Milano, città al 1° posto della lettura secondo la top ten di Amazon

Per il 6° anno consecutivo è Milano la regina delle città che acquistano più libri ed ebook su Amazon. Mentre, per la prima volta, Trieste è la grande assente nella top 10. Al secondo posto Padova (che guadagna una posizione), e Torino, terza, che sale di sei. Tornano in classifica Bergamo e Cagliari che chiudono la top ten. Questo secondo la classifica delle città italiane che leggono di più, stilata in base all’acquisto pro capite di libri e ebook su Amazon durante l’ultimo anno. Tra i titoli più apprezzati, in vetta ‘Storie della buonanotte per bambine ribelli’ (Mondadori) di Francesca Cavallo ed Elena Favilli, al primo posto in 29 delle 47 città, tra cui Milano, Roma, Torino, Bologna, Genova e Napoli.

“Ha cantato la nostra storia”

“Aretha ha aiutato a definire l’esperienza americana. Nella sua voce potevamo sentire la nostra storia in ogni sua sfumatura, il nostro potere e il nostro dolore, il nostro buio e la nostra luce, la nostra ricerca della redenzione e il nostro rispetto guadagnato con fatica. Possa la regina del Soul riposare in pace”.

Queste le parole scelte dall’ex presidente statunitense Barack Obama per ricordare in un post su Twitter Aretha Franklin, la grande cantante morta ieri dopo una lunga lotta con il cancro iniziata nel 2010.

Da sempre legato alla figura di un’artista tra le più influenti afroamericane di tutti i tempi, Obama aveva scelto senza esitazioni Aretha Franklin come artista per la festa d’inaugurazione del suo mandato da presidente degli Stati Uniti nel 2009. Obama nel 2015 era arrivato a commuoversi durante l’interpretazione della Franklin, all’epoca già ammalata, del suo successo You make me feel like a natural a woman.

“Nessuno personifica più pienamente la connessione fra lo spirito afroamericano e il blues, l’R&B e il rock and roll”: aveva poi scritto in una mail al New York Times Obama spiegando così la sua reazione alla performance dell’artista che dal canto suo aveva definito “meravigliosa” l’approccio dell’ex presidente alla sua esibizione.

Anche l’attuale presidente americano Donald Trump, pur non potendo vantare un buon rapporto con l’artista che si era rifiutata di cantare alla cerimonia del suo insediamento, ha voluto fare un post per ricordarla definendo la sua voce: “un dono di Dio” e aggiungendo: “ci mancherà”.

Tante, infine, le star della musica che hanno espresso il proprio cordoglio per la morte della vincitrice, fra l’altro, di ben 18 Grammy Awards, fra cui Paul McCartney che ha scritto: “Il ricordo della sua grandezza come musicista e come essere umano vivrà per sempre”.

Addio regina del soul, voce del riscatto dei neri

Nelle chiese era tutto un frenetico passarsi i sali. Clarence LaVaughn Franklin si lanciava nei suoi incendiari sermoni e i fedeli svenivano uno a uno, folgorati dalla visione di quel Dio che avrebbe liberato i neri dall’oppressione. La piccola Aretha osservava con occhi curiosi, compiaciuta dall’innegabile potere sovrannaturale di suo padre. Il predicatore battista: che però, avrebbe ricordato la figlia, “era anche un uomo. E quante donne della congregazione si presentavano a lui, dopo la funzione, con le gonne un po’ tirate su”. Del resto, a quel punto delle cose, il vecchio C.L. era tornato a essere un single impenitente. Il matrimonio con Barbara, cantante gospel, era fallito: a elevare inni al Signore avrebbe pensato sua figlia Aretha. O le altre due bambine: Emma, Carolyn.

Non poteva sapere, malgrado le aderenze con il Padreterno, che Aretha avrebbe fatto molto di più. Avrebbe attraversato i territori peccaminosi del rhythm’n’ blues e del soul, del rock e del pop. E malgrado le contaminazioni del fumo, che via via le intorbidava la voce togliendovi luce e purezza, Mrs. Franklin sarebbe stata per sempre la migliore. La Regina.

The Queen of Soul è morta ieri, a 76 anni. Un 16 agosto del cazzo. La stessa data in cui, nel 1977, il mondo ebbe l’annuncio choc della scomparsa di Elvis. Il Re. Con la variante che Presley era stato ritrovato senza vita seduto ingloriosamente sul cesso mentre leggeva un libro sul “vero volto di Gesù”.

