Il corteo della diaspora: come ai tempi di Ceausescu

È stata chiamata la “manifestazione della diaspora” quella tenuta una settimana fa a Bucarest e in altre città rumene, per sottolineare la partecipazione anche di chi negli anni scorsi era andato via per trovare un lavoro. Sono circa 5 milioni i rumeni che vivono all’estero, la maggior parte è partita fra il 1990 e il 2000. Sfruttando le ferie estive gli oppositori del governo hanno lanciato la mobilitazione contro la corruzione. Il corteo era stato pacifico, ma proprio nella fase finale sono scoppiate le violenze: oltre 450 i feriti. Il presidente della Repubblica Klaus Iohannis ha condannato l’azione violenta della gendarmeria, più cauto il premier Viorica Dancila

La protesta è considerata una delle più imponenti dalla caduta del regime comunista di Nicolae Ceausescu, nel 1989. Il dittatore aveva preso il potere nel 1965; la Romania viveva un relativo benessere, ma alla fine del regime imposto dalla famiglia Ceausescu – la moglie Elena fu vice primo ministro e considerata “eminenza grigia” del sistema – il Paese rimase in ginocchio. La coppia fu fucilata durante la rivoluzione. Oggi, a fare le spese di questa mobilitazione è il governo del Psd, e il leader del partito, Liviu Dragnea, condannato due volte per corruzione; Dragnea vorrebbe una riforma del codice penale che lo metterebbe al riparo – con altri membri del suo partito – dalla condanna definitiva

Il richiamo della protesta: Bucarest e la “peste rossa”

“Il tramonto scende su Calea Victoriei alle 8 della sera. Due chilometri e 700 metri di storia, monumenti e vetrine che sfociano su Plata Victoriei e sul palazzo del governo.

Pochi giorni fa da queste parti c’era l’inferno: 120mila persone raccolte in piazza per protestare, centinaia di feriti, ambulanze e intossicati ovunque, tra nuvole di gas lacrimogeno. E la Gendarmerie – la polizia militare – che picchiava e picchiava. Colpa degli hooligans che hanno iniziato a lanciare pietre, dicono gli uomini in divisa, ma a quanto pare gli ultrà erano solo poche decine. E a farne le spese sono stati invece centinaia di padri di famiglia e studenti. Era il 10 agosto. Ma a Ferragosto tutto sembra già lontano. Saranno i ventisette gradi e questo meraviglioso vento leggero leggero. Poche auto che viaggiano veloci, tra le chiese del ‘700, i teatri, la sede monumentale della Cec Bank e il retrogusto parigino di questo boulevard.

Da Plata Victoriei e dall’inferno che fu spunta Calin in bicicletta, dall’altro lato del marciapiedi, per manifestare anche stasera. Come ogni sera, dall’inizio del 2017. Saranno duecento persone e Calin non riesce a farsene una ragione: “Siamo troppo pochi, se pensi che ci hanno aggrediti e gasati solo 5 giorni fa”. Pochi minuti ed è già scesa la sera. Accendono le luci dei telefonini, cantano l’inno rumeno, urlano contro il Psd, il partito di maggioranza al governo, che definiscono all’unisono: “peste rossa”. Mentre tutt’intorno Bucarest s’indolenzisce, terminando la sua giornata di festa, qui cercano di darle una scossa. La parola chiave è “corruzione”. È un bisbiglio che senti ovunque: nei bar e nei dibattiti in tv. La Romania si sta ribellando da anni. Il governo di Victor Ponta – indagato per corruzione ed evasione fiscale – s’è dimesso in poche ore in seguito all’incendio di una discoteca. Era il novembre del 2015. Nell’incendio del Colective morirono decine di persone. Si scoprì che il club di Bucarest non aveva le misure di sicurezza a norma. Eccolo, il frutto della corruzione. Scesero in piazza a migliaia. E in poche ore mandarono a casa Ponta e il suo governo. Fu allora che Liviu Dragnea – qui tutti lo considerano il vero primo ministro – divenne il presidente del Psd. Piccolo dettaglio.

Nel 2015 Dragnea era stato condannato per frode elettorale. E così, pur portando il suo partito alla vittoria nel 2016 – il Psd vince con il 40 per cento e va al governo alleandosi con Alde – non può diventare premier: impossibile rivestire la carica, in Romania, se sei condannato. Poco male: Dragnea estrae dal suo partito ben tre capi di governo (più o meno) fedeli nel corso di un anno e mezzo. E nel frattempo il governo progetta di mettere mano al codice penale. Circolano idee del tipo: l’abuso d’ufficio viene punito, sì, ma soltanto se l’indagato ottiene indebiti benefici materiali per se stesso, il coniuge o parenti e affini entro il secondo grado. E si abbassa pure la pena: da 7 a 5 anni.

