Naipaul & C. Belle penne, brutte persone

Tutti a gridare quanto fosse scorbutico, arido, insopportabile V. S. Naipaul – morto sabato –, come se il Premio Nobel rappresentasse un’eccezione nel mondo delle Belle Lettere. Invece è la regola: avere un brutto carattere sembra proprio il requisito necessario, non sufficiente, per diventare scrittori di successo. Eccone un bestiario.

 

RISSOSI. Il più celebre e sguaiato è lo scazzo tra Céline e Sartre, che accusò il collega di essere stato al soldo dei nazisti. Rispose il medico: “Nel mio culo dove si trova, non si può pretendere da J.-P. S. di vederci bene”. Volarono gli stracci anche tra Faulkner e Hemingway: il primo rinfacciò al secondo la sua prosa sciatta e la mancanza di coraggio, dimenticando quella volta in cui Ernest tentò di strangolare un giornalista. Norman Mailer prese a testate Gore Vidal, che si beccava con Capote, che sveleniva su Kerouac: “Non scrive, batte a macchina”.

 

INVIDIOSI. Notevole è il livore di Franzen per Roth (pace all’anima sua): “Invece di pensare in modo ossessivo a vincere il Nobel dovrebbe scrivere libri migliori”. Altra penna all’arrabbiata è Salman Rushdie, che una volta diede dello “stronzo di un pallone gonfiato” a John Le Carré.Limonov poi vanta innumerevoli nemici di penna: “Brodskij? Sopravvalutato, abile manager di se stesso. Bulgakov? Ripugnante razzista sociale. Solzenicyn? Poveretto”.

 

TOSSICI. Per reggere la routine – dura la vita del poeta – Auden si sparava un’anfetamina al mattino come eccitante, un sedativo alla sera per calmarsi e massicce dosi di alcol, caffè e tabacco per tenersi in piedi durante il giorno. Proust si svegliava alle quattro del pomeriggio, profumando subito la stanza con l’oppio convinto che gli alleviasse l’asma, ma i più metodici furono de Beauvoir e Sartre: “In 24 ore, due pacchetti di sigarette e diverse pipe di tabacco nero, più di un litro d’alcol – vino, birra, vodka, whisky, eccetera –, duecento milligrammi di anfetamine, quindici grammi di aspirina, diversi grammi di barbiturici, caffè, tè e pasti copiosi”. La serie degli alcolisti è infinita: Fitzgerald, Poe, Carver, Capote, Chandler, Hemingway, Faulkner, Bukowski, Kerouac, Dylan Thomas, Dorothy Parker… Anche Stephen King ricorre talvolta al drink: “Probabilmente è vero che le persone creative sono più vulnerabili di altri all’alcolismo e agli stupefacenti, e allora? Siamo tutti uguali quando vomitiamo ai bordi della strada”.

 

FASCISTI. Céline fu opportunisticamente antisemita, se non filonazista; Peter Handke è filoserbo, se non difensore di Slobodan Miloševic; Günter Grass confessò di aver militato nelle SS da volontario; Luigi Pirandello fu un fascista convinto, per non parlare di D’Annunzio, Marinetti e C.

 

FEDIFRAGHI. Se Naipaul era “puttaniere”, Mario Vargas Llosa rischiò una denuncia per bigamia quando lasciò la seconda moglie (la prima era sua zia!) per la terza. Pur promiscuo, Hemingway non riusciva a rinunciare alle consorti: ne ebbe quattro, come Rushdie, definito da una ex “insensibile, freddo, geloso e sex addicted”. Ted Hughes ebbe più d’una responsabilità nel suicidio di Sylvia Plath, mentre fu tormentato ma consenziente l’amore tra Henry Miller e Anaïs Nin, famosi per i triangoli sadici.

 

DISPOTICI. Che Tolstoj fosse un marito tirannico è risaputo, meno note invece sono le angherie subìte dalla signora Mann, a cui era vietato fiatare quando Thomas lavorava. Sbilanciata fu anche la relazione tra Gertrude Stein e Alice B. Toklas, costretta a sbrigare da sola tutte le faccende domestiche, compresa la toeletta del barboncino.

