Caro diario e caro Nanni, tanti auguri sulla Vespa

“Voi gridavate cose orrende e violentissime, e voi vi siete imbruttiti. Io gridavo cose giuste, e ora sono uno splendido quarantenne”. Quanta ragione e lungimiranza manifestava 25 anni fa il Nanni nazionale, con quel Caro diario amato all’unanimità. Ancorché (e indiscutibilmente) splendido, domani il cineasta romano compie 65 anni ed è bello festeggiarlo con una delle sue opere più celebrate ma soprattutto con la più “estiva”.

Indimenticabile è infatti la passeggiata dell’episodio In vespa per le strade della sua Roma, agostanamente deserta, climaticamente infuocata. Dei tre capitoli del film uscito nel 1993 questo è il maggiormente iconico, al punto da aver fornito il logo alla stessa Sacher Film: Nanni col suo caschetto bianco in sella alla vespa disegnati di spalle. Di In vespa si profondono frasi e suggestioni audio-visive di squisito “morettismo” che non solo hanno segnato l’immaginario collettivo degli italiani ma che sono successivamente diventate materia di rivisitazione pseudo-culturale, sorta di territorio principe del citazionismo post ideologico, alla perenne e disperata ricerca di una “sinistra perduta”. Dall’attacco a certa critica cinematografica lusinghiera verso opere “morettianamente deplorevoli” alle riflessioni socio-urbanistiche capitoline, fino al modo di “non guardare” e dunque alla perdita dei valori delle nuove generazioni. Per non parlare dei soliti tormentoni di Nanni, fatalmente attratto dalla danza e dai musical: per lui Jennifer Beals si prestò in un cameo divenuto cult-nel-cult.

Settimo tassello nella filmografia di Moretti e in un certo senso “spartiacque” fra l’età giovanile e la maturità, Caro diario trionfò a Cannes con il premio alla regia, nonché ai David di Donatello e Nastri d’argento.

Hai più di cento paia di scarpe? Per l’Oms soffri di “accaparramento compulsivo”

Si chiama “disturbo da accumulo, disposofobia, accumulo patologico seriale, accaparramento compulsivo, mentalità Messie o sillogomania”. È il bisogno ossessivo di acquisire una notevole quantità di beni, anche se gli elementi sono inutili, pericolosi o insalubri, e l’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità) lo ha classificato come un disturbo della psiche. Tale condizione provoca impedimenti e danni significativi ad attività essenziali della vita domestica: mobilità, alimentazione, pulizia e sonno.

L’Oms ha descritto la condizione come “accumulazione di beni a causa di un’acquisizione eccessiva o difficoltà a sbarazzarsene, indipendentemente dal loro valore reale”. E ha aggiunto che questa patologia ingombra le case a tal punto da “comprometterne la sicurezza”.

Il pensiero, in questo caso, non può che andare alle donne – tantissime – che hanno fatto dell’accumulo, per esempio di scarpe e borse, il loro credo, e che ora penseranno di dover fare un salto dallo psicanalista perché forse qualcosa nella loro testa non funziona.

E come non fare riferimento al cinema, alla modaiola e disinibita Carrie Bradshaw, ad esempio, che nel suo Sex &The City possiede una cabina armadio con l’ingombrantissimo guardaroba accumulato durante tutta una vita. O, ancora, pensiamo alla giornalista Rebecca Bloomwood, protagonista del film I love shopping, in cui arriva ad accumulare 17 mila dollari di debiti per la sua indole da accaparratrice seriale, collezionando capi di moda che neanche può permettersi. Tutto perché ossessionata dagli acquisti compulsivi.

Sotto l’ombrellone della censura con Bo, Banksy, Marina e C.

Estate, tempo da ombrelloni: quello della censura, purtroppo, è aperto più che mai.

Lo sa bene l’artistar Marina Abramovic che si è vista censurare l’opera-manifesto della Barcolana, la storica regata che si svolge dal 1969 a Trieste. L’artista, vincitrice fra l’altro di un Leone D’oro alla Biennale di Venezia nel 1997, si autorappresenta nel poster con in mano una bandiera e la scritta “Siamo tutti sulla stessa barca”. Tali parole sono sembrate a molti un chiaro messaggio pro-accoglienza, facendo infuriare – tra l’altro – l’amministrazione leghista del capoluogo friulano: su Facebook, ad esempio, il vicesindaco Paolo Polidori ha definito l’opera “orribile” e ha intimato con toni minacciosi agli organizzatori della kermesse di “far sparire” il manifesto o di prepararsi a perdere la convenzione col Comune, compresi i 300 mila euro di finanziamento.

Non è un’estate fortunata neanche per Banksy: il writer è da giorni nel mirino dei palestinesi, che protestano contro il suo “Walled Off Hotel” a Betlemme (aperto nel 2017), “con vista” sulla barriera eretta da Israele e ribattezzata “muro della vergogna”. L’accusa all’artista è di aver commercializzato un luogo del dolore, dando vita a un vero e proprio “turismo dell’occupazione”. Dal sito dell’albergo fanno sapere che il writer non ci guadagna nulla, mentre altri suoi colleghi puntualizzano: “Nonostante le buone intenzioni, i turisti vengono qui per imitare Banksy”.

