L’hacker si finge donna e ruba i segreti dell’F35

Inarrestabile. Invincibile. Stealth: cioè invisibile ai radar. Il più minaccioso portatore di morte che abbia mai solcato i cieli di guerra: il multiruolo F35 Lightning II Fighter. Ma per fermare la potenza di fuoco del caccia più pericoloso al mondo basta la promessa di un bacio. La soldatessa britannica su Tinder con i colleghi discuteva d’amore, sesso e aerei militari. Nell’intimità delle chat private dell’app le piaceva parlare dei segreti dei motori dei cacciabombardieri.

I primi quattro F-35 sono arrivati dall’America a Marham nella base di Norfolk, Gran Bretagna, a fine luglio. Un hacker, – uomo o donna, non si sa e forse non si saprà mai -, ha rubato l’account di una pilota della Royal Air Force, che ha denunciato il furto dei dati personali, ma troppo tardi. I militari suoi colleghi, addestrati per anni a combattimenti letali, morte ed atto eroico su terreni di guerra, sono caduti dove ogni soldato solitario scivola: nella trappola dell’amore. Pensavano ci fosse lei dall’altra parte dello schermo e i segreti del motore dell’F35 ora sono compromised, compromessi.

In gergo i servizi segreti la chiamano honeytrap, trappola al miele. L’esca è quella della bellezza, l’agguato di solito quello della lussuria. Ma la libidine su Tinder stavolta era solo digitale. In cambio c’erano informazioni riservate: segreti d’amore e di guerra.

In Israele di F35 ne arriveranno 50, mentre la Gran Bretagna ne avrà 138: nel progetto Londra ha già investito 90 milioni di sterline, miliardi spesi insieme agli americani per avere vantaggio strategico su potenze straniere. Fondi che ora potrebbero essere andati sprecati per qualche emoticon inviata a dei cuori tristi sotto la divisa.

Intanto, Bryn Jones, 73 anni, ex capo del settore della Rolls Royce che produce il motore degli aerei, era già stato arrestato settimane fa per una fuga di informazioni. Sir Nick Carter, capo staff della Difesa, ha detto che la “Russia minaccia con cyberattacchi e fake news il processo democratico”. Il ministero britannico ora vuole “riservatezza”, quella che i suoi soldati non hanno rispettato e quella che il Daily Mail non ha mai conosciuto: la Raf, si legge in un documento che non doveva diventare pubblico, teme ulteriori attacchi. “Questo incidente dimostra quanto rischiosa sia l’ingegneria sociale, rimaniamo target di stati e non-stati ostili”. Meglio di esperti di comunicazione e informatici, la definizione più adatta per i social network l’hanno trovata i militari britannici: sono “mezzi di manipolazione psicologica utilizzati per estorcere informazioni riservate”.

Si schianta la pedana, 316 feriti al concerto

È di 316 feriti, di cui 9 in gravi condizioni, il bilancio del crollo di una piattaforma in legno durante il festival musicale O Marisquiño a Vigo, in Spagna. La piattaforma sul lungomare, lunga 30 metri e larga 10, era piena di spettatori durante un concerto rap, quando poco prima di mezzanotte è crollata, probabilmente schiantata dalla pressione degli spettatori ai quali il cantante aveva chiesto di saltare.

“I troll russi hanno messo americani contro americani”

Un anno fa c’era la morte, quest’anno la memoria. Anche se corta. Ad agosto l’America comunque ricorda. Ricordano i bianchi, i neri, la destra e la sinistra. Ricorda pure il presidente del loro paese che per l’anniversario dei fatti di Charlottesville ha chiesto solo unity, unità al suo popolo, ma senza condannare in particolare i suprematisti e le loro bandiere. Solo in generale: “Ogni forma di razzismo: l’anno scorso le proteste hanno portato a morte senza senso e divisioni, pace a tutti, ALL americans”. Ma non è finita con un tweet del Potus. Dietro quello di Donald Trump, da molti altri account, nel 2017 ne sono partiti molti altri.

