“Non è la Difesa che deve educare i nostri giovani”

L’ammiraglio Giampaolo Di Paola è stato Capo di Stato maggiore dal 2004 al 2008. Pochi anni dopo, con il governo Monti, ha ricoperto la carica di ministro della Difesa.

Il suo orientamento sull’idea di reintrodurre la leva obbligatoria è in linea con quella espressa negli scorsi giorni dall’attuale inquilina del ministero Elisabetta Trenta: i militari devono essere professionisti, mentre la funzione educativa deve essere affidata ad altri settori.

Dunque ammiraglio, è una proposta da bocciare categoricamente?

Facciamo una premessa: io non esprimo un giudizio aprioristico. Ma personalmente ritengo che, se parliamo di Forze armate, sia altamente necessario che all’interno di esse vi sia professionismo. Mi sembra che questo sia anche l’orientamento espresso dall’attuale ministro della Difesa. Tra l’altro, mi pare di capire che l’esigenza posta alla base della proposta avanzata dal vicepresidente del Consiglio si di tipo educativo. Bene, allora credo che per questa esigenza si possa trovare una forma più adeguata nel servizio civile, che si richiama a quei valori.

Quindi sarebbe per rendere obbligatorio un periodo di servizio civile?

Anche in questo caso, non esprimo un giudizio aprioristico. In questa società italiana il terzo settore svolge un ruolo importante e può rispondere. Non so se poi il miglior metodo è essere obbligatorio. Di certo è condivisibile l’intenzione di ampliare la platea attraverso una spinta al volontariato.

Se la leva diventa obbligatoria per tutti, si riduce il livello di professionalità nelle Forze armate?

Cerchiamo di essere precisi: il ministro dell’Interno Salvini dice di essere favorevole a una leva dai tempi molto brevi (sei mesi, ndr). Una formazione militare vera e propria non è certo compatibile con questi tempi. L’obiettivo, come detto, è quindi affidare alla Difesa il compito di insegnare ai ragazzi l’educazione civica e che, accanto ai diritti, ci sono anche i doveri. Ma ripeto: ci sono altri modi per farlo.

Le nuove generazioni, spesso, si sentono dire da chi è più grande che il servizio militare è stato importante per la crescita. C’è chi, in questo Paese, ritiene addirittura che esista un deficit nella formazione dei ragazzi esentati dalla leva. Lei non condivide questa impostazione?

Ribadisco: che ai giovani si debbano insegnare i doveri è giusto e sono d’accordo. E sono anche d’accordo sul fatto che esista un deficit di formazione nella giovani generazione, ma questo non è un problema che va ricercato nell’assenza di leva obbligatoria. La risposta è nel sistema educativo, nell’istruzione e anche nel servizio civile, sul quale – ripeto – si può ragionare su come possa ampliare la platea dei partecipanti.

“Grazie alla divisa creiamo cittadini più impegnati”

Elena Donazzan è l’assessore alla Formazione e al Lavoro della Regione Veneto. Qui il Consiglio regionale si è portato avanti e ha esercitato il potere di iniziativa legislativa per chiedere al Parlamento di istituire un servizio militare (o civile) obbligatorio per otto mesi. Donazzan viene da una famiglia di militari, una circostanza che riporta con molto orgoglio, ed è tra i principali promotori di questa idea, che per il momento ha un valore simbolico.

Assessore, il suo partito Forza Italia a livello nazionale è contrario alla proposta di Matteo Salvini. Lei invece è a favore, come mai?

A livello regionale il partito è d’accordo con me. Questa proposta è stata lanciata prima delle elezioni da tre grandi associazioni: quelle degli Alpini, dei Bersaglieri e dei Fanti. Salvini prese quell’impegno con loro e ora lo sta onorando. Forza Italia invece non si presentò. Noi qui in Veneto siamo dissidenti perché crediamo fortemente in quell’idea.

Qual è l’obiettivo dell’istituzione del servizio militare obbligatorio per otto mesi?

Rinfoltire la Protezione civile, i volontari stanno invecchiando e c’è bisogno di nuove forze. Considerando che questo tipo di volontariato è fatto principalmente da chi ha fatto il servizio militare, sarebbe giusto farlo tornare obbligatorio per trasferire ai ragazzi questa cultura e poi invogliarli a proseguire quell’impegno.

Che tipo di cultura?

