Tagliamo le vacanze scolastiche

Chi pensa che la scuola abbia una funzione di ascensore sociale, che serva a dare opportunità a chi non ne ha ricevute abbastanza dalla famiglia, dovrebbe essere indignato dalla lunghezza delle vacanze estive cui sono condannati gli studenti. E chiedere che vengano cancellate, o almeno ridotte.

Il tema lo solleva l’Economist: è d’estate che le differenze di classe sociale esplodono. I figli di famiglie benestanti si rigenerano nelle case al mare o in montagna, si formano in corsi di lingua all’estero, hanno tempo per leggere, fare sport. Per i genitori a basso reddito l’estate è un incubo: lo stipendio se ne va in babysitter o i figli vengono tenuti ad annoiarsi in ufficio, centri estivi o vacanze studio rappresentano un salasso capace di compromettere il bilancio familiare. Secondo i dati citati dall’Economist, gli studenti in estate perdono fino al 25 per cento di quello che hanno imparato durante l’anno, ma i poveri disimparano più in fretta dei ricchi perché hanno pochi stimoli e case con meno libri.

Tre mesi di vacanze estive sono (forse) un’eredità di un’epoca contadina in cui i bambini d’estate dovevano aiutare i genitori nei campi. Oggi, con sempre meno aziende che chiudono mesi interi, non hanno senso. Sarebbe molto più utile tenere aperte le scuole d’estate, non come parcheggio, ma con corsi specifici che arrichiscano l’offerta formativa: lingue straniere, teatro, cinema, anche educazione fisica. Per garantire alle famiglie la possibilità di andare comunque in vacanza basta copiare l’università: ogni studenti deve frequentare un certo numero di corsi per ottenere i crediti necessari, scelga lui se a giugno, a luglio o ad agosto. Un piano ambizioso consentirebbe di assumere altri insegnanti (oltre a far lavorare di più quelli che già ci sono, unica categoria di lavoratori ad avere una pausa così lunga). Tutti ci guadagnerebbero. Sarebbe certo costoso, ma molto meno di un chilometro di Tav o di un bonus pre-elettorale.

Ferrarini, così muore un impero dell’alimentare travolto dai debiti

Una parabola amarissima per un’azienda familiare storica, ricca di blasone e con un marchio ancora forte. In pochi anni Ferrarini, l’azienda emiliana di prosciutti e salumi presieduta dal vicepresidente di Confindustria Lisa Ferrarini, ha dilapidato il suo lungo passato, travolto da una montagna di debiti. Una situazione fattasi via via insostenibile al punto da dover ricorrere pochi giorni fa al mesto passaggio al concordato preventivo sia per la Ferrarini Spa che per la controllata Vismara. Il Tribunale ha accolto la richiesta e ora l’azienda della famiglia Ferrarini ha 150 giorni di tempo per presentare un piano di ristrutturazione finanziaria. Nel frattempo sono già scattati gli ammortizzatori sociali per i circa 800 addetti con i contratti di solidarietà per i dipendenti dell’azienda reggiana e la cassa integrazione straordinaria per i lavoratori della Vismara di Casatenovo.

Che le cose non andassero bene era noto da mesi. La presidente Lisa Ferrarini aveva intavolato trattative con la Italmobiliare della famiglia Pesenti per un ingresso nel capitale. Trattativa sfumata nei giorni a ridosso della richiesta del paracadute del concordato per un diniego della famiglia che ha rotto le trattative. In ballo, evidentemente, il valore del gruppo alimentare su cui ci sono state divergenze con il potenziale cavaliere bianco. La stampa locale ha raccontato del quasi crac della storica azienda reggiana imputandolo anche al fallimento di Veneto Banca di cui i Ferrarini erano debitori ma anche soci. Un altro caso plateale di prestiti baciati in cui anche i Ferrarini erano caduti. I Ferrarini avevano un’esposizione con la banca mediata dall’acquisto di titoli. Titoli finiti azzerati che, secondo le versioni circolate, avrebbero messo in ginocchio la società.

In realtà l’esposizione in titoli Veneto Banca non pare decisiva. Secondo quanto ricostruito dal Fatto, Lisa Ferrarini risultava azionista, prima del crac, dell’istituto bancario per lo 0,24 per cento del capitale. Una posizione da non più di una decina di milioni di valore oggi bruciati.

Non è certo il crac della banca di Montebelluna ad aver portato la Ferrarini vicina al collasso: il cumulo dei debiti in gioco, che hanno determinato la scelta del rifugio nella procedura concorsuale, è di ben altra natura. Si parla di un indebitamento complessivo di gran lunga superiore ai 200 milioni. E con le banche (non solo Veneto Banca) esposte per oltre 100 milioni di euro e i fornitori per oltre 50 milioni.

Già nel 2012 i livelli dell’indebitamento complessivo del gruppo Ferrarini superavano i 200 milioni. Saliti poi a 233 milioni a fine del 2015. I fondamentali economici non erano pessimi: un fatturato che stazionava negli ultimi anni intorno ai 250 milioni di euro con un margine lordo che produceva circa 20 milioni l’anno di redditività industriale. Sembrava, vista così, un’azienda in equilibrio, ma era solo apparenza. I debiti già nel 2012 valevano 10 volte la marginalità industriale. Un livello che per un’azienda alimentare, pur con un marchio forte, è da considerare di emergenza.

