Strade di scorrimento in attesa del viadotto: il piano per il traffico

Entro il 2019 i genovesi avranno un nuovo viadotto autostradale sul torrente Polcevera e a pagarlo sarà Società Autostrade. Questo almeno è l’annuncio del presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, e del sottosegretario alle Infrastrutture, Edoardo Rixi. Nel frattempo, la città avrà anche una nuova strada di scorrimento per il traffico pesante che sarà costruita nelle aree Ilva di Genova Cornigliano. “Stiamo parlando con Ilva – ha detto il sindaco Marco Bucci – per aprire una strada addizionale dalla rotonda Aeroporto fino a quella di via San Giovanni D’Acri, soprattutto per il traffico merci portuale che a questo punto non impegnerà più la Guido Rossa.” Entro circa un mese dovrebbero essere riattivati anche i binari ferroviari per il traffico merci dal porto e l’ex galleria ferroviaria del Campasso. Per la riapertura della linea dei treni, Toti ha spiegato: “Contiamo possa avvenire prima dei 30 giorni previsti in un primo momento”, mentre Bucci ha sottolineato che “è disponibile gratuitamente una navetta dalle stazioni di Bolzaneto e Rivarolo verso Brin per prendere la linea metropolitana”.

Soldi non più, ma i rapporti con la politica restano

In passato l’ha proprio finanziata, ora continua a coltivarla con premura: c’è una vecchia amicizia tra l’impero dei Benetton e la politica, a cui la famiglia veneta deve la concessione che l’ha resa gestore di un bel pezzo delle autostrade pubbliche. Un rapporto lungo che ha trovato forme più sottili di sostegno rispetto alle vecchie donazioni ai partiti: aiuti alle fondazioni da parte di Autostrade per l’Italia e Atlantia, la sua controllante (che ogni anno spendono circa 33 milioni per “contributi e liberalità” di ogni genere), sponsorizzazioni a eventi e convegni, nomi che si incrociano nei consigli di amministrazione.

“La campagna elettorale a me non l’ha pagata Benetton”, ha attaccato ieri Luigi Di Maio, alludendo a presunti rapporti con gli altri partiti e provocando la reazione di Matteo Renzi, che ha invece giurato di non aver preso soldi da Benetton, né per sé né per il Pd. E in effetti Autostrade per l’Italia, e l’universo Benetton in generale, non versa alcun finanziamento ai partiti. Non più, almeno, come chiarisce il bilancio di Atlantia: “Non risultano contributi erogati a favore di partiti politici”.

Precisazione non scontata, visto quanto accaduto in passato. Per le Politiche del 2006 (quelle vinte da Romano Prodi) la società elargì donazioni a quasi tutte le forze parlamentari: 150 mila euro ciascuno, 1,3 milioni in totale, da Forza Italia ai Ds, dalla Margherita alla Lega. Da allora, però, niente contributi diretti: il rapporto – ancora bipartisan – continua con le fondazioni politiche.

Il presidente di Autostrade, Fabio Cerchiai, siede nel consiglio della Fondazione Magna Carta di Gaetano Quagliarello. La compagnia è invece tra i soci di Italia decide, presieduta da Luciano Violante, un altro dei “saggi” nominati da Napolitano nel 2013. Atlantia, poi, finanzia l’Istituto Aspen guidato dall’ex ministro delle Finanze Giulio Tremonti. Per strizzare l’occhio al mondo dei conservatori c’è la collaborazione con il meeting di Rimini di Comunione e liberazione, di cui Autostrade è official partner e i suoi vertici ospiti d’onore. Senza trascurare il centrosinistra: sempre Autostrade è stata sponsor di Vedrò di Enrico Letta.

Oggi un legame si mantiene con Volta, think tank di ispirazione renziana (è guidato da Giuliano da Empoli e Marco Carrai, due fedelissimi dell’ex premier): nel comitato editoriale troviamo Simonetta Giordani, che è anche responsabile della sostenibilità di Atlantia (e nominata dal governo Renzi nel cda di Ferrovie dello Stato).

E poi ci sono le attività del gruppo Benetton, che con le sue campagne di comunicazione ha spesso guardato a sinistra (anche grazie allo storico pubblicitario Oliviero Toscani) senza però disdegnare di collaborare con la destra. Per le Regionali del 2010 in Veneto, ad esempio, il leghista Luca Zaia si affidò a Fabrica, think tank culturale del gruppo veneto. La campagna funzionò, forte del faccione del governatore immortalato assieme allo slogan “Prima il Veneto”, e Zaia fu eletto. Il matrimonio del resto era iniziato già cinque anni prima, quando con lui assessore Fabrica aveva vinto un bando da 15 milioni per creare il marchio turistico della Regione.

