La solita estate di Silvio tra starlette e affari

Nell’estate in cui tutt’intorno vuol essere cambiamento, il buen retiro di Silvio Berlusconi somiglia più a un rifugio tra le vecchie abitudini. Nella sua Villa Certosa, in Costa Smeralda, sfilano ancora imprenditori, starlette, miss, amici e amiche che lo chiamano “Zio” e allentano le preoccupazioni del Cavaliere.

Affari e relax, più che politica. Se riprendere le briglie del centrodestra sembra infatti un miraggio, il massimo che si può fare è pensare alle aziende. Impallinando Marcello Foa alla presidenza Rai, per esempio, nel tentativo di evitare rischi per la raccolta pubblicitaria di Mediaset, oppure incontrando a pranzo Martin Bouygues, magnate francese delle telecomunicazioni, che pare il profilo ideale per proiettare il pericolante business di Mediaset nel futuro.

L’incontro è stato rivelato, con una foto su Instagram, da Flavio Briatore: “La politica mi annoia, abbiamo parlato di affari, di investimenti internazionali”, si lascia scappareMr Billionaire. “Silvio? L’ho trovato in formissima, un atleta”, giura il manager, che nel racconto si fa umile: “Da Berlusconi c’è soltanto da imparare”.

La lunga estate calda di Silvio, a parte per i controlli medici che lo hanno costretto a quattro giorni di visite all’ospedale San Raffaele, trascorre qui, nei 4.500 metri quadri che ospitano la villa di 126 stanze ed un parco di 120 ettari. Lontani i tempi delle feste con Tony Blair, Josè Luis Zapatero e Mirek Topolánek – il premier ceco che nel 2009 venne fotografato nudo nel giardino nella villa – gli unici politici che passano da queste parti sono quelli di Forza Italia (con tanto di ritorno della ex “badante” Maria Rosaria Rossi).

Qualche giorno fa è arrivato anche Mariano Apicella, il cantante napoletano già compagno di mille duetti al sole della Sardegna. Chissà se si sarà ingelosito, Apicella, quando ha saputo del party che Silvio aveva organizzato in villa in onore del produttore musicale Quincy Jones. Pare che, con l’ospite d’eccezione, Berlusconi abbia sfoderato l’artiglieria pesante: giro tra i cactus e gli orti della villa e visita al finto vulcano, alla collezione di farfalle e alla balena in pietra che spruzza acqua. Per finire, neanche a dirlo, con un duetto musicale in francese.

A dettare l’agenda degli inviti, poi, contribuisce la compagna Francesca Pascale. A giugno era arrivata Loredana Lecciso, come da scoop fotografico a bordo piscina. Qualche settimana fa, invece, Silvio ha ospitato Francesca Cipriani e Elena Morali, fresche compagne d’avventura all’Isola dei famosi e amiche della fidanzata di Berlusconi. A loro Silvio ha messo a disposizione yacht e volo privato verso la Sardegna, condiviso con i fedelissimi Dudù e Dudina.

Per il resto, una crociera di tre giorni alle Baleari per il compleanno della Pascale e qualche serata al Country Club di Porto Rotondo, dove qualche sera fa Berlusconi è finito immortalato in decine di selfie di ragazzi e ragazze che continuavano a chiamarlo “zio”, come d’ uso nella natia Milano. D’altra parte “papy” non ha portato fortuna: meglio cambiare parentela.

Il tesoretto di 1,2 miliardi dal mini-condono del Pd

C’è un tesoretto da 1,2 miliardi di euro dalla rottamazione delle cartelle di Equitalia da spendere nella prossima legge di Stabilità, ma i troppi annunci sul condono d’autunno, la “pace fiscale”, rischiano di farlo sparire. Il decreto 193 dell’ottobre 2016 ha stabilito i criteri per chiedere al fisco di saldare soltanto i debiti iscritti a ruolo contenuti negli avvisi e nelle cartelle di pagamento senza dover pagare anche sanzioni e interessi di mora.

