La via Crucis di Paola: figlia, madre, puttana e assassina

Paola la chiamano tutti Palma. Tutto il lordume della vita – ultima tra gli ultimi – lei se lo porta addosso. Il traffico di droga, il mercato di ragazze nigeriane intorno ai gommoni in fiamme e se stessa per come si racconta nel suo certificato penale: è un’assassina. E nella cartella clinica, poi, raccoglie epatite delta e Aids. Paola che tutti chiamano Palma è una donna in carne, vene, voce e sguardo. Eccola: “Ora tutti a meravigliarsi di Castel Volturno, a parlare, ma nessuno veniva dove stavo io”. Angelo della dannazione – malata e omicida – Palma non si piega davanti alla legge della vita. Rispetto alla Paola che fu è diventata ancora peggio e così si presenta a chi osa cercarle gli occhi: “Ero la puttana dei neri; spacciavo e avrei anche ucciso; sempre per lavoro”.

Quando incontra Sergio Nazzaro, scrittore, collaboratore di Fanpage – autore di reportage d’inchiesta sulla criminalità organizzata, in particolare sulla mafia africana – Palma non ha che un racconto da offrirgli. Ed ecco, quindi, Palma di Dio.

Al sud dell’anima – nel Sud del sud dei Santi, come da canone imposto da Carmelo Bene – ben poco può l’immaginazione. Tra strade scassate e siringhe, c’è un incredibile resoconto di normalità infernale. Paola che tutti chiamano Palma ha organizzato giri di prostituzione per la camorra, ha lavorato per la mafia africana, ha ucciso e – adesso, nell’incontro con Nazzaro – sopravvive. Donna ai margini, reagisce botta dopo botta, non fa mai la vittima: “Scopi, e ti fai, che c’è di meglio?”.

Sergio Nazzaro è come una macchina da presa davanti a questa donna. Ne raccoglie il mondo fatto di ladri di stereo nelle macchine, di scippatori e pezzi di merda di vario genere. Tutta gente che a zio Antonio – lo zio di Palma – manco la portiera dell’automobile potevano aprirgli, ma che adesso, ‘sti quattro strunz, comandano. Eccolo, zio Antonio. È con lui che Palma, appena diciottenne, si guadagna la maturità: “Lui ci teneva assai alla fede; non era uno di quelli che andava solo a Pasqua e a Natale, qualche volta ci andava anche la sera di un giorno normale; si sedeva con le vecchiette, le uniche che accompagnano il prete per tutta la settimana mentre se ne sta solo sull’altare; insieme a qualche pensionato che aggiusta le candele, i tubi del lavandino e fa la questua; gli piacevano quei momenti di pace in chiesa; almeno lì dentro non l’avrebbero sparato”.

Ecco, il punto: “In chiesa ci vai da morto ma non ci muori là dentro”. Zio Antonio sa istruire Paola che tutti chiamano Palma: “Io mi facevo a coca, sempre quella buona, di Zio Antonio, ma quando la coca è buona ti manda ai pazzi ogni momento”. Zio Antonio quando compra carichi di droga, riscuote e amministra tangenti la porta con sé, Paola, e però la mette in guardia dall’eroina: “Secondo te perché non la facciamo spacciare dentro il paese, nipote? Perché poi come le guardi in faccia le mamme di questi poveri strunz? Quelli diventano delle chiaviche”. Nazzaro ascolta, anzi, riprende tutto e svolge il racconto per tappe. Ed è – la storia di Paola che tutti chiamano Palma – una via Crucis di quindici stazioni; una in più di quella patita da Gesù il figlio di Maria. Ogni tappa è un quadro dettagliato, crudo, portato al limite estremo della scrittura e della sofferenza. Non ci sono sconti per il lettore, non è un testo per dormire sonni tranquilli, tutt’altro. Non ci sono giochi di parole o aggettivi. La scrittura è secca, veloce, determinata. È il rispetto dovuto a chi legge e riconsegna – con la cautela propria di una spietata pietas – quella periferia presente dentro e fuori di chiunque voglia accostarsi. Paola attraversa la vita, ma tutti la chiamano Palma e il libro si dipana in un atroce resoconto che non diventa mai espiazione.

Non c’è redenzione, forse è solo la presa di coscienza di una storia straordinaria ma ordinaria. Non c’è invenzione ma una presa diretta di quell’ineluttabile disperazione che accomuna troppi di noi anche nell’indifferenza. Il racconto è al femminile. C’è una donna sottomessa esclusivamente ai propri incubi, ai mostri di un cuore spaccato che niente e nessuno può ricomporre. Sono le stazioni di una dolorosa via della solitudine, la più infame e la più devastante, anche se contornata da volti, corpi che attraversano l’anima di Palma, la già Paola che al termine di questa sua notte, oltraggiata nel corpo, si trascina in ogni periferia d’Italia, in viaggio dal Sud al Nord per poi fare ancora ritorno al Sud.

Nazzaro di cui si ricorda anche Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana (Einaudi, 2013), infligge un colpo duro al lettore, un vero calcio nello stomaco perché in questo resoconto in presa reale, non c’è il compiacimento della degradazione di una vita delinquente, piuttosto la testimonianza rigorosa e compassionevole di una vita umana. Nella sua severa trascrizione di fatti, sequenza, Nazzaro trascina il lettore in territori tratteggiati in poche e reali righe.

Tutto quello che la Polizia già sa di Paola che tutti chiamano Palma, con Nazzaro diventa ferita aperta su cui nessuno può distogliere lo sguardo. Eccola: figlia e madre, puttana e assassina. Nelle macerie delle periferie, nei muri sbrecciati, nei rifugi di fortuna fabbrica l’unico riparo alla propria coscienza. Un angolo d’Italia a noi contemporaneo la tana di Palma. Non conquista cittadinanza nei giornali e in tivù: meglio non saperne di Palma. Ed eccola, orfana di se stessa: Palma che fu Paola, ancora in vita. Nelle mani di Dio.