Thomas Garret, deputato repubblicano, ha incontrato il capo dell’Fbi Christopher Ray, che gli ha riferito del russian meddling, intervento russo: da Mosca, fin laggiù in Virginia, nel 2017 il Cremlino ha fan the flames, soffiato sulle fiamme delle proteste che hanno portato alla morte di Heather Heyer, 32 anni, attivista di sinistra, investita da un auto guidata da un membro del gruppo Unite the right. Su quei contrasti fatali, per fomentare divisioni tra bianchi e neri americani, ha soffiato la macchina della propaganda russa, dice Garret: “Per mettere americano contro americano, per sminuire la fiducia nelle democrazie occidentali”.

Un anno dopo allora i nazionalisti che dovevano riunirsi a Washington alla fine non si sono presentati. Alla marcia della memoria di domenica da una parte c’erano pochissimi bianchi con la bandiera rossa dei confederati, dall’altra pochi con la bandiera nera e la scritta: Black lives matter. Poche decine i primi, poche centinaia i secondi: più di tutti insieme, gli agenti di polizia bardati e il filo-spinato per dividere le due America riunite davanti al silenzio della Casa Bianca.

Adesso gli alti vertici di Facebook che sono stati criticati al Congresso per non aver scrutinato i post di fake news durante le elezioni, – ma forse c’entrano anche i 120 miliardi persi in borsa – , hanno condotto una capillare ricerca nel web. Mark Zuckerberg riferisce che “la sicurezza non è un problema che risolvi completamente, stiamo affrontando avversari sofisticati, stati-nazione che provano sempre nuovi attacchi”. Almeno 30 eventi sono stati creati da account fake dal maggio 2017. “Il comportamento inautentico” di questi account è legato all’Ira, ‘l’Internet Research Agency, l’agenzia di troll di Pietroburgo, finanziata dallo chef di Putin al Cremlino. Ancora: alcuni account “coinvolti nella diffusione di messaggi divisivi durante la campagna elettorale del 2016 hanno ricominciato a pubblicare il 12 agosto 2017 durante la marcia di Charlottesville”.

Una goccia di manifestanti nella vita reale, un esercito in quella virtuale. La battaglia continua a non essere per strada, ma nel carnevale dei profili internet, dove account falsificano conversazioni di forum clonati e replicati. Secondo le analisi di Facebook, un’attività coordinata di troll era focalizzata sulle manifestazioni di Charlottesville. Su twitter interferivano con l’hashtag #AbolishICE, una campagna della sinistra americana contro il pugno duro dell’agenzia della migrazione. L’eco digitale del Cremlino, riporta il New York Times, è anche dietro la promozione dell’attivismo nero dei “Blacktivist”.

Dalla Federazione ha già risposto il vice presidente per gli affari internazionali alla Duma, Dmitry Novikov. Come fa da anni, il Cremlino ha replicato allo stesso modo, senza cambiare una virgola: “non ci sono prove, Mosca respinge le accuse”, questo è solo un “nuovo caso Skripal”.

Mail Box

 

Sull’articolo 18 il Movimento non può fare marcia indietro

La legge 20.5.1970 n. 300 stabiliva all’articolo 18 il diritto a essere reintegrato nel proprio posto di lavoro, per il lavoratore licenziato senza giusta causa. Era una norma di civiltà, di buon senso, che puniva i comportamenti arbitrari, gli illeciti, i soprusi.

Il governo di Matteo Renzi, con una maggioranza parlamentare eletta tramite Porcellum, provvide a sopprimere l’articolo 18 nell’ottobre 2014, malgrado la gagliarda opposizione del Movimento 5 Stelle. Ora il Movimento è al governo dello Stato e quindi può porre rimedio all’infamia perpetrata dal governo Renzi. E l’occasione è apparsa quando alla Camera è stato presentato un emendamento dl “Decreto Dignità” che stabiliva il ripristino dell’articolo 18. Cosa ha fatto il Movimento di Di Maio? Ha votato contro l’emendamento, che è stato respinto, e quindi i padroni senza scrupoli possono continuare a licenziare arbitrariamente, senza giustificare il motivo. Ripristinare l’articolo 18 dello Statuto è un obbligo morale, oltre che politico. Le conseguenze del mancato ripristino sono di ordine morale e politico: 1) i lavoratori perderanno la fiducia largamente accordata al Movimento 5 Stelle 2) Il Cinque Stelle, abbandonando la difesa dei diritti dei lavoratori, hanno firmato il proprio suicidio elettorale.