Sempre in Medio Oriente Avi Katz, vignettista del Jerusalem Post, ha fatto infuriare l’establishment israeliano disegnando il premier Benjamin Netanyahu con le sembianze del maiale della Fattoria degli animali di George Orwell, salvo poi finire licenziato dal suo stesso quotidiano.

In Cina non se la passa meglio Winnie The Pooh (o meglio, i suoi disegnatori), ricensurato dal regime il 5 agosto perché accusato di sbeffeggiare l’ex leader Xi Jinping: i maliziosi notano infatti una forte somiglianza fra l’orsetto e il politico. Le lunghe mani di Pechino sono arrivate anche a Hong Kong, dove, a fine luglio, è stato censurato l’ultimo romanzo di Haruki Murakami, giudicato “indecente” per i suoi contenuti “scabrosi”.

Anche nella democratica Spagna a febbraio, un po’ fuori stagione, l’ombrellone censorio ha mietuto una vittima. Si tratta dell’artista Santiago Sierra , le cui opere fotografiche, che immortalavano i politici catalani imprigionati, sono state rimosse dell’esposizione d’arte contemporanea “ArcoMadrid”.

L’arte agita anche Facebook: il social network ha recentemente censurato i nudi del pittore fiammingo Peter Paul Rubens scatenando la rivolta degli utenti belgi. E, ovviamente, anche nel nostro Paese molti artisti sono stati messi all’Indice: a Siena il vescovo si è rifiutato, pochi giorni fa, di benedire il drappello del Palio realizzato dall’artista belga Charles Szymkowicz poiché “non rispetta i caratteri della cultura mariana”, mentre il Flauto Magico – opera di Wolfgang Amadeus Mozart, appena messa in scena da Graham Vick allo Sferisterio di Macerata – ha scatenato le proteste dei leghisti, che vi hanno visto “assurdi riferimenti radical chic a Salvini”. Effettivamente Mozart era noto per le sue posizioni buoniste.

A Palermo, invece, alcuni visitatori hanno criticato l’installazione di Zheng Bo , tra gli ospiti della mostra d’arte internazionale “Manifesta”: al cinese è stata contestata la lunga scena video di amplessi tra piante ed esseri umani. Per una volta, la politica si è schierata al fianco dell’artista, con l’assessore alla Cultura del Comune, Andrea Cusumano, che ha definito “anomalo” censurare un cinese in Italia. Fra i tanti ombrelloni, almeno uno si apre a difendere l’arte.

Per colpa dei pomodori fallì la nostra rivoluzione

L’appartamento era al primo piano e la cucina aveva un grande balcone occupato quasi interamente da bottiglie di Peroni vuote. Nel corso dei mesi le avevano bevute i padroni di casa che non erano affatto degli alcolizzati, piuttosto lasciavano che tutto si accumulasse vivendo con sofferenza ogni forma di distacco. Accumulare aveva un effetto rassicurante sui due coinquilini che erano soprannominati rispettivamente Eluano e l’Iperdenso.

La sera del 16 agosto 1999 avevano quattro ospiti e attorno al tavolo discutevano di come avrebbero preso possesso dell’ex istituto tecnico, una scuola chiusa da anni con tanto di lucchettoni agli ingressi. L’Iperdenso si era procurato un tronchese di un metro e venti da un ferramenta bolscevico e ora si proponeva di provarlo su un anello della catena della bici di Eluano, d’accordo con gli altri che si chiamavano Masello, Pelomen, Ferrandagio e Palminogeno. La passione per i soprannomi coinvolgeva tutti, e i 35 gradi medi di quell’estate pugliese glieli appiccicava addosso ancora di più. L’anello della catena saltò via: il tronchese si dimostrò della dimensione adatta. – In città non c’è un cane morto. Aspettiamo le due e andiamo. Disse Eluano agli altri.

L’ex istituto tecnico era un palazzone dei primi del 900 e la reale intenzione dell’allegra brigata di amici quella di violarlo e basta: truccavano una noia clamorosa col fondotinta delle intenzioni politiche, e poi avevano le magliette di Che Guevara a convincerli di essere rivoluzionari e non scassinatori. Il piano si articolava in due fasi. Nella prima si sarebbero recati davanti a una delle uscite laterali della scuola, l’Iperdenso e Ferrandagio avrebbero tenuto in posizione la morsa del tronchese, a Pelomen spettava stabilizzarlo, mentre Masello e Palminogeno ne avrebbero azionato i due bracci.

– E io che devo fare? – chiese Eluano deluso.

– Il palo – tagliò corto l’Iperdenso.

– Voi dovete fare i navy seals e io la piccola vedetta lombarda? – protestò Eluano.

– Ci vuole un minimo di forza. Tu sei la scorciatoia tra la ricotta e il crempurè.

– Vuoi vedere che non vengo?… Vengo – si arrese subito lui.

La brigata stabilì che il taglio del lucchetto avrebbe sancito l’inizio della fase due: spalancare il portone di metallo che dava su un cortiletto, controllare se l’unica finestra fosse aperta e introdursi nella scuola scavalcando il davanzale.