Il 31 luglio si è chiusa la finestra per pagare la quarta rata (su un massimo di cinque) previste dal decreto: l’incasso è stato di 1 miliardo di euro che si somma a quello di 6,5 miliardi delle tre rate precedenti. Resta ancora la rata di settembre: le stime del ministero del Tesoro sono di altri 900 milioni, quindi il totale dovrebbe essere intorno agli 8,4 miliardi, circa 1,2 miliardi in più di quanto previsto. L’extragettitto potrà quindi essere speso per finanziare la lunga lista di impegni che Lega e M5S hanno preso per l’autunno, a cominciare dall’ evitare l’aumento dell’Iva nel 2019 (12,5 miliardi).

Quella prima rottamazione copriva le cartelle degli anni 2000-2016 compresi e ha riguardato 1,5 milioni di contribuenti, un 20 per cento ha pagato tutto subito mentre il 70 ha scelto le cinque rate. Il governo Gentiloni ha poi lanciato una seconda rottamazione (decreto 148 del 2017) che copriva di nuovo gli anni 2000-2016 e i primi nove mesi del 2017. Il pagamento per gli anni 2000-2016 è stabilito in tre rate, ma le prime due devono coprire l’80 per cento del debito col Fisco, la seconda il 30 novembre 2018 (gettito atteso: 800 milioni). Per rottamare i debiti fiscali del 2017, invece, si possono usare cinque rate. Di queste l’Agenzia delle Entrate ha già visto gli incassi della prima, quella di luglio: 400 milioni di euro, in linea con le previsioni del ministero del Tesoro che si aspetta 1,2 miliardi complessivi.

Il meccanismo sembra aver dato i risultati sperati da Ernesto Maria Ruffini, il presidente dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione indicato ai tempi del governo Renzi e che ora l’esecutivo Conte ha deciso di sostituire con un generale della Guardia di finanza, Antonino Maggiore. Ruffini ha usato la rottamazione per spingere il fisco verso il digitale, con solleciti ai pagamenti via sms e possibilità di saldare le pendenze on line (il 58 per cento della prima rottamazione è passato dal nuovo sito e così il 63 della seconda).

L’operazione però non è chiusa, manca ancora una rata della prima rottamazione e le più consistenti della seconda: chi ha avuto accesso alla procedura agevolata e non salda tutto torna nel calderone del normale contenzioso. E potrebbero essere in molti a farlo ora che si moltiplicano le indiscrezioni sulla pace fiscale che dovrebbe avere la forma di un collegato alla legge di Stabilità, per farla procedere più spedita. La pace fiscale dovrebbe comunque partire dopo il 28 febbraio 2019, quando sarà chiusa anche l’ultima finestra della rottamazione bis. Ma il gettito atteso dal condono gialloverde – 3,5 miliardi – rischia di essere parecchio ottimistico se l’annuncio del provvedimento spingerà molti contribuenti morosi ad uscire dal binario delle due rottamazioni precedenti in attesa di condizioni più favorevoli.

Salerno – Reggio Calabria: perché è ancora incompiuta

Alla vigilia di giornate di fuoco per la Salerno-Reggio Calabria, all’Anas (l’Ente nazionale per le strade) incrociano le dita sperando funzioni il gioco d’anticipo che hanno adottato. Per evitare l’ennesima figuraccia causata da ingorghi e code, hanno chiuso dal 13 luglio gli otto cantieri più grossi e gli altri trenta meno invadenti e mobili, distribuiti lungo i 59 chilometri di tratto mai finiti dell’autostrada. Poi, microfoni alla mano, hanno sguinzagliato i giornalisti dipendenti con il compito improbo di raccogliere dagli automobilisti gradimenti che però quasi mai arrivano.

