“Per me Alessandro ha lavorato bene. Non lo denuncio”

Cecille Stell Eisenbeis è una signora elegante che tutti conoscono come Ceil Pulitzer da quando nel 1970 ha sposato l’erede della celebre dinastia. Vive nella villa di Santa Barbara con il marito Michael E. Pulitzer, 88 anni, che nel 1993 divenne presidente della Pulitzer Inc. dopo la morte del fratello Joseph III, figli entrambi di Joseph II e nipoti del fondatore, Joseph I. Il gruppo è nato nel 1870 e vantava – quando lo guidava Michael E. Pulitzer – una ventina di giornali, otto televisioni e tre radio. Nel 2005 è stato venduto per circa 1,8 miliardi di dollari e la coppia si è dedicata alle attività benefiche. La Ceil and Michael E. Pulitzer Foundation è stata la maggiore sostenitrice delle attività di Alessandro Conticini in Etiopia: 5 milioni e 515 mila dollari dal 2009 al 2016. I coniugi ultraottantenni nel 2011, per esempio, su un totale di spese caritatevoli pari a 1,6 milioni di euro, hanno destinato 1 milione e 56 mila euro alla Operation Usa che poi ha girato i soldi alle società di Alessandro Conticini. Il destino dell’inchiesta sulla presunta appropriazione è quindi ora nelle loro mani.

Signora Pulitzer, lei è a conoscenza dell’indagine sull’appropriazione indebita contestata ad Alessandro Conticini?

Sì ho sentito qualcosa ma conosco bene Alessandro e sono sicura che lui non si è appropriato indebitamente di nulla.

Quindi lei, alla richiesta dei pm, replicherà che non vuole denunciare Conticini per la presunta appropriazione ai danni della fondazione?

Lei è la prima persona che mi contatta per chiedermelo, però le dico che non ho nessuna intenzione di denunciare Alessandro. Anzi mi dispiace che le autorità italiane lo accusino. Sono stata spesso in Africa e ho visto con i miei occhi come lavora, lui e la moglie Valerie Quere, mi creda hanno fatto un lavoro eccezionale.

Lo ha sentito in questi giorni?

Non lo sento da almeno tre anni.

Come ha conosciuto Alessandro Conticini?

Io amo l’Africa e volevo fare qualcosa di bello per i bambini africani. È successo dieci anni fa mi sembra di ricordare che mia sorella, Christine Eisenbeis, abbia conosciuto ad Addis Abeba Alessandro e sua moglie in un orfanotrofio. Me li ha presentati. Io ho visto come lavoravano e ho deciso di affidare a loro i fondi della Fondazione.

I magistrati accusano Alessandro di essersi appropriato di 6,6 milioni di dollari, sui 10 milioni totali ricevuti da voi (5,5 milioni) oltre che da Unicef (3,8 milioni) lo sa?

Non ci credo. Non è possibile. Io sono andata più volte in Africa a vedere con i miei occhi i progressi delle mamme che loro educavano a non abbandonare i figli. Io ho visto le mamme e i bambini felici per il loro lavoro. Qualche anno fa mi sono ammalata e da allora non sono più andata in Africa ma era tutto sotto controllo. Alessandro e la moglie amano i bambini, ne hanno adottato anche uno. Poi sono andati via perché mi sembra che il fratello di Alessandro avesse bisogno di un aiuto, mi sembra per il lavoro, ed è tornato penso in Italia.

Se Alessandro avesse usato un paio di milioni per investimenti immobiliari per la sua famiglia, lei sarebbe arrabbiata?

Ovviamente sì. Non è per questo che ha ricevuto i fondi della Fondazione, ma le ripeto: io mi fido di lui. E poi non è possibile perché era tutto controllato.

Possiamo parlare con suo marito Michael E. Pulitzer?

Guardi sono io che mi sono sempre occupata della Fondazione e di queste attività in Africa. Comunque mio marito è alle prese con un dottore. Anzi ora la devo lasciare anche io per una visita.