Sempre che in quella bara ci sia lui e che non abbiano ragione gli irriducibili complottisti che ancora oggi lo avvistano per ogni dove, imbiancato e acciaccato, ma vivo, vegeto e presumibilmente immortale.

La morte di Aretha invece è stata certificata persino in anticipo, con una imbarazzante sequenza di R.I.P. sui social già da un paio di giorni, gli inopportuni tweet di quelli che volevano firmare per primi il libro virtuale del compianto, perché il cancro all’esofago non lasciava speranze. E poi Aretha si era ormai ritirata dai concerti, era già nella storia della musica. Incastonata in un’America irrimediabilmente trascorsa. Quell’infanzia vissuta seguendo il padre in estenuanti rally nel profondo Sud, “dove ci costringevano a mangiare nel retro dei ristoranti e se dovevamo andare al bagno non ci restavano che le stazioni di servizio. A patto che facessimo benzina”. Due figli avuti a 14 e 16 anni, un primo matrimonio con il violento Ted White. La tentazione della bottiglia per dimenticare le umiliazioni domestiche. Una fottutissima paura di volare che la limitava nelle tournée. L’aereo? Per carità: serate a portata di macchina! Del resto, lei era di Detroit, la Motor City. Che si spostassero gli altri. Come facevano Mahalia Jackson, Art Tatum, Oscar Peterson, frequentatori di casa dei Franklin. Quando era giovanissima e doveva esibirsi in chiesa dopo la Messa, vide avvicinarsi un ragazzo lungo i banchi: “Era vestito nel modo più cool che avessi mai visto, un completo blu elettrico e un soprabito marrone”. Si chiamava Sam Cooke. Tempo dopo, Aretha e la sorella Carolyn erano in auto quando la radio diffuse You send me, il grande successo di Sam. Il suo amico ce l’aveva fatta, ora toccava a lei. Ad Aretha andò ancora meglio, perché Cooke morì mentre inseguiva la pollastrella sbagliata in un motel di Los Angeles. Si disse che l’aveva ucciso la proprietaria, Bertha Franklin: solo omonimia, uno sputo del destino.

La “vera” Franklin osò rifiutare l’ingaggio della Motown del potentissimo Berry Gordy jr, e optò dapprima per la Columbia e poi per la Atlantic. Nacquero in queste due etichette i trionfi della Regina: I never loved a man (the way I love you), Think, You make me feel (a natural woman), Chain of fools e il suo cavallo di battaglia, Respect, mutuato da Otis Redding. “Nel ’67 – raccontava – divenne un inno per il movimento per i diritti civili, ma per me era più una canzone sul confronto tra uomo e donna”. Curiosamente, nessun suo pezzo è mai arrivato al primo posto della classifica. Ma ci è andata molto vicino, ritrovando smalto dopo il momento buio degli anni Settanta. Il cameo d’oro con i Blues Brothers. I dischi negli Ottanta, i duetti con Annie Lennox o George Michael. L’onore di essere la prima donna ammessa nella R’n’r’ Hall of Fame nell’87.

La trovata fenomenale di improvvisare a modo suo il Nessun dorma ai Grammy del 1998, in sostituzione di Pavarotti malato. E i brividi di Obama: quando Aretha (con in testa un vistoso fiocco tempestato di Swarovski) impreziosì l’inaugurazione del primo mandato intonando My country, ’tis of thee e sei anni più tardi, nel 2015, quando fece commuovere il presidente nero a una serata d’onore per Carole King: avvolta in una pelliccia, seduta al piano, la Regina cantò in modo sublime Natural woman.

Aveva paura di volare, ma la sua voce se ne era fregata per tutta la vita.

C’era una volta la principessa alcolizzata: ecco la favola del “Disincanto” di Groening

Dimenticatevi i regni incantati disegnati da Walt Disney. C’è un nuovo cartone animato, in onda da oggi su Netflix e partorito dalla matita politicamente scorretta di Matt Groening – il papà de I Simpson e di Futurama – che si intitola Disincanto (Disenchantment nella versione originale).