– E se la finestra è chiusa? – chiese Masello.

– La chiave ce l’ho io – ghignò Palminogeno mostrando una barattolo di pelati da un chilo.

– Se sfondiamo il vetro farà un casino terribile – aggiunse Eluano.

– Infatti. Controlliamo BENE che l’infisso sia chiuso o aperto. Se dovesse essere chiuso nessuno lanci nulla! – fece eco l’Iperdenso.

Tutti concordarono, poi scesero per strada. L’orologio segnava l’una e quaranta e la città in effetti era deserta. Eluano si era attardato per cambiarsi, lasciandoli in cinque ad attenderlo sul marciapiede. Si presentò qualche minuto dopo con un paio di zoccoli olandesi muccati comprati in un autogrill mesi prima, che producevano un trattattattà assordante.

– Sei cretino – disse Pelomen.

– Perché?

– Non è una domanda. Vatti a cambiare le scarpe – ordinò.

Eluano risalì in casa accompagnato dal trattattattà e quando ridiscese aveva ai piedi le sue scarpe da calcetto.

– Dobbiamo andare giocare a pallone? – scoppiò a ridere Ferrandagio nel vederlo.

– Dovete andare a fare in c… – ma non poté concludere la frase perché Masello lo bruciò sul tempo.

– Vanno benissimo. Andiamo, dai.

Si incamminarono tutti e sei vogliosi di riempire l’horror vacui di cui erano vittime, armati del tronchese, di un barattolo di pelati da un chilo e un lucchetto nuovo che avrebbero sostituito al vecchio. Lo avevano previsto, procurandosene uno identico. Percorso qualche isolato, all’angolo di via della pace, comparve la scuola e gli amici poterono innescare la fase uno. Il lucchetto venne via con facilità, il portone di metallo si aprì e il cortiletto con la finestra apparve nella sua interezza. Subito dopo… ci fu un boato e una cascata di vetri rotti. Poi il barattolo di pelati esplose toccando il pavimento e nel giro di otto secondi i facinorosi si dileguarono lasciandosi alle spalle il portone di metallo spalancato. Si ritrovarono sotto casa, con il fiatone e una gran voglia di lapidare Palminogeno.

– Caro, cosa non ti è risultato chiaro in “Nessuno prenda iniziative fino a che non constatiamo se la finestra è aperta o chiusa”??? – furoreggiò l’Iperdenso.

– Scusa – fece spallucce Palminogeno che in realtà aveva sempre sognato di sfondare le finestre con i barattoli di pelati.

– Abbiamo lasciato il portone aperto! – si mise le mani in faccia Ferrandagio.

– Dobbiamo tornare per mettere il lucchetto nuovo – aggiunse Masello che ce l’aveva in tasca, contro il parere di Pelomen che paventava già l’ergastolo per tutti e sei.

Ritornarono sul luogo del delitto. Nessuno si era accorto di nulla e la città era ancora più muta di quanto non lo fosse un’ora prima. Masello prese l’iniziativa, varcò la soglia e si diresse alla finestra semi distrutta constatando che era aperta.

– Era aperta, trimone – disse a Palminogeno.

Entrarono tutti tranne Pelomen che rimase fuori a profetizzare arresti imminenti, e la loro eccitazione scomparve quasi istantaneamente. Fecero il giro della scuola dove centinaia di banchi e sedie erano sparsi in un disordine polveroso, mentre le loro torce elettriche illuminavano l’ambiente quasi fossero immagini subacquee di un relitto, cento metri sotto il mare con alghe danzanti di ragnatele. Il rumore di qualcuno che correva per le scale li distolse dall’immersione e vennero raggiunti dalla voce affannata di Pelomen, che apparve subito dopo.

– Nel palazzo di fronte c’è un tale dietro una persiana che ha chiamato i carabinieri.

Alla parola “carabinieri” la brigata non fece domande, ma stavolta Masello non scordò di chiudere il portone di metallo, né di sostituire il lucchetto. Ritornati a casa la cucina era inondata da un’alba cremosa ed Eluano chiese a Pelomen se era certo di quanto avesse affermato. Lui rispose solo: “Forse ha chiamato la Polizia, o la finanza”.

– Sì, vabbè, direttamente l’uomo ragno Pelomen! – lo mandò a quel paese lui, rivolgendosi poi agli altri.

– L’abbiamo vista la scuola, e mo’?

– Lo dobbiamo decidere adesso? – sbadigliò Palminogeno.

– No… stasera – aggiunse Masello.

– Oggi è giovedì – ricordò a tutti l’Iperdenso.

– Quindi? – si stranì Ferrandagio.

– Il giovedì si gioca a pallone – sentenziò Pelomen.

Dragonfly, internet in salsa pechinese che non piace ai creativi di Mountain View

Sono 1400 i dipendenti di Google che hanno scritto una lettera ai vertici della propria azienda per chiedere chiarimenti sul progetto Dragonfly, il motore di ricerca – censurato in partenza – che sta progettando di lanciare sul mercato cinese.

