Gli irriducibili del referendum perduto

A quasi due anni dal referendum costituzionale, gli sconfitti non riescono a farsene una ragione. Anzi, con un implausibile ricorso al post hoc ergo propter hoc attribuiscono la responsabilità di tutti gli esiti negativi, compresa la formazione del governo Cinque Stelle-Lega, a chi ha votato “no”. Non sembrano neppure sfiorati dal dubbio che quelle riforme fossero malfatte e controproducenti, che la campagna plebiscitaria dell’autore di riforme male fatte, tecnicamente, quindi, “malfattore”, abbia provocato reazioni di rigetto, che le argomentazioni a sostegno siano state mediocri e faziose.

Ho ascoltato più volte qualche professore per il “sì” affermare senza nessun ripensamento che la riforma del Senato avrebbe posto fine al bicameralismo “perfetto” (che, se fosse tale, sarebbe davvero da preservare). Il governo giallo-verde deriverebbe dall’esito referendario, anche se non facilmente spiegabile è come mai le Cinque Stelle abbiano accresciuto i loro voti fra il 2013 e il 2018 e la Lega li abbia addirittura quadruplicati. La loro campagna elettorale si è svolta principalmente su temi costituzionali, su quella vittoria, oppure, rispettivamente, su reddito di cittadinanza e blocco dell’immigrazione?

Nessuno fra gli sconfitti che si chieda dove sono finiti quel 40 per cento di elettori del Pd nelle europee del maggio 2014 e poi del “sì” che il segretario Renzi, mai smentito dai suoi collaboratori, al contrario, applaudito e osannato, rivendicava come suoi facendo un paragone azzardato con lo scarno 26 per cento per Macron nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi?

Comunque, dimenticando le sconfitte nelle elezioni amministrative del 2015, dove sono finiti e a chi quei voti fuggiti che hanno lasciato il Pd al 18 per cento circa? Non sono certamente stati conquistati da Liberi e Uguali, il cui esito percentuale (e politico) è stato assolutamente deludente. La campagna elettorale del Pd nel 2018 è stata impostata e condotta in maniera brillante? L’attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, ha valorizzato le riforme e la figura del presidente del Consiglio, già allora più popolare del due volte segretario del partito? È mai passata (se esisteva) l’idea che il Pd si preoccupasse delle disuguaglianze, che fosse il partito che avrebbe operato per ridurre quelle esistenti e per creare eguaglianze di opportunità? E tutto questo c’entrava qualcosa con la sconfitta referendaria, era impedito da quella sconfitta oppure reso più impellente? Quelle cattive riforme avrebbero cambiato in meglio la Costituzione italiana, che non è necessario considerare la più bella del mondo (non esiste concorso di bellezza per le Costituzioni altrimenti assisteremmo alla paradossale vittoria della Costituzione che non c’è: quella inglese) per valutarne positivamente le qualità? Mancano al loro dovere di difesa della Costituzione gli esponenti del no che non scendono in piazza contro le elucubrazioni di Davide Casaleggio sulla futura probabile inutilità del Parlamento? Oppure il confronto fra riforme fatte e proposte futuribili è improponibile, oltre che un processo alle (non) intenzioni?

Potrei concluderne che la pochezza argomentativa degli irriducibili giapponesi del sì è rattristante. Potrei anche aggiungere che sono fatti loro, parte della spiegazione di una sconfitta sonora che non hanno mai saputo spiegarsi e che continuano a non capire. Dirò, invece, che gli sconfitti del sì, chiusi nella loro torre dalla quale vedono solo le responsabilità altrui, privano il Paese e i loro elettori di un’opposizione sulle cose, in grado di contrastare un governo al quale diedero prematuramente via libera, e di controproporre. Chi non impara dalla storia è condannato a riviverla (ma alcuni fra noi non si meritano questa punizione).

Il fatto illecito di Genova

Non c’è da stupirsi. Con le macerie dell’enorme disastro del crollo del ponte Morandi a Genova e i morti non ancor seppelliti, la società Autostrade per l’Italia reclama soldi (miliardi!) se si dovesse procedere alla revoca della concessione. E che possa papparsi 20 miliardi di euro dallo Stato lo fanno trapelare i media, forse intimoriti dal potere economico della nota famiglia veneta (accuratamente non nominata nelle cronache della sciagura).