Sarebbe sorprendente succedesse il contrario, del resto: dopo 7 miliardi e mezzo di euro spesi, i 432 chilometri che, attraverso sei province, collegano la Campania all’estremo sud della Calabria, rimangono una lunghissima opera incompiuta e per tratti estesi pericolosa, con corsie a organetto che si allargano e si restringono costringendo gli automobilisti a uno stress continuo. A settembre i cantieri ora sospesi per previdenza e furbizia, saranno riaperti e i disagi per gli automobilisti aumenteranno al cubo. Con un’unica differenza: non interessando più il sacro mese degli esodi ed essendo confinati nell’estremo Sud, difficilmente faranno notizia sui giornali nazionali e nei tg. Avendo rinunciato da tempo al progetto ambizioso di terminare sul serio la Salerno-Reggio, all’Anas hanno ripiegato sulla propaganda e la comunicazione. Per far credere a tutti che quell’autostrada era nuova il 13 giugno di un anno fa gli hanno cambiato nome addirittura con un decreto governativo: non più A3, che tanta cattiva stampa si portava dietro, ma A2-Autostrada del Mediterraneo.

In quell’occasione i capi dell’azienda delle strade decisero pure che la Salerno-Reggio sarebbe diventata “il circuito delle opportunità per la valorizzazione del territorio”. Lungo il tragitto sono stati piazzati una miriade di cartelli con indicazioni invitanti: via di Bacco, via della Storia, via dell’Archeologia, via dello Sport, via del Mare, via del Mito. Solo che, come ha scritto qualche giorno fa in una nota l’assessore all’Urbanistica della Regione Calabria, Franco Rossi, quei cartelli non hanno “alcun rapporto con il territorio e la sua storia e arrecano un grave danno alle iniziative in corso”. L’assessore ha spiegato: ai cartelli “non segue alcuna specificazione all’uscita dal percorso autostradale”, per cui si crea “una prospettiva di attesa generica a cui non corrisponde nulla. Un grave danno per il turismo, che si troverà disorientato e confuso”.

Per la Salerno-Reggio è stato pure organizzato un governativo e grottesco taglio del nastro il 22 dicembre 2016, 54 anni dopo la posa della prima pietra. Fu annunciata la fine dei lavori e, anche se non era vero, giornali e tg ci credettero o fecero finta di crederci. Solo Il Fatto Quotidiano scrisse che era una sòla, termine romanesco che la Treccani traduce con “raggiro, imbroglio, truffa”. Fu il capo del governo, Matteo Renzi, “l’uomo del fare” a organizzare il teatrino dell’inaugurazione farlocca.

Con la sua incredibile e decennale storia di inconcludenti ruberie la Salerno-Reggio si prestava magnificamente alla bisogna propagandistica. Non fu Renzi, però, a celebrare la messa cantata: travolto dal referendum del 4 dicembre dovette passare il testimone ai successori che senza il minimo scrupolo confermarono l’evento. Dall’Anas nessuno ebbe il coraggio di fermarli. Fu organizzata con il renzianissimo ministro dei Trasporti Graziano Delrio una cerimonia opulenta con decine di giornalisti al seguito per mostrare in diretta a tutta l’Italia il compimento del miracolo.

Il prodigio stava tutto in un modesto gioco di prestigio e di parole: per finire la Salerno-Reggio mancavano 59 chilometri, più di un decimo del totale e governo e Anas decisero di non farli più cancellando i lavori da ultimare e avviando un “piano di manutenzione” dell’esistente. Descritto così dall’Anas: adeguamento delle barriere di sicurezza (i guardrail), installazione di barriere fonoassorbenti o fonorepellenti, rinnovo della pavimentazione, installazione di centraline meteorologiche e apparecchiature per la connettività wireless, pannelli a messaggio variabile e telecamere di videosorveglianza, illuminazione in corrispondenza degli svincoli, restauro di elementi ammalorati su ponti e viadotti e posa di reti di protezione, installazione di luci a led nelle gallerie.

In pratica, a parte queste rilucidature, i 59 chilometri nei tratti di Morano, Firmo, Cosenza, Altilia, Pizzo, Vibo Valentia che erano da rifare di sana pianta sono rimasti a doppia corsia, senza la terza di emergenza: un’autostrada per modo di dire, visto che in nessun posto d’Europa la si potrebbe definire tale e men che meno ambire a un pedaggio. Il predecessore di Gianni Armani alla guida dell’Anas, Pietro Ciucci, voleva concludere la Salerno-Reggio Calabria a tutti i costi perché sognava poi di poter riscuotere il pedaggio al casello. Armani ha invece capito che era meglio lasciar perdere. Anche perché per il “piano di manutenzione” è previsto che lo Stato spenda 1,6 miliardo di euro, mentre per finire la Salerno-Reggio secondo i programmi di Ciucci ce ne sarebbero voluti altri quattro. Alla fine lo Stato ha risparmiato 2,6 miliardi, l’autostrada non è finita, ma forse è andata bene così.

