L’accordo segreto del 2007 fa la fortuna di Autostrade

Poche settimane fa, il 29 luglio, l’associazione Vittime della strada A16 – Uniti per la vita ha posato una corona di fiori ai piedi di un cavalcavia nei pressi di Monteforte (Avellino). È lì che, lo stesso giorno del 2013, è avvenuta la strage del viadotto Acqualonga: un pullman trasportava fedeli di Padre Pio su una tratta gestita da Autostrade per l’Italia, concessionaria che fa capo alla famiglia Benetton, quando ha iniziato a perdere pezzi e si è schiantato contro un guardrail. La barriera non ha retto l’urto e 40 passeggeri su 49 sono morti nell’incidente stradale più grave della storia del nostro Paese.

A cinque anni di distanza da quella tragedia, il processo di primo grado è quasi terminato e si attende la sentenza prima di Natale 2018. Avremo un primo verdetto sulle responsabilità: quella strage è accaduta solo per colpa di chi ha permesso la circolazione di un pullman così mal ridotto o c’è stato anche un problema di cattiva manutenzione autostradale? Tra gli imputati figurano due funzionari della Motorizzazione di Napoli, per aver fornito carte false dando il via libera alla circolazione del veicolo pur in pessime condizioni. Ma, soprattutto, è imputata buona parte della dirigenza di Autostrade per l’Italia. A partire dall’amministratore delegato Giovanni Castellucci, più tanti altri: il direttore generale Riccardo Mollo e altri dieci funzionari e dirigenti della concessionaria ovvero Michele Renzi, Paolo Berti, Nicola Spadavecchia, Bruno Gerardi, Michele Maietta, Gianluca De Franceschi, Gianni Marrone, Massimo Fornaci, Marco Perna e Antonio Sorrentino.

L’accusa mossa dal procuratore Rosario Cantelmo, con i sostituti Cecilia Annecchini e Armando Del Bene, è omicidio colposo plurimo. Bisogna capire, in pratica, se il cattivo stato di manutenzione del guardrail non sia da ascrivere alla concessionaria e che questa negligenza non abbia in qualche modo contribuito al tragico epilogo. Per i tecnici incaricati dalla Procura, infatti, il degrado dei tirafondi (i cavi d’acciaio che tengono fisse le barriere) è tra le cause della caduta del pullman. Una migliore manutenzione, insomma, avrebbe probabilmente permesso di reggere l’urto. Autostrade per l’Italia, pur avendo risarcito le vittime, si è sempre difesa sostenendo che “la responsabilità del mantenimento degli standard di sicurezza è attribuita ai responsabili delle strutture territoriali” e che comunque “le spese annue per il mantenimento dell’infrastruttura sono in linea con gli impegni del contratto di concessione”. La verità processuale sarà stabilita il 21 dicembre, dopo nuove perizie tecniche.

A prescindere dall’esito, sembra già evidente come negli scorsi anni i ricavi realizzati da Autostrade per l’Italia, soprattutto grazie ai pedaggi, si siano trasformati più in dividendi per la controllante Atlantia che in investimenti per la sicurezza. Lo dicono gli stessi bilanci: nel quinquennio 2013-2017 le spese di manutenzione sono state pari a 2,1 miliardi a fronte di 3,75 miliardi (il 93 per cento degli utili) di cedole staccate per l’azionista.