Tutte le banche avevano, già a suo tempo, chiesto garanzie proprio per l’elevata leva finanziaria. Nel 2014, a fronte di un finanziamento da 22,5 milioni messo a punto da un pool di istituti con UniCredit, Intesa e Ge Capital, erano stati messi a garanzia immobili e impianti produttivi della Ferrarini. Idem per il prestito da 6 milioni da Ubi sempre nel 2014, con garanzie di terreni agricoli anche sugli 11 milioni concessi sempre in quell’anno dalla Banca del Mezzogiorno.

Ma Ferrarini non poteva continuare ad appoggiarsi soltanto al sistema bancario per finanziare l’operatività della società. Nel 2015 deve emettere un bond da 30 milioni quotato sul mercato obbligazionario extraMot. Ebbene, il tasso chiesto dal mercato per quell’obbligazione che sarebbe scaduta nel 2020 era del 6,375 per cento. Un tasso che con l’Euribor, il parametro di riferimento, pressoché a zero la dice lunga sul rischio percepito dai sottoscrittori. Solo di cedole avrebbe pagato in cinque anni oltre 9 milioni su un capitale di 30. Segno che la tensione finanziaria, per un gruppo con debiti superiori a 10 volte i flussi di reddito industriali prodotti ogni anno, era già elevata oltre 3 anni fa.

Il gruppo è controllato dalla famiglia Ferrarini, attraverso la solita holding lussemburghese, la Elle Effe sa. Nel 2016 la famiglia ha provato a rimediare con un’operazione di scissione. Si è scorporata l’attività tipica dei salumi dal resto del business, confluito nella Società Agricola Ferrarini spa. Un modo forse per mettere al riparo una parte del patrimonio. Un’exit strategy funzionale alle necessità di protezione della famiglia e che non è servita però a evitare il peggio per gli asset industriali, che oggi sono ambedue, la Ferrarini spa e la Vismara, sotto la tutela del Tribunale. Un epilogo, la messa nel congelatore dei creditori, non certo edificante per la vice-presidente di Confindustria.

Il caso Brizzi e le montature: ora nessuna donna sarà più creduta

L’ultima immagine televisiva di Fausto Brizzi risale ad aprile: un’inviata de Le Iene che lo insegue per strada, nel centro di Roma, e gli chiede “Perché non denuncia le attrici per diffamazione se quello che dicono è falso? Eh, perché? Perché? Perché?”. Il pitbull non è più Dino Giarrusso, perché Dino Giarrusso, quello che “l’archiviazione del caso Brizzi è una sconfitta per tutte le donne”, era così legato a questa inchiesta che ha mollato Le Iene e l’inchiesta per candidarsi con i Cinque Stelle e riuscire a diventare uno dei pochi grillini trombati, per poi riciclarsi come responsabile della comunicazione della Lombardi, per poi tentare l’ingresso nel Cda della Rai, per poi entrare nello staff del ministero dello Sviluppo.

Il fatto che chi ha “creato” il caso, lo abbia anche mollato lì per cambiare addirittura mestiere, può sembrare un’inezia in questa intricata vicenda, ma non lo è. Perché racconta come questa vicenda sia stata un raffazzonato, caotico intruglio di scoop, accuse, titoloni, toto-nomi e mostro in prima pagina, in cui alla fine nessuno era quello che sembrava. Giarrusso non era un giornalista, Brizzi (fino prova contraria) non era uno stupratore, le tre denuncianti non erano state molestate, le poche attrici italiane note che si sono esposte non erano Rose McGowan: hanno difeso Brizzi. O, proprio per non fare la parte di quelle che “i reggiseni sporchi si lavano in famiglia”, hanno scritto una letterina dicendo che anche loro dicono basta alle molestie. Che, come intensità del messaggio, è un po come “basta al tartaro sui denti!”.

Fin qui il sunto del “prima”. Ma veniamo al dopo-archiviazione (anzi, richiesta di archiviazione ancora), perché si sono dette molte cose, quasi tutte inesatte. Intanto sarà anche vero che sei mesi per denunciare sono pochi, ma è vero che sono il doppio che per una buona parte dei reati. Non è vero invece che, come dichiarato dal curatore de Le Iene Davide Parenti e dallo stesso Giarrusso “delle tre denunce presentate da altrettante ragazze solo una è stata presa in considerazione perché la legge italiana prevede che la vittima di reati sessuali o presunta tale abbia sei mesi di tempo per sporgere denuncia”. O meglio, è vero, ma chi ha chiesto l’archiviazione si è espresso anche sulle due denunce presentate fuori tempo massimo. E ha escluso la sussistenza di molestia anche per quelle. Che è come dire: anche se presentate entro sei mesi, non sarebbero arrivate a un processo.

Parenti ha la stessa difficoltà ad ammettere un errore che Fonzie davanti al suo jukebox (“Su stamina noi abbiamo solo raccontato”, si giustificò), ma un po’ di onestà intellettuale non guasterebbe. Quelle tre denunce, con gli sms teneri di alcune ragazze dopo le presunte molestie, non reggevano. Questo non vuol dire che l’inchiesta fosse una farsa. Non credo ci sia stato un complotto ai danni di un unico regista. Non credo che Brizzi sia in coda per la beatificazione dopo Paolo VI. Credo però che l’affannata e mediatica ricerca del mostro abbia fatto commettere errori nella modalità con cui si è condotta l’inchiesta e nella verifica delle fonti.