Firenze, annullate sanzioni della Consob contro Etruria

Le indagini Consob sulle irregolarità in Banca Etruria sono partite troppo in ritardo. Le sanzioni inviate ai vertici dell’istituto di credito vanno quindi annullate. Arriva di nuovo la mannaia dei giudici contro l’operato della vigilanza su Etruria. La Corte d’Appello di Firenze sostiene che la Consob avesse chiara la crisi dell’istituto aretino (salvato dal governo Renzi a novembre 2015) già da inizio 2014. Le multe, però, sono arrivate solo nel 2016. La sentenza cancella quelle contro il presidente del collegio sindacale Massimo Tezzon, i sindaci Paolo Cerini, Gianfranco Neri, Carlo Polci, Franco Arrigucci e Giovanna Magnanensi, e i consiglieri Luigi Nannipieri, Andrea Orlandi e Claudio Salini. A luglio 2017, la Consob li condannava a pagare dai 25 mila ai 40 mila euro per non aver riportato nei prospetti dei bond, anche subordinati, gli appunti mossi da Bankitalia il 24 luglio 2012 e il 3 dicembre 2013 sulla “situazione aziendale” e i “rilievi e osservazioni” dell’ispezione comunicati a dicembre 2013, impedendo agli investitori di avere un quadro reale della situazione della banca. È possibile che l’annullamento travolga tutte le multe disposte dalla Consob, quindi anche quelle ai danni del padre dell’ex ministra Maria Elena Boschi.

La Corte ricorda che Bankitalia già a fine 2013 aveva comunicato alla Consob gli esiti ispettivi con un quadro completo della crisi dell’istituto aretino, per cui serviva una fusione con una banca più solida pena il commissariamento. Da Via Nazionale avevano comunicato “di aver raggiunto la convinzione che Banca Etruria non fosse più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento, di più Banca d’Italia non poteva dire a Consob”, scrivono i giudici. Già nella primavera del 2014, di conseguenza, sarebbero dovuti partire i procedimenti sanzionatori, scattati invece solo a metà 2016. L’associazione Vittime del salvabanche presenterà un’azione risarcitoria contro Consob e la società di revisione di Etruria”.

I timori sul deficit oltre il 3% e per le scelte più estreme

Se prosegue così il 2011 sarà ricordato come un pic nic”. Si sentono diagnosi come queste a chiedere lumi a chi passa i giorni di ferragosto attaccato ai terminali Bloomberg a monitorare l’andamento del debito pubblico italiano. Lo spread, la differenza di rendimento tra i titoli di Stato italiani a 10 anni e quelli tedeschi, è ormai stabile intorno ai 280 punti, sempre più vicino a quella quota 300 che a fine maggio – nei giorni di incertezza sul governo Conte – scatenò il panico nei corridoi delle istituzioni.

La Turchia è stata l’innesco: scossoni in tutti i mercati europei con quello italiano che soffre più degli altri. E la frenata dell’economia mondiale, aggravata dalla guerra commerciale degli Stati Uniti contro Cina e Ue, sarebbe già un segnale di preoccupazione sufficiente: la crescita attesa per l’Italia nel 2018 sarà, se va bene, l’1,1-1,2 per cento invece dell’1,5 atteso. Ma il problema vero è la politica.

