Le finestre aperte della casa di via D’Amelio

“Quando vieni a Palermo ti aspetto a casa. Io abito ancora in via d’Amelio al civico 19”. Quell’invito di Rita Borsellino non me lo feci sfuggire. Qualche mese dopo ero nel capoluogo siciliano dove mi fermai sei mesi per un’esperienza di volontariato tra i ragazzi di strada. Proprio con uno di loro, Claudio, mi recai per la prima volta, a 18 anni, in quella strada che il 19 luglio del 1992 conobbi attraverso la tv. Suonai a quel citofono “Borsellino Fiore” con la mano tremolante dall’emozione. Al quarto piano sulla portai trovai un sorriso materno. Con Claudio, mi trovai seduto su quella poltrona con alle nostre spalle una foto in bianco e nero di Paolo Borsellino che abbraccia Antonino Caponnetto. Quella donna che fino al 1992 era stata una madre, una farmacista, aveva scelto dopo quel 19 luglio di diventare la mamma di molti altri ragazzi ai quali raccontare di suo fratello. Non ci siamo più persi di vista dopo quel giorno. Ha accettato di venire al mio paese, di diventare concittadina onoraria di uno sconosciuto borgo della pianura padana (Offanengo). Ha accolto più volte l’invito a venire nella mia ex scuola, l’istituto magistrale “Albergoni” di Crema dove il 20 ottobre del 1999 dedicammo la piazza al fratello e a Falcone. A Rita ho raccontato cose che non ho mai detto a mia madre. Sapeva essermi vicina in ogni momento. È stata la mamma di molti ragazzi che come me sono cresciuti con la fotografia dei due giudici ammazzati tenuta sulla scrivania. E se oggi l’Italia non si è dimenticata di Paolo è solo grazie a lei. Per decenni è andata ovunque: in ogni scuola, in ogni oratorio, in ogni parrocchia. Indimenticabile quella volta che a bordo di una mia scassata Citroen Saxo blu arrivammo ad un’iniziativa e la polizia ci fermo perché non la riconobbe a bordo di quel- l’assurda auto. Il nostro appuntamento più bello ogni anno era il 19 luglio. In via D’Amelio la sua casa è stata aperta a tutti ogni anno. Quel giorno in cui si ricordava la morte, Rita lo volle trasformare in un giorno di festa. È stato così anche il 19 luglio scorso. Dopo 26 anni da quel primo incontro son tornato a suonare a quel citofono consapevole di incontrare una mamma che mi avrebbe lasciato presto. Della sua malattia abbiamo parlato poche volte, preferiva dirmi delle cose belle: degli incontri fatti in ospedale, delle nipoti. In uno degli ultimi messaggi abbiamo parlato di fede e lei mi ha scritto: “Ti abbraccio forte. Anch’io non ho molta confidenza con Dio ma mi dà un vago senso di sicurezza. Mi chiedo: e perché non dovrebbe esistere se esistiamo noi?”. Quel 19 luglio è stato il nostro ultimo incontro. Per la prima volta non era riuscita ad alzarsi dal letto all’ora dello scoppio dell’autobomba, ma dalla sua stanza aveva partecipato. Avrà pensato ancora a quella verità che non è mai arrivata e che forse non arriverà mai. Ha davvero fatto il possibile e l’impossibile. Se n’è andata con una certezza: oggi molti di quei giovani che ha incontrato conoscono Paolo Borsellino e lo faranno conoscere ai loro figli.

L’antimafia di Rita Borsellino che non urlava in televisione

 

È morta mercoledì a Palermo Rita Borsellino, sorella di Paolo, il giudice ucciso dalla mafia nel 1992.

 

 

In poco tempo diventò per molti lo sguardo dolce dell’antimafia. Bastò il suo affacciarsi nel movimento. Lo aveva spiegato a tutti, con naturale modestia, che di quel che era successo fino al 1992 si era occupata poco, che la mattanza palermitana non l’aveva trascinata a convegni e fiaccolate. Poi era successo quello che tutti sappiamo. I due terribili boati: il 23 di maggio e il 19 di luglio. L’apocalisse e la disperazione. E il famoso “è finito tutto” soffiato davanti alle telecamere da Antonino Caponnetto, il padre putativo dei giudici dioscuri, che da lì avrebbe iniziato il proprio apostolato civile in giro per l’Italia. Ma se Caponnetto iniziò, Rita addirittura nacque. “Sono nata una seconda volta il 19 luglio”, disse. Ed era vero.