Il Manifesto degli scienziati razzisti: la storia continua

È merito di Franco Cuomo –autore de I dieci. Chi erano i professori che firmarono il Manifesto della razza”, Bonanno editore – raccontarci contemporaneamente due storie squallide sulla vicenda delle leggi razziali e il modo in cui sono state vissute, in un Paese che ama considerarsi “buono” e deciso a dichiararsi “non razzista” anche quando fa partire in perfetto orario i treni per Auschwitz (1943-45) o fornisce di nuove motovedette armate (inutili per salvare ma perfette per uccidere) la cosiddetta “Guardia costiera libica” (2017-2018). Il libro-ricerca di Cuomo si riferisce al primo lotto di vita dichiaratamente razzista italiana, ma è importante che abbia seguito il cammino dei falsi o irrilevanti scienziati del manifesto non solo nell’epoca delle loro prestazione, ma per il resto della loro vita e carriera nell’Italia del dopoguerra.

La prima squallida storia riguarda il loro arruolamento, la ricerca della carriera, la stesura di un testo insensato che proclama una pura razza italiana. La seconda squallida storia, però, riguarda il dopoguerra dei redattori e firmatari del manifesto, nell’ Italia nata dalla Resistenza. Nonostante la splendida e umana Costituzione antifascista, ricca di norme chiare e inflessibili sui diritti umani e civili di ogni individuo, dunque sulla gravità di ogni violazione di quei principi, dieci persone che dovevano la loro fama unicamente per avere pensato, firmato e diffuso “il manifesto della razza”, hanno avuto il meglio della loro carriera dopo la cancellazione del fascismo, nelle università in cui avevano contribuito a sterminare i colleghi ebrei, e alla testa di illustri istituzioni italiane, al punto che, ci rivela Cuomo esistono, e vengono ancora finanziati e assegnati, premi con il nome delle pseudo-celebrità del “manifesto”. L’autore ricorda, e ci ricorda, che proprio il Paese che si è auto- assolto dalle leggi razziali, attribuendole a una non resistibile volontà tedesca, non ha mai indagato su se stesso e la effettiva partecipazione (in Italia e in Europa) a una persecuzione che ha avuto una ampia partecipazione ed esecuzione italiana. Anche l’Italia di oggi, con le sue centinaia di migranti morti nei campi del pomodori, le migliaia lasciati affogare in mare e le decine di migliaia abbandonati a morire nei campi libici, proclama la razza, ma nega il razzismo. Vorrà dire che, a suo tempo, quando tutto ciò sarà condannato, ristamperà scritti di Padre Zanotelli e di Roberto Saviano, per provare come siamo buoni e fraterni, noi italiani.

Classici, novità o audiolibri: non lasciateli a casa in città

Si guarda a destra del comodino e ci sono libri. Si guarda a sinistra del divano e ci sono libri. Sono tutti quelli accumulati durante l’inverno e in attesa di essere letti in vacanza, sotto l’ombrellone, in campagna o al lago. Del resto, ce lo ripetono compulsivamente da quando affollavamo i banchi scolastici che in estate è più facile trovare il tempo per assecondare la sete e la fame di lettura.

Dai classici ai mostri sacri della narrativa contemporanea, dai romanzi rosa ai gialli, dalle inchieste ai saggi, c’è l’imbarazzo della scelta.

E ora, a complicare la decisione, ci pensiamo noi, proponendo una cernita molto personale di dieci titoli, ciascuno consigliato da una firma del Fatto.

Oltre agli ultimi immancabili Montalbano di Camilleri, ai premi Strega, ai libri attualmente nelle classifiche o al solito noir estivo è possibile immergersi nei sempreverdi della letteratura o in opere fino a oggi poco valorizzate. Ma si può godere – intellettualmente, emotivamente – anche con titoli e autori immortali nonostante non abbiano vinto Nobel o Pulitzer o Goncourt… O riprendere fiato, chiudere gli occhi e semplicemente ascoltare: in queste calde settimane d’agosto l’esperienza immersiva in un audiolibro può regalare momenti di piacevolissimo relax. Perché, in fin dei conti, la lettura è vita, e ci fa dormire – e sognare – meglio.

A rincuorare ci sono anche i dati del mercato del libro: nel 2017 sono stati venduti 88,6 milioni di copie, l’1,2 per cento in più rispetto al 2016. È la prima volta da sette anni che c’è un aumento di vendite di singoli libri di carta. E anche il mercato degli ebook e degli audiolibri è cresciuto nel 2017, registrando un fatturato di 64 milioni di euro, ovvero il 3,2 per cento in più rispetto all’anno precedente. Numeri che, comunque, non tengono conto delle copie vendute attraverso Amazon.

 

Furio Colombo

Una guida sugli incontri e sugli scontri d’Italia

Strano e insolito raccomandare in estate il libro di un economista. Federico Fubini lavora sulle persone (storia, psicologia, aneddoti) e dalle persone risale ai fatti e poi alle interpretazioni. Perciò ogni capitolo è un puzzle, e ogni puzzle porta il divertimento e la tensione dei cruciverba. L’autore ti dice molto ma non tutto, e si attende dal lettore un partecipazione attiva. In apparenza ti racconta dei test che lui ha realizzato, in realtà li somministra ai lettori. A prima vista il tema è la domanda classica, fonte perenne di angoscia o speranza: i figli avranno un dopo migliore o peggiore dei padri? Molte risposte sono sorprendenti. E quelle che appaiono conformi a ciò che potrebbe prevedere ogni lettore che abbia un po’ vissuto, si rivelano o così complesse o così semplici da diventare ciò che in teatro si chiama risvolto. Questo libro è un delicato esperimento riuscito. Ma anche una buona guida per capire certi incontri e scontri nell’Italia di oggi, quando il tema sembra soltanto una questione di opzioni alternative nel trovare (in economia e nel lavoro dei giovani) la strada giusta.

