Romeo e Giulietta: il ’68 secondo Zeffirelli

Nell’anno più scostumato del Novecento, il ’68, uscì il film in costume – costumatissimo – più acclamato di sempre: Romeo e Giulietta di Franco Zeffirelli, giudicato dai più (della critica) la miglior trasposizione cinematografica di un’opera shakespeariana.

“No ordinary love story”, prometteva il trailer, mentre il mondo – fuori dalla sala cinematografica – andava in fregola per altre, libertine, passioni: amore sì, ma da due partecipanti in su. Tuttavia, pur spacciata per storia sentimentale, la tragedia non lesina sottotesti pruriginosi, con buona pace di Zeffirelli: Shakespeare, furbone, mette subito le mani avanti, accennando nel prologo che la giovane coppia di amanti “ha preso vita dai fatali lombi di due nemici”.

La trama è una tempesta ormonale via l’altra: all’inizio un adolescente (Romeo) si straccia le vesti per una ragazzina (Rosalina) che non si concede; perciò gli amici lo trascinano a forza a una festa in maschera, dove il pischello subito dimentica il primo amore e si invaghisce di un’altra (Giulietta), facendo ridere, e sin bestemmiare, un frate (Lorenzo): “Benedetto San Francesco! Che mutamento è questo? Allora l’amore dei giovani non si trova nel cuore, ma solo negli occhi. Gesummaria!”. Intanto gli amici e parenti dei due neo-innamorati (ad esempio Mercuzio e Tebaldo) se le danno di santa ragione: a Verona d’estate non c’è altro da fare, e poi le poste funzionano malissimo, così finirà in tragedia.

Di Verona nel film non c’è che l’ombra: il panorama, il centro storico, l’Adige, giusto intravisti nelle prime riprese, dopodiché il set si sposta in Centro Italia. Le scene del balcone sono girate ad Artena (Roma); il matrimonio e l’ecatombe finali vengono ripresi a Tuscania (Viterbo); i duelli di spade sono ambientati a Gubbio (Perugia), mentre Pienza (Siena) ospita molte scene madri, tra cui la festa a casa Capuleti, durante la quale scocca il colpo di fulmine, e la fuga di Romeo e compagni dal palazzo degli storici nemici. Proprio lì in questi giorni (e fino al 6 gennaio) una mostra fotografica omaggia la pellicola a 50 anni di distanza: il titolo, What is a Youth?, è mutuato da un brano di Nino Rota (firma di tutta la colonna sonora) su testo di Elsa Morante; la location, Palazzo Piccolomini, è poi la stessa immaginaria residenza di Giulietta e famiglia.

Zeffirelli insomma si prese qualche licenza poetica, ma anche un po’ di licenziosità: la scena di nudo tra i due giovani amanti – non ancora maggiorenni – provocò molte polemiche, tanto che il film fu marchiato con la lettera scarlatta, la “A”, ovvero per soli Adulti. Fu la prima pellicola shakespeariana, in America e nel Regno Unito, a non ricevere il nullaosta, cioè la “U”, buona per ogni spettatore e per tutte le età. In Italia non andò meglio: per mostrare il seno della protagonista sedicenne (Olivia Hussey), il regista ottenne un permesso speciale dalla censura italiana e alla stessa Hussey fu proibito entrare in sala per vedere il film “per adulti”. Com’è possibile? Commentò l’attrice con invidiabile ironia. Com’è possibile che lei non potesse vedere sul maxischermo quello che rimirava nello specchio ogni giorno? Proprio lei, che per mostrare quel corpo adolescenziale fu messa a dieta: niente pasta per Olivia, ordinò Zeffirelli al suo staff. E così fu.

Girato in lingua inglese, Romeo e Giulietta vinse due premi Oscar (Miglior Fotografia di Pasqualino De Santis e Migliori Costumi di Danilo Donati) e tre Golden Globe (Miglior Film Straniero in Lingua Inglese; Miglior Giovane Promessa Femminile e Maschile), conquistando sia la critica sia il pubblico: nessuno ebbe da ridire, allora (mentre ora lo fa notare il perfido archivio online Imdb), sulle inverosimili scene di morte, con gli attori – nei panni di Giulietta e Tebaldo – che continuano visibilmente a respirare ben oltre il decesso.

“Errori” a parte, la pellicola incassò milioni di dollari – 40 solo negli Stati Uniti. L’adattamento, fedele al Bardo, era firmato da Franco Brusati, Masolino D’Amico e dallo stesso regista, mentre il cast non vantava grandi nomi, a parte sir Laurence Olivier come voce narrante. Per la prima volta i primattori furono scelti anche in base all’età, il più possibile vicina ai quattordicenni shakespeariani: Leonard Whiting (17 anni) fu preferito a Paul McCartney, mentre Olivia Hussey (16) la spuntò su Anjelica Huston, impegnata sul set col padre John, che si premurò a mandare una lettera di “scuse” al collega Zeffirelli.

In quegli anni il fiorentino era un artista anomalo, tra i pochi a non essere sessantottino; anzi. “Ero l’unico anticomunista”, dichiarò il regista, oggi 95enne. “Mi odiavano perché non mi accodavo. Addirittura perché credo in Dio. L’ho pagato caro: non solo con pregiudizi e ostracismi di tutti i tipi, non a caso ho fatto carriera soprattutto all’estero. Contro di me prepararono perfino un attentato. Erano gli anni 70. Doveva sembrare un incidente automobilistico. La scampai solo perché un amico mi avvertì in tempo”.