L’inchiesta sui Conticini continuerà comunque

La Procura di Firenze non si ferma. Anche davanti alla norma varata dal governo Gentiloni, contro il parere del Senato, che rischia di far saltare l’indagine madre sull’appropriazione indebita contestata ad Alessandro Conticini per l’uso dei soldi ricevuti dall’Unicef e da altre associazioni per i bambini africani. I pm infatti ritengono di potere comunque andare avanti, anche se le organizzazioni in ipotesi “derubate” non presentassero la querela per l’appropriazione indebita. La norma approvata dal governo Gentiloni chiede infatti la querela di parte come necessaria condizione di procedibilità solo per quel reato, non per i reati di autoriciclaggio e reimpiego, contestati rispettivamente ai fratelli Alessandro e Luca e al terzo fratello Andrea Conticini, il cognato di Matteo Renzi.

Lo schema sintetico che pubblichiamo a fianco aiuta a capire chi ha donato i 10 milioni di dollari entrati dal 2008 al 2016 nelle casse delle società riferibili all’ex dirigente dell’Unicef Etiopia Alessandro Conticini quando si è messo in proprio. Ben 5 milioni e mezzo di dollari arrivano dalla Fondazione dei coniugi Pulitzer, eredi della dinastia già proprietaria di un impero fatto di giornali locali e tv americani. Segue l’Unicef con 3 milioni e 800 mila dollari circa. Il resto è sparso tra otto entità di vari paesi che in tutto hanno donato poco meno di 900 mila dollari.

Solo 2,8 milioni, è l’ipotesi dei pm, sarebbero andati davvero alle cure dei bambini africani con la Play Therapy. Il resto sarebbe transitato sui conti personali di Conticini e di lì in Portogallo per recenti acquisti immobiliari (1,9 milioni di euro) o a Guernsey per l’acquisto di bond (798 mila euro) o in Italia per entrare nel 2011 nel capitale delle società dei familiari di Matteo Renzi o del suo amico Patrizio Donnini.

La Procura considera persone offese l’Unicef, la Ceil and Michael Pulitzer Foundation ma anche Operation Usa che ha veicolato i 5,5 milioni stanziati da quest’ultima per Conticini. I pm di Firenze hanno spedito le tre lettere per chiedere loro di decidere se presentare denuncia o no. Le lettere passano per la lunga via della rogatoria e non sono ancora arrivate: dal momento del ricevimento ci saranno, come previsto dalla legge Gentiloni, solo tre mesi per decidere.

Al Fatto la signora Ceil Pulitzer ha già detto che non ha intenzione di querelare Conticini (vedi intervista a lato) mentre l’Unicef ci ha risposto con due righe della portavoce dell’ufficio di Ginevra, Sasha Surandran: “Unicef non ha ricevuto nessuna lettera dalle autorità italiane. Quando la riceveremo la guarderemo con attenzione e risponderemo in modo appropriato”.

Unicef Italia ha pubblicato invece un lungo comunicato nel quale spiega che non c’entra perché i fondi sono partiti da Unicef New York (vero) ma poi aggiunge che Unicef deve aspettare la famosa lettera perché “solamente a partire da questo momento può venire a conoscenza dei risultati preliminari delle indagini in corso, delle somme effettivamente oggetto di appropriazione indebita …”. Questo, al contrario, non è detto sia vero. Se domani Unicef presentasse una richiesta ex articolo 116 del codice di procedura penale (“chiunque vi abbia interesse può ottenere il rilascio a proprie spese di copie di atti. Sulla richiesta provvede il pm”) con tutta probabilità i pm Luca Turco e Giuseppina Mione sarebbero ben lieti di fornire alla parte offesa le carte prima che sia completata la procedura di rogatoria.

Se i soldi fossero stati distolti dal portafoglio personale dei dirigenti dell’Unicef, forse qualcuno sarebbe già andato a chiedere.

Il non protagonista Renzi e la ribalta tv

Contro programmazione tv: Matteo Renzi lo schermo politico non lo buca più. E così, mentre i leader di governo si apprestano a far passare Ferragosto e a tornare sulla ribalta (prossime puntate, il Def e la manovra), l’ex premier la ribalta se la crea. Soggetto: Firenze e le sue bellezze per un documentario in otto puntate prodotto dall’Arcobaleno Tre di Lucio Presta per la tv. Sogno antico, quello di Renzi di fare televisione. L’idea gli frulla in testa fin da quando era ragazzino e ancor più dopo i giorni di gloria della Ruota della Fortuna. Certo, lo sbarco sul piccolo schermo magari se lo immaginava come coronamento di una carriera politica lunga e costellata di successi e di consenso. Tant’è: si fa quel che si può.