Ma non mancano neanche rapporti con banca e finanza: tramite la holding Edizione (che controlla il gruppo Benetton, Atlantia, etc) mantiene partecipazioni in Mediobanca e Generali (quest’ultima appena aumentata al 3%). Il filo doppio che lega l’impero della famiglia veneta alle stanze dei bottoni non si è mai spezzato. Ha solo cambiato forma.

“Benetton chi?”. Il gruppo sparisce da giornali e tv

Vietato parlare di Benetton. C’è un grande assente nel racconto della tragedia di Genova: la famiglia veneta è il principale azionista di Atlantia, società che controlla Autostrade per l’Italia, gestore del Ponte Morandi dove si è verificato il disastro. Eppure il suo nome non compare quasi mai nelle prime cronache del crollo. Non sui grandi giornali, dove è citato solo a proposito del tonfo in Borsa, e nemmeno in tv. Semplice dimenticanza o riguardo nei confronti di un impero che fino a pochi anni fa aveva partecipazioni in diversi gruppi editoriali, e che rappresenta tuttora uno dei principali investitori sul mercato pubblicitario: il Gruppo Benetton da solo spende 60 milioni ogni anno, poi ci sono Autostrade per l’Italia, Atlantia e altre società.

Di sicuro non si tratta di una svista da poco, perché prima che i Benetton diventassero oggetto di contesa politica fra maggioranza e opposizione, i media nazionali si erano ben guardati dal tirarli in causa nel disastro. Mentre all’estero dal Financial Times a Le Figaro, dal Guardian al New York Times, tutti hanno sottolineato come Autostrade per l’Italia faccia capo alla famiglia Benetton, in Italia la società sembra non aver padroni. Nelle edizioni serali del 14 agosto del Tg1 e del Tg5, niente Benetton: si parla di manutenzione, a volte persino di “controlli da cui non era emerso niente”, ma mai del gruppo o di Atlantia. Un silenzio tombale a cui fa eco quello del Tg2 delle 20:30. Trattamento simile sui quotidiani: su La Repubblica, in 11 pagine dedicate alla tragedia, la parola “Benetton” non compare neanche una volta. Il Corriere della sera cita la famiglia veneta, ma solo in un trafiletto sul crollo in borsa di Atlantia, “che ha come primo azionista il gruppo Benetton”, comunque mai associato direttamente al crollo. Stesso discorso per La Stampa, afflitta dal fatto che “le tragedie umane hanno anche un risvolto economico”, mentre Il Messaggero sottolinea en passant che “il gruppo che fa capo alla famiglia Benetton è subito finito nel mirino”.

Sarà che di Benetton i media italiani sono sempre stati abituati a parlare tanto, ma in altri contesti. Pubblicità, eventi, manifestazioni: un po’ tutti hanno avuto modo di dare spazio alle attività del gruppo, dalla moda allo sport, passando per le iniziative umanitarie. Luigi Di Maio ha ricordato polemicamente le partecipazioni nei vari gruppi editoriali: in realtà sono state tutte dismesse, ultime quelle in Sole 24 Ore (2%) e Caltagirone Editore (2,24%), ancora prima il 5% in Rcs. Il rapporto, però, continua in altre forme. Autostrade per l’Italia, ad esempio, è partner ufficiale del Giro d’Italia, che vuol dire Rcs (e quindi Cairo communications, nei cui conti la Corsa rosa ha un impatto decisivo): sponsorizza i traguardi volanti, gli sprint intermedi all’interno delle tappe a cui è dedicato striscione d’arrivo e premio economico. La sua controllante “Atlantia”, invece, è tra i 9 top sponsor che hanno “finanziato interamente” l’ultima Repubblica delle idee, il festival del quotidiano. Non è l’unico legame, visto che Monica Mondardini, consigliere indipendente di Atlantia è anche vicepresidente del gruppo Gedi, che edita La Repubblica, La Stampa e L’Espresso.