La serie, articolata in 10 episodi, segue la storia di Bean, una principessa alcolizzata, il suo compagno Elfo e il suo “demone personale” Luci, che vive in un regno medievale noto come Dreamland. La cifra dell’autore è inconfondibile: il mondo di Disincanto, pur facendo riferimento al fantasy invece che alla fantascienza, assomiglia molto a quello di Futurama. È popolato di personaggi cinici che, nonostante ciò, non rifuggono l’amicizia e compiono buone azioni più per caso che per scelta. Cerca sempre il ribaltamento dei classici schemi narrativi, con personaggi apertamente egoisti e malvagi che finiscono per essere i buoni. Ma soprattutto, tolti gli orpelli narrativi, è un mondo che assomiglia molto più al nostro presente che al passato.

Chi ama l’ironia auto-consapevole di Groening, i suoi continui riferimenti all’attualità filtrati attraverso un’ottica surreale e fantastica, apprezzerà anche questa nuova serie. Per Matt Groening è la terza “creatura” portata sullo schermo. In un’intervista aveva affermato che con Disincanto voleva “creare una ‘parentela’ con I Simpson e Futurama senza renderli la stessa cosa”. Sono trascorsi 31 anni da quando il giovane fumettista di Portland si presentò all’emittente televisiva Fox – che allora era Fox Broadcasting Company – per proporre i suoi personaggi “ingialliti”, che avrebbero poi dato vita alla sit-com di maggiore successo nel mondo.

Auguri Sean e Robert, grandi star piccolo film

Ma quali angeli, semmai leoni. Di zodiaco e di fatto, Robert DeNiro e Sean Penn festeggiano oggi il compleanno ed è bello celebrarli con una commedia degli equivoci che, nel 1989, li vide entrambi protagonisti. Intitolato (appunto) Non siamo angeli, il film assembla i due duplici premi Oscar nei panni dismessi di galeotti evasi, e poi nascosti in un paesino della frontiera statunitense-canadese grazie al travestimento da novelli preti della comunità.

I caratteri, diversamente sgangherati, non potrebbero essere più distanti – Jim (Penn) è mansueto e devoto “inside” mentre Ned è egoisticamente determinato alla conquista della libertà – ma l’insolito destino li accomuna in vicende rocambolesche ai limiti della verosimiglianza. Non siamo angeli è infatti una gangster comedy a sfumature religiose, in cui la presenza dell’elemento miracoloso pervade la narrazione a partire dall’incredibile capacità dissimulatrice dei due ricercati.

Su soggetto e sceneggiatura del drammaturgo David Mamet, la pellicola è siglata alla regia dall’irlandese Neil Jordan che qualche anno dopo avrebbe trionfato con il bellissimo La moglie del soldato (1992): di certo non staremmo qui a parlarne se non fosse per la fortunosa accoppiata di attori stracult, giacché Non siamo angeli resta un’opera minore, tanto nella filmografia del blasonato regista quanto in quella dello stimato drammaturgo-sceneggiatore. Ma vedere DeNiro e Penn uniti sotto ingannevole abito talare resta un’esperienza, al di là della disimpegnata performance offerta da ciascuno. Se poi vi si aggiunge il sex-appeal di una Demi Moore all’epoca nel pieno delle forme, ecco che il film, suo malgrado, si consegna indomito al cinema dei perdonabilissimi guilty pleasure.

Per essere la nuova Ferragni non serve una laurea. O forse sì

Li hanno snobbati per anni, mentre i fondi statali all’Università scemavano e i loro ricavi – quelli degli influencer – crescevano esponenzialmente. A un certo punto, però, complici forse madri disperate di ragazzine che avevano mollato le facoltà di Medicina o Psicologia per puntare a fare le youtuber o le instagrammer di successo– d’altronde si guadagna per esporsi, what else? –, hanno capito che il fenomeno sarebbe scappato loro di mano. E che tanto valeva cercare di richiamare le aspiranti Ferragni nazionali sotto il cappello dell’Accademia.

Così, per la prima volta, un’Università pubblica, la spagnola Universidad Autónoma di Madrid (Uam), ha deciso di lanciare, organizzato dalla facoltà di Psicologìa y la Escuela de Intelligencia Econòmica della stessa università, il corso di laurea “Intelligence Influencers: Fashion and Beauty” per diventare influencer professionali. Roba seria, come dimostra già il fatto che richieda, ai tempi del digitale, la presenza fisica reale, tanto che chi vuole seguire i corsi online nella “virtual classroom” ottiene solo il corso di frequenza, ma non il diploma. Si comincia, come ha spiegato El País, a ottobre, con 500 ore e materie come “Moda”, “Stilismo e tendenze”, “Creazione di un proprio brand personale in rete”, “Psicologia della moda” e “Comunicazione per influencer”.