La ragione di tutta questa redditività va ricercata anche nella convenzione firmata a ottobre 2007 tra Anas e Autostrade per l’Italia, come hanno rivelato sul Fatto Quotidiano Giorgio Meletti ed Enrico Fierro già a settembre 2016. Il documento è emerso proprio grazie all’inchiesta di Avellino. Quel contratto – sottoscritto mentre al ministero delle Infrastrutture sedeva Antonio Di Pietro – ha regalato condizioni molto favorevoli al concessionario. In caso di traffico superiore alle previsioni, Autostrade avrebbe devoluto fino al 75% di quegli introiti aggiuntivi a un fondo che lo Stato avrebbe usato per finanziare opere autostradali. Negli anni successivi, però, è successo l’esatto contrario: il traffico è diminuito. Una circostanza – non regolamentata dalla convenzione – che non ha impedito alla società di fare comunque grandi affari. Come? Grazie al costante aumento annuale dei pedaggi che automobilisti e trasportatori sono costretti a pagare. Qualche numero: dal 2008 a oggi i ricavi da pedaggio realizzati da Autostrade per l’Italia sono stati più di 34 miliardi. Nel 2008, per esempio, il traffico è stato di 55,5 miliardi di chilometri e i proventi da pedaggio (in media 6,4 centesimi al chilometro per le vetture) sono stati in totale 2,9 miliardi di euro. Nel 2017, dice l’ultima relazione finanziaria, i chilometri percorsi (pur in lieve crescita rispetto al 2016) si sono fermati a 50,9 miliardi.

I ricavi da pedaggi – nel frattempo arrivati a 7,36 centesimi al secondo per le vetture – sono invece saliti fino a raggiungere 3,6 miliardi di euro, anche grazie “all’incremento pari a 0,64% applicato da Autostrade per l’Italia dal primo gennaio 2017”, si legge nei bilanci. La società dei Benetton, insomma, avrebbe l’obbligo di destinare allo Stato una quota dei proventi aggiuntivi in caso di aumento del traffico. Nulla invece è dovuto in caso di aumento dei ricavi derivanti non dalla crescita dei chilometri percorsi dai veicoli ma dai ritocchi alle tariffe applicate per i pedaggi.

Questo sistema, mai cambiato da nessuno degli ultimi ministri delle Infrastrutture, porta l’acqua nel secchio degli azionisti e non in quello della collettività.

L’ultimo regalo miliardario proprio in nome di Genova

A fine dicembre 2017 il ministero delle Infrastrutture ha reso noto il contenuto di un accordo con Autostrade per l’Italia (Aspi) che prevede che questa realizzi, tra il 2020 ed il 2028, il Passante di Genova (la “gronda”) a 4,3 miliardi, più altri investimenti non specificati, per un totale di 7,8 miliardi entro il 2038, termine dell’attuale concessione. In cambio, la società ottiene una proroga della concessione dal 2038 al 2042, e il diritto ad avere un indennizzo di subentro di 5,7 miliardi a fine concessione.

La valutazione di questo accordo dipende in modo cruciale dal tasso di sconto al quale si confrontano cifre (attese) di costi e ricavi in anni assai lontani. In una nota alla Commissione Ambiente, il ministero informa di aver applicato un tasso del 7,96 per cento. Considerando che oggi vi sono banche che offrono mutui trentennali a tasso fisso inferiore al 2 per cento non si può che restare esterrefatti per la generosità con cui i tecnici del ministero hanno pensato di remunerare l’Aspi.

Consideriamo quale valore possa attribuirsi oggi all’indennizzo di subentro di 5,7 miliardi che dovrà essere pagato all’Aspi nel 2042: nella sua nota il ministero fa notare che il valore attuale sarebbe di soli 780 milioni (come risulta applicando un tasso di sconto del 7.96 per cento). Se si applicasse un tasso di sconto del 2 per cento il valore attuale di quei 5,7 miliardi sarebbe invece 3.540 milioni! Se l’Aspi riuscisse quindi a finanziarsi a un costo medio del 2 per cento (molto realistico) avrebbe già a valori di oggi, sul solo indennizzo di subentro, un profitto di 2,7 miliardi superiore a quanto ipotizzato nei conti previsionali del ministero. Se si applicasse il tasso del 2 per cento a tutti i costi e ricavi previsti nei prossimi 24 anni il profitto complessivo dell’accordo per l’Aspi sarebbe nell’ordine di 6-7 miliardi, a valori attuali (circa quanto incassò l’Iri dalla privatizzazione della società vent’anni fa).