Le televisioni non sono da meno. Con Sky, Autostrade ha prodotto un intero programma: Sei un Paese meraviglioso, arrivato alla terza stagione, puntata dopo puntata descrive le bellezze dell’Italia (e, visto che ci siamo, anche le “esperienze di viaggio originali e coinvolgenti” che si possono vivere sulla rete). Con Mediaset, Benetton ha fatto affari attraverso la società 21 investimenti, che aveva creato insieme a Medusa (quindi Fininvest) la catena di multisale The Space, poi rivenduta nel 2014. Tutti, giornali e tv, radio e siti web, beneficiano dei massici investimenti in pubblicità, per realizzare la nuova strategia comunicativa che era stata ben descritta un paio di anni fa su Agorà, la rivista del gruppo. “La vecchia cara pubblicità non esiste più, non si comunica ma si racconta: siamo entrati nell’era della narrazione”. In cui il nome Benetton non viene mai associato a una disgrazia.

Le versioni del Capitano

Salvini è mobile. Anche sui fatti di Genova. Tanto per cominciare, è molto risentito per le polemiche sulla sua partecipazione emotiva alla tragedia. Martedì sera, poche ore dopo il crollo del ponte Morandi, il ministro era a Messina, a cena con 300 esponenti della nuova Lega locale (i siciliani appena saliti sul Carroccio del vincitore). Sorrisi, selfie e pure una mega torta con un ritratto super kitsch del “Capitano” e la scritta: “Vince la squadra”. Sui social più di qualcuno – anche nel Pd – ha ironizzato sulla reale contrizione di Salvini dopo il disastro di Genova. Lui non l’ha presa bene e ha risposto con un lungo messaggio sprezzante contro “gli sciacalli di sinistra”. Sulla strategia del governo nei confronti di Autostrade, invece, Salvini ha rilasciato la solita dozzina di dichiarazioni, non sempre coerenti. Mercoledì sera ha detto: “Qualcuno dovrà finire in galera. Vogliamo ridiscutere la concessione ad Autostrade, e diverse altre concessioni”. Ieri pomeriggio ha cambiato formula: “Da Autostrade puntiamo ad ottenere, nell’immediato, fondi e interventi a sostegno dei parenti di vittime, feriti e sfollati. Di tutto il resto parleremo soltanto dopo”. In serata, ha fatto filtrare un ulteriore rettifica: “Sulla revoca delle concessioni c’è piena sintonia col governo”. Che invece vuole avviare la procedura subito. Qual è la versione finale?

Via la concessione: si può fare. E poi sarà battaglia in tribunale

La strategia del governo dopo il disastro di Genova è stata annunciata dal premier Giuseppe Conte a margine del Consiglio dei ministri straordinario di Ferragosto: “Disporremo la revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia senza aspettare i tempi della Giustizia”. Una volontà ribadita da Luigi Di Maio: “Se la motivazione è giusta, non credo che si dovranno pagare penali. Revocheremo la concessione”.

Si può fare? Tecnicamente sì. I rapporti generali tra “concedente” (lo Stato, tramite Anas) e “concessionario” (Autostrade per l’Italia) sono regolati dalla convenzione firmata nel 2007, ai tempi del governo Prodi.

Lo Stato può avviare il procedimento di decadenza della concessione in caso di “grave inadempienza” da parte del concessionario. Tra gli obblighi assunti da Autostrade c’è anche il “mantenimento della funzionalità delle infrastrutture concesse attraverso la manutenzione e la riparazione tempestiva delle stesse” (art. 3, comma 1, lettera b della convenzione). Ipotizzata la “grave inadempienza”, lo Stato potrebbe quindi avviare la procedura per la revoca secondo l’articolo 9.

Cosa dice la convenzione al riguardo? La procedura deve iniziare con una contestazione formale, dopo la quale al concessionario (Autostrade) è concesso un primo “congruo termine” non inferiore a 90 giorni, e un “ulteriore termine non inferiore a 60 giorni per adempiere a quanto intimato”. Traduciamo: iniziata la procedura, Autostrade avrebbe 5 mesi per mettersi in regola. Una norma che pare inefficace per il caso in questione: cosa significa mettersi in regola se il viadotto è già crollato? Autostrade ha già fatto intendere la sua interpretazione, dicendosi pronta a ricostruire il ponte Morandi, non a caso, entro 5 mesi.

È vero che lo Stato può revocare la concessione senza pagare penali? La convenzione dice di no. Autostrade per l’Italia sembrerebbe blindata dall’articolo 9 bis: “Il Concessionario avrà diritto (…) ad un indennizzo/risarcimento a carico del Concedente in ogni caso di recesso, revoca, risoluzione anche per inadempimento del Concedente”. In sostanza, lo Stato sarebbe costretto a risarcire la società di Benetton anche in caso di inadempienza accertata.