Ferragosto con Gianni e signorine novantenni

Metti un Ferragosto con “signore e signorine”, tutte sopra gli “anta”. Se sei uno scapolo di mezz’età sommerso dai debiti con mamma a carico, e questa può essere la soluzione ad alcuni dei tuoi problemi, hai fatto bingo. Soggetto semplice ma lontano dalla banalità, quello concepito, sceneggiato e diretto da Gianni Di Gregorio è diventato un piccolo grande cult nell’ambito dei film riferiti alla principale festa d’estate. Ad aumentare l’aurea nazional popolare si è aggiunto proprio il rituale principe degli italiani, quell’irrinunciabile Pranzo di Ferragosto che giustamente Di Gregorio ha designato a titolo del suo esordio dietro alla macchina da presa. Già, perché fino al quel 2008 il cineasta romano era noto per lo più in qualità di sceneggiatore, specie per aver co-siglato il pluripremiato Gomorra. Una volta compreso che il collaboratore e amico Gianni, allora 59enne, aspirava alla sua prima regia, Matteo Garrone decise di produrgliela: la complicità umana e professionale fra i due portò alla realizzazione della spassosa ancorché nostalgica commedia trasteverina, capace di divertire e commuovere.

Se Gianni giustamente interpreta se stesso, a fargli da magnifiche comprimarie sono le “giovani di cuore” con cui condivide il fatidico Pranzo e non solo: tutte attrici “deb” scelte da Di Gregorio con dedicata lungimiranza. Sopra tutte resta indelebile la performance dell’allora 91enne Valeria De Franciscis Bendoni, improvvisata caratterista dall’indomita verve, che incarna donna Valeria, la madre di Gianni. La commedia fu presentata alla veneziana Settimana Internazionale della Critica che vinse accanto al premio Luigi De Laurentiis come miglior opera. A seguire furono attribuiti a Di Gregorio anche il David di Donatello e il Nastro d’Argento come miglior esordiente.

Ultimo viene il corvo, l’addetto alla raccolta differenziata

Se andate al parco a tema storico Puy de Fou nell’Ovest della Francia e volete complimentarvi con i guardiani per la pulizia potreste trovare qualche difficoltà nel comunicarci, almeno che non siate in grado di gracchiare in francese.

Da lunedì infatti i manutentori del secondo parco per visitatori in Francia sono sei corvi intelligenti, addestrati per recuperare mozziconi di sigaretta e altri piccoli rifiuti presenti nella struttura e portarli in una scatolina. “L’obiettivo non è solo quello di pulire. Ma che la natura stessa può insegnare a prenderci cura dell’ambiente”, ha spiegato il direttore Nicolas de Villiers, che ha anche detto di considerare i corvi molto intelligenti. Chissà se proprio questa intelligenza abbia permesso loro di ottenere una giusta ricompensa per il lavoro svolto. Infatti, quando gli spazzini alati depositano i rifiuti, il macchinario emette cibo come paga. Insomma i nuovi lavoratori sembrano essere così svegli da avere già capito i meccanismi del mondo del lavoro. Che siano pronti a chiedere l’introduzione dell’articolo 18?

A Roma va bene tutto, ma Beyoncé al Colosseo no

Da qualche settimana in libreria “Il sangue macchia, sir”, altro capitolo della saga di Giovanni Di Giamberardino e Costanza Durante che ha per protagonista Vittorio Maria Canton di Sant’Andrea, il Principe Investigatore. Il quale ha mandato una lettera a questo giornale.

Caro Direttore, è tempo di dire basta. Prendo il coraggio a sei mani per scriverle a cuore aperto, non nella figura del celebre Principe Investigatore (di sicuro avrete sentito parlare di me), ma di cittadino dall’onestà specchiata e comprovata dai fatti, dalle tasse pagate (o almeno credo, chiederò al mio maggiordomo Gelasio) e dall’amore per Roma che è anche e soprattutto capitale del mondo.

Lo dirò una volta sola: Beyoncé non deve appropriarsi dell’Anfiteatro Flavio anche conosciuto come Colosseo (dovrei averlo scritto bene, ho controllato su Wikipedia) per girare il suo nuovo videoclip. Non è bastato a questa donna spietata aver già conquistato lo stadio Olimpico di Roma per un concerto a scopo di lucro in piena estate? Pensi che, dieci minuti dopo l’inizio della vendita online, i biglietti erano tutti esauriti. Lo so perché mia zia Magda, con la quale vivo, si era dovuta impossessare del mio pc per una partita di canasta web mattutina con le sue amiche (hanno dovuto giocarla a distanza perché una di loro era ricoverata con il femore rotto) e dieci minuti dopo, zac! Tutti finiti!

Non che ci volessi andare, è chiaro. Anche perché, a ulteriore dimostrazione della morale corrotta di questa “artista”, la persona che più odio al mondo era riuscita ad accaparrarsi cinque biglietti. Sto ovviamente parlando di Flavio Berleffi Buitoni, il rampollo di una di quelle famiglie di ricchi che hanno una vita facile, che possono permettersi tutti i biglietti che vogliono mentre noi poveri nobili restiamo a casa da soli tutte le sere.

Che poi Flavio mi ha chiamato per dirmi che aveva un biglietto in più. Certo, lo ha fatto a un’ora dall’inizio del concerto: una delle modelle invitate non poteva andare e gli servivano soldi spicci per comprare la bamba, ossia la cocaina. E io che dovevo fare? Quando mi si chiede un favore, io rispondo “sì, con piacere!” Anche andando contro i miei princìpi, come foraggiare questo giro di soldi che finanzia i potenti come Beyoncé. Ero nel corso di una delle mie indagini, che coinvolgeva un uomo e una donna. Il termine tecnico è abbastanza complicato e indecifrabile, non so se lo conosce, si tratta di adulterio. Sa cosa significa? Tradimento!