La pacata farmacista che nulla sapeva di movimenti ne divenne una leader naturale. Senza urlare, senza lanciare anatemi, con la calma e il buon senso e la profondità di sentimenti che non portano in tivù. Sarebbe potuta essere un simbolo morale dell’Italia intera, giorno per giorno. Il cielo sa se ne avremmo avuto bisogno. Lo fu per il movimento antimafia, che pure dell’Italia rappresenta alfine il meglio. Lo fu anche per il Paese, ma solo nei giorni comandati: cerimonie e commemorazioni. Non lo fu per la politica, che la candidò ma non ne trasse e tanto meno ne cercò insegnamenti. Nemmeno quando, qualche anno fa, riuscì con Sonia Alfano a dare al parlamento europeo l’unica commissione antimafia della sua storia. Andò subito tra i giovanissimi, consapevole del ruolo che le era toccato. Non aveva paura nemmeno della scuola materna, l’ultimo luogo consigliabile a chi parli di morti e di mafia. Lei però vi raccontava la favola di “Paolo e Giovanni” e i bambini ascoltavano rapiti. Alla fine di un intervento in una scuola elementare un bambino le chiese se poteva chiamare “zio Paolo” il giudice suo fratello. “Gli voglio bene”, spiegò. Nella Sicilia dove la mafia aveva schiacciato le mogli e le madri e le fidanzate e le figlie delle vittime, dove la donna era giudicata dignitosa se silenziosa, Rita lanciò la sfida più alta: essere lei a governare l’isola più bella e insanguinata. Fu una gara meravigliosa, con migliaia di giovani che si misero al servizio di “Rita”, anche tornando a casa dalle università del Nord. Vinse a Palermo, non nelle altre provincie. La Sicilia per la quale si era immolato in quel modo suo fratello le preferì Totò Cuffaro, destinato a finire in carcere per favoreggiamento di mafiosi. Sì, perché quella su cui “Rita” ha camminato con orgoglio è strada aspra e difficile che niente perdona. Strada proterva, che appena accarezzi la speranza ti scaraventa addosso un fiato greve che arriva da lontano.

Io ricordo ancora quella impresa come il traguardo più alto raggiunto dalle donne ribelli nell’intera storia del sud. La malattia l’ha fatta soffrire, talora ne ha anche offeso il sorriso bellissimo. Ma ha resistito come una giovane leonessa, era rinata o no nel 1992? L’ho vista l’ultima volta a gennaio, alla inaugurazione del Centro studi che Palermo ha dedicato al fratello. La trovai bene, senza carrozzella, e mi illusi. In quell’occasione la conobbi nonna affettuosissima delle sue tre splendide e giovani nipoti. Le guardava come fossero un impasto magico di passato e di futuro.. Nel frattempo è arrivata la sentenza sui rapporti Stato-mafia. Ed è emerso nella sua platealità il grande intrigo che aveva depistato indagini e verità. Il viso, in tivù, non è stato più quello che avevamo conosciuto e amato. La voce sì. Tradiva la fierezza rara delle persone senza macchia. Disse più o meno: bisognerà lottare per la verità, e noi ci saremo. Pochi giorni fa. Al futuro. Il futuro non l’ha aspettata. E ora tocca ancor più a tutti noi tirar fuori quella verità dagli abissi del passato. Perché lei seppe raccontarla come una favola. Ma sapeva bene che non era stata una favola. La sua grandezza stette proprio in quella capacità suprema di sdoppiamento. La dolcezza del racconto pubblico, il senso dell’ingiustizia che le bruciava dentro. Grazie Rita.

In Francia a rischio il 30% dei ponti, in Germania uno su 10

La tragedia di Genova suscita interrogativi anche oltre i confini italiani. A partire da Francia e Germania, i Paesi più grandi dell’Europa continentale dove, si scopre, una parte di strade e ponti sono a rischio. Il governo francese ha pubblicato a luglio un rapporto da lui stesso commissionato sullo stato della rete stradale. Secondo lo studio – inizialmente passato sotto silenzio, ma riemerso proprio in questi giorni – circa un terzo dei 12.000 ponti transalpini avrebbe bisogno di ristrutturazione, mentre il 7% presenta addirittura un rischio crollo imminente. Complessivamente, sempre secondo lo studio, gran parte della rete stradale francese versa in condizioni critiche. La ministra dei Trasporti Elisabeth Borne ha annunciato che il governo presenterà il prossimo mese un piano da 1 miliardo di euro per la revisione e il consolidamento delle infrastrutture. “Tutti i ponti verranno ispezionati annualmente”, fa sapere Borne, “mentre ogni tre anni verranno fatti controlli più approfonditi”.