Ai rumeni non è sfuggito che la mazzetta potrebbe finire nelle mani di un amante o di un amico. E si sono parecchio incazzati. Non gli è neanche sfuggito che, a giugno scorso, Dragnea è stato condannato proprio per abuso d’ufficio dalla corte suprema: avrebbe fatto assumere – e quindi pagare – dal Servizio di protezione sociale dei bambini, durante il biennio 2009/10, due membri del suo partito. Pur sapendo che non si erano mai presentati al lavoro. La norma è stata ritirata. Si attende il vaglio della Corte Costituzionale. Ma in piazza – e non solo – sono ormai certi che il Psd e Dragnea – che lo tiene in pugno – punterà a modificare il codice penale pur di salvarsi. “Per salvare se stesso dai guai giudiziari – sostiene Irina Andreis, del movimento Resist – Dragnea sta salvando tutti i corrotti del paese”.

Il partito Usr, appoggiato dal movimento Resist, sta raccogliendo firme per varare una legge che impedisca ai condannati di assumere qualsiasi carica pubblica. Tra qualche settimana, invece, Dragnea – che ha fatto ricorso – avrà dalla magistratura la risposta definitiva al suo guaio giudiziario. E sarà un momento decisivo. “Se viene condannato, lascia la vita politica, e il governo si dimette – ci spiega Victor – non ci sarà alcun problema. Se sarà assolto, invece, in molti penseranno che la magistratura sarà stata corrotta: s’innescherà la miccia delle proteste. E qui in Romania sappiamo come si fa la rivoluzione”. A scatenare altre proteste c’è stata la rimozione del capo della procura anticorruzione, Laura Codruta Kovesi, che l’ha guidata per quasi 5 anni: migliaia di fascicoli aperti e la condanna di circa 70 politici (inclusi alcuni ministri e deputati). Nei mesi scorsi è stata accusata di aver gestito la procura in modo irregolare: “Assistiamo a un attacco contro la giustizia”, ha replicato Kovesi rifiutando di dimettersi, “per mettere in ginocchio lo stato romeno e umiliare i suoi cittadini: qui non ‘fabbrichiamo’ prove né dossier politici”. Il presidente della Repubblica Klaus Iohannis nei mesi scorsi s’è rifiutato più d’una volta di sostituirla. A quel punto Dragnea ha chiesto la sospensione di Iohannis, che ha dovuto cedere quando la richiesta di sospendere Kovesi è giunta dalla Corte Costituzionale.

Siamo in piena crisi istituzionale. Ma dal febbraio 2017 – quando per la prima volta i rumeni sono scesi in piazza contro questo governo – non c’era stato un solo incidente. Il 10 agosto si contano invece 450 feriti, alcune decine tra la Gendarmerie, e lo stesso Iohannis che accusa militari e governo di aver usato una violenza sproporzionata e insensata. Il 10 agosto però c’è stato un ingrediente nuovo. Con un tam tam partito su Facebook molti rumeni che vivono all’estero si sono dati appuntamento in questa piazza: è la cosiddetta diaspora. Risultato: circa 120mila persone in piazza. “Una composizione eterogenea, che non è legata in modo specifico ad alcun partito”, afferma Alina Pop, docente universitaria di psicologia sociale, militante e membro del partito Usr, “ed è il segno della maturità di questa parte della società che, sia in Romania sia all’estero, sta chiedendo legalità e meritocrazia. Dragnea finora, in un anno e mezzo, ha di fatto nominato tre suoi ‘burattini’ come capi del governo. I primi due – Sorin Grindeanu e Dudoseve Florin – sono caduti perché non gli erano sufficientemente obbedienti. La terza, Viorica Dancila, è talmente impreparata che è riuscita, in una visita ufficiale in Montenegro, a chiamare Pristina la capitale Podgorica, una gaffe tanto più imperdonabile, se consideriamo che Pristina è nel Kosovo, Stato non riconosciuto né dal Montenegro né dalla Romania. È in queste mani che sono i rumeni”.

L’Usr – unione per salvare la Romania – è un partito nato circa due anni fa. È piuttosto trasversale dal punto di vista ideologico. Condivide la campagna avviata dai manifestanti per varare una legge che impedisca ai condannati di svolgere funzioni pubbliche e sedere in Parlamento.

“È un’iniziativa che stiamo appoggiando – dice il deputato di Usr, Tudor Pop – e che ha già raggiunto 700 mila firme. Il minimo necessario per avviare l’iniziativa è 500 mila: puntiamo a raggiungerne un milione. Il nostro partito è composto in gran parte da gente che non aveva mai fatto politica prima, siamo nati nell’ottobre 2016 e nel 2020, se il governo attuale non cade prima, contiamo di poter governare con gli altri partiti dell’opposizione”.

Il punto è che gli scontri di piazza, secondo Tudor Pop, rappresentano la linea rossa varcata dal governo: “Ci sono numerose prove – conclude – dell’uso brutale della forza contro famiglie inermi. Spero che la magistratura faccia luce su quello che è accaduto. Vogliono usare la repressione per impedire alla gente di tornare in piazza. Ma si sbagliano”. E in effetti, in questa sera di ferragosto, anche se sono appena tre o quattrocento, la piazza di fronte al palazzo del governo non è rimasta sguarnita.

Irina e Carina di Resist non saltano un giorno da anni. C’è chi invece arriva quando può. Ioana Ariadna Ciulei, 38 anni, viene da Bletchley, in Inghilterra. È una delle manifestanti della diaspora: “Sono qui da due settimane. Protesto contro i rischi di una forte privatizzazione, della corruzione dilagante, della riforma del codice penale che regalerà ai corrotti l’immunità”.