Ferdinando Spera

 

Povertà, natalità e lavoro: dicono solo ciò che fa comodo

Una volta ci dicevano che la povertà derivava dal fatto che le famiglie erano troppo numerose, che i Paesi come India e Cina avevano troppa popolazione. Adesso ci dicono che la povertà ci minaccia perché la popolazione italiana diminuisce. Ogni giorno muoiono 1721 e nascono 1325 (leggo su un giornale comunista) persone.

Ci dicono che ci sono pochi lavoratori i quali non riescono a pagare i troppi pensionati, eppure ci sono tanti disoccupati. Non ci dicono, però, che la produttività del lavoro in seguito alla innovazione tecnologica in questi ultimi 30 anni è aumentata di 5/10 volte a seconda dei vari settori, per cui oggi un lavoratore può “mantenere” anche due terzi di pensionati.

Ovvio che se si produce più ricchezza con meno lavoratori bisognerà ripensare il sistema dei contributi pensionistici. Perché l’importante è la ricchezza che si produce, non il numero dei lavoratori che la producono.

Paventare la povertà perché la popolazione diminuisce è una fake news. Poi c’è il problema del lavoro e del mercato del lavoro che è cambiato, dicono tutti. E siccome il mercato del lavoro è cambiato i lavoratori proletari devono essere precari per tutta la loro vita lavorativa, con la scusa che anche gli imprenditori lo sono.

Non sanno i “tutti” che il mercato del lavoro è cambiato, ma non perché ci è caduto sopra dallo spazio un gigantesco meteorite.

È cambiato, e cambia, a seconda di chi vince la lotta di classe tra i lavoratori proletari e imprenditori capitalisti.

Se vincono gli imprenditori, cosa che è avvenuta negli ultimi 30 anni, dopo la sconfitta del comunismo in Urss e la scomparsa del Pci, il mercato cambia a scapito dei lavoratori proletari, di qui i bassi salari e la precarietà. Se vincono i lavoratori cambia a scapito degli imprenditori degli imprenditori capitalisti. Poi certo la tecnologia cambia il lavoro, e il mercato del lavoro, a prescindere.

Ma anche in questo caso la tecnologia, a seconda di chi vince la lotta di classe, può andare a vantaggio degli imprenditori o dei lavoratori di tutta l’umanità.

La storia la fanno gli uomini e le donne, non il tempo che passa. Ci sono quelli che dicono che tra lavoratori proletari e imprenditori capitalisti non ci deve essere lotta di classe, ma collaborazione.

Certo, bene, ma se poi tutta la ricchezza prodotta va a finire nelle tasche degli imprenditori capitalisti o dello Stato borghese capitalista, e ai lavoratori proletari si tolgono diritti e salario, e addirittura li si vuole trasformare in lavoratori nomadi costringendoli a cambiare posto di lavoro, lavoro e anche abitazione fino a 10 volte nella loro vita lavorativa, come senza vergogna dicono quei mascalzoni dei liberali doc (questa sarebbe per loro la modernità del modo di lavorare e produrre) come la mettiamo con la collaborazione?

Pietro Gori

 

Facile parlare di caporalato e poi non fare nulla

Ho 85 anni e il caporalato, da che mi ricordi, ha sempre spadroneggiato in tutta Italia: nessun governo è mai riuscito a debellarlo e non ha voluto trovare chi e cosa lo provoca.

Più o meno facciamo quasi tutti parte del caporalato.

Incolpare gente di situazioni miserabili create da altri, sarebbe come dare la colpa ai kapò ebrei della morte di milioni di fratelli che loro accompagnavano alle docce letali, o come darla ai padri, alle madri, ai fratelli, che nel mezzo della seconda guerra mondiale si chiedevano perché si trovassero a battersi uno contro l’altro.