Il ministro ha però anche dovuto ammettere che finora non si è investito abbastanza – come dimostra anche l’ultimo crollo, quello del viadotto di Gennevilliers (su un tratto autostradale a nord di Parigi) solo tre mesi fa. E il problema rischia di essere ancora più esteso. Il presidente della federazione francese delle imprese di costruzione Christian Tridon avverte infatti che il bilancio del governo è parziale, poiché non tiene in conto le molte strutture presenti in comuni di piccole dimensioni.

In Germania le cose sembrano andare meglio, almeno per le strade, ma decisamente non così bene per i ponti. Un recente articolo apparso sul settimanale Der Spiegel ha preso in esame dati ufficiali del Ministero ei Trasporti, concludendo come il 12,4% dei ponti si trovano in condizioni di evidente degrado. È l’ex DDR ad avere migliori infrastrutture, grazie ai lavori portati a termine negli anni della Riunificazione (tra il ‘90 e il 2000). In ogni caso, i media tedeschi puntano il dito contro la scarsa manutenzione. E il rischio crolli che, dopo Genova, nessuno sembra voler sottovalutare.

Il Polcevera è ostruito: “Va liberato in fretta o sarà disastro”

“È la prima vera urgenza”. Gli uomini della Protezione Civile indicano il greto del torrente Polcevera. Una diga di detriti blocca completamente il flusso dell’acqua. Uno sbarramento alto quasi dieci metri. “Bisogna liberare il torrente Polcevera, e farlo in fretta, perché i detriti del ponte Morandi hanno creato una diga e il corso d’acqua si gonfierà con l’arrivo delle piogge autunnali. Abbiamo un mese di tempo, al massimo due”. Angelo Miozzo, direttore generale della Protezione Civile, non usa giri di parole: “C’è il rischio esondazione”. Perché i pezzi del viadotto Morandi “occupano circa un terzo” del letto del torrente. Impossibile spostarli senza un pre-intervento di riduzione. Sarà necessario “segarli” in sezioni oppure demolirli facendoli esplodere con microcariche. “Sotto il profilo tecnico, il lavoro spetterà ai vigili del fuoco”, aggiunge Miozzo. Probabilmente si opterà per il sezionamento, poiché le macerie del Morandi saranno utili ai magistrati durante le indagini per ricostruire le eventuali responsabilità del crollo e quindi un’esplosione le renderebbe inutilizzabili ai fini processuali. Una volta ridotta la loro dimensione, quindi, verranno spostate.

Oggi per fortuna il greto del Polcevera è praticamente secco. Appena un gocciolare d’acqua in mezzo a sassi e sterpaglie. Ma i rivi liguri sono sempre così, soprattutto in queste valli brevi, con i pendii scorticati dagli incendi e follemente cementificati nei decenni passati.

E basta mezz’ora di pioggia per provocare il disastro. È già avvenuto anche al termine dell’estate. Ma i periodi a rischio sono soprattutto fine settembre e ottobre. Da queste parti nessuno dimentica l’alluvione dell’ottobre 2014. In un batter d’occhio il Polcevera si allargò di decine di metri. Uscì, e invase i quartieri. Figurarsi se sulla strada trovasse una diga.

La babele della sorveglianza e i controlli trimestrali (grazie agli ispettori a piedi)

La “cadenza trimestrale” e le “verifiche aggiuntive” attraverso “apparecchiature altamente specialistiche” che Autostrade dice di aver svolto sul ponte Morandi con il supporto di “società e istituti leader al mondo”. E al di sopra la vigilanza della Direzione generale per le strade e le autostrade del ministro dell’Infrastrutture, chiamata a monitorare i gestori sotto il profilo tecnico-operativo.

La sorveglianza di cavalcavia e viadotti italiani è una babele di strutture, controllati e controllori, alla base della quale ci sono gli ispettori che sui ponti ci salgono. Sempre meno, come spiegava nel 2016 l’allora direttore della vigilanza del Mit, Mauro Coletta, in commissione Ambiente e Territorio della Camera. E il presidente Ansa Vittorio Armani il 2 maggio 2017 parlò di “rilevante gap manutentivo accumulato negli anni”. Pochi soldi per quasi un ventennio, non in grado di soddisfare il fabbisogno.