Il risultato è disastroso: ora le donne sono inaffidabili e Fausto Brizzi è un martire. Le Iene volevano un altro Harvey Weinstein e hanno ottenuto un Gesù sulla croce. A inquinare ulteriormente le acque, è di pochi giorni fa un lungo messaggio della regista finlandese Anne Riitta Ciccone (ex assistente di Nanni Loy) apparso su Facebook in cui la donna si rivolge direttamente a Dino Giarrusso con parole piuttosto dure: “Noi ragazze dell’associazione 100autori eravamo spesso infastidite dai tuoi racconti di prodezze diciamo così sentimentali, a me ha irritato molto una sera in pizzeria dopo una riunione (lo ricorderai, forse, e se non lo ricorderai temo sia peggio), tu eri seduto accanto a me e alle due Claudie e mi hai detto di avermi sognata, facevamo sesso e io ce l’avevo tutta depilata, mi hai chiesto se fossi davvero così (…). La cosa mi ha messo a disagio, l’ho gestita con le due Claudie che possono testimoniare. Come sempre dobbiamo fare noi donne con gli uomini che si sentono liberi di fare queste battute abbiamo fatto muro, ma a me ha dato fastidio perché mi ha ricordato il disagio della prima molestia a 13 anni, un tizio che mi ha chiesto ‘se fossi bionda pure sotto’ e quella sera te l’ho anche detto. Tu però non mi sei parso sofferente e colpito. Mi accusi di essere bugiarda perché donna? O sono io e quelle due ragazze che magari ti abbiamo provocato? (…)”.

C’è poi un particolare inquietante, che non è stato ancora approfondito. Secondo fonti vicine a Fausto Brizzi, oltre ai fatti narrati, esiste un verbale di sommarie informazioni con la testimonianza di una ragazza spagnola che, tra un servizio e l’altro de Le Iene, ha riferito cose sconcertanti: una delle ragazze italiane andata a volto scoperto a Le Iene per denunciare di aver subito molestie da Brizzi, l’ aveva contattata al telefono per dirle che se avesse voluto un po’ di fama in Italia, sarebbe stato sufficiente andare in tv a dichiarare di aver subito molestie dal regista Fausto Brizzi nel corso di un provino (le due si erano conosciute a Ibiza l’estate precedente ed erano rimaste amiche). Ha aggiunto che questa proposta era stata fatta anche ad altre ragazze che avevano però accettato. La ragazza italiana fu molto insistente, quando si rese conto che la spagnola non avrebbe accettato le intimò di non rivelare a nessuno la proposta fattale.

Nei giorni successivi la spagnola ricevette telefonate anche da un interlocutore maschile che si raccomandò di non farne parola con nessuno. C’era uno scouting per trovare ragazze che supportassero la denuncia mediatica di poche coraggiose così da rendere più solida l’inchiesta? Questa ragazza spagnola è una mitomane? Non lo sappiamo, fatto sta che non è una ragazza incappucciata di spalle, ma una ragazza che in un verbale, con nome e cognome, ha raccontato una sua verità. C’è poi un’altra vicenda, ancora più strana: una delle tre ragazze che ha denunciato Brizzi, denunciò in passato un altro presunto tentativo di violenza sessuale che però non arrivò mai in tribunale. Arrivò invece in tv, perché la madre – indovinate un po’? – ne andò a parlare in alcuni noti programmi nazional popolari, a volto coperto e con la voce modificata.

Più si scava e più si trova un’unica verità: l’unica alternativa al tribunale, in questa vicenda così confusa, doveva essere il silenzio. E non per imbavagliare le donne, ma per consentire alla prossime che parleranno di essere credute, senza pessimi precedenti.

Caro Pd, ha ragione Muzzarelli: provate a cambiare spartito

Anche chi non ha votato Pd, o sbagliando considera addirittura i Dem l’origine di tutti i mali, dovrebbe preoccuparsi per le sorti di quel partito. Perché nelle democrazie che funzionano il primo e più importante ruolo di controllo sull’operato della maggioranza non spetta alla magistratura o alla stampa, ma all’opposizione. L’assenza di un’opposizione parlamentare capace di verificare puntualmente i comportamenti e i provvedimenti presi da chi sta al governo, denunciando o facendo muro rispetto a quelli considerati errati, peggiora la qualità delle leggi e rende più complicata la correzione degli sbagli fatti in buona o cattiva fede dalle istituzioni. Il 7 agosto il problema si è mostrato nella sua interezza quando, col cosiddetto Milleproroghe, è stata approvata all’unanimità in Senato (con voto favorevole del Pd e del senatore di Scandicci, Matteo Renzi) la norma che toglie a 96 comuni un miliardo di euro destinati alla riqualificazione delle periferie. Il provvedimento era stato pensato dall’esecutivo per far fronte a una sentenza della Corte Costituzionale. C’erano molti modi per farlo, ma la maggioranza gialloverde aveva scelto quello peggiore: bloccare tutto “fino al 2020” e redistribuire la somma tra gli 8000 comuni italiani. Risultato: sindaci di ogni colore politico in rivolta, rischio di stop per molti progetti in aree disagiate delle città e proteste sui social e sui giornali da parte dell’intero stato maggiore dei Democratici, indignati per una scelta del governo da loro stessi avallata.