Ma anche applicando un tasso del 7,96 per cento i calcoli sembrano assai generosi per il concessionario. Immaginando che l’investimento nel passante di Genova (4,3 miliardi) venga realizzato per quote annuali costanti tra il 2020 e il 2028 e capitalizzando i costi al 7,96 per cento si arriverebbe a un valore cumulato inclusi interessi di 5,6 miliardi a fine lavori e di 12 miliardi nel 2038 (il doppio di quanto sarebbe capitalizzando al 2 %). Non consideriamo eventuali ritardi nei lavori, tipici nel settore, che ridurrebbero i costi finanziari. Il ministero stima che nel 2038 l’Aspi avrà un margine operativo lordo di 4,4 miliardi l’anno, sufficiente ad ammortizzare in tre anni l’investimento nel Passante (comprensivo di interessi cumulati al 7,96 per cento). Come si giustificano dunque un anno in più di proroga e 5,6 miliardi di indennizzo di subentro, oltre agli introiti addizionali che l’Aspi dovrebbe ottenere dal Passante stesso dal 2028 in poi?

Il nuovo accordo giustifica questi regali con la “compressione tariffaria” che penalizzerebbe la società: i futuri incrementi di tariffa non rispecchierebbero appieno quanto necessario per ammortizzare i nuovi investimenti ma sarebbero limitati al tasso d’inflazione più 0,50 per cento l’anno. La convenzione in vigore, quella siglata nel 2007, prevede che le tariffe aumentino per lo 0,7 per cento dell’inflazione: il nuovo accordo ingloba quindi già un aumento prefissato pari al 30 per cento dell’inflazione, più lo 0,5 per cento annuo, per il finanziamento di nuovi investimenti.

La società ha ancora 20 anni di concessione: perché approvare investimenti che non si ripaghino da soli con i proventi di maggior traffico? Perché tutti gli investimenti devono essere finanziati con incrementi di tariffe? Forse pretendere che diano una redditività del 7,96 per cento l’anno è difficile, ma allora perché assicurare questa redditività al concessionario? Questo accordo sembra costruito per dare carta bianca alla concessionaria e legare le mani per i prossimi decenni ad un futuro diverso regolatore, proprio alla vigilia di nuove elezioni. L’elevato indennizzo di subentro è poi proprio ciò che desiderano tutti i concessionari, per rendere in pratica troppo costoso il subentro di altri o la ripresa della concessione dallo Stato a scadenza ed assicurarsi così la perpetuità della concessione.

Pedaggi certi, ma promesse fragili. Impegni e intese non rispettati

Quei tratti autostradali della A7, la Milano-Genova e della A10 la Genova-Savona, quella del ponte crollato, non dovevano essere in cima ai pensieri dei vertici di Autostrade. Almeno per quanto riguarda la cura e la manutenzione. Nel piano degli investimenti complessivo della società quei due tratti erano tra i negletti quanto a portata degli investimenti effettuati.

Lo dimostra un documento del ministero dei Trasporti. La relazione sull’attività di Vigilanza delle autostrade italiane, redatta ogni anno dal ministero, indica che sui tratti A7 e A10 gli investimenti erano al lumicino. Solo 17 milioni spesi nel 2016 (ultimo anno di rilevamento) contro ai 44 milioni che avrebbero dovuto essere spesati secondo gli impegni del piano economico finanziario che Autostrade aveva redatto e consegnato al governo. Un anno in cui si è tirata la cinghia? Non proprio e soprattutto non fu solo quell’anno a disattendere gli impegni di investimento presi dalla società nei confronti del concedente.

Lo stesso documento dà conto della mole di investimenti nel periodo 2008-2016. Ebbene Autostrade spa ha investito su quei tratti 76 milioni di euro in otto anni. Avrebbe però dovuto spenderne molti di più. L’impegno preso dai Benetton prevedeva infatti investimenti complessivi per quei tratti di rete per 280 milioni nel periodo 2008-2016. Un gap di quasi 210 milioni di soldi non investiti. La tratta del ponte Morandi crollato pare quindi essere la Cenerentola per quanto concerne la cura che la società doveva assicurare. E che in generale Autostrade tendesse a spendere meno in investimenti sull’intera sua rete di quanto programmato lo dicono i numeri dell’indagine ministeriale.