Mi trovavo su un barcone ormeggiato sul Tevere, a una festa di cinematografari. A tutti avevo fatto credere di essere Er Piotta, vecchia gloria del rap romano. Ci erano cascati, e indisturbato mi apprestavo a cogliere gli amanti in flagrante, quando all’improvviso mi squilla il telefono. Ironia della sorte, come suoneria avevo proprio All The Single Ladies della sopracitata artista. Curiosa coincidenza, tanto più che, come ho detto, non mi piace neanche un po’. Così rispondo: “Sì?”, perché a Flavio non voglio dare troppa confidenza, e lui subito: “A Vitto’, se tra un’ora stai all’Olimpico ti ammollo un biglietto, porta i soldi”. E io: “Quanti?”, e via discorrendo mentre intanto già abbandonavo la scena del crimine correndo verso lo stazionamento dei taxi. C’era traffico, troppo. Ma la gente non ci va più in vacanza? Insomma ci metto tre quarti d’ora ad arrivare a destinazione e Flavio nemmeno mi risponde al telefono. Sudavo già freddo malgrado i quaranta gradi e ho subito pensato al peggio. E infatti mi è arrivato un messaggio vocale da parte del Berleffi, che mi diceva, testuale: “A Vitto’, scusa me so scordato de dirti che alla fine Irina è venuta, quindi niente, ciaooo”.

Sono rimasto di stucco, ma essendo un uomo d’azione mi sono gettato ai piedi di un bagarino – a questo punto era una questione di principio – quando un turista gli ha offerto il doppio della cifra. Incredulo, ho chiesto spiegazioni, e quel maledetto mi ha risposto in un italiano stentato che quel concerto gli era piaciuto così tanto da volerlo rivedere una terza volta. Tutto quello che mi restava da fare era piangere, ma in fondo chissenefrega di Beyoncé, artista mediocre e assetata di denaro come una parvenu dei miei stivali.

Caro direttore, concludo dicendole che spero che questa mia la trovi in salute. Qui a Roma fa caldissimo e la città è piena zeppa di visitatori che credono di poter fare la voce grossa rubandoci ciò che è nostro di diritto, obbligandomi a trascorrere le vacanze tappato in casa con il Blocco Enigmistico alla mano. Le chiedo quindi la cortesia di pubblicare questa lettera e lanciare l’hashtag #BeyoNONcé affinché costei non varchi nuovamente il suolo italico. Sempre suo.

La nuova versione di Vanni: “Ce l’ha ordinato il medico”

“Io andavo a fa’ delle merende, si faceva delle merende”. Lotti, Pacciani e Vanni apparivano credibili come autori dei delitti del mostro? Gli identikit e i giornali raccontavano di un medico dotato di un’intelligenza non comune, capace di sfuggire agli inquirenti per oltre due decenni. Quei tre personaggi improbabili al massimo potevano essere semplici guardoni o la manovalanza guidata da altre menti. Seconde file. Comparse.

I panni perfetti da indossare anche per l’opinione pubblica li confeziona involontariamente Vanni. Durante il processo nei confronti di Pacciani come responsabile dei delitti, l’ex postino viene interrogato come suo amico. Quando il pubblico ministero gli chiede quale fosse la sua occupazione, Vanni risponde: “Io sono stato a fa’ delle merende co’ Pacciani, no?”. Da allora i tre diventano i compagni di merende. Durante i successivi numerosi interrogatori l’ex postino non dirà molto altro. E sarà condannato insieme a Lotti come complici di Pacciani nei delitti al mostro. I compagni di merende, appunto. Ma dov’è il chirurgo? E perché sui conti correnti postali del contadino di Mercatale erano stati compiuti versamenti consistenti sempre pochi giorni dopo i duplici delitti? Da chi arrivavano quei soldi?

Nonostante le condanne a carico dei tre, seppur poi Pacciani otterrà la revisione del processo e morirà prima che sia nuovamente celebrato, la loro responsabilità come unici autori ha sempre lasciato dubbi. In primis negli stessi inquirenti che non hanno mai interrotto le indagini ipotizzando un livello superiore. Nel 1997 è una testimonianza sempre di uno dei compagni di merende a fornire indicazioni. Giancarlo Lotti nel corso di un’udienza, dopo aver ammesso tra mille reticenze e contraddizioni di aver partecipato a 4 degli 8 duplici omicidi, scandisce: un dottore pagava Pacciani per procurarsi i lembi di seno e vagina strappati alle vittime. Non aggiunge molto. Dice di aver visto questo dottore soltanto una volta in piazza a San Casciano e da lontano mentre parlava con Vanni e che fu proprio Vanni a dirgli che quello era “il dottore che pagava Pacciani” quando decidevano di “fare un lavoretto”.

Il pm fiorentino Paolo Canessa e gli uomini della squadra mobile hanno ritenuto sin da subito fondata l’ipotesi, sulla base, dissero già allora, di numerosi riscontri. Ma sarà il pm di Perugia Giuliano Mignini a individuare il nome di un dottore e di altri suoi complici ritenendoli il “secondo livello”. Si chiama Francesco Narducci, è un medico annegato nel Lago Trasimeno l’8 ottobre 1985, un mese dopo il duplice omicidio degli Scopeti: l’ultimo del mostro.