E dunque, Matteo ricomincia da tre. Nel senso di tre giorni di riprese: si parte il 21 agosto, scenario piazza del Duomo, il 22 girerà invece a Palazzo Medici Riccardi e infine il 23 a Palazzo Vecchio.

Ma il 22 agosto partiranno a Firenze anche le riprese di Six underground, film d’azione che Michael Bay, regista di Armageddon!, gira per Netflix, con tanto di scene di inseguimento fra le vie del centro. Il povero Matteo non sarà il prim’attore neanche a casa sua. Categoria: non protagonista.

Centri commerciali aperti a Ferragosto: si sciopera

Lo sciopero di Ferragosto contro le aperture selvagge di outlet e centri commerciali è una costante da sei anni. Quello di oggi, però, è il primo da quando al governo c’è una forza politica che aveva promesso di regolamentare il lavoro festivo, liberalizzato nel 2012 da Mario Monti.

I sindacati speravano fosse arrivata la volta buona. Invece almeno in questi primi due mesi e mezzo il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio non ha considerato prioritario l’intervento sulle aperture. Da Nord a Sud, quindi, oggi sarà ancora un 15 agosto di lavoro nella grande distribuzione. Le catene con le serrande alzate da mattina a sera (anche se non in tutti i punti vendita) saranno quasi tutte: Esselunga, Carrefour, Auchan, Lidl, Ikea, Rinascente e diversi outlet. Una scelta che ormai è dettata più che altro da ragioni di concorrenza. Gli scioperi sono stati proclamati in tre Regioni: Lazio, Toscana e Puglia. In altre quattro – Veneto, Emilia Romagna, Abuzzo e Molise – le sigle del commercio hanno solo invitato i lavoratori ad astenersi dal servizio, invocando il diritto alla volontarietà del turno nel giorno festivo. C’è anche una sentenza del Tribunale di Milano che ha riconosciuto questo principio: tutti hanno diritto a onorare le festività, perciò nessuno può essere obbligato a lavorare nei giorni rossi del calendario. La pratica, però, come al solito è un po’ diversa. Innanzitutto, ci sono molte aziende che in questi ultimi anni – dopo le liberalizzazioni – hanno inserito nelle lettere di assunzione l’obbligo di prestare lavoro anche la domenica e nei giorni festivi. I lavoratori, in quanto contraenti deboli, hanno accettato la clausola e ora difficilmente possono far valere il diritto al riposo. Poi c’è la solita questione del boom di contratti precari o part time: “Chi ha un contratto da poche ore – sostiene il segretario Fisascat Cisl David Guarini – o che scade tra qualche mese preferisce eseguire l’ordine per sperare di ottenere il rinnovo e migliori condizioni”.

Secondo i sindacati, quindi, la questione deve essere risolta dalla politica. Fabrizio Russo della Filcams Cgil ricorda che Di Maio si è più volte espresso in favore delle chiusure nei festivi. “Quando il ministro ha fatto quelle dichiarazioni – osserva – è stato abbastanza temerario. Sulla base di quello che ha detto noi abbiamo inviato all’inizio del mese scorso una richiesta di incontro, ma ancora non ci ha risposto”. Comunque, tra i sindacati resta un certo ottimismo sulle intenzioni di questo governo. Ancora non è chiaro quando arriverà il provvedimento sulle aperture, ma sembrano già delineati i contorni.

La liberalizzazione resterà per le zone turistiche, mentre per le altre sarà prevista una turnazione. In pratica, in ogni giorno festivo potrà essere aperto il 25% dei negozi di ogni settore. Ogni anno ci sarà un massimo di 12 giorni festivi di apertura. Anche alcune associazioni di imprese, come la Confcommercio, sono d’accordo sul reintrodurre vincoli perché a quanto pare la deregolamentazione non ha dato i risultati sperati in termini di fatturato.

L’estate del nostro scontento e lo Spread Piranha in arrivo

Nell’estate del nostro scontento la catastrofe di Genova (a quanto sembra non del tutto inaspettata) ci mette in guardia dalle troppe Cassandre interessate all’uso politico delle disgrazie eventuali. Quelle reali bastano e avanzano. Volevamo augurare a tutti di trascorrere un buon Ferragosto, e di assaporare questa breve vacanza tenendo il più possibile lontana l’incertezza che ci viene pompata addosso con gusto jettattorio dai veloavevodetto.