Commento del primo cittadino di Modena, Gian Carlo Muzzarelli: “Sono sbalordito. Se anche chi minaccia ogni giorno la più dura delle opposizioni prende cantonate così e cade negli emendamenti trappola senza verificarli, c’è da essere davvero sgomenti per il futuro della sinistra. Chiedo al Pd di fare subito chiarezza al suo interno e di prendere immediatamente l’impegno per cancellare la norma. Dopo di che mi pare evidente che per il Pd cambiare spartito e suonatori è sempre più urgente”. Il voto a favore non era però frutto di “una trappola”. Verosimilmente si spiega invece con la fretta di andare in ferie. Leggendo l’emendamento in questione (il 13.2) era semplice capire che i fondi per le periferie sarebbero stati bloccati per due anni. Ma, arrivati alla settantanovesima votazione della giornata, i senatori dell’opposizione (compresi quelli di Forza Italia e Fratelli d’Italia) pensavano ad altro e certamente non avevano studiato il dossier. La questione dei fondi per le periferie, non è però l’unica che dimostra come il Pd debba imparare come si fa opposizione. Solo un mese fa, per esempio, i Dem avevamo presentato un emendamento (poi non votato in seguito alle polemiche) per impedire che cosiddetto decreto Dignità venissero aumentati i risarcimenti per i lavoratori licenziati, col risultato di apparire agli occhi dei loro elettori non come una formazione di sinistra, ma come il “partito dei padroni”. Per questo noi che teniamo alla qualità della nostra democrazia e vorremmo che in parlamento sedesse sempre un’opposizione forte e non consociativa (al contrario di quello che è abitualmente accaduto in Italia per decine e decine di anni) non siamo oggi d’accordo con l’ex ministro Carlo Calenda e la valente vice-presidente della Regione Emilia Romagna, Elisabetta Gualmini, quando chiedono al Pd di cambiare nome per ripartire. Per noi invece ha ragione il sindaco di Modena: vanno cambiati spartito e suonatori. Perché se il prodotto non migliora, non basta un marchio nuovo per convincere la gente a comprarlo.

CasaPound in infradito e Matteo a torso coperto: lo chiamano Ferragosto

Buon ferragosto, questa specie di Capodanno estivo dove tutti devono divertirsi per forza, tempo di pantagrueliche mangiate. Un giorno in cui il Paese intero ha facoltà istituzionale di comportarsi come una seconda media, il che, diciamolo, per molti è una promozione inaspettata. Solo alcuni gavettoni turberanno la giornata. Ecco i principali.

CasaPound invade la Polonia. Eccitati dalle cronache dei giornali che parlano di loro, gli arditi di CasaPound commettono un grave errore: pensano di esistere veramente. Dopo averli visti ad Ostia dispiegare la loro geometrica potenza contro un paio di venditori di cocco fresco, le loro azioni sembrano in crescita: esattamente come novant’anni fa quando menavano i contadini per far contenti gli agrari. Ma ora questo non basta più e oggi festeggeranno il Ferragosto sempre in spiaggia, chiedendo ai bagnanti di sfilarsi le fedi dalle dita e regalare oro alla patria per costruire l’impero. Poi passeranno alle vie di fatto: prima la Polonia, poi Grecia e Albania, a spezzare reni qui e là. Per la campagna di Russia aspettano l’inverno, così potranno andare sul Don a meno quaranta gradi con le infradito, rispettando la tradizione fascista che li ispira. Complice l’estate, mostreranno al volgo spiaggiato i loro tatuaggi, soprattutto il volto di un signore pelato che venne fucilato mentre scappava in Svizzera con l’amante e qualche complice, che è un po’ come tatuarsi sul petto Wile Coyote.

Salvini mette la maglietta. Foto con mozzarella e senza mozzarella, con moto d’acqua e senza moto d’acqua, con fidanzata e senza fidanzata, con frittura di pesce e senza frittura di pesce, con mojito e senza mojito. Ma oggi Salvini ha deciso di stupire tutti e si è metterà una maglietta. Un vero peccato, perché le sue foto da un mese a questa parte erano l’unica occasione di vedere un topless (porta una seconda). Va detto: Salvini in maglietta (di solito usa magliette stampate da simpatizzanti nazisti) è una delusione: sembra un fesso normale invece di sembrare un fesso seminudo, tipo il buffone di cui sopra alla battaglia del grano. Continua però indefessa la sua battaglia di civiltà: cacciare dalle spiagge venditori di asciugamani e di collanine, mentre sulle spiagge di Calabria si può assistere a divertenti sparatorie tra mafiosi in mezzo ai bagnanti. Servirebbe un ministro dell’Interno, e invece abbiamo ogni giorno il paginone con miss Agosto Sovrappeso. Come gavettone agli italiani, niente male.

Il ritorno di Renzi. Tra i più riusciti gavettoni di questo Ferragosto c’è la terribile minaccia dell’altro Matteo: sta per tornare, forse si candiderà al congresso del Pd, perché è uno che non vuole lasciare il lavoro a metà e il 18 per cento gli sembra ancora troppo. Prima, però, farà qualche passaggio in tivù, per dire a tutti come lui, la Boschi e Lotti hanno rilanciato Firenze durante il Rinascimento, rendendola quella che è oggi: una città governata da Nardella. Dicono le cronache che per dispiegare la sua verve divulgativa affitterà la piazza principale del paese, dove spiegherà – prendendosene i meriti – le belle cose che fecero i Medici cinque secoli e mezzo prima di perdere il referendum istituzionale. È sicuro che, visto il suo documentario storico, tutti gli italiani torneranno ad essere innamorati di lui. Un auto-gavettone, insomma.