 

 

Antonio Padellaro

Il tramonto, il silenzio e un bicchiere  di orzata  fredda  per riscoprire Holden

Il gioco è questo. Si va nella casa al mare che ci ha visto ragazzi e si esplora la piccola libreria dove come ogni estate essi ci aspettano e dicono: dai rileggimi. Questa volta tocca (ritocca) a Il giovane Holden che abbiamo lasciato giusto un anno fa (e tanti anni prima) con le sue pagine stropicciate che si aprono da sole al punto giusto. Perché sarebbe oltremodo ridicolo per non dire peggio se io tentassi di scrivere una sola parola su questo libro eterno (un po’ come provare a commentare la Bibbia). Per molto meno il sommo J.D. Salinger si esiliò dal mondo evitando perfino di aprire la porta a chiunque. E sicuramente, come ritorsione, Holden Caulfield mi piazzerebbe accanto al vecchio, troppo vecchio, noiosissimo professor Spencer. Perché il segreto del nostro libro preferito non è cosa si legge ma come si legge. Holden gradisce le ore del tramonto quando il sole cala giusto quel minuto prima per ricordarci che anche oggi qualcosa dell’estate se n’è andato. Egli richiede rigoroso silenzio e un bicchiere di orzata fredda. Apriamo a caso ma non a caso come quando sappiamo già dove trovare quella certa delizia. Cosa avrà voluto dirci Holden quando interrogato da Phoebe su cosa voglia veramente fare da grande risponde: “Colui che salva i bambini, afferrandoli un attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale?”. Non lo ho ancora capito veramente da quell’agosto di tanto tempo fa.

 

Marco Travaglio

Identiche ai politici di oggi: le maschere della Prima Repubblica di Fortebraccio

Il libro più attuale è di 30-40 anni fa: uno a caso della collezione di Fortebraccio, al secolo Mario Melloni, il corsivista dell’Unità, ancora rintracciabile sulle bancarelle dell’usato o su eBay (Editori Riuniti). Dietro i ritratti al curaro dei politici della I Repubblica, vi basterà cambiare i nomi per riconoscere quelli della II e della III. Tanassi, “dalla fronte inutilmente spaziosa”, è Alfano. Ma, quando Fortebraccio lo paragona “all’ombrello nelle gite, quando tutti sono in auto, ben sistemati per partire e qualcuno getta un urlo: ‘E l’ombrello? Avete portato l’ombrello?’”, perchè ai vertici di governo si dimenticano sempre di avvertirlo, viene in mente Conte. “Una grossa auto blu si fermò davanti a palazzo Chigi. Non ne scese nessuno. Era Nicolazzi”: o Martina? Cariglia, che “si vanta, giustamente, di essere ‘venuto su dal nulla’ e quando parla lo fa per dimostrare che c’è rimasto”, è Orfini. “Se qualcuno non avesse avuto l’ardire di offrirglielo fritto al ristorante, non avrebbe mai saputo dell’esistenza del cervello” è riferito a Forlani, ma oggi al ministro Fontana. Forlani era così evasivo che Fortebraccio lo accostava a un amico il quale, alla domanda dove fosse nato, rispondeva: “Nel ’200 la mia famiglia era a Napoli…” e “al momento del rosbif eravamo arrivati a metà del ’700. E, quando portavano il caffè, non era ancora nato”. Ferrari Aggradi che “si prende la testa fra le mani, superando la sorpresa che gli procura ogni volta il fatto che pesi tanto poco”, è Tajani. Fanfani che, “a furia di spostarsi a destra, ha sbattuto contro il muro”, è l’ex “comunista padano” Salvini. Orlandi, “con quella sua aria di play boy da scuola materna” che “pare il vincitore dello Zecchino d’Oro”, è indiscutibilmente Di Maio.

 

Pietrangelo Buttafuoco

L’amore imprevisto della principessa Maria

Ebbene, sì: Guerra e Pace. C’è la disfatta di Napoleone, c’è il generale Kutuzof, ma tra i personaggi – meno visibile, ma di grande fascino – c’è Maria, sorella del principe Andrej. Dalla grazia incomparabile – figura laterale nell’architettura di Tolstoj – Maria è un diamante incastonato nella perfezione del romanzo. Non bella ma con occhi ardenti si destina ad accudire il burbero vecchio padre nella tenuta di campagna (che non le nasconde la sua poca avvenenza) ma lei è migliore della vanitosa Natasha. Dalle prove della vita Maria trova la forza per farsi largo nella vita adulta. Coglie l’amore che le appare un giorno come un imprevisto, ridesta la scintilla della fede nell’animo disilluso del fratello e – colpo di scena – sul letto di morte del padre riceve quella tenerezza che mai lui aveva saputo darle. Teneramente innamorata del proprio marito, straordinaria a tenere testa ai contadini infuriati della sua tenuta, pronti a vendersi ai francesi in cambio di soliti illuminismi, Maria – la Principessa – vive la sua vera fronteggiando gli urti di malumore del marito. Per farne pane di pace coniugale.

 

Fabrizio d’Esposito

Ricercare la sorpresa non la (banale) verità

Iin principio non fu il verbo, ma l’aggettivo che conduce al sostantivo, talché la luna non è la luna ma somma di parole: “aereo-chiaro sopra scuro-rotando”. Esplorando il mondo immaginario di Tlön si scopre che “i metafisici di Tlön non cercano la verità, e neppure la verosimiglianza, ma la sorpresa”. Così come gli eresiarchi del misterioso paese di Uqbar giudicano “abominevoli” gli specchi e la copula “perché moltiplicano il numero degli uomini”.

È Tlön, Uqbar, Orbis Tertius: uno degli inarrivabili racconti della raccolta Finzioni di Jorge Luis Borges. Il Grande Cieco Argentino è stato il miglior del Novecento senza mai scrivere un romanzo, né vincere il Nobel per la Letteratura. È diventato immortale comunque, nonostante considerasse l’eternità “un gioco o una faticosa speranza”. Lettore onnivoro dagli orizzonti sterminati ha trasfigurato la sua conoscenza e il suo pensiero in decine di miniature preziose e labirintiche che sono i suoi racconti, le sue poesie, i suoi saggi. Si potrebbe fare l’elenco delle discipline che attraversa, ma basta fermarsi al tempo che scorre.