Qual è l’entità dell’indennizzo? L’importo, si legge nel contratto, deve essere “corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione, prevedibile dalla data del provvedimento di recesso, revoca o risoluzione del rapporto, sino a scadenza della concessione, al netto dei relativi oneri, investimenti e imposte nel medesimo periodo”. Traduciamo: si parla, in sostanza, degli utili netti di Autostrade. Nel 2017 hanno sfiorato il miliardo: 968 milioni di euro. Una somma che andrebbe moltiplicata per gli anni (20) che mancano alla scadenza della convenzione (2038): lo Stato rischierebbe un salasso di circa 20 miliardi. Una cifra dalla quale tuttavia andrebbero sottratte “le eventuali penali, se ed in quanto applicabili”, come riconosce la stessa società Autostrade nella nota di ieri mattina.

Quali sono le penali che Autostrade rischia di dover pagare allo Stato? Non è dato saperlo. Buona parte dei rapporti tra Anas e concessionario è disciplinata nei documenti allegati alla concessione, la maggior parte dei quali sono tutt’ora segreti: sono ben sei gli allegati ancora omessi, dopo la desecretazione solo parziale decisa a febbraio dall’ex ministro Graziano Delrio.

L’allegato N, in particolare, è quello che stabilisce i termini del contratto per quanto riguarda “inadempienze, sanzioni e penali”. Senza avere accesso a quei documenti è difficile ipotizzare quale sia il rapporto di forza – dal punto di vista giudiziario – tra Stato e Autostrade dopo la tragedia di Genova. In queste ore Di Maio ha annunciato di voler desecretare anche gli allegati.

Quello che pare molto probabile, per adesso, è che se il governo decidesse di avviare la revoca della concessione, si aprirebbe una battaglia legale dagli esiti difficilmente prevedibili.

Le ambulanze (solo ora) non pagheranno più il pedaggio

Ieri la società Autostrade per l’Italia ha reso noto che “sulla base della sollecitazione pubblica del sottosegretario Rixi, e per favorire lo svolgimento delle preziose attività di soccorso, Autostrade per l’Italia annuncia che le ambulanze non pagheranno più il pedaggio sulla propria rete. La decisione ha effetto immediato”. Il sottosegretario al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, leghista, ha specificato che sarà rivista la circolare ministeriale e “le ambulanze non pagheranno più il pedaggio né per i servizi d’urgenza come avviene adesso né per quelli ordinari. La concessione va rivista. Quello che avviene è paradossale, anche in questi giorni le ambulanze pagano i trasporti ordinari”. “È assurdo – ha aggiunto Rixi – che si debbano tagliare servizi per fare aumentare gli utili a un privato”. Anche l’assessore regionale ligure alla Sanità, Sonia Viale, collega di partito di Rixi, è intervenuta: “Dobbiamo rivedere tutto perché il trasporto in ambulanza fa parte del sistema sanitario e quindi ha bisogno di una attenzione particolare”.

Verifiche, profitti, penali: tutto quel che non va

II crollo del ponte di Genova ha aperto il vaso di pandora della cattiva regolazione delle concessioni autostradali e degli scarsi controlli pubblici. Il ponte era nato con problemi congeniti, ma il concessionario autostradale ha vigilato sull’opera e svolto tutti gli interventi dovuti? E il proprietario e regolatore pubblico ha vigilato adeguatamente su quei controlli?

Autostrade per l’Italia sostiene di aver effettuato tutto quanto di sua competenza ma, come scriveva due giorni fa il Secolo XIX, “Autostrade è, di fatto, l’unico controllore di se stesso, esegue con personale proprio ispezioni e autocertificazioni, oppure le affida a consulenti pagati dalla medesima società. Nessun ente pubblico compie screening autonomi”. Come precisato dalla stessa società, il ponte “era monitorato dalle strutture tecniche della direzione di tronco di Genova con cadenza trimestrale secondo le prescrizioni di legge”, una periodicità probabilmente stabilita quando le infrastrutture italiane erano giovani ma che risulta irragionevole in relazione a costruzioni anziane, problematiche e forse già al limite del loro ciclo vitale. Controlli trimestrali, probabilmente anche superficiali, per ponti vetusti e problematici che possono crollare in pochi secondi non possono essere evidentemente soluzioni ragionevoli ed è stupefacente che a nessun produttore di norme pubbliche sia sinora venuto in mente.