La forma mentis dei doveri, della disciplina, quella che porta le persone a rendersi utili anche dopo aver tolto la divisa militare.

Il ministro della Difesa, e in generale tutti quelli contrari, sostengono che i militari debbano essere dei professionisti e che quindi l’accesso alle Forze Armate vada riservato a chi, volontariamente, si sia formato per indossare la divisa.

Sono d’accordo, l’esercito è cambiato e si dota di alte tecnologie per le quali è necessaria una specifica formazione. Ma ciò non toglie che il servizio obbligatorio sia educativo per una nazione. Ti prepara a essere un cittadino impegnato, consapevole e responsabile.

Per questo non basterebbe rendere obbligatorio il servizio civile? Perché la vostra proposta contiene anche quello militare?

Perché sono due cose diverse. Il servizio militare prevede una forma diversa di disciplina e riferimenti educativi che non ci sono nel volontariato sociale. La leva obbligatoria ha prodotto risultati straordinari, nonostante la campagna che poi ha portato alla sua sospensione. Per me è stato sbagliato toglierla. Oggi ce ne accorgiamo quando osserviamo l’impegno delle associazioni combattentistiche, sempre in prima fila nell’aiutare bambini e anziani con grande organizzazione, o quando vediamo chi sono quelli impegnati nel volontariato, quelli che donano il sangue.

Pro & Contro – Ripristinare la leva obbligatoria?

“Vorrei che oltre ai diritti tornassero a esserci i doveri”. Per il ministro dell’Interno Matteo Salvini questa è la premessa alla base della proposta di reintrodurre alcuni mesi di servizio militare obbligatorio. Un’idea più volte lanciata negli ultimi anni e ribadita sabato durante il comizio a Lesina, in Puglia. “Facciamo bene – ha detto – a studiare i costi, i modi e i tempi per valutare se, come e quando reintrodurre per alcuni mesi il servizio militare, il servizio civile per i nostri ragazzi e le nostre ragazze così almeno impari un po’ di educazione che mamma e papà non sono in grado di insegnarti”. Il Paese è diviso tra chi è a favore alla reintroduzione e chi invece non vuole che si torni indietro da quanto deciso nel 2000 durante il governo D’Alema. Nelle due interviste di seguito, le ragioni dei favorevoli e dei contrari.

Caporalato: strage del furgone, indagate tre persone a Larino

Tre persone sono state iscritte sul registro degli indagati dalla Procura della Repubblica di Larino nell’ambito dell’inchiesta sul caporalato. Le indagini sono scattate all’indomani della morte di 12 immigrati, a Lesina (Foggia) in un incidente stradale mentre venivano trasportati nei campi di pomodoro. Sono due le Procure che indagano sulle presunte condizioni di sfruttamento dei dodici braccianti africani morti una settimana fa in un incidente stradale. All’ipotesi di caporalato stanno lavorando i magistrati di Foggia e Larino (Campobasso), i primi competenti perché in quel territorio è avvenuto l’incidente mortale nel tragitto tra il luogo di lavoro e il posto in cui i migranti vivevano, i secondi perché in Molise ha sede l’azienda agricola per la quale lavoravano la maggior parte delle vittime. I carabinieri hanno già acquisito i documenti dall’azienda, necessari a ricostruire le condizioni contrattuali di lavoro, orari e compensi.

Un secondo livello dell’indagine riguarda, poi, il servizio di trasporto dei migranti sui campi. A gestirlo, a quanto emerge, erano connazionali dei braccianti, che venivano contattati dall’azienda agricola per portare i braccianti sui campi di pomodoro.

I sindaci De Magistris e Orlando: “Se non li fate sbarcare, andiamo a prenderli noi”

Si gioca sui porti la guerra politica. Mentre Salvini e Toninelli insistono sulla chiusura, il fronte dei sindaci torna alla carica con l’offerta di accoglienza per le navi delle Ong. È Luigi De Magistris a lanciare per primo la sfida: “Noi ribadiamo con forza la nostra disponibilità ad accoglierli e sarò in prima fila ad abbracciarli nel porto di Napoli”. Il sindaco di Napoli ha poi invitato l’Aquarius “ad avvicinarsi verso il nostro porto perché, qualora non li facessero sbarcare, saremmo noi stessi ad andarli a prendere in mezzo al mare, come è giusto che sia dinanzi a persone che stanno rischiando di morire“.