All’appello nel solo 2016 mancano 400 milioni, dato che la spesa effettiva fu di 612 milioni a fronte di un impegno per oltre un miliardo. E se si butta lo sguardo sul periodo dal 2008 al 2016 si evince che su un totale di impegni programmati per 9,9 miliardi di euro, la società mise mano al portafoglio per 8,3 miliardi. Un miliardo e mezzo di investimenti in meno in otto anni. E meno investi più guadagni.

Non solo ma mentre si lesinava sugli interventi per l’efficienza e la sicurezza della rete sul fronte opposto gli incassi lievitavano. Nel periodo 2008-2016 a fronte di un tasso d’inflazione cumulato dell’11,5% la remunerazione tariffaria per i Benetton è aumentata di più del doppio al 25 per cento cumulato.

Certo, le tariffe prevedono un “quid” in più rispetto all’andamento generale dei prezzi. Quel margine serve infatti a remunerare gli investimenti della società. Sempre che si facciano, però. E a leggere il documento della Vigilanza del Ministero delle infrastrutture e dei Trasporti balza all’occhio quel buco di 1,5 miliardi di investimenti non realizzati negli ultimi otto anni. Forse non servivano o forse la società era in ritardo temporale rispetto alla road map della sua politica di gestione della manutenzione. Fatto sta che quel miliardo e mezzo in meno è stato remunerato ampiamente dalle tariffe, senza che però fosse speso.

Quelle privatizzazioni all’italiana: il trionfo della lobby del casello

La tragedia del ponte Morandi ha attirato l’attenzione sul ruolo delle concessionarie. Il governo ha dichiarato l’intenzione di revocare la concessione all’Aspi (Autostrade per l’Italia), Giorgia Meloni invoca la nazionalizzazione del settore. L’istituto delle concessioni si giustifica in teoria per l’idea che opere pubbliche possano essere finanziate con capitali privati e poi devolute allo Stato a fine concessione, senza oneri per il bilancio pubblico. Ma questo non è mai avvenuto in Italia: il grosso della rete fu costruita, negli anni ‘60 e ‘70, tutta a debito, quasi sempre con garanzia dello Stato, mentre gli azionisti, Iri compresa, versavano solo pochi spiccioli in conto capitale. Rimborsati i debiti con il gettito dei pedaggi, invece di devolvere le infrastrutture allo Stato come previsto dai contratti, le concessioni sono state via via e spesso più volte prorogate “gratuitamente”: veri regali grazie ai quali i concessionari hanno iniziato ad arricchirsi senza alcuna giustificazione.

La via delle proroghe gratuite fu iniziata per facilitare la privatizzazione della Autostrade e consentire quindi un rilevante incasso all’Iri, ma ne beneficiarono anche tutti gli altri concessionari, in primis il gruppo Gavio (per la storia delle proroghe e delle rivalutazioni monetarie rimando al mio libro I Signori delle Autostrade, il Mulino).

Gli unici che hanno pagato allo Stato (o meglio all’Iri) somme rilevanti per la concessione sono stati gli azionisti della Schemaventotto (controllata al 60% dai Benetton) che, a fine 1999, versarono 2,5 miliardi per il 30% della Autostrade. Nei cinque anni successivi i pedaggi aumentarono del 21%, con un incasso complessivo di oltre 11 miliardi, mentre gli investimenti venivano contenuti al minimo, appena il 16% di quanto previsto nella convenzione e nell’atto aggiuntivo. Si creava quindi un ampio polmone finanziario che consentiva alla Schemaventotto di lanciare un’opa totalitaria sulla Autostrade che si concludeva, nel febbraio 2003, portando la quota di Schemaventotto all’84% circa.