 

Stefano Feltri

Quei quattro “stregoni” che inseguivano la vita

Èmolto di moda paragonare gli anni che stiamo vivendo a quelli della Repubblica di Weimar, sospesi prima della catastrofe. Anche senza indulgere all’analogia, vale la pena rinunciare agli ultimi Camilleri o al solito giallo estivo dell’Einaudi per immergersi ne Il tempo degli stregoni: il filosofo e divulgatore Wolfram Eilenberger ricostruisce un decennio di vite parallele di pensatori più citati che letti, ancor meno studiati. L’eterno spiantato Walter Banjamin, troppo eclettico per inquadrarsi in una carriera accademica tradizionale, l’ambizioso Martin Heidegger che sa di essere destinato a un pericoloso trionfo, il genio ascetico di Ludwig Wittgenstein, che rinuncia alle ricchezze di famiglia per inseguire la verità, e poi Ernst Cassirer, oggi meno pop degli altri, che incarna il rigore e la nobile mitezza di una filosofia che viene travolta da tempi di ferro. Sono quattro grandi avventure intellettuali, ma anche percorsi di uomini affamati di vita e di esperienze che cercano di guadagnarsi da vivere facendo ciò per cui le persone normali non hanno tempo: pensare.

 

Marco Lillo

Salvatore Borsellino per capire la Trattativa

Dichiaro subito il mio conflitto di interessi in qualità di direttore della collana Paper First ma davvero La Repubblica delle stragi a cura di Salvatore Borsellino è il saggio da mettere in valigia. Non solo perché, appena uscito, è già entrato in classifica. Non solo perché quest’anno ricorre il 25ennale delle stragi del 1993, quelle che hanno insanguinato l’Italia da Milano a Firenze passando per gli attentati di Roma. Ma anche perchè, dopo il deposito delle motivazioni delle sentenze sulla Trattativa Stato-Mafia e Borsellino quater, si sente il bisogno di uno scenario più ampio. E il libro prova a unire punti apparentemente lontani proprio per trarre un disegno all’interno del quale sia le stragi sia la Trattativa assumano più senso. La tesi di fondo è che il mostro non appare nel 1992 in Sicilia. I suoi lineamenti non si esauriscono nella coppola e nella lupara. Non tutto è bianco o nero. C’è molto grigio in questo quadro aperto ancora all’indagine di giudici, storici e giornalisti. E dopo la lettura sarà più difficile credere che dietro le stragi dei decenni scorsi ci sia stata solo la mafia.

 

Daniela Ranieri

Ossessivo e rigoroso:  il capolavoro trascurato

Procuratevi quanto prima L’astore di T.H. White (Adelphi). Raramente vi capiterà di leggere qualcosa di più ossessivo, nevrotico, rigoroso di questo piccolo capolavoro trascurato. Innamoratosi nel 1936 di un manuale del ’600 sull’arte della falconeria, White si ritirò in un cottage inglese, dove nella più perfetta solitudine dedicherà il suo tempo a domare un falco tra i più selvaggi, un astore appunto. Da questa impresa maniacale trasse un diario che lasciò inedito (nel ’38 scriverà La spada nella roccia). Ma L’astore non è il racconto di un addestramento, almeno quanto Moby Dick non è un trattato sulla pesca. Quando il falco fugge, White cade nella disperazione: “Non avevo mai alzato la voce, non gli avevo mai fatto del male… Ero diventato per metà uccello, investendo il mio amore, il mio impegno e le mie risorse nel suo futuro, col risultato di farne altrettanti ostaggi della sorte, non meno pazzamente di quanto avvenga nel matrimonio e nelle cure della famiglia. Se il falco fosse morto, quasi tutto ciò che ero sarebbe morto con lui”. Un toccante libro sull’amore.

 

Andrea Scanzi

Una nuova alba dell’inno al pacifismo

Si può raccontare uno dei più grandi massacri della Seconda Guerra Mondiale facendo al tempo stesso satira, viaggiando nel tempo e inducendo addirittura il lettore al riso? Si può, ma solo se ti chiami Kurt Vonnegut. In Mattatoio n. 5 (o La crociata dei bambini), l’immenso e prolifico scrittore di Indianapolis racconta la storia di Billy Pilgrim, assistente cappellano, fatalista e male addestrato, per nulla convinto della liceità della guerra. Vonnegut lo fa catturare durante l’offensiva delle Ardenne. Gli fa incontrare sciovinisti abietti. Lo fa sopravvivere al bombardamento di Dresda. E lo fa viaggiare nello spazio e nel tempo, tra pornostar rapite, pianeti alieni e bizzarri scrittori di fantascienza. È un inno oltremodo sui generis al pacifismo, prima si ride e poi si piange. È tutto un perdersi, tra esplosioni sporadiche di umanità e assai meno sporadiche ostentazioni di siderale deficienza umana. Eppure Vonnegut, che attinge al suo vissuto personale, non smette chissà come di credere in una nuova alba. O anche solo in un futuro meno tremendo. Capolavoro inaudito: fortunato chi non lo ha ancora letto.

 

Silvia Truzzi

Provate a nuotare con gli auricolari

Buon ultimi, abbiamo scoperto gli audiolibri, che non sono certo una modalità di lettura recente ma che stanno conoscendo un boom in Italia. Anche grazie a Audible, la app di Amazon, molti hanno cominciato a correre con i libri invece che con la musica. Esistono anche i podcast come Ad Alta voce di Radio3 che mette a disposizione un catalogo di tutto rispetto (con grandi classici – da Proust a Carver, da Cechov a Hemingway – e chicche come Amore e ginnastica di De Amicis o Canne al vento della Deledda) e le case editrici specializzate (Il narratore, Emons) dai cui siti si possono scaricare i file. Se avete un lettore waterproof, potete provare a nuotare ascoltando libri vecchi e nuovi. Se siete, come chi scrive, rilettori accaniti scoprirete che nuotare con i libri è un’esperienza meravigliosa. Noi consigliamo i I Promessi sposi (letto da Paolo Poli), il Pasticciaccio (sia nell’interpretazione potente di Fabrizio Gifuni, sia nel radiodramma di Ad Alta voce) e i due capolavori di Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio e Ragione e sentimento (entrambi interpretati da una strepitosa Paola Cortellesi).