Se la regolazione tecnica sembra essere avvenuta secondo il noto criterio di Gigi Marzullo “si faccia una domanda e si dia una risposta”, la regolazione economica, quella che a partire dai piani finanziari definisce i pedaggi e in conseguenza anche i ricavi e i profitti, non sembra essere stata da meno. La privatizzazione di Autostrade avvenuta nel 1999 (governo D’Alema) fu fatta violando la legge. Una norma generale del 1994 richiedeva che prima di privatizzare imprese operanti nei servizi di pubblica utilità, spesso monopolisti o soggetti a scarsa concorrenza, si istituisse un regolatore indipendente per la determinazione delle tariffe e il controllo della qualità. È adempiendo a questa norma che prima di quotare in Borsa Enel, senza peraltro che sia mai venuto meno il controllo pubblico, fu istituita l’Autorità per l’energia (oggi Arera) e prima di privatizzare Telecom fu istituita l’Agcom. In maniera simile prima di privatizzare Autostrade o gli aeroporti occorreva istituire l’Autorità dei Trasporti. Invece l’Art è nata solo nel 2011, pienamente operativa dal 2013, ma la sua legge istitutiva ha stabilito che per il settore autostradale deve occuparsi solo delle nuove concessioni, non di quelle vecchie.

Ma questo non è stato certo l’unico vantaggio regalato dal settore pubblico. Tutte le concessioni autostradali sono da sempre secretate, non le conosce neppure l’Autorità. L’ex ministro dei Trasporti Delrio ha finalmente deciso di renderle pubbliche sul sito del ministero. Peccato manchino gli allegati di maggiore interesse, in particolare i piani finanziari che giustificano le tariffe e loro variazioni nel tempo.

Un vantaggio ulteriore è stato il mantenimento anche dopo la privatizzazione del principio che si possa caricare in tariffa già oggi il recupero finanziario di un investimento che si farà forse in futuro, con immediati effetti benefici sui profitti aziendali che possono pertanto finanziare lauti dividendi e bonus manageriali.

L’ultimo vantaggio tra quelli sino al momento scoperti è scritto direttamente nella convenzione del 2007 con l’Anas: il concedente in caso di grave inadempienza del concessionario può far decadere la concessione ma in tal caso deve immediatamente indennizzarlo di tutti i profitti che avrebbe conseguito per tutti gli anni residui della concessione. Questa clausola è davvero stupenda: se devo chiudere un contratto per grave violazione del contraente sono io a doverlo indennizzare garantendogli tutti i profitti futuri.

Genova, Conte fa l’avvocato. Atlantia crolla in Borsa: -22%

Giuseppe Conte, uscendo dall’ufficio di Sergio Mattarella al Quirinale come premier incaricato, ebbe modo di promettere: “Sarò l’avvocato difensore del popolo italiano”. Un espediente retorico dell’allora (e un po’ anche oggi) sconosciuto capo del governo che in questi due giorni ha guadagnato in letteralità: Conte infatti, che di mestiere faceva l’avvocato e il professore di diritto privato, sta studiando personalmente la concessione con cui lo Stato ha dato in gestione oltre duemila chilometri di autostrade pubbliche alla società Autostrade per l’Italia, controllata da Atlantia, società quotata il cui azionista di maggioranza è la holding Edizione della famiglia Benetton.

L’avvocato-premier dovrà capire come arrivare alla revoca dell’accordo con Autostrade: la procedura di contestazione finalizzata alla revoca, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sarà comunque avviata, anche se – come prevede la concessione – la controparte ha modo di presentare i suoi argomenti.

L’esito finale, se non si riuscisse a estromettere Autostrade dalla concessione, potrebbe anche essere strappare la più alta penale possibile e una integrazione più vantaggiosa della concessione (è previsto nello stesso articolo che disciplina la revoca). D’altra parte c’è un dato decisamente ineludibile in questa vicenda: il ponte dell’autostrada di Genova era sotto il controllo di Autostrade e ora è a terra dopo aver trascinato con sé decine di persone (anche i loro risarcimenti saranno a carico di Benetton e soci).