Ma come funziona la parte di prevenzione? I ponti vengono controllati ogni tre mesi dal personale addetto alla manutenzione che opera materialmente assieme ai tecnici di “tronco” (cioè i responsabili dell’area nella quale insiste il viadotto) e ai capizona. Quando il controllo viene catalogato come “straordinario”, invece, intervengono gli ingegneri responsabili della zona. Gli stessi ai quali spetta l’esame annuale delle infrastrutture più grandi, solitamente maggiormente approfondito e accurato. La struttura Anas, ad esempio, controlla la propria rete grazie al lavoro di 110 ispettori certificati che ogni anno eseguono 26 mila ispezioni su più di 13 mila opere tra ponti, viadotti e cavalcavia.

Il monitoraggio, in ogni caso, coinvolge tutti gli elementi strutturali che compongono il viadotto, spesso anche il sottosuolo per la verifica delle fondamenta. La metodologia di intervento è su per giù standard: sondaggi delle fondazioni, prove soniche e ultrasoniche per comprendere la deformazione del cemento o del calcestruzzo, carotaggi per le analisi di laboratorio. Al fattore umano – che gli esperti di costruzione ritengono fondamentale perché chi conosce l’opera è in grado di rilevare cambiamenti esterni a occhio nudo – ultimamente si sta iniziando ad affiancare un sistema di sensori artificiali in grado di segnalare anomalie che necessitano di approfondimenti conoscitivi.

Una verifica elettronica strutturata in tre livelli: il primo in grado di controllare il comportamento dell’opera attraverso un algoritmo, mentre il secondo e il terzo prevedono l’installazione di sensori più precisi quando vengono rilevate modificazioni dei parametri. Le fasi di approfondimento restituiscono dati e dettagliati.

Questo tipo di sistema è al momento usato in via sperimentale, grazie alla collaborazione di università e aziende, da Anas su alcune strutture la cui manutenzione ricade sotto il suo controllo. L’Ente nazionale per le strade spiega a Il Fatto Quotidiano di prevedere l’installazione su tutta la rete, per questo sono “già in corso le procedure di appalto con cui si potranno realizzare le prime installazioni diffuse”. I tempi non sono ancora noti.

La Voltri-Rivarolo, storia di una gronda prima della Gronda

“All’inizio degli anni Novanta noi eravamo pronti per partire con i lavori. Potevamo fare una bretella autostradale, la Voltri-Rivarolo che avrebbe decongestionato il ponte. Tutto a spese delle Autostrade. Ma il Comune di Genova all’epoca disse di no e cacciamo al vento decine di miliardi di lire. E adesso sento che tutti sono favorevoli alla Gronda che sarebbe pronta tra otto anni almeno, mentre potrebbe invece già esistere dagli anni Novanta”, racconta l’ingegner Gabriele Camomilla che ha lavorato per trentacinque anni in Autostrade fino a diventare direttore della struttura che si occupava di Ricerca e Manuntenzione.

Già, ha una storia molto lunga, almeno quarant’anni, il progetto di un percorso autostradale alternativo che bypassi Genova, lasciando il Ponte Morandi riservato essenzialmente al traffico destinato direttamente al centro di Genova e al porto.

La prima proposta fu, appunto, la bretella che sarebbe dovuta andare da Voltri (l’ultima delegazione del Comune di Genova a Ponente) fino a Rivarolo, che si trova nell’entroterra, lungo il percorso dell’autostrada Genova-Milano.

“Si trattava di un’opera che avrebbe dovuto correre quasi interamente in galleria, tranne ovviamente in Valpolcevera dove ci sarebbe stato un ponte”, racconta Camomilla.

Ma non fu così semplice. Ci fu l’opposizione degli abitanti di Voltri, soprattutto della zona di Prà, famosa per la coltivazione del basilico che si temeva fosse danneggiata dall’opera. Poi la nascita dei primi comitati e i ricorsi al Tar.

Aleandro Longhi, all’epoca presidente (Pci) della Circoscrizione Ponente di Genova, la racconta così: “Sulla bretella si spaccò la mia coalizione rosso-verde. Io ero favorevole all’opera, come sono oggi favorevole alla Gronda. Ma ci fermammo perché il comune allora guidato da Claudio Burlando (sindaco, poi ministro dei Trasporti con Romano Prodi e infine Governatore ligure dal 2005 al 2015) espresse un parere negativo”.