Nella missiva, resa nota dal New York Times, gli impiegati hanno fatto notare come il progetto di censurare Dragonfly sollevi “urgenti questioni etiche e morali” e di avere “urgentemente bisogno di più trasparenza, e di un impegno a un processo chiaro ed aperto”.

“Gli impiegati di Google devono sapere cosa stanno creando” ha aggiunto lo staff del primo motore di ricerca al mondo che ha inoltre denunciato di non avere a disposizione abbastanza informazioni per prendere decisioni “etiche sul proprio lavoro e i progetti”.

E se il l’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai, ha provato a gettare acqua sul fuoco dicendo di essere “ancora lontano” dal lanciare il motore di ricerca in Cina, il tema è preso molto seriamente negli Stati Uniti come dimostra la lettere inviata da sei senatori, fra cui Marco Rubio, a Google per avere delucidazioni sul progetto.

Sulla questione un segnale poco incoraggiante a Google è arrivato proprio dalle maglie della censura del governo di Pechino che, secondo il Columbia Journalism Review, ha eliminato l’articolo del People’s Daily, il quotidiano più letto del Paese, che parlava della volontà dell’azienda americana di entrare nel mercato orientale; un settore che fa gola se si considerano i 700 milioni di utenti Internet. A costo di sottostare a tutte le limitazioni decise dal governo, Google vuole scavalcare la Grande Muraglia..

La Cina è un Paese chiuso ermeticamente e i cinesi non usufruiscono dei social network e motori di ricerca usati dagli occidentali. A Pechino, come in altre città cinesi, chi cerca su internet utilizza Baidu, motore di ricerca obbediente ai dettami del regime, e chi vuole comunicare lo fa su WeChat senza aver mai sentito parlare né di Facebook, né di Twitter.

E che la censura a Pechino non badi tanto alle formalità lo dimostra la storia di Sun Wenguang, intellettuale, 84 anni, dissidente, arrestato nella sua abitazione a inizio agosto dalle forze dell’ordine in diretta web, durante un’intervista a Voice of America; di lui non si hanno più notizie.

Omarosa, Trump e la Casa Bianca come un reality

È possibile, anzi è probabile, che Omarosa Onee Manigault Newman, 44 anni, sia una persona che è meglio non avere come collega sul lavoro ed è rischioso avere come partner nella vita, a giudicare dalle pessime referenze che riceve – “la peggiore assunzione mai fatta”, disse di lei la responsabile del personale di Al Gore: lei era una giovincella e lui il vice-presidente degli Stati Uniti – e da tutte le sue turbinose vicende professionali e personali.

Ma, di certo, Donald Trump e la sua amministrazione fanno di tutto per farla apparire una vittima e rendere credibile quello che racconta nel suo libro appena uscito, Unhinged, squilibrato, o svitato, se preferite. Il magnate presidente pare avere un sesto senso per assumere le persone sbagliate, visto quante ne licenzia, e ha pure il ‘vizietto’ di cercare di comprare il silenzio di collaboratori potenzialmente vendicativi o di più o meno presunte ‘amichette’.

Ma sottovaluta l’altrui astio, salvo poi scoprire che Michael Cohen, l’avvocato paraninfo, registrava i suoi dialoghi con il cliente ‘futuro presidente’; e che Omarosa registrava tutte le conversazioni che poteva alla Casa Bianca: non per nulla, nel 2013, erano finita nella lista dei personaggi più cattivi della tv Usa.

La vicenda tiene banco a Washington, nell’attesa della sentenza nel processo, per frode bancaria (16 milioni di dollari guadagnati come lobbista per politici ucraini, mettendoli su conti offshore) a Paul Manafort, l’ex capo della campagna di Trump – può essere uno snodo del Russiagate – mentre figure rispettate dell’intelligence Usa uniscono le forze contro il presidente per solidarietà con John Brennan, ex capo della Cia. Di Manafort il presidente dice: “Paul ha lavorato per me per un periodo molto breve, si è dimostrato un’ottima persona; è molto triste quello che gli hanno fatto”.

Nell’ultima registrazione diffusa, di cui danno notizia Politico.com e tutti i maggiori media Usa, Lara Trump, la nuora del presidente, e sua consigliere per la campagna elettorale – è moglie di Eric, il terzo rampollo di casa Trump -, offre ad Omarosa, appena licenziata dalla Casa Bianca, un posto da 15 mila dollari al mese – sono tanti, pure negli Usa -: per la Manigault, che la rifiutò, l’offerta era un tentativo di comprare il suo silenzio.

La registrazione è una delle molte già uscite in settimana, la prima dopo che la campagna di Trump ha presentato un esposto contro Omarosa, accusandola di avere violato un accordo di riservatezza firmato nel 2016, quando lavorava per la campagna. Il documento avalla una delle affermazioni controverse contenute nel libro, cioè che, dopo essere stata licenziata dalla Casa Bianca, la donna ricevette un’offerta di lavoro da 15 mila dollari da barattare con il suo silenzio. Oltre ad avere lavorato per il vice-presidente Gore ed avere avuto diverse esperienze professionali – anche come pastore – e personali – pure tragiche: un fratello ucciso, un fidanzato morto improvvisamente -, Omarosa ha partecipato in più fasi al reality show The Apprentice condotto da Trump sulla Nbc, è stata una fervente sostenitrice del magnate candidato e ne divenne direttrice della Comunicazione dell’Ufficio per i contatti col pubblico della Casa Bianca.