 

ANAFFETTIVI. Padre pessimo fu Alessandro Manzoni, la cui figlia Matilde, avuta dalla moglie Enrichetta (13 volte ingravidata), fu spedita in convento. Famosa misantropa fu Patricia Highsmith, una che ai cocktail andava accompagnata dalle lumache, trasportate in borsetta insieme con la lattuga. Di pessima stampa godettero poi Thomas Bernhard, J. D. Salinger e T. S. Eliot, la cui vita – scrisse – “assomiglia a quella di un pessimo romanzo russo”, sentendosi perciò in diritto di maltrattare la moglie depressa.

 

MISOGINI. Diceva il signor Gustave Flaubert della signora George Sand: “È una grande vacca piena di inchiostro”. Roberto Bolaño se la prese con Isabel Allende, una “scribacchina”, mentre Mark Twain sputò su Jane Austen: “Tutte le volte che leggo Orgoglio e pregiudizio mi viene voglia di disseppellirla e di spaccarle il cranio con la sua stessa tibia”. Amen.

Una pinna e due note: il terrore si è fatto cult

Una pinna e due note. E il terrore è già completo. L’estrema sintesi è l’unico modo per ovviare all’esondante letteratura che circonda il primo blockbuster accreditato nella storia del cinema, (quel)Lo Squalo che destò il panico in qualunque spettatore, dal 1975 in poi. Nato dall’omonimo romanzo di Peter Benchley, il capolavoro siglato dall’allora 29enne Steven Spielberg segnò più di uno spartiacque nelle cronache della Settima arte, suggellando primati d’incasso (con 470 milioni di dollari nel mondo rimase in testa al box office di sempre fino all’uscita di Guerre stellari nel 1977), di genere (è considerato il prototipo del thriller estivo) e di percezione nell’immaginario collettivo. In tal senso Jaws (“fauci”) ha creato il cosiddetto “effetto squalo”, destando nel bene e nel male l’attenzione e l’ossessione nei confronti di questa pericolosa e magnifica creatura marina.

Da allora i bagnanti sulle spiagge oceaniche non manifestarono più la consueta spensieratezza vacanziera: in un angolo dell’inconscio faceva capolino quella pinna e quel battito cardiaco che il compositore John Williams rese indelebile e per il quale si aggiudicò l’Oscar. La Universal, nei cui Studios è visitabile il set parziale della pellicola, fece de Lo Squalo il suo modello di marketing moderno al punto che il franchise è tra i più produttivi di Hollywood. Non mancarono i sequel ma nessuno raggiunse i livelli dell’originale. E anche la sfida del nuovo, ennesimo, film ispirato al filone – Shark – Il primo squalo – nelle sale mondiali in questi giorni per Warner Bros difficilmente sfiorerà il culto di quell’unica e inimitabile pinna. Anche se nella sfida al botteghino il megalodonte preistorico gli si è mangiato la concorrenza: nel primo week end ha incassato 44 milioni di dollari negli Usa e altri 97 dai mercati esteri.

Dai banchi allo stand del Meeting ciellino. È l’alternanza, ragazzi

Gioite, giovani scolari marchigiani: quest’estate per voi si spalanca una straordinaria opportunità professionale. La Regione ha reclutato 250 studenti – tra le classi quarte degli istituti superiori – che invece di godersi le più o meno meritate vacanze saranno mandati a lavorare gratis (o meglio, nell’ambito della famigerata alternanza scuola-lavoro). Non in un posto qualunque, ma nello stand affittato dalle Marche al prossimo meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, dal 19 al 25 agosto. Per far partecipare i ragazzi all’evento, la Regione governata da Luca Ceriscioli (Pd) ha messo generosamente mano al bilancio regionale (attingendo al Fondo sociale europeo): 95mila euro per affittare per 5 giorni uno stand di 40 metri quadri nella “MashArea” della fiera.

Il senso dell’iniziativa è spiegato (con enfasi) nella lettera inviata dall’assessore Loretta Bravi ai dirigenti scolastici per sollecitare l’arruolamento dei ragazzi: “La nostra presenza al Meeting è inserita in un più ampio contesto che prevede anche tavole rotonde con esperti del settore, economisti, imprenditori. Il coinvolgimento degli studenti, fondamentale ai fini della buona riuscita dell’iniziativa, riguarderà sia l’attività dei desk informativi, sia le tavole rotonde”. Si tratterà, garantisce l’assessore, di un “valido momento di orientamento extrascolastico, riconosciuto anche ai fini dell’alternanza scuola-lavoro” e “l’opportunità di incontrare gli stakeholder (sic!) nazionali e internazionali”.