Lo stesso Burlando che durante il suo mandato in Regione è stato tra i sostenitori del Terzo Valico ferroviario tra Genova e la Pianura Padana e anche della Gronda. Idea che non ha abbandonato e che proprio ieri ha manifestato in interviste e in un incontro con il segretario Pd, Maurizio Martina, in visita a Genova: “Genova negli ultimi quarant’anni ha visto i traffici portuali aumentare esponenzialmente. Così anche la circolazione automobilistica. Non si può immaginare – sostiene Burlando – che i collegamenti di una città di 600mila abitanti, ancora piena di industrie, siano affidati a una camionale degli anni ’30 (l’autostrada per Milano, ndr), a linee ferroviarie dell’800 e al Ponte Morandi degli anni ’60… che è anche crollato”.

Ecco, ma allora perché avete espresso parere negativo alla bretella Voltri-Rivarolo nel 1992? “Perché giudicavamo inadeguato il progetto. Non ci si può limitare a tracciare una linea retta che va da un punto a un altro, non si possono costruire ponti sopra le case. Come il Morandi”, racconta oggi Burlando.

Camomilla sostiene che no, non era così, il percorso era stato curato nei dettagli e correva in gran parte in galleria. Il risultato, comunque, è che dopo venticinque anni siamo al punto di partenza. Anzi, molto più indietro: il Ponte Morandi non c’è più. E decine di persone sono morte.

Sul tavolo della politica resta soltanto la Gronda (anche se qualcuno ricorda che si potrebbe puntare su progetti più minimalisti e meno costosi, come la vecchia Bretella): che prevede 72 chilometri di nuovi tracciati (il 90% in galleria). Il costo complessivo nel frattempo è lievitato a 4,3 miliardi. Un progetto intorno al quale la città si è divisa. Dividono le questioni ambientali, ma anche i costi. Come ha scritto Daniele Martini sul Fatto, la spesa sarebbe sostenuta o attraverso una proroga della concessione ad Autostrade (con la previsione anche di un ‘balzello’ di 6 miliardi a titolo di diritto di subentro se al termine arrivassero altri concessionari) oppure con un aumento del pedaggio su tutta la rete nazionale. Insomma, pagherebbero i cittadini.

Oggi a Genova e Roma ci si divide ancora come negli anni ’90. E il crollo del ponte inquina la discussione. Difficile oggi esprimere dubbi.

“Anomalie sul pilone nove”. Il Politecnico aveva avvertito

“Per gli stralli del sistema bilanciato numero 9 è stato possibile identificare con confidenza solo 4 modi globali e 2 di essi si presentano con deformata modale non del tutto conforme alle attese e certamente meritevole di approfondimenti teorico-sperimentali”. Si legge così a pagina 44 della relazione del Politecnico di Milano sul Ponte Morandi. È il passaggio decisivo, quello che sembra puntare il dito proprio sul pilone 9, crollato il 14 agosto. Lo studio, firmato da Carmelo Gentile e Antonello Ruccolo del Politecnico, era stato richiesto dalla concessionaria per conoscere le condizioni del ponte. Così, scrivono gli studiosi, “durante le notti a cavallo dei giorni 9-11 ottobre e 11-13 ottobre… vengono compiute analisi dinamiche sui piloni 9 e 10” (l’11 era già stato ristrutturato negli Anni 90). Indagini compiute “sia con le prescrizioni” tradizionali, “sia con le più recenti istruzioni internazionali”. In pratica per controllare lo stato di salute degli stralli (quelli che hanno poi ceduto) vengono identificati i “modi di vibrare”. Ecco le conclusioni: “A frequenze proprie pressocché uguali dei due sistemi bilanciati corrispondono deformate modali differenti… Tale mancanza di simmetria… è certamente da ascriversi a differenze nelle caratteristiche meccaniche e nell’azione di tiro degli stralli”. E qui un altro passaggio chiave: “In particolare, appare probabile a chi scrive che le differenze osservate siano riconducibili a una differente pre-sollecitazione residua dei tiranti” generata “ad esempio da possibili fenomeni di corrosione dei cavi secondari, da difetti di iniezione, ecc…”.

Il pilone 10 non pare suscitare allarmi: “I modi locali” identificati “presentano forma piuttosto regolare e conforme alle attese”. Per questo i due studiosi del Politecnico concludono: “I due sistemi… esibiscono un comportamento abbastanza simile… tuttavia, l’esame delle caratteristiche dei modi globali evidenzia differenze nel comportamento dinamico dei due sistemi bilanciati, espresse da valori delle frequenze proprie corrispondenti che differiscono anche più del 10 per cento nonché da apprezzabili differenze tra le deformate modali corrispondenti”. L’esame risale all’ottobre 2017. “Il risultato non è certo catastrofico, ma ci ha spinto ad agire subito per doverosa cautela”, dice un dirigente di Autostrade. Nell’aprile 2018 la società pubblica il bando di gara per l’affidamento dei lavori per la risistemazione dei piloni 9 e 10. La spesa prevista era di 20 milioni.