Nel dicembre 2017, il capo dello staff John Kelly la licenziò: lui non la sopportava, gli altri la detestavano. La mossa fu avallata da Trump, che però temeva le risorse rivendicative della sua ex ‘apprendista’. Messa alla porta, Omarosa non rimase con le mani in mano: s’è messa a scrivere ed è tornata in tv, partecipando all’ennesimo reality, un Grande Fratello edizione Celebrità, dove se l’è cavata bene, arrivando a essere uno dei cinque finalisti.

L’uscita del libro, che rivela l’intreccio d’inganni e menzogne alla Casa Bianca, dove funziona solo l’ala gestita dalla first lady Melania, è stata ‘lanciata’ fornendo ai media le prime registrazioni.

Trump se l’è presa: in un tweet, ha definito Manigault “cane” e “feccia pazza e piagnucolosa”. Ma la storia non finisce qui: per il New York Times, Omarosa potrebbe avere segretamente registrato 200 audio, mentre era in servizio alla Casa Bianca. La donna sostiene pure che Trump avrebbe usato la parola ‘nigger’ (fortemente dispregiativa) durante le riprese di The Apprentice.

Benalla, da Manu alla star del Grande Fratello

Alexandre Benalla non ci ha messo molto a ritrovare un lavoro. L’ex monsieur sécurité di Emmanuel Macron sarebbe stato assunto come guardia del corpo di una ex star dei reality. Il nome di Ayem Nour dice poco agli italiani ma i francesi la conoscono bene come presentatrice tv e soprattutto come candidata di Secret Story, il “Grande Fratello” francese. È almeno quanto sostiene Closer, la stessa rivista di attualità e gossip che nel 2017 rivelò la storia d’amore clandestina tra l’ex presidente François Hollande e l’attrice Julie Gayet. Il Benallagate ha martellato l’estate dei francesi e non solo. L’ex uomo di fiducia del presidente Macron è stato licenziato dall’Eliseo a luglio dopo che Le Monde ha pubblicato un video che lo mostra mentre, con casco e fascia da poliziotto, picchia due giovani manifestanti durante il corteo del primo maggio a Parigi, in place de la Contrescarpe. In un primo tempo la vicenda era passata sotto silenzio e Benalla era stato simbolicamente sospeso per 15 giorni. Forse il caso non sarebbe mai venuta a galla se non fosse stato per i giornalisti di Le Monde. Nel frattempo, l’apertura di un’inchiesta e l’iscrizione di Benalla nel registro degli indagati per le violenze e usurpazione delle funzioni non ha impedito al bodyguard di ritrovare lavoro, anche se molto lontano dall’Eliseo. Lo scandalo ha invece pesato sulla popolarità del presidente. Diversi istituti di sondaggio, tra cui i famosi Sofres, Ifop e BVA, hanno rilevato nei loro ultimi studi un calo della fiducia dei francesi nell’operato di Macron. Nel luglio 2017, il 50% di loro credeva nel giovane presidente, ancora fresco d’elezione. Un anno dopo a crederci sono poco più del 36%. Dopo lo scandalo Benalla, Macron si è fatto discreto. Complice la pausa estiva e il forte di Bregançon, dove dal 3 agosto sta trascorrendo le vacanze. Sono lontani tempi i cui i paparazzi immortalavano Nicolas Sarkozy e Carla Bruni insieme in spiaggia. Macron si è barricato dentro con la moglie Brigitte, godendosi la piscina da 34 mila euro che si è fatto costruire apposta per evitare i fotografi.

Per ora solo Closer ha rubato una foto di lei in costume da bagno rosso a bordo di un acquascooter, ma di schiena e da lontano. La coppia si è vista solo un paio di volte in pubblico per dei brevi “bagni di folla”. L’ultima ieri, per i 74 anni dalla liberazione di Bormes-les-Mimosas. Silenzio assoluto da Bregançon sul Benallagate. Niente sugli ulteriori racconti di violenze emersi con la recente testimonianza, raccolta da Mediapart, di una vittima – l’uomo ha 36 anni – picchiata dall’ex guardia del corpo di Macron, sempre il primo maggio a Parigi, ma al Jardin des Plantes, prima dei fatti noti della Contrescarpe.

A luglio il presidente si era preso tutta la responsabilità del caso (“Il solo responsabile sono io”) e si era detto “deluso” dal comportamento del suo protetto.

“Mio marito lavora, si rilassa ed è in piena forma”, ha riferito Brigitte Macron ai giornalisti di BFMTv e LCI qualche giorno fa, rientrando al forte da una passeggiata in bici. Macron ha passato metà del suo tempo al telefono con i colleghi di mezzo mondo. Si è intrattenuto con Donald Trump e Vladimir Putin. Con Angela Merkel ha parlato di Siria e migranti. Con l’omologo egiziano al-Sisi di cooperazione economica e urgenza umanitaria a Gaza, con Recep Erdogan dell’altalena della lira turca.