Ma oggi come si fa? Restano le domande sulle profezie di tempesta di chi semina vento. Quando arriverà il diluvio? Giancarlo Giorgetti, persona ritenuta seria nonché sottosegretario di palazzo Chigi, non ha dubbi: a fine agosto. “I mercati”, ha detto a Libero, “sono popolati da affamati fondi speculativi che scelgono le loro prede e agiscono”. Come Lo Squalo di Spielberg il fondo malvagio attacca e sbrana. Poi sui resti banchetterà lo spread piranha.

C’è chi è più preciso: il D-Day sarebbe fissato per il 7 settembre, quando Moody’s sentenzierà sui nostri conti. Guarda caso di venerdì (un altro venerdì nero), festività di Santa Regina (prega per noi). Calma, dichiara rassicurante al Corriere della Sera il vicepremier Luigi Di Maio: “L’Italia non teme attacchi, ma se qualcuno vuole usare i mercati contro il governo sappia che non siamo ricattabili”. A legger bene, rassicurante un corno. Qualcuno chi? La Spectre? La Massoneria? Il perfido Soros? Il Pd? (dai siamo seri). E poi chi vuole ricattarci e perché?

Date retta: si mette male (e c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra). Mentre nuvoloni scuri si addensano all’orizzonte cerchiamo sollievo nel confronto col tempo che fu. Sull’ultimo numero dell’Espresso sfogliamo (con l’affetto degli ex dipendenti) il “Caro Diario 2018”, venticinque anni dopo il film di Nanni Moretti. Qualche titolo. “I peggio quarantenni”. “Intellighenzia addio”. “Turisti in periferia. Un’epidemia di benestanti in visita pelosa nei nostri tristi buchi fuori città. Che intanto sono diventati Fantasilandie dell’orrore”. Terribile, meglio farsi un paio di bracciate con lo Squalo.

Ma cos’è questa ondata di sfiducia disfattista, di pessimismo color pece? A che e a chi serve? Davvero coloro che nel governo spingono sulla “profezia che si auto-avvera, ma in negativo” (La Repubblica) vogliono in realtà precostituirsi un alibi complottista? In modo poi da scaricare le promesse non mantenute sui soliti “poteri forti”, in combutta con la burocrazia che rema contro e le altre forze oscure eccetera eccetera? E davvero l’opposizione continua a puntare le sue misere carte sul tanto peggio tanto meglio? Così, per il gusto di godere dell’altrui fallimento ballando sulle macerie?

Domanda: in questo disgraziato Paese si può qualche volta agire non contro qualcosa ma per ottenere qualcosa? Avremmo voluto, a questo proposito, segnalare tre personaggi che non passano il tempo ad augurarsi il peggio ma lavorano per migliorare le cose. Massimo Cacciari, che pure ha proposto l’appello per salvare l’Europa dalla marea sovranista ma che dichiara al Fatto di non fare il tifo per la catastrofe di questo governo, “anche perché se l’opposizione continua a mancare meglio tenersi questo governo”.

Piergiorgio Odifreddi che (sempre su queste colonne), a proposito delle bestialità No Vax, ha una volta per tutte affermato la superiorità della ragione (e quindi della scienza) sui fautori di una democrazia un tanto al chilo. Quelli “che pensano tronfiamente di avere il diritto e il dovere di dire la loro su argomenti di cui non conoscono nulla” (vorrei abbracciarlo).

Carlotta Sami, portavoce Unhcr che (su D di Repubblica) denuncia il muro di silenzio che circonda chi non propaganda “la chiusura e l’odio verso lo straniero, verso lo Stato e la comunità”. E parla delle “migliaia di italiani che la pensano diversamente ma non essendo legati da una rete virtuale altrettanto forte vengono silenziati e le loro azioni – i volontari di Milano, le 450 famiglie che ospitano i rifugiati, le centinaia di persone che lavorano nei centri di prima accoglienza – passano inosservate”.

Idee a cui potersi aggrappare ora che le immagini sconvolgenti di quel ponte amputato e di quelle persone rimaste là sotto hanno spazzato via (almeno per qualche giorno) le parole inutili e avvelenate.