Alcuni politici con fama di garantisti (quando cioè garantismo è sinonimo di favoreggiamento se non di correità) chiedono un esame attento e ovviamente cautela come si conviene a un evento di quella portata. Così facendo, rinnovano i fasti del manzoniano don Antonio Ferrer che promette la punizione del vicario di provvisione si es cupable e, in realtà, lo salva dalla folla inferocita. Altri preferiscono consumare i loro talenti in attestati di solidarietà alle vittime, senza escludere accuse al governo. Quest’ultimo nella vicenda si è comportato con dignità e con eccellenti intenzioni. Il che non avveniva da molto tempo.

La tragedia del ponte Morandi impone la soluzione di un dilemma essenziale per il futuro di tutto il Paese: se cioè si debba operare come prima, con la diluizione al forse mai delle sanzioni per i potenti e, fra venti o trent’anni, con i comitati dei parenti delle vittime a reclamare invano giustizia, o se, invece, si deve aprire una nuova stagione istituzionale nella quale chi è responsabile paga il conto.

In questa prospettiva, va subito chiarito che è fuorviante parlare di inadempimento da parte di Autostrade per l’Italia. L’inadempimento, infatti, rientra tra i comportamenti rilevanti nel contesto contrattuale: dovevi coprire quattro buche e non lo hai fatto; dovevi progettare una serie di iniziative e te ne sei dimenticato… Nel caso del ponte Morandi siamo fuori dallo schema: la fattispecie va ricondotta all’illecito per omissione. Il danno, infatti, è stato cagionato da un gravissimo comportamento omissivo che prende le mosse dall’inadempienza in astratto, ma la supera per le indubbie e certe rilevanze imputabili ad Autostrade sulla situazione del ponte.

Nell’inadempienza il rapporto si consuma tra soggetto gestore e amministrazione concedente e non riflette effetti su terzi, se non in modo del tutto mediato e indiretto sulla natura del disservizio eventualmente creato. Qui la situazione è molto diversa.

La conoscenza di quei dati, noti a tutti e in primis a chi del ponte aveva una gestione sostanzialmente proprietaria, unita alla indiscutibile consapevolezza della diretta ricaduta degli effetti dell’inerzia su soggetti terzi (chi passava sul ponte in situazione di gravissima insicurezza e tutti le altre vittime della caduta e del pericolo creato, oltre ovviamente le varie comunità di riferimento) qualificano come extracontrattuale il danno, cioè fuori dal perimetro del contratto annesso alla concessione. Fatto illecito puro in senso quanto meno civilistico.

Probabili disquisizioni di soloni di complemento (e dei legali della concessionaria) vengono meno di fronte a questa semplice verità: l’impossibilità di mantenere un rapporto contrattuale con un soggetto del quale hai completamente perso la fiducia per gravissimo fatto illecito, secondo una clausola generale implicita a qualsivoglia accordo che ne determina l’abrogazione. Senza contare che la concessionaria dovrà risarcimenti miliardari alla comunità genovese, a quella ligure, ai parenti delle vittime e ai tantissimi danneggiati.

Va poi considerato il fortissimo disagio dell’utenza, cioè di noi cittadini che dobbiamo affrontare strade gestite da quel concessionario. Anche di questo il governo deve tenere debito conto. Su questi aspetti non secondari e sulle responsabilità dei ministri dei Lavori pubblici che si sono succeduti dal 1999 (anno della privatizzazione di Autostrade) in poi i media dovrebbero sicuramente occuparsi di più. Perché non tutto finisca, tra qualche tempo, come auspicano quasi esplicitamente certi “moderati”: con Autostrade che continua ad incassare pedaggi predatori senza cogenti obblighi di manutenzione e i ricordi della tragedia trasfusi in elegia alla maniera del romanzo Il ponte di San Luis Rey di Thornton Wilder, così tanto per salvare la faccia quanto meno sotto il profilo dei sentimenti. Che costano, al mercato delle cattive intenzioni, poco meno di un euro.

Insegnanti. È legittimo chiedere ai prof di lavorare di più anche in estate?