Questo acquisto, con un esborso di circa 6 miliardi (quanto incassato dall’Iri per la vendita di tutta la società), venne finanziato interamente a debito tramite una newco poi subito fusa nella Autostrade: così Schemaventotto passò dal 30 all’84% della Autostrade senza sborsare un euro, accollando alla società un debito che questa avrebbe ripagato coi pedaggi. Successivamente, Schemaventotto fece cassa cedendo le quote in esubero rispetto a quanto opportuno per mantenere il controllo e così, dopo appena tre anni, recuperò quasi interamente quanto pagato all’Iri, restando però al controllo di una società con davanti ancora 30 anni di concessione e profitti attorno al miliardo l’anno. Un affare strepitoso per i Benetton e loro coazionisti, senza il minimo rischio! E pare che oggi, in caso di revoca della concessione, possano chiedere una penale-indennizzo di 20 miliardi!

Le concessionarie non hanno mai svolto un ruolo socialmente utile e oggi sono una palla al piede per l’economia, principalmente perché investono in Italia solo una piccola parte del cospicuo flusso di cassa che deriva dai pedaggi: gran parte del resto viene investito all’estero o per diversificare, mentre i pedaggi gravano sulla mobilità e riducono la competitività dell’economia. Nel 2017 Aspi ha avuto un margine operativo lordo di 2.450 milioni ma ne ha investiti nella rete solo 517. La holding Atlantia acquista invece quote del tunnel sotto la Manica e il controllo della spagnola Abertis.

Lo Stato ha regalato quasi tutta la rete autostradale a soggetti che di soldi loro, all’origine, ne hanno investiti pochissimi. Ma i contratti devono essere rispettati: per revocare la concessione all’Aspi il governo dovrà dimostrare che vi sia stata grave inadempienza da parte della concessionaria; quand’anche riesca ad esibire le prove, la società farà opposizione sul piano legale, non solo in Italia, aprendo controversie lunghe e dagli esiti imprevedibili. Esistono anche altri modi per eliminare questo cancro che è cresciuto nella nostra economia. Innanzi tutto occorrerebbe evitare qualunque nuova proroga e abrogare almeno qualcuna delle tante proroghe concesse dal ministro Graziano Delrio, quando sia possibile farlo senza violare contratti, come sembrerebbe possibile per l’Autobrennero. I profitti delle concessionarie potrebbero poi essere contenuti con una valutazione più rigorosa degli investimenti e riducendo il generoso tasso al quale vengono oggi remunerati. Si dovrebbe infine stabilire il principio che quando una concessione scade, l’opera venga devoluta allo Stato, come previsto dal contratto, senza essere né prorogata né rimessa in gara. Quando un’autostrada è stata ammortizzata, il pedaggio diventa per lo più un’imposta. Meglio che la riscuota lo Stato piuttosto che un concessionario. Lo Stato può ben gestire “in house” le nostre autostrade senza che per questo si debba parlare di “nazionalizzazione”.

Lo Stato può facilmente appaltare in gara le due funzioni svolte dalle concessionarie, manutenzione ed esazione dei pedaggi, senza assumere alcun dipendente pubblico e con vantaggio per trasparenza e concorrenza. Il gettito dei pedaggi in genere copre ampiamente il costo di nuovi investimenti, che potrebbero essere appaltati con gare aperte invece che riservate a imprese controllate delle concessionarie. Ci sono due casi in cui un tale cambiamento potrebbe essere applicato da subito: quelli della Torino-Piacenza e dell’Ativa (Torino-Ivrea-Val D’Aosta), entrambe controllate dal gruppo Gavio, con concessioni già scadute e opere già ammortizzate e che non necessitano di nuovi investimenti. Vediamo cosa deciderà questo governo.