Sui mercati tutti considerano il negoziato sulla legge di Bilancio che è cominciato come il momento della verità. Finalmente sarà chiaro se e quanto l’esecutivo gialloverde è diverso da quelli “tradizionali”. C’è una questione di numeri, intanto: il governo Conte non ha fatto la manovra da 10 miliardi che l’Ue riteneva necessaria per rispettare gli obiettivi di riduzione del debito (mancati dai governi Renzi-Gentiloni), non ha mai detto dove pensa di trovare i 12,5 miliardi per evitare l’aumento dell’Iva da gennaio 2019 e poi ci sono almeno altri 2-3 miliardi per spese indifferibili che andranno comunque spesi. E se lo spread non scende, la spesa per interessi sarà superiore al 3,5 per cento del Pil previsto. Secondo i calcoli dell’Ufficio parlamentare di bilancio, ogni aumento dell’uno per cento sulla curva dei rendimenti del debito costa allo Stato circa 4 miliardi di spesa per interessi in più. Il timore di molti osservatori è che il rapporto tra deficit (nominale) e Pil nel 2019 sarà lontanissimo da quel troppo ottimistico 0,9 per cento lasciato in eredità dal governo Gentiloni, che non considerava la questione Iva. Si potrebbe arrivare addirittura vicini al fatidico 3 per cento. Anche senza superarlo, sarebbe un chiaro segnale che non c’è alcuna volontà di rispettare i vincoli di bilancio introdotti dopo il 2011 che impongono, oltre al contenimento del deficit nominale, la riduzione di quello strutturale (corretto per gli effetti del ciclo economico) e del debito.

Ma la vera incognita che turba gli investitori in queste ore è tutta politica. Le parole rassicuranti del ministro del Tesoro Giovanni Tria e del presidente del Consiglio Giuseppe Conte (“faremo una manovra coraggiosa e rigorosa”) sono state oscurate da quelle del sottosegretario a palazzo Chigi, il potente Giancarlo Giorgetti, in questi anni uno dei principali interlocutori dei fondi di investimento stranieri. In un’intervista al direttore di Libero Pietro Senaldi ha detto: “L’attacco io me lo aspetto, i mercati sono popolati da affamati fondi speculativi che scelgono le loro prede e agiscono, abbiamo visto cos’è accaduto a fine agosto nel ‘92 e sette anni fa con Berlusconi”. Parole difficili da decodificare per gli osservatori internazionali: Giorgetti sta dando messaggi alla sua maggioranza, consigliando prudenza per evitare il panico tra gli investitori? O si è allineato al partito degli estremisti che vogliono sfidare i mercati per andare allo scontro finale con l’Unione europea e presentare l’uscita dall’euro come un esito inevitabile? O forse ha soltanto fatto un errore di comunicazione? “Non c’è una risposta chiara a queste domande”, conclude la sua nota ai clienti della sua Lc-Macro Lorenzo Codogno, già capo economista al Tesoro. Con le sue parole Giorgetti pare legittimare le posizioni più drastiche nella maggioranza, magari laterali al dibattito politico ma osservate con grande attenzione dagli investitori. Claudio Borghi, deputato della Lega e presidente della commissione Bilancio alla Camera, per esempio, ieri, dopo l’intervista di Giorgetti, ha twittato: “Io sono sereno come l’arcobaleno… ormai credo che il meccanismo sia innescato. O arriverà la garanzia Bce o si smantellerà tutto… Non vedo terze vie”.

Il vicepremier M5S, Luigi Di Maio, parla al Corriere della Sera ed è altrettanto sibillino che Giorgetti: “Io non vedo il rischio concreto che questo governo sia attaccato, è più una speranza delle opposizioni. E se qualcuno vuole usare i mercati contro il governo, sappia che non siamo ricattabili”.

Di sicuro c’è soltanto che il fondo inglese Breven Howard è di nuovo il più schierato con posizioni ribassiste, cioè con scommesse sulla fuga dal debito italiano. Come a maggio, quando si è trovato pronto ad approfittare del panico seguito alla fuga di notizie sulla bozza di contratto Lega-M5S che prevedeva l’ipotesi dell’uscita dall’euro. In questi mesi Breven Howard ha continuato a indagare sul punto, facendo passare dai suoi convegni esponenti no-euro ed esperti di area M5S come il dirigente Consob Marcello Minenna. E dopo queste analisi il fondo di Alan Howard si è convinto che vale la pena scommettere sulla tempesta in arrivo per l’autunno. Altri operatori che hanno invidiato i suoi guadagni nel caos di maggio lo stanno imitando.