Non è il primo anno che le sempre meno rosse (e laiche) Marche decidono di partecipare al meeting ciellino e di finanziare l’associazione fondata da Don Giussani, ma c’è chi ancora non si arrende all’idea. Come Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista: “Questa sarebbe formazione? Mandare ragazzi dalle scuole a un meeting di un movimento di integralisti religiosi? Trovo vergognoso questo uso di risorse del Fondo Sociale Europeo per finanziamenti clientelari a un colosso religioso-politico-affaristico come Comunione e Liberazione, con la sua potentissima Compagnia delle Opere. Quante altre regioni fanno cose simili per aiutare gli amici di CL?”.

La risposta è: diverse. L’organizzazione del Meeting non ha comunicato l’elenco completo dei finanziatori istituzionali (che sono “oltre 150”), ma insieme alle Marche ci sono sicuramente anche le regioni Lombardia, Liguria, Emilia Romagna e Toscana. Non risulta però che mandino a Rimini gli studenti delle superiori, sfruttando il bacino dell’alternanza scuola-lavoro. La giunta Ceriscioli è stata criticata anche dalla Cgil e dalla Rete degli studenti medi marchigiani: “Siamo di fronte ad un rischio certo di sfruttamento degli studenti – ha detto il coordinatore regionale Sami Ghanmi – i quali non solo dovranno partecipare ad un convegno politicamente schierato, ma saranno costretti a svolgere un percorso che non si prefissa di avere alcuna ottica formativa”.

Io, Diego, Monsieur Douze e quelle notti a Campione

Ha chiuso il Casinò di Campione d’Italia. La notizia è passata fra una certa indifferenza, se non per il fatto che centinaia lavoratori rischiano di restare a spasso, cosa peraltro non nuova di questi tempi. Ma con Campione tramonta definitivamente, se non una parte della storia d’Italia, un mondo, il mondo dei giocatori d’azzardo. Non intendo dire di quelli che si masturbano solipsisticamente alle slot o giocano il Texas hold’em poker importato dagli americani o si sfidano in tornei dove la perdita è limitata alla quota di iscrizione o praticano gli altri infiniti giochi proposti dal web di cui la Tv fa una pubblicità ossessiva e ipocrita (“giocate con senso della misura”, ma quando mai?). Parlo dei giocatori veri quelli che in una sola notte di chemin de fer, di Black Jack, di roulette erano capaci di perdere una fortuna e, in tempi più remoti, anche l’onore (Gioco all’Alba, Schnitzler).

Non si giocava però solo nei Casinò. Il poker, sport, diciamo così, d’élite, dove contano tecnica, psicologia e quella “presenza al tavolo” (l’avversario ti deve temere anche quando non hai niente in mano) che è qualcosa di inspiegabile come il carisma. Si faceva nelle case private, i dadi, proletari, si giocavano in strada o nelle bische tenute da Francis Turatello.

Ma chi non vuole affidarsi al calcolo e all’abilità, ma intende solo sfidare la Sorte – che è il vero giocatore – va al Casinò e, se appena se lo può permettere, si siede al tavolo dello chemin de fer, dove il Casinò è indispensabile poiché è necessaria la presenza di un croupier, il gioco di tutti i giochi perché in virtù del meccanismo del raddoppio e dei “suivi” la posta può diventare altissima. E Campione era il Casinò di tutti i casinò. Venezia, Saint Vincent e Sanremo erano troppo mondani, stavano a Campione come, nell’ippica, il galoppo sta al trotto.

Venivano dalla vicina Milano, dalla provincia e un po’ da tutta Italia, moltissimi dal Sud. Mi ricordo di due fratelli baresi, fisicamente identici, forse gemelli, silenziosi, quasi muti che non avevano fatto amicizia con nessuno, come del resto capita quasi a tutti i giocatori da Casinò dove ognuno è solo con se stesso. Arrivavano la sera, sempre alla stessa ora, dopo aver preso l’aereo delle 20 da Bari e fatto in taxi il breve tratto Linate-Campione. Partivano all’alba quando il lago, di un grigio piombo, comincia a incresparsi per la brezza. Una mattina trovarono i loro cadaveri sul fondo del lago. Avevo chiesto, una volta, a un croupier chi fossero quei due misteriosi personaggi, ma lui era rimasto sul vago perché la riservatezza è uno dei doveri professionali. Solo dopo il suicidio si venne a sapere che erano due importanti imprenditori di Bari.