Scossa in Molise di 5.2 gradi avvertita anche a Roma e Napoli

È stato avvertito dalle Marche fino alla Campania e al nord della Puglia il terremoto di ieri sera con magnitudo 5,1 ed epicentro tra Montecilfone, Guglionesi e San Giacomo degli Schiavoni, tutti in provincia di Campobasso: “I molisani devono recuperare la tranquillità il prima possibile – dichiarava ieri sera il presidente della Regione Molise Donato Toma -, perché nonostante lo spavento legittimo e la paura per ora non si registrano che lievi danni e crepe e nessun ferito”. Il Corpo dei vigili del fuoco su Twitter spiegava che “al momento non sono pervenute richieste di soccorso, né segnalazioni di crolli alle sale operative dei #vigilidelfuoco. Le squadre uscite in ricognizione hanno riscontrato per ora solo la caduta di alcuni cornicioni”. Grande, però, è stato lo spavento dei cittadini che, in molte località, sono usciti in strada, come a Larino, Campomarino Lido e Acquaviva Collecroce. La Regione, dopo le prime forti scosse di martedì, aveva reso noto ieri mattina gli esiti delle prime indagini: “Non è emersa alcuna criticità”, spiegava il presidente Toma.

Sparano un piombino e feriscono un camerunense: “Ci è partito un colpo”

Un cittadino camerunense è stato ferito a un piede da un piccolo proiettile di piombo mentre passeggiava nel centro di Aprilia, vicino Latina. L’episodio è accaduto l’altro ieri, nel giorno di Ferragosto, intorno alle 12 nei pressi del centro storico della cittadina pontina. Il camerunense è fuori pericolo e dovrebbe raggiungere la piena guarigione nel giro di qualche giorno. Quando è stato ferito ha chiesto aiuto entrando in un negozio. All’arrivo dei carabinieri di Aprilia ha indicato una ipotetica zona dalla quale poteva essere partito il colpo ad aria compressa. Subito sono scattate le perquisizioni nelle abitazioni vicine al luogo del ferimento. In una di queste i militari hanno trovato un fucile ad aria compressa.

Tre giovani, un ventenne e due minorenni sono stati denunciati per lesioni aggravate. I tre avrebbero raccontato che erano alla finestra con il fucile quando sarebbero partiti dei colpi: “Stavamo provando alla finestra il fucile quando sono partiti alcuni colpi” , hanno riferito i giovani.

Sempre ad Aprilia, lo scorso 29 luglio, un marocchino a bordo di un’auto era stato inseguito e pestato a morte da alcuni residenti che lo avevano scambiato per un ladro.

In due mesi e mezzo si sono verificati una serie di episodi di violenza o semplice intolleranza nei confronti di migranti. Solo negli ultimi due mesi i casi più gravi sono stati 14, con due morti e dodici feriti. Tra le ultime città colpite ci sono Pistoia e Partinico (Palermo).

Nella prima, il 3 agosto un 23enne del Gambia è stato insultato con offese come “sporco negro” e poco dopo hanno tentato di colpirlo forse con una scacciacani.

Nella seconda, di nuovo a Ferragosto, alcuni immigrati in attesa del pulmino per rientrare nella comunità che li ospitava sono stati insultati e picchiati.

Sull’ambulanza solo uomini, non lascia salire la moglie incinta. Arrestato 23enne marocchino

Sull’ambulanza, che a bordo aveva soltanto uomini del personale del 118, sua moglie non poteva salire. Poco importava che mercoledì sera lei, incinta, si fosse sentita male per strada. Per lui, 23enne di origini marocchine, non era decoroso che lei fosse sola insieme ad altri uomini e così lui si è opposto al trasporto in ospedale, ha dato in escandescenze ed è stato arrestato dagli agenti della questura di Milano.
Vista la reazione del 23enne, gli operatori del 118 hanno allertato la polizia. Sul posto, in via Mario Pichi, nel quartiere dei Navigli, è intervenuta una pattuglia della Squadra volante. Alla loro vista, l’uomo non si è calmato, ma anzi ha aggredito gli agenti. Così è finito in arresto per resistenza a pubblico ufficiale e per il danneggiamento della volante della polizia. Nel frattempo la donna è stata trasportata in ospedale per gli accertamenti del caso.
Dopo le comparazioni dattiloscopiche e dal controllo dell’archivio è emerso che a carico del 23enne pendeva anche un ripristino della carcerazione dopo una sospensione di pena nell’ambito di una condanna per spaccio.