Cent’anni fa le stimmate di Padre Pio: irriducibile all’élite, populista in Cielo

Cent’anni fa le stimmate di Padre Pio. L’ha ricordata, questa ricorrenza, Marino Niola – un grande antropologo, oltre che un attento studioso dei sentimenti popolari – senza indugiare nel pregiudizio laicista, anzi, svelando il tratto sciamanico di questo santo: “Oscuramente arcaico” – ha scritto Niola su Repubblica – “imbozzolato in quel saio marrone che a stento riusciva a contenere i suoi lampi carismatici, a disciplinare le sue intemperanze liturgiche, a smorzare le sue eccedenze profetiche”.

Cent’anni fa sgorgava la santità di questo frate profondamente italiano, sanamente fascista, cocciutamente contadino la cui fronte sfidava i termometri con febbri oltre i quarantotto gradi. Lame arroventate, questi febbroni, con cui fendere i rigori dell’inverno nel Gargano; spade perfette, queste vampe, per contrastare le nevi, l’umidità e il gelo chiamato dal Diavolo intorno a se stesso cent’anni fa quando – giunto a San Giovanni Rotondo per domiciliarsi nella cella di San Pio – ogni notte ingaggiava la battaglia immane contro il santo per strapparlo al suo popolo. Satanasso tentava il frate rinfacciandogli – di volta in volta – poppe, sottane e natiche ma quello, ogni volta, gli mostrava le stimmate. San Pio attestava la sacra carne martirizzata di Gesù, il figlio di Maria, e quell’altro, il Negatore – all’imbrunire, per tutte le notti – scatenava mazzate tra le mura del convento. La soave fragranza dei gelsomini, delle violette, delle rose e della lavanda muoveva in difesa contro l’avanzata di merda, zolfo e fogna e quel tanfo, allora – nel chiarore, per tutte le albe – al solo apparire delle garze zuppe di Sangue del Santo si dileguava. Avvolgeva di furore e visione, San Pio, qualunque orizzonte. Già dai vetri dei torpedoni dei pellegrini, il profilo rasposo del paesaggio, porgeva il suo carisma.

Si faceva forte della sapienza segreta e riconosceva la profonda verità di ognuno: se usuraio, se assassino, se porco, se ladro, se probo, se ingenuo, di ognuno – in fila per la comunione – il frate sacerdote sapeva vita, morte e miserie. E di quel popolo sapeva tutto senza tirare a indovinare ma, appunto, afferrando l’anima di chiunque arrivasse al suo cospetto, fino all’estremo disvelamento: quella coda del Diavolo intinta nel moralismo dei saputi, irritati rispetto a siffatto caos medievale in pieno boom economico che lui, solo lui – fosse pure contro un altro santo, padre Agostino Gemelli – sapeva smutandare.

Presente più dei Sette nani in tutti i giardini, dislocato in effigie nei cortili, davanti ai supermercati, nei retro delle macellerie e nei portafogli di più di metà della popolazione italiana, Padre Pio – di cui è devoto Giuseppe Conte, compaesano del Santo – è da cent’anni irriducibile all’élite, è un populista in Cielo.

L’orchestrina magica che ci rapisce il cuore in una serata di Sicilia

Sampieri, terra di Montalbano, la lunga spiaggia, la storica fornace, il mare di Sicilia che si fa paradiso. Solo che in questa storia il commissario più famoso d’Italia non c’entra. C’entra invece una piccola salita del paese, da cui alle sei del pomeriggio giunge d’un tratto un coro melodioso, come ad annunciare un film di Tornatore. Basta farsi guidare dalle note per imbattersi in una scena di geniale regia: un ordinario pianterreno dove sei persone in abbigliamento estivo casalingo, cinque uomini e una donna più giovane, intonano e suonano seduti in cerchio canzoni siciliane. Con l’impegno dei bambini nelle feste di scuola, guardandosi negli occhi per non perdere armonia.

Uno di loro, maglietta aragosta pantaloni al ginocchio e infradito, sembra dirigere tutti, ora incitando o dando il tempo (“umpa, umpa”), ora anticipando sottovoce le parole. Dalla sua pianola sgorga un’intera orchestra: violino, mandolino, pianoforte e tromba. Gli altri danno voce alle chitarre o cantano essi stessi. Ardui si alzano gli acuti della cantante, capelli raccolti e occhiali; è magrissima, stride l’antichità dei suoni con la lettura delle parole sul cellulare. Accanto a lei dondolano gli occhi sognanti del cantante con la maglietta nera, come usavano nei festival napoletani Sergio Bruni o Giacomo Rondinella. Ma attenzione: niente “Ciuri ciuri”, niente canzoni folcloristiche da cartolina. Questi sono canti antichi, dolci e raffinati. Canzoni d’amore, “io vengo appresso a te, fiore di poesia”, o il magico “io ti marito quando vuoi tu”. Canzoni nostalgiche e struggenti, abitate da generazioni di migranti, “Sicilia bella, Sicilia mia, ti penso sempre con nostalgia”, o strofe in cui “bannera” fa rima con “suli di primavera”. Bisogna tuffarcisi dentro quelle note, farsene condurre verso una grande storia collettiva. Verso i sogni di rivolta dei deboli, in cui Spartaco “cummanna”. O verso quella che viene definita orgogliosamente “la più bella canzone siciliana”: una musica intrisa di malinconia, E vui dormite ancora, la partorì la prima guerra mondiale.