Per la verità, alcuni esperimenti di formazione per influencer erano partiti anche in Italia, vedi i corsi della Condé Nast Social Academy, così come “#Round Academy”, primo corso italiano per diventare un Instagram Influencer. Ma la novità del corso di laurea spagnolo è che si focalizza anche sul lato “oscuro” della comunicazione digitale, con docenti che spiegheranno agli aspiranti influencer le conseguenze psicologiche del vivere una vita pubblica insieme alle tecniche necessarie per sopportare la pressione quotidiana di notizie e immagini, per sviluppare una personalità forte e per arginare le critiche di troll e hater.

L’idea (giusta) la spiega Manel Torrents, uno dei direttori del corso, secondo cui questi influencer nati per caso “si sono convertiti in opinion leader”. E in quanto tali è fondamentale “formarli, con serietà e rigore, perché si tratta di persone che hanno potere e che devono imparare a usarlo bene”. Tesi ribadita dall’altro direttore, Manuel de Juan, professore di psicologia della Uam. “L’influencer ha una responsabilità enorme: con un clic può distruggere un’impresa”.

Infine, da non sottovalutare, ci sono gli aspetti finanziari e legali, che sarebbero quanto mai necessari pure in Italia, visto il far west in cui si muovono indisturbati gli influencer nostrani, ancora parzialmente indifferenti ai richiami dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato sulla necessità di segnalare post promozionali (ma anche post con prodotti regalati). Insomma, non guasterebbe mandare a scuola anche i nostri, e non tanto per far avere loro una laurea che quasi nessuno, Ferragni compresa, ha, ma per insegnargli quali sono le regole con le quali si sta nel mondo (del web), aiutarli a evitare messaggi kamikaze mandati d’impulso a milioni di persone, togliergli il vizio della marchetta compulsiva.

C’è chi dice che, di questo passo, si arriverà a un dottorato in YouTube o a creare l’Ordine professionale degli Influencer. Ma non è questo l’intento del corso di laurea madrileno, come non è, si spera, quello di attrarre studenti col messaggio che frequentando diventeranno tutti miliardari. Molti influencer sono tali perché già famosi, altri lo sono diventati per botta di culo, altri per trame poco chiare, altri invece per creatività e talento. E nessuna di queste cose si può insegnare. Specie, non c’è dubbio, l’esercizio della fantasia, merce rara tra questi nuovi opinionisti del selfie, che forse presto si esauriranno, sostituiti – pare – dai cosiddetti influser, influencer inconsapevoli e senza secondi fini; oppure, chissà, da influencer robot, facilmente più brillanti e ironici di quelli in carne e ossa. Meglio saperlo, prima di pagare la rata di iscrizione.

“Non sono Gerry Scotti: la tv non mi interessa”

Dalle Bollicine – leggasi “casa discografica di Vasco Rossi” – al buen retiro in Svizzera, dove insegna canto e composizione e scrive musical per i ragazzini ticinesi: Simone Tomassini – per gli amici (e non) solo Simone – risponde al telefono dal mare, dove si trova coi figli e famiglia al completo. “Facciamo tutto in famiglia. Il mio manager è anche mio cognato”.

Sempre per la famiglia Simone è sceso dal palco nel 2008, salvo poi risalirci in sordina, o almeno non più sotto i riflettori dello showbiz. Essere disarcionato dalla giostra, però, dice, non gli è pesato: “È stata anche una mia scelta perché, a un certo punto della carriera, ho avuto gravi problemi personali: ho perso mio padre e mio nonno nel giro di un mese, perciò ho preferito dedicare la mia attenzione ad altro, dando priorità alla famiglia. Purtroppo quando scendi dal carrozzone mediatico nessuno ti cerca più, soprattutto se sei in difficoltà: è la dura legge del rock and roll, non ti guarda in faccia nessuno. Ma non sento la necessità di dover per forza apparire, non soffro che le mie canzoni passino poco in radio o mi si veda meno in televisione”.