C’era a Campione, quasi un’istituzione, un grande assicuratore di Milano, di cui ora non rammento il nome né voglio cercarlo su Internet perché preferisco andare sul filo più affascinante della memoria. I croupier sanno tutto dei giocatori, almeno di quelli più importanti, quelli che hanno un “fido” pressoché illimitato. Una notte questo assicuratore batté un banco altissimo, mi pare fossero 64 milioni. Naturalmente non aveva le fiches davanti e chiese al croupier di farle scendere, come al solito. Il croupier, con un movimento quasi impercettibile si voltò verso il caposala che, con una convenuta alzata di ciglia, fece segno di no. “Mi spiace, non posso” “Ma come, lei non sa chi sono io, andrò a parlare in direzione”. Si alzò, lasciando sul tavolo un accendino d’oro su un pacchetto di Marlboro. Dopo una decina di minuti arrivò un valet per prendere accendino e sigarette. Evidentemente sapevano che quell’uomo si trovava in cattive acque, infatti pochi giorni dopo i giornali pubblicarono la notizia della sua bancarotta.

A Campione non andavano soltanto i ricchi, ma anche gente normale, soprattutto impiegati. Le mie scorribande, a quel tempo, le facevo con Diego che avevo conosciuto all’università e che ora lavorava all’Abeille. Alla sua scrivania sedeva un uomo di mezza età, il classico “mezzemaniche”, sposato, con due figlie piccole, piuttosto sgomento nel vedere come quel giovane dilapidava i suoi soldi e la sua vita. Diego, che era un vero corruttore, aveva cercato più volte di portarlo a Campione, ma non c’era stato verso. Un’estate – la moglie e le bambine erano al mare – lo convinse. Passammo da casa sua, ritirò l’intero stipendio. A Campione dopo dieci minuti, giocando alla roulette, aveva già perso tutto. Ci chiese di prestargli dei soldi, più o meno un altro stipendio. Glieli demmo, ma perse di nuovo tutto. Me lo ricordo appollaiato su uno dei divani con le ginocchia quasi in bocca che piagnucolava: “Le bambine, le bambine”. Decidemmo di andarcene, ma il “mezzemaniche” con un ultimo guizzo strappò dalle mani di Diego una fiche e la puntò sul 12. “Douze!”. Si era rifatto completamente. Andammo alla cassa a cambiare le fiches. Ci stavamo rimettendo i cappotti quando ci raggiunse un valet che rivolgendosi all’uomo disse: “È lei che ha puntato il dodici al tavolo 7?” “Sì” rispose quello tremebondo temendo che per una qualche ragione la sua vincita non fosse valida. “Mi segua”. Sul 12 c’era una montagna di fiches. La regola vuole che se uno ha fatto en plein il croupier tenga sul numero la puntata di partenza, a meno che il giocatore non gli dia una disposizione diversa. L’uomo non conosceva la regola e quindi la fiche era rimasta al suo posto.

A quel tempo avevo cominciato a lavorare all’Avanti! e diradato di molto le mie puntate a Campione. Ci ritornai una volta, da solo. Incontrai quell’uomo che quasi non mi riconobbe. Era diventato monsieur Douze. Puntava solo il 12 e i “vicini”. Aveva accumulato una fortuna, mi pare 80 milioni (lo stipendio all’Abeille era di 140 mila lire), lasciato la moglie e “le bambine”, si era fatto l’amante e all’Abeille si faceva vedere per pura formalità. Ritornai a Campione qualche mese dopo. Questa volta con Diego. Mentre guidavo gli chiesi: “E allora? Che ne è di monsieur Douze?” “Rovinato” rispose. “Ha perso tutto ed è stato licenziato dall’azienda”.

Una sera Diego mi disse che sarebbe venuto con noi anche un certo Bruno. Era Bruno Tassan Din, il piduista che contribuirà alla rovina della Rizzoli, che allora lavorava come dirigente alla Fidenza Vetraria. Passammo a prenderlo a casa. Alla dogana il coglione non aveva la carta d’identità. “Lei non sa chi sono io!”, insomma le solite scene italiche. Fummo respinti con perdite dai doganieri svizzeri. Ritornammo a Milano a prendere questa maledetta carta. A Campione Tassan Din ci guardava con un certo stupore perché, a parer suo, giocavamo molto forte. Lui era molto più guardingo, giocava una fichetta alla roulette di qua e di là. Divenne grandioso quando i soldi non sarebbero stati più i suoi ma quelli dei Rizzoli e della Rizzoli.