Lo schianto inevitabile di un’economia drogata

La virulenta crisi in Turchia è assimilabile ad un infarto. Come il cuore pompa sangue nelle varie parti del corpo umano, il sistema finanziario pompa liquidità nell’economia ossigenandone il tessuto produttivo. Al cuore sono fatali la pigrizia, l’alimentazione bulimica e le abitudini esecrate dai cardiologi che causano l’accumulo di colesterolo.

Per il sistema finanziario l’equivalente del colesterolo è il rischio che si diffonde progressivamente senza premonizione, senza segni esteriori, ma inesorabilmente. Ma mentre il colesterolo è misurabile attraverso un esame del sangue, per il rischio finanziario non esistono test inequivocabili, per cui le autorità politiche e di mercato hanno buon gioco a minimizzarne l’intensità. Persino l’ex capo della Federal Reserve americana Alan Greenspan – con la reputazione di miglior banchiere centrale della storia – non si accorse che il sistema finanziario americano (e quindi quello internazionale) era un rottame sfatto che si atteggiava a centometrista.

In Turchia il dramma segue una sceneggiatura già vista in centinaia di casi. Rischio e leva finanziaria nei Paesi emergenti si accumulano in un abbraccio perverso tra settore pubblico e settore privato. Gli economisti parlano di twin deficit quando al deficit pubblico si aggiunge quello della bilancia dei pagamenti. Nel tonfo della Turchia stavolta è stato preponderante il ruolo del settore privato. Ma l’essenza non cambia. Alla fine il conto arriva sempre agli stessi, cioè ai cittadini. Lo Stato non genera risorse bensì le assorbe dal settore privato. Quindi mentre gli analfabeti economici si illudono che paghi un ipotetico Pantalone (magari domiciliato su Marte) in realtà pagano Pulcinella, Arlecchino, Colombina e Meo Patacca.

Cosa è successo esattamente sulle sponde del Bosforo? Un decennio di tassi di interesse rasoterra sui prestiti in dollari (contestuale ad un cambio deprezzato del biglietto verde), ha spinto cospicui flussi di capitale verso i Paesi emergenti. Banche commerciali e imprese private turche si sono indebitate in dollari verso creditori incauti (incluse banche e risparmiatori italiani), felici di strappare qualche punto di interesse in più sui titoli obbligazionari. In questo modo l’economia reale è stata drogata dalla massa di capitali stranieri. Infatti il Pil si è impennato in questo decennio a ritmi medi annui intorno al 7 per cento. Ma l’economia è rimasta esposta al duplice rischio (sempre più intenso) di un apprezzamento del dollaro e di un aumento dei tassi di interesse.

Il debito estero è aumentato e il settore privato ha raggiunto un’esposizione lorda di 337 miliardi di dollari (netta di 217 miliardi). Le banche hanno debiti stimati in 100 miliardi di dollari con scadenze a un anno e la bilancia dei pagamenti ha un deficit poco inferiore al 6 per cento del Pil. Solo per continuare a pagare le importazioni occorrono 50 miliardi di dollari. Le riserve in valute convertibili della banca centrale ammontavano a inizio luglio a 74 miliardi di dollari a cui si aggiungono 22 miliardi di riserve auree. L’inflazione, oltre il 20% per i beni di maggior consumo, è fuori controllo.

Oltre alla fragilità finanziaria la droga del credito spensierato ha allontanato dalle labbra del presidente Erdogan l’amaro calice politico delle riforme strutturali, quelle che colpiscono le rendite, fluidificano i mercati e rendono il sistema economico davvero competitivo. Però riducono le corruttele, sottraggono fette di influenze al governo e spezzano interessi corporativi. Pertanto i ras dei ricatti incrociati le osteggiano. Erdogan, ora batte sulla grancassa nazionalista farneticando di complotti esterni perché la crisi è precipitata da quando Trump ha annunciato sanzioni contro due ministri per ottenere il rilascio di un predicatore americano. Ma gli effetti pratici delle sanzioni sono risibili. Al più hanno calamitato l’attenzione su una situazione insostenibile.