Il debutto è nientemeno che al Festival di Sanremo nel 2004 con È stato tanto tempo fa, etichetta Bollicine, appunto, e manager Enrico Rovelli, che lo porta anche al Festivalbar con Il mondo che non c’è. Quell’estate Simone ha la ventura pure di aprire i concerti del Blasco, con cui scrive Giorni, titolo poi del suo primo album. Ora, a quasi quindici anni di distanza, ha “rimesso i piedi per terra. Oggi è tutta una rincorsa al successo facile: spari un colpo ed è finita. Una volta non era così: io ho avuto l’onore di collaborare con grandi artisti, come Vasco, magari giocandoci insieme a calcio nella Nazionale cantanti. Mi ricordo un bellissimo corso che tenne Dalla a Bologna, raccontando del suo primo discografico: ‘Lucio’, gli disse il manager. ‘Proviamoci: ti faccio un contratto di sei dischi e vediamo cosa succede’. La cosa ci fece molto ridere perché sei dischi significa 12 anni: 12 anni di contratto e tentativi! Oggi il massimo è un singolo: se funziona, bene, sennò sei già spacciato dopo due mesi”.

Di album Simone ne ha firmati sei, dal 2004 al 2016: in quegli anni, oltre a incidere e fare concerti in tutta Italia, compare spesso in tv, come in Music Farm, uno dei primi talent; pubblica un Dvd e un libro; è scelto da Jerry Calà per la colonna sonora di Vita Smeralda; è ospite (non più apripista) sul palco di Vasco; gioca con la Nazionale italiana cantanti; è promotore di campagne ed eventi benefici; conosce e diventa amico di Paolo Meneguzzi, ancora oggi suo prezioso alleato e sodale. “A fine maggio siamo usciti con il singolo Estate Rock & Roll e stiamo lanciando il musical The Superstars sulla vita dei più grandi musicisti di sempre, da Lennon a Dylan a tutti gli artisti che gravitavano intorno alla Factory di Andy Warhol. In Svizzera lo abbiamo appena allestito con un gruppo di quaranta ragazzini e in futuro io e Paolo vorremmo intensificare la collaborazione con giovani emergenti per sostenerli nei primi passi della carriera”.

Simone si è sempre dedicato all’insegnamento e alla formazione: “Si può vivere e sopravvivere con la musica anche senza essere un personaggio famoso: così era per me prima di Sanremo, e della fama, e così è adesso. Da tanti anni ormai insegno canto e composizione: sempre con Meneguzzi ho fondato la Pop Music School in Svizzera – abbiamo 250 allievi –; inoltre ho una scuola più piccola in Italia, Simone Lab, un laboratorio per cantautori, una ventina circa, con cui scrivo e che cerco poi di proporre alle case discografiche. E se poi vogliono provare i vari talent – da X Factor ad Amici e The Voice – va bene, però prima devono prepararsi seriamente con me per non essere subito scartati: è questo il problema di oggi. La loro formazione mi sta molto a cuore: in tv vedo grandissimo talento, ma scarsissima preparazione, e infatti i più spariscono nel giro di pochi mesi. Non tutto dipende dalle logiche spietate del business: questi giovani artisti, spesso, non hanno abbastanza carne al fuoco, non hanno nulla dietro e poca tecnica, e così la discografia si gira in fretta da un’altra parte. Ora, ad esempio, va di moda la trap: sembra proprio che le canzoni d’amore siano vecchie”.

Di cambiare vita non ha mai pensato? “L’ho pensato nel 2008, quando ho passato sei mesi a New York, frequentando artisti di strada italiani… Adesso ci penso meno: finché la musica mi darà gioia e la possibilità di mangiare – che sia con una canzone mia o una cover di Vasco – farò sempre questo per tutta la vita. Non ho mai avuto un piano B, o comunque il mio piano B è sempre legato alla musica: alla peggio, andrò a suonare sulle navi”.

Quanto all’etichetta di “meteora”, non si è mai sentito tale: “Ci sono persone che si sono conosciute con le mie canzoni, si sono sposate, hanno avuto figli: per me è questo il successo. Quindi non puoi essere una meteora se nascono amori, figli, cose meravigliose… Capisco i colleghi che, una volta scemata la fama, sono caduti in depressione o sono andati in analisi, ma proprio per questo io ho ‘vinto’. Si può anche convivere con gli insuccessi. Non tutte le ciambelle escono con il buco. A me capita a volte, quando vado al supermercato, che la gente mi fermi e mi chieda: ‘Ma non canti più?’. No, non è che non canto più. ‘Eh, ma non vai più in televisione?’. Sì, ma non sono Gerry Scotti! Io esisto, e suono, anche se sono fuori dal piccolo schermo”.