Il vero giocatore in realtà non gioca per vincere. Ma per movimentarsi la vita. Scendere al Rouge et Noir, se parliamo di Campione, farsi prestare dei soldi ad usura ed entrare in un giro infinito di cambiali. Se per caso si vince si dilapida subito tutto, sempre al gioco. Le poche volte che uscivamo vincitori da Campione all’alba, riattraversando quell’arco che quando ci arrivi sembra dire dantescamente “lasciate ogni speranza o voi che entrate”, senza dare nemmeno un’occhiata a Lugano che sta sull’altra sponda (la Svizzera ci pareva orribilmente noiosa, c’era una deplorevole mancanza di polvere in quel regolatissimo Paese) ci precipitavamo a San Siro-trotto a giocare sui cavalli, gli “stramaledetti quadrupedi” come li aveva soprannominati il nostro amico Massimo Bertarelli. Molti giocatori che erano stati protagonisti a Campione, ma anche a Saint Vincent o a Sanremo o a Monte Carlo o a Baden Baden, li ritrovavo a volte, anni dopo, ormai finiti, a giocare le mille lire alla Pelota basca di via Palermo, un posto sordido e sudicio che trasudava umidità e forse piscio dalle pareti. Ma alla Pelota ci andavo per pura curiosità, a quell’epoca il gioco per me ormai non esisteva più, era una tranche della mia vita, di un’altra vita, solo un luogo della memoria. E così sarà anche per Campione d’Italia.

Nigeriano protesta per schiamazzi e viene aggredito

Un nigeriano di 33 anni è ricoverato in gravi condizioni all’ospedale di Pescara per le lesioni riportate in una rissa accaduta domenica sera nel quartiere Rancitelli del capoluogo adriatico. All’origine della lite furibonda ci sarebbero degli schiamazzi: il giovane, che vive con la moglie e i tre figli piccoli, si era lamentato con un gruppo di persone che discuteva ad alta voce e da lì è partito il parapiglia. C’è stata prima una discussione, poi, quando il 33enne è sceso in strada, è scoppiata la rissa, a cui hanno preso parte almeno una dozzina di persone, probabilmente sotto effetti di alcolici con sedie, tavoli e spranghe.

Ad avere la peggio è stato proprio il nigeriano, che ha riportato una ferita alla testa. Lanciato l’allarme, sul posto sono subito intervenuti Polizia e 118. All’arrivo degli agenti, i protagonisti della lite si erano già allontanati; c’era solo lo straniero ferito le cui condizioni nel corso della notte sono peggiorate tanto da far decidere ai medici di operarlo. L’uomo è ora ricoverato nel reparto di Rianimazione, in prognosi riservata. Oltre al personale della squadra Volante, sul posto sono intervenuti gli investigatori della squadra Mobile, che si stanno già occupando delle indagini.

Il ritrovo radical chic. Tutti “all’ultima”

L’Ultima Spiaggia di Capalbio è fin dalla sua fondazione, avvenuta nel 1987, uno dei maggiori ritrovi della cosiddetta sinistra radical chic. Il tutto nacque dal colpo di fulmine fra l’aristocrazia imprenditoriale milanese e la schietta cultura romana che fece da traino all’arrivo di tutta la migliore sinistra culturale dalla carta stampata alla Rai passando per il cinema senza ovviamente dimenticare la politica. Nel corso degli anni il litorale romano in una tradizione diventata quasi un rito liturgico, ha visto avvicendarsi fra i suoi bagnanti tantissime personalità influenti della sinistra italiana tra cui l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l’ultimo segretario del Partito Comunista Italiano (Pci) Achille Occhetto, il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, l’ex leader socialista Claudio Martelli e l’ex candidato premier dell’Ulvio nel 2001 Francesco Rutelli. L’Ultima è entrata così tanto nel cuore dei sinistrorsi da meritarsi la celebre frase dell’ex dirigente Pci Claudio Petruccioli “Se non è l’ultima che spiaggia è?” e le denominazione di “Piccola Atene” affibbiatale dal letterato ed ex deputato nelle file comuniste Alberto Asor Rosa.