Quasi scontato, alla luce di questo semplice fatto, che Atlantia ieri sia crollata in Borsa, aiutata certo dalle intenzioni bellicose del governo: a fine giornata la società controllata dai Benetton aveva bruciato a Piazza Affari il 22% del suo valore di Borsa, che in soldi fa circa 4 miliardi. La cosa non è, ovviamente, piaciuta ad Atlantia, che ha rilasciato una dichiarazione in cui, tra le altre cose, si intravvede una minaccia all’esecutivo: l’annuncio dell’intenzione di revocare la concessione “è stato effettuato in carenza di qualsiasi previa contestazione specifica alla concessionaria ed in assenza di accertamenti circa le effettive cause dell’accaduto”; “le modalità di tale annuncio possono determinare riflessi per gli azionisti e gli obbligazionisti”. Come dire: il governo sta turbando il mercato e noi avremo “riguardo anche alla tutela di azionisti e obbligazionisti”.

Tanto più – spiega la società che ben conosce le condizioni di favore del suo “contratto” con lo Stato – che gli annunci sulla revoca non tengono conto di un fatto: nel caso spetterebbe “comunque alla concessionaria il riconoscimento del valore residuo della concessione, dedotte le eventuali penali”. Una cifra miliardaria vista la proroga ventennale regalata ad Atlantia nel 2015, ma che andrebbe – concessione alla mano – discussa in tribunale e controbilanciata dalle penali sicuramente richieste dallo Stato.

Il problema del governo, però, non è certo la battaglia in tribunale con Atlantia, ma lo stato delle infrastrutture in Italia: “I ponti ‘scaduti’ e da revisionare sono circa diecimila. Gli elementi principali alla base del rischio crollo, secondo i dati, sono i volumi di traffico e l’età dei manufatti. Quando quest’ultima è superiore a 50 anni e le strutture sono ancora interessate da grossi volumi di traffico, si accende un campanello d’allarme”, ha detto all’Ansa il direttore dell’Istituto per le Tecnologie della Costruzione del Cnr, Antonio Occhiuzzi.

Si parte da qui, dunque. Il primo passo, secondo Palazzo Chigi, è cambiare il sistema delle ispezioni e creare una banca dati centralizzata tra i ministeri di Infrastrutture, Agricoltura e Ambiente per incrociare i dati sulle manutenzioni (l’ultima e la prossima da fare): va, insomma, fatto un elenco completo delle criticità da mettere in ordine di priorità, dall’allarme rosso in giù.

United Dolors

Ora che, con soli due giorni di ritardo, giornali e tg hanno finalmente scoperto il nome del concessionario delle Autostrade – Benetton – ovviamente per difenderlo dalle proditorie calunnie per il ponte autostradale crollato a Genova, e la casata trevigiana s’è prontamente ricordata dopo appena 48 ore di “esprimere profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria vicinanza ai feriti nel tragico crollo” senza neppure attendere i funerali, dobbiamo confessare il sentimento di ammirazione mista a invidia che abbiamo sempre nutrito per Luciano, Gilberto & F.lli, noti imprenditori a pelo lungo passati dal tosare le pecore al tosare gli italiani. Dei loro trionfi imprenditoriali, fin da quando trasformavano gli ovini in maglioni, o usavano bimbi bianchi, gialli e neri per ridurre il razzismo e incrementare il fatturato, o si davano alla Formula 1 regalandoci Briatore, capivamo poco. Ciò che ci lasciava senza fiato erano le loro chiome, soggette a un singolare processo di stagionatura e cromatura. Sulle copertine dei rotocalchi per parrucchieri, che li ritraevano in posa in magioni principesche, sempre molto sorridenti, in smoking, le mani sinistre nelle tasche delle giacche, circondati di marmocchi ma soprattutto cani e gatti (anch’essi a pelo lungo), le loro zazzere non incanutivano con l’età, come per noi comuni mortali: passavano direttamente dal castano all’azzurro metallizzato, per un inspiegabile fenomeno di cui, sempreché si tratti davvero di capelli e non di lane, sono noti due soli precedenti: quello dell’Avvocato Agnelli e quello della Fata Turchina di Pinocchio. Due personaggi che presentano ciascuno un punto comune con i nostri fratellini: il primo, l’abilità nell’accumulare miliardi inversamente proporzionale al numero delle ore lavorate; la seconda, una certa indulgenza verso i bugiardi.