Oggi sono il negoziante, l’artigiano, il datore di lavoro che tartassati per sopravvivere pagano in nero mini stipendi negando ai lavoratori i diritti contributivi mentre è facile parlare di caporalato per chi ci mette in queste situazioni e con lauti stipendi trova tempo per castelli in aria col denaro che serve altrove, piuttosto che trovare la soluzione giusta e capire che innanzitutto è necessaria la parità dei diritti per combattere il caporalato che, se poi ancora esisterà, troverà la soluzione sempre scritta sul codice penale.

Omero Muzzu

Street art. Non sono certo i writers a minacciare il “decoro urbano”

 

Ho appreso dalla stampa dell’arresto in Spagna degli undici writers che hanno imbrattato alcuni treni anche qui a Milano. Pur confessando di non riuscire a comprendere come questa possa essere considerata arte, parlando con mio figlio, convinto sostenitore della Street Art, mi è sorto il dubbio di essere io nel torto e in tutta sincerità vorrei riuscire a capire se esistano, e quali siano, i parametri per capire dove finisce l’arte e dove inizia il vandalismo.

Davide Lordi

 

Caro Lordi, sarà il tempo a dirci cosa ci accorderemo a considerare “arte”, ma già oggi nessun manuale può trascurare l’opera di Banksy, o in Italia quella di Blu.

Per ora a deciderlo, caso per caso, sono il mercato dell’arte e i tribunali: nell’ampia letteratura le consiglio il bel libro di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, “Graffiti. Arte e ordine pubblico”, il Mulino 2016.

Ci sono cittadini che, in forza del “terribile diritto” (la proprietà privata), staccano le immagini dai loro muri per venderle, scontrandosi con la legge sul diritto d’autore, che protegge “le opere dell’ingegno… qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”, dunque anche quelle illegali. E ce ne sono altri che invece le cancellano, sporgendo denuncia. E le sentenze, vista la quantità di interessi in gioco, spesso divergono.

Personalmente, credo che siano la speculazione edilizia, la corruzione della politica e la divisione delle città in ghetti socialmente omogenei a minacciare il cosiddetto “decoro urbano”, che la tradizione italiana identifica con la manifestazione della giustizia sociale. Per intenderci: quei treni sono “indecorosi” per le condizioni in cui fanno viaggiare i pendolari e talvolta per il razzismo dei loro capotreni, non certo per i graffiti che li colorano. Quanto ai muri, spesso abbandonati e osceni, a me paiono assai più “indecorosi” gli immensi cartelloni pubblicitari che privatizzano lo spazio pubblico operando una lobotomia collettiva attraverso la creazione di bisogni inesistenti. “Legale” e “giusto” non sempre, evidentemente, coincidono.

Tomaso Montanari

Senaldi televisivo ovvero l’ayatollah della cazzata

La tivù politica trae spesso il peggio da chi la frequenta, e non parlo per sentito dire. Capita che persone agguerritissime sul piccolo schermo si rivelino in realtà, nel privato, assai garbate e addirittura piacevoli. È il caso di Pietro Senaldi, direttore (poco) responsabile del quotidiano (si fa per dire) Libero: non è cattivo, ma fa di tutto per sembrarlo. Quando va in tivù, la sua tattica è chiara: non avere nulla da dire e dirlo male. Mesi fa era entrato in fissa con Asia Argento, che attaccava con toni oltremodo belluini: poi se la trovò di fronte a RaiTre, da Bianca Berlinguer, e si sciolse come un Calippo irrisolto al sole. Debolissimo nell’eloquio, Senaldi è televisivamente un Belpietro o Borgonovo che non ce l’ha fatta. E questo non stupisce, essendo Libero l’alluce valgo de La Verità.