Il solo strappo lo ha fatto a inizio ferie per parlare di Brexit con Theresa May, la premier britannica accolta all’ “Elysée d’été”. Ma le vacanze stanno per finire. Il 22 agosto Macron è atteso in Consiglio dei ministri.

Srebrenica non fu genocidio: alla faccia di 8.000 vittime

Quando lo scorso luglio è stato ricordato il 23° anniversario del massacro di Srebrenica, nella ex Jugoslavia, Federica Mogherini, Alto rappresentante Ue, e Johannes Hahn, commissario europeo all’allargamento, sottolinearono che “il genocidio di Srebrenica è una ferita aperta nel cuore dell’Europa”.

A poco più di un mese, il loro monito torna tristemente alla ribalta e alla loro preoccupazione si aggiunge quella delle Nazioni Unite. I vertici dell’Onu sono rimasti contrariati dalla decisione presa dall’Assemblea nazionale della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina, di annullare l’approvazione data, nel 2004, al rapporto della Commissione speciale sul massacro che ha stabilito si sia trattato di genocidio. Successivamente una sentenza del 2007 della Corte penale di Giustizia dell’Aja, seguite da altre spiccate dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (ICTY), stabilì che il massacro, essendo stato commesso con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosgnacchi, costituisce un “genocidio”.

I condannati principali sono in particolare Ratko Mladic e Radovan Karadžic (all’epoca presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina) giudicati in due momenti diversi dall’ICTY: al primo è stato comminato l’ergastolo e al secondo 40 anni di reclusione. “Rigettare le conclusioni della Commissione – ha affermato Adama Dieng, Consigliere speciale delle Nazioni Unite per la prevenzione del genocidio – è un grave passo indietro. Ciò mina lo stato di diritto e gli sforzi nazionali e internazionali volti a rendere giustizia alle vittime dei crimini commessi contro persone di tutte le etnie durante la guerra 1992-1995 in Bosnia”. La Commissione, voluta dal Governo della Repubblica Serba nel 2003, ha stabilito che tra il 1992 e il 1995 circa 8 mila musulmani bosniaci sono scomparsi a Srebrenica.

Dieng ha ricordato inoltre che, durante la sua visita nei Balcani sette mesi fa, aveva avuto la prova sul campo di quanto gli avvenimenti del passato siano ancora “manifestatamente utilizzati a fini politici”. Il rigetto dei verdetti giudiziari su Srebrenica, “la glorificazione di criminali di guerra cui addirittura si sono date funzioni pubbliche” non aiuta, secondo il rappresentante Onu, la riconciliazione nel Paese diviso tra la Repubblica Serba di Bosnia e la Federazione di Bosnia Erzegovina.

La decisione di disconoscere le conclusioni della Commissione sul massacro di Srebrenica, secondo Dieng, rischia di aggravare le tensioni in previsione delle elezioni del 7 ottobre nel Paese. In una nota congiunta diffusa al termine della infausta ricorrenza, Mogherini e Hahn conclusero con queste parole: “23 anni fa è stata scritta una delle pagine più buie della nostra storia. È obbligo dell’Europa e della comunità internazionale ricordare e fare in modo che una tale tragedia, vergogna per l’umanità, non possa mai più ripetersi”.

A guidare il genocidio fu Mladic, generale dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina in combinazione con le unità del gruppo militare degli Scorpioni. In quegli anni la zona era stata dichiarata protetta dell’Onu, ma nonostante ciò Srebrenica e il territorio circostante furono attaccati. Tre anni fa vennero riesumate dalle fosse comuni 6.930 salme, identificate grazie agli oggetti personali rinvenuti oppure attraverso il Dna confrontato con quello dei consanguinei che riuscirono a sfuggire alla violenza dei soldati di Mladic. Per i fatti di Srebrenica sono state condannate 21 persone.

Nel 2015 fu proposta all’Onu una bozza per condannare i fatti di Srebrenica come genodicio, ma non venne approvata a causa del veto russo.

Il padre nostro ammorbidito

Papa Francesco incontra i giovani al Circo Massimo e risponde alle loro domande. L’inizio è avvolto in un’atmosfera onirica: nei quesiti e nelle repliche domina, specie in relazione alle scelte di vita lavorative e amorose, la parola “sogno”.

Viene il turno del 27enne Dario e il tono muta. Lui un lavoro ce l’ha, è un infermiere dedito alle cure palliative. A guidare le sue domande è il presente, non il futuro. Quando si confronta con la fede in lui i dubbi prevalgono sulle certezze. Dio, gli hanno raccontato, è grande e buono, allora come mai nel mondo ci sono tante ingiustizie e sofferenze? Il suo lavoro lo pone di fronte alla morte e gli fa vedere giovani genitori costretti ad “abbandonare” i loro figli. La Chiesa gli appare chiusa nei suoi rituali e distante.