Poi c’è l’alone fiabesco condiviso con la Dinasty trevigiana, sempre indicata col plurale all inclusive, “I Benetton”, senza soverchie distinzioni fra questo e quel membro, nella migliore tradizione del capitalismo famigliare (da Gli Agnelli a Gli Angelucci) o delle serie tv americane: I Simpson, I Jefferson, I Flinstones, I Sopranos. A un certo punto – era il 1999, in piena età dell’oro del centrosinistra – scoprimmo che i fratelli turchini s’erano aggiudicati la concessione di Autostrade per l’Italia, che gestisce oltre la metà della rete nazionale. Nessuno spiegò perché mai un bene pubblico, costruito con le tasse dei cittadini, dovesse fruttare miliardi a un privato, né cosa c’entrassero col cemento e l’asfalto quei simpatici tosatori di pecore e fabbricanti di maglioni.

Eppure quella “privatizzazione”, come i lettori del Fatto ben sanno, era piuttosto singolare. Immaginate un contadino che, dopo tanti sacrifici, riesce ad acquistare una cascina, la ristruttura a sue spese e va ad abitarci. Un brutto giorno, si ritrova all’ingresso un bel casello con dentro un Gilberto o un Luciano che sbuca dalla finestrella e lo apostrofa: “Lei dove va?”. “A casa mia, dove vuole che vada? Lei piuttosto chi è?”. “Sono Gilberto (o Luciano, ndr), il nuovo concessionario: da oggi casa sua è mia, se vuole entrare mi deve 15 euro”. “E perché dovrei pagare lei per entrare in casa mia?”. “Perché l’ha deciso il governo, io sono un imprenditore”. “Ah sì, e cos’ha fatto per la mia casa?”. “Beh, incasso il pedaggio e i dividendi in Borsa, le par poco?”. “Quindi, se si rompe qualcosa, ora ci pensa lei?”. “Non esageriamo: dipende dagli azionisti e dal titolo in Borsa”. Il fatto che nel caso Autostrade il contadino fosse lo Stato, cioè milioni e milioni di italiani che per decenni avevano finanziato con le imposte la rete viaria, avrebbe dovuto sollevare qualche obiezione su un’operazione che regalava a un privato una gallina dalle uova d’oro in regime di monopolio e senza rischi d’impresa, mentre privava la collettività di un bene pubblico che non può sottostare alle regole del mercato: perché le autostrade non devono produrre profitti, ma risorse da reinvestire in manutenzione, sicurezza, nuove infrastrutture e, se avanza qualcosa, taglio delle tariffe. Il contrario di quanto accade da 19 anni: sempre meno manutenzione e sicurezza, sempre più utili ai Benetton (nascosti dietro sigle rassicuranti, tipo “Atlantia”, più adatta a un’astronave, o “Sintonia”, che fa pensare a un gruppo rock).

Ma, si sa, alle privatizzazioni non si comanda, e soprattutto non si domanda. Specialmente se i beneficiari elargiscono qualche aiutino per le campagne elettorali dei partiti che, appena vanno a governo, si sdebitano aumentando le tariffe autostradali senza badare troppo a dettagli tipo gl’investimenti previsti dal contratto (peraltro coperto da segreto di Stato). E se, dal tavolo dei loro banchetti, ogni tanto cade qualche boccone dritto in gola ai giornaloni e alle tv sotto forma di pubblicità. Questo forse spiega perché, dopo il crollo epocale di Genova, stampa e tg non riuscivano proprio a ricordare il nome del concessionario che avrebbe dovuto garantire la sicurezza del Ponte Morandi e che, mentre si cercavano cadaveri, feriti e superstiti fra le macerie, favoleggiava di “costanti monitoraggi”. Molto meglio puntare il dito contro il fulmine, la pioggia, il traffico, la fatalità, il governo che è lì da due mesi, i 5Stelle che avevano osato fidarsi dei comunicati di Autostrade sulla granitica resistenza del ponte e opporsi al progetto faraonico della “Gronda” (che costerebbe, se va bene, 5 o 6 miliardi e soprattutto non sostituirebbe il Ponte Morandi, fermo restando che l’alternativa a un ponte pericolante è un ponte solido, non una grande opera inutilmente cara). Ora sono già in lutto alla sola idea che le autostrade dello Stato ritornino allo Stato. Anche perché poi, a Natale, i maglioni tocca comprarli.

Matteo Salvatore: si sentiva Modugno, era un cantastorie

Non so ancora quale sarà la reazione dei suoi incantati amici, dopo che leggeranno il mio libro Matteo Salvatore, l’ultimo cantastorie (Aliberti editore). Ad alcuni di essi – in primis Giovanna Marini, Otello Profazio e Giancarlo Governi – lo avevo preannunciato: purtroppo, avrebbero dovuto radicalmente cambiare il loro giudizio su quello che hanno sempre ritenuto “il più grande cantastorie italiano”, “un profeta, il nostro Omero”, ma anche “il più grande poeta popolare del Novecento”.