Il lento declino di Capalbio nascosto dalle spiagge dei vip

Quest’estate Capalbio, la piccola Atene come viene scioccamente chiamata, non ha avuto gli onori della ribalta. Mentre gli altri anni occupava le prime pagine con politici e vip immortalati all’Ultima spiaggia, ora è la riviera romagnola a dominare, con Matteo Salvini al flipper in riva al mare. La retrocessione del borgo maremmano è l’occasione per parlarne in modalità non salottiera.

Scopriamo due paesi, uno frequentato da gente più o meno famosa, l’altro da chi ci vive tutto l’anno in attesa che finisca la caciara. Come socio di una piccola azienda agricola mi rendo conto di quanto effimera sia la stagione estiva. La realtà non è il luccichio, ma il rischio del declino.

Capalbio è un mondo complesso, con il borgo antico da manutenere, le campagne in crisi, le spiagge che si restringono, la gentrificazione che avanza. Non se ne parla perché i problemi non fanno notizia. Un luogo di grande fascino rischia di deperire. Me lo spiega il leader dell’opposizione in Comune Settimio Bianciardi, dal cognome del famoso scrittore maremmano. “Sono Capalbio felice, difeso dal leone senese dal quale sono protetto”, dice la lapide sulla porta delle mura con le parole di Gabriele D’Annunzio, il cui vero cognome, Rapagnetta, era assai meno pomposo.

Qui non tutto è felice. Un paese non può vivere di sola villeggiatura. Da anni la popolazione è rimasta immutata, circa 4.000 abitanti, ma mentre nel secolo scorso erano per lo più butteri e mezzadri arrivati da ogni parte d’Italia grazie alla riforma fondiaria del 1950, con l’avvento del turismo il panorama è cambiato. Chi aveva un terreno o anche solo un rudere l’ha venduto arricchendosi, ma impoverendo il territorio circostante. Con l’arrivo dei villeggianti i prezzi sono saliti alle stelle. L’agricoltura è stressata e anche se permangono alcune aziende virtuose i residenti si sono illusi che i rendimenti di Bot e Cct durassero in eterno. Poi sono arrivati da Roma il principe Caracciolo, l’ambasciatore Pietromarchi, lo scrittore Asor Rosa, i Fabiani, gli Occhetto e tanti altri che hanno portato una ventata di illuminismo, anche se visti con sospetto dai residenti. Oggi sono molti “i forestieri”, alcuni dei quali si sono improvvisati albergatori e agricoltori. Finite le vacanze il borgo si spegne e diventa una landa desolata. Restano i cacciatori di cinghiali. Si stima che in ogni casa ci sia almeno un fucile. Se lo sa Trump viene a vivere qui.

Il limite del paese è di non avere valorizzato abbastanza il brand Capalbio, che è famoso in tutto il mondo. Rimane la produzione di vino e di olio, ma non basta l’eccellenza delle qualità. La manodopera, svolta al 90 per cento da immigrati, è troppo onerosa rispetto al ricavato. E non tutti hanno capito che l’agricoltura non si fa più con l’aratro, ma con il computer. È il caso di un tedesco che ha creato una cantina di proporzioni spettacolari, la Monteverro, ma le sue bottiglie costano più di cento l’euro l’una e vengono esportate soprattutto all’estero. Intanto la popolazione è invecchiata e i giovani se ne vanno. Nessun ragazzo vuole ammazzarsi di fatica per combattere una terra aspra, mentre l’agriturismo offre troppo poco per pareggiare i conti.

Sino a pochi anni fa ristoratori e albergatori con pochi mesi di lavoro potevano permettersi di svernare alle Seychelles. La decrescita ora li fa restare a casa. La cultura, che d’estate si arricchisce di numerosi avvenimenti, offre un orizzonte di poche settimane. Poche sere fa ho assistito a uno di questi eventi e ho visto ben pochi residenti, alcuni dei quali accusano un certo snobismo. Il carattere dei maremmani non è dei più socievoli. Una avvocatessa del luogo in vena d’ironia suggerisce che per rendere davvero produttive queste terre (su circa 18.000 ettari meno di un terzo sono coltivati) bisognerebbe chiamare i romagnoli, loro sì che sanno tramutare in oro tutto ciò che toccano.

