendere la comunicazione. Voglio continuare a crescere nel racconto del calcio – e misurarmi con la conduzione della Serie A è una sfida entusiasmante – ma anche ampliare il mio perimetro e confrontarmi con programmi di intrattenimento che hanno modi, regole, ritmi diversi dal calcio e dai quali sono sicura imparerò molto.

Lei vive la bellezza come un aiuto o un ostacolo nel mondo dell’informazione sportiva?

Questo della bellezza contro il contenuto/informazione è un grande classico… Direi un po’ superata come contrapposizione.

Quanto la sta aiutando il percorso di studi che ha compiuto nella sua attività?

Tanto. Tra le cose più importanti che il percorso di studi universitario mi ha lasciato c’è il metodo e l’approccio allo studio e all’analisi dei problemi. Il mio lavoro – come tutti i lavori – è sempre fatto di studio e di analisi, sono contenta quindi che il metodo che ho imparato in Giurisprudenza sia di grande aiuto.

Provi ad associare i principali campionati di calcio europei agli esami più impegnativi di Giurisprudenza…

Bella domanda. Direi, molto impegnativa… La Serie A è come il diritto costituzionale, la base di tutto; la Liga assomiglia al diritto penale, affascinante, complesso ma a tratti come un romanzo; la Ligue 1 il diritto internazionale, interessante, cosmopolita, ma non esageratamente impegnativo; la Premier League è come la procedura civile, il più tosto e il più competitivo.

“Un campionato squilibrato: tanti match già scritti”

“C’è stata una campagna acquisti paradossale. Dopo l’arrivo di Cristiano Ronaldo alla Juventus, le rivali più accreditate si sono mosse spendendo cifre considerevoli in barba al fair play finanziario”.

Voce per eccellenza del telegiornalismo sportivo Rai (nonché calciatore di Serie A tra la fine degli Anni 50 e l’inizio degli Anni 60), Bruno Pizzul ha superato gli 80 anni mantenendo vivo l’interesse per il football. “Sì, ma da un po’ di anni seguo il calcio come appassionato e non come addetto ai lavori”.

Da osservatore distaccato come vede il campionato 2018-19?

Mi sembra che la campagna di rafforzamento di alcuni club abbia aumentato il divario tra le squadre di vertice e il grande gruppo di quelle che faticheranno per mantenere la categoria. Sarà un doppio campionato.

Un doppio campionato?

Le diverse disponibilità di carattere economico-finanziario hanno fatto sì che 5/6 squadre giocheranno un torneo ‘a parte’, alcune formazioni possono aspirare a un ruolo di rincalzo e poi il resto della Serie A dovrà lottare per non retrocedere. Già in Coppa Italia squadre della massima serie sono state superate da compagini di Serie B o Serie C.

Cosa comporta tale squilibrio?

Immagino che molte, troppe partite avranno un esito scontato.

Chi c’è nella fascia alta?

Juventus su tutte, poi – in ordine sparso – Milan, Inter, Roma, Napoli e Lazio.

Outsider per l’Europa?

Torino, Fiorentina, Sampdoria e la ‘miracolosa’ Atalanta possono inserirsi dopo le prime.

Analizziamo i valori della Juve. CR7 è stato un azzardo?

Va distinto l’aspetto di investimento finanziario dalle considerazioni tecniche. Come operazione commerciale è qualcosa che ha poco a che vedere con il calcio: soldi investiti che produrranno ricavi sulla base di incrementi (più biglietti, diritti tv venduti in più Paesi, più interesse dei media internazionali) e di un indotto destinato ad aumentare.

E da un punto di vista tecnico?

Il portoghese è un grande attaccante abituato a fare un po’ quello che vuole, sia per il posizionamento in campo sia perché i difensori delle squadre che giocano nella Liga spagnola lasciano solitamente più libertà di manovra. Da noi troverà sicuramente più difficoltà.

Quindi Juve favorita d’obbligo per lo scudetto…

Certamente. Lo vince da 7 stagioni e da quest’anno ha l’arma per raggiungere anche la Champions League. Un gradino sotto le altre. Il Napoli nello scorso campionato è arrivato secondo giocando – a detta di tutti – il miglior calcio eppure ha finito per rivoluzionare l’impianto di base. Ha pagato Sarri ed è arrivato Ancelotti che è un tecnico di altissimo livello, ma sono mancati quei 2/3 innesti che avrebbero permesso di consolidare alcuni reparti.

Parliamo delle milanesi…

Milan e Inter mi hanno sorpreso per un mercato che, nonostante i vincoli del fair play finanziario, è stato molto attivo. Evidentemente hanno trovato le formule giuste per rinforzarsi e accreditarsi come rivali attendibili.

La ‘miracolosa’ Atalanta ha da tempo iniziato la stagione con i preliminari di Europa League. Vantaggio o svantaggio?

La definisco ‘miracolosa’ perché riesce sempre a rimpiazzare i giovani talenti che vende e restare competitiva. A gioco lungo il fatto di aver iniziato la stagione a luglio può essere un peso però Gasperini è molto attento ed è bravo anche a distribuire il carico di lavoro tra tutti i suoi uomini: faticano tutti alla stessa maniera. In atri club questo non accade…

Che impressioni ha tratto dai Mondiali di Russia?

Prima di tutto è chiaro come a livello internazionale non esistano più delle gerarchie consolidate. Brasile, Spagna, Germania e Argentina, quattro delle favorite della vigilia, non sono giunte nemmeno in semifinale. I due talenti più attesi, Cristiano Ronaldo e Messi, non hanno brillato. La delusione più grande, però, per me è venuta dalle nazionali africane. Aspettiamo sempre che una rappresentante del calcio africano arrivi fino in fondo e, invece, questa volta nessuna ha superato il primo turno.