Nel 2002, nel corso di un’indagine della squadra mobile di Perugia sul mondo dell’usura, gli inquirenti ascoltano una intercettazione strana. Gli strozzini cercano di convincere una donna a versare quanto deve. Se non paghi, le dicono, “ti facciamo fare la fine del dottore del lago”. Mignini svolge alcune indagini e ritiene fondato il collegamento con i delitti del mostro: Narducci viene riconosciuto da molti a San Casciano. Alcuni raccontano di una sua familiarità con il farmacista del paese, Francesco Calamandrei. Il pm di Perugia si confronta con il collega fiorentino da sempre impegnato sui delitti delle coppiette, Paolo Canessa. E a dare man forte alle nuove indagini c’è un nuovo superpoliziotto, Michele Giuttari, a capo di un’altra squadra speciale dedicata ai delitti: il Gides che si insedia all’hotel il Magnifico alle porte di Firenze, una mega opera iniziata per i mondiali di Italia 90 ma, come spesso accade, non terminata in tempo e lasciata inutilizzata. Diventa il quartier generale delle ennesime indagini sul mostro. Che hanno continui nuovi impulsi, soprattutto dal fronte perugino. Perché la vicenda di Narducci sembra un romanzo.

Il medico l’8 ottobre 1985 si allontana con la sua barca nel lago Trasimeno senza mai fare ritorno. Sarà ritrovato cadavere cinque giorni dopo. Ma dalle testimonianze rese all’epoca e da altre nuove si scopre che la ricostruzione in base alla quale la morte è stata liquidata come suicidio è decisamente lacunosa. Non è stata fatta alcuna autopsia, il cadavere non è stato portato in obitorio ma a casa, è stato immediatamente tumulato e dalle foto fatte il giorno del ritrovamento sul pontile di San Feliciano, dove viene riportato, c’è una ressa di autorità che neanche alla festa della Repubblica: questore e prefetto di Perugia, generali, comandanti. Il medico legale dice di aver subìto pressioni affinché non disponesse l’autopsia. Mignini decide di riesumare Narducci e ritiene che ci sia stato uno scambio di corpi: quello ripescato non è del medico. Così indaga per occultamento e sostituzione di cadavere tutti quelli che erano sul pontile e i familiari di Narducci. Nel frattempo la procura di Firenze, dopo accertamenti svolti da Giuttari, ricostruisce il presunto secondo livello e indaga Francesco Calamandrei, il farmacista di San Casciano, come mandante.

Pochi mesi dopo, nel giugno 2005, anche la procura di Perugia invia un avviso di garanzia a Calamandrei: è accusato di aver ordinato l’omicidio di Narducci. Il farmacista, secondo gli inquirenti, insieme al medico, “guidava” i compagni di merende, ma dopo l’ultimo duplice omicidio, Narducci non voleva fermarsi come le altre volte, stava diventando un pericolo. Per questo lo ha fatto eliminare fingendone l’annegamento nel Lago. Una ricostruzione suggestiva. Ma con pochi riscontri. Infatti finisce in nulla. A Perugia vengono tutti assolti. Anche a Firenze le accuse cadono. Calamandrei viene assolto nel maggio 2008 perché “il fatto non sussiste”.

(6. continua)

Professionisti e “con esperienza”. Ma Garanzia Giovani offre lo stage

C’è un’impresa che cerca un ingegnere edile. Non uno qualsiasi: deve avere “esperienza nel campo dell’attività di impresa” e deve essere “disponibile a trasferte” usando anche il mezzo proprio. Il contratto offerto è solo un tirocinio extracurricolare. Qualche centinaia di euro al mese, zero contributi previdenziali pagati. Per questa “allettante” proposta si può inviare la candidatura entro il 4 settembre.

Il malcostume di usare gli stage per sostituire il lavoro vero e proprio, ben più costoso e tutelato, è molto diffuso tra le nostre imprese. La cosa grave, in questo caso, è che a ospitare l’annuncio è il sito governativo di Garanzia Giovani, il progetto europeo per che promuove l’occupazione degli under 29. Questo significa due cose. La prima è che lo Stato sta aiutando questa azienda nel ricercare la persona da inquadrare abusivamente come tirocinante. La seconda è che lo Stato pagherà anche una quota della pur ridicola indennità del tirocinante. Insomma, sarà complice o qualcosa in più. Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che il sito istituzionale di Garanzia Giovani ospita annunci al limite della liceità. Il ministero del Lavoro dovrebbe vigilare sulla qualità di queste proposte, eppure da sempre si fa finta di niente su quello che è sotto gli occhi di tutti. Il giuslavorista Michele Tiraboschi, dell’associazione Adapt fondata da Marco Biagi, segnala frequentemente su Twitter queste ricerche, ma anche le sue denunce restano inascoltate. Quella per l’ingegnere non è l’unica: ce n’è anche una, per fare un esempio, nella quale si richiede uno stagista architetto che dovrà occuparsi di “sicurezza sui luoghi di lavoro, gestione attività di cantiere, tecniche di restauro e preparazione gare d’appalto”. Il problema è che nelle linee guida sui tirocini, approvate a maggio 2017 dalla Conferenza Governo-Regioni, è scritto che “non sono attivabili tirocini in favore di professionisti abilitati o qualificati all’esercizio di professioni regolamentate per attività tipiche ovvero riservate alla professione”. Sembra però facile aggirare queste norme, specialmente quando anche i siti pubblici lasciano passare questi annunci.