Lo sciopero dei padroni. Grande idea ferragostana del presidente di Confindustria Boccia, che minaccia una possibile mobilitazione di piazza degli imprenditori italiani. Si temono scontri. Oltre al fitto lancio di Rolex contro le forze dell’ordine (un classico) c’è forte preoccupazione per i costi dell’iniziativa. Qualcuno già propone di delocalizzare la manifestazione in Romania, Serbia o Albania, dove i foulard Hermès per coprirsi il volto durante gli scontri costano meno.

Bonaccini e Cassese: mercati sì, sinistra no

Caro direttore, sul Corriere della sera di lunedì scorso, 13 agosto, l’ex membro della corte costituzionale Sabino Cassese ha riscritto l’articolo 1 della Costituzione, virandolo all’imperfetto: “La sovranità apparteneva al popolo”. È questo il senso ultimo dell’editoriale in cui si afferma che “non basta godere della fiducia dei propri elettorati, bisogna anche rassicurare i mercati”, per concludere con una bacchettata agli ingenui che “hanno un concetto troppo elementare della democrazia, intesa come un rapporto esclusivo, stretto soltanto tra un popolo e il suo governo”.

Nello stesso giorno, il supplemento economico dello stesso Corriere pubblicava un altro editoriale del professor Cassese, in cui il nostro Stato non più sovrano viene esortato calorosamente a riprendere il filo delle privatizzazioni, spogliandosi del poco che gli è rimasto. Dal punto di vista di Cassese, che è quello della classe dirigente a cui dobbiamo l’Italia che abbiamo (e che, nel suo cerchio più interno e solidale, stringe anche gli ultimi due capi dello Stato, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella), si tratta di ovvietà: è ovvio che la volontà popolare non conti più nulla, è ovvio che la sovranità appartenga ai mercati e ai loro pagatissimi consulenti e difensori, è ovvio che lo Stato debba continuare a smontare se stesso (anche se lo ha fatto più di tutti gli altri in Europa, dopo il Regno Unito della Thatcher e Blair, e con risultati orrendi sotto il profilo economico, politico e morale). Coerentemente Cassese – che è stato ministro della Repubblica e appunto giudice costituzionale – non ha avuto alcun problemi a far parte del board di difensori di Vivendi contro gli interessi italiani: una cosa capace di scandalizzare solo chi ha un concetto troppo elementare dell’amor patrio.

Ho dunque espresso questo stesso giudizio su Twitter: “Per Sabino Cassese, sul Corriere di oggi, è troppo elementare l’idea di democrazia in cui un governo risponde al popolo. A essere davvero sovrani sono i mercati e i loro esperti-mandarini, profumatamente pagati. Ebbene, come si fa a non essere antisistema se questo è il sistema?”. Ora, mi aspettavo risposte indignate o liquidatorie di berlusconiani d’antan, professori ultraliberisti, confindustriali trinariciuti. Invece, chi è che a muso duro mi scrive prima un gentile: “Quindi?”, poi un garbatissimo: “Mentre leggevi il testo stavi ascoltando musica? Perché ho l’impressione che tu abbia capito molto poco?” Nientemeno che il presidente dell’Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni, il piddino Stefano Bonaccini. Passato lo stupore – sì, non smetto di stupirmi di fronte a una ‘sinistra’ che vede il mondo come la destra –, ho replicato che: “Ad aver capito poco di tutto questo è il suo partito. Purtroppo per il suo partito e anche per questo Paese, oggi finito proprio per questo nelle mani di Salvini”. A questo punto, Bonaccini è uscito dal seminato ricorrendo alla meravigliosa retorica dei gufi: “Se siamo nelle mani di Salvini suddividiamoci almeno la responsabilità visto lo sforzo che lei ha prodotto per attaccare quotidianamente il Pd ed i governi di csx. E visto il successo del suo progetto politico. Applausi”.

L’allusione al “mio” progetto politico si riferiva, credo, a quello partito dal Brancaccio: fallito perché ciò che ne è nato (senza la mia partecipazione), e cioè Liberi e Uguali, era troppo vicino e appiattito sul Pd, non certo a causa di un suo radicalismo antisistema di sinistra (magari ci fosse stato). Quel che sfugge a Bonaccini e alla gran parte del Pd è proprio questo: un partito che introietta e fa propria ancora oggi l’analisi della realtà di Cassese (un’analisi che aderisce entusiasticamente alla realtà che descrive), dicendo al popolo che la sua volontà non conta né conterà più nulla, si candida a perdere in eterno, in un Paese in cui questo stato delle cose ha prodotto 11 milioni di italiani a rischio di povertà. Ed è quasi commovente che la dirigenza di un partito che ha governato per decenni potendo letteralmente tutto, oggi addossi la colpa ai pochi intellettuali che, da sinistra, ogni giorno dicevano al Pd che si sarebbe schiantato contro un muro, e non a se stessa, che guidava a folle velocità precisamente contro quel muro.

Quando parla di una sovranità più larga di quella popolare, Cassese allude a quella dei grandi organismi finanziari: per esempio la banca JP Morgan, che sostenne (insieme a lui) la riforma costituzionale del Pd, che aveva il preciso intento di diminuire il potere dei cittadini. La maschia reazione da tastiera di Bonaccini dimostra che il Pd è sempre fermo lì, entusiasticamente a guardia dello stato delle cose: lasciando così tutti coloro che (letteralmente) non sopportano più questo sistema a votare per Salvini e per Di Maio. Cosa deve ancora succedere perché il Pd inizi a capirlo?