Gentile Dott. Feltri, entro nel dibattito sulla proposta di accorciare le vacanze scolastiche da lei aperto su questo giornale con l’articolo del 15 Agosto in cui scrive: “Un piano ambizioso consentirebbe di assumere altri insegnanti (oltre a far lavorare di più quelli che già ci sono, unica categoria di lavoratori ad avere una pausa così lunga).” Lei poi, in risposta a un lettore, si lamenta del fatto che ogni discussione sulla scuola si radicalizzi in questioni sindacali o difese corporative. Cosa altro c’era da aspettarsi quando si palesa la prevenzione del proprio pensiero supponendo che gli insegnanti lavorino poco? Qualche lettore, ha già precisato che i docenti (a differenza di tutti gli altri impiegati) non percepiscono quattordicesima. Possiamo ipotizzare che tale mancanza possa compensare quel mese in più di ferie?

Andrea Fagnoli

 

Gentile Andrea, ribadisco il concetto: io non ho aperto un dibattito su quanto devono guadagnare gli insegnanti. Ho rilanciato la proposta dell’Economist: accorciare le vacanze estive per ridurre le disuguaglianze tra studenti con genitori abbienti che possono mandarli a studiare inglese o a visitare capitali stranieri e ragazzi che vengono da contesti che offrono meno possibilità, dove l’assenza della scuola diventa un grosso problema per i genitori che lavorano e non possono pagare babysitter o centri estivi. Questo è il tema di cui dibattere. Se si ipotizza di usare il tempo sprecato delle vacanze scolastiche per altre attività, mi sembra logico coinvolgere maggiormente gli insegnanti, magari su base volontaria. Come osserva lei, sembra che si sia affermato una specie di scambio: gli insegnanti lavorano meno di altri dipendenti pubblici, hanno più tempo libero ma guadagnano meno. Un equilibrio che, mi par di capire, non appaga nessuno e che impedisce di valutare soluzioni di politiche educative che richiedono maggiori flessibilità. Non dico che gli insegnanti siano privilegiati. Dico che ci vorrebbe il coraggio di rimettere in discussione lo status quo senza ridurre tutto a una questione sindacale. La scuola è fatta di muri, di aule cadenti, di insegnanti, di personale non docente con altrettanto legittime rivendicazioni, ma ci sono anche di studenti. Le loro esigenze sembrano sempre l’ultima delle questioni da affrontare, quando si parla di scuola. Partiamo da lì. Decidiamo cosa serve ai ragazzi, poi adeguiamo stipendi, orari e richieste ai professori di conseguenza.

Stefano Feltri

Mail Box

 

Nell’Italia degli innocentisti ripartiamo dalle piccole opere

Bene, anzi malissimo, mi sembra che le grandi opere non stiano dando grande prova di sé. Per quanto successo orribilmente a Genova nessun colpevole? È iniziata la campagna di assoluzione preventiva.

In effetti l’Italia è il paese degli innocenti e degli innocentisti, mai nessun colpevole, al massimo qualche dirigente bacchettato sulle mani e spostato di posto e residenza, possibilmente con qualche progressione di carriera. Spero, ma temo che ciò non si realizzerà, che nessuno parli più del ponte sullo stretto di Messina e magari si abbandonino gli strani e immotivati progetti per “grandi” (spesso inutili) opere. Dal libro dei sogni: e se si cominciasse a parlare invece di investimenti nelle “piccole”, ma indispensabili, opere, nelle manutenzioni troppo spesso trascurate e soprattutto dei controlli sui materiali usati che, spesso a quanto sembra emergere, non sono proprio i migliori?

Albarosa Raimondi

Alle infrastrutture pubbliche serve lo Stato, non i privati

Mi lascia perplesso il fatto che in Italia nel 2018 possa cadere un ponte autostradale che corre sopra una città. Sono tragedie che, quando accadano in altre zone del globo, etichettiamo sbrigativamente come cose da terzo mondo. Una catastrofe come quella di Genova può aiutarci, nel dramma, a essere consapevoli dei ritardi e dei deficit infrastrutturali di cui è vittima l’Italia. E forse speriamo aiuti tutti anche ad affrontare il tema degli investimenti in grandi opere con più consapevolezza e meno demagogie. Infatti è noto che ci sono state agevolazioni per Benetton, proprietario di Autostrade per l’Italia, che gestisce il Ponte di Genova crollato, e Renzi e il PD, accusati di essere stati aiutati in campagna elettorale. A questo punto ritengo che un ritorno dello Stato nella gestione delle autostrade sarebbe salutare per la collettività e assicurerebbe decine di miliardi di introiti alle casse pubbliche.