Sarà anche per questo che i tirocini crescono in maniera esponenziale da alcuni anni. Il 2017 si è registrato il record da quando esistono le statistiche: sono stati attivati 368 mila stage, con 344 mila persone coinvolte. Le imprese risparmiano tanti soldi sul costo del lavoro e ne approfittano sia per reclutare personale con mansioni basse (che non necessitano di formazione) sia personale con mansioni alte (che sono già formate).

La rinascita di Detroit per sfidare Elon Musk

La Central Station di Detroit è diventata l’emblema della decadenza strutturale di una città incalzata da un processo pluridecennale di declino economico. Abbandonata nel 1988, dopo essere entrata in funzione nel 1913, quando le ferrovie erano ancora il sistema nervoso del capitalismo americano, si staglia come una costruzione maestosa, piena di fregi liberty, ben visibile anche a distanza: perciò ha catturato l’immaginario del cinema, alimentando quella tendenza al porn-ruin, cioè all’attrazione per la fatiscenza estrema, che costituisce oggi un modo di guardare alla caduta delle metropoli industriali.

Questa premessa serve a far capire l’intenzionalità della scelta di Bill Ford, che a giugno ha acquistato la Central Station per fare di essa, entro il 2022, il nuovo quartier generale del gruppo che porta il suo nome. Ford non porterà lì soltanto una concentrazione di 2.500 persone che lavorano al vertice della multinazionale, ma farà sorgere un’area di attività e servizi che potranno localizzarsi in quell’area, raddoppiandone la popolazione lavorativa. Per Detroit e per Ford è un segno forte: il gruppo esce dai confini di Dearborn (il sobborgo in cui nacque il fondatore Henry nel 1863 e che rappresenta il suo polo costitutivo) per tornare nel centro della città e riqualificarlo; per Detroit è l’opportunità di imprimere un’accelerazione al tentativo di rilancio urbano, toccando un quartiere, Corktown, che è insieme tra i più prossimi a Downtown, il centro, e tra i più degradati.

Nel caso di Bill Ford, questa sembra anche una decisione in linea con una personalità dal profilo originale: sessantenne, buddhista e vegano, non è mai andato a vivere lontano da Detroit. Ma il gesto che ha compiuto va letto all’interno della strategia non solo del Gruppo Ford, ma del sistema dell’auto del Michigan, convinto di poter rilanciare il proprio ruolo dentro il radicale cambiamento che sta attraversando l’industria della mobilità, sotto il duplice impulso dell’innovazione tecnologica delle politiche economiche e fiscali all’insegna del protezionismo.

Industria della mobilità e non più industria dell’auto, come si è detto fino a ieri. Su questo tasto insiste Ford, poiché il gruppo si qualifica già da ora come un produttore di sistemi di mobilità complessa e integrata, non più di veicoli. Di qui l’enfasi sulle piattaforme elettriche e sulle tecnologie per la guida autonoma, che Ford sta per scorporare in una divisione autonoma (secondo una tendenza che si sta diffondendo anche tra gli altri gruppi, non solo nordamericani).

Sia Ford sia General Motors (più avanti sul fronte del cambiamento tecnologico) hanno l’urgenza di dimostrare come la capacità d’innovazione si possa coniugare a una storia industriale più che secolare. Insomma, più che mai Detroit non vuole accettare di poter essere sconfitta dalla California, così come Gm e Ford non vogliono vedersi sottratta la scena da Elon Musk e dalla sua Tesla. Basta scorrere i bollettini quotidiani del settore per accorgersene, a cominciare da Automotive News: le continue sortite di Musk tolgono spazio agli altri marchi. I suoi tweet infiniti – coi loro annunci perentori, la veemenza polemica, le fughe in avanti – generano un’attenzione quasi parossistica verso la casa californiana e il suo leader. Musk agisce al di fuori di ogni schema, come quando ha manifestato il progetto di un delisting di Tesla, nell’idea che uscendo da Wall Street raggiungerebbe una capitalizzazione ancora più alta, tale da perseguire i suoi obiettivi senza più avere il fiato sul collo di investitori alla ricerca di rapide occasioni di profitto.

Contro Musk, l’industria di Detroit vuole salvaguardare l’immagine di solidità di un patrimonio di competenze che ha dalla sua non soltanto la capacità progettuale ma anche quella esecutiva, che fin qui è mancata a Tesla, in perenne stress per tentare di mantenere i propri obiettivi produttivi. Per Gm il 2019 sarà un anno di verifica, perché le auto a guida autonoma saranno una realtà non soltanto sperimentale. L’anno prossimo lo sarà anche per Waymo, la società di Alphabet-Google che lavora a un veicolo a guida autonoma che nasce dal mondo delle imprese di servizio e non della produzione industriale.

Progetti originali, ormai in fase di esecuzione avanzata, ma di cui è quasi impossibile prevedere il ritorno economico. E qui per Detroit si entra in un campo minato, perché le aspettative di profitto negli anni a venire sono in netta contrazione, per di più sono legate a una rischiosa opzione di mercato. Gm e Ford si sono ormai focalizzate su Suv e crossover, lasciando il settore delle berline ai concorrenti giapponesi ed europei. Fca si è concentrata da tempo su Jeep (che ha fatto segnare a luglio un record di vendite sul mercato Usa: +15%) e Ram (pick-up), lasciando scivolare in un progressivo oblìo il marchio Chrysler. Ad aprile, Gm ha esibito nel suo Renaissance Center un’impressionante capacità di differenziare l’offerta di pick-up sulla base delle proprie piattaforme.