Ioana ci tiene a far sapere che è una fan di Matteo Salvini e della chiusura delle frontiere. Ovidio che viene da Roma, dove lavora in un’impresa di traslochi, è del parere contrario: “Salvini non mi piace: sta mettendo gli italiani contro gli immigrati. Sono qui perché bisogna essere uniti se vogliamo che la Romania cambi e la corruzione finisca”. Aida vive in Olanda, viene a protestare “4 o 5 volte l’anno”, accanto a lei un omone dallo sguardo simpatico: “Torneremo finché il governo non cade”.

Cristian Dide vive a Bucarest e nel 2016 ha fondato un’organizzazione non governativa – si chiama Evolutie in institutie – per difendere i cittadini dagli abusi del governo o delle forze di polizia: “Sono stato multato già 60 volte per aver manifestato qui – racconta – dicono che senza autorizzazione non possiamo protestare. Ma sono manifestazioni spontanee: non hanno bisogno di autorizzazione. Secondo loro, dovrei pagare 10mila euro. Non pagherò mai. Oggi siamo pochi. Speravo in una reazione diversa, dopo le violenze del 10 agosto, ma forse i rumeni non hanno capito il rischio economico e democratico che stiamo correndo. Il Psd ha occupato ogni posizione degli uffici pubblici. Controllano tutto. È ancora vestita da democrazia, sì, ma per me questa è già dittatura”.

Mail Box

 

Non tutti possono permettersi di riportare i fatti del Fatto

Caro Direttore, data l’età, non riesco a dormire bene come una volta: da anni durante gli intervalli mi interesso alle rassegne stampa per vedere cosa dicono i giornali. Ovviamente la mia preferita è la prima pagina del Fatto: purtroppo da circa un mese, da quando è iniziata la “battaglia” per le nomine Rai, i notiziari della stessa e anche di Sky sono diventati piuttosto restii a far vedere il nostro giornale, preferendogli testate che, secondo me, sono di pura fantasia e introvabili in edicola. In questi giorni nella rassegna stampa Rai, con ospiti, come recita il titolo, si possono ascoltare lunghe disquisizioni su titoli dei “giornaloni” non ancora impaginati, e dunque suscettibili di cambiamento, che dovrebbero indurre a maggior cautela. Ultimamente è molto presente un giornalista de La Stampa che straparla con il conduttore, facendo così vedere poco certi giornali. Ora una rassegna stampa dovrebbe far vedere ciò che viene pubblicato, non dilungarsi in elucubrazioni, che spesso finiscono per parlare male del Fatto. Capisco che tutti i salmi debbano finire con il Gloria, ma non mi è chiaro di cosa abbiano timore gli officianti di turno. Me lo può spiegare?

Approfitto dell’occasione per far notare anche che, verso l’alba, fanno vedere persino le pagine interne dei giornali: mai una volta che ne compaia una del nostro. Evidentemente il Fatto è tutto prima pagina e distintivo.

Franco Novembrini

 

Caro Franco, se tutti mostrassero i fatti del Fatto poi dovrebbero spiegare perché altre testate non li riportano. Troppo complicato.

M. Trav.

 

Genova è lo specchio dell’arretratezza italiana

Non posso negare la rabbia e la grande delusione da cittadino di questo paese per quello che è successo a Genova. Distruzione, feriti, morti: in Italia non sappiamo nemmeno controllare le nostre infrastrutture e il nostro territorio. Ci vantiamo di essere una nazione all’avanguardia, invece siamo sempre alle solite tragedie italiane.

Massimo Aurioso

 

DIRITTO DI REPLICA

In riferimento all’articolo “Salerno-Reggio Calabria. Perché è ancora incompiuta”, pubblicato il 14 agosto, va precisato quanto segue:

1. La A2 è già oggi una delle migliori autostrade italiane, con livelli di servizio superiori a molte delle autostrade a pedaggio, e non presenta alcun tratto pericoloso;

2. Il notevole incremento dei flussi di traffico registrato sulla A2 negli ultimi tre anni dimostra che gli utenti hanno apprezzato la nuova autostrada, con positivi effetti per il turismo in Campania, Basilicata e Calabria;

3. La ridenominazione dell’itinerario in Autostrada del Mediterraneo non è stata un’operazione di marketing ma è stata accompagnata da una intensa attività di valorizzazione del territorio servito dall’arteria, con un portale, un’app dedicata e una cartellonistica concordata con le Regioni interessate;

4. Le dichiarazioni dell’assessore Rossi riportate nell’articolo sono state da lui stesso chiarite e rettificate il giorno dopo, visto che anche in Calabria gli itinerari e la cartellonistica sono stati individuati con la Regione e i comuni interessati;

5. Tutti i gestori autostradali del mondo organizzano i lavori nei periodi di minore densità del traffico: è una prassi adottata universalmente e seguita anche da Anas;

6. La A2 sarà presto una delle autostrade più tecnologiche del mondo, con l’installazione dei dispositivi di smart road, che sarà avviata in quest’autunno;

7. A differenza di quanto scritto nell’articolo, i pareri degli utenti sull’autostrada sono ampiamente positivi: basta farsi un giro sulla A2 per averne riscontro.