Mario Pulimanti

Solo i contratti trasparenti possono limitare la corruzione

Credo che per qualunque opera o concessione pubblica si dovrebbero prima imporre alcune regole contrattuali, come da almeno mezzo secolo viene fatto in tutti i grandi Paesi civili e come l’Italia non ha mai fatto finora, aprendo la strada alla corruzione peggiore e più impunita, sia da parte dei committenti che ricevono appalti o concessioni senza gara evitando i controlli, sia da parte dei concessionari pubblici che dilatano i loro profitti ad arbitrio, nella completa illegalità e senza timore di penalità o deterrenti, necessari a imporre una maggiore etica generale, ai politici come agli operatori. Al contrario, in Italia, chi frega i cittadini o lo Stato per aumentare il proprio lucro viene premiato, in una catena di corruzione reciproca che lega partiti e trasgressori. E la prova più lampante di questo cerchio omertoso è il segreto di Stato imposto sui contratti delle grandi opere, così che i cittadini non possano valutare da soli i reati commessi e la malafede dei loro governanti. Gli Stati Uniti, per esempio, hanno contratti che stabiliscono in modo tassativo durata, costi e qualità dei lavori, e chi sgarra su qualcuna delle regole contrattuali non solo subisce punizioni esemplari ma sparisce proprio dal campo dei costruttori o dei concessionari, e non esiste che chi viene sospeso dal proseguimento di un’opera per colpa propria con danno di altri abbia pure il risarcimento del lucro perduto, così come non esiste che nel campo privato chi esercita una professione e procura danno penale ad altri venga risarcito per il danno ricevuto dal doverla interrompere.

Viviana Vivarelli

Finalmente Di Maio se la prende con i potenti

Pur simpatizzando da sempre per il M5S, quest’inizio di legislatura mi ha lasciato a tratti perplesso. La vicinanza con la Lega non mi ha mai entusiasmato, e soprattutto a non piacermi è questa sovraesposizione di Salvini che, da politico navigato, ostenta vangeli, figli, papà e mamme a ogni piè sospinto, lasciando, mediaticamente, le briciole agli altri. Ma ieri Di Maio mi ha davvero entusiasmato. Che goduria sentire finalmente un Ministro della Repubblica che pesta duro sui potentati di questo paese, insozzato da lustri nei quali i governi si sono sdraiati davanti a lobby, banche, Confindustria e multinazionali.

Paolo Sanna

Sulle concessioni autostradali Conte si gioca la credibilità

Si era sperato che la revoca delle concessioni alle Autostrade, proposta da Toninelli subito dopo la caduta del ponte Morandi, e avallata dal governo Conte, potesse rappresentare il sigillo ancora mancante al governo del cambiamento Lega-M5S. È arrivato subito, purtroppo, da parte dello stesso governo un rinvio della revoca annunciata per constatare meglio come stanno le cose. Evidentemente la marcia indietro governativa fa pensare che il potere economico-politico delle Autostrade (vedi Benetton & C.) è tale che anche i benpensanti 5Stelle non possono, al proposito, che riporre le armi nel fodero. Ma, così facendo – e se le cose dovessero andare per le lunghe – la credibilità di Conte & C. potrebbe ricevere un duro colpo.

Luigi Ferlazzo Natoli

Impauriti dai serbi i rifugiati nigeriani scappano dal centro

Strada di accesso bloccata per due ore ieri mattina a Palmoli dai migranti di nazionalità nigeriana e serba accolti nella struttura dell’ex convento e per riportare la calma sono dovuti intervenire i carabinieri. La ragione scatenante della protesta pare sia stata la paura della numerosa comunità africana degli spiriti, che aleggerebbero nell’ex luogo di culto. “Da dieci giorni in quel convento ci sono tredici serbi che protestano perché sono stati privati del loro passaporto dalla Questura di Trieste, da dove provengono -ha dichiarato il sindaco Giuseppe Masciulli – e quindi non hanno la possibilità di spostarsi liberamente”. Il sindaco avrebbe appurato come per questa ragione “la protesta sia stata sobillata dai serbi giocando sul fatto che la comunità nigeriana, composta da nuclei familiari, sia facilmente influenzabile e vittima di superstizioni.” In pratica i serbi avrebbero prima cercato su internet e poi diffuso notizie storiche del convento e dell’annessa chiesa dove venivano seppelliti i defunti. “I nigeriani non vogliono rientrare nella struttura e i serbi vogliono il passaporto. Una situazione ingestibile tanto che ho chiesto al prefetto di spostare i serbi in un’altra località“: ha concluso il sindaco.