Calcio in tv. La triste sorte dei vecchi abbonati che non meritano gli sconti

Da storica abbonata al cinema Sky ho deciso quest’anno, in vista del Campionato di Serie A e della Champions League, di fare un regalo a mio marito e aggiungere alla mia offerta il Calcio dopo aver sentito della promozione sconti su Dazn. Ma quando ho provato a farlo, ho scoperto che questi sconti sono solo per i nuovi clienti e che a noi “veterane” toccherebbe disdire il nostro contratto e farne un altro per usufruire dei nuovi prezzi al ribasso. Di fronte a questa scelta di marketing mi sorge spontaneo chiedermi se Sky pur di avere nuovi clienti abbia deciso di fare a meno dei vecchi.

Stefania Pirri

Gentile Stefania, la “rivoluzione” che quest’anno ha colpito il calcio italiano, non renderà né economicissimo né semplicissimo ai tifosi riuscire a destreggiarsi fra le varie piattaforme. Se fino alla scorso anno con un solo abbonamento si poteva vedere tutta la serie A su Sky e le 8 principali squadre su Mediaset Premium, il 18 agosto per assistere a Chievo – Juventus (ore 18) bisognerà sottoscrivere un doppio abbonamento alle due società che si sono spartite i diritti televisivi: Sky e Dazn. La prima trasmetterà 7 gare; la seconda – che appartiene alla Perform Group – le restanti tre. Nelle scorse settimane è stato già raggiunto un accordo che consente ai clienti del gruppo di Murdoch di non sottoscrivere un abbonamento separato, ma di acquistare a condizioni dedicate i ticket Dazn: 7,99 euro al mese contro 9,99 euro (ma ci sono anche offerte a 3 e 9 mesi). Peccato che, a tre giorni dall’inizio del campionato, ancora non si sappia se i clienti Sky possano vedere la partita trasmessa da Dazn sulla tv, visto che l’app di Dazn non è ancora disponibile su Sky Q (la piattaforma per usufruire dei contenuti Sky su più dispositivi). Va meglio agli abbonati Mediaset Premium che, rimasti orfani del calcio, possono vedere gratuitamente le tre partite a settimana di Dazn. A rimetterci sono i vecchi clienti Sky. Per loro non ci sono offerte promozionali nel caso si voglia aggiungere un nuovo pacchetto. Per ottenere lo sconto dovrebbero fare richiesta di disdetta ed essere così ricontattati dalla società. Che punta a ingraziarsi sono gli orfani di Mediaset, i fan di Cristiano Ronaldo e nuovi tifosi per rientrare dei milioni spesi per acquistare i diritti tv. L’obiettivo di Sky è chiaro: raggiungere 7 milioni di abbonati dai 4,7 di fine 2017, che sborseranno per un anno 49,90 euro sottoscrivendo un abbonamento Calcio e Sport. Ma attenzione: salvo disdetta, dal tredicesimo mese si pagheranno 63,80 euro. Diventando ormai un vecchio abbonato non più da coccolare.

Patrizia De Rubertis

Mail box

Prima di accogliere, Napoli pensi ai suoi problemi

L’analisi di Travaglio sul derby dei cretini è stata lucida ed efficace e ha ricordato responsabilità precise a coloro che ora si stracciano le vesti. Magari le comprendesse appieno anche il nostro sindaco Luigi De Magistris che, pur di guadagnare l’interesse mediatico, è disposto a sfornare affermazioni spaventose nella loro sostanza.

Definisce Napoli città dell’accoglienza e la offre come porto sicuro, continuando a usarla come uno strumento finalizzato a distruggere i rapporti istituzionali che meritano rispetto sempre e comunque, a prescindere dal colore politico di chi li rappresenta.

Napoli, città dell’accoglienza si presenta caotica e sporca, fiera della sua disorganizzazione, quasi fosse un prestigioso distintivo e non il fallimento di un progetto che aveva alimentato speranze ed energie prima di trasformarsi nell’ultima occasione politica di chi ha contribuito a ridare corpo a vecchi vizi, ma non ha promosso nuove virtù. Nelle notti della movida napoletana trionfa in tutto il suo splendore l’illegalità, che è ormai la cifra rappresentativa della città. Occupazione abusiva di suolo pubblico, vendita di alcolici in vetro dopo gli orari consentiti, sosta di automobili e motorini, assembramento di giovani con gravi rischi per la sicurezza e l’incolumità personale dominano il territorio nell’assenza totale della polizia municipale preposta, secondo la recente ordinanza anti-movida, a esercitare controlli di natura amministrativa.

Di giorno lo sfascio è totale, periferie abbandonate, trasporti inesistenti, caos generale. Ma il nostro sindaco si riempie la bocca dei trionfi del turismo, inveisce contro il debito ingiusto che non è altro che la giusta punizione per il suo falso in bilancio e alimenta dinamiche che fagocitano la città.

Io aspetto sempre una personale analisi politica di Travaglio che rappresenti quella che Giorgio Bocca avrebbe definito “napoletanità” complice e che ci sta portando velocemente verso il baratro economico e sociale da cui sarà molto difficile uscire.