Le autorità di Borsa turche e le procure minacciano provvedimenti draconiani contro speculatori e profili social, quando la situazione ha superato il punto di non ritorno. In una settimana la lira ha perso il 25 per cento rispetto al dollaro, la Borsa è una nave senza timone, i titoli di Stato sono collassati. I provvedimenti emergenziali della banca centrale hanno tamponato la falla, ma servono troppi soldi, troppo in fretta. O arriva un aiuto da qualche paese tipo la Cina o la Russia (che però non godono di ottime condizioni) o arriva il Fondo Monetario Internazionale a negoziare le condizioni per attenuare una recessione come in Turchia non si registrava da oltre 20 anni.

Per finire è d’obbligo a chi continua a sostenere che una svalutazione produca ricchezza e benessere diffuso grazie all’aumento delle esportazioni. Il presidente Usa Donald Trump, idolo dei populo-sovranisti, dopo il tonfo della lira turca, per azzerare l’indebito vantaggio competitivo ha imposto pesanti dazi su acciaio e alluminio. Insomma, parafrasando il fidanzatino attempato di una starlet televisiva, ognuno fa il sovranista a casa sua. Ma di sicuro non ti aiuta a casa tua.

Turchia ancora in tempesta. L’Ue: “Impatto sulle banche”

La crisi turca non accenna a placarsi. La valuta ieri sera perdeva il 7% contro l’euro e l’ 8% contro il dollaro. Una discesa che ha trascinato la Borsa di Ankara: – 5,30%. Questo nonostante la Banca centrale turca abbia garantito “tutte le misure” per assicurare la stabilità finanziaria e per fornire alle banche “tutta la liquidità necessaria”. Frasi che ricordano il “whatever it takes” di Mario Draghi nell’estate 2012, con la differenza che la Banca centrale di Ankara non ha la potenza di fuoco della Bce, che da allora ha impiegato 3 mila miliardi per fornire liquidità al sistema.

I ribassi non stanno risparmiando quasi nessun piazza finanziaria, a partire dai listini asiatici, emergenti in primis, che ieri hanno chiuso ancora in forte calo. Il ribasso nelle Borse Europee è stato più moderato: Londra ha perso lo 0,32% e Francoforte lo 0,53%, Parigi praticamente invariata, mentre Milano ha perso lo 0,58%. Ad essere più penalizzate in Piazza Affari sono state di nuovo le banche: Banco Bpm la peggiore (-3,01%), seguita da Ubi Banca (-2,89) e Unicredit (-2,58%) su cui pesano i timori della forte esposizione in attività turche. JP Morgan ieri ha tagliato le stime sugli utili delle banche europee esposte sulla Turchia; secondo gli analisti nella banca d’affari, l’apporto delle controllate turche al Cet1, cioè al capitale, di Unicredit è del 6% circa.

Lo spread dei Btp nei confronti del Bund rimane attorno a 280 punti base. Il problema è che l’Italia in Europa è l’anello debole della catena. Sia a causa del sistema bancario, che non ha del tutto risolto i suoi i problemi di crediti deteriorati e di capitale scarso, ma anche perchè pesa l’incognita sul deficit e la politica di bilancio del nuovo governo (articolo nella pagina a fianco). A rendere il quadro fosco ha contribuito ieri anche la Commissione europea: “Siamo consapevoli del potenziale impatto sulle banche europee dell’evoluzione della lira turca”, ha dichiarato un portavoce.

Come evolveranno le cose nei prossimi giorni è poco prevedibile. Certo è che gli investitori hanno il dito pronto sul pulsante “sell”.

Naja, perché no?