Da Amareno a Yogi, gli orsi della porta accanto

In Trentino la Provincia aveva deciso: caccia “selettiva” a orsi e lupi (pochi esemplari, in verità). Soltanto l’intervento deciso del ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha bloccato i fucili. In Abruzzo, dove lupi e orsi sono più numerosi, non si pensa di prenderli a schioppettate. Anzi, per gli orsi esiste il problema di un eccesso di “confidenza” reciproca fra loro e gli abitanti.

Sere fa per la festa del patrono a San Sebastiano dei Marsi il giovane orso Amareno – chiamato così perché si spazzola interi alberi di ciliegie amarene negli orti del borgo – è passato in mezzo a paesani e turisti, sgattaiolando via veloce. I più sorridevano stupiti. Qualche paesano si è allarmato: “Prima o poi qui succede qualcosa”. La storia è cominciata qualche anno fa con l’orsa Yoga, racconta uno dei pionieri della tutela dei parchi, Franco Pedrotti. Essa finì nell’oasi faunistica di Villavallelonga dopo aver imparato a nutrirsi nei cassonetti dell’immondizia alla Camosciara.

Poi è arrivata l’orsa Gemma e quella ho avuto modo di conoscerla anch’io. Si aggirava infatti coi piccoli, in specie con Bernardo, dalle parti di San Sebastiano, poi, valicando il crinale, scendeva fino a Scanno. Qui – mi raccontò una guardia forestale – aveva grattato insistentemente alla porta di una anziana signora la quale, vistala, non si spaventò per niente, le assestò una padellata in testa e richiuse ben bene l’uscio.

L’orso Bernardo cominciò a frequentare le strade di San Sebastiano e anche a fare razzie nei pollai. Tanto era diligente nel togliere le tegole una per una, quanto era devastante nel far strage di pollame.

Il giornalista romano Pino Coscetta fondò con altri l’Associazione “Amici dell’Orso Bernardo” per rifondere subito una parte dei danni subiti dagli allevatori.

Anch’io mi tesserai e pure il grande fotografo Mario Dondero che si appostò a lungo cercando di immortalare l’orso a zonzo fra le case. Senza riuscirci purtroppo.

Questo atteggiamento “confidente” dei paesani abruzzesi è il frutto di una civile “cultura dell’orso e del lupo” qui ormai diffusa.

Un filmato dell’inverno scorso mostra un cavallo che si sdraia e si gratta la schiena sulla neve attorniato da un branco di lupi che non gli torcono un pelo. Però il problema degli orsi “confidenti” (oggi sarebbero 6) rimane: scoraggiarli con pallottole di gomma? Monitorarli con un radiocollare? O un foraggiamento supplementare, mettergli a disposizione anche cesti di frutta? Sì, sempre che non se le mangino prima i lupi che si sono rivelati ghiotti di mele. Qui gli orsi marsicani sono circa 50. I lupi formano 7-8 branchi. Richiedono una politica attenta, da ogni punto di vista.

Quindi, al di là delle polemiche, è bene pianificare forme civili di convivenza senza evocare il fucile.

La rapida diffusione del lupo sull’Appennino e pure nelle Alpi è un buon segno per il nostro ambiente. Anche per contrastare la massiccia diffusione di cinghiali di grossa taglia importati a suo tempo dai cacciatori e rivelatisi un vero boomerang.