E la politica? Purtroppo anche qui c’è una certa mafietta che inibisce ai giovani di gestire nuove spiagge per favorire i soliti noti. Il sindaco Luigi Bellumori per amministrare con pochissimi mezzi a disposizione si è dannato l’anima e ha dovuto indebitarsi. Di area Pd, lascerà tra meno di un anno dopo il secondo mandato. Ha amministrato con passione e con buoni risultati, per esempio nella tutela paesaggistico-ambientale e battendosi con successo contro il progetto dell’autostrada spaccamaremma. Ma il suo partito anche qui è in dissoluzione. Renzi è venuto a Capalbio per promettere meraviglie, senza capire che i capalbiesi non sono allocchi. Infatti alle ultime elezioni è stato decimato da Lega e 5 Stelle, una cosa mai accaduta prima in un borgo dominato da decenni dal centro-sinistra. Un esponente della Lega mi dice che Salvini in persona ha dato un ordine di sapore mussoliniano: “Conquistare Capalbio” alle amministrative del 2019. Vuole dimostrare che esiste una cultura non di sinistra. Attenzione ministro, qui la missione non sono gli slogan, ma dare un futuro al passato.

Rabaa, il primo pugno di sangue di Al Sisi

Il massacro di piazza Rabaa al Cairo, cinque anni dopo. Nella tarda mattinata del 14 agosto del 2013, la polizia egiziana represse nel sangue una manifestazione organizzata dai Fratelli Musulmani: circa 800 morti (le fonti di parte presentano numeri diversi), migliaia tra feriti e arresti.

Pochi mesi prima, attraverso un golpe, l’ex ministro della Difesa, Abdel Fattah al-Sisi, sovvertiva il governo di Mohamed Morsi, innescando inevitabili reazioni. Fino al gravissimo tributo di sangue che inaugurò il percorso del presidente al-Sisi, rieletto nel marzo scorso col 97% dei consensi, alla guida di un Paese impaurito e impoverito.

La Fratellanza è il nemico pubblico numero uno del dittatore egiziano e proprio domenica un tribunale della capitale ha condannato all’ergastolo il leader, Mohamed Badie, ed altri 4 dirigenti. Nelle carceri egiziane, soprattutto in quella famigerata di Tora, alla periferia meridionale del Cairo, sono in attesa di giudizio centinaia di membri del gruppo politico-militare, tra cui lo stesso ex presidente Morsi. In cella anche Mahmoud Abu Zeid, alias Shawkan, il giovane fotoreporter arrestato in piazza Rabaa, snodo viario tra Nasr City ed Heliopolis, a est del centro in direzione dell’aeroporto internazionale, il 14 agosto 2013.

Quel giorno Shawkan stava facendo il suo lavoro, scattare foto per conto di un’agenzia britannica. Da allora marcisce in prigione in attesa di un giudizio che, dopo almeno sessanta rinvii, potrebbe arrivare l’8 settembre. I familiari di Abu Zeid, oggi 30enne, ridotto in pessime condizioni di salute, confidano in un esito positivo della sentenza.

Speranzoso anche l’avvocato della famiglia, Karim Abdelrady. Sempre oggi, giornata importante per Amal Fathy, moglie del dirigente di Ecrf, l’organizzazione che segue gli interessi della famiglia Regeni in Egitto, Mohamed Lotfy. La donna, in carcere da due mesi, attende l’esito della richiesta di rilascio su cauzione per uno dei due casi in cui è implicata, dopo il via libera nell’altro procedimento. Le condizioni si salute della Fathy sono preoccupanti.

Da Godard a Loach, cento registi chiedono a Mosca la liberazione di Sestov

Oltre 100 personalità della cultura, fra cui registi come Jean Luc Godard e Ken Loach, hanno firmato un appello su Le Monde per chiedere al presidente russo Putin la liberazione del regista ucraino Oleg Sentsov, in sciopero della fame in carcere.

“La libertà di espressione e la creatività non possono finire quando inizia il dissenso. Ma oggi un regista sta morendo perché è un dissidente”, si legge nell’appello, firmato anche dal ministro francese della Cultura, Francoise Nyssen, e dai registi David Cronenberg e Costa Gavras. Il presidente francese Emmanuel Macron aveva già chiesto nei giorni scorsi a Putin di trovare “una soluzione umanitaria” per Sentsov.