Come gli orologi fermi che segnano due volte al giorno l’ora esatta, Salvini ne ha detta una giusta. Almeno secondo me. È stato quando ha proposto di ripristinare il servizio militare obbligatorio, abolito 20 anni fa da destra e sinistra. Parlo per esperienza che è, per forza di cose, la mia: a me la naja è servita parecchio, anche se l’ho capito solo dopo. Durante, mi parve una gigantesca perdita di tempo e di opportunità, specie quand’ero costretto a montare la guardia notturna a palazzi e armerie vuoti. Dopo però mi ritrovai spesso a pensare che quei 13 mesi fuori di casa, per un bamboccione che – salvo rari periodi estivi – aveva sempre vissuto in famiglia, erano stati utili. La naja è, per i vivi, come ’a livella di Totò per i morti: impone un’eguaglianza sociale destinata a rimanere un unicum. Ricchi e poveri, studenti e lavoratori e disoccupati, settentrionali e meridionali, bianchi e neri e gialli vivono nella stessa caserma, svolgono le stesse mansioni, dormono nella stessa branda, sottostanno agli stessi ordini, mangiano lo stesso rancio, si lavano sotto la stessa doccia (gelida), indossano la stessa divisa. Sì, lo so, c’erano anche le raccomandazioni e il nonnismo. Ma la mia esperienza, nonostante tutto, fu positiva. Imparai a liberarmi dal bamboccionismo, a convivere con persone che mai la vita mi avrebbe fatto incontrare, a obbedire a ordini assurdi in nome di interessi superiori incomprensibili, a riconoscere un’autorità superiore, a compiere sacrifici tanto gratuiti sul momento quanto proficui negli anni successivi, a scambiare parole, aiuti ed esperienze con ragazzi molto diversi da me.

Mi sentivo parte di una comunità infinitamente più vasta del mio piccolo mondo: vogliamo chiamarla patria, cittadinanza, popolo, nazione? Ecco. Ora non so se quell’anno dedicato agli altri sia ripetibile: pare anzi che sia incompatibile col “nuovo modello di difesa”. So però che aiuterebbe molti ragazzi a uscire da se stessi e da quei maledetti iPhone per guardare oltre il proprio naso. E mi dispiace che i miei figli ne siano esentati. Un ritorno della naja (e del servizio civile per gli allergici alle armi) ci darebbe una società un po’ meno egoista e individualista. Così l’avevano pensata i Padri Costituenti. E così la intendeva Calamandrei nel famoso discorso del 1955 sulla Costituzione: “Quando all’articolo 52 io leggo ‘L’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica’, l’esercito di popolo… questo è Garibaldi!”. Infatti l’esercito di popolo, e non di mercenari, era una battaglia di sinistra. Che ora lo sia della destra più becera, la dice lunga su come ci siamo ridotti.

Cristiano Ronaldo debutta e segna: in gol dopo 7’ a Villar Perosa

Ci ha impiegato sette minuti Cristiano Ronaldo a trovare il suo primo gol con la maglia della Juventus. Il contesto era ancora amichevole – la tradizionale sgambata Juventus A contro Juventus B a Villar Perosa – ma il portoghese ha comunque esaltato i quasi 10mila tifosi presenti, anche se non tutti sono riusciti a trovare posto allo stadio. Per Ronaldo 45 minuti in campo coi nuovi compagni, coronati dalla rete realizzata a inizio partita con un destro potente dopo un assist di Bernardeschi. Al settantaduesimo, sul 5 a 0 per la Juventus A – oltre a Cr7, in gol due volte Dybala e una Marchisio, con anche un autogol del giovane Capellini – la partita è stata sospesa per l’invasione di campo pacifica dei tifosi, a caccia di foto, autografi e magliette da parte dei giocatori. In attesa di fare sul serio, tra cinque giorni, contro il Chievo Verona.

Trentin vola sotto la pioggia: è oro agli europei di ciclismo

Medaglia d’oro in volata e sotto la pioggia. Matteo Trentin ha vinto così la prova su strada agli Europei di ciclismo di Glasgow, al termine dei 230,4 chilometri previsti dal percorso. Trentin ha preceduto al traguardo l’olandese Mathieu Van der Poel e il belga Wout Van Aert, rispettivamente medaglia d’argento e di bronzo. Decisivo nella vittoria il contributo di Davide Cimolai, finito quinto, che ha lanciato il compagno. Si è invece ritirato lo slovacco Peter Sagan, campione del mondo in carica. “É un qualcosa di incredibile, dopo quello che ho passato nella prima parte della stagione; – ha detto Trentin a fine gara – la pioggia non ci ha aiutati, in questa situazione dovevamo correre meno rischi possibile, alla fine la nostra tattica si è rivelata vincente”.