La maxi-truffa del San Daniele dop con il Dna danese

Prosciutti San Daniele venduti come prodotti di denominazione di origine protetta (Dop), ma con qualità diverse da quelle previste per legge. Cosce di maiali nati in Italia con il seme di una razza, il Duroc danese, che ha caratteristiche diverse, ma rende di più. Un imbroglio ai consumatori tanto vasto che la procura di Pordenone ipotizza l’esistenza di un’associazione a delinquere finalizzata alla frode in commercio. E non sarebbe l’unica in Italia. L’inchiesta, cominciata nell’estate 2016, è stata conclusa con ben 103 indagati: 62 persone, 25 imprese e sedici posizioni stralciate e inviate ad altre procure. Tra i 65 indagati ci sono allevatori, responsabili e impiegati del macello di Aviano, gestori di prosciuttifici e ispettori del Consorzio di tutela presunti complici. Nel corso dell’inchiesta sono stati sequestrati 270mila prosciutti (il 10 per cento della produzione di San Daniele) per un valore di mercato di circa 27 milioni di euro.

Il sostituto procuratore Marco Brusegan, che coordina i carabinieri del Nucleo antisofisticazione e salute (Nas), ipotizza anche una serie di truffe per ottenere contributi europei, reati fiscali e ambientali. Insomma, una maxi-inchiesta su un sistema di illegalità che ruota attorno alla produzione di prosciutti che sulla carta (e sull’etichetta) dovevano essere pregiati San Daniele Dop, ma erano di qualità inferiore perché non erano stati prodotti secondo i requisiti del disciplinare di produzione. Questo regolamento non ammette l’utilizzo di cosce di maiali nati dal seme del Duroc danese. Con quei geni gli esemplari crescevano più rapidamente e con una carne più magra che stagionava in meno tempo. E così gli animali venivano abbattuti prima dei nove mesi previsti. La Coldiretti chiede “chiarezza in tempi rapidi sulla vicenda”: “Il prosciutto San Daniele è al secondo posto sul podio delle Dop di carne italiane e rappresenta il 22,5 per cento della produzione annua di prosciutti Dop italiani, e il 13,7 per cento della produzione di prosciutto crudo a totale Italia”, informa l’organizzazione sottolineando il valore economico del settore.

La prassi, però, si estendeva oltre il Friuli. Un’inchiesta, condotta dal procuratore aggiunto di Torino Vincenzo Pacileo e dal Nas, ha rilevato la diffusione in molti altri luoghi, tra cui l’area di produzione del prosciutto di Parma. Le due indagini sono “sorelle” nate dalla segnalazione dell’ispettorato della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari, organo del ministero delle politiche agricole e alimentari. A Torino sono indagate quasi duecento persone, tra cui il tecnico di un centro genetico che aveva istituito questa “banca del seme” di Duroc danese venduto agli allevatori, moltissimi dei quali sono accusati di frode e falso per aver fatto nascere suini con dna “danese”: “Hanno spiegato che era il mercato a richiedere una carne di quel tipo – spiega l’avvocato Tom Servetto –, soprattutto i macelli e i prosciuttifici”.

A loro volta questi ultimi si reputano vittime del raggiro e non complici di un sistema. A settembre partiranno gli avvisi di conclusione delle indagini e molti fascicoli andranno in altre procure del Nord e del Centro Italia, soprattutto Cuneo, Parma, Mantova e Reggio Emilia. Nel frattempo dal 1° maggio, su ordine del ministero delle politiche agricole e alimentari, sono sospese le attività di certificazione dell’Istituto Parma Qualità (che dovrebbe vigilare sul Parma, ma anche sul prosciutto di Modena e il salame di Varzi) e della Ifcq Certificazioni (sotto cui ricade il controllo del San Daniele e tantissimi altri salumi italiani), accusate di non aver vigilato abbastanza.

Soccorsi in mare, colloqui tra Merkel e Macron

È in movimento la diplomazia europea sul tema migranti. Ieri la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron hanno affrontato in una conversazione telefonica il tema dei soccorsi nel Mediterraneo. La notizia è stata diffusa dall’Eliseo. I capi di Stato hanno ribadito la necessità di “una soluzione europea coordinata” e, nel contempo, la necessità di un approccio altrettanto comune nel contrasto ai traffici di esseri umani. Secondo Parigi, Merkel e Macron hanno parlato anche dei dossier relativi ad Ucraina e Siria.