D’altra parte, come infine anche voi riconoscete, come richiede una corretta valutazione costi-benefici, l’ingente risparmio generato da questa strategia è stato destinato a un piano molto ambizioso di rilancio di tutte le infrastrutture stradali di Anas nel sud.

Ufficio Stampa Anas

 

L’Anas pretende di convincere i lettori del Fatto che la Salerno-Reggio Calabria è la migliore e più sicura autostrada d’Italia. Facendo finta di dimenticare:

1) L’autostrada non è mai stata finita anche se l’Anas il 22 dicembre 2016 organizzò con il governo di allora una inaugurazione grottesca.

2) Ci sono 59 chilometri vecchi di decenni in non buone condizioni che dovevano diventare a tre corsie e sono rimasti a due.

3) Gli improvvisi passaggi da tre a due corsie sono molto pericolosi.

4) Per dare l’impressione che la Salerno-Reggio Calabria fosse davvero nuova l’Anas le cambiò nome da A3 a A2.

5) Per far sembrare meno decrepiti i tratti non rifatti Anas sta spendendo 1 miliardo e 600 milioni di euro.

6) I lavori sono in corso e ci sono circa 40 cantieri in attività che di certo non migliorano la circolazione. Al momento sono fermi per evitare guai in concomitanza con gli esodi, ma riapriranno a settembre e saranno dolori per gli automobilisti.

7) È lodevole l’intenzione Anas di fare di quell’autostrada una smart road e di metterla a servizio del territorio. Però forse sarebbe opportuno che nel frattempo l’azienda delle strade si prodigasse per finire davvero i lavori senza perdersi in quella colpevole inconcludenza che finora è stata la cifra della Salerno-Reggio Calabria.

Dan. Mar.

Gli investimenti, Tria e i vincoli svincolati come se fosse Antani

Giovanni Tria, com’è noto, fa il lavoro più difficile d’Italia: il ministro dell’Economia. In considerazione di questo fardello noi abbiamo per l’economista di Tor Vergata una simpatia non disgiunta da quella che definiremmo pietas. Ora, concesso al nostro ciò che gli spetta, va anche detto che la supercazzola – per quanto assai praticata anche dai suoi predecessori – non rientra tra la prerogative ministeriali. Lo diciamo dopo aver letto due cose. Una è la dichiarazione di Tria alla stampa dopo il crollo di Genova: “Si conferma l’assoluta necessità di un grande piano di investimenti pubblici in infrastrutture, che parta dallo sblocco degli investimenti e degli interventi di manutenzione che hanno già finanziamenti a disposizione. In ogni caso, com’è stato più volte chiarito, gli investimenti pubblici in infrastrutture sono una priorità del governo per i quali non ci saranno vincoli di bilancio”. Insomma, niente vincoli per gli investimenti. Poi, però, abbiamo letto i chiarimenti delle altrettanto ufficiali “fonti del Tesoro”: “Tria dice che non c’è il problema dei vincoli di bilancio perché le risorse per investimenti sono già nel bilancio e incluse nei tendenziali”, cioè bisogna usare i soldi già stanziati e fermi per qualche motivo. Riassumendo, per gli investimenti non ci saranno vincoli visto che staranno nei vincoli: d’altra parte, come spiegò a suo tempo l’evangelista Giovanni, in principio era il vincolo e il vincolo era svincolato presso dio, laddove sbirigudi il saldo denaturato come se fosse Antani. D’altronde, “è stato più volte chiarito”.

Vacanze estive. È giusto tenere le scuole attive anche d’estate per gli studenti?

 

Gentile signor Feltri, anche lei, evidentemente, è entrato a far parte della folta schiera che chiede vacanze meno lunghe per gli studenti, scuole aperte d’estate e insegnanti che lavorino anche in questo periodo. A 63 anni, 33 di insegnamento, una laurea specialistica, pubblicazioni, il mio stipendio è di 1.820 euro mensili (mi piacerebbe conoscere il suo, di stipendio). Ho terminato il lavoro, fra presidenza di commissione di maturità e esami di recupero nella mia scuola il 20 luglio. Ho diritto a 36 giorni di ferie (nell’anno scolastico non posso prendere ferie), escluse le domeniche. Un bocconiano come lei saprà fare di conto e comprenderà quanto sia “lunga” la mia pausa feriale. Inoltre, la invito a venire nella mia scuola un giorno di luglio o di agosto: nelle aule a 33 gradi non oserebbe entrare nessuno per seguire un “corso per ottenere i crediti necessari” (solo lo scriverlo mi fa venire da ridere). In ogni caso, a luglio oramai tutte le scuole sono in piena attività, almeno fino al 20, per i corsi di recupero. Il resto sono ferie (obbligatorie d’estate). O vuole abolirle per noi insegnanti?