Beatrice Carrillo

Sull’Aquarius l’Europa mostra tutte le sue debolezze

La vicenda della nave “Aquarius”, che vaga per il Mediterraneo con 141 migranti a bordo e non riesce a trovare un porto “sicuro” che la accolga è la prova plastica non solo del fallimento dell’illusione di un’Europa unita, nella quale i vari Paesi che la compongono invece di collaborare sono capaci solo di rimpallarsi i problemi senza cercare di trovare insieme una soluzione degna di questo nome.

Ma anche, il Vecchio Continente, sta confessando al Mondo che i suoi “alti ideali” di giustizia, solidarietà, fratellanza, sempre sbandierati, anche con troppa enfasi, come elemento di superiorità culturale, sono solo ed esclusivamente chiacchiere al vento per coprire la propria colpevole avidità.

Se si volgono le spalle a chi fugge da inferni che anche noi, anzi, soprattutto noi, abbiamo creato, se si preferisce vedere cadaveri di bambini affogati piuttosto che accoglierli, ebbene, ammettiamo che i secoli sono passati invano, e noi europei siamo rimasti i “predatori” di sempre.

Mauro Chostri

Il trio Conte-Di Maio-Salvini può danneggiare l’esecutivo

Per usare una metafora calcistica non sempre una formazione con 3 punte, cioè volta all’attacco, vince la partita e segna gol. E, quindi, fuori metafora, il tallone d’Achille del governo Lega-5S dipende dal fatto che ci sono 3 leader (Conte, Di Maio e Salvini), che pensano di essere altrettanti premier del governo. Uno degli antidoti potrebbe essere il modello dei governi della Dc, nei quali molti erano i galli nel pollaio e cioè a leader di caratura politica, ma essi riuscivano a convivere soprattutto rispettando il silenzio e la misura nelle parole. Purtroppo, da parte dell’opposizione c’è, oggi, una sorta di armata Brancaleone di leader trombati, da Berlusconi a Renzi i quali non propongono una politica diversa rispetto a quella del cambiamento del governo Conte, e si limitano solo a dire che il governo Lega-5S fa tutto male ed è quindi da rigettare. Vedremo se i nostri eroi del triunvirato Lega-5S riusciranno a mangiare il panettone.

Luigi Ferlazzo Natoli

Invece del servizio militare si entri nella Protezione Civile

L’Italia è un Paese neutrale. Non dovrebbe fare guerra a nessuno e in più ha già un esercito professionista. Non ha bisogno di reintrodurre il servizio militare obbligatorio e spende in armi fin troppo, impelagandosi in guerre che non ci spetterebbero. Vista invece la quantità di cataclismi vedrei invece molto bene potenziare la Protezione Civile e far fare alcune settimane obbligatorie ai giovani maschi fino a una certa età (come volontarie per le donne), non per imparare a marciare e a sparare, ma per essere in grado di aiutare gli altri quando c’è bisogno. Allo stesso servizio manderei quei minori tra i 14 e i 18 anni che non possono essere puniti per la loro minore età ma si sono comportati male a scuola o fuori.

Credo che a servizi di pronto soccorso o simili dovrebbero essere addestrati tutti.

Viviana Vivarelli

Il Trump carioca che prova a rubare la scena a Lula

Nonostante la retorica vitalistica carioca, il Brasile mostra di voler guardare al passato. È quanto si evince dalla campagna per le elezioni politiche e presidenziali di ottobre che promette, più che scintille, il rumore dell’acciaio delle sciabole. I due aspiranti di punta alla guida del gigante sudamericano sono vecchi personaggi ben conosciuti. Uno, Luiz Inácio Lula da Silva – 72 anni, in testa nei sondaggi col il 30% delle intezioni di voto nonostante sia in carcere per una condanna, molto politica, di corruzione – è l’ex presidente che ha guidato il Brasile di inizio XXI secolo. L’altro, Jair Bolsonaro, 63 anni esponente del Partito social liberale, è un militare in pensione e deputato, che poco si è distinto per la sua attività legislativa e molto per le sue sparate populiste se non fascistoidi.

Entrambi propongono un futuro che molto somiglia al passato. Lula ispira la nostalgia per un periodo di bonanza economica, di sviluppo e pace sociale che difficilmente torneranno, perché la situazione mondiale, la configurazione delle forze politiche brasiliane, come pure la sua reputazione , non sono le stesse. Bolsonaro è un difensore accanito della dittatura militare che resse il Brasile dal 1964 al 1985 e della stabilità sociale basata su repressione e torture. Favorevole alla libera vendita di armi, ha raccolto il 17% delle intenzioni di voto, quasi il doppio rispetto agli altri undici candidati.

Lula suscita le passioni di un Brasile profondo e popolare, e le speranze di una ripresa economica che benefici il popolo. Ma che può essere estromesso dal processo elettorale da una sentenza del Tribunale superiore elettorale, come è stato tenuto fuori dal primo dibattito elettorale organizzato giovedì scorso dalla Tv Bandeirantes di San Paolo.

Il secondo mostra di aver meglio capito che i segni delle politica sono profondamente cambiati. E di saper usare il linguaggio delle reti sociali raccogliendo il rifiuto dei giovani verso politica e istituzioni, che l’inchiesta “Lava jato” ha dimostrato essere corrotte. Così Bolsonaro è tutto un io egotico che “si fa virale perché diffonde opinioni facili e soluzioni semplici per problemi complessi”, come sostiene l’analista Carol Pires.

Per i più giovani – il 60% dei suoi sostenitori ha meno di 34 anni – si è trasformato nel “Mito” come lo dipingono i manifesti e le illustrazioni che circolano in rete: il “Mito” o “Bolsomito”, armato e corazzato, come un Rambo pronto a tagliare con la spada i nodi gordiani della politica.