Il governo tedesco, intanto, ha fatto sapere di aver fatto passi in avanti con l’Italia e di aver già trovato un accordo con la Grecia sul tema dei respingimenti ai confini dei migranti che abbiano già chiesto asilo in altri paesi europei. “Abbiamo trovato un accordo con Atene” per il rientro dei migranti già registrati sul territorio greco, ha annunciato una portavoce del ministero dell’Interno tedesco, Eleonore Petermann. Rispetto all’accordo con l’Italia sullo stesso tema, la portavoce tedesca ha affermato che i negoziati sono a uno stadio “molto avanzato”, assicurando che un accordo sarà trovato anche in questo caso.

“Negro di merda”: e il branco lo pesta

Non aveva gradito le pietanze servite in quel ristorante. Prima la pasta non cotta bene e poi il rifiuto a fornire la carta dei dolci. E siccome il cliente era di colore non poteva lamentarsi. “Negro di merda. Risali in macchina e vai via che qui in Calabria i negri non sono accettati”. E poi botte e sprangate fino a mandarlo in ospedale. Il pestaggio è avvenuto a ferragosto a Falerna dove un ragazzo dominicano, la sua compagna (incinta) di Lamezia Terme e sua suocera sono stati aggrediti all’esterno di un locale in cui si erano fermati a cenare sul lungomare della cittadina in provincia di Catanzaro.

L’aggressione era iniziata all’interno del ristorante. Dopo il rifiuto di servirgli il dessert, il giovane dominicano ha pagato il conto e si è avviato verso la sua auto. A quel punto, stando alla denuncia della vittima, il cameriere lo avrebbe avvicinato assieme ad altre persone tra frasi razziste e calci all’automobile.

Sempre lo stesso cameriere, con un bastone in mano, gli avrebbe anche intimato di andare via e, rivolgendosi ad un altro cittadino extracomunitario, che aveva una bancarella di fronte al ristorante, ha invitato quest’ultimo a partecipare all’aggressione. “Non può fare come a casa sua, qui siamo in Calabria, picchialo”. Il venditore ambulante ha obbedito agli ordini del cameriere e ha preso a pugni il dominicano il quale nel frattempo era sceso dall’auto. Era solo l’inizio del pestaggio perché altre persone si sono unite al cameriere sferrando calci e sprangate all’uomo. Ma anche alla suocera che, nel tentativo di aiutare il genero, ha riportato la frattura dell’omero.

Nessuno si è avvicinato per sedare la rissa e gli aggressori, in tutto sei o sette, non hanno risparmiato nemmeno la donna incinta: “Che cazzo stai a fare con un negro di merda. Portatelo via, e qui non ci dovete più tornare, non avvicinatevi mai più a questo locale”. Riusciti a fuggire e chiamati i carabinieri e l’ambulanza, il dominicano e le due donne sono stati accompagnati al pronto soccorso dove i medici, oltre alla frattura riportata dalla suocera, hanno riscontrato su entrambi diverse ecchimosi e contusioni al viso e alle gambe.

Il commissariato di Lamezia Terme ha avviato le indagini e sembrerebbe che gli investigatori abbiano già individuato i responsabili che dovranno rispondere di aggressione aggravata dall’odio razziale. In queste ore, gli agenti del commissariato stanno ricostruendo la dinamica e, visto le condizioni in cui hanno ridotto le vittime, non è escluso che la Procura di Lamezia Terme possa decidere di disporre misure cautelari.

Il segretario regionale di Rifondazione comunista Pino Scarpelli parla di “deriva xenofoba”. “Il clima – aggiunge – di cattiveria e discriminazione razzista che sta attraversando il Paese, favorito ed alimentato continuamente dalle esplicite dichiarazioni del ministro dell’odio Matteo Salvini e dai silenzi dei parlamentari dei M5s, ha prodotto anche in Calabria, proprio il giorno di ferragosto, i suoi effetti nefasti”.

Migranti, la battaglia navale tra Salvini e Guardia Costiera

L’impasse della nave Diciotti è solo l’ultimo tassello. La motovedetta della Guardia costiera italiana con 177 naufraghi a bordo è ferma da più di 24 ore davanti al porto di Lampedusa. Attende il via libera del Viminale, dicastero che deve indicare il punto di sbarco. In primo piano c’è però il conflitto ormai aperto tra Matteo Salvini e il comando della Guardia costiera.