Il papa dà credito al suo interlocutore di aver messo il dito nella piaga del “perché”. Ci sono domande che non trovano risposta, tra esse quella sulla sofferenza dei bambini. Solo guardando al Crocifisso e a sua madre che sta ai piedi della croce troviamo una strada che ci comunica qualcosa. Poi Francesco aggiunge: “Nella preghiera del Padre Nostro c’è una richiesta: ‘Non ci indurre in tentazione’. Questa traduzione italiana recentemente è stata aggiustata alla precisa traduzione del testo originale, perché poteva suonare equivoca. Può Dio Padre ‘indurci’ in tentazione? Può ingannare i suoi figli? Certo che no. E per questo, la vera traduzione è: ‘Non abbandonarci alla tentazione’. Trattienici dal fare il male, liberaci dai pensieri cattivi …”.

Il Padre Nostro termina con due domande tra loro connesse, la prima riguarda la tentazione, la seconda chiede: “Ma liberaci dal male”. Nell’orizzonte dell’esistenza e degli interrogativi sorti dalla fede si coglie subito il nesso tra le due richieste. Per chi si pone in una prospettiva simile a quella di Dario, è pensabile che il senso delle domande sia il seguente: non indurci nella tentazione di credere che Tu, Padre, non sia capace di liberarci dal male; il tuo non intervenire non istilli dubbi nel nostro cuore. Il silenzio di Dio, quando dilaga la sofferenza e la sopraffazione dei violenti non trova argini, fa sorgere nella coscienza di molti questa tentazione e non si tratta di cattivi pensieri. Se non lo compie Dio, chi altri può liberarci dal male?

Ci si può domandare se questo intreccio di interrogativi, presente nella dimensione esistenziale, trovi corrispondenza nell’analisi testuale della preghiera di Gesù. Davvero le due ultime richieste del Padre Nostro sono legate? Davvero la resa con il verbo “abbandonare” costituisce una traduzione “precisa” del testo originale?

Assente in Luca (11, 2-4), il nesso tra tentazione e liberazione dal male è attestato in modo identico sia in Matteo (6,9-13), sia nella Didachè (8,2; testo risalente al I-II secolo d.C.). Il Padre Nostro nel suo insieme è formato da sette domande: tra esse una sola chiede al Padre di “non fare”. Nei Dieci comandamenti, la cui osservanza spetta agli esseri umani, prevale il “non” (non avrai altri dèi di fronte a me, non nominare il nome di Dio invano, non uccidere, non commettere adulterio, non rubare… Esodo 20, 1-17); nella richieste rivolte al Padre la preminenza spetta all’agire positivo da parte di Dio. Vi è un’unica eccezione, quella relativa alla tentazione; essa però viene immediatamente compensata dal “ma” che introduce l’essere liberati dal male. Nell’originale greco il verbo è ryomai che alla lettera significa “essere tenuto lontano da”; la richiesta conclusiva rivolta al Padre fa dunque comprendere il senso autentico della domanda di non essere introdotti nella tentazione.

“Non indurci”, “tentazione”, “male”, così i termini italiani che abbiamo nell’orecchio e forse nel cuore, ma cosa troviamo in greco? Kai me esenenkes emas (“e non indurci”). Il testo fa ricorso a una particolare forma (un congiuntivo aoristo dal valore volitivo) del verbo eispherein. Il suo significato è: “immettere”, “introdurre”, “collocare in una certa realtà”. Il latino inducere (“et ne nos inducas“) è una resa fedele del greco, significa infatti “condurre dentro, introdurre”. Il calco dal latino presente nell’italiano “indurre” è fuorviante là dove fa balenare un’idea di intenzionalità che annulla la metafora spaziale propria delle due richieste: non introdurci (non farci entrare) nella tentazione ma tienici lontani dal male. La traduzione interpretativa “non abbandonarci” può rivendicare una maggiore corrispondenza alla visione contemporanea di Dio, ma non è più “precisa”.

Peirasmos: “tentazione”, ma anche “prova”. Alle sue spalle c’è una lunga storia che giunge fino alle vicende dell’esodo dall’Egitto (ma si potrebbe risalire anche più indietro per giungere ad Abramo, Genesi 22,1). Nel corso della quarantennale peregrinazione di Israele nel deserto più volte si fa ricorso al verbo “tentare” o “mettere alla prova”. Ma chi “tenta” e chi “è tentato”? Il discorso è ambivalente; in più occasioni si parla del popolo che “tenta” Dio e in altre di Dio che “tenta” il popolo (la radice verbale ebraica è sempre la stessa nsh). Le traduzioni correnti differenziano: quando il soggetto è Dio optano per “mettere alla prova”, quando è il popolo di Israele scelgono “tentare”. La diversificazione dipende da una precomprensione teologica. Sul piano narrativo il perno su cui ruota il discorso è lo stesso, il popolo mette alla prova Dio quando gli domanda di essere fedele alla sua opera di liberatore (con il rischio di cadere nell’hybris) e Dio mette alla prova il popolo quando chiede di restargli fedele in un deserto in cui non è dato vedere alcuna terra promessa.

Tuttavia nel Padre Nostro si domanda di non essere messi alla prova. Lo scenario muta. La ricerca biblica contemporanea spiega per lo più questa modifica affermando che il senso originario della preghiera è escatologico. Il “noi” è riferito ai discepoli che si trovano di fronte alla prova suprema posta subito prima del giudizio finale; essa è così forte e lacerante che, come afferma altrove il Vangelo (Matteo 24,21-22), se quei giorni non fossero abbreviati (ma lo saranno “grazie agli eletti”) nessuno si salverebbe. Va da sé che questa lettura, tutt’altro che priva di fondamenti sul piano storico-critico, ben difficilmente trova corrispondenza nella spiritualità quotidiana dell’orante.