Leoluca Orlando, primo cittadino di Palermo, attacca direttamente il ministro Matteo Salvini: “Il governo guidato dalla Lega si conferma sempre più motivo di vergogna, impegnato a fare la propria politica sulla pelle di donne e bambini“. Ha poi offerto – almeno simbolicamente – l’apertura del porto siciliano: “Agli amici della nave Aquarius rivolgiamo l’invito a non fermarsi e confermiamo la disponibilità di Palermo e delle sue strutture ad accogliere coloro che sono a bordo della nave”. Orlando ha poi difeso l’operato delle Ong: “Mentre di fatto si istigano le marinerie a venire meno agli obblighi morali e legali di soccorso in mare, coloro che a questi obblighi non si sottraggono vengono additati e criminalizzati”.

Aquarius in mare, tutta l’Europa se ne lava le mani

Ancora uno stallo nelle acque del Mediterraneo centrale. Come ormai accade da due mesi e mezzo, l’Italia chiude – di fatto – le porte alle navi umanitarie coinvolte nei salvataggi dei migranti che cercano di fuggire dalla Libia via mare. E, ancora una volta, la protagonista è la nave Aquarius, ferma tra Malta e Lampedusa da domenica scorsa con 141 naufraghi recuperati nelle acque internazionali davanti alla Libia. Matteo Salvini ieri mattina ha riproposto su twitter l’hashtag #portichiusi, rispondendo alla richiesta di sbarco della nave Aquarius: “Proprietà tedesca, noleggiata da Ong francese, equipaggio straniero, in acque maltesi, battente bandiera di Gibilterra. Può andare dove vuole, non in Italia!”. Danilo Toninelli poco prima ha sostenuto, sempre su Twitter, la stessa tesi: “L’Ong #Aquarius è stata coordinata dalla Guardia Costiera libica in area di loro responsabilità. La nave è ora in acque maltesi e batte bandiera di Gibilterra. A questo punto il Regno Unito si assuma le sue responsabilità per la salvaguardia dei naufraghi”.

La risposta dei due ministri, per ora, è stata solo social. Nessun atto specifico risulta firmato, nessuna interdizione dei porti e nessun divieto formale di sbarco in Italia. Il messaggio che Toninelli e Salvini hanno mandato è, più o meno, in stile “maltese”, ce ne laviamo le mani. Differente, però, è quanto avviene a livello ministeriale. Fonti militari hanno spiegato al Fatto quotidiano che “la nave Aquarius è monitorata costantemente dalla Guardia costiera e dalla Marina militare, è a metà strada tra Lampedusa e Malta, in attesa di indicazioni su porto sicuro”. D’altra parte difficilmente l’Italia potrà tirarsi indietro. Le norme internazionali sui salvataggi prevedono chiaramente una collaborazione diretta tra tutti gli Stati in questi casi: “Tutte le parti coinvolte – si legge sulla circolare IMO del 22 gennaio 2009 – dovrebbero cooperare per assicurare lo sbarco delle persone salvate”. Lo stesso documento definisce i soggetti coinvolti: oltre allo Stato responsabile della zona Sar (Search and Rescue, ricerca e salvataggio), in questo caso la Libia, la lista include i paesi responsabili delle acque attraversate dalla nave di salvataggio, ovvero Malta e l’Italia, oltre allo stato di bandiera della Aquarius, il Regno Unito. Dunque l’Italia non può tirarsi indietro. Il ministero responsabile, in questo caso, per il coordinamento è il dicastero di Danilo Toninelli, a capo della Guardia costiera, come previsto dalla legge del 1994 sulla gestione delle operazioni di salvataggio.

Il nodo vero – politico, internazionale – rimane la Libia. Come ribadito più volte dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea, la costa di Tripoli non può essere considerata un luogo sicuro per lo sbarco dei migranti. In questo caso la stessa Guardia costiera libica ha fornito alla nave Aquarius l’indicazione di contattare altri centri per ottenere il luogo di sbarco. Ed è quello che è avvenuto: “Domenica scorsa abbiamo chiesto un Place of safety (punto di sbarco sicuro, ndr) a Malta e all’Italia”, si legge sul diario di bordo dell’Aquarius pubblicato online. Da quel momento la nave si è fermata sul confine tra le aree di competenza dei due paesi, in attesa di istruzioni.