Dopo l’Aquarius la Guardia Costiera fa infuriare Salvini: “Soccorsi altri 177 migranti”

Ancora screzi tra Italia e Malta. Il Viminale rimette in discussione la distruzione dei migranti a bordo dell’Aquarius, nave di Sos Mediterranée con personale di Medici senza frontiere approdata mercoledì al porto della Valletta. Lo fa accusando le autorità dell’isola di aver dirottato un’imbarcazione con 177 persone verso le acque italiane, dove sono state salvate dalla Guardia costiera. “A fronte della disponibilità del nostro governo per accogliere non più di venti immigrati che erano a bordo della Aquarius, in queste ore i partner europei pensano di lasciare sola l’Italia rifilandole un barcone con 170 persone – è la posizione del Viminale diffusa da alcune agenzie di stampa –. Se è davvero questo il tentativo, Roma rimetterà in discussione la possibilità di partecipare alla ridistribuzione delle persone che erano a bordo dell’Aquarius, così come annunciato da Malta nelle ultime ore”.

La presa di posizione di ieri mattina era una conferma e una risposta alle dichiarazioni del governo di Joseph Muscat che mercoledì replicava a Matteo Salvini. Il capo del Viminale il 14 agosto aveva scritto che l’Italia non avrebbe accolto nessuno dei 141 migranti a bordo dell’imbarcazione: “La nave Ong Aquarius andrà a Malta e gli immigrati a bordo verranno distribuiti fra Spagna, Francia, Lussemburgo, Portogallo e Germania. Come promesso, non in Italia“, annunciava trionfalmente. Lo aveva ribadito anche alla conferenza stampa di Ferragosto. Tuttavia poche ore dopo è stato smentito da Malta: “L’Italia aderisce all’iniziativa di ridistribuzione dei migranti a bordo della Aquarius”. Ieri mattina il Viminale ha confermato il dato, ma ha accusato Malta di non essere intervenuta per salvare i 177 migranti su un barcone in avaria, recuperati poi dalla nave Diciotti della Guardia costiera “senza che al Viminale ne fossimo informati”, ha detto Salvini: “Ho chiesto che la nave italiana contatti le autorità maltesi, nelle cui acque è avvenuto il soccorso, perché mettano a disposizione un porto per lo sbarco”. “L’Italia non ha appigli legali per chiedere di fornire un porto sicuro per questo ultimo caso – risponde il governo maltese –. Il porto sicuro più vicino è Lampedusa”

“Colpiamoli a casa loro”. Ordigni anarchici contro la Lega

Gli anarchici insurrezionalisti attaccano la Lega con due ordigni che avrebbero potuto far male. Una bomba carta esplosa, non si sa ancora bene quando, e un ordigno a innesco, fatto brillare dagli artificieri, sono stati ritrovati ieri pomeriggio al K3 a Villorba, storico quartier generale della Lega Nord e Liga Veneta a Treviso. “Cercano di fermarci, ma violenti e delinquenti non ci fanno paura – ha scritto su Twitter il ministro dell’Interno e segretario della Lega Matteo Salvini –. Andiamo avanti, più forti di prima”.