Qualche sera fa Senaldi era collegato da nessuna parte (la redazione del suo giornale) a In onda estate. Aveva “contro” Nicola Fratoianni: una brava persona, o almeno così mi è sempre parso. Senaldi poteva criticarlo per la marginalità di Sel e Leu. Oppure per questa pietosa speranza “de sinistra” secondo cui, tratteggiando Salvini come il nuovo Mengele, sorga per contrasto nel proletariato la voglia di votare in massa Murgia e Raimo. Come no: han già transennato le cabine elettorali. Senaldi, qualche argomento, ce l’aveva. Ma ovviamente non lo ha usato, arrivando ad accusare Fratoianni di “fare le gite estive sulle Ong”. Il Senaldi televisivo è una sorta di ayatollah della cazzata: ha torto anche quando ha ragione e dice le cose così male – così sguaiatamente – che ti viene da dar ragione per rappresaglia a chiunque altro. Ma proprio chiunque. Persino la Boldrini. Opposto a Fratoianni, Senaldi ha dato il meglio di sé. Denotando una conoscenza certosina della storia, ha alluso al crollo dell’Impero Romano come prova della cattiveria intrinseca dei migranti (?), che secondo lui andrebbero sostanzialmente massacrati come si faceva una volta al Colosseo: non per razzismo, sia chiaro, ma per tenere a bada i barbari. Idolo Senaldi. Poi, parlando dei due imbecilli che hanno sparato con una pistola scacciacani a un gambiano, ha detto di non farla troppo lunga perché tutti hanno avuto una pistola giocattolo a 13 anni. Certo: chi, in effetti, non ha passato il tempo a sparare alle persone chiamandoli “negri di merda”? Son ragazzi, dai, e se son così dotati già a 13 figuriamoci a 40: magari, con un po’ di fortuna, un giorno potranno essere assunti come social media manager di Gasparri. Giunto alla fine del suo non argomentare, Senaldi ha quindi sfoderato l’arma finale: lo sproloquio marchiano e crasso. Non sapendo più che dire, ha cominciato di colpo ad accusare Fratoianni di ogni nefandezza: “Lei appartiene all’estrema sinistra. Vogliamo mettere in fila le cose che voi dite da 50 anni? Parliamo delle persone oneste alle quali voi avete sparato? Le avete ammazzate, le avete ammazzato i padri e i figli. Non posso entrare in un centro sociale perché sento delle cose indicibili! Cosa non avete detto su Berlusconi? Cosa non dite su Salvini? Sono 50 anni che fate questo!”. Già che c’era, ha pure citato Lotta Continua e l’omicidio Calabresi. Senaldi non parlava: urlava. Gonfiava la vena, perdeva la voce e sbraitava come un Pappalardo che ha dichiarato guerra alle proprie corde vocali. Bei momenti. Comprensibilmente incredulo, Fratoianni ha ironizzato: “Secondo me lei ha bevuto”. Chissà: magari in redazione con Feltri. A Libero, ultimamente, devono organizzare degli apericena che in confronto Woodstock era un raduno di educande astemie.

Il futuro dell’Ue si gioca a Bucarest

In questi giorni due notizie ci arrivano da Bucarest. La prima è buona: una rilevante parte dei romeni vuole difendere la democrazia, esercitare i suoi diritti di manifestare civilmente la propria opinione, allontanare dal potere i corrotti, difendere lo stato di diritto. Ai romeni che vivono nel Paese e che da tempo sono mobilitati, da venerdì scorso si sono aggiunti quelli della diaspora, milioni di romeni che hanno lasciato il Paese dopo la fine del comunismo. Molti di costoro, vivendo all’estero, sono probabilmente diventati più aperti e cosmopoliti, più immuni dal virus nazionalista, hanno fatto sacrifici materiali e psicologici importanti per garantire a sé stessi e ai loro figli un futuro decente e non tollerano che un manipolo di opportunisti corrotti si arricchisca con facilità depredando la nazione.

La cattiva notizia è che il nemico di questo popolo che venerdì scorso ha riempito le piazze di Bucarest è il partito socialista attualmente al governo del Paese, la forza politica che ha ottenuto il 40 per cento dei voti alle ultime elezioni legislative e che ora è decisa ad usare la forza per reprimere le manifestazioni di piazza (peraltro regolarmente autorizzate). Venerdì sera, sfruttando come alibi la presenza di alcuni ultras calcistici tra i manifestanti, senza trovare resistenza da parte della forza pubblica o forse addirittura con la sua complicità, il governo ha invitato la polizia ad usare i lacrimogeni per disperdere la folla e così causato il ferimento di centinaia di manifestanti.