“To ponerov”: “male” o “maligno”? La lettura personale da Origene in poi è seguita da tutta la tradizione greca e gode del sostegno di molti paralleli neotestamentari. Nella visione cristiana classica una resa come “non farci entrare nella tentazione ma tienici lontani dal Maligno” troverebbe molti riscontri. Tuttavia è innegabile che grande è la forza dell’espressione “liberaci dal male”. La preghiera di Gesù che inizia con «Padre» si conclude con la parola “male”, un accostamento che evidenzia il confronto radicale che innerva la vita di fede.

È ormai scontato che a novembre la Conferenza episcopale italiana assumerà anche in sede liturgica la versione “non abbandonarci alla tentazione” già presente nella traduzione ufficiale del 2008 (Matteo 6,13). Così facendo proporrà ai fedeli un’immagine di Dio più tranquillizzante, tuttavia, per una fede che vive di paradossi, è improbabile che essa sia la più autentica.

Quell’inutile gazzarra mediatica sul ponte crollato

“Se un lettore trova buono un articolo scrive all’autore, se lo trova brutto scrive alla redazione”.

(Emmanuel Carrére, Un romanzo russo, Adelphi, 2018)

Progettato e costruito per unire due sponde, due terre, due storie, un ponte crollato divide e lacera invece come una ferita infetta, difficile da curare, rimarginare e guarire. Il disastro di Genova non ha colpito soltanto una città e la sua gente, ma tutta l’Italia e tutti gli italiani. E l’indegna gazzarra mediatica scoppiata subito dopo quella tragedia, con un tiro incrociato di dichiarazioni e articoli sui giornali, è destinata perciò a lasciare un segno profondo nell’opinione pubblica, una cicatrice che resterà a lungo nella nostra coscienza collettiva.

Di chi è la colpa? Di chi sono le responsabilità? Forse non lo sapremo mai con certezza, o lo sapremo chissà fra quanti anni, com’è accaduto purtroppo per tante altre tragedie nazionali. Fin d’ora sappiamo, però, chi doveva vigilare sulla sicurezza del ponte Morandi; chi doveva intervenire per tempo ed evidentemente non è intervenuto in modo adeguato di fronte ai primi segni di cedimento della struttura; chi doveva prevenire e impedire un disastro di tale portata.

Sì, la politica in primo luogo, gli amministratori pubblici, i governi e i ministri che si sono succeduti fin da quando il ponte fu costruito negli anni Sessanta. Ma le responsabilità più gravi e immediate ricadono su chi gestisce quel tratto autostradale di cui il ponte Morandi faceva parte: cioè sui titolari di una concessione che lo Stato ha assegnato con una certa disinvoltura sull’onda di quelle “privatizzazioni selvagge” di cui il crollo – com’è stato detto giustamente – rappresenta in modo emblematico il “frutto avvelenato”. E quindi, per parlare chiaro, sui vertici di Atlantia, la holding del gruppo Benetton, di cui fa parte la società Autostrade.

D’accordo: non si può fare una speculazione politica sui morti e sui dispersi di Genova, ma si deve fare una riflessione più meditata e responsabile su quel “partito del No”, formato da ultrà ambientalisti, eco-radicali, antagonisti e più recentemente anche da una parte consistente dei Cinquestelle, che spesso hanno bloccato o rallentato la modernizzazione e lo sviluppo sostenibile del Paese. Giusta o sbagliata che fosse, la controversia sul progetto del nuovo snodo autostradale che dovrebbe alleggerire il traffico sul ponte Morandi ha raggiunto un livello parossistico di fanatismo e d’irrazionalità: fino a quella sinistra “favoletta” – com’era stata imprudentemente definita dal comitato “No Gronda” anche sul blog di Beppe Grillo – del ponte a rischio che però non sarebbe mai crollato.

In attesa dunque che la giustizia faccia il suo corso, un fatto è certo: nel frattempo, bisognava eseguire una manutenzione straordinaria su quel ponte vecchio di oltre mezzo secolo o, al limite, chiuderlo al traffico fino alla messa in sicurezza. C’è stata invece una speculazione mediatica che, da un lato, ha esasperato la polemica retrospettiva sulla “favoletta” e, dall’altro, ha enfatizzato le reazioni di Atlantia contro la minaccia di una revoca della concessione da parte del governo. Sorprende e dispiace che a questa gazzarra abbia partecipato anche una testata di antico prestigio e impegno civile come la Repubblica. Tanto più che l’ex amministratore delegato del gruppo editoriale Gedi a cui il giornale appartiene, e tuttora ad della Cir che ne è il principale azionista, è quella stessa Monica Mondardini che siede nel cda della holding che a sua volta controlla Autostrade per l’Italia Spa. Un conflitto d’interessi che non può rimanere sepolto sotto le macerie del ponte di Genova.