 

Kim, le killer e la candid camera col morto

Pensavano di essere su una sorta di candid camera; questa ‘scusante’, assieme ad altre utilizzate dal loro avvocato, non salverà dal processo Siti Aisyah, indonesiana e Doan Thi Huong, vietnamita: sono le due ragazze accusate di aver ucciso, a Kuala Lumpur, Kim Jong-nam, il fratellastro del dittatore nord coreano Kim Jong-un. Il giudice del tribunale di Shah Alam, Azmi Ariffin, ha giudicato sufficiente il materiale raccolto dall’accusa per imbastire il processo.

I fatti risalgono al 13 febbraio 2017 quando le due donne lanciarono dentro l’aeroporto della capitale malese del gas nervino VX, versione mortale del gas sarin, contro Kim Jong-nam.

La coppia si è sempre difesa dall’accusa di avere intenzionalmente ucciso l’ex uomo politico nord coreano dicendo di essere state coinvolte con l’inganno dai servizi segreti di Pyongyang; sarebbero state usate facendo loro credere di essere parte di uno scherzo stile candid camera. Il giorno del delitto, quattro cittadini della Nord Corea si sono allontanati dalla capitale prima di essere fermati dalla polizia.

Il giudice ha spiegato nella sua decisione di ritenere poco credibile la linea difensiva delle due donne e ha invece ventilato l’ipotesi che l’omicidio sia stato di origine politica.

Kim Jong-nam era il primogenito del dittatore Kim Jong-il e ne era stato il successore designato fino al 2001, anno in cui era caduto in disgrazia; fu arrestato all’aeroporto di Tokyo dalle autorità giapponesi mentre cercava di entrare nel Paese con un passaporto dominicano, assieme a due donne e al figlio.

Le foto del suo arresto che lo ritraevano in abiti da vacanza e la motivazione del viaggio (una gita al Disneyland di Tokyo con il figlio) avevano fatto all’epoca il giro del mondo imbarazzando il padre dittatore che annullò il viaggio in Cina per la vergogna. Dopo aver perso il favore del genitore, Kim Jong-nam aveva iniziato un esilio forzato in varie città asiatiche dissentendo dalle politiche nordcoreane soprattutto in materia economica, dove si era attestato su posizioni pro libero mercato. Questa visione e i suoi legami con l’establishment cinese avevano fatto spesso parlare di lui come un possibile sostituto del fratellastro Kim Jong-un che, ignorando i proclami di non belligeranza del fratellastro – gli aveva scritto una lettera supplicandolo di non ucciderlo – aveva giudicato il pericolo reale provando ad eliminarlo, nel 2006, all’aeroporto di Budapest, e nel 2012. La vicenda giunge a conclusione nel 2017; le due ragazze accusate dell’omicidio rischiano l’impiccagione.

Brasile, telenovela Lula: detenuto e candidato, inizia la guerra dei ricorsi

Un corteo di quattro chilometri ha accompagnato mercoledì la direzione del Pt, il Partido dos Trabalhadores, sino alla sede del Tribunale Superiore Elettorale (Tse), per registrare la candidatura di Luiz Inácio Lula da Silva all’elezione presidenziale del 7 ottobre.

A iscrivere l’ex presidente che si trova detenuto nel carcere di Curitiba, per scontare una condanna di 12 anni (non definitiva) per corruzione e riciclaggio, è stata la presidente del Pt, Gleisi Hoffmann che ha registrato anche i nomi del vicepresidente di Lula, Fernando Haddad, ex prefetto di São Paulo e Manuela D’Avila, la deputata del Partito Comunista che diverrebbe la vice candidata, se il Tribunale Superiore Elettorale bloccherà la candidatura dell’ex presidente.