Anche il linguaggio dei corpi nei suoi comizi e manifestazioni mostra la differenza. L’impulso della massa non è toccarlo, ma ritrarlo col cellulare. Lui, l’ex capitano dell’esercito, ha sempre il sorriso pronto per il selfie.

Inutile sottolinearne le contraddizioni. Bolsonaro si presenta come “l’antipolitico”, ma è stato deputato (mediocre) per 27 anni; si professa “l’unico candidato onesto”, ma recenti inchieste hanno mostrato che ha affondato le mani nel denaro pubblico; è un esponente dell’estrema destra ma è stato un sostenitore di Hugo Chávez.

L’aneddotica delle sue dichiarazioni filo dittatura o ipermachiste è assai vasta. Nel 1999 quando era presidente il socialdemocratico Fernando Henrique Cardoso , affermò che la dittatura avrebbe dovuto “fucilare almeno 30.000 persone, cominciando dal presidente”. In tv ha dichiarato che è meglio perdere un figlio in un incidente che scoprire che “è omosessuale”. A una deputata del Pt (il partito di Lula) disse che mai l’avrebbe violentata “perché troppo brutta” e dedicò il suo voto per l’impeachment nel 2016 dell’ex presidente Dilma Rousseff –ex guerrigliera e torturata durante la dittatura- al “capo del centro di tortura” delle prigioni militari.

Le inquietudini suscitate da un simile candidato non superavano quelle già sollevate da Donald Trump e da altri populisti. Le preoccupazioni per il futuro democratico del Brasile si sono fatte consistenti e urgenti quando domenica 5 Bolsonaro ha annunciato che il “numero due” della sua campagna elettorale è Hamilton Mourão, un generale di 64 anni duro e puro sostenitore della dittatura brasiliana e ostinatamente critico del governo. Al momento di entrare nella riserva ,qualche mese fa, il generale aveva definito “un eroe” il colonnello che aveva guidato la repressione politica durante gli anni della dittatura e che il Tribunale di Giustzia aveva appena condannato come “torturatore”.

Atteggiamenti che gli sono valsi l’emarginazione da parte del vertice militare che peraltro negli ultimi mesi non ha lesinato prese di posizioni politiche. E non nasconde la sua avversione per Lula.

La società brasiliana si trova da anni nella morsa di una recessione economica cui si sommano una classe politica paralizzata da innumerevoli processi per corruzione e un indice di violenza crescente. Una situazione che genera insicurezza e favorisce la richiesta di un potere forte. Così da mesi cresce il gradimento per la presenza dei militari nella vita civile. Lo scorso gennaio, non riuscendo a mettere fine alla sanguinosa violenza quotidiana a Rio de Janeiro, il governo del presidente (golpista) Temer ha affidato ai militari il controllo della sicurezza dello Stato di Rio. Una misura estrema di debolezza politica, che non ha precedenti dal ritorno della democrazia in Brasile nel 1986. Ma che non ha suscitato le proteste e le condanne che ci si attendeva.

Vi sono più di cento militari che partecipano a vali livelli delle elezioni politiche del 7 ottobre. Bolsonaro rischia di essere in buona compagnia.

Travolge pedoni a Westminster. Più spavento che terrorismo

Sarebbe già noto alla polizia – ma non ai servizi di sicurezza – l’uomo che ieri, intorno alle 7.30 del mattino, ha lanciato la sua Ford Focus contro le barriere di sicurezza del Parlamento britannico, a Westminster, centro politico della capitale inglese. Durante la corsa ha travolto diverse persone fra pedoni e ciclisti: tre i feriti, medicati sul posto e poi trasportati in ospedale. Due hanno ferite lievi, la terza, una ciclista sbalzata nell’impatto, è in condizioni serie ma non in pericolo di vita.

L’intervento della polizia e i soccorsi sono stati immediati: l’uomo è stato arrestato mentre era ancora nella vettura e interrogato, ma secondo Scotland Yard non starebbe collaborando. È un ventenne di colore noto alla polizia del Midlands, regione a nord di Londra dove vive: la sua auto sarebbe registrata a Nottingham.

Diversi testimoni hanno ricostruito la dinamica dell’incidente, parlando di azione deliberata contro i pedoni, non di una perdita di controllo del mezzo. La Focus stava percorrendo una strada nei pressi del Parlamento quando ha improvvisamente svoltato investendo diversi ciclisti, è salita sul marciapiede infine ha accelerato schiantandosi contro le barriere di sicurezza.

L’area è rimasta transennata a lungo mentre la polizia effettuava i rilievi sul veicolo, dove non avrebbe trovato armi. Chiusa a lungo la stazione di Westminster, mentre il traffico, molto intenso in quella zona, è stato deviato.

Il movente? “Visto che sembra essere un attacco deliberato, per il metodo utilizzato e per il luogo in cui è accaduto, lo stiamo trattando come terrorismo”, ha spiegato Neil Basu, capo dell’antiterrorismo.

Proprio a Westminster, nel marzo 2017, Khalid Masood, britannico convertito all’Islam e simpatizzante jihadista, lanciò la sua auto ad alta velocità lungo il ponte, schiantandosi contro uno dei cancelli del Parlamento e poi uccise a coltellate un agente della sicurezza. Il bilancio: 6 morti incluso l’attentatore e 50 feriti.