Prof. Fulvio Lo Cicero

 

Gentile prof. Lo Cicero, io ho rilanciato un dibattito aperto dall’Economist: le vacanze troppo lunghe aggravano le differenze tra studenti che vengono da famiglie abbienti e quelli che hanno genitori più poveri. I primi hanno mille stimoli e opportunità, vanno all’estero a studiare inglese, visitano città e musei, gli altri stanno a casa davanti alla tv o a giocare nei campetti, quando sono piccoli poi rappresentano un salasso per le famiglie che devono pagare baby sitter e centri estivi. Vari studi hanno dimostrato che vacanze lunghe distruggono parte di quanto appreso nell’anno, e il danno è maggiore tra gli studenti di ceto più basso. Mi sembra un dibattito importante che non può essere svilito a una questione di condizionatori nelle aule o alla classica difesa corporativa. Gli insegnanti non sono pagati abbastanza, ma continuano ad avere condizioni di lavoro anacronistiche, con orari frammentati, scarsa valutazione dei risultati e pochi incentivi a fare bene (ci si appella alla loro coscienza). Comunque, invece di ripetere la solita lamentela così frequente nel suo settore, si guardi intorno: scoprirà che in Italia sono in molti, moltissimi, a invidiarle il suo posto fisso, i suoi 1800 euro al mese, le sue domeniche libere e le lunghe ferie (farle d’estate mi sembra un privilegio, non una condanna). Possibile che ogni dibattito sulla scuola diventi una questione sindacale sugli insegnanti? Che tristezza.

Stefano Feltri

Rita Borsellino e quell’impegno rivoluzionario

Dopo le stragi del 1992 che decapitarono l’antimafia con l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ho intrapreso un lungo viaggio da Torino a Palermo. Qui trovai una situazione piena zeppa di difficili problemi, ostacoli, incertezze, incognite, trappole e pericoli. Se ne siamo usciti con la possibilità di rivendicare un bilancio positivo, di forte contributo a un percorso vincente di resistenza allo strapotere mafioso, lo devo a molti fattori. Oltre alla collaborazione delle forze dell’ordine, dei colleghi magistrati e della società civile palermitana, assolutamente decisivi sono stati l’affetto, l’amicizia, la solidarietà ed il sostegno costanti dei familiari delle vittime. Tutti i familiari. Tra questi – in modo particolare – Rita Borsellino.

Farmacista, assorbita in pieno dal suo lavoro, dopo la morte del fratello, Rita decise di impegnarsi – senza risparmio di tempo e di energie – in un’intensissima attività: decine e decine di iniziative nelle scuole di ogni ordine e grado (nel senso letterale dell’espressione: dagli asili alle università); per parlare ai ragazzi di Paolo e Giovanni, della mafia e delle sue nefandezze, di legalità e giustizia, di futuro da costruire, di necessità di impegnarsi tutti e ciascuno per diventare cittadini liberi e crescere insieme in diritti e uguaglianza .

Un’attività per lei nuova, tanto da farle dire che era “nata il 19 luglio”, cioè il giorno della strage di via d’Amelio . Questo è anche il titolo di un bel libro di Rita, che in copertina – oltre ad una sua sorridente fotografia – reca la scritta “lo sguardo dolce dell’antimafia”. Proprio così: ascoltando Rita si restava sempre profondamente colpiti dalla sua dolcezza e pacatezza, pur nell’esposizione di argomenti complessi che la portavano anche a esprimere dure critiche (sempre argomentate con precisione) nei confronti di chi, spesso con compiti istituzionali di rilievo – non sempre era all’altezza delle sue responsabilità.

Di Rita va poi ricordato l’impegno in “Libera”, a fianco di Luigi Ciotti, nell’organizzazione di forme associative sempre più efficaci ed estese sul versante della cultura della legalità e dell’antimafia. Un asse portante della sua vita e al tempo stesso un’architrave della credibilità della società civile nelle sue componenti non indifferenti e non rassegnate.

Nel mio ricordo Rita è profondamente intrecciata con un’altra figura di eccezionale importanza nella storia civile del nostro Paese: Nino Caponnetto, il “capo” del pool di Falcone e Borsellino prima del suo vergognoso smantellamento ad opera anche del Consiglio superiore della magistratura.

Ho avuto l’onore di poterli ascoltare insieme in molte occasioni e ho potuto registrare in diretta come sia vero che la loro testimonianza ha avuto un profilo “rivoluzionario”: nel senso che in un Paese spesso rappresentato da personaggi a dir poco discutibili, l’impegno genuino di persone come Rita Borsellino e Nino Caponnetto (con altri come Luigi Ciotti) ha saputo ridare un po’ di fiducia nello Stato, restituendo qualche concretezza alla frase, altrimenti vuota, “lo Stato siamo noi”.