Il Tar boccia il voto per la separazione di Mestre da Venezia

Nessun referendum. Il 30 settembre i residenti del Comune di Venezia non torneranno al voto per la quinta volta (dal 1979) per stabilire se Mestre sarà di nuovo una città autonoma dalla Venezia “storica”, a cui è stata accorpata nel 1926. Il Tar del Veneto ha annullato gli atti della Regione che accoglievano la proposta di legge popolare e programmavano il voto. Contro quelle decisioni si erano schierati il Comune di Venezia e la Città metropolitana guidate da Luigi Brugnaro.

Per il Tar la “secessione” di Mestre scardinerebbe le basi della Città metropolitana e il capoluogo sarebbe una città meno popolosa e con un peso eccessivo nelle istituzioni. I giudici notano anche che, siccome la divisione si ripercuoterebbe sulla città metropolitana, al referendum dovrebbero partecipare tutti i cittadini dell’area e non solo i veneziani. Infine per il Tar il quesito “non consente di comprendere che cosa siano i due nuovi Comuni che nascerebbero”. Brugnaro canta vittoria, mentre il governatore Luca Zaia si tutela: “Abbiamo semplicemente dato adempimento a una legge regionale”. “Una sentenza politica allucinante”, la definisce Marco Sitran, promotore della separazione.

Le bizzarre lezioni sulla difesa del Parlamento

Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera, torna a criticare i sostenitori del No alla riforma costituzionale di Renzi, che non svolgerebbero un’altrettanto energica campagna contro “le dichiarazioni di Casaleggio e Grillo”, che si proporrebbero “di mandare in soffitta il Parlamento”.

In realtà, la critica è distrutta dalla stessa premessa per cui “certamente c’è una grande differenza fra una consultazione referendaria al termine della quale si deve decidere se cambiare o no alcune parti di una Costituzione e le dichiarazioni di intenti dei leader di un partito”. Ma ciò non ferma il professore, secondo il quale questo confermerebbe che “il vero mastice” che teneva insieme i sostenitori del No era quello di “fare fuori politicamente Matteo Renzi”, essendo deboli gli argomenti “pro-no” di una riforma volta semplicemente a una “razionalizzazione della nostra democrazia rappresentativa”.

Forse è stucchevole tornare su un testo già più volte criticato nel merito (mi sia consentito un rinvio a La Costituzione spezzata, Lindau 2016), ma vale la pena almeno ricordare che questo non avrebbe eliminato il bicameralismo, né semplificato i procedimenti decisionali, né migliorato i rapporti tra lo Stato e le Regioni, né diminuito (significativamente) i costi della politica, né aumentato la partecipazione popolare. Tanto mi sembrava sufficiente per contrastare la riforma costituzionale nel merito, a prescindere dalla valutazione sul resto dell’azione governativa, che pure ha prodotto modesti risultati. Del resto, non ricordo nessuno che abbia dichiarato di votare No nonostante la validità della riforma proposta, mentre importanti esponenti politici – da Prodi a Barca a Cacciari – hanno annunciato il loro Sì nonostante non fossero convinti del merito della riforma.

Le recenti dichiarazioni di Grillo sulla democrazia non sono certo condivisibili, ma pongono la questione della partecipazione, sulla quale, come altri colleghi, insisto da tempo. Il 40% del Pd alle Europee fu enormemente festeggiato, trascurando il fatto che avesse votato il 58% degli elettori e che quei voti fossero quasi un milione in meno di quelli ottenuti dallo stesso partito alle politiche del 2008.

Casaleggio non ha detto che il Parlamento è superato, ma che questo deve “garantire che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti”, salvo poi aggiungere che “tra qualche lustro è possibile che non sarà più necessario nemmeno in questa forma”. Anche quest’ultima affermazione non è condivisibile, ma non ha nessuna attualità, e sembra più interessante il richiamo alla valorizzazione degli strumenti di partecipazione, non solo a livello nazionale ma anche euro-unitario.

D’altronde, c’è da chiedersi dove fossero tutti questi sostenitori del Parlamento quando non solo questo era indebolito dal testo della riforma costituzionale, ma intanto veniva svilito con voti sulla riforma costituzionale a raffica, con contingentamenti e sedute fiume, mentre i parlamentari sospettati di dissenso erano sostituiti in commissione, in barba a quel divieto di mandato imperativo ora giustamente richiamato come un cardine della democrazia.