La situazione a bordo al momento non sembra critica, almeno per i viveri, con scorte in grado di garantire una settimana di autonomia. Più difficile è il quadro sanitario: “Bisogna fare presto, con noi ci sono anche due donne incinte e due bimbi molto piccoli”, ha detto Nicola Stalla, coordinatore dei soccorsi di Sos Méditerranée. Una eventuale rotta verso altri paesi del Mediterraneo – come è avvenuto a giugno – sarebbe problematica, senza un intervento esterno di supporto. Il viaggio potrebbe durare diversi giorni, con problemi logistici notevoli.

La risposta europea sembra lontana. Un portavoce della Commissione, Tove Ernst, ha fatto sapere ieri che erano stati avviati contatti con “vari Paesi membri” per trovare “una veloce soluzione” allo stallo in corso. Dalla Spagna arrivano segnali negativi al momento. L’assessore per i diritti sociali di Barcellona, Laia Ortiz, ha annunciato l’apertura del porto ai migranti. Lo stop, però, arriva direttamente dal governo centrale, con una dichiarazione attribuita a fonti vicina a Pedro Sanchez: “La Spagna non è il porto più sicuro, perché non è il porto più vicino, secondo quanto stabilito dal diritto internazionale. La decisione finale, che spetta al capo del governo, non è stata ancora presa, ma i segnali arrivati fino a questo momento non sono positivi.

Nessuna risposta è arrivata dalla Francia, salvo la disponibilità offerta dal direttore del porto francese di Sète, Jean-Claude Gayssot, ex ministro del governo Jospin.

Un uomo sensibile ai linciaggi social

Malgrado la sensibilità che è impossibile non riconoscergli, Matteo Salvini degli attacchi sui social degli altri se ne frega. E se ne frega di Raffaele Ariano, l’uomo che aveva denunciato l’annuncio contro “gli zingari” sentito su un convoglio di Trenord. Da giorni, il profilo di Ariano è “omaggiato” da orde di commentatori non proprio cordiali. La madre di Ariano ha scritto addirittura a Sergio Mattarella: “I cinquantamila commenti sul profilo di un privato cittadino non vi sono arrivati spontaneamente, bensì, per quanto ci risulta, sollecitati e guidati direttamente dalla pagina ufficiale Lega -Salvini Premier”. Sul profilo Facebook del Capitano – spiega la donna – è comparso un post che indicava in Raffaele Ariano il responsabile del possibile licenziamento della capotreno, con tanto di fotografia, nome e cognome. Al post “è seguito un vero e proprio linciaggio mediatico da parte di sostenitori della Lega e di gruppi neo-fascisti come CasaPound e Forza Nuova”. L’accusa è spiacevole. Come sono spiacevoli le attenzioni riservate a un uomo che ha semplicemente denunciato un episodio di razzismo. Come ha reagito il ministro dell’Interno alle preoccupazioni della signora? Così: “Non commento le sciocchezze, ho cose più importanti di cui occuparmi che di persone in cerca di pubblicità”. Se ne frega.

Ora i No Tav diffidano dei 5 Stelle di governo

“Non ci sono governi amici”. Parola di Alberto Perino, storico portavoce dei No Tav. In Val di Susa una parte del movimento è ormai delusa dai politici a 5 Stelle, quelli che per molti anni hanno portato nei palazzi la lotta contro la linea Torino-Lione.

La delusione è stata ora esternata da Perino con un messaggio inviato alla mailing list dei comitati No Tav. “Parole che mettono fine a un idillio”, sentenzia il segretario torinese di Rifondazione comunista Ezio Locatelli, rappresentante di una parte politica che – come il M5S – è legatissima al movimento della Val di Susa e contende ai grillini quel bacino di voti: “In Valsusa è rottura tra movimento No Tav e 5Stelle – scriveva – Una rottura che avrà ricadute non di poco conto non solo in Valsusa, ma più in generale nel rapporto con le istanze di lotta e di movimento sparse a livello nazionale”.

“Non ho preso le distanze dai 5 Stelle – ha precisato poi Perino – Mi sono limitato a constatare che avrebbero potuto fare molte cose per mettere in difficoltà il sistema Tav e non l’hanno fatto”. Poi ha aggiunto: “Finora, a parte i proclami, di atti formali non ne hanno fatti. Questo non significa sconfessare o prendere le distanze dai 5 Stelle”. Non è la prima volta che Locatelli punzecchia l’amico di Beppe Grillo: già a febbraio, prima del voto del 4 marzo, attaccava Perino per aver invitato il movimento valsusino al “voto utile” per il M5S e non per Nicoletta Dosio, altro volto noto della militanza e candidata di Potere al Popolo.