Il “sanfedismo” di sinistra e gli spot gratis per Benetton

Prendo atto con stupore che in Italia è nato il sanfedismo di sinistra. Basta dare un occhio ai social, leggere tanti post su Facebook, sbirciare qualche tweet: sono in molti, dopo la tragedia di Genova, a difendere Autostrade per l’Italia, i Benetton, il mercato (senza concorrenza!), perfino la tenuta del titolo in Borsa… Tutti lì, come giudiziosi commercialisti, a calcolare quanto costerebbero le penali, peraltro senza aver letto il contratto (segreto) della concessione delle autostrade ai privati. Che lo faccia una parte della politica, quella oggi all’opposizione, responsabile della situazione attuale, non mi stupisce. Sono gli eredi e i continuatori di chi ha deciso privatizzazioni fatte su misura degli oligarchi che, dopo la grande crisi del 1992-93 e dopo Mani pulite, hanno preso il posto dello Stato nelle autostrade e nelle telecomunicazioni, come i padrini che hanno occupato l’economia in Russia dopo la caduta del comunismo. Quello che invece mi stupisce è che tanti elettori di sinistra (e anche molti miei amici) prendano parte gratis alla campagna “difendiamo i Benetton”, sostenendo che la concessione non si può ritirare, che ci sono le penali, che è tutta colpa dei No Gronda, che ci sono posti di lavoro in ballo, che bisogna aspettare le decisioni della magistratura. Non sono troll, ci sono davvero e credono perfino a quello che scrivono. Com’è possibile? È una reazione pavloviana contro il terribile Movimento 5 stelle da attaccare sempre e comunque, che fa loro perdere la lucidità e impedisce di distinguere le dichiarazioni e le scelte razziste (o semplicemente stupide) del governo Cinquestelle-Lega, dalle misure “di sinistra” (come il primo tentativo di fermare l’aumento della precarietà nel lavoro). È però anche il risultato di una cultura politica e civile che si è evidentemente sedimentata da anni nelle teste del popolo della sinistra e che spiega la perdita di contatto (culturale, ma ormai anche elettorale) della sinistra con la maggioranza dei cittadini.

Il governo Conte ha annunciato che prenderà in considerazione la possibilità di revocare la concessione alla società autostradale della famiglia Benetton.

Può essere che sia impossibile, come dice l’ex ministro Antonio Di Pietro. Può essere che il contratto lo renda difficile o troppo oneroso per lo Stato. Può essere che non si possa fare. Ma è almeno evidente che il nuovo governo, di fronte alla prima vera emergenza da quando è in carica, ha dimostrato la sua discontinuità con il passato. Finora i governi, di destra e di sinistra, hanno sempre fatto grandi regali ai concessionari autostradali, che hanno realizzato facili e altissimi profitti riscuotendo i pedaggi, senza garantire – lo dimostrano i ponti che crollano – la sicurezza. L’ultimo dono è arrivato a Natale 2017 dal governo Gentiloni: dopo il prolungamento delle concessioni, i privati hanno avuto anche la possibilità di farsi in casa, senza gara, con le proprie aziende, il 40 per cento dei lavori di manutenzione. E non si può certo dare tutta la colpa ai No Gronda: le responsabilità sono di chi amministra, non di chi si oppone (a volte sbagliando e a volte no, ma questa è un’altra storia).

Nei social, tutti commercialisti, tutti ingegneri, tutti economisti, tutti avvocati, tutti giuristi. Senza però capire neppure la semplice differenza tra responsabilità penali (che saranno accertate dai magistrati con i tempi della giustizia) e autonomia della politica, che può decidere subito se la concessione dello Stato a un privato vada revocata: facendo una scelta politica, non giudiziaria. Sanfedismo, malattia finale della sinistra: difendere i poteri e lo status quo, come fece, un paio di secoli fa, il popolo che si schierò in difesa dei Borboni che lo avevano impoverito e sottomesso.

Alcuni beni sono pubblici e sovrani

Tragedie come quella del ponte Morandi non sono incidenti. Sono esiti del tutto prevedibili di investimenti insufficienti nella prevenzione. Secondo la cosiddetta, Hand formula of negligence (dal nome del giudice statunitense Learned Hand), si ha colpa quando gli investimenti in prevenzione sono minori del danno moltiplicato per la probabilità del suo evento. Al di là dei freddi calcoli economici, sempre assai volgari di fronte alle vite umane spezzate, non c’è dubbio che la formula di Hand si dovrebbe applicare anche allo Stato nella gestione del suo territorio.

Come costruire gli incentivi necessari perché lo Stato sappia davvero comportarsi, nei confronti dei suoi cittadini, come il proverbiale “buon padre di famiglia” del diritto romano o come la “persona ragionevole” della tradizione anglo-americana?

Poiché lo Stato, al di là dell’astrazione della “persona giuridica pubblica”, altro non è che un insieme di persone fisiche cui sono delegate funzioni sovrane, la soluzione deve essere strutturale. Occorre cioé incentivare chiunque svolga funzioni pubbliche a comportarsi rispetto alla cura dei beni affidatigli con la stessa diligenza che un buon padre di famiglia utilizzerebbe nel gestire il patrimonio dei suoi figli. La soluzione strutturale del problema del degrado territoriale richiede necessariamente un intervento sul regime giuridico dei beni pubblici. Bisogna cioè evitare in radice che responsabilità delicatissime vengano messe nelle mani di soggetti che strutturalmente non sono in grado di farsene carico in quanto rispondenti a incentivi diversi dall’interesse pubblico. Il perseguimento del profitto privato di breve periodo introduce incentivi incompatibili con la cura del pubblico interesse: non è la prima volta che Benetton diventa triste esempio di questa strutturale incompatibilità fra il proprio profitto ed il rispetto della vita umana (basti ricordare l’atteggiamento verso i Mapuche in Cile).