D’altronde, si dovrebbe ammettere che nessun attacco al Parlamento è venuto da chi da statuto è il leader del M5S, Luigi Di Maio, né dal ministro Riccardo Fraccaro, che, in una recente intervista, è tornato sulla necessità che le riforme costituzionali siano solo puntuali, proponendo l’eliminazione del Cnel, la riduzione del numero dei parlamentari e il potenziamento degli istituti di democrazia diretta.

Riforme condivise, nella scorsa legislatura, anche da quella parte della sinistra che non appoggiava la riforma costituzionale. Forse, occorrerebbe mettere finalmente da parte il confronto su una riforma costituzionale bocciata dal 60% degli elettori, pari a circa 20 milioni di voti, senza troppi rimpianti, per concentrarci, in modo costruttivo, sul merito delle proposte che vengono concretamente avanzate.

Adesso torna in ballo anche il “Piano Savona”

Il crollo di Genova rischia di aprire una crepa, per così dire, anche nel fragile equilibrio sui conti pubblici che il ministro Giovanni Tria pensava di aver costruito con la sponda del premier Giuseppe Conte e la non belligeranza dei Cinque Stelle. La tragedia del “Ponte Morandi” rilancia infatti il partito degli investimenti o, meglio, il partito della trattativa versione hard con l’Ue sui vincoli di bilancio, partito che ha il suo simbolo in Paolo Savona, ministro degli Affari europei.

E dire che il povero Tria era andato a dormire quasi rinfrancato. Lunedì sera, infatti, aveva partecipato a un “vertice telefonico” con Conte e i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, durante il quale – citiamo la velina di Palazzo Chigi – era stato “esaminato il quadro macroeconomico” e “condiviso il lavoro in corso per la definizione dei dettagli del quadro programmatico”, quadro che “concilia il perseguimento degli obiettivi programmatici con la stabilità dei conti pubblici”. In sostanza, complici anche i venti non proprio amichevoli in arrivo dai famosi “mercati”, Tria aveva strappato l’assenso a un’operazione sì audace, ma amichevole verso l’Unione europea: per il 2019 niente manovre restrittive, ma neanche piani faraonici.

Tradotto: deficit attorno al 2% del Pil (dove si fermerà quest’anno) o poco più su, anche per non accentuare il rallentamento della crescita già in corso con una manovra restrittiva (da tabella Ue dovremmo portarlo allo 0,8%, un suicidio). Questo consentirà di rinviare senza patemi l’aumento dell’Iva e di far fronte alle spese obbligatorie: bisognerà poi trovare i soldi per avviare – e solo avviare – il programma di governo con anticipi di sgravi fiscali (imprese e famiglie), reddito di cittadinanza (Rei e centri per l’impiego), riforma della legge sulle pensioni (quota 100 declinata in forma più indolore possibile).

È il piano del ministro Tria – che intanto prepara il suo roadshow in Asia per vendere lì i Btp che la Bce non comprerà più con la fine del Qe – per arrivare relativamente tranquilli a dicembre e bloccare da una posizione di forza il prossimo pacchetto bancario Ue, un rischio mortale per l’Italia: nel 2019, poi, le Europee potrebbero disegnare una mappa politica del continente meno ostile.

Com’è noto la linea Tria – che è anche quella di Conte e, soprattutto, Sergio Mattarella – non trova tutti d’accordo nel governo. C’è chi è convinto che l’Italia si troverà sotto attacco lo stesso, perché la smobilitazione della Bce la rende una preda facile: tanto vale, è il ragionamento, rafforzare subito l’economia del Paese.

In questo senso, soprattutto dopo il crollo di Genova (anche se lì la responsabilità è dei concessionari privati), torna d’attualità il “Piano Savona” da 50 miliardi di investimenti che il ministro puntava a inserire nella manovra ed è stato invece derubricato a una sorta di studio di fattibilità. Non a caso ieri la Lega è tornata a battere sul “vincolo esterno” a partire da Salvini: “C’è da mettere in sicurezza buona parte dell’Italia: se ci sono vincoli esterni che ci impediscono di spendere i soldi che avremo per mettere in sicurezza le scuole e le autostrade, sarà il caso di porsi il dubbio se continuare a rispettarli”. La traduzione, via Twitter, è del presidente della commissione Bilancio della Camera, Claudio Borghi: “I tragici fatti di Genova ci ricordano che gli ‘investimenti pubblici’ di cui abbiamo assoluta necessità sono sotto gli occhi di tutti”. Il buon Tria non può stare mai tranquillo.