Lo studio del Politecnico sarà adesso parte della documentazione acquisita dalla Procura. Insieme con un recentissimo report che una società che si occupa di collaudi strutturali (Cesi) ha inviato ad Autostrade. Risale al 15 agosto (il giorno dopo il disastro), ma riguarda un periodo precedente, cioè tra fine 2015 a inizio 2016: “Lo scopo delle nostre attività era fornire dati sperimentali che sarebbero serviti a Spea per calibrare il modello sul quale progettare i retrofitting delle pile 9 e 10”.

Si conclude: “Il ponte ha mantenuto pressoché invariata la sua risposta dinamica nel tempo, nonostante la vetustà della struttura, il variare delle condizioni di traffico, la particolare esposizione ambientale e la severa esposizione al rischio idrogeologico… a nostro avviso le attività di gestione e sorveglianza del ponte sono state adeguate e svolte con la dovuta diligenza. Riteniamo piuttosto che le cause di quanto tragicamente occorso siano da rintracciarsi nel vizio progettuale originario”.

La procura di Genova ha acquisito il video del momento del crollo, ripreso dalla telecamera all’uscita della galleria a Ponente. Si vede transitare il camion della Basko – quello rimasto appeso sul baratro – poi un primo scossone. Quindi un secondo colpo che interrompe il collegamento. Sarà quindi inutile per ricostruire il disastro. I pm, però, contano di reperire altre immagini dai sistemi di videosorveglianza di imprese e case della zona. Ma anche ricorrendo ai cittadini.

Oggi saranno nominati i periti della Procura. Ma intanto si stanno acquisendo studi universitari degli anni passati che analizzavano lo stato di salute del ponte: “Il sistema – ha scritto Giovanna Franco dell’Università di Genova – non era esente da problemi. Già nei primi Anni 70 lo stesso Morandi verificò il manifestarsi dei primi difetti dovuti probabilmente anche alla particolare aggressività dell’ambiente esterno (per la presenza di aerosol marino e di inquinanti gassosi industriali).

A partire dagli Anni 80 il ponte è stato oggetto di interventi di consolidamento, i più significativi dei quali sono quelli intrapresi nel 1993 sugli stralli della pila 11. Analogamente a quanto già era stato realizzato sul resto della struttura, infatti, anche nella pila 11 era stato programmato un intervento di parziale integrazione e di protezione del calcestruzzo, ma alcune verifiche preliminari avevano messo in luce una situazione ben più preoccupante”. È quanto ricostruisce al Fatto l’ingegner Gabriele Camomilla che in quegli anni era direttore della Ricerca e della Manutenzione per Autostrade: “Facevamo ispezioni accuratissime. Appesi sui piloni alti novanta metri. Durante uno di questi controlli scoprimmo che sull’ultima porzione di uno strallo, in cima alla struttura del numero 11, il cemento aveva lasciato scoperta una porzione d’acciaio”. Si era prodotta una variazione della tensione del 30% circa. “In pochi giorni avviammo l’interevento”. E gli altri piloni? “All’epoca erano perfettamente integri”.

Serie A, rinviate le partite di Genoa e Sampdoria

La Lega di Serie A, in una nota, ha confermato il rinvio delle partite Sampdoria-Fiorentina e Milan Genoa, valide per la prima giornata di Serie A e in programma domenica 19 agosto alle 20.30, in conseguenza della tragedia del crollo del Ponte Morandi: “Il Presidente della Lega Serie A, viste le richieste di rinvio delle proprie partite, programmate per domenica 19 agosto alle ore 20.30, da parte delle Società Genoa e Sampdoria, in conseguenza della tragedia che ha colpito la città di Genova, e raccolto il parere favorevole da parte delle Società Milan e Fiorentina, dispone il rinvio a data da destinarsi degli incontri Sampdoria-Fiorentina e Milan-Genoa. Le date dei recuperi delle due partite verranno comunicati nei prossimi giorni nel rispetto delle norme regolamentari in vigore”.