E che lo stesso avrebbero dovuto fare giornalisti, storici della musica, intellettuali, musicisti e almeno un paio di generazioni di cantautori, da Eugenio Bennato a Teresa De Sio, da Renzo Arbore a Daniele Sepe, da Moni Ovadia a Vinicio Capossela. Per il folksinger di origine irpina, per esempio, Matteo è stato un “grande compositore” che “ha scritto delle canzoni di denuncia molto efficaci e molto naturali”. Per Lucio Dalla, addirittura, Matteo “è stato il precursore di tutti i cantautori italiani. Anzi, un fondatore”.

In realtà, la grandezza di Matteo non è quella di aver composto la musica e scritto le parole dei suoi canti più celebri. Nel libro si riportano numerose e ribadite sue dichiarazioni (poi da lui denegate e oscurate), testimonianze, numerosi esempi di canzoni tradizioni regionali analoghe quando non perfettamente uguali alle sue, analisi filologiche, ricostruzione di date ed eventi per cui, inequivocabilmente, Padrone mio, Il lamento dei mendicanti, Lu soprastante, Lu polverone, Lu forestiero, Le tre frustate, Lu bene mio, Le mele, Petto tondo, ecc. sono da considerarsi canti della tradizione e comunque a lui preesistenti.

Non si tratta di un’opera, la mia, intenzionata e destinata a spogliare Matteo dell’aura e del carisma che gli vengono universalmente attribuiti. Anzi. Per me era ed è un grande. Perciò l’ho seguito per mezzo secolo e ho lavorato anni per questo libro – racconto, cronaca, documento e saggio – che riempie un vuoto nell’editoria e nella memoria italiana del Novecento. Il fatto è che, da analfabeta morto semi-analfabeta a ottant’anni, nel 2005, senza cultura alcuna, lui si è percepito ed avrebbe voluto essere un cantautore di successo come Domenico Modugno. Perciò ha raccontato negli ultimi trentacinque anni di vita che i canti per cui passerà alla storia come il cantore dei diseredati, degli ultimi, dei braccianti sfruttati e umiliati, li aveva fatti lui. Parole e musica.

La verità l’aveva raccontata lui stesso in più occasioni, dai primordi della sua attività sino alla fine degli anni Settanta. Dai sette ai ventun anni di età, povero e affamato – mentre la mamma doveva cercare l’elemosina e una sua sorella moriva di denutrizione – è stato dalla mattina alla sera con un vecchio cieco, Vincenzo Pizzìcoli, cantastorie discendente da una famiglia di cantastorie. Siamo ad Apricena, nell’isolata area garganica, tradizionalmente considerata ad alta intensità poetica e musicale.

Alla morte di Pizzìcoli, Matteo possedeva una tecnica chitarristica dalla misteriosa complessità, una maniera di cantare che veniva dal passato e “centocinquanta canti”. Con questa dote raggiunse Roma, dove fece il posteggiatore nei ristoranti finché fu scoperto dagli intellettuali di sinistra che cominciavano a interessarsi al folk, sulla spinta della moda invalsa in America.

E fece un gran successo: dischi, concerti, radio, televisione, Folkstudio, Cantagiro… Fu al culmine della popolarità che cominciò a cambiare narrazione. Ed essendo una di quelle “personalità che hanno bisogno di farsi valere, vanitose, artificiose, non schiette, in cui assume un ruolo importante il meccanismo dell’autosuggestione” (come sancì una seria perizia psichiatrica) alla fine si convinse lui per primo che quei canti fossero proprio opera sua.

Matteo rimane comunque un gigante del Novecento. Non per le sue composizioni (ché ne ha fatte anche di mediocri) ma per le sue sublimi interpretazioni e il suo stile – come valutò subito, nel 1966, il grande Michele Straniero – “visto come autonomo momento creativo in diretto rapporto con la viva voce della tradizione popolare”.

Così, grazie all’incontro con Pizzìcoli, ma anche alla propria tenacia, alle proprie doti e alla propria caratterialità, è riuscito a portare nel terzo Millennio un patrimonio poetico e musicale unico per arcaicità e universalità. I suoi canti, ritiene Giovanna Marini, dovrebbero essere fatti studiare dai bambini nelle scuole, prima che vengano “rovinati dalla cultura massificata e bassa che ci propone certo mercato, certa televisione”.