Quel che la classe dirigente al potere sembra disposta a difendere con le unghie e con i denti è il proprio diritto ad arricchirsi impunemente con i proventi della corruzione. Per far questo è disposta a promuovere una legislazione che di fatto abolisce il reato di corruzione, a mettere la mordacchia alla parte più seria e onesta della magistratura, a licenziare l’efficientissima procuratrice speciale anticorruzione Laura Codruta Kovesi, e ora anche a usare la violenza contro chi la contesta pacificamente.

Tutto è funzionale alle priorità dei dirigenti del partito che guida il Paese: nominalmente socialisti, costoro sono disposti, per opportunismo, ad assecondare il vento nazionalista che spira da Varsavia e da Budapest e ad accusare gli oppositori di essere al servizio di non meglio precisate “potenze straniere” o a indicare nella sempre più esecrata Unione europea la fonte di tutti i mali che affliggono oggi la Romania.

A guidare il partito che fu prima di Ion Iliescu (cioè di colui che contro i manifestanti democratici mandò, subito dopo la cacciata del dittatore Nicolae Ceaucescu, squadre addestrate di minatori e poliziotti travestiti) e poi di Ilie Nastase (condannato e arrestato per corruzione) è oggi Liviu Dragnea, un pregiudicato condannato per frode elettorale (nella sua regione aveva fatto votare anche i morti!) e corruzione. Non potendo guidare il governo in prima persona, in base alla legislazione attuale, Dragnea vi ha insediato al vertice una sua amica priva di particolari qualità politiche – Viorica Dancila, – autrice di gaffe memorabili, ora assente per una tanto lunga quanto discussa vacanza estiva.

Quello in atto in Romania è uno scontro molto chiaro tra una forza ben organizzata che cerca di isolare il Paese dal resto del continente e di farvi prosperare la corruzione e il nepotismo e un ampio movimento sociale dai contorni ancora indistinti, privo di una leadership, attraversato da sentimenti e da culture differenti (non solo progressiste) che cerca di resistere alla pericolosa involuzione del Paese e combatte per futuro diverso, più democratico ed europeo.

È anche dall’esito di grandi laboratori sociali come questo che si capirà quale sarà il destino politico del nostro sempre più instabile continente.

Il giornalismo a torso nudo

Titolo: Dal celodurismo in canotta al torsonudismo in costume. Così cambia il corpo leghista. Trattasi di quasi una pagina del Corriere della Sera (12 agosto 2018, pag. 8) dedicata al “look politico” estivo del leader della Lega, Matteo Salvini, sulla cresta dell’onda dopo essere assurto al doppio ruolo di vice-presidente del Consiglio e di ministro dell’Interno.

Incipit: “La Lega ha sempre fatto del corpo del Capo una goliardica ideologia: iconica e linguistica. Ieri c’era il virile celodurismo di Umberto Bossi in canottiera, oggi il virale torsonudismo di Matteo Salvini, che in foto appare a torso nudo…”. Il servizio è infatti corredato da tre foto, con il neo-potente torsonudista in costume da bagno.

Si tratta di un tipo di giornalismo, di titolismo e di linguaggio – fondato letteralmente sulla fuffa, sul niente, non più sulla forzatura delle notizie ma su un’idea, un gioco di parole, un’invenzione goliardico-lessicale, una impressione antropologistica – invalso negli ultimi tempi. Certo, come evoluzione/involuzione, forse effettivamente naturale ma non incontrastabile, del giornalismo “moderno” inveratosi con la Repubblica di Eugenio Scalfari (iniettato poi al Corriere della Sera da Paolo Mieli e infine diffusosi, alla superficie, un po’ in tutti i quotidiani nazionali). Non della primissima Repubblica, che alla fondazione aveva una solida componente laico-socialista (Andrea Barbato ed Enzo Forcella) e poi, nei primissimi anni, una solida gestione radical-professionale (Gigi Melega), ma della Repubblica che è venuta dopo e ha vinto, tutta e definitivamente scalfariana. Con i fatti intorcinati alle opinioni, con la pretesa di eterodirigere partiti di sinistra e alte istituzioni democratiche, insomma con quello che Bettino Craxi definì il “giornale partito”.