Genoa e Sampdoria parteciperanno ai funerali di Stato delle vittime del crollo di Ponte Morandi che si celebreranno sabato alla fiera di Genova.

Sono state confermate, invece, le altre nove partite in programma alla stessa ora.

“Cinquant’anni senza un minuto di pace”

Ero adolescente quando lo costruirono sopra la mia testa. Aprii la finestra, pensai fosse un prodigio della tecnica. E invece mi ha rovinato la vita”. Il suo mezzo secolo di convivenza con il ponte Morandi Ennio Guerci lo racconta seduto su un marciapiede di Sampierdarena, quartiere popolare e solidale di Genova. Sta aspettando insieme ad altre decine di persone che i Vigili del fuoco scorrano la lista fino al suo nome e gli permettano così di salire in casa sua, probabilmente per l’ultima volta. “Non devo recuperare molte cose, forse qualche password e le medicine. È poco, ma aiuta ad andare avanti”. 68 anni, una vita nelle Ferrovie, Guerci abita in via Porro numero 10, in uno di quei palazzi che sorgono sotto il pilone del viadotto Morandi, rimasto in piedi dopo il crollo di martedì. E che presto potranno essere demoliti. Il ponte lui l’ha visto costruire, pezzo dopo pezzo. “La casa era di mio padre, ricevuta dalle Ferrovie in quanto dipendente. L’abbiamo poi comprata a prezzo agevolato negli Anni 60: una manna dal cielo per una famiglia operaia. Mi ricordo che eravamo fieri come italiani di avere accanto un’opera che ci avrebbe invidiato se non il mondo intero, almeno l’Europa”.

Ma dopo qualche anno lo stupore per quel gigante a pochi metri dal terrazzo ha lasciato il posto alle difficoltà di una convivenza impossibile. “Sono stati 50 anni di disagi, di inquinamento, di rumori e di preoccupazioni costanti. Sentivamo delle vibrazioni e dei rumori sui giunti veramente impressionanti. Continui boati”. Giorno e notte, mai un momento di pace. “Negli ultimi anni i rumori erano diventati più frequenti, forse per l’aumento del traffico pesante”. E poi i lavori di manutenzione, quasi permanenti. Con gli operai impegnati soprattutto di notte, e un fracasso di carrelli e martelli pneumatici talmente forte che in estate i cantieri sembrava di averli ai piedi del letto. “Quando ci alzavamo la mattina trovavamo calcinacci sui tettucci delle auto e dei residui oleosi impossibili da rimuovere. Ma ci siamo abituati a tutto. Perché pensavamo che lo facessero per la nostra sicurezza. In fondo mai nessun tecnico o ingegnere, davanti alle nostre segnalazioni, ci ha mostrato delle perplessità. Ci hanno sempre rassicurato sulla stabilità del ponte. Per questo abbiamo accettato di sacrificare la nostra tranquillità”. Anche perché allontanarsi da lì e cambiare via non era semplice. “La presenza del ponte e il degrado del quartiere hanno svalutato tantissimo la nostra casa. Per questo siamo sempre stati ostaggi del viadotto: nessuno di noi poteva vendere e ottenere una cifra tale da permettersi una abitazione in una zona più tranquilla”.

I Vigili continuano a urlare nomi al megafono, lui li conosce tutti. “Qui siamo una comunità. Ci aiutiamo nel momento del bisogno”. Intanto qualcuno esce dalla zona rossa con borsoni, trolley e carrelli stracolmi di roba: la loro casa e i loro ricordi ora sono tutti schiacciati lì dentro. Guerci aspetta paziente, insieme ai due figli. “Non mi interessano molto gli oggetti, perché casa è dove c’è la mia famiglia. Ma ora sono determinato. Rivoglio una casa, e non una sistemazione di fortuna in un quartiere degradato. Voglio scegliere io e riavere la vita che il ponte mi ha distrutto”

I dannati del sotto ponte: “Non abbiamo più nulla”

“Cosa sente?”. Niente. “Appunto, stasera ho spalancato la finestra e ho sentito soltanto silenzio. Per decenni siamo vissuti con questo rumore sotto casa… vroom, vroom, settantamila volte al giorno. Ma adesso, mi creda, questo silenzio non mi fa dormire. Di notte sogno il ponte che mi è crollato sotto gli occhi, l’urlo di mia figlia. E le rovine che emergevano dalla polvere”.