Dopo mesi, i No Tav non hanno visto l’utilità di quel voto e per questo adesso le parole di Perino (e di Locatelli) suonano come un allarme per il M5S. Il movimento della Valsusa incalza i pentastellati al governo, soprattutto il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, che sulla Tav Torino-Lione si è dimostrato a volte timido, a volte ambiguo. L’episodio scatenante è la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale dell’ultima delibera con cui il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) ha approvato modifiche ad alcuni cantieri della Torino-Lione. L’episodio ha mostrato come i progetti avviati dai precedenti governi siano in marcia.

Toninelli domenica ha affermato che quelle decisioni del Cipe non sono così rilevanti, ma per i No Tav il fatto è un grave segnale. “I Cinque Stelle continuano a fare sterili proclami invece di fare atti amministrativi – ha scritto Perino – È proprio il non volere disturbate il manovratore (Telt & Lega di Salvini) che fa sì che queste cose non vengono fatte da chi è stato mandato a Roma per bloccare il Tav. In che mani ci siamo messi!”.

Minimizzano la polemica gli eletti M5S in Valsusa, come la consigliera regionale Francesca Frediani, raccordo tra i militanti e i palazzi: “Il movimento si aspettava un atto formale subito, anche perché i Sì Tav sono agguerriti e ogni giorno scatenano la polemica”. Perino “vorrebbe avere tutto e subito, ma in due mesi di governo non possiamo fare miracoli – aggiunge il deputato Luca Carabetta – Ci stiamo lavorando nel rispetto del contratto di governo”. Di fronte a questo scenario c’è chi gioisce: “Voi non potete immaginare quanto stia ridendo – twitta l’ex senatore Pd Stefano Esposito, fortemente Sì Tav -. Anche quel che resta del movimento #notav ha dovuto prendere atto della totale incompetenza del M5s. Caro Perino, hai proprio ragione: in che mani vi siete messi”.

I due no di Gentiloni alle Camere sul dlgs “Salva-Conticini”

La vicenda, spiacevole, è quella che riguarda i tre fratelli Conticini, uno dei quali cognato di Matteo Renzi, a vario titolo finiti in un’indagine per la presunta sottrazione di almeno 6,6 milioni di euro di Unicef e altre organizzazioni benefiche destinati al sostegno dei bambini in Africa. L’inchiesta, che data all’estate 2016, è tornata agli onori delle cronache perché la Procura di Firenze ha scritto a Unicef e alle altre parti lese per invitarle a sporgere querela.

Il motivo di questa comunicazione è in una modifica normativa, in vigore da fine aprile, voluta dal governo Gentiloni che rende, tra gli altri, il reato di appropriazione indebita procedibile solo a querela: è questa, infatti, l’ipotesi d’accusa per Alessandro e Luca Conticini, mentre Andrea – il cognato di Renzi – è sotto inchiesta per riciclaggio per il versamento di una parte dei soldi ad alcune società come la Eventi 6 della famiglia Renzi.

In attesa che Unicef, la Fondazione Pulitzer e gli altri presunti danneggiati decidano se denunciare, è interessante ripercorrere la strada del decreto legislativo (dlgs) che ha reso necessaria la querela per procedere con le indagini: il governo, infatti, si è rifiutato di escludere dalla riforma varata ad aprile proprio il reato di appropriazione indebita, nonostante fosse una delle condizioni (non vincolanti) poste dalla commissione Giustizia del Senato all’unanimità. Non solo: dal testo finale è pure uscita una previsione (si procede d’ufficio se il danno è di “rilevante gravità”) che avrebbe consentito all’inchiesta fiorentina di andare avanti.