Di questi problemi strutturali si era occupata intensamente, fra il giugno del 2007 e il marzo del 2008, la Commissione Rodotà istituita presso il Ministero della Giustizia al fine di ripensare il regime giuridico dei beni pubblici rendendoli più robusti nei confronti delle facili privatizzazioni che, per “portare l’Italia in Europa”, hanno determinato dai primi anni ’90 la svendita del nostro patrimonio pubblico. La Commissione è nota soprattutto per il suo lavoro di definizione dei beni comuni (acqua in testa) anche se la sua proposta di legge delega (mai sostenuta dal Pd e da Berlusconi) non ha mai raggiunto neppure la fase di una discussione plenaria in Parlamento.

Meno noto è che la Commissione si è occupata di beni pubblici ben più in generale suggerendo regimi giuridici diversi per i diversi beni pubblici a seconda delle funzioni cui essi devono esser deputati. Le autostrade, le grandi vie di comunicazione anche ferroviaria, nonché gli slot delle grandi tratte aeree furono oggetto di approfondito studio e discussione. Si aprì un dibattito intenso fra quella componente della Commissione (soprattutto il sottoscritto con Alberto Lucarelli e Daniela Di Sabato) che voleva definirli “beni pubblici sovrani” e la componente più legata alla visione del cosiddetto Stato Regolatore (in particolare i commissari Marco D’Alberti e Mauro Renna) che più preoccupata delle compatibilità europee, non riteneva opportuno legare questi beni pubblici al concetto di sovranità.

Alla fine la mediazione fu trovata, con la consueta maestria, dallo stesso Stefano Rodotà nella nozione dei “beni ad appartenenza pubblica necessaria” per definire “beni che soddisfano interessi generali fondamentali la cui cura discende dalle prerogative dello Stato”. La Commissione all’unanimità decise di definirli “né usucapibili (da privati) né alienabili” (a privati). Se quel dibattito fosse proseguito in sede parlamentare forse interessi privati estrattivi spinti dal mero profitto privato, non sarebbero più in grado di causare tragedie come quella del Ponte Morandi, perché non potrebbero vedersi più affidata la gestione dei beni pubblici sovrani.

È urgente che il disegno di legge delega della Commissione Rodotà sia ripreso e discusso in sede parlamentare. I tempi sono fin troppo maturi. Qualche rassicurazione in tal senso pare sia stata data dal presidente della Camera Roberto Fico. Oggi Di Maio parla di togliere le concessioni a Benetton. Ciò può farsi solo in un quadro riformatore generale. Il Presidente del Consiglio Conte, che discende accademicamente in linea diretta da Rodotà, ha la cultura giuridica necessaria per capire l’importanza di riprendere quel lavoro. Occorre solo volerlo, dimostrandosi davvero liberi dall’ influenza assassina dei poteri privati organizzati.

L’ad di Atlantia. L’ingegnere col bonus che sale con i tagli

Un ingegnere meccanico, interessato più al business che alla meccanica. E che, ritrovandosi a capo di un business che è una macchina da soldi, risulta essere uno dei manager più pagati d’Italia, con la parte maggiore della remunerazione che è legata alla redditività dell’azienda, quella che può far salire soprattutto comprimendo i costi, visto che gli aumenti dei pedaggi e dunque dei ricavi sono autorizzati dalla politica. Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Atlantia e della controllata Autostrade per l’Italia, nel 2017 si è portato a casa 2,7 milioni tra stipendi e bonus. Questi ultimi sono legati innanzitutto alla “redditività economico finanziaria (Cash flow operativo)” aziendale e alla “realizzazione dei principali programmi infrastrutturali” (cioè nuovi business, come la Gronda di Genova o il raddoppio dell’Aeroporto di Fiumicino). A questi si aggiungonostock option, opzioni che danno il diritto di acquistare azioni di una società ad un determinato prezzo d’esercizio, per altri 2,1 milioni. Nato a Senigallia (Ancona) nel 1959, Castellucci si è laureato in Ingegneria meccanica a Firenze, dopo la laurea, un master in Business administration alla Bocconi di Milano. Nel 1998 entra in Boston Consulting group e nel gennaio del 2000 è alla Barilla, come ad. Arriva nel gruppo Autostrade (dal 2007 si chiamerà Atlantia) nel 2001, con la carica del direttore generale. Da aprile 2005 diventa amministratore delegato della controllata Autostrade per l’Italia, mantenendo la carica di direttore generale di Autostrade Spa. Nel 2006 il salto alla guida della capogruppo. Prende il posto di Vito Gamberale, manager entrato nel gruppo Benetton nel 1998 proprio per seguire la partecipazione del gruppo veneto nella privatizzazione della rete autostradale pubblica. Gamberale lascia la guida di Autostrade in disaccordo con la proprietà sul progetto di fusione con la spagnola Abertis, operazione che ritiene troppo legata alla finanza e poco agli aspetti industriali. Castellucci seguirà al suo posto la maxi fusione, fino al successo dell’Opa della primavera scorsa. L’ad di Atlantia non è un uomo che compaia molto sui media. Al momento della nomina alla guida di Autostrade viene descritto dall’agenzia Adn Kronos così: “Stakanovista, arriva in ufficio la mattina tra le 8 e le 8.30 e conclude la sua giornata lavorativa solo dodici ore dopo. Il tutto senza dimenticare la vita privata”. Nel dettaglio, la remunerazione di Castellucci del 2017 è costituita da 1,3 milioni fissi più 1,4 di bonus legati ai risultati. Lo “phantom stock option plan”, riservato a Castellucci e, in misura minore, la presidente Fabio Cerchiai, prevede invece opzioni sull’acquisto di azioni, il cui valore per il manager era al 31 dicembre 2017 di 2,1 milioni. Le opzioni sono esercitabili fino al 2022, a prezzi che vanno dai 16,02 ai 24,9 euro. Con il crollo del titolo (ieri Atlantia ha perso il 22% a 18,3 euro) il valore delle opzioni di Castellucci si è ridimensionato.