I cinque appassionati stanno facendo le prove in un albergo, discutono tra loro animatamente se devono fare o no la versione bandistica. In genere sono in sette, spiegano in una pausa, c’è pure uno che fa il cantastorie, e infatti si chiamano “Kanta e Kunta”. Narrano una Sicilia sconosciuta. Nella loro felice modestia sono grandi e non lo sanno; concentrato di arte, di cultura popolare, di storia delle emozioni, di passione per la loro terra.

Non lo sanno per la verità neanche i passanti, cui le note giungono dalla porta a tutti spalancata. Nessuno, scendendo o salendo dal mare, lo sospetta, nessuno si affaccia dentro. Solo una piccola bimba, subito portata via. Gli altri tirano diritto. O si ammassano a due metri, al bancomat, per la processione del prelievo, senza immaginare che il pezzo di valore stia dietro quella porta spalancata. C’è una donna che guarda e ascolta tutto con amore, fissando un suonatore. È la moglie del primo chitarrista, baffetti e cappellino beige, sono loro i due proprietari dell’albergo: Silvana e Bruno, lei napoletana e lui di Sampieri, il destino li ha fatti incontrare a Roma. Nella sala si è formato in un’ora un minuscolo pubblico, otto-nove persone, c’è anche una signora di 92 anni, elegante, un nome fantastico come tutta la scena, Agrippina, l’appuntamento musicale appena terminato è stato la sua mondanità. Alla fine è trionfo di Sicilia. La proprietaria offre un vassoio di piccoli cannoli a tutti. E io penso che tanta cultura popolare, tanta cortesia e accoglienza, tanta delicatezza, tra musiche martellanti e deliri di stampa tutt’intorno, mi abbiano confezionato un piccolo sogno passeggero. Dentro il quale qualcuno ha continuato a coltivarne un altro, come nelle matrioske. È la signora Silvana. Che tiene nella piccola hall la tesi di laurea del figlio Alfio, e la mostra con fierezza. Scienze infermieristiche: le condizioni sanitarie del centro di accoglienza di Pozzallo. Dai drammi della Sicilia antica a quelli di oggi. Chissà il futuro. Il sole si stira ancora sul mare. Ma guarda in che posti si finisce se solo ci si fa guidare da una musica. (Alle tastiere Claudio Migliore, alla chitarra d’accompagnamento Memmo Ciavorella, alla chitarra basso Salvatore Cilio, alle percussioni e flauto siciliano Lorenzo Padua, alla chitarra solista Bruno Cartia, voci di Emanuela Terranova e Carmelo Trovato; cantastorie Carmelo Conti; seguono ovazioni, almeno una volta…) .

Paradossi del cristianesimo che odia: è il vangelo secondo Matteo (Salvini)

“Chi di spada colpisce, di spada perisce” è uno dei più noti motti evangelici e calza alla perfezione all’amena intervista che il nuovo crociato della destra clericale, Matteo Salvini, ha rilasciato a un quotidiano online ultraconservatore:La Nuova Bussola Quotidiana, già nota in questa sede ché tra i siti che hanno eletto ad antipapa il cardinale Burke, la panciuta eminenza americana che considera Bergoglio un Anticristo.

Il punto di partenza sono le critiche di Famiglia Cristiana e Avvenire a Salvini per il suo razzismo e il leader leghista asseconda le cupe speranze del suo intervistatore: una società chiusa che respinge in mare i migranti, che detesta gli omosessuali e vuole un’educazione sessuale da Stato teocratico. Poi però tocca chiedere conto a Salvini del suo uso politico dei simboli cristiani, come il rosario esibito nel comizio di Milano nella scorsa campagna elettorale. “Ma lei oltre a esibirlo, lo prega anche il rosario?”. Risposta del crociato: “No, devo essere sincero, solo raramente. Mi faccio il segno della croce quando mi alzo e quando vado a dormire”.

Bene, anzi male, dalla prospettiva reazionaria. Ma a questo punto, visto che il clericale Salvini è comunque l’eroe di questa destra farisea (l’opposto della Chiesa francescana, per la quale “la religione non si può ridurre a una pratica di leggi”), il lettore si aspetterebbe un’altra domanda sulla salvifica fede salviniana: “La domenica va a messa, si fa la comunione?”.

Il quesito però non c’è, per eccesso di zelo strumentale. Il motivo è semplice: Salvini è separato e convive more uxorio con la sua compagna. La domanda avrebbe avrebbe posto il giornalista di fronte a un dilemma morale e teologico, dal momento che la rivolta tradizionalista contro Bergoglio è iniziata con le aperture ai divorziati dell’Amoris laetitia.

È uno dei paradossi di questo cristianesimo che rimpiange “l’odio perfetto” cancellato dai salmi cosiddetti “imprecatori”. Salvini non prega e non va a messa, per il resto va bene. L’odio, appunto.

Le libertà vanno esercitate tutti i giorni come i muscoli

“Adesso ti faccio un discorso sulla famiglia”, dice Marlon Brando a Maria Schneider in Ultimo Tango a Parigi, e pochi secondi dopo entra in scena il famoso burro, condimento settentrionale e quindi, si presume, caro alla Lega di cui è espressione il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana. Che i discorsi sulla famiglia, tradizionale, naturalmente, ha iniziato a farceli dall’esatto minuto in cui ha saputo che sarebbe diventato ministro (Marlon almeno aspettava il secondo tempo del film).