“Insofferenza”, “evidenti dissapori”, “incomprensioni”. Le versioni variano, ma il nocciolo della questione è chiara. Il virtuale blocco navale via Twitter del leader leghista si scontra con quell’obbligo, morale prima che giuridico, di salvare vite umane in mezzo al mare. Una questione quasi d’onore per militari italiani impegnati nel Mediterraneo centrale.

L’ammiraglio Giovanni Pettorino, già nel corso della festa per l’anniversario del Corpo, aveva messo l’accento sui salvataggi compiuti dalla motovedette, rivendicando quel ruolo che le Capitanerie di porto sentono nel Dna: “È un impegno gravoso che abbiamo assolto nella consapevolezza di ben onorare il giuramento prestato da ciascuno di noi di osservare la costituzione e le leggi”, aveva spiegato l’ufficiale, riferendosi al “soccorso prestato a migliaia di persone in pericolo di perdersi nel Mediterraneo”. Un principio, questo, che per il comandante Pettorino è “baluardo distintivo di civiltà”. In quella stessa giornata una delle medaglie “al valor di Marina”, assegnate come ogni anno a ufficiali e marinai, è andata ad un operatore attivo nei salvataggi di migranti e rifugiati.

Un segnale ben chiaro. Quei corpi in mare, per la Guardia costiera, sono prima di tutto naufraghi e come tali devono essere trattati.

“Rischiamo la vita – spiegano ufficiali che chiedono l’anonimato – quando c’è un recupero in mare, i nostri uomini vanno in acqua, salvano vite; passare per traghettatori di migranti è inconcepibile”. Il riferimento è a quell’accusa che ieri è stata riproposta da Maurizio Gasparri, che ha presentato una interrogazione sul caso: il comportamento della nave Diciotti “sembra ricalcare l’andazzo dei mesi passati quando, in base alle direttive del governo a guida Pd, la Guardia costiera si era contraddistinta per alimentare il trasporto in Italia di migliaia e migliaia di clandestini, ovunque prelevati”, ha dichiarato il senatore di Forza Italia, riprendendo uno dei temi cari alla destra. È dal Viminale, però, che arrivano i segni di insofferenza più preoccupanti e concreti. Matteo Salvini ha prima evidenziato di non essere stato avvisato del salvataggio – atto non dovuto in punta di diritto, se non a livello di coordinamento interministeriale – per poi negare l’approdo della nave militare italiana. Un segnale chiaro, una scelta che ricalca il caso di un mese fa, quando per sbloccare la situazione – sempre della nave Diciotti fermata per giorni al largo, lo scorso luglio, in attesa di un porto per lo sbarco – era intervenuto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Tra le righe il Viminale, con la scelta di negare almeno per il momento l’approdo, sembra volere mettere sotto accusa la scelta della Guardia costiera italiana. Ufficialmente lo scontro è con Malta, che non ha aperto il porto alla Diciotti, ma le porte chiuse alla nave militare sono un segnale ben preciso, almeno politicamente. Che si aggiunge alle accuse arrivate da La Valletta alla Guardia costiera: “È stata una intercettazione ingiustificata – hanno scritto i maltesi in una lettera inviata al centro operativo italiano – in mare aperto, non sussisteva alcun elemento di pericolo, la vostra è stata un’interferenza”. Accusa dura, arrivata per giustificare la mancata assegnazione di un porto sicuro alla nave Diciotti.

Ben diversa la versione della Guardia costiera italiana, che ha subito risposto ai maltesi. L’imbarcazione con a bordo i migranti e i rifugiati – quasi tutti provenienti dal Corno d’Africa, zona con conflitti che durano da decenni – era in distress, con problemi ai motori e imbarcava acqua. Ora per il via libera all’ingresso in porto Salvini aspetta la decisione di Bruxelles, che – come è avvenuto in altri casi – dovrebbe coordinare la distribuzione dei migranti e rifugiati tra i paesi membri.

La Commissione europea per ora dichiara di seguire “gli sviluppi molto da vicino – ha spiegato la portavoce della Direzione generale competente per la Migrazione, Tove Ernst -. Per il momento non sono al corrente che vi siano contatti tra la Commissione e gli Stati membri”. Bruxelles ha assicurato di essere pronta a “fornire sostegno al coordinamento – ha aggiunto la portavoce – e prestare tutto il nostro peso diplomatico per soluzioni veloci”.