Quegli ordigni sarebbero con tutta probabilità quelli annunciati dalla “Cellula Haris Hatzimihelakis/Internazionale nera” col comunicato dal titolo “Colpiamoli a casa loro” pubblicato su alcuni siti dell’area anarchica a Ferragosto, sebbene la data riportata nel testo sia del 12 agosto: “All’alba la sede della Lega a Treviso stata attaccata con un ordigno – si legge nella nota –. Rivendichiamo la collocazione contro politici, sbirri, e loro tirapiedi”. Nel testo, anche un riferimento al governo “giallo-verde”. È possibile che la polizia abbia “intercettato” ieri il messaggio sul web dando poi il via alle ricerche. Trovata la bomba inesplosa su un ripiano della scala antincendio del K3, l’area è stata transennata e sul posto sono intervenuti i vigili del Fuoco e gli artificieri che hanno fatto brillare l’ordigno. Nessuna persona è stata ferita, né sono state danneggiate la strutture, ma la bomba avrebbe potuto far molto male. Una prima ipotesi, fatta da alcuni dei leghisti che frequentano il K3 e confermata anche dagli investigatori, è che l’azione sia stata ideata come un agguato. La prima, una “bomba carta”, avrebbe dovuto richiamare l’attenzione, mentre la seconda, una pentola a pressione riempita con chiodi, sarebbe esplosa quando qualcuno di passaggio avrebbe tirato inavvertitamente il filo di nylon collegato all’ordigno. Nella rivendicazione gli autori si augurano la distruzione dello Stato: “State combattendo per migliori condizioni del governo, ma noi vogliamo solo divertirci sulle rovine fiammeggianti delle vostre città. Voi fate politica, noi la guerra sociale”. E poi ancora: “Tutto questo ci rende chiaro dove colpire! Attaccare nello specifico il razzismo e lo sfruttamento. Colpire lo stato, il capitale i suoi responsabili”.La cellula Haris Matzimihelakis (nome di un componente del gruppo greco di guerriglia anarchica chiamato “Cospirazione delle cellule di fuoco”) ha fatto suo “l’invito lanciato dai compagni ‘cellula Santiago Maldonado’ che hanno proposto di rafforzare gli attacchi alla pace dei rappresentanti e complici del dominio”. Il riferimento è alla cellula della Federazione anarchica informale – Fronte rivoluzionario internazionale (Fai Fri) che a dicembre ha rivendicato l’ordigno trovato di fronte alla stazione dei carabinieri del quartiere San Giovanni a Roma. Alcuni presunti componenti della Fai Fri sono sotto processo a Torino, mentre altri sono stati rinviati a giudizio a Firenze per l’esplosione di una bomba di fronte alla libreria “Il Bargello” di Casapound che ferì un agente di polizia. “La rivendicazione giunta ci riporta a tristi epoche e ad allucinanti linguaggi che credevamo ormai dimenticati”, ha dichiarato invece il presidente della Regione del Veneto Luca Zaia. Solidarietà è stata espressa dalle altre forze politiche.

Formigoni, via libera sequestro di pensione e vitalizi per 5 milioni

Per il “gravissimo sistema illecito di storno di denari pubblici a fini privati” che ha trovato “ampi riscontri, oltre ogni ragionevole dubbio” nelle indagini sul caso Maugeri, è stato convalidato il sequestro disposto dalla Procura della Corte dei Conti di 5 milioni di euro, compresi vitalizi e pensione, all’ex governatore lombardo Roberto Formigoni, di 4 milioni a Umberto Maugeri, ex presidente della Fondazione, di 4 milioni all’ex direttore finanziario Costantino Passerino e di 10 milioni a testa al faccendiere Pierangelo Daccò e all’ex assessore regionale Antonio Simone.

A dare l’ok è stato il giudice Vito Tenore con un provvedimento depositato tre giorni fa e nel quale si accoglie la ricostruzione dei pm che hanno contestato ai principali protagonisti della vicenda giudiziaria un danno erariale di circa 60 milioni di euro e, di conseguenza, hanno firmato provvedimenti cautelari bloccando le quote del presunto profitto realizzate da ciascuno per un totale di 30 milioni. Il prossimo 19 settembre è attesa la sentenza della Corte d’Appello di Milano chiamata a decidere sull’ex presidente della Lombardia e su Passerino, condannati dal Tribunale rispettivamente a 6 e 7 anni di carcere.