Nel futuro, tuttavia, la tenuta dei marchi di Detroit non si giocherà in primo luogo su un mercato nordamericano che è in contrazione (quest’anno si attesterà a livelli inferiori ai 17 milioni di vetture vendute), ma in Cina, il primo mercato al mondo. E lì le cose sono tutt’altro che facili: Ford ha avuto esiti insoddisfacenti, Chrysler non riesce ancora a decollare. I concessionari cinesi hanno un approccio aggressivo e strumentale verso i produttori; i consumatori non si fanno fidelizzare, sedotti dalle nuove promesse tecnologiche. Eppure, sarà in Cina che si decideranno in buona parte le sorti industriali di Detroit.

“Mining”, “Wallet” e “Blockchain”: glossario semplice per principianti

Bitcoin. Viene creato nel 2009 da un anonimo con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. Si sostiene su una rete di potenti computer che fungono da nodi e fanno funzionare software specifici. MINING. È il processo che fa eseguire al computer calcoli matematici per confermare le transazioni e far esistere il sistema. Come ricompensa per il loro servizio, i miner (minatori) di Bitcoin incassano commissioni sulle transazioni che confermano, insieme ai bitcoin creati in base ai calcoli eseguiti. Il sistema prevede che quando si arriverà all’emissione di 21 milioni di bitcoin, si smetteranno di produrre. BLOCKCHAINÈ il registro pubblico delle transazioni Bitcoin in ordine cronologico ed è condivisa tra tutti gli utenti Bitcoin. Ogni pagamento è registrato con transazioni, le transazioni sono contenute in blocchi, i blocchi formano la Blockchain. Ogni blocco è collegato ai precedenti. Per questo è difficile falsificare un blocco. CRITTOGRAFIA.Mantiene la segretezza dei dati, rende impossibile a chiunque di spendere del denaro dal portafogli di un altro utente o alterare la Blockchain. WALLET.Un portafoglio digitale: sul proprio pc o presso chi svolge funzioni simili a una banca. I bitcoin possono essere trasferiti a chiunque disponga di un indirizzo bitcoin. PEER-TO- PEER . Un’archi – tettura logica di rete informatica in cui i nodi non sono gerarchizzati sotto forma di client o server fissi (clienti e serventi), ma sotto forma di nodi paritari che possono cioè fungere sia da cliente che da servente. BENE RIFUGIO. È una delle definizioni date ai bitcoin: molti li acquistano e li conservano in attesa che il loro valore aumenti. Molti li paragonano all’oro: entrambi non sono emessi da governi o banche, entrambi non sono controllati, entrambi sono limitati. BOLLA.Nei mesi scorsi, Jamie Dimon, ad di JP Morgan, ha definito i bitcoin “una bolla peggiore di quella dei tulipani”. Di bolla ha parlato anche Robert Shiller, professore di Economia a Yale e premio Nobel per il suo lavoro sulla formazione delle bolle speculative.

Nasce il consorzio italiano per fare lobbying

Si chiama Crypto values ed è un consorzio italiano che mira a supportare e diffondere la cultura e l’informazione sui bitcoin, le criptovalute e la blockchain: l’iniziativa parte dai fondatori di The Rock Trading, una delle maggiori (nonché una delle più longeve) piattaforme per lo scambio di criptovalute anche con euro in Europa. La società si è trasferita in Italia da Malta e ora è alla guida di questo gruppo.

“Abbiamo quattro obiettivi – spiega Andrea Medri, socio e fondatore di The Rock Trading con Davide Barbieri – per riuscire a creare e supportare una nuova industria di alto livello in Italia. Partiamo alla pari rispetto al resto del mondo, siamo avanzati in questo campo tanto per la qualità delle persone coinvolte nel campo che per la competenza e la leadership in ambito bitcoin e blockchain. Si potrebbe fare molto”.

Il primo obiettivo è quindi riuscire a dialogare con le istituzioni: dal legislatore alla vigilanza, passando per le authority. “Bisogna creare sistema e industria senza però chiudere gli occhi davanti ai problemi, dalla sicurezza al riciclaggio e la criminalità – spiega Medri -. Dialogare significa far capire di cosa si tratta, saperlo spiegare. Ovviamente in modo trasparente”. In altre parole, si cercherà di fare lobbying. “Ci iscriveremo anche al registro della Commissione europea dei soggetti portatori d’interesse. Gran parte della partita si gioca, infatti, a livello europeo”.

Altro obiettivo, la formazione: l’idea è avviarla a tutti i livelli, sia istituzionale che finanziario che per le persone comuni. “Un modo di comunicare le opportunità ma anche i rischi – spiega Medri – e che implicherà coinvolgimento e relazioni con il mondo accademico e le università”. Molti atenei, in Italia, hanno già attivato corsi e master che si occupano di tecnologia blockchain e bitcoin. In ultimo, l’individuazione di progetti di applicazione reale della blockchain da finanziare e supportare, soprattutto tra i più giovani: “L’applicazione di questa tecnologia – spiega Medri – è ancora limitata, se ne parla tanto come soluzione universale a tutti i mali ma i progetti seri ed efficaci sono ancora pochi”.