L’Fbi: “Nel week end attacco hacker svuota-Bancomat”

L’allarme è serio: a causa di una falla individuata nel sistema di emissione di carte in un singolo istituto di credito (di cui non è stato però reso noto il nome), un gruppo di criminali informatici si prepara a colpire. Nel mirino del possibile attacco, che potrebbe fruttare ai criminali milioni di dollari, i conti di risparmio in giro per il mondo. Gli hacker potrebbero violarli utilizzando numeri di carte di credito o debito copiati o comunque reperiti illegalmente attraverso il dark web – internet parallelo attraverso cui passano numerose attività illegali. Attacchi del genere avvengono di solito nel weekend, a sportelli bancari chiusi, avverte una società di sicurezza, quando le difese degli istituti di credito sono meno forti. Non è noto quando potrebbero agire i cybercriminali, ma l’allerta è già per il prossimo 18-19 agosto. Ora che i consumatori sono avvertiti, ci sarà almeno tempo per correre ai ripari? L’Fbi consiglia alle banche di rivedere le norme di sicurezza, mantenendo alto il monitoraggio dei sistemi informatici di sicurezza.

Kebab, pizza e fritti: il successo è straniero

Nonostante la crisi c’è un settore in Italia sempre più in espansione.

Si tratta del settore italiano che si dedica alla produzione di kebab pizza e fritti take away che, secondo la fotografia scattata da Unioncamere-InfoCamere sui dati del Registro delle imprese italiane tra il 30 giugno 2013 e il 30 giugno 2018, ha registrato un incremento nell’ultimo quinquennio di circa il 17% arrivando ad avere 6mila imprese in più rispetto al 2013 col risultato di portare a 40mila il numero totale di kebabbari-pizzaioli presenti sul territorio nazionale.

Ma se il settore è sempre più in crescita sono in pochi i piccoli proprietari che riescono a mantenere in vita il proprio esercizio commerciale. Sempre secondo i numeri del Registro delle imprese italiane, infatti, la metà dei luoghi di ristorazione dedicati alla produzione di pizza e kebab una volta aperti è stata costretta a chiudere a causa della forte competizione in un segmento di mercato in cui la corsa al prezzo più basso è sempre in auge e risulta enormemente importante per attrarre clienti golosi sì, ma anche molto attenti al portafoglio.

Le regioni in cui si registrano i numeri più alti di questi kebabbari-cicala sono in primis la Lombardia con il suo esercito di più di 6mila esercizi commerciali nel settore, seguita dal Lazio con i suoi 4mila e dall’Emilia Romagna che ne ha all’attivo 3900. Mentre in termini relativi a far registrare l’impennata più grande è il Trentino Alto Adige con il suo 27%, dietro cui si attestano Sicilia e Lombardia rispettivamente con una crescita del 24 e del 22%.

Se poi si va a guardare alle province il regno delle rosticcerie e delle friggitorie è sicuramente quella romana vista la presenza sul territorio di ben 3mila attività, mentre si piazzano dietro le province di Milano e Napoli con i loro 2mila esercizi commerciali.

Queste attività rappresentano inoltre storicamente il primo inserimento nell’economia italiana da parte degli stranieri. In particolare delle persone provenienti dai Paesi extra Unione Europea che, con le quasi 9mila attività, nel periodo in esame hanno visto aumentare il numero di locali gestiti oltre 2mila unità (il 36% dell’intero incremento di imprese del comparto), corrispondente a una variazione percentuale superiore al 30% (contro il 17% fatto registrare da tutte le attività del settore).

La regione più attrattiva per queste comunità pare essere la Lombardia che fa registrare più di 3mila ristoranti take-away gestiti da persone provenienti dal di fuori dell’Unione Europea. Mentre la nazionalità che va per la maggiore fra i conduttori di questi esercizi è quella egiziana (2mila imprese) anche se iniziano a farsi strada Paesi come l’Afghanistan e il Bangladesh la cui crescita è stata superiore all’80%.

Insomma nonostante le azioni di chi come Marco Bucci, sindaco del centrodestra a Genova, prova a contrastarli vietando la loro apertura nel centro storico del capoluogo ligure, i produttori di kebab continuano a gran richiesta a dilagare in Italia, con o senza cipolla.