Francesca Denegri è affacciata dalla finestra della sua casa in via Purgatorio. Si chiama così, salendo ancora c’è via Paradiso. Suona tutto strano oggi in Valpolcevera. Guardi sotto e vedi il Ponte Morandi. Scorgi le auto ancora immobili, qualcuna con i fari accesi, come se il tempo si fosse fermato. Ma se poi ascolti bene senti quel rumore che ti tormenta dentro: i colpi – continui, incessanti – dei martelli pneumatici che scavano nella montagna di detriti. E decine di lampeggianti violetti che illuminano la valle.

Laggiù 400 vigili del fuoco continuano a scavare. Fino a ieri sera sono stati recuperati 38 corpi. Ma il lavoro sarà ancora lungo: “Ci sono dieci, venti dispersi”, sospira il procuratore di Genova, Franco Cozzi. Si cercano intere famiglie. Mentre Genova si prepara ai funerali di Stato per i quali arriverà anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Morti liguri, piemontesi, francesi. Famiglie, bambini, lavoratori. È il lutto di Genova: “Siamo venuti qui per far vedere a nostra figlia, ma non per curiosità. È come se fossimo passati a visitare una persona cara”, raccontano Salvatore e Federica affacciati da corso Belvedere, proprio sopra il ponte.

Da martedì è cambiato tutto. Non soltanto per le 640 persone che hanno dovuto lasciare la casa dove vivevano da decenni. Certo, per loro è davvero dura: “Di tutta la mia vita è rimasto soltanto questo: un paio di sandali, dei pantaloni e una maglietta. Non ho altro. Alle 11,50 abbiamo sentito il boato, non ha idea che rumore terribile, non glielo riesco neanche a raccontare… non c’è nulla di simile. E siamo corsi in strada”, racconta Luisa Franceschi, pensionata. Vive, o forse viveva, in via Fillak. Quel grande vialone – fiancheggiato dagli alberi alti, sovrastato dal ponte – che per i genovesi era uno dei simboli della città operaia, ma non povera.

Luisa sta in strada a guardare la casa a venti metri di distanza. Un po’ perché spera di poter rientrare – “Anche solo un attimo” – per recuperare due vestiti, una foto, un ricordo. O magari perché stando lì le pare di poterla proteggere un po’. Accanto ha il figlio che, colmo della sfortuna, viveva nel palazzo accanto. Evacuato anche lui.

Si è formata una folla, centinaia di persone. E anche qui riconosci Genova. Qualcuno mugugna, ma c’è grande compostezza. Il tentativo di mantenere un contegno anche così, vestiti in bermuda e sandali, in mezzo a una strada. È uno spaccato della città: genovesi che vivono a Sampierdarena dalla nascita, ecuadoriani (che qui sono più di quindicimila, la più grande colonia al mondo), poi africani, romeni. Stanno vicini senza tanti problemi, rispondono alle domande dei giornalisti piombati da mezza Europa. Se gli chiedi cosa pensino della revoca della concessione ad Autostrade, delle polemiche, sembrano quasi infastiditi. Per quella riservatezza tutta genovese che detesta proclami, risse e rischi di strumentalizzazioni.

Adesso aspettano e basta. Sperando che qualcuno permetta loro di entrare. Ancora un attimo almeno, in casa: “Intanto lo so, alla fine la abbatteranno. Dovremo andare da un’altra parte”, scrolla le spalle Luca De Luca.

Possono entrare soltanto i vigili del fuoco, come il caposquadra Marco Violante. Ma il caschetto che ha in testa non potrebbe nulla se gli piovesse addosso il pilone 10, altre migliaia di tonnellate di cemento. Eppure Marco va lo stesso: “Devo prendere gli animali”, spiega entrando nel condominio. Passano i minuti, il vigile del fuoco, madido di sudore, esce con una gabbietta in mano. Dalla folla senti un urlo. “È il mio gatto!”, una ragazza si avvicina, piange.

Il comune ha allestito un posto di prima accoglienza nel centro civico di via Buranello: venti brandine nel campo di basket. Ma pochi l’hanno usato. Sono stati trovati gli alberghi. E molti sono stati ospitati da parenti e amici. Anche questa è Genova, schiva e solidale. Ma tutti lo sanno: è soltanto l’inizio. Come spiega il sottosegretario alle Infrasttrutture, il genovese Edoardo Rixi (Lega): “Bisogna cominciare subito. Pensare alle persone, poi alle strade, ai trasporti. A salvare il porto perché il ponte è crollato sulla linea ferroviaria che porta le merci in pianura Padana”. Questi, per Genova, sono soltanto i primi di migliaia di giorni.