Partiamo dall’inizio. Tutto nasce dalla riforma della giustizia del Guardasigilli Andrea Orlando divenuta legge il 23 giugno 2017: in quel testo è anche delegata al governo l’adozione di una serie di dlgs su varie materie, una delle quali è appunto “prevedere la procedibilità a querela” (e dunque non più d’ufficio) per alcune tipologie di reati. Il relativo decreto attuativo arrivò in Parlamento il 10 novembre per il parere delle commissioni Giustizia: alla Camera il dibattito fu rapido e, a stare ai resoconti, l’unica perplessità fu sollevata dal grillino Vittorio Ferraresi a proposito del reato di truffa aggravata. Tutt’altra musica in Senato: un altro 5 Stelle, Massimo Buccarella, estese le sue critiche proprio al reato di appropriazione indebita; d’accordo con lui si dichiararono Giacomo Caliendo (Forza Italia) e l’attuale ministra Erika Stefani (Lega). Il relatore Felice Casson (Mdp) promise una “più approfondita analisi” sul punto e, nella seduta successiva, accolse “la richiesta di prevedere, tra le condizioni per il parere positivo, la soppressione dell’art. 13 dello schema di dlgs” (quello appunto sull’appropriazione indebita). Anche il capogruppo Pd in commissione, Giuseppe Lumia, si disse d’accordo. E così fu: il Senato chiese al governo di far restare l’appropriazione indebita procedibile d’ufficio.

Palazzo Chigi, però, accettò solo parzialmente le richieste delle commissioni e rimandò in Parlamento un nuovo testo il 20 febbraio: è appena il caso di ricordare che le Camere in quel momento erano sciolte e i partiti impegnati in campagna elettorale. Non a caso Montecitorio non ha mai analizzato il nuovo testo; al Senato, invece, sono stati più ligi e la commissione Giustizia s’è riunita in via straordinaria il 7 marzo, tre giorni dopo il sisma elettorale. In quella occasione si è scoperto che l’esecutivo sull’appropriazione indebita aveva fatto di testa sua: “Non solo la scelta normativa risulta conforme ai criteri di delega, ma tiene altresì conto che in tali fattispecie assumono chiaramente rilievo interessi e relazioni di carattere strettamente personale per le quali la perseguibilità non può che essere rimessa a una iniziativa del soggetto privato”, è la spiegazione a verbale.

C’è, però, anche un’altra scelta di Gentiloni e soci che ha contribuito a bloccare l’inchiesta fiorentina sui Conticini. Nella delega al governo, infatti, si prevedeva che i reati contro il patrimonio fossero comunque perseguibili d’ufficio laddove “il danno sia di rilevante gravità”. Peccato che questa “clausola”, rimasta per i reati di truffa e frode informatica, sia assente proprio per l’appropriazione indebita: “Ovviamente non sapevamo dell’inchiesta, ma ritenevamo fosse giusto escludere l’appropriazione indebita e comunque mantenere il presidio della gravità del danno. Mi dispiace che il governo non abbia accettato i nostri rilievi”, spiega oggi al Fatto l’ex senatore dem Lumia.

L’ultimo tentativo, in commissione il 7 marzo, lo fece il grillino Michele Giarrusso: “È inopportuno che una maggioranza sconfessata dal corpo elettorale porti avanti provvedimenti così delicati. Il governo si fermi”. Niente da fare: l’esecutivo Gentiloni deliberò le nuove norme il 21 marzo, il 26 aprile il testo arrivò in Gazzetta Ufficiale. La palla ora è in mano a Unicef & C: i Conticini si augurano che decidano di non giocarla.

Pensioni, Di Maio litiga con Repubblica: “Scrivono falsità”

Luigi Di Maio litiga con Repubblica sulle pensioni d’oro. Il vicepremier accusa il quotidiano di Mario Calabresi di aver scritto un articolo “pieno di falsità” sull’ipotesi di ricalcolo delle pensioni oltre i 4mila euro avanzata dal leader dei 5 Stelle. “C’è qualche giornalista che ha paura di perdere la sua pensione d’oro? – chiede retoricamente Di Maio prima di entrare nel merito – L’Inps sta ricostruendo la storia contributiva di tutti coloro che hanno una pensione superiore a 4.000 euro: quelli che prendono più di quanto hanno versato, una volta individuati, avranno un taglio pari a quello che prendono in più. Prenderanno quello che hanno versato. Come tutti”. Immediata la replica del quotidiano: “Come spesso accade, il vicepremier non sa di cosa parla. Il progetto di legge dei deputati D’Uva e Molinari, depositato alla Camera con tanto di simbolo del M5S, non calcola la differenza tra contributi versati e contributi ricevuti, ma si limita a ricalcolare l’età della pensione di vecchiaia secondo una tabella calcolata sulle speranze di vita attuali”. Quello citato da Repubblica è però il testo d’iniziativa parlamentare dei due deputati M5S, non necessariamente quello da cui partirà la riforma di Di Maio.