Meglio la rendita che il business dell’abbigliamento

La Benetton, il marchio storico del gruppo è in crisi da anni, ha perso 280 milioni dal 2012 e ora l’anziano patriarca Luciano, a 83 anni, è tornato sulla tolda di comando per invertire il trend. Ma le perdite del marchio dei maglioni fanno solo il solletico al gruppo che siede sul tesoro delle autostrade: più che una società di servizi che opera con una concessione ultradecennale dello Stato, un paradiso finanziario del guadagno facile. Un business quello autostradale ricco, ricchissimo e senza rischi. Pedaggi garantiti dalle tariffe su di un monopolio di fatto. I Benetton, con la privatizzazione di Autostrade, hanno trovato ormai da vent’anni il loro affare del secolo. Basta guardare i numeri della società Autostrade per capire quanta ricchezza produce ogni anno la gestione di 3000 chilometri di strada, la metà dell’intera rete autostradale italiana. Solo nel 2017 Autostrade ha fatto ricavi per 3,94 miliardi di cui 3,6 miliardi solo sui pedaggi. Ma è il livello della marginalità industriale che è da record. Tolti i costi, infatti il margine lordo si è attestato l’anno scorso a 2,45 miliardi. Ogni 100 euro di ricavi, 62 euro è la profittabilità industriale.

Nessun business ha redditività tipica così elevata. Certo, poi si pagano gli oneri di concessione che però sono solo di 454 milioni, e gli ammortamenti. Togli le tasse e si scopre che Autostrade fa utili netti per quasi un miliardo. Ogni 100 euro di ricavi, quasi 25 euro sono i profitti netti che Atlantia, la holding finanziaria di famiglia che ha in concessione anche gli aeroporti di Roma, si porta a casa. Un vero Bengodi per la famiglia veneta. Che forte della ricchezza prodotta in patria si è spinta allo shopping internazionale.

Pochi mesi fa Atlantia ha trovato l’accordo con la Acs del madrilista Florentino Perez e la sua controllata tedesca Hochtief per papparsi la spagnola Abertis su cui Atlantia da sola aveva lanciato nel maggio scorso un’Opa da 16 miliardi sul 100% del concorrente iberico. Mossa che aveva fatto scatenare la controffensiva spagnola. Ora c’è un accordo a tre. Hochtief lancerà l’Opa in contanti su Abertis e a monte verrà costituita una holding dove Atlantia avrà il 50% del capitale più un’azione. Il gruppo dei Benetton entra così in Abertis dal piano superiore. Con un evidente risparmio di risorse. Una mossa che la dice lunga sull’abilità della famiglia di Ponzano Veneto di giocarsi alla grande i suoi investimenti. In primis Autostrade che gronda utili e che permette di giocarsi l’espansione estera. Con ricavi certi e crescenti nel tempo (con le tariffe che superano costantemente il tasso d’inflazione) basta agire sui costi per rendere ancora più ricca finanziariamente la società.

Si dirà che i Benetton devono spendere per mantenere efficiente e in sicurezza la rete. Vero. Ma leggendo i bilanci si scopre che gli investimenti non sono che una piccola quota di quanto incassa ogni anno la società. Nel 2017 infatti gli investimenti operativi sono stati di 556 milioni, di fatto solo il 14% del monte fatturato annuo, in forte calo sul 2016 quando si erano attestati sopra il 700 milioni. Ci sono anche gli oneri di concessione da spesare. Ma anche questi pesano per una parte residuale del bilancio. Valgono poco più di 450 milioni di euro. Poca cosa se fatturi quasi 4 miliardi ogni anno che passa. Utili tali da veder crescere il patrimonio cumulato che è arrivato a 2,4 miliardi. Tanto grasso che cola al punto da staccare un dividendo dalle riserve l’anno scorso per 1 miliardo.

Sono proprio i dividendi distribuiti negli anni a dire quanto quel monopolio abbia reso felici i Benetton. La holding che possiede Autostrade, Atlantia ha staccato tra il 2012 e il 2016 denaro per la bellezza di 1,5 miliardi. Soldi risaliti lungo la catena societaria e approdati prima in Sintonia e infine in Edizione, la cassaforte della famiglia di Ponzano. Niente male per i Benetton che avevano capito già 20 anni fa che i business regolati erano una miniera d’oro. Come documenta R&S Mediobanca, a primavera del 2017 Atlantia ha ceduto due pacchetti del 5% di Autostrade con una plusvalenza di ben 732 milioni.

Ricchi, ricchissimi, un vero tesoro Autostrade/Atlantia per i Benetton. Laddove invece si confrontano con il mercato, come per i maglioni Benetton, i successi non sono affatto evidenti.