Se ancora Fontana non ha tirato fuori il burro è solo perché con i fondi del suo ministero non ci compra nemmeno la margarina. Ma cosa c’entra un sovranista bigotto ultrà del Verona con il torvo e sexyssimo protagonista del film più censurato di Bertolucci? C’entra. Perché nell’era della caduta del desiderio e della sazietà o inappetenza sessuale, un bacchettone che vuole limitare le pratiche sessuali alla missionaria fra marito e moglie, possibilmente nei giorni fecondi (La culla vuota della civiltà si intitola il libro di Fontana, e già solo a leggere il titolo le tue ovaie vorrebbero chiedere asilo politico alla Svezia), è un afrodisiaco efficace quanto il Viagra. Niente come un politico di destra con una visione repressiva dei rapporti umani ti fa venire voglia di metterti a cantare “Tocca-tocca-toccami, voglio essere porca” come la Janet del Rocky Horror Picture Show, mentre corri nel più vicino sexy shop a comprare uno strap-on dopo aver mandato il curriculum del tuo utero a un’agenzia per madri surrogate. Le libertà sono come i muscoli, vanno esercitate tutti i giorni, se no si ammosciano. Con le sue sparate contro gay e denatalità, Fontana è un enorme barbuto manubrio di novanta chili con cui tonificare la nostra voglia di trombare come, quando e con chi ci va, purché adulto e consenziente – e questa, a ben guardare, è la madre di tutte le libertà. Con o senza burro.

L’ideologia serve a poco se non ci sono asili gratis

Nel Paese dove ogni tre giorni una donna viene uccisa a martellate, dove gli omosessuali – vent’anni dopo gli altri Paesi – hanno avuto le unioni civili, ma senza figli, dove una legge che impediva alle coppie infertili di ricorrere all’innocua eterologa o alla diagnosi preimpianto è stata distrutta solo grazie ai tribunali, ecco in un Paese così ci mancava proprio un ministro della Famiglia come il cattolico Lorenzo Fontana, che i 5Stelle hanno accettato solo perché ahimé, alla fine, proprio come tutti gli altri, hanno pensato che quel ministero non contasse nulla. E dunque tanto valeva darlo in pasto all’ideologia leghista, insieme ai disabili (forse perché, assenti i soldi di cui solo avrebbero necessità, almeno si dà loro la pietà). Peccato però che il modo in cui un governo immagina la famiglia e i diritti civili è un biglietto da visita fondamentale, più importante persino di quello economico.

All’elettorato leghista va certamente bene uno che vuole dare gli asili solo agli italiani (misura sfacciatamente incostituzionale), cancellare l’ideologia gender, per poi magari attaccare pure l’aborto. Ma per l’elettorato 5Stelle uno così è talmente raccapricciante da farti andare di traverso persino la riduzione delle tasse o le misure antipovertà. Perché se pure socialmente diventiamo meno disperati, non ci potremo mai emancipare senza una visione insieme realistica e illuminata di come siamo realmente diventati, uomini e donne e bambini. Perché alla fine, poi, è noto che l’ideologia della famiglia naturale è inversamente proporzionale ai soldi alle famiglie. In altre parole, avremo dibattiti e polveroni su aborto e razzismo ma l’asilo gratis forse quando i concepiti tanto amati da Fontana saranno cresciuti. E si chiederanno se fosse stato meglio non essere nati in un Paese che in quanto a diritti sarà ancora fermo direttamente al Mesozoico.

Che campioni dal campo alla tv

Il mercato chiude venerdì, il campionato comincia sabato e mentre i club cercano di completare il puzzle dei propri organici, prontissimo per scendere in campo (o meglio, in studio) è invece lo squadrone degli ex calciatori oggi opinionisti-tv. Lunedì scorso vi abbiamo presentato i primi 12: oggi completiamo il quadro.

Luca Marchegiani. Storico volto Sky oltre che storico ex laziale ed ex granata, vive da anni nel sacro terrore di inimicarsi ogni tifoseria, specie quelle di Roma e Juventus. Specialista in arrampicate sugli specchi, vive malissimo. Poveretto, come soffre! Insonne.

Giancarlo Marocchi. Nella top five degli opinionisti con miglior proprietà della lingua (e della consecutio), produce spesso un effetto-sbadiglio per il suo tono monocorde e cantilenante. Se parla di Juve, gli elogi partono come i razzi a Cape Canaveral. Cadetto.

Eraldo Pecci. Disincantato il giusto (non per niente giocò in Torino e Fiorentina vincendo e perdendo scudetti in modi a dir poco bizzarri), ha sempre la battuta pronta e fosse per lui le polemiche durerebbero lo spazio di un nanosecondo. Protetto dal Wwf. Panda.

Andrea Pirlo. Debutterà negli speciali-Champions a fianco di Ilaria D’Amico. Un po’ come vedere Zeman animatore in un Villaggio Valtur. Lsd.

Arrigo Sacchi. Come un disco rotto ripete da 20 anni che la squadra è un’orchestra e i singoli devono seguire lo spartito sennò va tutto in vacca. Avendo dominato in Europa col Milan di Gullit e Van Basten, vorrebbe che tutti giocassero come giocava lui: per questo quando in Champions c’è la Juve di Allegri lo tengono a casa. Santone.

Alessio Tacchinardi. I kamikaze che fin dal pronti-via, con sprezzo del pericolo, si sono scagliati lancia in resta contro il Var sono stati due: il fu Massimo Mauro su Sky e poi lui, il prode Alessio, che sulla barricata di Premium ha lottato come nemmeno Enrico Toti. Quando correva per Zidane, 20 anni fa, faticava di meno. Stoico.

Marco Tardelli. 14 maggio, Chiellini alla Ds dice che la Juventus ha vinto 36 scudetti. “Non per riaprire polemiche – eccepisce Riccardo Cucchi –, ma gli scudetti sono 34”. Interviene Tardelli: “Chiellini, tanto li hai vinti e basta, chissenefrega no?”. Per la serie: Campioni del mondo in tv educano i bambini. Io ero Leggenda.

Gianluca Vialli. La domanda è: l’uomo che in tv canzonò Frank De Boer chiamandolo col nome del gemello Ronald e trascinando in una crisi di riso tutta la combriccola Sky, da Caressa a Mauro a Bergomi, come reagirà, da sabato, privato dell’inseparabile compagnia del gemello Massimo Mauro fatto fuori dalla squadra? La nostra solidarietà. Maramaldo.