Oppositore dell’annessione russa della Crimea, Sentsov è stato arrestato dalle autorità russe dopo che Mosca ha preso il controllo della penisola nel 2014. Condannato in seguito a 20 anni di carcere con l’accusa di terrorismo, in un processo che i suoi sostenitori ritengono politicamente motivato, il regista ha iniziato lo sciopero della fame tre mesi fa.

Russia-gay: si dice “relazione non tradizionale” ed è reato

È solo uno shkolnik, uno studente siberiano, Maxim Neverov. Un alunno dei licei di cemento e degrado che s’inseguono a migliaia da Mosca fino a Bijsk, Siberia del sud. Maxim ha 16 anni e 50mila rubli di multa da pagare “per propaganda di relazioni non tradizionali tra minori” su internet. Oggi, agosto 2018, per la prima volta viene applicata la legge approvata dalla Duma russa nel giugno 2013. In Europa ha titolo breve: “legge anti-gay”. In Russia è ufficialmente “la legge per proteggere i bambini da informazioni che negano i valori della famiglia tradizionale”.

Il decreto riconosce l’omosessualità come “esistente e omonormativa” nella Federazione, ma anche “contraddittoria rispetto ai principi della società”. Era un crimine in Urss, fino al 1999 era una malattia mentale: dal 2013 nella Russia di Putin l’omosessualità è un segreto. Vietato parlare dei diritti degli omosessuali o dire che le relazioni gay siano pari alle etero. La Corte europea dei Diritti umani ha riconosciuto subito la norma come discriminatoria dei diritti umani, ma è servito a poco, come le condanne di Obama, Merkel e Cameron all’epoca.

In qualche video online dello scorso maggio Maxim urla, altoparlante e giubbotto di pelle, “Putin non è il nostro zar”. Le immagini del suo corpo sul social più usato dai giovani russi, Vkontakte, sono apparse solo adesso. Il protocollo della burokratia stilato dal tribunale regionale dice che nelle immagini ci sono ragazzi che mostrano “le loro parti del corpo seminude: le foto esprimono la propaganda di relazioni sessuali non tradizionali”. Il reparto della polizia giudiziaria ha effettuato una “perizia culturale sulle immagini e ha confermato i sospetti: mostrano i loro corpi in mutande, uno dei giovani abbraccia l’altro.

Le foto sono una dimostrazione di una possibile relazione sessuale tra i due giovani”. L’avvocato del ragazzo, Artem Lapov, ha dichiarato che “manca la verifica degli indirizzi IP, non è dimostrato che le abbia caricate lui”. Maxim ha detto una cosa sola: “50mila rubli la mia famiglia non ce li ha”.

Volontario della komanda di Novalny, attivista del gruppo “Protesta Bijsk”, era già nel mirino delle autorità da quando aveva chiesto il 12 giugno scorso l’autorizzazione per l’organizzazione di una manifestazione dal nome: “Gay o Putin”. Quel giorno all’amministrazione comunale erano arrivate 12 richieste. Alcune erano: “per dichiarare Putin santo”, “per riconoscere Novalny agente straniero Usa”, “per i diritti di tutti i gay di nome Vytali”, pro o contro i matrimoni gay. Nessun permesso fu concesso, ma la richiesta di Maxim e il suo nome erano ormai famosi, scalpore ed insulti annessi, tra i membri del consiglio comunale e delle forze dell’ordine. Adesso, per quelle foto, sono noti in tutta la Russia.

Più ad est, al capolinea della Transiberiana, a Novosibirsk, la redazione del giornale universitario Uzh è stata appena costretta a ritirare il nuovo numero del magazine dedicato alla tolleranza, perché aveva “troppa tolleranza”, scrive il Kommersant. “Le autorità hanno avvisato i ragazzi che l’articolo sulla comunità gay violava la legge e li hanno minacciati di sanzioni”. Ad occuparsene è l’Rkn: Rozkomandazor, dipartimento orwelliano, il “servizio federale per la supervisione nella sfera della connessione e comunicazione di massa”. Gli uffici centrali sono a Mosca, dove per un secolo i Gay Pride non ci saranno: le autorità comunali sulla Tverskaja nel 2012 hanno approvato un decreto per cui nella città le manifestazioni omosessuali sono bandite fino al maggio 2112. No, non è uno scherzo.