È finita la fiera: i sogni

“Alla fiera dell’Est, per due soldi, un topolino mio padre comprò”. Questo fino a ieri. Perché quest’anno (oltre un miliardo di acquisti), a sorpresa, alla fiera del mercato del pallone italico sono tornati a passare di mano pezzi pregiatissimi: addirittura il più pregiato al mondo, secondo alcuni. Vediamoli uno a uno.

 

CRISTIANO RONALDO. Nelle ultime cinque stagioni ha vinto 4 Champions e 4 Palloni d’Oro. Debutta oggi con la maglia della Juventus. CR7 da dieci anni è il n. 1 al mondo assieme a Messi. Preso per vincere la Champions, veste il bianconero a 33 anni e mezzo. Tanti per un comune mortale: ma lui è bionico. Monolite.

 

GONZALO HIGUAIN. Pesce grande mangia pesce piccolo, dice il proverbio. E a dispetto della sua taglia XXL, ecco il 30enne argentino che – come a Madrid nel 2013 – viene mangiato, o meglio scacciato, dal piranha CR7. Ripara nelle acque più tranquille dei Navigli, sponda rossonera, dove la concorrenza si chiama Cutrone. I tifosi sono impazziti e c’è da capirli. Cicciobomber.

 

LAUTARO MARTINEZ. A differenza di CR7 e del Pipita, lui è giovanissimo (21 anni fra 5 giorni) e meno conosciuto. Sembra davvero fortissimo “El Toro” argentino, ex Racing, che a fianco di Icardi promette sfracelli. Lautaro sta a Gabigol come Beyoncé sta a Paola e Chiara. Guerriero.

 

RADJA NAINGGOLAN. Se è un guerriero Lautaro, figuriamoci il Ninja del pallone che a 30 anni suonati, dopo quattro fiammeggianti stagioni, saluta Roma per riabbracciare a Milano, sponda nerazzurra, il suo mentore Spalletti. Sarà un battaglione di marines la nuova Inter: e col Ninja col coltello tra i denti ne vedremo delle belle. Assaltatore.

 

LEONARDO BONUCCI. Nel primo mistero gaudioso (per chi tifa Milan) e doloroso (Juventus supporter) si è consumata a sorpresa la trattativa che ha riportato la seconda B della BBC juventina alla corte di Allegri, l’allenatore che Leo inseguì negli spogliatoi, un giorno, con l’intento di appenderlo al muro. I tifosi avrebbero preferito tenere Caldara, ma così parlò Marotta. Ribollita.

 

MATTIA CALDARA. In cambio di Bonucci giunge al Milan l’ex difensore atalantino di sette anni più giovane (24 vs 31), con gran disappunto del popolo Juve. E in effetti trovare in giro un centrale italiano giovane e forte come lui pare difficile: uno l’aveva il Milan (Romagnoli, 23 anni) che adesso per una vita là dietro può dormire sonni tranquilli. Colpaccio.

 

JAVIER PASTORE. Le 7 stagioni trascorse a Parigi dal giovane argentino rivelatosi nel Palermo, tutte in chiaroscuro, più in panchina che in campo, non sono una referenza entusiasmante per i tifosi della Roma che vedono arrivare un 29enne non al meglio della carburazione. Di classe però il pupillo di Zamparini ne ha sempre avuta: hai visto mai? A volte ritornano.

 

MATTIA PERIN. Ricordate i tempi degli inamovibili portieri-Juve che rispondevano ai nomi di Zoff, Tacconi e fino a ieri Buffon? Da Piloni ad Alessandrelli, da Bodini a Manninger i portieri di riserva alla Real Casa divennero leggendari, nel loro destino di subalternità. E però, da quest’anno si cambia. Perché al povero Szczesny, Marotta e Allegri han pensato bene di affiancare Perin. Scommettiamo che…? Purosangue.

 

JUSTIN KLUIVERT. Più dei 29enni Pastore e N’Zonzi (giunto dal Siviglia, va detto, dopo tre ottime stagioni), alla Roma la curiosità vera riguarda i baby rastrellati da Monchi: come Cristante e soprattutto lui, il figlio 19enne dell’ex bomber di Ajax, Milan e Barcellona, attaccante come papà, già 12 gol segnati nell’Ajax. Predestinato?

 

CARLO ANCELOTTI. Lo trattiamo alla stregua di un calciatore perché a Napoli il solo colpo di mercato è stato lui. Scommessa difficile, la sua: va dove Sarri ha fatto benissimo, perdendo lo scudetto solo perché Juve + Palazzo non li batte nessuno. Insomma, tutto da perdere e niente da guadagnare. Temerario.

 

ALTRI ED EVENTUALI. La Lazio sostituisce Stefan De Vrij (passato all’Inter) con Francesco Acerbi. L’Atalanta scommette su Duvàn Zapata (ex Samp) ed Emiliano Rigoni (dallo Zenit), la Fiorentina su Marko Pjaca (ex Juve), il Genoa su Krzysztof Piatek (ex Cracovia), che studia da Lewandowski. La Roma affida la porta a Robin Olsen (ex Copenaghen). Il Milan prova a rilanciare Tiemoué Bakayoko, la Juve Emre Can, il Torino Simone Zaza e Roberto Soriano, la Samp Gregoire Defrel e Riccardo Saponara. Tornano in Italia due ex romanisti: Gervinho al Parma, Salih Uçan all’Empoli. E intanto alla Juve dopo 25 anni saluta Claudio Marchisio, campione esemplare: chapeau!