A far ben sperare, in Europa, l’arrivo nei mesi scorsi della quarta e della quinta direttiva sull’antiriciclaggio che ha in parte normato anche le transazioni e le piattaforme che fanno trading di criptovalute: dall’obbligatoria identificazione e registrazione alla segnalazione delle operazioni sospette. Se finora, nonostante tutto, il bitcoin è sopravvissuto è perché – seppur magari non in modo palese e ufficiale – istituzioni e organi di vigilanza si sono comunque sempre interessati al fenomeno. “Nonostante tutti dicano il contrario – spiega Medri – credo che il dialogo sia possibile. A tutti i livelli si trovano persone disposte ad ascoltare, anche perché l’obiettivo è creare lavoro e portare investimenti esteri. L’esempio è il Giappone: se lo 0,3% del Pil dipende da questa industria, vuol dire che forse qualcosa di buono c’è. Noi ci proviamo: se poi non dovessimo riuscirci, allora ce ne andremo altrove”.

Le premesse sono buone: trasparenza prima di tutto. “È un discorso che abbiamo sempre fatto: servono regole. Le valute tradizionali sono regolamentate, si può discutere di come lo siano, ma lo sono. Se quindi le vogliamo utilizzare ad esempio per fare trading con mometa Fiat, vanno seguite le regole e non ci si può esimere”. Diverso è il discorso, invece, se si parla di sole criptovalute: “In questo ambito va invece trovato un equilibrio tra forme che lascino libertà e il necessario controllo contro la criminalità e le truffe. È su questo che si concentrerà il nostro lavoro, riuscire a far armonizzare due realtà. E aiutare a farlo comprendere”.

Dalla Cripto Valley alle sagre, ecco cos’è rimasto dei bitcoin

Esiste un sito web citatissimo tra gli appassionati di bitcoin e criptovalute: si chiama Bitcoin Obituaries ed è una piattaforma che raccoglie e annovera ogni volta in cui bitcoin è stato dato per morto dalla stampa e dagli esperti. Finora la criptovaluta sarebbe morta già 307 volte e a guardare la cronaca di questi giorni sembrerebbe di essere nel pieno dell’ennesimo decesso. Ieri il valore dei bitcoin è scivolato di nuovo sotto la soglia dei 6mila dollari e in mattinata, sulla piattaforma Coindesk, si è attestato a 5960 dollari, vicino ai minimi di fine giugno e ai livelli dell’autunno 2017, prima del e balzo di che l’aveva portato a sfiorare i 20 mila dollari.

La valle dei bitcoin italiana e l’innovazione silenziosa

In un momento di stasi del valore delle criptomonete, ormai lontani dai picchi di dicembre e gennaio, andiamo a Rovereto, in Trentino Alto Adige, definita la Bitcoin Valley italiana perchè è la città con la maggior densità di negozi che accettano bitcoin in Europa. “Il posto dove puoi dire ‘sono due giorni che non uso gli euro’” spiega Marco Amadori, fondatore di Inbitcoin, società che sviluppa soluzioni per le criptovalute e che si è specializzata anche in consulenza. Con lui, nel bar in piazza che si chiama “Mani al Cielo”, c’è Nicola Vaccari, uno dei soci. Indossa una maglia con su scritto “Satoshi Nakamoto sono io”, riferimento all’anonimo inventore dei bitcoin di cui ancora oggi nessuno conosce l’identità. Saranno loro a pagare – ovviamente in bitcoin – le consumazioni della chiacchierata. Il barista porge un tablet sul quale c’è un’applicazione e il codice Qr del suo portafogli, digita l’importo da pagare e il cliente, inquadrando il codice dal suo telefono, autorizza il trasferimento – in questo caso – di 1,43 millibitcoin – dal suo portafogli. L’obiettivo è capire, finito l’entusiasmo dei mesi scorsi, cosa sia rimasto di tanto fermento.

I negozianti: “Un metodo come altri per pagare”

A Rovereto, almeno una trentina di negozi accettano pagamenti in bitcoin: un’edicola nei pressi della stazione, un parrucchiere, un negozio che vende giochi di società e di ruolo (“In molti pagano in bitcoin – spiega il commesso – anche perché la nostra clientela è fatta comunque di persone che si potrebbero definire un po’ ‘nerd’”), molti ristoranti in centro, da quello vegano a quello cinese. Sulle vetrine, tra gli adesivi che indicano le carte di credito e bancomat accettati, c’è anche l’adesivo con la scritta “Bitcoin”. Come all’entrata della macelleria di carne equina “Zenatti”: “Ogni tanto qualcuno viene, acquista la carne e chiede di pagare in bitcoin – spiega Massimo, il titolare – sono principalmente giovani, anche molto simpatici. Per credere in una tecnologia del genere devi essere aperto mentalmente”. È contento: “È una forma di pagamento come un’altra – spiega – e a me fa piacere avere qualche bitcoin: certo, ogni tanto perdo qualcosa ma ogni tanto ci guadagno anche”. Assicura di non essersi arricchito: “Altrimenti non sarei qui, ma sulla mia villa in riva al lago”.

L’altalena dei prezzi e il progresso continuo

“Bitcoin ha dato tanto in questi anni – spiega Amadori – ricordo quando la grande notizia era che il valore di bitcoin fosse arrivato a un dollaro. Sono convinto che il prossimo boom sarà mediaticamente ancora più rilevante”. Il concetto è che Bitcoin non è cambiato, le sue caratteristiche sono rimaste le stesse, è ancora una risorsa limitata e dalla quantità prevedibile perché il suo valore non è legato ad alcun bene materiale ma solo a una formula matematica (l’algoritmo che le macchine devono risolvere per produrli). “Quindi esistono delle certezze sulla sua produzione”, spiega Amadori.