Fu allora che cominciò la “modernizzazione” dei giornali e dell’informazione italiana, prima grigia, anzi plumbea, paludata, graficamente e linguisticamente arcaica, con titoli chilometrici e sbrodolanti articolesse. Fu allora che irruppero sulla scena, mai abbandonata, il linguaggio semplice e chiaro, il titolo semplificatorio quando non inevitabilmente forzato, insomma il giornalismo “aggressivo”.

Quel giornalismo produsse subito problemi sui quali non ci si soffermò mai a riflettere: la manipolazione nei fatti, l’esaltazione del peggio (la violenza, la volgarità, ecc.), la sollecitazione degli “istinti bassi” e dei fenomeni di emulazione…

Applicato alla cronaca politica, quel registro significò soprattutto due cose: primo, se un politico non diceva o faceva qualcosa di forte o di scandaloso o di volgare o di violento, poteva dire addio alla visibilità; secondo, l’attacco sistematico alle persone impegnate nel dibattito/scontro politico, specie quelle peggiori o considerate e indicate come tali, ne faceva inevitabilmente dei personaggi. Il che, in epoca mediatica, ha significato pressoché inevitabilmente coagulare su di esse consenso di massa. In definitiva: più li criticavi e li indicavi alla pubblica riprovazione e condanna morale, più ne evidenziavi, quotidianamente, in prima pagina, a titoli forzati, errori e difetti, e più le agevolavi nella raccolta di voti e di potere… Un metodo al quale si deve molto dell’invenzione e del trionfo del craxismo, del leghismo, del berlusconismo e, più recentemente, del renzismo e del grillismo.

Ora è la volta del salvinismo. Ovviamente facendo i conti e pagando le differenze che intercorrono fra i protagonisti di ieri e quelli di oggi. E, in mancanza di sostanza, facendo solo fuffa (come, forse non a caso, succede peraltro in molti altri settori, in Italia, a cominciare da quello del calcio professionale).

Ma che cavolo significa quel titolo, su quello che era il più autorevole ed è tuttora il più diffuso quotidiano italiano: Dal celodurismo in canotta al torsonudismo in costume. Così cambia il corpo leghista? Letteralmente nulla. Fuffa.

Estate 2018, 500 operazioni al giorno della GdF

Sono 22.271 i controlli condotti dalla GdF, da metà giugno a oggi, nelle località balneari, di montagna e nelle città d’arte. In media quasi 500 operazioni al giorno – il doppio rispetto all’estate scorsa – che rientrano nel piano straordinario di interventi messo a punto, ogni anno, dal Corpo nei mesi caldi con lo scopo di contrastare, con sempre maggiore incisività, tutti i fenomeni illegali in grado di turbare il libero svolgimento delle imprese sane e garantire, contemporaneamente, il massimo livello di sicurezza economico-finanziaria ai cittadini. Tra i settori operativi “rafforzati” vi sono quelli tipicamente estivi: la lotta all’abusivismo commerciale, all’evasione fiscale legata alle case-vacanze, alle truffe del carburante, al “caporalato” e alla contraffazione, ai prodotti non sicuri e ai traffici di droga, in parte destinata a rifornire i punti di spaccio delle località di villeggiatura.

Non solo repressione, naturalmente. Ma anche tante azioni preventive e di vicinanza ai cittadini, come i quotidiani interventi di polizia del mare, svolti dalle Fiamme Gialle del comparto aeronavale sulle acque o dagli uomini del Soccorso Alpino (S.A.G.F.) nelle zone montane.

Incubo morte da batterio. Aumentano i contenziosi

In ospedale si muore da neonati, più spesso di quanto si pensa. La morte del bambino, nei giorni scorsi, agli Spedali civili di Brescia a causa del batterio Serratia marcescens è solo l’ultima di una serie di cui è possibile trovare traccia, in Italia, fin dal 2008. Nell’ultimo caso, il bimbo era nato prematuro da una coppia bresciana ed era stato ricoverato con il gemellino che pure avrebbe contratto il batterio ma che è sopravvissuto. “Presso il reparto di terapia intensiva neonatale degli Spedali Civili di Brescia – ha confermato la direzione dell’ospedale nei giorni scorsi – si è sviluppato un focolaio epidemico di infezione/colonizzazione da Serratia marcescens, caratterizzato da tre casi di sepsi neonatale, un’infezione delle vie urinarie e sei casi di colonizzazione”. Il batterio era stato rilevato nel reparto almeno dal 20 luglio ed erano già in corso le bonifiche delle varie aree. Ma è servito a poco. Ora tutti i 16 medici del reparto sono indagati.