La registrazione ha dato inizio alla guerra giudiziaria e politica contro la candidatura di Lula. Le scaramucce sono iniziate in tarda serata, quando il procuratore generale, Raquel Dodge, ha presentato la richiesta d’impugnazione della candidatura in base alla legge soprannominata ‘scheda pulita’; una norma che impedisce a una persona condannata in seconda istanza di partecipare come candidato a una elezione. I sondaggi danno il presidente più amato della storia brasiliana vincente in larga misura contro ogni candidato in lizza. Nonostante le possibilità di Lula di partecipare al suffragio siano pochissime, il Pt è deciso a portare avanti la sua candidatura. Le previsioni elettorali sono a favore anche di Fernando Haddad, l’ex prefetto d’origine libanese che, secondo gli ultimi sondaggi, potrebbe ricevere da Lula il 30 per cento dei suoi voti.

Il partito spera che Lula e il lulismo possano trasferire a Haddad una parte dei milioni di voti necessari per trascinarlo verso un eventuale ballottaggio elettorale. Il Pt senza Lula difficilmente sopravvivrebbe, ma la candidatura di Haddad potrebbe fornire un inatteso e imprevedibile capitolo alla novela eletoral brasileira.

La carica del Boston Globe. 350 testate contro Trump

Un coro di oltre 350 testate giornalisti in tutta l’Unione si leva contro la “guerra sporca” di Donald Trump alla libertà di stampa e d’espressione. Ideata dal Boston Globe, quello – per intenderci – del caso Spotlight, l’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa a Boston, l’iniziativa raccoglie un larghissimo consenso, ma suscita pure distinguo e polemiche. Non vi aderiscono, ad esempio, il Wall StreetJournal e la tv Fox, l’unica che il presidente segue (vuole che i televisori della Casa Bianca e dell’AirForceOne siano tutti sintonizzati su quel canale).

I media coinvolti pubblicano ciascuno un editoriale contro gli attacchi alla stampa di Trump, che bolla le testate più autorevoli come “fake news media” e definisce i giornalisti “nemici del popolo”. Oggi, la risposta è l’hashtag #EnemyofNon, i giornalisti non sono nemici di nessuno. Il New York Times fa scorrere, sul proprio sito, gli articoli di fondo di ogni giornale: emerge la convinzione che gli attacchi del presidente compromettono la libertà di stampa e anche l’incolumità dei giornalisti. Ma il magnate ha con sé una fetta dell’opinione pubblica. Secondo un sondaggio della Quinnipiac, il 51% degli elettori repubblicani considera i media più che un elemento di democrazia “un nemico del popolo” – l’epiteto di Trump e quello con cui i nazisti bollavano gli ebrei e Stalin gli oppositori da eliminare -. Un altro rilevamento attribuisce al 23% dei conservatori l’opinione che il presidente dovrebbe avere l’autorità di chiudere le testate che “si comportano male” come Washington Post, New York Times e Cnn.

L’aria illiberale della Casa Bianca permea tutta l’Unione. Trump commenta: “I media fake news sono il partito d’opposizione … È molto negativo per il nostro Paese … Ma stiamo vincendo …”.

Gli editoriali grondano preoccupazione. Il Boston Globe titola: “I giornalisti non sono il nemico”; e ricorda che per oltre 200 anni la libertà di stampa “ha protetto i giornalisti in patria e ha funzionato come modello per le nazioni libere all’estero … La grandezza della nazione dipende dal ruolo di una stampa libera che dica la verità ai potenti”. Insofferente delle critiche e incline a non raccontare la verità, il presidente inquina sempre più l’atmosfera dell’America: revoca il nullaosta di sicurezza all’ex direttore della Cia John O. Brennan, come atto di ritorsione per le critiche rivoltegli. Brennan replica: “I miei principi valgono più dei tuoi nullaosta”.

La fabbrica di fake news che è divenuta la Casa Bianca nell’‘era Trump’ può contare sul consenso di quanti credono che problemi complessi abbiano soluzioni facili, che dire una cosa equivalga a farla e che crearsi nemici ovunque è un segno di forza e di potenza. E Steve Bannon, fra gli artefici della vittoria nel 2016, privato un anno fa del ruolo di guru, è pronto a scendere di nuovo in campo: il gruppo Bannon’s Citizens for the American Republic sosterrà il presidente in vista delle elezioni di midterm, il 6 novembre. Sul fronte opposto fa discutere la Casa Banca in fiamme e un’aquila calva (emblema degli Stati Uniti) che mangia da uno scheletro che ha i capelli come il presidente. Il poster disegnato dal bassista della band Pearl Jam, Jeff Ament, in collaborazione con l’artista Bobby Brown è un endorsement del senatore democratico del Montana Jon Tester.