Poi c’è lo sviluppo tecnologico, quella parte invisibile a chi acquista e vende solo per fare guadagni. “In questo bar – spiega Amadori – c’è stata la prima transazione con una nuova tecnologia che si chiama Lightning Network, un secondo strato rispetto alla blockchain (la tecnologia su cui si basa bitcoin, ndr) che permette di velocizzare le transazioni e renderle più efficienti”.

Tralasciando i tecnicismi, che chi è davvero appassionato potrà approfondire online, il punto è che nella comunità bitcoin ciò che conta sono tecnologia e capacità di guardare a largo raggio: sul lungo periodo, i bitcoin e la tecnologia su cui si basano, la cosiddetta blockchain (una serie di blocchi concatenati tra loro su cui sono registrate tutte le operazioni in modo irreversibile), hanno fatto passi da gigante arrivando rispettivamente a centinaia di migliaia di dollari e ad essere una delle innovazioni più attraenti per la fintech e l’industria.

A Rovereto, per Inbitcoin, lavorano sette sviluppatori. La metà di loro vive nella stessa casa, hanno tra i 23 e i 41 anni, la loro settimana lavorativa termina il giovedì. Sviluppano, ricevono il loro stipendio in bitcoin e li spendono: in questo modo possono sperimentare gli stessi sistemi che creano e prendere spunto per migliorarli. “Sviluppo software in bitcoin – racconta Antonio Parrella, 31 anni – e mi occupo soprattutto di applicazioni mobile. Si lavora tutto il giorno, facciamo pausa pranzo spendendo i nostri bitcoin nei locali che li accettano e riprendiamo a lavorare”. C’è chi si occupa di web, chi di mobile, chi di altre tecnologie. “Sono venuto qui dal Friuli, sono stato un perito informatico e ho conosciuto i bitcoin su internet – dice – . Mi diverto, come ci si diverte negli altri lavori. Forse un po’di più”.

Il recente “decesso” e i nuovi timori

In questi giorni, bitcoin sta vivendo un nuovo calo dopo mesi di apparente stabilità. L’ennesimo, direbbero gli esperti. Alla base, la reazione alle cautele della Sec, l’ente americano che vigila sulla Borsa, che alcune settimane fa ha rinviato a settembre l’autorizzazione del primo Etf legato all’andamento del Bitcoin, dopo la bocciatura a luglio della proposta di un Etf avanzata dai gemelli Tyler e Cameron Winklevoss, ex soci di Mark Zuckerberg in Facebook e ora molto attivi nel mondo delle criptovalute.

Inoltre, qualche giorno fa, in un report di metà anno sull’outlook economico, il team di strategia di investimento di Goldman Sachs ha sostenuto che il prezzo del Bitcoin probabilmente scenderà ancora, oltre il 45% che ha perso nei primi sette mesi del 2018. “La nostra previsione che le criptovalute non avrebbero mantenuto il proprio valore nella loro incarnazione attuale rimane intatta e di fatto è stata confermata molto prima di quanto non ci aspettassimo” è stata la sentenza. “Ci aspettiamo ulteriori cali in futuro, perché riteniamo che queste criptovalute non svolgano alcuno dei tre ruoli tradizionali di una valuta: non sono né un mezzo di scambio, né un’unità di misura, né un deposito di valore”.

La serie delle truffe, soprattutto all’estero

In Thailandia, nei giorni scorsi, sette persone sono state arrestate per aver truffato un giovane investitore finlandese a cui è stato sottratto l’equivalente di 24 milioni di dollari. Scoprire la dinamica ha richiesto molti mesi di indagini.

I truffatori proponevano alle vittime l’acquisto di azioni e un altro tipo di criptovaluta, la Dragon Coin, che – riferivano – sarebbe stata utilizzata in un nuovo casinò di Macao (che facevano anche visitare). Prendevano poi i bitcoin, li vendevano e trasferivano il ricavato sui conti correnti.

Una truffa che fa il paio con quella, sorprendente, avvenuta in Corea la settimana prima: la polizia sudcoreana ha fatto irruzione negli uffici di un’azienda che aveva raccolto oltre 53 milioni di dollari di fondi, promettendo agli investitori in criptovalute di ripagarli con l’oro da recuperare in un incrociatore russo affondato circa 113 anni fa. Peccato non ci fossero prove della presenza di oro o di qualsiasi altro oggetto di valore all’interno della nave. Come dire: in parte c’entrano i bitcoin, ma non solo.

La Blockchain, la cura per tutti i mali

Il segreto per rimanere nell’universo bitcoin è quindi guardare oltre il suo valore economico. La tecnologia su cui si basano le criptomonete, la blockchain, può avere infatti molteplici applicazioni ed essere sviluppata per i più svariati ambiti: se ne parla per mettere in sicurezza i dati personali e la loro trasmissione, si inizia a sperimentare la possibilità (già reale in Estonia) di utilizzarla per il voto digitale, sembra si stia rivelando molto utile nella gestione della burocrazia del servizio marittimo. “A gennaio – spiega Amadori – abbiamo fondato la prima società con capitale sociale versato direttamente in bitcoin senza passare attraverso le banche”. Come era stato teorizzato, insomma, dopo il boom resta soprattutto chi ha compreso e sposato la filosofia delle criptomonete. “Abbiamo collaborato con gli organizzatori del Festival della Cistecca, in Campania, per per permettere di pagare in bitcoin il menù della sagra di questa estate – spiega Vaccari -. Abbiamo accettato per l’entusiasmo mostrato. È questa l’essenza, ciò che rimane, al di là dell’entusiasmo che può generare il bitcoin o il suo improvviso boom”. Che, assicurano, tornerà ad esserci.