Già nel 2014, la presenza dello stesso batterio era stata riscontrata nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale Sant’Anna di Como. Vi erano stati esposti undici neonati, sei erano stati infettati. Anche in quel caso il reparto era stato blindato. Prima, nel 2012, erano stati infettati due bambini all’ospedale Poma di Mantova. Nel 2008, in Sardegna, due bambini erano invece morti sempre per lo stesso batterio, altri dieci erano stati infettati ma erano sopravvissuti. Decessi e infezioni che riguardano bambini nati prematuramente e quindi più fragili e debilitati. Ma il problema delle infezioni ospedaliere in Italia ha, in generale, numeri importanti.

Gli ultimi dati sono stati diffusi a luglio durante il forum nazionale del Centro Studi Mediterranea Europa a Napoli: in Italia, le infezioni ospedaliere provocano 7mila morti ogni anno. Tra le cause principali, la decontaminazione non corretta e l’utilizzo eccessivo di antibiotici. Oltre i decessi, i contagi sono circa 50mila e le infezioni riguardano per il 22 per cento l’Escherichia Coli, per il 12,5 per cento lo Staphylococcus Aureus e per il 9 per cento la Klebsiella Pneumoniae. I reparti dove è più facile contagiarsi sono Terapia Intensiva (20,60% dei casi), medicina (15,33%) e chirurgia (14,20%). A fine luglio, sempre in Lombardia, è stata affrontata quella che è stata definita “emergenza Legionella”: per le complicazioni generate dal batterio presente in ospedale, sono morti tre anziani e sono stati rintracciati almeno 21 casi di contagio. Come per Brescia, la procura ha aperto un’inchiesta.

SecondoGiulia Marchetti, professore associato del dipartimento di Scienze della Salute della Statale di Milano, il problema delle infezioni ospedaliere è innanzitutto la cosiddetta pressione farmacologica, ovvero l’uso esteso di antibiotici: “Negli ospedali si fa molto uso di antibiotici – spiega -, non solo per curare le infezioni, anche per prevenirle. Di conseguenza, per sopravvivere i germi sviluppano caratteristiche che li rendono più resistenti”. Potrebbe essere il caso del Serratia marcescens. Ma se l’uso di antibiotici in ambito ospedaliero è necessario, al di là delle strutture sanitarie si può parlare di un vero e proprio abuso, su cui le autorità sanitarie stanno cercano di sensibilizzare i cittadini da anni. “A livello europeo c’è molta attenzione, si fa molta ricerca e si cerca di agire sulla prevenzione – spiega Marchetti – visto che il primo presidio è il comportamento, soprattutto quello del personale medico”. Sembra una raccomandazione ovvia, ma lavarsi spesso e bene le mani è il punto numero uno: “All’università lo insegniamo anche con il supporto di video”.

A pagare, poi, quando si tratta di casi conclamati di mala sanità, sono gli ospedali. Secondo l’Ania (l’associazione delle imprese di assicurazione), per la responsabilità civile le strutture sanitarie pubbliche l’anno scorso hanno versato premi per 272 milioni, 96 milioni le strutture private. Nel 2017 sono stati denunciati 5.800 “sinistri” dalle strutture pubbliche, 3.200 da quelle private. Il numero dei sinistri denunciati nel 2017 è diminuito nelle strutture pubbliche (meno 3,3% rispetto al 2016), come ormai da sei anni, ma è aumentato in quelle private (più 4,8%). “Negli anni il contenzioso è aumentato esponenzialmente – spiegano all’Ania – ma la gran parte delle denunce, dopo il processo non porta ad alcun risarcimento”. Nessuna colpa sul medico o la mala gestione della clinica, insomma. Bisognerà vedere se accadrà lo stesso per il caso di Brescia.