Gli addii. Leonardo. Grandi assente e sarà un peccato. Sorridente, intelligente, competente, è tornato dall’altra parte della barricata, buon per il Milan. Sono sempre i migliori che se ne vanno. Brasileiro.

Massimo Mauro. L’uomo che disse “Il Var fa cagare” (testuale), “Preferisco Lemina a Modric” e “Meglio la dialisi che vedere l’Inter”. Più realista del re, ha difeso la Juve con un’impudenza tale da provocare disdette di abbonamenti in massa. Contrappasso.

(2. fine)

Guareschi e la campagna contro i cartelloni stradali

Di Giovanni Guareschi, a 50 anni dalla morte, vorrei ricordare due cose diverse fra loro e però entrambe significative. La prima è l’importante attività da lui dispiegata nei lager tedeschi dove fu internato ed ebbe vita dura assieme ad altri 630.000 italiani (cifra impressionante) i quali continuarono a rifiutare l’adesione alla Repubblica sociale di Mussolini dopo l’8 settembre 1943. Di loro, 600.000 erano soldati e oltre 30.000 ufficiali.

Una “resistenza” di cui si è parlato poco per anni, anche perché il Pci era contrario a darle troppo risalto temendo che essa oscurasse la guerra partigiana. Lo stesso alto dirigente del Pci, Alessandro Natta, che era stato fra quei 30.000 e più ufficiali deportati in Germania, venne consigliato a ritardare la pubblicazione del suo libro L’altra Resistenza. I militari italiani internati in Germania, uscito da Mondadori addirittura nel 1997, perché nel primo dopoguerra era parso “editorialmente inopportuno”. Uno storico di sinistra, Giorgio Rochat, sottolineò invece che con quei contributi il quadro della Resistenza si ampliava: “Una grande maggioranza di questa massa di sbandati preferì la fedeltà alle stellette e la prigionia nei lager”.

Compagno di Guareschi fu il giornalista e scrittore Armando Ravaglioli, cattolico, tenente a 25 anni in Grecia. Nell’anteguerra aveva diretto, giovanissimo, a Forlì alcune riviste ottenendo la collaborazione di tanti giovani intellettuali che presto sarebbero stati antifascisti: Strehler, Grassi, Ghirelli, Testori, Lizzani, Guttuso, Napolitano, e molti altri. La rivista Spettacolo, fu soppressa da Mussolini in persona due giorni prima del 25 luglio: era dedicata alla cultura francese con Jean Cocteau, autore “degenerato”, e il poeta Paul Eluard, comunista. Due mesi dopo, Ravaglioli veniva deportato per il suo deciso “no” alla Repubblica sociale italiana. Su questa materia, sino a quel momento assai poco conosciuta, egli ha pubblicato due libri Continuammo a dire No. La resistenza dei deportati italiani, nel 2000, e Storia di varia prigionia nei lager del Reich millenario, Edizioni Anrp, nel 2002. Nel primo narra: “Al principio di maggio del 1944, con il favore del tempo finalmente schiaritosi e del tepore stagionale avanzante, si cominciò a lavorare positivamente attorno all’idea di qualche iniziativa in grado di dare forma concreta al fermento intellettuale serpeggiante nel campo fra i vari gruppi di amici”.

Nel lager arrivavano solo la Voce della Patria e Il camerata dove si poteva leggere: “Per i disfattisti che non vogliono tornare a imbracciare le armi quattro muri sono troppi; ne è sufficiente uno!”. Qualcuno entrava in crisi, ma i più resistevano, a tutto. Giovanni Guareschi “era arrivato dal campo polacco di Beniaminowo, dove aveva rinverdito la fama goduta in Italia nell’anteguerra, come emergente collaboratore del ‘Bertoldo’ di Giovanni Mosca. (…) A Sandbostel egli aveva ripreso a recarsi ogni sera di baracca in baracca per le sue letture sempre più richieste. Erano apologhi ambientati in cattività, favolette, epigrammi in cui la gente si riconosceva e, attraverso il riso, apprendeva a fare un miglior viso alla cattiva sorte giornaliera. Seduto sul livello più alto di un letto a castello, prendeva a leggere con voce pacata le sue composizioni, commentari di episodi di vita quotidiana del campo, filtrati attraverso il setaccio di una bonomia ironica. (…) La lettura si avvantaggiava dell’accompagnamento della fisarmonica di Coppola, un maestro di musica veneto con il quale aveva combinato una coppia ben assortita”. Un vero successo. E un incitamento per quei “resistenti” delle più diverse estrazioni sociali e culturali. Le oltre 600.000 schede di militari italiani internati hanno lasciato ammirati per tanto coraggio gli studiosi tedeschi. Esse contraddicono la tesi storiografica della “morte della Patria” dopo l’8 settembre 1943. Per la Patria essi patirono, si ammalarono, in decine di migliaia morirono di stenti o sul lavoro.

La seconda iniziativa di Guareschi da riscoprire e valorizzare (anche da chi, come me, non condivide la sua linea politica di fondo) è quella di una martellante, ironica, sempre attuale campagna contro l’invadenza dei cartelloni stradali che sconciano i nostri paesaggi, ancora integri in quel lontano 1952. In una vignetta si vede un enorme cartello stradale che nasconde totalmente il paesaggio e però esorta: “Visitate l’Italia, è qui dietro”. In un’altra, la guida magnifica ai turisti “il famoso e suggestivo laghetto alpino nelle acque del quale si specchiano i migliori prodotti dell’industria italiana”. Ovviamente del laghetto, nascosto dalle réclame, non si scorge nulla. In una terza vignetta, due signori chiacchierano in salotto e il padrone di casa mostra compiaciuto all’altro una serie di pubblicità di dentifrici, panettoni, aperitivi, acque minerali, incorniciate e appese, dicendo: “Ho visitato l’Italia e mi sono portato le più suggestive vedute”. Sarebbero da ripubblicare tutte quante.